VI.LA COMPERA

VI.LA COMPERA

Ferdinando Ducastel era nobilmente vestito, una giubba nera, opera del più rinomato sarto di Parigi, un corpetto bianco venato di leggiera e finissima stoffa, calzoni e cravatta nera, la quale lasciava scoperta una ben increspata gala di camicia, su cui sfolgoravano due bottoncini di brillanti, formavano il suo ricercato abbigliamento; portava nelle mani, coverto da guanti di color paglino, un elegante cappello all’ultima moda: un semplice nastrino rosso senza ciondoli sporgeva dal taschino dell’oriuolo. I suoi corti capelli e la lunga barba erano allustrati e profumati con isquisiti oli odorosi. Questa ricercatezza di vestimenti e di acconciatura formava un gran contrasto col suo viso marmoreo e scolorato.

Entrando Ferdinando Ducastel nel salone dove era raccolta quella famiglia, Lucia mise un leggier grido di sorpresa, e la sua faccia diventò bianchissima. Per una di quelle illusioni onde non rare volte sono prese le anime sensibili che han molto sofferto per la perdita o per la lontananza di qualche cara persona, parve a Lucia di veder entrar redivivo Daniele dei Rimini.

Quell’esclamazione non era sfuggita a Eduardo, che l’attribuì a mera sorpresa alla vista della persona, di cui tante volte egli le avea parlato.

Certo si è che, venendo per la prima volta Ferdinando Ducastel nel mezzo di quella felice famiglia qualche cosa di tristo e di agghiacciato pesò su tutt’i cuori, come se quegli fosse venuto ad arrecare una dolorosa novella, e a strappare una parte della felicità di che godevano quelle virtuose creature:

Vi sono alcuni la cui presenza annunzia subitamente disgrazie e mali, appunto come que’ volatili la cui comparsa sul mare è foriera di tempesta. Non si sa spiegare il sentimento di paura che essi incutono negli animi: parte dagli occhi loro un raggio malefico, come dallo sguardo di un serpe avvelenatore; l’ambiente che gli attornia par che risenta la pressione di queste esistenze maledette; tutto si agghiaccia dappresso a loro,s’inaridisce e muore, come interviene alle piante sottoposte alla influenza del gelo o di qualche altra devastatrice cagione.

Lucia e Marietta si erano abbracciate, tratte l’una verso dell’altra da un movimento simultaneo di paura, e guardavano con una inesplicabile curiosità la persona che era entrata.

Marietta aveva indovinata la viva illusione che era passata nell’animo di Lucia all’aspetto di quel personaggio, e, a voce bassa, e quasi nell’orecchio, le avea detto:

— Non ti è parso di veder Daniele?

Lucia non rispose che stringendosi più dappresso alla sorella.

Ma questa strana illusione non avea soltanto colpito le due sorelle, ma aveva attraversato benanche il grossolano spirito di Uccello, che ad alta voce avea detto:

— Oh! il Contino! E dicevano che era morto!

Eduardo era corso all’incontro di Ferdinando Ducastel: veggendolo, distese le braccia verso di lui; ma questi si trasse alcun poco indietro, e, invece di corrispondere all’amplesso del giovine scozzese, balestrò uno sguardo attorno al salone, fermandosi su Lucia, la quale fu costretta ad abbassar gli occhi.

— Con quanto piacere ti riveggo, mio caro Federico!

A questo nome Ferdinando Ducastel fu scosso come da un fulmine; afferrò per mano Eduardo, il menò rapidamente in un angolo del salone, e sottovoce gli disse:

— Che cosa sono queste donne e questi fanciulli?

— Mia moglie e i miei cognati.

— Vostra moglie! esclamò sorpreso Ducastel, e fece un inchino a Lucia che il guardava sempre con un certo arcano sentimento di paura.

— Lasciate che io vi presenti a Mistress Horms.

— Un momento, si affrettò a dire Ducastel; innanzi tutto fa d’uopo ch’io vi avverta che da molto tempo io non mi chiamo più Federico Lennois, ma Ferdinando Ducastel. Ho le mie ragioni per un tal cangiamento: e mi auguro che voi vorrete darmi una pruova della vostra amistà, serbando nel più profondo segreto il mio antico nome. Me lo promettete?

— Ve lo prometto.

— Sul vostro onore?

— Sul mio onore.

— Ma ciò non basta; fa d’uopo che vostra moglie ed i vostri cognati non imparino a chiamarmi che col nome di Ferdinando Ducastel, siccome oggi sono conosciuto a Parigi.

— Sarà fatto, se ciò vi fa piacere. Il nostro comune amico Maurizio Barkley mi aveva già parlato del mutamento del vostro nome; e quando io venni a visitarvi a Pisa già sapea di tal cangiamento; ma volli chiamarvi col nome del fratel mio. Oggi solennemente vi prometto che nessuno al mondo saprà che un giorno vi chiamavate Federico Lennois.

— Ed io ve ne ringrazio, Eduardo: a suo tempo vi dirò i motivi che m’indussero a questa trasformazione, che dee naturalmente sorprendervi.

— Quali che sieno i motivi che a ciò v’indussero, io li rispetto, e sono contento quest’oggi di stringer la mano di Ferdinando Ducastel, siccome l’anno scorso fui contento di stringer quella di Federico Lennois.

Questo breve dialogo era avvenuto a voce così bassa tra i due giovani che le donne ed i fanciulli non ne potettero udir niente. Soltanto Lucia e Marietta non lasciavano di ragguardare il giovine artista con una sostenuta attenzione, trovando qualche cosa d’inesplicabile nelle sue maniere e nel suo aspetto.

— Ora presentatemi a vostra moglie col mio secondo nome.

— Ma ella vi riconosce come Federico Lennois.

— Mi riconosce! E quando e dove mi ha veduto, o inteso nominarmi Lennois?

— Io le ho parlato tante volte di voi, ed ella sa che voi siete la persona che io aspettava, e che questa persona si chiama Lennois, perciocchè giammai non le ho fatto parola del cangiamento del vostro nome.

— Ebbene, non importa: presentatemi a lei come Ducastel.

Eduardo prese per mano il francese e, avvicinandolo a Lucia, le disse:

— Lucia, vi presento il signor... Ferdinando Ducastel.

Lucia fu estremamente sorpresa di questo nome.

— Ferdinando Ducastel!! ella esclamò. Questo signore non è dunque l’artista Federico Lennois.

— Sì Mistress Horms, rispose Federico, (però che ora sappiamo che Ferdinando Ducastel non è altri che lo stesso Lennois) io sono l’artista; ma il mio nome non è più Federico Lennois, sibbene Ferdinando Ducastel. Alcune ragioni particolari m’inducono al presente a seppellire nel mistero il nome di Lennois; ed io rivolgo a voi, Mistress Horms, ed a’ vostri fratelli la stessa preghiera che ho diretta a vostro marito, di non pronunziar giammai il nome di Federico Lennois.

— Esso non sarà mai pronunziato da noi, signore, se questo è il vostro piacere.

— Grazie, Mistress Horms, grazie, rispose Federico baciando la mano di Lucia: questo tratto della vostra amicizia sarà per me un sacro titolo di eterna gratitudine.

A quel bacio sulla mano Lucia sentì scorrersi per le vene un gelo mortale.

Federico aveva fissato i suoi occhi sul volto della giovine moglie di sir Eduardo, e sembrò abbandonarsi ai suoi pensieri.

— Voi ignoravate il mio matrimonio? dimandò Eduardo.

— Interamente. E Mistress Horms è inglese?

— No, ella è napolitana.

— Napolitana! Oh davvero! napolitana! Ella è nata in Napoli! Forse in questa città d’Italia l’avete sposata, non è vero Eduardo?

— Verissimo.

— Da quanto tempo?

— Non son che due settimane.

— Ah! voi dunque siete nella vostra luna di miele! siete nel tempio della felicità!

Ci era nell’accento con cui queste parole furono pronunziate, qualche cosa di sinistro e di lugubre: l’invidia, che spesso alligna ne’ francesi, trapelava quasi visibilmente nel Lennois.

— Sì, rispose Eduardo assorto nel pensiero della propria felicità, io sono veramente contento e felice della mia scelta. Lucia è un angelo di bontà, e queste care creature che mi circondano sono la mia gioia, la mia consolazione...

Dopo alcuni momenti di silenzio, Eduardo riprese:

— Siete stato in Napoli, fratello?

— Certamente; ci fui nell’anno 1825... Città incantevole, paradiso del mondo! Sotto quel cielo posi per poco in obblio le mie sventure. Ivi soltanto io sono stato meno infelice. Quando la sera io traeva a passeggiare su la riviera di Mergellina, e fissava i miei sguardi su quell’anfiteatro di colline su cui la luna gittava le sue onde di candidissima luce: quando nel silenzio della sera, venivano a colpir le mie orecchie i canti dei marinai che sposavano le loro malinconiche melodie al mormorio della spiaggia, la quale sembrava raccogliere nel suo grembo acque di argento: quanto, in sull’alba, schiudendo il balconcino della mia terrazza a Mergellina, una luce purissima, un’aura ricca di odori inebbrianti mi circondavano allargando i miei polmoni e tutta l’anima mia; oh... in quei momenti io era felice, nè saprei dirvi quel che sentiva il cuore!... Ma, quando la società mi attorniava coi suoi rumori, quando cessavano le voci della natura, e cominciavano quelle degli uomini; la tristezza e l’esasperazione si impadronivano di me, ed io malediceva i nomi di coloro che, in sull’aurora della mia esistenza, avvelenarono l’anima mia.

A quelle rimembranze della sua patria, gli occhi di Lucia si erano bagnati di lacrime: le parole di Federico avevano fatto su lei un’effetto singolare. Ella non guardava più con sospetto il giovine artista... e questo era ciò che bramava Federico Lennois, il quale con uno sguardo aveva indovinato la tempera di animo della moglie di Eduardo, e di botto avea trovato le armi onde investirla. Scuotere l’ardente fantasia di lei, muoverne la sensibilità; eran questi i mezzi onde guadagnar la stima della napolitana, e Federico adottò un linguaggio di poesia per commuoverla. Egli avea bisogno di cacciar dall’animo di lei il sospetto che naturalmente avea dovuto nascervi dal cangiamento di nome onde egli le si era per la prima volta presentato.

— È ormai tempo di parlar di affari, disse Eduardo porgendo una sedia a Federico, e sedendosi di fronte a lui.

— Parliam di affari, rispose Federico, senza staccar gli occhi dal volto di Lucia.

— Noi ci siamo trovati esattissimi al nostro convegno, mio caro... Ducastel, n’è vero?

— Ducastel, ripetè Federico, guardando questa volta fissamente negli occhi a Eduardo.

— Oggi siamo al 28 Giugno, continuò questi, e noi ci avevamo scambievolmente promesso di vederci in questa città non più tardi della fine di questo mese.

— E ci siamo: io sono a Parigi da oltre 15 giorni: vi aspettava conimpazienza; ma non ho neppure per un istante dubitato della vostra lealtà. La parola di un Inglese è proverbiale per l’esattezza; e quella del banchiere Horms è nota per la sua rigorosa puntualità.

— Il quadro? dimandò Eduardo con ansietà.

— È pronto rispose Federico; alla fine dell’entrante mese è vostro.

Gli occhi dello scozzese scintillarono di gioia.

— Vorreste permettere a Mistress Horms e sua sorella di ammirare il vostro capolavoro innanzi che il presentiate all’Esposizione?

— Ben volentieri... Ma il tempo stringe, però che pel primo di luglio prossimo debbo consegnare il quadro alla commissione incaricata di ricevere le opere di arte... Vi aspetto dunque domani all’albergoMirabeau, alle undici del mattino.

— Opera maravigliosa! Stupendo lavoro!! esclamava Eduardo, rapito al ricordo delle bellezze del dipinto.

— Mio marito non si sazia di levare al cielo il vostro lavoro, signor Ducastel: comprenderete però e scuserete la nostra natural bramosia di ammirarlo, prima che gli occhi di tutta Parigi si fissino sovr’esso.

— Ascrivo a sommo onore cotesta vostra brama di vedere il mio debil lavoro, Mistress Horms.

Eduardo erasi intanto recato ad uno scrigno, e ne avea tratte alcune cambiali.

— Eccovi una parte del prezzo del vostro quadro: sono dieci banconote su la casa Dufresne di Parigi del valore di cinquemila franchi ognuna.

Federico tolse nelle sue mani le cambiali, le scorse con avidi occhi, e disse:

— Sono in perfetta regola.

Eduardo gli presentò l’occorrente da scrivere.

— È ben giusto.

Federico si sedè e scrisse:

«Ho ricevuto da sir Eduardo Horms, di Glascovia, la somma di cinquantamila franchi, metà del prezzo convenuto del mio quadro rappresentanteLa Preghieraa lui venduto, quello stesso che verrà tra giorni da me esibito alla Grande Esposizione di questa città. Io mi obbligo di consegnargli il detto quadro non sì tosto cessata la pubblica mostra di Belle Arti. —Parigi 28 giugno 1829.Ferdinando Ducastel.»

«Ho ricevuto da sir Eduardo Horms, di Glascovia, la somma di cinquantamila franchi, metà del prezzo convenuto del mio quadro rappresentanteLa Preghieraa lui venduto, quello stesso che verrà tra giorni da me esibito alla Grande Esposizione di questa città. Io mi obbligo di consegnargli il detto quadro non sì tosto cessata la pubblica mostra di Belle Arti. —

Parigi 28 giugno 1829.

Ferdinando Ducastel.»

Eduardo gittò gli occhi sulla scritta di Federico, e stette qualche tempo a considerarvi sopra. Federico si affrettò a dire:

— Non abbiate alcun dubbio per la diversità del nome. Il mio quadro porterà all’Esposizione il nome di Ferdinando Ducastel... Federico Lennois più non è....L’autore del quadro la preghiera non è Federico Lennois.

Eduardo intascò la ricevuta di Federico, e sembrò al tutto sicuro della lealtà di suo fratello e della validità dell’obbligazione da lui fattagli.

La conversazione si raggirò sovra altri soggetti, ai quali presero parte eziandio Lucia e Marietta.

— Ho letto testè nelDèbats, disse Eduardo, che S. M. il Re Carlo X è venuto da S. Cloud in questa capitale per vedere nel palazzo del Louvre il dipinto del suo primo pittore, il Barone Gèrard, nel quale questo artista ha rappresentata l’epoca memoranda della incoronazione del Re nella Cattedrale di Reims. Avete veduto questo quadro?

— Sì, rispose freddamente Federico, è un bel lavoro.

— Oh! son così rare in Francia le belle dipinture! esclamò Eduardo. Io sono sicuro che quando Parigi contemplerà l’opera vostra, andrà superba del vostro nome; ma sono anche sicuro che voi non avreste fatta quella magnifica creazione, se non vi foste ispirato al cielo d’Italia: non è vero, Ducastel?

— Verissimo: quel quadro è un lavoro italiano, disse cupamente il Francese.

— Oh come sono felice di esserne il possessore! esclamò Eduardo: conto tra i più be’ giorni della mia vita quello in cui venni a visitarvi a Pisa.

— Ed io tra i più fortunati.

Federico si alzò per accommiatarsi da quella famiglia.

— A domani adunque, Mistress Horms; vi aspetto alle undici allo AlbergoMirabeau, strada dellaPace.

— Non mancherò di procacciarmi il piacere di ammirare il parto del vostro sublime pennello, sig. Ducastel.

Lucia porse la sua destra all’artista, il quale strinsela nella sua.

— A rivederci, Mistress Horms; addio felice Eduardo.

— Addio, fratello: per l’ultima volta permetti che io ti abbracci come Federico Lennois.

L’artista portò l’indice della destra alle labbra, significando che quel nome avesse a tacersi per sempre; indi s’inchinò alle due donne, e partì, gittando su Lucia uno sguardo onde costei fu scossa e rabbrividì.

— Com’è pallido! disse Marietta... Ho capito ben poco di quanto avete detto fra voi. Maledetta lingua francese che non vuole entrarmi in testa!

Avvicinatasi poscia alla sorella, e mettendole un braccio sul collo, le disse:

— Ci è del Daniele in quell’uomo; or me ne sono accorta, e son sicura di non ingannarmi. Sarà un grande artista, ma non sarebbe un buon marito, n’è vero, illustre sorella?

Lucia era rimasta pensosa, e non rispose che sorridendo sbadatamente alla fanciulla.

Eduardo che avea accompagnato il Lennois fino all’uscio del salotto, ritornò stropiccicandosi le mani, come chi è contentissimo del fatto suo; e venne a sedersi tra i tre suoi cognati per prender parte a’ loro innocenti sollazzi.


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