CANTARE II:

III, 8 M edua par di stivali. Quattro stivali per due piedi son troppi!

IV, 4 M si hebbono a crucciare 7 il chiamoe

V, 2 habbi

VII, 1 Disse Liombr.: Io nol crederia 8 a[d] uno

VIII, 1 Se[d] 3 el piú 8 ninna

X, 1 (la) scusa

XI, 1 questi 4 si [n'] ebbono 8 restar

XII, 3 di vedere, ripetizione del v. precedente

XIII, 2 Che [presso] a un'osteria [ne] fu7 (che) fece L.

XV, 4 M all'hor, inutile ripetizione dell'"allora si ebbe parlato" del v. 35 voi [che] cercate7 dimmi

XVI, 3 menzonare6 (di) piú [che] qualche mese

XVII, 1 M E Liombr. disse e nissun3 [Ed] il piú antico

XVIII, 3 M se non un romito 4 M el qual da venti 6 Dio [ne] gli ha ordinato

XIX, 6 "uso" per "oso": ardito

XX, 2 E (quando) Liombr. da costor si

XXI, 1 quegli stivali3 giunse in parti tali5 doppo alla cella del romito soli. L'ottava è guasta, come mostrala falsa rima del v. 5, e deve essere stata cosí raffazzonata inun tempo in cui il popolo non sapeva piú che cosa fossero gli"usatti", che formano la rima del v. 1, e conseguentemente deivv. 3 e 5. Nel ricondurre il testo alla lezione primitiva mi valgodella stampa descritta al n. 20

XXII, 8 M sentendo chiamare

XXV, 4 M non ò da narrare. La stampa 20 riprodotta dall'Imbriani: "non udí nominare". Il testo in origine doveva recare "non odi", donde è uscito lo spropositato "non ò da" di M, e "nomare", dal quale venne da un lato il "narrare" di M e dall'altro il "nominare" della stampa 20, che rende ipermetro il verso

XXVI, 2 tornan (a) uno 8 M e da parte di Cristo domandava. Ma non si sa di che cosa domandasse; l'interrogazione rimane vuota

XXVII, 3-6 vento Levante poi subitamente | che fece al mondo al furor tapino | vento maestro venne similmente | e vento Greco e 'l buon vento Marino. Ho invertito i vv., perché Levante non è un vento maligno, ma è "furente" invece il Maestrale: perciò ho disposto i vv. in questo ordine: 2, 3, 6, 5, 4. Ho mutato "fece" (v. 4) in "face", perché gli effetti del Maestrale si fanno sentire tuttora, e "al furor" in "al suo furor" per la misura del verso. "Al suo furor" significa "col suo furore" perché nei testi antichi "a" spesso ha il significato di "con"

XXVIII, 1 [ch'è]

XXX, 8 quando sarai per voler camminare. Il verso deve essere stato mutato, quando dal primitivo "cominciare" si trasse un arbitrario "camminare" e si ebbe la ripetizione di "cammino" e "camminare"

XXXI, 2 per venire

XXXII, 4 M Con Liombruno il romito partia. Ma quello che segue mostra che il verso è stato rovesciato, perché colui che non si vuol trarre gli usatti è Liombruno e non l'eremita 7 'l vento ['l] chiamasse

XXXIII, 7 Ve' (di)

XXXIV, 1 trahendo 4 vento [e] messesi

La rima dei vv. 7-8 è fiorentinescamente "arriv_oe_-aspett_oe_", ma il tronco "arrivò-aspettò" mi pare renda assai meglio la prodigiosa rapiditá del volo

XXXV, 5 lunga vedi tu. Ma è facile correggere, ricorrendo all'analogia di XXXIII, 7: Ve' quella montagna lungi? 6 M te ne convien gire

XXXVII, 4 sei ['l] miglior7 via se n'andava

XXXVIII, 1 dimostrato6 Aq. vuol mangiare

XXXIX, 4 che gli bisogna

XL, 3 cuor[e] disse (questo) è segnale

XLI, 2 nol vedieno l'ardito5 [Ed] egli

XLIII, 3 con effetto8 il soperrò

XLIV, 3 Liombruno

XLV, 2 vidde 3 questo 6 Io sì l'ho sognato

XLVII, 1 E quella donna. Ristabilisco costantemente i nomi propri inluogo dei generici3 strinse. Ma avremmo la medesima parola in rima ai vv. 3 e 57 Si adopra. Anche qui è sottinteso il relativo "che adoperi" comein XXII, 3 del primo cantare

XLVIII, 4 Anche qui è sottinteso il relativo "che": cfr. XLVII, 7

XLIX, 8 M onore.

Dell'Istoria di tre giovani, della quale non si conoscono manoscritti, queste sono le edizioni a me note:

1.Historia di tre giovani disperati e di tre fate, s. n. t. n. a. (circa il 1530), in-4° fig. È posseduta dalla Bibl. di Lucca.

2. Historia di tre Giovani disperati | e di tre fate (gotico). Poi un intaglio in legno: a sinistra i tre giovani che dormono all'ombra degli alberi, a destra le tre fate. Quindi le prime 4 stanze; inc.: "Colui ch'da Giovañi hebe 'l batesmo"; fin.: "a lei rimase duo palmi di coda". Stampato in Firenze nel MDLXVII. In-4°, caratt. rom. con segn. e cust. senza num., 6 ff., 114 ott.—È nella Biblioteca di Wolfenbüttel, n. XXVIII della miscell. citata.

3. Historia di tre giovani disperati | & di tre fate (gotico). La solita xilografia, poi 4 ott.; inc.: "Colui che da Giovanni ebe 'l battesmo" fin.: "a lei rimase duo palmi di coda". Stampato in Fiorenza nel MDLXX.—In-4°, caratt. rom., con segn. e cust. senza num., 144 ott., 6 ff.—Se ne conoscono due esemplari, uno a Wolfenbüttel (n. LXXXVII) e uno nella Melziana di Milano.

4. Historia di tre giovani | disperati et di tre fate. | S. d., ma della fine del sec. XVI o del principio del XVII; in-4°, di cc. 6 n. n. reg. A-Aiij, a 2 coll. di carattere tondo con lettere maiuscole ai capoversi. Fra il titolo e l'inizio del poemetto una xilografia (a destra le tre fate e a sinistra i tre disperati); inc.: "Colui che da Giovanni ebbe il battesmo" fin.: "A lei rimase tre palmi di coda". È nella Bibl. Palatina (Naz.) di Firenze [E. 6- 7- 55, cart. 2^a, n. XXVI].

5. Historia di tre Giovani | disperati et di tre fate.—Una xilogr. rappr. un bosco: a destra tre giovani addormentati, a sinistra tre donne: la prima regge un tappeto, la seconda suona un corno, la terza ha la borsa incantata. A due coll., 10 ottave per pag., 5 cc. n. n., s. l. n. a. (Firenze, sec. XVI ex.). È nella Nazion. di Firenze, Magliabech. M. 981, n. 12.

6. Historia di tre giovani | disperati e di tre fate. La stessa xilografia rovesciata. A due coll., 10 ott. per pagina, 6 cc. n. n., s. 1. n. a. (Firenze, sec. XVI ex.). Bibl. Naz. di Firenze, Palatina [E. 6. 7. 42].

7.Historia di tre giovani disperati e di tre fate. In Pistoja, appresso il Fortunati, in-8°, s. a., ma dei primi del sec. XVII; c., 20 n. n., reg. A—A10, car. tondo. Al principio la solita incisione.

8. Li tre | compagni | li quali si diedero la fede di andare per il | mondo cercando la lor ventura, e come | la trovorno.—Cosa | bella | e | da | ridere. In Lucca, 1823, presso Francesco Bertini, con approvazione.—Di pp. 32 e 111 ott. Inc.: "O musa se io d'Ascrea adesso al fonte" fin.: "Sol le rimaser due palmi di coda".

Ho tenuto sottocchio, durante l'edizione dell'Istoria, le tre stampe fiorentine 4-5-6, le quali non presentano notevoli varietá se non nella prima ottava, che in 4 e 5 è cosí:

Giove, sia quel che sia, in me medemo e' mi conceda grazia in ogni lato ch'i' possa raccontar quanto vedemo e d'udito c'è stato ragguagliato, ecc.

Il testo di queste stampe è assai guasto ed ha richiesto molti e pazienti restauri. Citerò un solo caso. Dopo la guarigione delle damigelle, la principessa, dicono le stampe, fece dare a Biagio "anche cento ducati". Con questi cento Biagio ne rende quattrocento dei cinquecento promessi al medico, che gli aveva data la zimarra (cant. II, ott. XXXII, i) e poi 50 per i servi (XXXIII, 6)! Dunque è evidente che non "anche cento" si debba leggere, ma "seicento": basterebbero per il computo nostro anche cinquecento, ma questa cifra ha una sillaba di piú, per la misura del verso.

Il libercoletto n. 6 è molto piú scorretto del n. 5 e deriva da esso, come dimostra il fatto che la xilografia, che è al principio, riproduce quella del n. 5 rovesciata.

È inutile ch'io riferisca le numerosissime varianti della mia edizione rispetto a quelle popolari. Quasi in ogni verso ho dovuto restituire le sillabe mancanti o potare senza misericordia zeppe ed esuberanze infinite. Ho creduto opportuno di dividere il poema in due cantári, perché non è possibile che la recitazione potesse durare cosí a lungo e l'attenzione del pubblico sostenersi per piú di cento ottave. Nel dividere i cantári, ho seguito la partizione stessa della materia, sicché la spezzatura non è arbitraria, ma logica e quasi organica nello svolgimento dell'azione. Il primo cantare comprende la perdita della borsa, del corno e del tappeto; il secondo il riacquisto dei tre oggetti miracolosi mediante i fichi buoni e i fichi malvagi recati alla corte della principessa scaltra.

La donna del Vergiúfu pubblicata da Salvatore Bongi nell'opuscolo:La Storia | della | donna del Verziere | e di messer Guglielmo| Tratta da un codice riccardiano del secolo XV | Lucca, Per B. Canovetti, 1861 (in-8°, pp. 32). Ediz. di cento esemplari. Il codice riccardiano, annunciato nel titolo, è il 2733 "scritto, da un cosí bestiale copista, che, non contento di vituperarla [la Storia] con ogni sorta di errori ortografici, l'avea a tal ridotta, che spesso mancava il numero del verso, il senso e la rima. Onde in varie ottave ha bisognato usare qualche arbitrio e correggere assai, perché il discorso e il metro corressero". Il Bongi era uomo di gusto assai fine, e perciò le sue correzioni hanno sempre qualcosa di seducente e di aggraziato; ma sono cosí numerose e cosí profonde, che si può dire che il testo del cantare pubblicato non ha piú nulla a che fare con quello originario. Sopra settanta ottave, quindici sono interamente rifatte a capriccio dell'editore: la poveraDonna del Vergiú, tra le "bestialitá" dell'antico copista e gli accorgimenti del moderno editore, ne uscí tutta impiastricciata e camuffata come di carnevale. Per conseguenza tutte le citazioni, che sono state fatte da questo testo, sono sbagliate e tutte le illazioni storiche e filologiche, che se ne sono tratte, non hanno nessun valore e poggiano sul vuoto.

I manoscritti del cantare dellaDonna del Vergiúsono tre: quello conosciuto dal Bongi e altri due.

D.—Codice Riccard. 2733. È un grosso volume cartaceo (di 176 carte), scritto sul principio a due colonne, poi a pagina intera, con iniziali rosse e azzurre, sempre dalla stessa mane Lo scrittore cosí si rivela al principio del libro: "Xpo (Cristo) M. cccc.° lxxxj.°. Questo libro si è di Fruosino di Lodovicho di Cecie da Verazzano, el quale è ttitolatoLa Storia d'Arcita e Palamonechomposta in versy pello famosissimo poeta messere Giovanni Boccacci fiorentino; e di poi ci è scritto altre dilettevole storie e chantary in versi, chomposti da ppiú persone valentissimi; el quale libro si scrisse per me Fruosino detto, l'anno 1481, del mese di luglio e d'aghosto, sendo chastellano del Palazotto di Pisa, per piacere. Addio sia gratia".—Alla fine (c. 176 B) abbiamo un'altra nota di Fruosino: "Chompiessi di scrivere questo testo di questo libro per me Fruosino di Lodovicho di Cece da Verazano, questo di XXVIIII° di agosto 1481, nel Palazotto di Pisa, sendo castellano".

Il cantare comincia a c. 112, con questo titolo:Chomincia la storia della Donna del Vergú et di messer Guglielmo, piacevolissima choxa, e finisce dopo dieci carte (c. 122) coll'"explicit": "Finita è la storia della donna del vergú". Il Bongi ha chiamato "bestiale" la copia di Fruosino da Verazzano, e non a torto. È una ridda di sfarfalloni comicissimi: "dir loro" per "dirlo" (IV, 7), "latrova" per "latrava" (IX, 7), "tita" per "cita" (V. 1), "mostrerotoli" per "mostrerolti" (XLIII, 8), "nemica" per "una mica" (LIII, 6), "Didio" per "Dido" (LX, 6), "si vera" per "chi vi era" (LXIV), "chuore" per "errore" (LXVII, 6;, ecc. Moltissime volte i versi sono disposti in ordine inverso e tutti frammescolati per entro le ottave, come scossi da un terremoto. Né si contano i versi manchevoli di una, due o tre sillabe, o gli endecasillabi di 12, 13, 14, 15, persino 16 sillabe! Un esempio per tutti (XI, 6-7):

diciendo se altro non a interviene preghiamo iddio che questo dilettoso tempo basti.

E.—Codice Bigazzi 213 della Biblioteca Moreniana (proprietá della prov. di Firenze)—È un ms. cartaceo della fine del sec. XV o dei primi anni del sec. XVI, legato tra due assicelle di legno, di cc. 150 nuovamente numerate, piú VII in fine. Non v'è dubbio che fu scritto nel territorio pisano-lucchese, come dimostra lo scambio costante dello "z" e dell'"s", in "sita" (zita), "sambra" (zambra), "caressa" (carezza), "letisia" (letizia), ecc, e per contro "mizura" (misura), "tezoro" (tesoro), "chazo" (caso), "uziate" (usiate), "Luzingnacha" (Lusignacca). A Pisa ci richiama anche il poemetto delGiuoco del Mazza scudo(cc. 82-89), e la nota che vi si riferisce alla fine della c. 82 B: "Inchomincia il giocho del massa schudo lo quale si solea fare im-Pisa, restossi di giochare in del m. cccc°. vij". Il cantare dellaDonna del Vergiúcomincia a c. 20 e segue fino a c. 31, a tre ottave per pagina, ed è cosí intitolato: "qui inchomincia la donna del verzú". Il cantare conta 68 ottave: mancano le ott. 67 e 68 della mia edizione e vi è in piú un'ottava [64 bis], di cui parlerò piú innanzi. Il testo è molto piú corretto di quello riccardiano, ma è pur sempre ben lontano dall'originale. Non vi si contano i versi ipermetri, non giá per errore del poeta, ma per sciatteria del copista. Nell'ottava 19 i vv. 4 e 6 sono fuori di posto; nell'ott. 35 un verso è interamente rifatto, e ne vien meno la rima ("usa": "mizura"); nell'ott. 38 in luogo del "fiume" di luce del paradiso, abbiamo un "lume" di luce rilucente, e poi "chostui" (XXXVIII, 6) per "chostume" in rima; "duchera" (XLI, 6) per il "duca ch'era a tavola", ecc.

È curioso il fatto che di un cantare, che ebbe una cosí larga celebritá nel Trecento, non possediamo se non due soli manoscritti; e questi sono tutti due pisani. Fruosino da Verazzano è veramente fiorentino; ma laDonna del Vergiúla trascriveva a Pisa nel luglio del 1481, essendo castellano del Palazzotto, come abbiamo udito da lui medesimo. Perché poi la mia pellegrina rondinella leggendaria si sia annidata a Pisa, non saprei dire davvero.

F.—Questo è un codice che io non ho visto e non so dove sia. Ne parla il Passano: "Il r. p. Sante Mattei carmelitano conserva un frammento di manoscritto contenente questa novella, col quale in piú luoghi si potrebbe emendare la stampa. V'ha pure un'ottava di piú [che non ho riprodotta nella mia ediz., perché la giudico un'inutile aggiunta, sebbene sia riferita anche daE] ed è la seguente:

[64]

dicendo tutti sien per simil crimine colla francesca di paol darimine.

[64 bis]

El duca avea di quella morte colpa del barone et della Dama felice ondegli per tristitia si discolpa come q_ue_sta leggienda conta et dice. Ella duchessa fortemente _in_colpa chiamandola malvagia moritrice. Et pentesi che gliele avea contato et lui che gliele avea rimproverato.

Della mia ricostruzione critica ecco le varianti principali dei mss. D (riccard.) ed E (moreniano):

I, 1 E e verg. domzella 2 E vostra gr. adom. 3 D prima; E per versi 5 E di nobile 7-8 D morine: seguine

II, 1 E un gran 3 D appellato 4 D molto prodo e di gran baronia 5 E di verita quant'omo dir porria. 8 E poderosi

III, 1 E chui amava 3 E prode e gient. 5 D di giente et di tenere; E argiente posissione 6 E del chorpo franco nobil bacciellieri 7 D piú che allora; E quanto a quel tempo 8 D feciesi

IV, 1 E poderoso 2 D altra 3 E valoroso 4 E nessun fior 6 D correva 7 D dir loro; E o a schudiera 8 E duna c. faciea.

V, 1 D tita nonché piú bella; E sita nonche2 E non si trovava cristianaD allor si era3 D verzella;E verzú4 E ch'era piú bella che stella5 D el padre suo nobile barone fue e ella6 D ella sua madre figliuol di reina;E e la m. f. di redina7 D sechulo trapassarono;E di questo secol8 D lasciarono;E lassorli un grande e un ricco tezoro

VI, 1 E Ma ella l'amava cho maggiore3 E e non avea4 D essi chollui stava;E e si cielata stava5 E ciaschedun

VII, 2 D tanto che in vista; E che per cenni e per sem. 4 E non se ne pote achorgiere homo 5 E avrieno 6 E prima ciascun ch'averlo 8 D savi… tenieno

VIII, 1 D la donna;E la bella5 D messere G. si n'andava6 D [ed]7 D se esso avea compagnia;E segl'era achompagnato ella latria8 E si dipartia

IX, 2 E cucciola3 E imantenente5 D esse alcuno… giardino;E sol per verder se nel g.6 D o che lui;E fusse nessuno o che mirasse7 D ella la trova8 D ella chucciolina tornava

X, 1 E se non trovava niuno2 D giva;E challa3 E spirito avea sicome4 E cenno… l'anchina5 E dama in chui amor sovente (si intenda: la donna—come soventeAmore suggerisce—trova l'accorgimento della cagnolina)6 E catellina8 E giva al verzieri chola cucciola

XI, 1 D quegli a. pieni di 2 D chongiungniono chon tutto elloro 5 E v'avea dovizia 6 E ciascun dicendo: Io non chiegio altro a Dio; D dicendo se altro non interviene 7 E se non chel 8 E si guasti

XII, 1 D erano; E tempo 2 E e si partia la dama el barone 3 E paura 5 E e la m. quando eran 6 E a c.; D incontro 7 E altri segni 8 E che verun non ne

XIII, 1 D [che] ello core spronava;E chel core spirava2 D e facea l'amadori pien3 D ma quella;E la damigella4 E viso li fioria la bellezza6 E chom larghezza7 E chegli era8 E chui

XIV, 2 E che la donna3 D altra5 E faccia per lo suo amore tal festa e gioia6 D mostrasse7 E e ched e' fusse del suo bel piacere8 E a tutto il suo p.

XV, 1 E ela avea3 D sicché el disio che dolore amore prieme;E el dizio dolce nel chor li prieme6 E sovente7 E dicendo

XVI, 1 D suoi3 D solo chollui6 D ridendo7 E ne l'assentia;D enogliele neghava enogliele acchonsentiva

XVII, 2 D e cavalcato aveva auno nobile palazzo;E [suo]3 E alcun difetto;D ignuno s.5 D chamera

XVIII, 1 D ebbono 2 E che si strugie e cola; D ella d. comamore sovente 3 E avete voi 4 E giá lungo tempo di trovarmi sola 7 E egli

XIX, 1 E Ela stringendolo dice 4 E Bel dolce amico mio pri[ma] muoia 6 E che voi prendiate medio diletto e gioia

XX, 1 E Disse M. G. 4 D al mio 5 D questa vergogna 6 E imprima 7 D vi prego 8 E uziate

XXI, 1 E tennesi la d. ivi schernita;D scornata4 D [e]D morire; E a gran7 E la mia persona a destrieri mai non monta8 E di sifatta

XXII, 1 E Era quel cavalier5 D quindi era gramo6 D tale7-8 E che 'n tal maniera mai non l'ameràella rimase ed egli uscí di camera

XXIII, 2 manca in D4 E raccontolle6 E ella pose7 E com'elli8 E ed ella disse

XXIV, 1 E La donzella di ciò fecie gram risa4 D vuoi5 E qui6 E morte innaverata;D i fia anghonsciata

XXV, 2 E mezo;D ritorna… punto dalla3 D el duca con la s. compagna4 D egli smontò;E dismonto al palagio5 E questo giunse6 E ci fe'7 E viso8 D signore.

XXVI, 1 D turbato 2 D cosí 3 E diciegli dolce anima 4 E di che fai tu si gram 5 E Ati oltraggiato verun 7 E t'abbi 8 E a lui onte e dannaggio; DE [l']onta… ['l] dannaggio

XXVII, 4 D [e]

XXVIII, 1 E mi fecie 3 DE [egli] 6 DE s'io 7 D e farne fare; E farne quarti a quattro 8 E per infino

XXIX, 1 E el2 D dal nero3 E gliel crede7 E che del baron ne fi'

XXX, 1 E Alora la d.5 E (e) l'ond. si mi da6 E fede ben7 E di non p. mai.

XXXI, 1 E duca alor dal parlamento2 D la leggienda4 ED assaiD loffenda6 D (dasse) contende;E lo contende7 E over che la D.;E cio[è] che la D.

XXXII, 1 E Volsesi com el c. langue; D et chon molto caldo langue 2 E rosso avea 3 E La s. f. p. t. l. 5 manca in D 8 E pensando nel gran chazo ch'era

XXXIII, 1 E Disse el d. a un suo caro s. 3 E quando 4 E disse 'l duca: Baron 5 E racchontolle 5 E e la d. fecie il gran c. 7 E d'amor l'avea

XXXIV, 1 E Disse messer Guiglielmo: Duca e Sire2 E chom f.3 E certo;D che[d]5 D e non sono chavaliere6 E pur dir7 D in sul chapo;E essi al campo8 E ricred.

XXXV, 1 E se non vi b. 3 E 'm altra bella donna il mio chor uza 4 E nobile e bella e d'ogni buom 5 E le sue belle sono oltra mizura 6 D e a lanima mia el corpo; E è 'n suo 8 E Figliuola di reina

XXXVI, 1 D [allora];E Disse el duca al barone3 E testa4 E voi mi sgomberiate5 D intende6 E se prima non mi fate chiaro7 E in cui avete ogni speranza

XXXVII, 1 D allora;E dal2 D meno3 D maninconoso (ripetiz. del v. 1); E doglioso5 D cuore; E entro se stesso dicieva: Ho fresco6 E Donzella 'l nostro;ED amore

XXXVIII, 1 D Lo stare2 D potere menare;E rechar… a talD e tal3 D [s]io4 E dove di gloria rilucente ha lume6 E ogni buon chostui

XXXIX, 2 E ben lascerò il6 E traditori som messo7 E no mi parto… iscopraD amore noischo8 E e giamai chotal fallo non ricuopro

XL, 2 E bem pareva D dolore 4 E ed era giá 5 E in questo si gli 6 E prestamente senza far 7 E personalmente 8 E dove il sir

XLI, 1 E e quel baron2 E giaD pelle scale4 E et il viso;D in sul viso5 D crucciata6 E duchera7 E chol'altraD ella sua

XLII, 2 E Dise 'l duca: Barone, or ti c.;D [co]sí (ri]conf.4 E se tu m'avessi;D se[ben] ttu5 E Or… io ti6 E anima mia7 E è la d. che si ti t.

XLIII, 1 E cavalieri… partiti;D cha due partiti3 D diventogli le sensa sbigottiti;E diventoli i sensi4 E el suo fresco cholor divenne burbo;D dubio5 E chon suo membri uniti;D come e' morti ignudi7 E da lingua i denti8 E disse sire;D [disse] mostrerotoli

XLIV, 2 E pare el sire el5 E segreto;D baron(e);E donna per amor col cavalieri7 D fuora giardino;E e di8 E sotto un ciesto doppo una

XLV, 1 E Essendo il baron solo nel 2 E fene la cucciola 3 D fiori 4 E chiamò 6 E cercò 7 E tutto d'intorno 8 E se veruno

XLVI, 1 E ben cerco; D ben cercato 2 E ella n'andò nella z. amorosa 6 E'l duca dentro 7 E misel sotto 8 E una sponda

XLVII, 1 E E in quel mezzo avea fatta la chumaD In questo mezzo avia fatto laghuzza2 E la gientil damigella; D gia quella3 D e perciò stante allei fa venuta; E al giardin4 DE volea

5 E ella non pensava esser tradita 7 D del traditore 8 E col drudo suo prese

XLVIII, 1 E E quel barom 2 E tener nol puote al tutto 3 E di lista 5 D Voi mi mostrate 7 D Mancherebevegli; E Mancherebevi eli 8 E che vi sia in talento

XLIX, 2 E contaminato lo chor 3 E la qual mi fa 5 E segli è 7 E saccumiataro 8 E mille volle si baciaro

L, 1 E Poi se ne; D dama 2 E chola 3 E verzieri 4 E se ne gì 5 E diciendo 6 D et in d. 6 D sembianti

LI, 1 D istesa 3 E Quando fu a letto 4 E Levossi e voleasi rivestire 5 E giurando di non mai 6 E se prima non volesse far 7 E che li fece 8 E e allui volle far onta ed.

LII, 1 D El d. irato disse 2 E (si) un gram 4 E ha il suo amore a tal donna donato 5 E piú bell'è di te 7 D a quella e come el modo tiene a gire a ella; E e il modo che tiene quando uza con quella 8 E sole hovero stella

LIII, 1 E E q. il duca 3 E artatamente 4 E che; D Iddio 5 E qual è 6 DE nimica 7 E Amor mio b. 8 E io non

LIV, 5 E e contolle l'affare oltra misura6 D chome per messaggio avieno;E la c.7 E li vide sciender8 D tennono

LV, 1 E Ma 2 E che la 3 E avea giá il giorno 4 D [fuor]; E quand'ella uscí 6 E sembiansa

LVI, 1 E in quel punto 2 E ghai 4 E guiza d. dama 5 E Ella rispuose 7 D rispuose alpresera 8 D mestiera

LVII, 2 E e aver 4 E allegrezza 6 D [che] chon 7 E e la donzella udendo; D la fantina 8 E non risp.

LVIII, 1 E gissene nella sua sambra 2 E come colei che per dolor 4 E e preg. 5 E siccom'edelerita 8 D Bellitie; E Bellisse

LIX, 1 D spada igniuda4 E (che)7 E de la mia morte sará testimoni;D e di mia morte tussia8 E davanti al duca e a tutte persone

LX, 1 E poggiò2 E il suo cuor poggio;D e achonciossi il chore per me' la punta4 D sono io oggi8 E spinse giuso la spada e misesela al cuore

LXI, 1 E ch'udito avea2 E quivi dall'uscio il pianto e 'l lagrimare4 D aggire;E entrare5 E quando sentí il sospiro del gran tormento6 D quand'(ella);E ella venne al passare7 E dentro entro… finita8 E a sé toglie

LXII, 1 E tutte 2 E truvorom finita la luciente 4 D da 7 D prima 8 E oimè

LXIII, 1 DE [E]3 E Il duca chiamò;D e chiamando4 E ch'io merito morir5 E in ogni6 E l'apresso8 D del cuore;E per morte

LXIV, 3 E amendue 4 E ne 5 E ne 7 EF fim di simile crimine 8 EF colla Francesca di Pagolo da Rimine

LXV, 2 E im p. come ho 3 E alpestra 7 D pella sua difetta 8 D e di quello fecie el duca giustitia dritta

LXVI, 2 D ballava 3 E sambra 4 D ballava 6 E e fu punita allor della ria fama 7 E tagliolle

LXVII, 2 D fecie soppellire e chorpi 4 D facieba [tutta] 6 D chuore

LXVIII, 3 D e[d] 8 D [re]stando

LXIX, t D (che) avete 2 E che fu quel di costor per la malisia. In E i vv. 5-8 sono cosí:

E doppo questo andò in pellegrinaggio per merito di chotanta nequisia e poi andò a far ghuerra ai saracini. Dio ci conduca tutti a buon confini.

Gibelloè contenuto in un solo ms.: P.—Bibl. Laurenz., cod. Palatino CXIX, scritto da piú mani del sec. XV e XVI. La coperta di pergamena reca la data "Mccccviiii° a di X di febraro". Il cantare diGibellocomincia nella seconda colonna della c. 152, col titolo rimasto a mezzo: "Comincia…". e finisce a c. 157 A: "Amen".

Il testo diPfu pubblicato nel 1868 da F. Selmi:Gibello, novella inedita in ottava rima del buon secolo della lingua, Bologna, dispensa XXXV dellaScelta di curiositá letterarie.

L'edizione del Selmi [S] è ben differente delle solite ammannite in quegli anni; nonostante la prolissitá e l'inutilitá di molte, troppe note linguistiche e qualche svista, può giudicarsi buona e corretta.

Delle correzioni che ho introdotte nelle lezioni del codice darò qui l'elenco, riproducendo le varianti del cod. P:

I, 3 se' lucente4 sovente chiave5 graçia a mia [segno di lacuna] favella

II, 1 Cantare anticho vivo chon alegr.4 e guera mantenea a torto7 qual gli partoriva la fa

III, 6 chella… gunto7 in una: S in 'na "con aferesi, a fine di ricondurre il verso agiusta misura" (p. 41)8 perlqualore dallun sconfitto foe

VI, 3 sacreta7 e per gittarlo al mare portollo (verso di 10 sillabe)8 [e]

VII, 3 adun 5 facevallo 7 chavarollo dereame 8 portarollo

VIII, 5 chede piú 6 fallo 8 belleça nuone

IX, 2 Gienudrisse (ma il verso ha 12 sill.)

X, 4 bello 7 don[o]

XI, 1 [fur tolte] 2, inamora… ne 4 silo(si) 5 [ch]e

XII, 3 P [che]

XIV, 5 in P. il v. è lacunoso: "a molti fa… selle votare"

XV, 5 valentìa. La mia correzione è resa certa del paragone conXXXIV, 1

XVI, 3 P iscontrossi in un6 il v. è lacunoso: fier lui… tostane

XVIII, 1 sapiamo 4 essere 5 udendol

XX, 3 chella

XXII, 4 volea la testa che gli si tagliasse8 ma [a]

XXIII, 5 donerallo amore: sostituisco "cuore" per evitare laripetizione della rima del v. 3

XXV, 1 Gibello di XVJ

XXVI, 1 valle 3 (e) nel 4 P quel… lo guardava 6 lasciar non vi passava

XXVII, 4 quale7 ne

XXVIII, 5 [che], sott.: "dico"6 a forzar

XXIX, 6 rupo

XXX, 5 fu lamere

XXXII, 2 quel[lo]

XXXIII, 3 insunun

XXXIV, 1 pien[o] 3 fedelta non giurerei 6 domandar[e]

XXXV, 6 giurerotti;8 fede

XXXVI, 2 lioncel(lo)8 inançalla

XXXVII, 5 volentier

XXXVIII, 6 fu[nne]; 8 [il]

XXXIX, 8 [egli è]

XL, 2 lo fé; 3 dallun intorno ai vv. 7-8, si veda la fine di questa nota al cant. VI

XLI, 7 [E] per… [in]8 Argholosa

XLII, 5 [Ed]… [suo]7 [ne] volle ascoltar(e); e cosí il verso non corre perché hal'accento sulla quinta

XLIII, 2 eare3 avea gravi7 gridaron

XLIV, 3 (suo) popolo5 ducha di_ser_pentina mi_ser_oridente6 [piú]

XLV, 2 P [si]8 gioia

XLVI, 2 [ch]é; 3 diceva 8 are

XLVII, 3 disio io 4 P [di]

XLVIII, 1 in suo 5 potessi fare; 6 puru

XLIX, 2 don 4 e(d)

L, 1 Gibel

LI, 3 gli contaro 8 aveano

LII, 1 furon 3 [ne]… [suo] 5 porti aperti… ad esso 8 P vegiendo venire

LIII4 [ed]7 P Gibel8 S fidando: "lascio la lezione del codice non tocca, perché non èinfrequente presso gli antichi che si applichi a prefissol'avversativa 's' ai vocaboli senza che mantenga la forza dicommunicare il significato opposto ai medesimi, ecc.". Ma ilcod. ha "sfidando"

LIV, 4 [e poi ne] monto7 essere

LV, 2 P cominciarono 6 P essere 7 e[d]

LVII, 1 P comincare 2 P talgiente, S tal giente

LVIII, 7 P sechol

LIX, 1 P eno gli S ecco gli vene manco 8 [e]

LX, 1 P El… baronaggio: ma il verso avrebbe gli accenti spostati

LXI, 7 P del buon

LXII, 4 [egli]

LXIII, 3 P fedir[e] 6 P moltto

LXIV, 5 S E chi 6 PS vo' rit. Interpreto: "invano desidera di ritornare indietro ad annunciarlo"

LXV, 1 suo 4 P Gibel fé bandire 6 fedir 8 S a rit.

LXVII, 1 PS invece di "egli": "che", P dipartiva

3 PS chereddia. I due "che" del v. 1 e del v. 3 rendono incomprensibile il passo qual è nell'ediz. Selmi. L'edit. sente il bisogno di "ordinarne il costrutto" e spiega: "Gibello, che si dipartia dalla donzella, prese commiato da' piú (?) baroni e reddia prigione in Serpentina". Il testo della mia ediz. è cosí limpido, che non ha bisogno d'altro "ordinamento di costrutto" 6 P venire

LXVIII, 3 P gioia.

LXIX, 7 congnano il d. andare

LXX, 3 [n']

LXXI, 5 chandar 6 in vostra prigione 7 menero 8 cherre

LXXII, 2 prigione 6 qui 8 dere

LXXIV, 8 dieron

LXXV, 4 PS eam.

LXXVII, 3 umilemente

LXXVIII, 8 madonna ben

LXXIX, 5 fegiudicarelareina: ma il verso cresce.6 che[d]…[ne]

LXXX, 2 voglio6 de giovani

LXXXI, 1 [1]3 e[d]8 diritta

LXXXII, 2 che[d]5 possibile. Ma il senso richiede il contrario8 filgluo

LXXXIV, 5 pien6 messo [l] fe

LXXXV, 6 [d]ismontata7 vederla

LXXXVI, 8 amor chadallor: ma i due tronchi assonanti sono impossibilia pronunciarsi

LXXXVII, 1 e[l] riso 3 ch chon 4 gioia.

Una novitá di questa ediz. rispetto all'antica è la divisione in due cantári, la quale mi è parsa necessaria, perché in nessun caso la recitazione in San Martino poteva molto protrarsi oltre la cinquantesima ottava; eGibellone ha 89. Perciò mi son messo alla ricerca del luogo dove i due cantári dovevano avere rispettivamente fine e principio, e l'ho trovato nell'ott. XL, i cui ultimi due versi espongono e propongono, a modo di chiusa del cantare, l'argomento del racconto che seguirá poi.

Il cantare diGismirante, col quale s'inizia in questo vol. la serie [VII, VIII, IX, X] dei cantári di Antonio Pucci ( 1388), si legge in un solo ms. [R], che conserva molta altra materia leggendaria e, tra l'altro, anche il cantare diMad. Lionessa: R.—Cod. Riccard. 2873, c, 44 [chantare di Gismirante]; fin. a c. 57. Di su questo ms. fu edito col titolo:Il Gismirante, poemetto cavalleresco di Antonio Pucci, nellaMiscellanea di cose inedite o rare, pubbl. per cura di F. Corazzini. Firenze, 1852, PP 275-306 [C].

Ecco le principali varianti diReC:

I, 8 [che]

II, 3 per (che) alcuno

III, 4 dubio

V, 7 [ed]

VII, 2 ancor[a]

X, 3 il quale tiene 5 se per

XI, 3[ne] 7 [ognun si] 8 e cosí fugon.

XII, 3 che passati7 dare dalla mie

XIV, 2 bossolo3 e[d]

XV, 1 e si diciendo vegiendo la vista. Il testo è guasto, perché abbiamo tre gerundi ("riguardando", "diciendo", "vegiendo") senza reggimento. Suppongo che "dicendo" sia un errore per "dice", e "vegiendo", celi un "alla gente", camuffato cosí per attrazione del "dicendo" che precede. Si sottindenda "che": la gente che aveva visto il bóssolo…

XVII, 6 un dragone e uno grifone7 azufarono ed e

XIX 4 a[d]8 era[n]

XIX, 1 tu(e)8 mur

XXIV, 1 abergo8 puo[te]

XXV, 7 aberg. abergo

XXVI, 1 (il) dam.

XXVII, 5 e[d e'] poi

XXVIII, 2 a[d] un 3 e[d]

XXIX, 1 righuardo

XXX, 6 abergo 7 abergatore

XXXII, 2 picholo 6 face[va] 7 dalulato

XXXIII, 1 uno ischudiere6 Egli vegiendola. Il verso cresce, ma la correzione diC. ("vegendol") non può accettarsi. La trasposizione, ch'iopropongo, non tocca il testo e riduce il v. alla giusta misura

XXXIV, 7 [noi] abiamo

XXXV, 2 disse[r] 3 Gismir. mise mano 8 e[d]

XXXVI 5, amare

XXXVII, 3 chavalieri

XLI, 6 isgridandolo

XLII, 3 vedendolo.

VI, 6 chi son dicio. Il passo è incomprensibile. Suppongo che il "chi son" del cod. celi un originario "che fo" e interpreto: "In buona fede, che è avvenuto (che fu, "fo") di ciò che ora ho acquistato?"

VIII, 2 che sanza porta entrata molta apresta (?)6 Intendi: "a tale ora che l'uomo selvaggio sia fuori del castello, edella sia affacciata alla finestra"

XII, 8 Cioè: di chi ti ha fatto signore di sé

XV, 7 il qual stane

XVI, 6 finestra il

XVII, 8 [ne]

XVIII, 2 tronchascino

XIX, 5 molto8 sedemi

XXIII, 4 dimando5 E uno gli disse: E si

XXIV, 4 ano averllo morto; cioè: lo hanno da uccidere8 diavolo

XXV, 5 Sott.: Dice "mostra" [la storia]; cfr. XXXIV, 1

XXVI, 8 mai avesse niun cavaliere

XXVIII, 4 che provandosi col

XXIX, 4 l'avresti

XXX, 5 ediegli 7 C per

XXXVI, 1 (di) fargli

XXXVII, 1 E porcho

XLIV, 4 gentile uuomo

XLIX, 8 o l'uscita; cosí anche in LI, 6

LI, 5 e[d] 6 o l'entrata.

LIII, 7 chome lo videro tutti singinocchiaro

LV, 4 pevoi odo chio atenere. Il C. non ha inteso questo passo e colloca dei puntini, indice di lacuna, al posto di "ocio"; ma il senso non è difficile: "Poniamo che io vada a corte; in ogni modo io riconosco da voi ciò che io debbo ottenere, avendo salvata la cittá del porco troncascino". La difficoltá della forma perifrastica "ho a tenere", terrò, si risolve col confronto del passo analogo: "hanno averlo morto", uccideranno (XXIV, 4)

LVIII, 6 diciendo

LXI, 3 (gran) magnificienza.

Il cantare diBruto, che si pubblica qui per la prima volta, si trova a cc. 25 A—27 A del celebre codice Kirkup (K), donato recentemente dal Collegio di Wellesley al nostro governo, e da questo depositato nella B. N. di Firenze. Nel riprodurlo ho eseguiti alcuni ritocchi; ecco le varianti diK:

II, 5 chi sia

V, 5 apreso;8 so scrisse ['n]

VI, 1 io dico8 che ['n]

VII, 2 a[spri]7 sieristte

VIII, 7 dedime8 te

IX, 2 contoe 3 [n']andava 4 chotale 7 odimi

X, 3 quello 6 sai 8 chonvie

XI, 2 selghuanto delucciello nona3 qualguanto

XII, 2 nom(in)ar6 chovenenza

XIII, 6 i suo

XV, 4 [poi]

XVI, 1 giovane7 (gli) arnesi

XVII, 2 [che] credi5 [a]dirato

XVIII, 4 i[n]su 6 gu[e]rra 8 abbatte(va)

XIX, 1 glochante6 giogieva

XXI, 2 agmendue8 pontò

XXII, 7 [si v']avea messa8 piene

XXIII, 8 et fu si puoto

XXV, 4 chevu 7 Eprutto… valle 8 (e) poi

XXVI, 8 stecho

XXVI, 6 che perchio mangi no mancha su stile

XXVII, 2 chore tanbonda 3 iposibole 4 che tavola 5 chaper… puo 6 non cierchonda

XXVIII, 2 [ancora]

XXXII, 5 muia 7 te[m]pesta; 8 i[n]su

XXXIII, 2 velato (ave'n alto)

XXXIV, 6 doveglie mamena 8 dovegli il tolse il tolse (sic)

XXXV, 2 levaro(no) 3 [in] nessu[n] 5 ed [egli] 8 [a] dorni

XXXVI, 3 pu[n]gie 6 'l guanto e fu lasciato ire 7 dadici

XXXVII, 7 so[n] vi…alte

XXXVIII, 4 i[l] re con tanta novitade 6 bingitade

XXXIX, 8 ciá

XL, 7 contastare

XLI, 4 chogli altra avanza 7 [si] furono amendue

XLIII, 1 ricordo 3 dichelrinvichorisse erinsanora 8 enciselo

XLV, 3 [in]signato.

Il cant. diMad. Lionessaè contenuto nei due codici:

R.—Riccard. 2873, e. 103-117 B. Il testo di questo manoscritto è molte volte guasto e scorretto; ma si dovrá ritoccarlo con grande cautela, data l'autoritá di questa cospicua raccolta di cantári.

K.—cod. Kirkup, c. 49 A. Prima di questa carta, ne mancano 15 (34-48), che dovevano contenere i cantári diApollonio di Tiro, III (ott. 5-58), IV, V e VI, e le ott. 1-45 diMad. Lionessa. Non rimangono sulla c. 49 a che le ultime 4 ottave, che furono edite secondo questa lezione da M. H. Jackson nellaRomania, XXXIX, 322.

Il testoRfu pubblicato nella seg. ediz.:Madonna Lionessa, cantare inedito del sec. XIV, aggiuntavi una novella, del "Pecorone"[per cura di Carlo Gargiolli], Bologna, 1866; nellaScelta di curiositá letterarie, disp. LXXXIX. Accurata edizione, ma imperfetta perché anteriore alla scoperta del cod. K e deturpata da spiacevoli errori di lettura e di interpetrazione.

Naturalmente, preparando questo libro, io ho tenuto sott'occhio non solo l'ediz. del Gargiolli (G), ma anche i due ms.ReK, dei quali indicherò le varianti piú notevoli:

II, 3 R con qua 4 mestrieri

IV, 2 R alla reina chella il sachorese 6 di[ss]e 8 i[l] re

V, 2 che[d] 7 RG a l'altra

VI, 7 RG percossono tosto

VII, 1 RG un tanto 7 G diede 8 RG misogli

VIII, 3 R (ri)tornando 7 R (ed) e'

IX, 8 (ella) il fe'

XI, 7 R ella si stingua

XII, 7 R e[gli]

XIII, 7 RG dinanzi

XIV, 7 R fatti

XV, 7 R [le] leggi8 istriti

XVI, 2 R affetto6 il (suo) distretto

XVII, 2 RG rauno libri some ben dariento [Muto "d'ariento" in "trecento", perché nell'ott. XLIX si parla della restituzione dei libri, ma non delle some d'ariento.]

XVIII, 8 R su[r]

XX, 8 R i[l] re

XXI, 2 R co[l] re 4 (s)i smontò 6 cominciarono a salutarllo

XXII, 6 R tanto [ha l']aspetto

XXIII, 4 RG e[d] i

XXIV, 2 R sapere 3 chell[i ha 'n] 8 (si) menò

XXV, 6 R ta[l] 8 G comperai

XXVI, 6 R [assolver]

XXVII, 3 R cierta(na)mente 8 (e) Salam.

XXVIII, 4 R [mai]

XXIX, 1 R partito fue 2 onteso 7 (questi) vi manda

XXXI, 4 R e[d] a 6 [a lui]

XXXII, 6 R [gli]

XXXIII, 4 R rispose[gli]

XXXIV, 3 GR come

XXXV, 1 RG cha 5 RG e[d] una

XXXVI, 1 R chavalcando

XXXVII, 4 R undalulato

XXXVIII, 4 R i[n] Dio

XXXIX, 5 G per cura

XL, 8 RG nel[lo]

XLV, 1 R (in) sulla

XLVI-XLIX: di queste quattro ott. abbiamo il testo apografo K

XLVI, 1 RG e poi dicea:—a 3 R avere 5 R edel disse: deh

XLVII, 1 RG. Quando fue 2 con alleggrezza n'andarono a 3 et a braccio 4 tutta la notte istettero 5 K il giorno 6 RG accomiatava che a loro ebbe detto 7 i' vado

XLVIII, 1 RG contento di partir2 si rimuta sua g.3 e secondo ch'io trovo nelle carte5 lettere scrisse poi in ciascuna parte7 ne vo io8 al nipotente

XLIX, 3 RG Infino che col marito suo vivette4 feciono insieme lunga e santa6 poi ebbon8 K fieciI vv. 7-8 sono in RG: il qual conciede a noi il Creatore |Questo cantare è detto al vostro onore.

LaRegina d'Orientesi legge in un numero notevole di manoscritti.

K.—Codice Kirkup. Manca il primo fascicolo del codice, sicché il cantare si inizia al quinto verso della IX ott. del secondo cantare. La perdita di quelle 16 cc. deve essere assai antica, poiché due diverse mani del Quattrocento notarono in alto alla c. 17 A: "Chomincia i chantari della reina d'oriente". Il resto segue fino a c. 24 B: sono omesse due ottave, la IX e la X del terzo cantare. Per la sua compiutezza, questo codice del Trecento che, unico, raccoglie insieme le sparse opere pucciane, e per altre ragioni, che sono state messe in evidenza dal Morpurgo, deve ritenersi assai prossimo all'autografo. Naturalmente l'ho tenuto a fondamento di questa edizione, senza per ciò obbligarmi ad una fedeltá pedissequa e cieca, perché in molti luoghi la sua lezione è meno limpida di quella di altri manoscritti, o si rivela addirittura errata.

E.—Cod. Moreniano-Bigazzi CCXIII, c. 91 B: "Qui incomincia la reina d'oriente". Le pagine 100-104, mutile, sono state restaurate dal moderno legatore e poi completate col testo dell'edizione Bonucci.

M.—Biblioteca Marucelliana di Firenze, cod. C. 265. Grosso volume cartaceo, di cc. 182, racchiuso in una dozzinale, ma antica legatura di cuoio e di assicelle di legno. Fu messo insieme o almeno acquistato nel Quattrocento da un amatore, nonché della letteratura leggendaria, anche del vino: da Baldese di Matteo "vinattiere allaNave" in Firenze.La Regina d'Orientecomincia, senza titolo alcuno, a c. 49, e, a tre ottave per pagina, occupa le cc. 49-80 b; dopo di che è l'explicit: "Finissi questo libro". Pel tipo della composizione, questo volume si avvicina e si rassomiglia a quello Moreniano-Bigazzi, che pur contiene l'Apollonioe poi laReina d'Oriente. E anche per la lezione gli si affratella; cfr., per esempio, IV, 1; V, 2; VI, 5-7; VIII, 3; IX, 2-3-6-7; x, 1, 5-6-7, ecc. Sono omesse le ottave XXII e XXV del IV cantare e vi sono parecchi errori di scrittura e di interpretazione.

U.—Cod. 158 della Bibl. Univ. di Bologna. Bel vol. di pergamena del sec. XIV, scritto a due colonne, con rubriche, illustrato da F. Zambrini nella Prefazione alLibro della cucina del sec. XIVBologna, 1863,Scelta di curiositá letter., disp. XL), e piú sommariamente dal Mazzatinti (Inv. dei mss. delle biblioteche d'Italia, xv, 156). Appartenne al pontefice Benedetto XIV. LaRegina d'Orientevi occupa 9 cc. e una col. della 10^a (c. 86-95 a) con circa cinque ottave per colonna: manca la fine del terzo cantare (XXXVIII-L) e il principio del quarto (I-XXIII, v. 5), in tutto 35 ottave, le quali dovevano occupare per intero due carte, tra l'attuale c. 93 e la 94. Oltre questa grande lacuna, dovuta alla perdita delle due cc., il testo è mancante dell'ott. XIX del terzo cantare. Questo ms. è indicato dal Bonucci col nome di "Veggettiano XV", nome che non gli appartenne mai, se non per questo che esso ebbe dal bibliotecario Liborio Veggetti la nuova segnatura 158 (e non 15) in luogo d'un'altra piú antica.

Panc.—Cod. Panciatichiano XX, del sec. XV, c. 82. Contiene, anepigrafe, solo le prime 4 ottave.

T.—Cod. Tosi, del quale non conosco il destino. Questo ms., che conteneva laSala di Malagigie laRegina d'Oriente, dopo esser passato per le mani del bibliografo Tosi "attraverso le Alpi e la Manica, andò a cascare Dio sa dove", scrive il Rajna.

L.—Ms. posseduto dal cav. Fortunato Lanci di Roma e da lui trasmesso al Bonucci, il quale se ne serví specialmente nelle 35 ottave mancanti in U. Non so se questo testo fosse copia di un codice antico o un codice antico esso stesso, e di quale secolo, nulla dicendo il Bonucci.

Le stampe popolari dellaRegina d'Orientesono cosí numerose che non spero che l'enumerazione, che ora segue, possa essere compiuta:

I (1483).—LA REYNA D'ORIENTE.—In fine: "Finita la reyna doriente adi 2 guiugno (sic) Mcccc. lxxxiii, In-firenze".—In-4° 3 quad. (reg.a-b-c) caratt. tondo, 4 ottave per pagina: cfr. Molini,Operette bibliografiche, p. 114.

II (1485).—Ediz. s. a. n. l., in 4° "carattere rotondo, che ha del nostro corsivo", mancante di virgole, numeri e richiami. Un esemplare fu rinvenuto alla metá del Settecento, a Napoli, da S. M. di Blasi (_Continuazione della lettera del padre d. Salvatore Maria di Blasi intorno ad alcuni libri di prima stampa,negliOpuscoli di autori siciliani_, t. XX, Palermo, 1778) in un ricco volume miscellaneo di stampe popolari del Quattrocento.

III (sec. XVI).—La Regina d'oriente(gotico).—Segue un intaglio in legno, che rappresenta una regina in orazione; indi le tre prime strofe. Inc.: "Superna maestá da cui procede" Fin. alla c. 10 B, seconda col., l. 44: "la historia è finita al vostro onore". Il Fine.—s. l. n. a. n. t., in-4° car. romani con seg. e cust., senza num. di pagine. Le ottave sono 194, le figure 10. È posseduta dalla Bibl. di Wolfenbüttel,Miscell. n. XIV.

IV (sec. xvi).—Edizione identica alla precedente, ma posteriore; è posseduta dalla Bibl. Magliabechiana.

V (1587)—-LA REGINA D'ORIENTE—In fine:In Firenze, appresso Francesco Tosi, alle Scale di Badia 1587., In 4°di 12 cc. non numerate (Reg.: A, Aij, Aiij, B 2, A 5, A 6) a due coll., car. tondi.—Reca cinque stampe: la prima, nel frontespizio, rappresenta la regina che prega; la seconda (c. B 2recto) la celebrazione del matrimonio; la terza (c. 6recto) un giardino, dove il Re e la principessa si tengono per mano; la quarta (c. 9r) e la quinta (c. 10 r) rappresentano una battaglia di cavalleria. Le ottave sono 194: fin.: "Al vostro honor Anton Pulci l'ha fatto".—È nella Bibl. Palatina di Firenze.

VI (1628).—LA REGINA D'ORIENTE—In fine:In Firenze, Rincontro a Sant'Apolinari, 1628.Con Licenza di Superiori. In-4° di 10 carte non num. (Reg.: A-A5), a due colonne, caratt. tondo. Dopo il titolo, la medesima stampa che è nell'ediz. V, ma con diverso contorno. Un esemplare è nella Palatina.

VII (sec. XVII ex.).—Historia della Regina d'oriente, dove si tratta di molti apparecchi, trionfi, e feste tra valorosi cavalieri, Bologna, Pisarri, s. a., in-12° Questa edizione fu riprodotta piú volte, nel sec. XVII e XVIII, s. a.: cfr. G. Libri,Catalogo del 1847, n. 1106; Brunet,Manuel, IV, 957.

Moltissime sono le edizioni popolari del sec. XVIII e XIX. "Di questo poemetto cavalleresco popolare—scrive lo Zambrini,Opere volgari[4], col. 848—si sono fatte in ogni tempo, e quasi direi, in ogni cittá d'Italia edizioni per uso del popolo, ma grandemente sfigurate e ridotte in tutto alla moderna dicitura".

Oltre le numerose edizioni popolari, ne abbiamo due, che vorrebbero essere critiche e filologiche:

VIII (1862).—Historia | della | Reina d'Oriente| di | ANTON (sic) PUCCI | Fiorentino | Poema cavalleresco | del XIII° secolo | pubblicato e restituito | alla sua buona primitiva lezione | su testi a penna | dal dottore Anicio Bonucci. Bologna, 1862 (disp. XLI dellaScelta di curiositá letterarie).—Il titolo è lungo e contiene moltissime promesse, delle quali, con mirabile sfrontatezza, nel libro. Il testo non è per nulla rivisto sui "testi a penna", ma è condotto sul cod. U fino al cant. III. ott. 37. Per le 35 ottave mancanti in U e per il cant. IV, ott. 23-24, l'edizione è dedotta dal testo del cav. Fortunato Lanci. Con questo pasticcio, il Bonucci si illudeva di aver scoperte le "auguste virginali bellezze" della poesia antica; ma gli spropositi, che gli piovvero tra le carte da ogni canto, sono cosí numerosi e piramidali, che quella edizione resterá per un pezzo un monumento di cieca ridicolaggine. Del resto, tutti riconobbero subito di qual pregio fosse il libro del Bonucci e non gli risparmiarono rimproveri; ma egli soleva giustificarsi, dicendo che si era fatto correggere le bozze dalla serva. E qualche anno piú tardi mise fuori una nuovaRegina d'Oriente.

IX (1867).—Historia della Bella(sic)Reina d'Oriente, poema romanzesco diANTONIO PUCCIfiorentino, poeta del secolo di Dante, novellamente ristampato ed a miglior lezione ridotto sopra un testo a penna Marucelliano, in Bologna, 1867, in-8° di pp. xvi-64. In fine: "In Bologna, fatta stampare dal bibliofilo Anicio Bonucci, nelle case di Costantino Cacciamani".—Ma questa edizione "riveduta" non riuscí meglio della prima e, se quella fu corretta dalla serva, "v'è da dubitare—diceva argutamente lo Zambrini—non le bozze stavolta fossero rivedute dal guattero"!

Preparando questa mia edizione, le due bonucciane non potevano in alcuna maniera servirmi, se non per rappresentare, chi sa come trasfigurate, le varianti del testo Lanci, del quale ignoro la sorte; e perciò mi sono valso senz'altro dei quattro manoscritti: K, M, E, U.

Subito la concordia nelle lezioni e negli errori tra U ed E mi avvertí che essi formano una famiglia distinta. Dove gli altri mss. hanno "ed ella fa'" (I, 30, 7), U ed E recano insieme "appresso fa";—dove: "non ne pensate d'aver" (II, 33, 3) E "non v'è mestier", ed U "non vi fará mestier";—KM "paresse" = EU "tornasse" (II, 36, 7);—KM "che figliuol era" = EU "chi 'l signor era" (II, 37, 7);—KM "l'ha fatto" = EU "lo fece" (II, 40, 6);—KM "prima che 'l v'entrasse" = EU "parea che tremasse" (III, 2. 7).—E l'enumerazione potrebbe continuare all'infinito.

M aderisce per alcuni tratti ad E e per altri si mostra tributario di K. Nel cant. IV 16, 7, E reca "e poi col re si mosse"; K sopprime l'"l", come sempre, per un vezzo di pronuncia, "e ——-File: 374.png—-\\\\—————————————————— poi core si mosse"; M, malamente interpretando l'inesatta grafia di K, storpia cosí il v.: "e poi a correre si mosse".

K naturalmente ha un testo buono, ma non impeccabile. Molte volte la lezione si rivela una corruzione di quella data da E e M, che il senso e la rima accertano esatta: E "crescendo" = K "che sendo" (II, 29, 5);—E "s'ella" = K "sole" (II, 43, 3);—EM "la possa" = K "la poscia" (III, 1, 5);—EM "nolle" = K "nulla" (III, 28, 8);—EM "avere isposo" = K. "vero sposo" (III, 28, 7);—EM "ove il cor pogno" = K "ove il compagno" (IV, 1, 6), ecc.


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