Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla: tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.
Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava ilPrincipee leStorie, loro servo fino allora senza prevedere la nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia. Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelleStorie, come nelPrincipe; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla congiura Soderini doveva essere noto.
I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.
E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria. Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo aveva finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che aspettava la repubblica fiorentina.
Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un grande ingegno.
Quando, morta la repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i Medici, si nascose per lungo tempo a tutti nella loro cappella e scolpì sulle loro tombe le più tragiche figure, che vanti ancora la storia dell'arte: così sfogò il proprio dolore, e interrogato lo spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale sola tutta l'opera letteraria del Macchiavelli.
Ma Buonarotti era un genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al cuore.
Dopo quest'ultimo sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli ammalò e morì con tutti i conforti della religione. Fu suprema ipocrisia, suprema indifferenza, che consente nel costume universale, o una vera conversione? Forse un po' di tutto, perchè le opinioni del suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo carattere nell'ora estrema.
Sepolto in Santa Croce nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa di funerali nè rimpianto di popolo. La sua famiglia si estinse presto; la cappella, passata in altre mani, cadde in tale abbandono che non si potè più indicare il luogo preciso della sua sepoltura. Quasi tre secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si fece la prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose l'ampollosa iscrizione:
E Dante e Buonarotti e Galileo, che gli dormono accanto, dottorFerroni?!
Poichè di ogni uomo, per quanto grande, una parte muore, quale è dunque nell'opera del Macchiavelli quella che rimane? I suoiDiscorsihanno davvero fondato la scienza storica, il suoPrincipestabilito la scienza politica, le sueStorieiniziato il metodo storico? Lo si è affermato molte volte, ma nessuno de' suoi più ferventi ammiratori è riuscito a provarlo.
Come reazione al medioevale concetto mistico della vita i suoi Discorsi non sono che una negazione; all'ipotesi della legge divina Macchiavelli sostituisce come verità suprema la realtà effimera del fenomeno. La sua teoria è quindi più angusta e più falsa della precedente. La sua storia non ha perciò altra legge che la gravità di un fatto, il quale ne sposta o ne schiaccia un altro. La sua legislazione prescinde dal diritto, il suoPrincipeè la soppressione di ogni governo nella unificazione personale di tutti i poteri. La sola idea che in esso valga è la negazione della moralità privata nell'azione storica ma negazione impotente che non si converte in affermazione trovando quale possa essere la moralità della storia. Macchiavelli non sente che l'umanità non può essere diversa dall'uomo; se l'individuo ha una morale, l'umanità deve averne un'altra, e ambedue sono egualmente vere. Il loro antagonismo apparente nella vita dovrà conciliarsi nella storia.
Macchiavelli sacrificò egli le proprie teorie all'ideale della patria? La sua utopia, se pure può chiamarsi così, fu in lui coscienza di filosofo o di uomo? Come coscienza filosofica sarebbe stata sistematica, come coscienza umana sarebbe stata operosa; Macchiavelli la contradisse in tutte le opere e la dimenticò sempre nell'azione. Una utopia e un disegno, la sua fu un'aspirazione. Desiderare uno stato nazionale non è concepirlo; concepirlo allora sarebbe stato trovare una combinazione inattuabile ma organica, nella quale tutti gli Stati di allora o si fondessero o si confederassero in un corpo, mettendo in questo corpo una coscienza, tracciando una legislazione, coordinando le varietà nell'unità, le differenze nelle funzioni, le funzioni nei poteri. Macchiavelli espresse l'aspirazione che era in tutti gli spiriti colti di allora, potè appassionarvisi meditando o fantasticando, ma non passò mai dal sogno al disegno, dal disegno allo studio dei mezzi.
Le sue Storie non afferrarono nè il concetto del medio-evo nè quello del rinascimento. Il medio-evo per raccontarlo bisognava intenderlo, e Macchiavelli lo sopprime. Il medio-evo è il mondo delle invasioni sul mondo romano, col cristianesimo sul paganesimo, colla scolastica sopra Aristotile, col papato sopra la chiesa, coll'impero sopra la feudalità, colla nuova individualità sopra l'antica, con un'altra unità nella storia, un altro principio e un altro fine in entrambe. Il mondo antico ebbe la città, il mondo nuovo ha il comune: il mondo antico si basava sulla servitù, il mondo nuovo sulla libertà; in questo l'uguaglianza spirituale preparava tutte le altre, in quello le differenze storiche distrussero tutte le forme nelle quali si erano realizzate. Il mondo barbaro si riunisce nelle invasioni, il mondo cristiano nelle crociate. Macchiavelli, che cita una volta sola Dante, non sospettò il medio-evo. Le sue Storie sono una successione di drammi, nei quali la politica è al tempo stesso anima e decorazione.
Il risorgimento è un fiore che spunta sopra un albero che muore.
Il mondo di S. Tommaso e di Dante, di Gregorio VII e di Barbarossa, delle crociate e delle invasioni, della fede e delle barbarie, dei santi e dei vassalli, dei signori e dei comuni, dell'imperatore e del papa scompare; l'uomo moderno libero nella coscienza, nella vita e nella storia s'inoltra. Tutto rovina intorno a lui; Copernico gli dà il cielo, Colombo l'America, Lutero la libertà, Guttemberg la cultura universale colla stampa, Cesalpino il moto nel sangue, frate Bacone l'uguaglianza militare colla polvere, gli artisti il senso della vita, gli eruditi i secreti della tradizione, gli scienziati la padronanza della natura, i filosofi la sovranità del pensiero. Nel risorgimento la prima tendenza politica è la nazionalità, conseguenza della individualità: si costituiscono i regni sulla base delle razze, nell'orbita del possesso storico. Per arrivare all'unità bisogna quindi passare per l'unificazione, che avrà un processo dispotico. Ecco la necessità che uccide i comuni. Il dispotismo per sopprimere tutti gli antagonismi deve divorare tutte le Signorie: la sua livellazione produrrà l'eguaglianza, e la sua pressione fortificherà la coscienza. L'Italia, che ha troppe e troppo antiche differenze, non potrà costituirsi in uno Stato solo: le piccole Signorie si fonderanno in reami e ducati; lo straniero è necessario a quest'opera. La contesa fra papato ed impero è esaurita, il papato dovrà battersi colla Riforma, più tardi unito ad essa contro la scienza.
L'Italia nel risorgimento non è conquistata come credette il Macchiavelli; non è lo straniero che la soggioga, ma italiani che combattono contro italiani. I minimi governi scompaiono, e siamo allo stato col sovrano e col suddito.
L'Italia allora non era guerriera ma artistica, commerciale, industriale, erudita; la sua coscienza era fiorentina, veneziana, milanese, genovese, napoletana, non italiana; il suo ideale non poteva essere diverso. Solo nell'orbita di un maggiore Stato, nell'uguaglianza sotto un re potevano fondersi queste diverse coscienze in una sola. Le ultime passioni d'allora erano medioevali, libertà di comune, odio di fazione. L'Italia, i cui eserciti si battevano così male, aveva dei partigiani che si battevano fin troppo bene; tutta piena di eccellenti capitani, aveva dei venturieri e non una milizia.
Il risorgimento sfuggì al Macchiavelli. Predilesse la repubblica quando diventava impossibile, credè al Valentino che era l'ultima espressione del principe fuso col condottiero, sognò la milizia quando cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la nazione, offrì ai Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse che la religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà per regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà religiosa era la prima.
Come i suoiDiscorsisono senza l'idea del progresso, così il suoPrincipeè senza quella della morale, e le sueStoriesenza l'altra del diritto, e la sua arte senza passione.
Macchiavelli nel proprio secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non ne ha le idee e non ne sente le passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma non lo afferra e si avviluppa in contraddizioni insolubili; chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida appena ne cerca la ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno lo comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada; consiglia il dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e vorrebbe una patria italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è un artista e non parla mai d'arte, è un indipendente sempre in cerca d'un padrone, un libero che ignora la libertà.
Così diventa a sè stesso e agli altri inesplicabile, ma la sua spiegazione sta nel suo secolo, nel quale muore tutto il medioevo e nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte le contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza era solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole l'impossibile e l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima un politico e rimane un letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era succeduto altrimenti; divennero celebri per le opere cui davano meno importanza, ilCanzonieree ilDecamerone. Del resto questa incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più grande fra i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue attitudini e la varietà delle sue opere non lo distraggono come Leonardo, la bellezza non lo appaga come Raffaello, la ricchezza non lo soddisfa, la gloria non lo consola. In un secolo dissoluto è casto, in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la religione; ha tutte le fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane scapolo, non lascia figli.
Come Dante, il suo grande antecessore, sovrasta al medio-evo, Michelangelo domina il risorgimento; entrambi tragici ma sereni, riassumendo il loro tempo, sono universali.
Il cinquecento, che pare tutto corruzione, ha pure una grande sanità nel popolo, che Michelangelo rappresenta: ecco l'avvenire.
La generazione che sta per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a quella che tramonta; Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi, Galileo, filosofi, scienziati, storici, poeti, tutti diventeranno martiri nella coscienza e per la coscienza. Tragedia e carnevale sono finiti, comincia il dramma. La vita diventa una conquista del mondo interiore ed esteriore. LaMandragolae ilPrincipenon si capiscono più; alla delicatezza della forma è succeduta quella del sentimento.
L'indagine si sostituisce alla ipotesi, la prova alla autorità; il papato, che aveva accettato la dedica dei libri di Copernico e di Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi, imprigiona Campanella, brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta che muta l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.
Ma nessuno di questi grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il Macchiavelli nella prosa. Quasi sempre più fluido, spesso più limpido del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza, il rilievo, la sicurezza dei moti bruschi ed improvvisi. La prosa del segretario fiorentino considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di originalità. Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche, tutto vi è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e periodo, tutto è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si svolge, l'avviluppa, la conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore viene alle parole dalle cose, la sonorità vi è ritmata sul sentimento senza che una volontà straniera o un gusto posteriore l'àlteri per abbellirla.
Macchiavelli, che non era un letterato nel senso attribuito allora a questa parola, e che credendosi un politico non scriveva per scrivere ma per esprimere il proprio pensiero reso lucido dall'evidenza della percezione artistica e dalla sicurezza di una dialettica che nessun dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come doveva fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista, forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato un filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli avrebbero disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si obliava nelle proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro favorevoli, erano la sua coscienza e la sua verità di scrittore, giacchè senza l'una e senza l'altra non si può esserlo.
Macchiavelli si è contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè medesimo; nessuno fu meno macchiavellico di lui.
La sua prosa è uno specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero con tale nettezza che a nessuno può venir in testa di credere che fra quella e questo l'ipocrisia abbia calato i proprii veli.
Che se questa gloria di aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo la prosa italiana paresse troppo scarsa agli ammiratori del Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della poesia non dovrebbe sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la differenza non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe egualmente necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni al suo tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette una volta non uscirono più dalla memoria nemmeno di coloro che le respingevano dall'intelletto. Questa immortalità della bellezza se non vale quella della verità, non è seconda a nessun'altra, e Macchiavelli smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza, misurato dalla critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna, può rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a quando in Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà involontariamente alle sue opere, invidiandone quella bellezza d'espressione, nella quale sola il pensiero trova la coscienza di sè medesimo e l'immortalità.
XI. [La Tragedia]
Pare strano a me stesso: in questo libro incominciato come sfogo agli orribili spasimi della mia malattia, non riesco a parlare di me. Un orgoglio intrattabile mi vieta di gettare in pascolo al pubblico dolori che hanno talvolta vinta la mia volontà e fiaccato il mio carattere, giacchè mi sembrerebbe in tal modo di elemosinare coi lenocinii della frase quella compassione, che gli accattoni di mestiere tentano coi lenocinii della voce.
Ho scritto cento pagine sul Macchiavelli in venti giorni, ma d'allora non ho più toccato la penna.
La primavera è tornata, sono ancora a letto. Mi hanno seppellito per tre volte la gamba entro una parete di gesso e mi hanno detto di restare calmo.
Quando potrò alzarmi la debolezza sarà tale che dovrò per qualche mese usare le gruccie.
Così rientrerò nella vita.
Vi sono dei giorni che sento sollevarsi dal fondo dell'anima dei turbini di collera, che fischiano e ruggono come il Simoun può fare nel deserto. Tutta l'energia della mia volontà non può nulla su la mia gamba ferita: per muoverla debbo chiamare la povera Lucia, che me la solleva come un tronco. E tutto questo perchè? Se avessi ricevuto nel ginocchio una palla di falconetto come Giovanni dalle Bande Nere, alla buon'ora! ferita e morte avrebbero un significato; invece sono caduto come l'ultimo degli imbecilli, e quanto soffro e tutto il tempo necessario a guarire è dolore e tempo perduto.
L'inutilità della sofferenza, ecco il dolore del dolore!
Alzate dunque un patibolo davanti ad ogni morente, giacchè val meglio essere ucciso che morire; nel primo caso è una lotta, nel secondo un esaurimento; la tragedia è un diritto dell'uomo, la morte è una fine da animale.
Quante volte mi sono inteso chiedere che cosa sia la tragedia e quanti libri si sono scritti per spiegarla! Ma domanda e risposta egualmente malinconiche confondevano tragedia e morte. No, non è vero. La tragedia non è la morte, ma la morte umana, nella quale lo spirito discende colla coscienza della propria immortalità. Sapendo di morire l'uomo è il solo che non muoia nella natura. L'animale si esaurisce: esso non sa nè come nè quando sia nato, ignora le leggi della vita, non si domanda se il paesaggio nel quale passa abbia un passato, e che cosa sia venuto a rappresentarvi. L'uomo invece interroga, apprende; tutto passa nella natura, ma ciò che è passaggio in essa diventa serie nel suo pensiero; la serie gli dà la legge, la legge gli rivela il secreto. Appena lo spirito pensa sè medesimo, ripensa il mondo nell'antichità della sua geologia e nell'eternità della sua durata. Solo l'eterno può pensare l'eternità.
Ma lo spirito è nell'uomo e non è l'uomo: colui che pensa non è pari al proprio pensiero; il pensiero si realizza in lui e non è lui. L'uomo morrà e il suo pensiero sarà immortale, ecco la tragedia. La morte accade dunque dentro di noi e sotto di noi. Il nostro spirito può contare i passi coi quali si avvicina, studiare il riflesso della sua ombra sulla nostra fisonomia, analizzare le impressioni del suo freddo nel nostro organismo. I sentimenti che nel nostro spirito soffrono e gridano non sono della sua natura, ma saliti dal fondo della nostra animalità si sciolgono come vapori nella impassibilità adamantina del suo cielo.
Che cosa importa al sole delle esalazioni, che incapaci di salire fino a lui ricadono in pioggia a fecondare i campi, che il sudore di tutte le generazioni umane non basterebbe ad inumidire?
La prima tragedia si svolse sulla terra col primo uomo. Era egli un animale perfezionato o una statua animata dal soffio di Dio? In ambo i casi la tragedia fu uguale, giacchè animale era diventato uomo col pensiero, statua riteneva il pensiero che l'aveva vivificata. Ma nella sua coscienza di primo sentì egli tutto ciò che sarebbe accaduto nella sua posterità? In questo mondo, che forse lo guardava colla stessa meraviglia onde era da lui spiato, vide egli l'immensità del teatro che doveva accogliere le tragedie di tutti i suoi nascituri? Quando il sole tramontò la prima volta a' suoi occhi, pensò egli che la morte doveva essere come l'ombra? E quando la luna sorse a diradarla, comprese egli che l'ombra e la morte non erano che apparenze come tutte le negazioni?
Lo stormire delle foreste e il murmure del mare gli parvero voci come la sua, nelle quali più grandi parole esprimessero un più grande pensiero?
In questo secolo si è potuto rifare la preistoria, ma chi ci darà la psicologia del selvaggio? Chi analizzerà i sentimenti che la sua lingua non può tradurre e hanno impresso sulla sua faccia quella terribile immobilità contemplativa, davanti alla quale la temerità della nostra analisi, che ha decomposto Dio, si arresta interdetta?
Poi la tragedia divenne storia appena l'uomo invece di battersi colla natura si battè con sè medesimo. Alla terribile seduzione dell'ignoto, colla quale la natura attirava il selvaggio negl'antri delle selve e nelle voragini del mare, la storia sostituì l'attrazione delle idee, e gl'individui si avventarono verso di esse, generazioni intere si slanciarono, popoli innumerevoli si precipitarono, e muoiono ancora gli uni sugli altri per estrarle dagli abissi dello spirito, donde fiammeggiano cerulamente come le stelle nelle alte notti sull'oceano. Tutto passa e non ne resta nella scienza e nella coscienza che un'idea: ideale per le genti che volevano conquistarla, ricordo per le genti che l'hanno ereditata.
Il popolo più grande nella storia è il più tragico, l'ebreo, che si immola al conquisto di Dio: l'uomo più grande è Cristo, che si lascia uccidere per diventare Dio, e lo diventa.
Tutto è tragedia. Se il popolo vi è inconscio e nel giubilo delle proprie forze vi agisce obbliando la fine, la tragedia diviene epopea, e allora il suo canto ha la sonorità delle onde, l'impeto del venti, la trasparenza del cielo. Ovunque l'epopea è uguale a sè stessa. L'uomo vi si muove in una superba giocondità, che lo rappatuma colla natura da lui chiamata a parte del suo trionfo sulla idea nella quale si trasfigura: ma l'epopea è breve e non si rinnova mai più. Pochi popoli vi arrivarono, nessuno vi è ritornato. E non appena il canto epico finisce, comincia il coro tragico. La grande idea, nella quale l'anima del popolo sperava di quietare, diventa un promontorio da cui si scorgono più radianti lontananze, una stella dal lembo estremo della quale si vedono carovane di stelle migrare per l'infinito.
E la tragedia riappare nella severità del proprio pensiero, mentre il suo ritmo è spezzato dai singhiozzi dei morenti sotto lo spasimo della nuova disillusione. Ma se nell'epopea il popolo si era sollevato in massa, slanciandosi collo sforzo di un sentimento comune verso il prossimo ideale che lo inondava di luce e di calore, nella tragedia vera il popolo guarda aggrondato in cupo silenzio i suoi più intrepidi eroi ripetere soli quel conato, che tutti avevano fatto e che a tutti per un momento era sembrato trionfare.
È l'era dei grandi individui. Qualunque sia l'idea alla quale s'immolano o il fatto nel quale soccombono, la loro tragedia non muta: mentre tutto il popolo guarda nell'immobilità della stanchezza o nel terrore della disperazione, essi soli osano levarsi. Che la loro fronte sia coperta da un elmo o da un'infula, la loro mano armata di spada o di compasso, si avanzano verso la morte. Il progresso umano esige in quell'ora il sacrificio dei migliori, perchè solamente la loro morte può rendere intelligibile a tutti il secreto della legge che la storia sta per rivelare.
Ma al momento culminante della tragedia il popolo, che non capisce quasi mai, maledice l'eroe morente per lui. È questa la suprema differenza della tragedia colla epopea. Nell'una l'eroe è acclamato prima della battaglia, sostenuto in essa da tutti i voti, pianto dopo di essa da tutti gli occhi: nell'altra l'eroismo è come un insulto alla impotenza del popolo, che spia quindi arcigno la lotta cercando nella catastrofe una ragione alla propria inerzia.
Eppure di tutti i destini individuali il più degno d'invidia è il più tragico.
Se nell'epopea l'eroe rappresenta il popolo, nella tragedia lo riassume, giacchè vi compie la vita della propria generazione iniziandola in quella della generazione non nata. L'epopea è un meriggio, la tragedia un'aurora, nella quale la esultanza della luce erompe dalla lacerazione delle tenebre.
La tragedia antica, la massima rimasta nell'arte, ha per tema un Dio, non in quanto è tipo religioso ma per quanto si mescola nella vita umana e vi opera. Amore ed eroismo vi sono quindi espressi con un'altezza di sentimento e di linguaggio quali l'arte posteriore non seppe nemmeno più comprendere. Le prime battaglie significate nelle prime tragedie esprimono o la lotta che l'individuo spirituale impegna colla natura, e vi brilla il raggio giocondo dell'epopea; o quelle che impegna con sè medesimo, e sono la vera tragedia nella quale la vittoria o la morte diventano egualmente impossibili. Ercole può acquetarsi nell'amore o morirvi: Prometeo è immortale, e non può nè vincere, nè morire, nè essere liberato. La battaglia che il suo spirito ha cominciato coll'infinito ricomincerà a ogni ora, in ogni uomo, in ogni popolo. Tutti vi saranno uguali. Nell'epopea la gerarchia sembra costituire o almeno risultare dall'eroismo; nella tragedia il grande pensatore e il selvaggio, l'austero e il dissoluto, il mistico che crede a tutto e lo scettico che dubita di tutto, saranno egualmente trattati. Se la loro ragione cercherà di evitarla, il loro istinto la troverà nelle proprie profondità; la tragedia è nel pensiero umano, che limitato dalla propria umanità sente l'infinito e l'eterno non potendo nella propria forma momentanea essere nè l'uno nè l'altro.
E mentre la prima tragedia si ripete nella immobilità dei proprii dati a traverso tutte le generazioni, scoppiano fra di esse i drammi storici composti di tragedia e di epopea. In essi l'urto non è più fra il pensiero umano e il pensiero cosmico, ma fra il pensiero storico di una generazione e quello della serie alla quale essa appartiene. Il ritmo dei periodi e delle forme storiche regola i mutamenti della scena e delle parti; i maggiori individui dì ogni generazione non recitano che nei prologhi e nei finali, giacchè il loro ufficio è doppio e debbono significare in sè stessi la morte e la risurrezione. La loro vita si diffrange in questo sforzo per ricomporsi nella idealità del tipo storico.
Nessuna generazione di popolo è quindi senza tragedie. La loro sceneggiatura potrà variare dall'olocausto all'assassinio: i personaggi avranno o crederanno di avere in sè stessi scopi ben più piccoli di quelli pei quali muoiono, e daranno della loro inevitabile sconfitta finale meschine ragioni di più meschini errori commessi; ma la fatalità delle idee, che per tragica spira discendono dall'infinito spirituale nella realtà storica, saranno le vere cause delle loro catastrofi.
A distanza di secoli le grandi vittime si rimandano il medesimo grido di dolore e di orgoglio; a distanza di continenti e di mari le cime tragiche si veggono l'una l'altra, e Cristo morente si volge verso il Caucaso, e Napoleone da Sant'Elena guarda verso il Golgota.
I più grandi uomini, che conchiusero o iniziarono le più grandi epoche, soccombettero nelle più disperate tragedie, Mosè morì sul Tabor, Cesare sotto il pugnale di Bruto, Alessandro nelle acque del Cidno: Colombo, che scopre l'America, ne ritorna carico di catene, il rogo brucia quasi tutti coloro che agitano nelle tenebre la fiaccola del pensiero, il trionfo è negato a tutti quelli che vincono nel campo dell'idea. La tragedia del pensiero umano col pensiero cosmico ricompare nei drammi storici, nei quali il grand'uomo non può interamente assorbire nè la generazione che spinge nel futuro, nè indovinare quella che ne evoca; e allora tutto quanto rimane fuori di lui, o dietro alle sue spalle nella storia del suo popolo, o davanti alla sua fronte oltre i raggi de' suoi occhi nel destino del popolo che sta per sorgere, si congiunge sul suo capo come un'immensa vôlta che si abbassa e lo schiaccia.
Una più tragica necessità aggiunge ancora la commedia alla tragedia. Quindi tutte le generazioni innumerevoli dei piccoli si addossano feroci al grand'uomo per rattenerlo lungo la via, o insinuare almeno nell'eroico dolore della sua meditazione lo spasimo della loro mordacità animalesca; e lo odiano come non possono odiarsi fra sè medesimi, e lo perseguono col coraggio che la coscienza del numero dà agli insetti e l'inconscio dell'istinto ai bruti. Dietro al tallone di ogni Achille vi è sempre un Tersite, a fianco di ogni Sigfried vi è un Hagen.
La commedia ride delle ferite che prodiga senza accorgersene, e ha ragione; ma ride anche di quelle di cui s'accorge, e ha torto. Nullameno, le sue bassezze sono necessarie all'altezza della tragedia per attirare l'attenzione di coloro, che migrano nella storia e guardano continuamente indietro per rinvigorirsi il coraggio di andare avanti.
Mentre la tragedia segna il passaggio di un periodo ad un altro, e quindi ha per ragione di dolore e di grandezza la differenza fra la totalità di quanto una generazione morente consegna a quella che nasce e la piccola originalità che vi aggiunge, differenza e contraddizione che spiegano il disprezzo delle generazioni pei proprii grandi troppo preoccupati del futuro; la commedia invece è tutta circoscritta nella vita storica della generazione che la produce. E come non può abbracciare tutta la sua vita, giacchè cogliendone l'agonia si muterebbe in tragedia, così in quella stessa dell'individuo non può cogliere che un momento, il quale isolato diventa falso. La commedia non esprimerà mai tutto l'uomo, non potendo farlo morire: ma se non può farlo morire, non può nemmeno farlo vivere. La vita comica nell'arte e nella natura non sarà mai che un frammento ingannevole della vita reale.
Se la commedia tripudia nella gioia del proprio istante, presto si cangia in farsa; se pensa nel proprio tripudio e sale fino alla satira, tramonta tosto nella tragedia. Essa non è dunque che un sorriso su due labbra fatte per parlare o in due occhi aperti per vedere.
L'efficacia delle rappresentazioni comiche e tragiche è quindi profondamente diversa: il riso suscitato dalle prime inclina l'anima verso il piacere irreflessivo del sentimento, l'angoscia eccitata dalle seconde l'innalza sulla cima più alta del pensiero, scoprendole il destino del quale vive e del quale deve morire.
Nessun grand'uomo è passato senza tragedia nella storia. Quando la catastrofe non potè livellare la sua testa alle altre colla mannaia, la sua vita sopportò tutta la contraddizione che parve mancare alla sua morte. Il presente fu per tutti i grandi uomini una carcere, donde spingevano il pensiero nel passato e nel futuro: il loro linguaggio non era quello dei discorsi loro indirizzati, la loro parola suonava come un'eco che rispondesse ad echi lontani. Sulla loro fronte, che di rado il diadema segnò del proprio peso, le rughe s'impressero ben presto; i loro occhi avevano e comunicavano l'abbarbaglio d'invisibili visioni. Invano talora i piccoli impietositi offersero loro con ingenua vanità il conforto della propria ammirazione: una superba malinconia isolava quegl'inconsolabili e metteva sulle loro labbra un triste sorriso perfino nel tumulto dei maggiori trionfi.
No, non compiangete, non adorate! Lasciate Cristo morire sulla croce: tutta la vostra riconoscenza non vi farà penetrare nel secreto della sua bontà; lasciate Socrate bere la cicuta: il perchè del suo eroismo resterà sempre un mistero per voi che non l'avreste fatto; lasciate Dante errare nell'esilio: cacciato da Firenze discenderà nell'altro mondo; lasciate Colombo ritornare dall'America carico di catene: egli che l'emancipa, ne riporta le catene all'Europa che deve spezzarle; lasciate Napoleone morire a Sant'Elena: egli che ha liberato l'Europa dal dispotismo, ultimo despota deve finire prigioniero; lasciate Garibaldi esulare a Caprera: egli ha fatto l'Italia; che cosa potreste voi fare per lui?
Che cosa v'importa se Galileo diventa cieco e Beethowen sordo? Non sono già gli occhi che scoprono i segreti della natura, o le orecchie che ne sorprendono le armonie. Che cosa v'importa se Camoëns muore all'ospedale e Giannone in carcere? I loro poemi e le loro storie non saranno per questo meno liberi, poichè la fortuna della vita non ha mai influito sulle opere dei grandi. Essi vivono soli: anche quando il mondo li acclama si sottraggono per un invincibile orgoglio alle ovazioni. Vittor Hugo si rifugia a Guernesey, Carlyle si chiude nel proprio studio come in una cella, Wagner erra per tutte le campagne come un bandito.
Lasciate passare la tragedia del pensiero e andate piuttosto a criticare quella dell'azione. Ieri è morto Gambetta, fondatore della terza repubblica francese, giovane, nell'apoteosi della vittoria: Bismark, il suo gigantesco rivale, ha taciuto e forse per ciò tutti gli altri hanno parlato sul destino di un uomo, che diventerà un'epoca nella storia del proprio popolo. Cavour morì come Gambetta; Mazzini, che era già stato vinto prima, venne a spirare in Italia come le rondini vecchie tornano, potendo, a morire sotto il tetto della casa nella quale nacquero. Che cosa hanno pensato tutti questi grandi all'ultima ora, mentre i piccoli ciarlavano sapientemente della loro opera e cercavano fra sè stessi il loro successore? Vela, scolpendo la testa di Napoleone I morente, è forse riuscito ad esprimerne il supremo pensiero in un dolore che i muscoli non sentono più e in un'idea che la morte non può colpire: ma il tragico capolavoro rimane per sempre un mistero, perchè una maschera non è un viso, nè una espressione della sua fisonomia tutto il suo pensiero.
La tragedia artistica non può contenere tutta la tragedia spirituale nella propria azione.
Se Cristo non avesse predicato ed agito, forse che non sarebbe stato Cristo egualmente? O forse che Cristo non pensò oltre quello che disse e non volle oltre quello che operò? La sua tragedia nella storia non è dunque che una scena di quella che in lui si svolse, e forse la sola accessibile al mondo e quindi la più bassa. Il Cristo vero è quello che non conosciamo, ma indoviniamo confusamente attraverso le sue opere e le sue parole.
La tragedia artistica ha per limite e quindi per negazione l'azione. Eschilo ebbe d'uopo d'una favola per scrivere il Prometeo, che gli riuscì grande oltre i confini della medesima.
La tragedia del pensiero balenò allo sguardo di Shakespeare quando scrisse l'Amleto, poichè l'infelicità del suo principe danese non deriva già dall'assassìnio del padre o dall'incesto della madre, ma dalla contraddizione di una coscienza eroica col mondo, nel quale anche fuori della propria famiglia avrebbe trovato gli stessi dolori e gli stessi delitti. Amleto non è un malato, padre di tutti i futuri romantici come si è preteso; allora non sarebbe tragico, perchè nella tragedia occorrono due forze egualmente libere. Ma è l'uomo che si libra col pensiero al di sopra della propria condizione, oltrepassando i confini del proprio tempo, sfondando le convenzioni della morale e della religione per affacciarsi fra le loro rovine all'infinito. Il suo dolore è profondo ma sano, come sicura la sua opera e puro il suo amore.
Ma neanche a Shakespeare fu concesso di rappresentare la tragedia del pensiero: il suo abbozzo rimasto nella storia dell'arte accanto al Prometeo di Eschilo non è che ombra ed eco.
Se l'arte potesse giungere nelle proprie rappresentazioni alla tragedia del pensiero, i suoi tipi, troppo più alti di Prometeo e di Amleto, si chiamerebbero Satana e Cristo: ma Dante si è esaurito nella caricatura del primo e tutto il cristianesimo si è estenuato nella spiegazione del secondo.
E vi è nella vita e nella storia una posizione più tragica di tutte quelle trovate dall'istinto artistico, nella quale periscono i grandi uomini indarno preparati dalla natura ai grandi avvenimenti. Non è vero, non è possibile nemmeno come ipotesi che i massimi genii sieno soli e un tegolo caduto per caso sulla testa di un ragazzo, che si chiamava Cesare o Napoleone, potesse arrestare o deviare la storia del mondo. Bisogna che nel disegno della storia molti individui fossero capaci di quella stessa funzione, nella quale uno solo appare per ragione di unità. Nessuno ha mai saputo o saprà mai in qual luogo o in quale circostanza la storia avesse dato la posta a questi grandi sconosciuti e per quale accidente, uguali nelle forze e nella coscienza delle intenzioni, arrivassero a tali distanze di tempo che il primo diventò l'unico, e l'ultimo non fu sospettato da alcuno. Forse il fatto che li rattenne fu frivolo e l'ostacolo leggero, perchè la storia non avendo più specialmente bisogno di alcuno fra essi era indifferente ai loro nomi. La loro giovinezza ebbe le medesime ansie e i medesimi sogni; la loro vita era scissa: saranno sembrati stravaganti se non pazzi ai mediocri ragionevoli che li circondavano. Ma quando venne l'elezione e l'eletto si chiamò Cesare, tutti gli altri innominati sentirono il coperchio del sepolcro racchiudersi sopra la loro anima.
Perchè si parla dunque ancora della Maschera di ferro, di questo povero gemello di Luigi XIV, che morì alla Bastiglia senza aver mai potuto mostrare il volto? Non è dunque una maschera il viso di ogni uomo grande, al quale gli avvenimenti non consentono di mostrarsi? Che cosa è più il pugnale di Bruto o lo scoglio di Sant'Elena, che conchiudono una vita gloriosa nella quale l'individuo assorbì tutto un mondo, dinanzi a questa prigionia nell'ombra e nel silenzio sofferta dai rivali, cui fu contesa l'espressione del pensiero e l'azione della volontà?
Dov'è il poeta che scenda in questo abisso e sappia poi descriverlo?Da chi sarà compreso questo poeta degl'incomprensibili? PerchèMichelangelo e Kant, vecchi, a distanza di secoli pronunciano lastessa parola: sono stanco?!
Immaginate Cristo muto e paralitico, e ditemi se l'impotenza ad agire non sarebbe stata per lui più straziante di tutti gli strazii che la fantasia de' suoi credenti ha poi accumulato nella sua passione?
Ah! non turbiamo con questa tragica curiosità la tragedia di coloro, che portarono nella eternità il rimpianto di avere inutilmente vissuto!
Una strana leggenda circola nei giornali sopra Emilio de Girardin,
Da quando giovinetto ebbe i primi sogni di gloria egli non chiuse più la porta del proprio appartamento. Una notte un amico va a trovarlo per un bisogno improvviso. Suona, il portinaio della casa gli apre, infila correndo le scale, arriva all'uscio di Girardin: è socchiuso. Un sospetto lo turba, ma non si ferma, entra. La camera è buia, Girardin dorme. Al rumore si sveglia.
—Ah!
—Come mai, esclama l'amico che aveva già acceso un fiammifero, il tuo uscio è socchiuso?
—Lo lascio sempre così.
—Perchè?
Un lampo passò negl'occhi di Girardin:
—Se fosse chiuso, il solo ritardo necessario ad aprirlo potrebbe farmi perdere l'occasione suprema della mia vita.
L'altro, che non comprese, alzò le spalle.
Un giorno a Girardin vecchio fu chiesto col sardonico sorriso della gente seria, se adesso chiudeva l'uscio.
—Ieri per la prima volta: ho compiuto i settant'anni. Troppo tardi!
Troppo tardi, l'ultima parola di tutti i destini falliti.
XII. [Dogali]
Pur troppo è vero!
Il 26 Gennaio Ras Alula ha sorpreso la colonna De Cristoforis, spiccata da Monkullo per soccorrere il maggiore Boretti assediato in Saati, e l'ha distrutta sulle alture di Dogali. Tutti i giornali sono frementi della truce novella: la Camera ha tumultuato, il popolo si è scosso per le piazze all'odore del sangue. È parso come un vento infocato del deserto che passi per la frigida e grigia atmosfera del nostro inverno, sulle nostre coscienze, che dopo le vampe luminose della epopea garibaldina si erano adagiate nel crepuscolo secolare della nostra vita di servitù.
L'impresa d'Africa, se pur merita questo nome, nacque secretamente fra le file diradate del partito, che Cavour aveva con temerità pari alla destrezza condotto alla doppia vittoria sull'Austria e sulla rivoluzione. L'audace statista, che aveva arrischiato la spedizione di Crimea, non sospettò forse, morendo, che i suoi epigoni sarebbero costretti a ritentarne la caricatura sulle coste africane memori ancora del nome romano. Nessuno in paese e alla Camera dubitò sulle prime della cosa: si parlava di una striscia di lido comprata sul Mar Rosso, di una specie di rada, nella quale le future navi del nostro futuro commercio coll'Oriente avrebbero potuto riparare. Di sbarco, di guerra, di conquista neppure una parola; quella sabbia se valeva poco costava anche meno.
Poche capanne vi formavano un villaggio: selvaggi mendichi respinti da guerre interne, o indefinibili mercanti, o avventurieri abbandonati dalle navi di tutto il mondo, vi formavano una popolazione senza fisonomia e senza passato.
Quando si seppe che il Governo vi aveva spedito una brigata di carabinieri, fu per tutto uno scoppio di lazzi; le caricature fioccarono nei giornali, si rideva allegramente di una meschinità che avrebbe dovuto impensierire. Poi vi furono compromessi coll'Egitto, fortilizi abbandonati dalle sue truppe alle nostre: quindi Massaua di villaggio si mutò improvvisamente in capitale senza contrada nè popolo; si discusse di una diga che ne allacciasse l'isoletta al continente, di fortificazioni che dovevano proteggerla da nemici allora insupponibili.
E la gente rideva ancora.
Poscia si aperse l'Esposizione di Torino, mercato delle poche ricchezze dell'arte italiana, nella quale un villaggio medioevale costrutto colle leggi prospettiche di un scenario, col suo castello medioevale in fondo, improvvisato, falso, più meschino di un balocco, più ridicolo ancora dell'idea d'onde era nato, più labile forse dello stesso scopo cui era destinato, fu la sovrana meraviglia e il vanto più orgoglioso. Gli affreschi vi erano dipinti sulla tela, ma i camerieri vi portavano le assise degli antichi servi. Il castello, invece di sorgere sui monti armonizzando con essi la propria architettura, era nascosto nel fondo di una pianura oltre il Po; le case che vi conducevano non avevano che la facciata, ma in compenso nelle loro botteghe imitatamente vetuste artieri moderni abbigliati all'antica vi facevano per la curiosità dei passanti, addottrinati da appositi ciceroni, le stoviglie di un tempo. Era una mascherata nella quale arte e scienza, storia e patria facevano la più umiliante delle figure.
E parve alla stampa che giammai il genio italiano avesse avuto più nobile e meravigliosa fantasia.
A quel castello, nel quale alcuni illustri sedotti da tutte le amabilità della lode, dovevano tenere conferenze sulla vita spirituale e storica del quattrocento, capitarono non meno vilmente e ipocritamente mascherati alcuni indigeni di Massaua, una specie di regina con un paio di guerrieri. Era il Ministero, che imitando per profondi concetti politici la profondità concettosa del Comitato della Esposizione, il quale fabbricava in fondo ad un vicolo di Torino un castello alpigiano nelle proporzioni di un ninnolo per iniziare i borghesi del nostro secolo ai segreti del quattrocento, mandava in giro per le grosse città italiane tutta la dinastia e tutto il popolo della sua nuova compra massauina vestiti come i pagliacci che girano per le fiere nei carrettoni; ma dinastia e popolo non erano ancora abbastanza numerosi per riempirne uno solo.
Allora la gente non rise più, si compiacque. Si cominciò a credere che la costa comprata fosse più che una costa; nelle fantasie si accrebbe il numero degli armati speditivi dal Governo: l'antico orgoglio delle conquiste sopravissuto nella rettorica di tutti i nostri secoli, si levò nuovamente per affermare che il Ministero, malgrado le meschine apparenze da lui date all'impresa d'Africa, fosse composto di grandi uomini intorno ad una grande idea.
Intanto l'Africa aumentava di anno in anno il proprio fascino sulla coscienza italiana. Le sue notizie correvano attraverso quelle del resto del mondo, respingendole, per entrare prime nello spirito di tutti. L'ultimo dei Napoleonidi, fanciullo infelice ed imbecille, era andato a morire, coscritto inglese, all'estremo capo dell'Africa contro una popolazione superba e feroce che l'aveva trucidato. L'immensa epopea del primo impero, depravata in lurido dramma dal secondo imperatore, finiva in un meschino e sanguinoso aneddoto entro un lago d'erba nell'interno dell'Africa. Il primo Napoleone era morto alto sull'Oceano nel cospetto del mondo; l'ultimo soccombeva sotto le zagaglie di pochi selvaggi, perchè cavallerizzo timido ed inesperto non era riuscito ad inforcare la sella del proprio cavallo fuggente.
Poi Gambetta, il Dittatore che colla gloria delle proprie sconfitte aveva riparata l'infamia della resa di Sèdan, ritentava l'esperimento delle armi francesi contro i Crumiri oltre i confini dell'Algeria: la Spagna vegliava sul Marocco, l'Inghilterra stava fisa all'Egitto colla mano fremente sulla corda dei propri cannoni. L'Olanda minacciava di voler risottomettere i suoi Boeri, la Francia risaliva il Senegal, il Belgio con abilità di mercante e sapienza di scienziato si preparava alla conquista del Congo, accodando il proprio re al più intrepido dei viaggiatori del secolo, l'americano Stanley.
Mentre il Governo italiano comprava qualche chilometro di arene lungo il Mar Rosso e menava per le piazze le mascherate de' suoi nuovi cinque sudditi, ogni mattina i giornali italiani levavano l'inno augurale a giovani viaggiatori che partivano per l'Africa. Nessuno prima li conosceva e in un attimo diventavano celebri. Una gloria improvvisa e malinconica circondava il loro nome, un interesse tragico rendeva prontamente noti tutti i particolari della loro spedizione. Nessuno sapeva bene a che cosa intendessero, arrischiando così le loro floride vite, ma ognuno si sentiva lusingato dalla intrepidezza dei loro propositi, sperando non so che da questi viaggi senza ritorno nel cuore dell'Africa rimasto sempre chiuso a tutti gli sforzi della civiltà mondiale. E nullameno non erano nuovi nè l'idea nè il fatto di tali spedizioni. Anche trascurando quelle continue dei missionarii, che hanno tanto arricchito in questo secolo le scienze archeologiche, vi furono audaci in ogni tempo, che malati della nostalgia dell'ignoto esularono verso tutte le contrade inesplorate e vi soccombettero o ne ritornarono senza destare nell'anima della nazione la profonda emozione appresavi dall'addio dei nuovi viaggiatori.
Qualche cosa era dunque avvenuto fra l'anima europea e africana che, riavvicinandole, le predisponeva ad innamorarsi l'una dell'altra. La separazione storica dei continenti già vinta dalle religioni, dai commerci, dalle immigrazioni, dalla scienza aveva dunque cessato coll'apertura del canale di Suez. L'Africa, diventando un'isola, si riuniva all'Europa, giacchè dalle sponde del nuovo canale l'espansione europea si sarebbe allargata, oltre i suoi immensi deserti, fin sopra i suoi favolosi altipiani. Dopo aver tagliato il suo istmo l'Europa risalirebbe i suoi fiumi, e forse fra non molto congiungendo con un altro canale le fonti non troppo discoste dello Zambese e del Congo la spezzerebbe in due grandi isole per irradiarla della propria civiltà da tutto il littorale e dal centro. Un immenso progetto allaga già il deserto di Sahara e convertendolo in mare vi crea sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; le ferrovie cingono fin d'ora tutte le coste africane con un monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può ricusarne più i beneficii.
Ma l'Africa antica, quale appariva alla sbigottita fantasia europea di pochi secoli fa, non è ancora tutta vinta. Il suo clima è una vampa, il suo deserto un infinito, la sua aridità una maledizione: oltre i suoi deserti un baluardo d'inaccesse montagne, sulle quali echeggia il ruggito del leoni, ne fende il centro, che la vecchia geografia chiamava Nigrizia. Che cosa vi era dunque in questo centro? Le fantasie dell'arte e della scienza vi si sbizzarrirono nelle più orribili ipotesi, nei sogni più spaventevoli. La civiltà dell'Egitto non era stata africana ma mediterranea, fecondata dall'acqua, solcata dal Nilo e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, aveva sinistramente atteggiato la sua così spirituale religione. Ora si sa che oltre quei monti vi sono territorii incantevoli, sui quali vive la più feroce razza che forse il sole abbia annerito. Una feudalità selvaggia vi sminuzza l'impero in minime tirannie, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il supremo divertimento: i suoi monumenti sono ancora di teschi, le sue vie segnate da ossa. L'antica favola delle Amazzoni vi è ancora una verità nell'impero del Bahomey, che ha il proprio esercito composto di donne: i sacrifici di Moloch, nausea e spavento dell'antico mondo, vi si celebrano ancora ai funerali dei re, nei quali si trucidano migliaia di mogli e di servi.
L'Africa, che ha avuto una civiltà propria sulle coste oggi ancora efficace nella civiltà mondiale, giacchè senza Tebe ed Alessandria la storia è impossibile; che da molti secoli ospita l'Europa sui proprii lidi ripetendovi in molte città la gloria solitaria di Cartagine; che si è lasciata penetrare dai due massimi sforzi religiosi, cristianesimo e maomettanismo; difesa nel centro da monti e deserti egualmente inaccessibili, vive ancora nella più atroce preistoria. Per essa tutto quanto avvenne nella storia del mondo non è avvenuto: i nomi dei più vasti imperi, degli eroi più sublimi, tutte le glorie di tutti i popoli, tutte le creazioni di tutti i pensieri è come se non siano state. La sua vita è ancora nel suo sole che brucia il sangue e dissecca nell'anima tutti i sentimenti; il suo popolo vive nudo come i suoi deserti e con una coscienza arida del pari. Nascere, uccidere, morire, ecco tutta la sua vita. Cielo e terra non hanno poesia di misteri per lei: Dio è il sole, la terra eterna, che divora quanto produce, la sua religione. La forza è il diritto, il fatto la sola verità. Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato la preistoria africana, che immobile nelle proprie idee rudimentarie si ripete colla disperata monotonia di un vagito e di un rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che è ucciso?
Finchè la storia ignorava la preistoria, questa poteva durare fra le bellezze della natura e l'incendio del sole come uno dei tanti alberi mostruosi del suo clima o delle troppe fiere della sua fauna; ma quando la storia dilatandosi irresistibilmente verrebbe a battere colle proprie onde al suo confine, la preistoria incapace di aprirsi volontariamente, doveva essere sfondata e allagata. Storia e preistoria si batterono ovunque, sempre colla vittoria della prima. Le armi della storia erano infinite; quelle dell'altra solamente due, la freccia che vola e la mazza che schiaccia. La storia è un esercito e la preistoria una massa immobile e tempestosa nel medesimo tempo, senz'altra forza che il suo peso e il suo urto. Mentre quella si avanza per esploratori, poeti della redenzione che si inoltrano alla scoperta dei bruti umani, questi alla repentina presenza dei loro scopritori o li adorano o li scannano: ma dietro al missionario, che sperava convertirli, arrivano l'industria ed il commercio che li sopprimono. Il frate in cerca di anime pel cielo diventa così il segugio del colono, che ha bisogno di uccidere il selvaggio per fecondarne il terreno colla propria civiltà.
L'Europa, che quattro secoli or sono discendeva dalla vecchia caravella di Cristoforo Colombo all'America per costringerla ad entrare nell'orbita storica, decisa a distruggervi quanto il suo contatto non vi potrebbe rinnovare, assedia oggi l'Africa per tutte le coste, sulle quali ha già improvvisato miracolosamente molte città. Ma se una volta all'avanguardia del suo esercito non v'erano che missionarii anelanti a piantare la croce del loro Dio su tutte le terre, oggi la sua conoscenza storica più adulta manda viaggiatori egualmente intrepidi a scoprire nuovi paesi per le storie future.
L'attrazione è universale ed irresistibile. Tutto l'istinto poetico delle nuove generazioni si volge verso nuovi mondi. Mentre la scienza e l'arte ricostruiscono quello antico, la vita aspira ad un mondo futuro: l'Europa centro della storia è piccola agli europei. I popoli, che vi si sono costituiti e vi si stanno esaurendo nei loro periodi, sono spinti a cercare una rinnovazione sopra terre vergini; la preistoria deve cedere alla storia tutte le contrade, nelle quali la natura consenta a ricevere il quadro storico.
Oggi, che sono tracciati tutti i suoi confini e ritratte tutte le sue fisonomie, il mondo è troppo angusto perchè la preistoria possa ancora occuparne tanta parte: rispettarvela, suppunendola uguale alla storia, sarebbe un negare la legittimità dell'origine e dello sviluppo di questa.
L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa. L'antichissima civiltà egiziana non aveva avuto scopo africano, ma cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era una stazione, dalla quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del mondo; l'Egitto vi aveva mirato come l'India, come la Persia, come la Grecia. Roma ritornò dappertutto restituendo nella unità del proprio pensiero il concetto frammentario a lei venuto da ogni parte. Infatti il Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la durata della storia.
Roma distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a provincia romana attirando l'Africa nella storia universale. D'allora, l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il commercio africano fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi mandò crociate, vi si battè coll'Islamismo, e unito con lui penetrò nei deserti. L'Africa ebbe quindi due centri fuori di sè stessa, Roma e la Mecca; il suo Egitto risorse meno africano dell'antico; i suoi imperi litoranei fiorirono guardando oltre il mare all'Europa.
Dopo le antiche barche fenicie le prime flotte che cinsero l'Africa furono italiane: i pennoni di Amalfi e di Pisa, di Genova e di Venezia, di Roma e di Firenze si gonfiarono superbamente ai venti dei deserti. Primi i Veneziani nel secolo XV offersero ad un sultano di tagliare l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di scienza oggi e che senza forse si sarebbe avverato anche allora. Mentre Colombo e Vespucci scendono in America, Cadamosto, veneto, penetra nel Senegal e nella Gambia: la conquista saracena respinta dall'Europa è proseguita in Africa. Ma se l'Islamismo vi si immobilizza, il Cristianesimo vi si inoltra; la civiltà sorpassa il primo, urge il secondo, gli centuplica le forze, gli slarga il programma, gli concretizza l'ideale.
Poi il movimento italico s'arresta, mentre l'Europa prosegue. Inglesi, portoghesi, francesi passano pel solco segnato dagl'italiani; gli ultimi barbareschi sono distrutti, la tratta degli schiavi negata: il segreto del Nilo è rivelato, i viaggiatori s'incrociano nei deserti e si salutano con un grido di trionfo; prima di morire, l'uno affida all'altro le proprie scoperte. L'Africa è vinta, l'Europa ne ha la carta. Conoscere il campo del nemico non è già averlo preso? Napoleone, l'ultimo Cesare dell'Europa, all'indomani della grande rivoluzione francese che dilata la rivoluzione cristiana, discende in Egitto, mostra ai proprii soldati le Piramidi di Sesostri, e alla loro ombra sconfigge gli ultimi soldati dell'Islamismo, che incapace di più espandersi voleva mutarsi in barriera. L'Egitto passa dalla Turchia, ultima forma dell'oriente, all'occidente: l'Asia, che l'aveva difesa per migliaia d'anni, abbandona per sempre l'Africa all'Europa.
Una dinastia macedonica s'improvvisa un trono in Egitto con barbarica imitazione della monarchia napoleonica, ma non vi dura se non il tempo necessario all'Europa per la soluzione del grande problema dell'istmo, tagliato il quale soccombe nella più ignobile delle sconfitte.
Intanto l'Italia, che sta per sorgere, prosegue coll'Egitto l'antico commercio e le sapienti relazioni: Rosellini ne disegna forse le tavole migliori, Belzoni e Caviglia penetrano nelle Piramidi e scoprono le tombe degli antichi re: Servolini, un mio compatriota, succede a Champollion e tenta superarlo nella interpretazione dei geroglifici. Passalaqua riporta a Torino la prima mummia: ieri un altro italiano, l'illustre Maspero, disseppelliva quella del grande Sesostri, il conquistatore centenario, e ne leggeva nelle fascie l'iscrizione al mondo meravigliato. Ad Alessandria e al Cairo la colonia italiana se non la più numerosa è la più importante: oltre l'Egitto altri italiani s'inoltrano. Piaggia, Antinori, Gessi risalgono il Nilo e origliano e stringono le ciglia verso il centro dell'Africa. Ma la gloria di traversarla sarà divisa fra Stanley e Pellegrino Matteucci, il mio eroico e mite compagno di scuola.
Stanley ha raccontato con epica e superba sobrietà il proprio viaggio; Matteucci invece ne è morto a Londra, mentre si disponeva a ritornare trionfante in Italia, forse per scriverlo. Solo con un compagno, quasi senza aiuti, egli, intraprese questa spedizione, per la quale il suo avversario americano non aveva nulla risparmiato. Matteucci non aveva ancora trent'anni. Era stato prima verso la terra dei Gallas e il sole gli aveva annerito il viso, accendendogli così l'anima che in Europa si sentiva straniero.
Il deserto lo attirava, immenso, mobile, biondo, pieno di abbarbagli come il mare, ma senza la sua trasparenza che è un inganno e la sua schiuma che pare una malattia. Il silenzio del mare è un tumulto paragonato a quello del deserto. Mentre il cielo sotto le vampe del sole s'arroventa come il metallo e diviene quasi bianco, il deserto assume tutti i toni dell'oro, liquido e vaporante dove il vento agita lieve le sabbie lontane, unito e caldo nelle distese inerti, opaco nei seni delle ondulazioni, vecchio addirittura entro l'orma stampata dall'ambio del camello o dai salti del leone. Essere solo nel deserto, del quale non si conosce la carta e pel quale forse nessuno è ancora passato, neppure dai selvaggi che errano a' suoi confini! Essere il primo uomo per gli animali, che vi scorrazzano e che ignorano l'uomo come i selvaggi ignorano la civiltà!
Appena si entra nel deserto tutto il mondo della nostra memoria e del nostro sentimento dilegua. In alto mare il vascello, sul quale si naviga, è ancora quel mondo che abbiamo abbandonato: tutte le sue gerarchie, le sue scienze, le sue industrie, le sue miserie, le sue glorie vi si trovano condensate, e quindi più vive e vibranti. Per essere veramente soli in mare bisogna naufragarvi, altrimenti la barca è un compagno. Solamente nel deserto si è soli. Là bisogna camminare, vincere, esaurire l'immensità di quello spazio: si ritorna come al primo giorno della creazione, si procede inermi ed intrepidi: tutto è luce e fiamma, e il pensiero brilla e fiammeggia.
Matteucci, che aveva visto il deserto nel primo viaggio, n'era rimasto fatalmente innamorato.
Ripartì superbo e malinconico.
Qualche cosa forse lo avvertiva che quello era il viaggio della morte. Ne' suoi occhi, che all'abbarbaglio del sole africano avevano acquistato una vivezza per noi strana, passavano dei lampi; la sua fronte era minacciosa, il suo gesto aveva talvolta delle ampiezze, che a noi le nostre città e le nostre campagne egualmente rasserrate non consentono. Ci disse addio con uno squillo nella voce che a me parve un appello. Matteucci era un cristiano dei primi tempi, che aveva potuto traversare con noi l'università senza che la sua fede trepidasse un momento. Forse s'era innamorato del deserto perchè nella sua sfolgorante immensità sentiva meglio Dio.
Il deserto lo ha ucciso.
Un anno intero è durata la lotta del viaggiatore col deserto, dell'atomo coll'infinito. Non sappiamo nulla di questa epopea e non la sapremo mai, nè possiamo colla temeraria fantasia riprodurcela. Che cosa è un giorno nel deserto con quell'arena, con quel sole, con quel cielo, quando nessuno ci vede e nessuno ci ascolta, quando si può ridivenire vili senza avvilirsi ad alcun occhio; quando si può piangere ed è inutile, o si può essere ancora impassibili e quest'eroismo pel quale la gloria non esiste può rimanere sopraffatto istantaneamente dal primo leone che passa o dal primo insetto che vola? E la notte col terribile freddo della evaporazione quando le sabbie nelle quali si è coricato si assiderano e non si ha che lo stesso mantello che al meriggio ci riparava dal sole, e le stelle si affacciano nel cielo diventato di un sereno vitreo, e il deserto è ancora biondo ma percosso da urli di animali vaganti per la notte in caccia? Dove sarà l'Oasis? Dove ci coglieranno le febbri, giacchè la febbre sale il giorno dalle sabbie fra i baleni e vi ridiscende la notte colla rugiada!?
Un anno durò quella marcia, e il deserto si esaurì e le sue Oasis si perdettero in lontananza e apparvero fiumi, territori fertili, valli di paradiso. Tutta la preistoria fu attraversata e il deserto ricomparve, i monti si drizzarono vergini ed inaccessibili, i laghi si distesero immensi come mari non ancora solcati dall'uomo, tutte le fiere passavano fuggendo dinanzi agli occhi del viaggiatore. Uccelli strani dai colori incredibili e dalle immense ali si libravano attoniti sulla sua testa, le nuvole degli insetti urtavano nel suo volto, le serpi scivolavano sotto ai suoi piedi. E avanti avanti: la febbre entrata nel sangue dell'intrepido viaggiatore glielo bruciava la notte e glielo gelava il giorno. Ma la marcia proseguiva sempre. Le centinaia e le migliaia di chilometri restavano dietro a lui; il centro era oltrepassato, un'altra spiaggia e un altro oceano lo attendevano. L'Africa era vinta, la gloria conquistata, L'Italia aveva scoperto un nuovo mondo. Il viaggiatore, che si sentiva morire, voleva vivere; l'anima gli raddoppiava le forze. Le ultime tappe furono senza dubbio sublimi di eroismo. Lacero, sfinito, marciava sempre; adesso contava i giorni, e la distanza scemando sembrava aumentare alla sua impazienza. Morire allora sarebbe stata una indegnità da parte di Dio, ma il credente era sicuro e Dio non lo abbandonò.
Toccò la spiaggia, una nave francese raccolse lo sconosciuto e lo sbarcò a Londra. Quando il mondo seppe della sua traversata si alzò un urlo di ammirazione: l'indomani ne scoppiava un altro di dolore. Pellegrino Matteucci era morto delle febbri prese nel deserto.
L'Italia si scosse e fece un glorioso funerale alle spoglie del Pellegrino; ma Pellegrino Matteucci aveva avuto compagno nella traversata il tenente Massari, che l'Italia dimenticò presto avendolo prima scarsamente applaudito. Adesso il nome di Matteucci è scritto sopra una linea rossa che traversa il continente africano e si chiama via di Pellegrino Matteucci; tutta la sua gloria e la sua opera è in questa riga rossa, che i ragazzi guarderanno indifferenti nei loro atlanti, ma che resterà sull'Africa come la cintura onde è avvinta alla storia.
La morte di Pellegrino Matteucci non fu sola nè inutile. Altri si slanciarono sulle sue orme e quasi tutti perirono; Chiarini Giulietti, Bianchi, Porro furono trucidati. Cecchi più fortunato mutò l'epopea in romanzo cavalleresco e rimase cinque anni prigioniero amato dalla regina di Ghera, preparando pei poeti dell'avvenire uno di quegli ammirabili temi che ebbero nell'antichità i poeti della Persia e della Grecia.
Ma intanto che gli eroi morivano, il Parlamento e il Governo come inconsapevoli di questa tragica e storica attrazione dell'Africa sull'Italia sembravano persino dimentichi della loro compra massanina, o interpellati da qualche generoso negavano ogni solidarietà colla morte di quei precursori.
Quindi la nazione sembrò sollevarsi così sdegnosa che il Governo credette di passare dalla compra alla conquista.
La vendetta della strage di Bianchi ne fu il pretesto: non si ebbe, non si volle, non si osò avere alcuna idea. Eppure il momento era storicamente solenne. Dopo secoli e secoli la bandiera italiana tornava minacciando sui mari che sembravano averla dimenticata, e non era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che aveva annichiliti i Turchi a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che sventolando sull'asta delle antiche aquile romane riprendeva la loro via. Dacchè le aquile romane erano state uccise dallo stormo degli sparvieri nordici, il mondo non ne aveva viste altre, e nullameno eternamente memore del loro volo le aveva eternamente cercate sulla cima di tutti i pennoni e di tutti i vessilli, che lo percorrevano trionfando. Il nuovo stendardo italiano portava nell'iride dei più espressivi colori il simbolo redentore della croce.
Tutti gli sforzi millenari dell'Italia per costituirsi in nazione, il sangue de' suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto, veleggerebbe un'altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà.
Il popolo sentì, senza dubbio, la grande ora quando fremente d'inesprimibile emozione si accalcò sul porto salutando con epico orgoglio i soldati che tornavano in Africa. Sì, tornavano in Africa, perchè da tremill'anni durava la lotta fra l'Africa e l'Italia, e l'Italia vi aveva già vinto Annibale, imprigionato Giugurta, sottomessi i Tolomei, vinti i Saraceni, dissipati i Barbareschi; perchè l'Italia, altra volta sintetizzando tutta l'Europa e profetandone l'avvenire, vi si era battuta contro tutto lo sforzo dell'Oriente e aveva vinto. La guerra ricominciava. Poichè l'Europa stava per aprire tutta l'Africa, l'Italia risorta non poteva, non doveva mancare all'impresa. I suoi soldati avrebbero ancora ritrovato su quelle arene le orme degli antichi padri: l'Africa destinata alla civiltà era quindi votata alla sconfitta.
Ma Parlamento e Governo, l'uno più meschino dell'altro, non compresero nulla dell'immenso significato dell'impresa: il Governo intese a sminuirla dandole aspetto di rappresaglia contro pochi ladroni; l'opposizione non vi scorse che uno sperpero di pochi milioni, e guaì le solite doglianze sulle miserie del popolo. L'ingresso trionfante dell'Italia nella storia mondiale contemporanea si mutò in una entrata di soppiatto, senza coscienza di sè medesima e con troppa coscienza de' suoi più grossi vicini che la spiavano.
Il momento della gloria si cangiò in un momento di vergogna.
Garibaldi, Mazzini e tutte le coscienze eroiche della rivoluzione erano morti; una volgare democrazia snaturava la grandezza del loro genio e del loro carattere nelle più miserevoli interpretazioni; non si voleva nessuna guerra coll'Africa riconoscendole lo stesso diritto nazionale dell'Italia; si confondevano storia e preistoria, si pareggiavano le loro diverse epoche e le loro contradditorie personalità. Si dimenticava che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari, la civiltà non sarebbe mai cresciuta: che se Alessandro non avesse invaso l'Asia, la fusione fra Oriente e Occidente non sarebbe avvenuta: che se Roma non avesse assoggettato tutto il mondo, lo spirito greco non l'avrebbe penetrato e la sua unità non si sarebbe costituita: che se il Cristianesimo non avesse debellato tutte le idolatrie, non si sarebbe stabilito: che se i barbari non avessero invaso l'impero romano, il medioevo non si sarebbe avverato: che se le crociate non avessero assalito l'Islamismo, l'Europa feudale vi sarebbe soggiaciuta: che se la Spagna e l'Inghilterra avessero rispettata la nazionalità degli indigeni americani, adesso l'America non sarebbe quasi pari all'Europa e la scoperta di Colombo non le avrebbe giovato più che l'essere già stata tanti secoli prima scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagl'indiani. Nutrita del principio di eguaglianza morale e politica, la democrazia non comprendeva che tale alta verità diventava falsa applicata fuori del proprio periodo storico a popoli barbari: che il loro contatto cogli inciviliti, reso oggi inevitabile, doveva costringerli alla guerra come a un saggio della loro potenzialità. O resisterebbero all'urto, difendendo la loro nazionalità coll'assimilarsi rapidamente le nostre industrie e le nostre scienze, o perirebbero. La storia, anzichè consacrare l'intangibilità di nessun popolo, ha sempre distrutti tutti quelli, che non potevano entrare nel suo disegno.
La redenzione dell'Africa non è già quella degli africani attuali, ma la sostituzione di una più alta vita alla loro: che se essi non possono raggiungerla hanno vissuto fin troppo vivendo inutilmente.
Per penetrare nel centro dell'Africa bisogna quindi conquistare tutti i suoi imperi litoranei; l'Europa e più particolarmente le sue nazioni adagiate sul Mediterraneo non hanno altra missione. L'Europa, che non lo fu mai, non può essere oggi scopo a sè stessa. Se la terribilità di questo processo storico iniziantesi fatalmente colla guerra e colla distruzione irrita l'ammalata sensibilità di quei recenti cultori del diritto, che sognano la diffusione della civiltà con mezzi esclusivamente pacifici, giudicando popoli circoscritti da migliaia di anni nell'inferiorità della propria razza siccome capaci d'intenderli e di mutarvisi così da poter servire nei periodi storici che succederanno al nostro; questa terribilità è antica e fatale quanto la storia stessa. L'Europa che per tre secoli si è rovesciata sull'America creandola, ora preme sull'Africa e punta sull'Asia per aprirle. La razza bianca disputa il terreno alle razze inferiori chiamandole alla propria civiltà: quelle che non rispondono sono condannate, quelle che resistono saranno distrutte.
L'Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione, non può sottrarsi a quest'opera d'incivilimento universale, di cui le tragedie per essere inevitabili diventano incolpevoli. La storia segue la stessa morale e lo stesso diritto della natura nel trionfo della forma più perfetta e dell'idea più alta: e poichè vincitori e vinti saranno pareggiati dalla stessa morte, la disparità del loro trattamento scompare nella idealità conquistata.
L'odierna democrazia, che negando ogni impresa come quella d'Africa, vorrebbe che Francia, Inghilterra e Russia abbandonassero a sè medesimi i popoli conquistati, lasciandoli ricadere nella immobilità del loro stato storico, invece di ritenerli forzatamente nella mobile orbita della storia mondiale e costringendo quelli incapaci di mutarsi o troppo numerosi per essere prontamente distrutti a contribuire colle loro ricchezze allo sviluppo della civiltà europea, non si è certo chiesto il perchè della terza resurrezione italica. Evidentemente la storia non può averla consentita nel solo interesse degli Italiani dopo averla negata a tanti altri popoli che come noi soccombettero in altre epoche. Se l'Italia è ridivenuta nazione, il secreto di questo fenomeno storico sta nella necessità che la storia mondiale può avere della sua opera e nella facoltà del nostro popolo a prestarla.