52
Lo re Artú al cavalier parloe, e disse:—Ahi, messer Galvan giocondo! piú bella amanza tu ingannasti mòe, ch'avesse cavalier di questo mondo. Piú lucente che stella questa foe, le suo' bellezze non trovavan fondo. Tapino te! come fallato hai, ch'alla tua vita piú non la vedrai!
53
Messer Galvano allor prese a parlare. Disse:—Signor, se Cristo mi perdona, non so in che parte me ne deggia andare per ritrovar quella gentil persona. Mai barba né capelli vo' tagliare, né su tovaglia non mangerò adorna, se non racquisto la speranza mia; né tornerá qui la persona mia.—
54
E, detto questo, elli s'accombiatava. Di presente partí da Camellotto, ed in lontane parte cavalcava; dove andare, non sa lo baron dotto; a molti di Morgana addomandava, dov'ella stava a niuno era noto; e chi in qua, e chi in lá dicia: niuno sapeva qual'era la via.
55
Un giorno, cavalcando alla boscaglia, messer Galvan fu arrivato a una fonte, lá dove un cavaliero armato a maglia stava appoggiato, la mano alla fronte; quale a Galvano domandò bersaglia: combatter vuol con lui e darli onte. Messer Galvan lo addimandò del nome. —Breus mi chiamo. Or hai saputo il come.
56
Io vo cercando Tristan, Lancilotto, messer Galvano e 'l buon Astor di Mare, Palamidès, Galasso tanto dotto, Troiano e Lionel vorria trovare; messer Ivano e Artú di Camellotto, e Lionbordo ancor per tale affare; e tutti li altri cavalieri erranti, ché impiccar li vorria tutti quanti.
57
Per forza o inganno li vorria tradire.— Messer Galvan li disse:—I' ti disfido!— Al primo colpo lo fece giú ire, questo Breusse, nato di mal nido. E poi li disse:—Ora t'abbi a pentire; del mal volere i' per ora t'affido.— E in quel luogo abbattuto lo lasciava; poi 'l buon Galvano al suo cammino andava.
58
Sei mesi e piú elli ebbe cavalcato, e di cercare non fa restagione; e ad un castello lui fúne arrivato; giú da cavallo dismontò il barone. Su per la scala lui fúne montato, e in quello luogo non vedea persone. La tavola imbandita di vivanda v'era, e di tutto che ragion comanda.
59
Galvano a quella tavola s'ha posto: quattro donzelle venner di presente, e avanti a lui apparir molto tosto, e sí 'l servir molto onoratamente. Cento donzelle stavano in un chiostro; piangevan tutte molto duramente. Messer Galvan cominciò a dimandare perché facevan sí gran lamentare.
60
Onde le donne disson la cagione; non si potean tener di lagrimare: —Per la Pulzella Gaia ch'è in prigione, e noi non la potemo giá aiutare. Uno malvagio cavalier fellone della sua gioi' l'have a manifestare. Quei si noma Galvan, lo desliale; che l'alto Dio lo metta sempre in male!—
61
Messer Galvan li disse:—O damigella, per quella cortesia fatto m'avete, sapessi ov'è la sua persona bella, e chi è quei che in prigion la vi tiene, per vostro amore, o gentil donna snella, io andria in qual parte mi direte.— Rispose la donzella:—Or te ne andrai per tal cammino, e sí la troverai.—
62
Allor messer Galvan montò a destriero, e infin a mezzogiorno ha cavalcato; ad una ròcca c'ha intorno un verziero, e dove è una fontana, fu arrivato. Una dama cavalca pel sentiero, cento donzelle li andavano a lato. Messer Galvano, quando l'ha veduta, la dama e le donzelle sí saluta.
63
E quella dama, ch'era molto irata, rispose a lui:—Deh, mal pos' tu stare! per la Pulzella, ch'è stata ingannata, a' cavalier vo' mal, a non fallare; onde per voi ella è imprigionata. Mai cavalier non voglio salutare, per amor di Galvan, lo misliale, che l'alto Dio li dia prigion mortale.—
64
Disse messer Galvan:—Che colpa aggio io, se altri cavalier villania fanno?— Rispose:—Ciascun è malvagio e rio; per lo suo amore, quanti ne troviamo, io giuro lialmente all'alto Iddio che a tutti i cavalier farò gran danno. Per lo gran fallo di quel miscredente ciascun di loro i' mangeria col dente.—
65
Messer Galvan rispose:—Che diraggio a quello cavalier, s'io lo trovasse? Alcuno male io non li mostreraggio: vorria che la su' amanza racquistasse. I' l'ho amato e amo ancor di buon coraggio; gran villania saria se non l'aitasse. Per poterli acquistare la su' amanza combatterria con tutta mia possanza.—
66
E quella donna disse:—O traditore, dunqu'è messer Galvan tuo conoscente? In questo giorno per lo suo amore io ti farò dar morte di presente. E cento cavalier di gran valore tosto li farò armare immantinente.— E questa dama sí ha comandato che tosto sia messer Galvan pigliato.
67
Que' cavalier non fêr dimoragione; al buon Galvano egli funno dintorno, e sí li dissono:—Andate in prigione; se no, che voi morrete in questo giorno.— Messer Galvano a Dio s'accomandòne, e poi si mosse il cavaliero adorno. La lancia in mano e lo scudo imbracciava; di cento cavalieri e' non curava.
68
Tre cavalier di schiera si partía, messer Galvano trassono a ferire; primo, secondo, terzo lo fería; con mortal pena lui li fe' morire. A chi un colpo di buon cuor ei dia non bisognava medico al guarire. Messer Galvan molti n'have abbattuti; li altri fuggían, gridando:—Dio ci aiuti!—
69
Messer Galvano, uomo di gran vaglia, drieto seguía, e giá non ha paura. Li cavalier fugginno alla boscaglia; alla sua spada non vale armadura; a chi un colpo di buon cuor e' baglia, veracemente di morte il secura. Avanti sera, allo calar del sole, tutti li cavalier messe a furore.
70
E quella donna, ch'era tanto bella, avanti di messer Galvan fu gita; e dolcemente lei sí li favella: —O cavalier, Dio ti dia buona vita! tu se' lo piú prod'uom che monti in sella; ed al suo albergo lei sí lo convita. Messer Galvano ben tenne lo invito, e al castel colla donna lui fu ito.
71
In una zambra sí 'l menava ratto, e prestamente lo fe' disarmare. E in piú parte ch'elli è innaverato dolcemente lo fece medicare. E poi li disse:—O cavalier pregiato, dimmi 'l tuo nome, e non me lo celare.— Messer Galvan rispose:—Volentieri. Sono appellato il Pover Cavalieri.—
72
E quella dama disse in quella fiata: —Se tu se' pover, non aver dottanza; ed io son una dama ricca e agiata: darotti questa ròcca per certanza, e ogni altra cosa che ben ti sia grata; ed ho moneta assai, che me n'avanza. Ma priego, cavalier, che di tuo' voglia, avanti i' mora, di me prenda gioglia.—
73
Disse messer Galvan:—Ora mi udite. Di voi gioglia mai non prenderia, ch'io peggiorrei le mie crude ferite. Ma una cosa ben prometteria in buona lianza, se voi consentite; e questo giuro per santa Maria. Se la Pulzella m'arete insegnare, per cara donna i' v'averò a pigliare.—
74
Ella rispose:—I' te la insegneraggio. Ell'è in una cittade molto forte; e giorno e notte, per ogni rivaggio, fortemente si guardan quelle porte. E quella donna dal chiaro visaggio ben credo sia con pene di morte. Ed è in una prigione forte oscura, e sta in acqua fino alla cintura.
75
Dentro a quella cittá si è un castello, ch'è di marmore, bello e rilucente, con duo mila finestre di cristallo, li muri di diamante veramente; de' quai non può levar picchio o martello: per arte è fabbricato certamente. Quella cittade ha nome Pela Orso: tu non potresti darli alcun soccorso.—
76
Messer Galvan rispose:—I' voglio andare. Se posso atare la dama lucente, certo grande servigio avrò a fare al buon Galvano, ch'è tanto valente. E a voi, madonna, avrò a ritornare per prender di voi gioia allegramente.— E quattro giorni e piú si riposava; poi contra Pela Orso cavalcava.
77
Messer Galvano gia non dimoròe, cavalcò a Pela Orso, la cittate; e tardi a quelle porte elli arrivòe, che tutte quante le trovò serrate. E in quella notte di fuora abitòe, infino alla mattina, in su le strate. Poi lo mattina cavalcò alla porta: la guardia immantinente sen fu accorta.
78
Le porte fûr serrate tutte quante quando vider venir quel cavaliero. La guardia disse:—Non venire avante, se lo tuo nome non mi di' in primiero.— Messer Galvano disse:—Io son mercante, ch'io voglio guadagnar del mio mestiero.— La guardia disse:—Tu non entrerai: vista di mercadante tu non hai.—
79
Messer Galvan molto si corrucciava, intorno alla cittade ha cavalcato; piccoli e grandi, quanti ne trovava, a tutti quanti la morte ha donato. E' con la spada tutti li tagliava, e non lasciava campar uomo nato. Alla cittade facea guerra forte; dí e notte stavan serrate le porte.
80
Messer Galvano per quelle contrade castelli e torri, tutte a lui s'han dare; e poi fece grand'oste alla cittade; quattr'anni e piú li fece dimorare. Quelli di fuora e quei della cittade gran falsitade s'ebbono a impensare, dicendo:—Usciamo. Le porte apriremo, e immantinente lui sí uccideremo.—
81
E la fata Morgana have ordinato con que' di fuora lo gran tradimento; ed una delle porte ha disserrato, e dentro aveva grande afforzamento. E gran battaglia tosto li have dato; venneli sopra senza restamento. Chi lo fería di dietro e chi davanti: ora l'aiuti Cristo e li suo' santi!
82
Lo Pover Cavalier venía chiamato messer Galvano; a Dio s'accomandava. Chi li ha di spada e chi di lancia dato; Galvan de' sproni lo destrier toccava, tra sé dicendo:—Questo è mal mercato! e nella prima schiera lui sí entrava; e con suo brando cominciò a menare, e tutti quanti li facea scampare.
83
E per tal modo prese a cavalcare dentro da quella gente molto forte. Con quelli alla cittade ebbe arrivare: gran battaglia faceva a cotal sorte. A chi un colpo lui aveva a dare, veracemente il conduceva a morte. Quei della terra allora si rendea; messer Galvano ben la ricevea.
84
E poi alfin quella gente chiamava questo barone, ch'è molto pregiato. Allor tutta la gente che scampava a Galvano ciascun fu ritornato. E tutti quanti a lui s'inginocchiava, e dolcemente l'ebbon salutato: —Povero Cavalier, nobil, verace, a noi comanda quello che ti piace.—
85
Disse messer Galvano:—Io vel diraggio, e fatto sia senza dimoragione: fate la dama dal chiaro visaggio che tosto sia cavata di prigione; se no, che la testa io vi taglieraggio, e tutti perderete le persone. Per trarla di prigione state accorti; se no, che tutti quanti siete morti.—
86
E quella gente allor di gran bontade della Pulzella arricordò il tormento; e di lei loro aveano gran pietade. —Nol sapevamo nel cominciamento, che certo data vi avriam la cittade, e fatto avriam tutto il vostro talento.— Con gran romore i cavalieri andava alla cittá real dov'ella stava.
87
Ma quel castel sí era ben armato, e dentro v'era molta buona gente. Non li valea 'l combatter d'alcun lato; quella battaglia non curava niente. Lo romore era sí grande levato, che la Pulzella Gaia ben lo sente. Nella prigione tutta si smarría di tal romore com'ella sí udía.
88
Una donzella della savia fata, che tuttavia li porta la minestra, andò alla prigione in quella fiata. Disse:—Pulzella Gaia, ora stai destra. Io sí ti dico, e faccioti avvisata che l'angiolo di Dio di te fa inchiesta. Or stai allegra, e non temer ad ora, ché di prigione tosto uscirai fuora.—
89
E la Pulzella sí prese a parlare, e sí li disse:—O compagna mia cara, io ti priego per Dio, non mi gabbare. Era Gaia: mò son di gioia avara. Cosí non va; di ciò falla mia madre, che mi fa star in pena tanto amara. Non mi gabbare piú, ch'e' mi rincresce: io prima era Pulzella, e mò son pesce.—
90
Quella rispose:—Io non ti gabberaggio; di te ne porto doglia dolorosa, e sempre sarò grama nel visaggio, s'io non ti vedo, dolce amor, gioiosa, come solea veder lo tuo visaggio. Ma t'imprometto, donna dilettosa, ch'i' ho veduto di fuor del castello quel cavaliero poderoso e bello.—
91
E la Pulzella Gaia prese a dire: —Compagna mia, s'elli t'è in piacimento, e se tu vo' mi del tutto servire, da scriver mi dái tutto 'l fornimento— Ella disse:—Di ciò ti vo' fornire:— ed halli addotto tutto 'l guarnimento. E dièlli un lume, poi ch'ella vedesse a scriver quanto che a lei piacesse.
92
E la Pulzella una lettra ebbe fatta; e, quella scritta e poi ben suggellata, disse:—Compagna mia cara ed adatta, compi di farmi ad or questa imbasciata; e, se di qua dentro io ne sarò tratta, tu ne sarai da me la ben mertata. Dentro dall'oste al mio signor fa' dare questa lettra, se tu mi vuoi scampare.—
93
Quella rispose a lei:—Signora mia, comanda pure, ch'io ti serviraggio infin che durerá la vita mia; e, se tu scampi, allegra ne saraggio.— Immantinente sul muro venía; la lettra buttò fuora col messaggio. Un cavalier la prese con sua mano, e poi l'appresentò a messer Galvano.
94
Galvan la lettra ebbe dissuggellata, la qual dicea:—Salute con amore. Se scampar vo' mi, parti alla celata, e stai quindici giorni ascoso fuore. E poi tu troverai di tua masnata cento a cavallo, e non aver timore. Vestili a verde a modo di donzelle, e tu a vermiglio fa' che sii con elle.
95
Sappi ti faccio a tal modo vestire perché la Dama del Lago è mia zia. Alla mia madre ella sí suol venire, né piú né men, con tanta compagnia. Allor si ti fará la porta aprire, ché ben la crederá che dessa sia. E, se passi pur l'una delle porte, l'altra tu spezzerai, non cosí forte.—
96 (100)
Messer Galvano presto ha cavalcato immantinente con que' cavalieri; quindici giorni lui stette celato; come donzelle vestí quei guerrieri, ed al castel con lor si fu inviato. La guarda lungi 'l conobbe manieri. Tosto alla fata Morgana favella; disse:—Madonna, e' vien vostra sorella.—
97 (101)
Allor Morgana tosto comandava che le porte s'aprisson di presente; e molto presto ciaschedun ne andava, perché tutti vedeanla allegramente. La guardia aperse, e a Morgana parlava la cameriera, che sa il convenente. Disse:—Madonna, voi sète ingannata: questa è altra gente: siatene avvisata.—
98 (102)
Allor Morgana molto fu adirata, e tosto corse e si prese a gridare che la porta in presente sia serrata; suoi gridi poco li have a giovare. Messer Galvano dentro fa l'entrata, e sua bandiera qui fece fermare; ma, avanti che spezzasson l'altra porta, tutta suo' gente quivi si fu morta.
99 (103)
Ma pur alfine la porta spezzava; messer Galvano dentro ne fu entrato; piccoli e grandi, quanti ne trovava, a tutti quanti lui la morte ha dato. E la fata Morgana poi trovava, quale di morte l'have minacciato. Galvan li disse:—O tu, malvagia e ria, menami alla prigion della tua fia.—
100 (104)
Morgana per paura lo menava alla prigion dov'era incarcerata. Messer Galvano fuor sí la cavava, ch'ella era come pesce diventata. Messer Galvano allor sí l'abbracciava, e d'allegrezza in terra è strangosciata. Quando rinvenne, prese a sospirare, e d'allegrezza aveva a lagrimare.
101 (105)
Messer Galvan li disse:—Anima mia, che morte alla tua madre vuoi far fare?— Ed ella disse:—O dolce speme mia, questa prigion fatela mò provare. I' voglio che in prigione lei si stia, che la figliuola sua fatto ha stentare.— Galvano di presente l'ha menata alla prigione ed ebbela serrata.
102 (106)
Messer Galvan con lei senza fallanza similemente in prigione ha serrata la cameriera ch'io dissi in certanza che al castello la guardia aveva fatta, onde cavato avia la sua amanza. Con lei a Camellotto fe' tornata; ma 'l primo luogo che lui dismontòe si fu il castello che prima arrivòe.
103 (107)
Della Pulzella Gaia era 'l castello, e la dama sua cara cameriera. E quel castello era cotanto bello, dove Galvan cavalcò alla primiera. Grande allegrezza fu fatta per ello e la Pulzella, la qual scampata era. Sí grande fue l'allegrezza e lo canto, che mai non si potria dire cotanto.
104 (108)
Messer Galvan si ritornò alla corte, con seco lui menando la Pulzella. Gran allegrezza fêr le genti accorte, quando sí inteson cotale novella. Tutti li cavalier sí preson forte ad armeggiar per la cittade in quella. Piú dí duròne ivi la gran festa: al vostro onor compiuta ho questa inchiesta.
1
Onnipotente Dio che nel ciel stai, Padre celeste, Salvator beato, che tutt'il mondo con tua man fatt'hai, e regge il tuo saper in ogni lato, e re di ciascun re chiamar ti fai, tanto favor da te mi sia donato che possa dire un bel cantar per rima ch'a ciascun piaccia, dal piede alla cima.
2
Signori, intendo che per povertade molti nel mondo son mal arrivati, hanno perduto la lor libertade, la povertá sí forte gli ha cacciati; ed io vi conterò con veritade d'un pover'uomo gli anni mal menati, come per povertá venne in periglio, convenne dar al diavolo un suo figlio.
3
Il pover'uom si era pescatore, ed ogni giorno n'andava a pescare, per sua disavventura a tutte l'ore, che poco pesce gli venía pigliare. Terra né vigna non avea di fuore; ben tre figliuoli aveva a nutricare. La donna sua, fresca come rosa, viveva del pescar, non d'altra cosa.
4
Una mattina il buon uom si levòe, con la barchetta a pescar ne fu andato, niente di pesce il giorno non pigliòe, onde l'uom si fu forte corrucciato. A un'isoletta del mare arrivòe e quivi un grande diavolo ha trovato. E' sí gli disse:—Che mi vuo' tu dare, se ti dono del pesce da mangiare?—
5
Ed ei rispose:—Da poi che tu puoi, a me comanda ciò che posso fare.— Parlò il demonio co' sembianti suoi e sí gli disse:—Se mi vuoi menare su l'isoletta un de' figliuoli tuoi, e mi prometti di non m'ingannare, io ti darò del pesce per ristoro, moneta assai e con argento ed oro.—
6
E quel buon uomo n'ebbe gran dolore; per povertá convien che lo prometta. Cosí gli disse:—Io ti darò il minore e menerollo su questa isoletta.— E 'l mal diavol non fece altro romore; pigliò del pesce ed empiè la barchetta, moneta gli die' assai, se lo portasse, e disse:—Io t'annegherei, se m'ingannasse!
7
E quel buon uomo gli rispose ardito: —E' certamente non t'inganneròe— e poi inverso casa ne fu gito; con tutto il pesce assai dinar portòe e di buon vestimenti fu vestito. La madre ed i figliuo' ben addobòe, di vettovaglia la casa ha fornita; ma del figliuol aveva gran ferita.
8
E poi chiamò il suo figliuol minore nella barchetta e con seco il menòe; dentro del cuor n'aveva gran dolore, e, navigando, a l'isola arrivòe, della barchetta si lo trasse fuore, dicendo:—Aspetta sin ch'io torneròe.— Cosí lasciò il figliuol con tale inganno, che non avea passato l'ottavo anno.
9
Quel buon uomo di quivi fu partito, ché del figliuol non vuol veder la morte. Il grande diavol quivi parse, ardito, e via lo vuol portar per cotal sorte. E quel fanciullo forte fu smarrito, ché non avea nessuno che 'l conforte; ma per virtú di Cristo si facia il segno della croce, e quel fuggia.
10
Rimase quel fanciul con gran paura, solo soletto su quella isoletta. Guarda e vi vide sopra nell'altura una donna, ch'è in forma di donzella, e un'aquila pareva in sua figura. Ed al fanciullo se ne venne quella e sí gli disse:—Non ti dubitare, ché di questa isoletta ti vo' trare.—
11
Disse il fanciullo:—Non mi vo' partire, perché mio padre qui debbo aspettare.— L'aquila allora sí gli prese a dire: —Dov'è tuo padre, ti vuo' ben portare.— E prese quel fanciul, senza mentire, sopra nell'aria cominciò a volare, e tanto in alto l'aquila il portòe, sí che e' capegli al fanciullo abbruciòe.
12
Poi gli mostrò il paese soprano e 'l suo castello, ch'era in lunghe parte: quattrocento giornate era lontano e piú ancor, fanno menzion le carte. Quell'aquila con quel fanciullo altano in una notte sí v'andò per arte, che la sera dall'isola il traeva, e la mattina al suo castel giungeva.
13
E poscia in una sala molto bella: —Ora m'aspetta fin ch'io torno—disse; entròe in zambra e diventò donzella, pareva che del paradiso uscisse, che riluceva piú che non fa stella; assimigliava il sol che in ciel venisse! Era vestita di molti bei panni e non avea passato ancor diec'anni.
14
Questa fanciulla, la quale io vi dico, sí si chiamava madonna Aquilina, che scampò quel fanciullo del nimico, quando lá il trasse, fuor dalla marina. Andò da lui e disse:—Bello amico, Iddio ti doni la bella mattina! Io son colei che sí alto ti portai, quando da quel diavolo ti scampai.—
15
E quel fanciullo con buon argomento cortesemente assai la ringraziòe, e dissegli:—Madonna, io son contento, e vostro servitor sempre saròe.— Ella rispose:—Non ti dar spavento, ché ancora piú contento ti faròe.— Ella aveva dieci anni ed egli sette e vergin piú d'otto anni ancora stette.
16
Infra quel tempo lo misse a studiare con un maestro, e da lui bene imprese, ed imparò a scrivere ed a giostrare, e venne in arme prodo uom palese. Ai suoi colpi niun potea durare, e ben dicea ciascun di quel paese: —Quest'è figliuol di conte e di barone!— tanto era adatto e di bella fazzione.
17
Quando cresciuti furono in etade, egli pareva un giglio, ella una rosa, e quella donna piena di beltade disse:—Il mio cuore non ará mai posa, se non adempio la mia voluntade: piacciati al tutto che io sia tua sposa: poiché allevato t'ho, donzel gradito, ora ti piaccia d'esser mio marito.—
18
E quel fanciullo con buona dottrina cosí cortesemente ebbe parlato, e sí gli disse:—Madonna Aquilina, con gran fatica m'avete allevato. Voi mi campaste fuor della marina; ciò che a voi piace sono apparecchiato.— Ed il suo nome disse a ciascheduno; la gente sí lo chiama Leombruno.
19
Egli sposò la donna in cotal sorte, ella sua sposa ed ei per suo marito. Il suo castello gli era tanto forte, di ciò che bisognava era fornito, fino nell'aria aveva ben due porte fatte per arte, e molto ben guernito. Persona alcuna entrar non vi potea, se madonna Aquilina non volea.
20
Liombruno sapea l'incantamento, a suo diletto n'usciva ed entrava e spesso vi facea torniamento di belle giostre al tutto s'approvava. E quella donna, piena di contento, di giorno in giorno sempre piú l'amava, perch'era bello e pien di leggiadria, sí che la donna gran ben gli volia.
21
Standosi un giorno tutto nequitoso, la bella donna sí gli ebbe parlato, e sí gli disse:—Viso mio amoroso, perché mi sta' tu tanto corrucciato?— A lei rispose Liombruno sposo: —Madonna, un gran pensier si m'è levato: i miei fratelli vedere io vorria ed il mio padre e madre in compagnia.—
22
Disse la donna:—Se tu vuoi andare, io vo' che m'imprometta, senza inganno, al termin ti darò, di ritornare. Voglio che torni avanti che sia l'anno.— E Liombruno sí prese a parlare: —Madonna, e' sará fatto senza affanno.— Ed ella allora gli donò un anello, che da disagio scampasse il donzello.
23
—Ciò ch'arai—disse—a l'anel domandare tu l'averai tutto al tuo piacere; danari e robba, senza dimorare, ti sará dato a tutto tuo volere: ma guarda di non mi manifestare, ché mai piú grazia non potresti avere; e fa' che fino a un anno tu ritorni e, se piú stai, non varchi quattro giorni.—
24
E Liombruno disse:—Volentieri!— E quella donna, sí bella e gradita, innanzi ch'ei partisse a tal mestieri, ben quattro dí fe' far corte bandita, e 'l fece fare ancora cavalieri: fecegli cinger la spada forbita. E, fatto questo, si prese commiato; e "messer" Liombruno era chiamato.
25
Avea d'andar giornate quattrocento innanzi che in suo paese arrivasse; ma quella donna per incantamento sí ordinò ch'egli s'addormentasse; a l'arte fe' da poi comandamento che in suo paese tosto lo portasse. La sera Liombrun s'addormentòe, la mattina al paese suo arrivòe.
26
E, quando venne su l'alba del giorno, si fu allor Liombruno risvegliato, rizzossi in piedi e guardossi da torno e 'l bel paese ha ben raffigurato. E Liombrun, quel cavalier adorno, umilemente Dio n'ha ringraziato ed a l'anello grazia egli chiedía: ciò che 'l comanda, tutto gli venía.
27
Per la virtú ch'aveva quel anello, in prima sí ei richiese un buon destrieri; di vestimenta poi 'dobbato e bello, come bisogna a ciascun cavalieri; una valigia poi appresso a quello, fornita di fiorini a tal mestieri; e gente gli chiedeva senza fallo: assai ci venne a piedi ed a cavallo.
28
Con questa gente e con quei suo' danari andò a la casa e ritrovò suo padre e' suoi fratelli e' suoi parenti cari, e quella robba presentò alla madre. Non si mostrorno i suoi parenti avari verso di lui e tutte le sue squadre, ma, visitandol, diceva ciascuno: —Ben sia venuto messer Liombruno!—
29
I suoi parenti dicean tutti quanti: —O Liombruno, dove sei tu stato?— E Liombruno a lor rispose avanti: —In veritade io ho ben guadagnato e sono stato con ricchi mercanti, che m'han cosí vestito ed addobbato, pel ben servire ched io ho fatto loro m'han fatto cavalier a speron d'oro.—
30
Ben nove mesi stette con presenti, che li facevan ciascuno d'onore. Li si provava amici con parenti; in quelle giostre, pien di gran valore, spesso facea di ricchi torniamenti. E Liombrun di tutti avea l'onore. Passati nove mesi, e' prese a dire a' suo' parenti:—E' mi convien partire,
31
ché a quelli mercatanti io n'ho promesso innanzi passi un anno di tornare.— Que' suoi parenti sí dissono:—Adesso, o Liombruno, dove vuoi tu andare? Sappi, il re di Granata sta qui appresso, una sua figlia si vuol maritare; e 'l torniamento ha giá fatto bandire che chi la vince, seco de' venire.—
32
E Liombruno questo dire udía, li venne in cuor di provar sua ventura, ed a l'anello subito chiedía un bel destriero con buona armadura. E ciò ch'ei domandò, tutto venía. Liombruno d'armarsi allor procura; da suoi parenti comiato pigliava, e ciaschedun di loro lagrimava.
33
E Liombruno si prese comiato, tanto cavalca che giunse in Granata, lá dove torniamento era ordinato e la gran giostra era cominciata. E l'altro giorno se n'andò sul prato, dove la gente era giá ragunata. Ivi era un saracin tanto possente, che della giostra quasi era vincente.
34
Quel saracin avea tanta fortezza, che niun a lui si gli volea accostare però ch'egli era prode e pien d'asprezza; a suoi colpi nessun potea durare. E Liombruno, pien di gentilezza, a lui davanti s'andò a presentare. E disse il saracin:—O a me ti rendi, o, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.—
35
E Liombruno disse:—Volentieri!— Arditamente del campo pigliava. E 'l saracin, che si tenea de' fieri sul buon destrier allora s'affermava; e rivoltossi il nobil cavalieri: l'un verso l'altro forte speronava. I cavalieri furon riscontrati: or udirete i colpi smisurati!
36
Il saracino e messer Liombruno si vennero a ferir arditamente; due gravi colpi si dette ciascuno; ma pur il saracin si fu perdente; arme ch'avesse non gli valse un pruno ché Liombruno, nobile e possente, il ferro e l'asta nel cuor gli cacciòe, giú del destriero morto lo gittòe.
37
Caduto in terra morto il saracino, Liombruno nel campo si feria, quanti ne giugne mette a capo chino e ciaschedun gli donava la via, e ben pareva un franco paladino. Con alta voce ciaschedun dicía: —Non combattete piú, franco signore, del torniamento è giá vostro l'onore!—
38
Il re si fe' venire il cavaliere e sí gli disse:—Baron valoroso, la mia figliuola sará tua mogliere, e tu sarai mio genero e suo sposo.— E Liombruno disse:—Volentiere, se ciò vi piace, alto re valoroso.— Ma, innanzi che quel re gliel'abbia a dare, co' suoi baroni si vuol consigliare.
39
Il re i suoi baroni ha domandato, disse:—Che ve ne par del cavaliere? Voi 'l dovete saper—ebbe parlato— forse che in suo paese egli ha mogliere, e non mi par di cosí gentil stato, ched a noi si confaccia tal mestiere, benché sia prode e pien di gagliardia, a noi non par che convenente sia.
40
Ma, se per nostro senno si dee fare, ordinarete che ciascun si vanti, e dopo il vanto, senza dimorare, ognun il suo ne provi a noi davanti.— E l'altro dí si fece ritornare in su la sala i baron tutti quanti, ed ordinò che ciascun si vantasse, e poscia il vanto innanzi lui provasse.
41
Chi si vantava di bella mogliere, chi si vantava di bella magione, chi di caval corrente e buon destriere, chi di gentil sparviero o di falcone, chi di palazzi o di gran torri altiere, chi si vantava di tal condizione; e, quando ciaschedun si fu vantato, messere Liombrun fu domandato.
42
Dissegli il re:—Perché non vi vantate?—E Liombruno sí gli respondia:—Sacra corona, ora mi perdonate.—Ed ei rispose:—Perdonato sia.—E Liombruno disse, in veritade:—Ed io mi vanto della donna mia;piú bella donna non si può trovare,ed infra venti giorni il vo' provare!—
43
—Termine mi domandi venti die— rispose il re—ed io te ne vo' dar trenta.— Liombruno all'anello disse lie: —Donna Aquilina presto m'appresenta!— E quella donna, perché a lei fallie, non vuol venire, acciò ch'egli si penta. E passò trenta giorni senza resta, alli trentun dovea perder la testa.
44
A trentun dí la donna fu venuta, e fuor della cittá si ritenía: una donzella suo vestir aiuta, mandolla al re e a la sua baronia. E, quando il Re costei ebbe veduta, ch'era piena di tanta leggiadria, disse a Liombruno:—È questa tua mogliere?— Ei rispondea:—No, dolce messere.—
45
Poi una cameriera gli arrivava davanti al re e gli altri suoi baroni; e, quando il re costei si riguardava, che l'era tanto bella di fazzione, inverso Liombruno egli parlava: —È questa moglie tua, gentil campione?— Liombrun disse con dolce favelle: —Signor mio no, ma ambedue son donzelle.—
46
E madonna Aquilina fu arrivata col suo bel viso, che rendea splendore: davanti al re si fu appresentata, poi di lí si partí senza tenore. E, quando il re costei ebbe guardata —Liombrun—disse,—nobile signore, or mi perdona per tua cortesia! —Perdonate a me voi!—Liombrun dicea.
47
E Liombrun da lui prese commiato, e dietro la sua donna se ne gia. Ella l'aspettò suso in un bel prato; Liombrun perdonanza gli chiedia. Ed ella disse:—Falso rinnegato, della tua morte non m'incresceria!— Per altra via la donna se n'andava, né arme né caval non gli lasciava.
48
Né arme né caval non gli lasciòe. Liombruno in un bosco ne fu entrato: tre malandrini dentro vi trovòe, che ciaschedun pareva disperato. Nel secondo cantare i' vel diròe, ciò che al cavalier gli fu incontrato. Di Liombruno è giá detto un cantare. Darem principio l'altro, a cominciare.
1
Imperador de' regni sempiterni, luce del mondo e bontade infinita, che tutto il mondo mantieni e governi ed incarnasti in la Madre gradita, donami grazia, Dio, tal ch' i' discerni la bella istoria con rima fiorita. Al nome di Dio voglio cominciare di Liombruno il secondo cantare.
2
Signori, io dissi giá nell'altra rima come Liombrun del demonio scampòe; di punto in punto vi contai da prima, con grande onore al padre ritornòe; e sí vi dissi, come il libro stima, come madonna Aquilina il lasciòe, e non gli lasciò arme né cavallo, e come si scontrò in un gran fallo.
3
Tre malandrini avevano rubato due mercatanti e morti a gran furore, e' lor denari avevano in un prato sopra una pietra, a partirli in quell'ore; e ciascuno pareva disperato, insieme si facevan gran rumore; per darsi morte avean tratti i pugnali, per un mantello ed un par di stivali.
4
Perché il mantello lo voleva l'uno, l'altro gli usatti non potea accordare, il terzo, disse, rimaneva al bruno; e tutti se n'avevano a crucciare. Intanto li passava Liombruno. Quando lo vidder, tutti hanno a gridare, e il piú antico di loro lo chiamòe, e Liombruno prestamente andòe.
5
E sí gli disse:—Amico valoroso, in queste cose ponci providenza. Questo mantello è tanto grazioso; di questi usatti sappi la credenza.— E Liombruno a lor ebbe risposto: —Acciò che possa dar giusta sentenza, la virtú del mantel voi mi direte e degli usatti, poi che lo sapete.—
6
Un di lor due, ch'era il piú saputo, a Liombruno sí prese a parlare, e sí gli disse:—Tu sei proveduto: chi lo mantello adosso avrá a portare da uom del mondo non sará veduto; di questi usatti ti voglio contare: e chi gli ha in piè, cammina come il vento, perché son fatti per incantamento.
7
Liombrun disse:—Giá nol crederia, se primamente non gli ho a provare.— Il piú antico sí gli rispondia: —Or te gli metti, e sí comincia andare, alquanti passi fa' per questa via.— Ei se gli messe senza dimorare. Da poi che fu calzato Liombruno, ei del mantello domandava ad uno.
8
—Sed egli è ver quel che voi detto avete, un gran tesoro vale, in fede mia.— Ed il piú antico disse:—Or vel mettete, voi vederete s'ella cosí sia.— Ed ei sel misse e disse:—Or mi vedete?— —Non ti vediamo—il malandrin dicía. Prese di quei fiorini a suo piacere, di niuna parte lo potean vedere.
9
E Liombruno non tardò niente, el mantello e gli usatti n'ha portati. Ciascun de' malandrin restò dolente: sopra el piú antico si fûrno crucciati, dicendo:—Gli è tuo amico o tuo parente, che per tal modo via ne l'hai cacciato.— Il piú antico disse:—Nol conosco, nol viddi mai, se non in questo bosco.—
10
E non gli valse scusa ch'e' facía, che pur al tutto non volson udire, dicendo:—Pur tu l'hai mandato via, per ritrovarlo poi al tuo desire!— Forte infiammato, ciascuno venía, con le spade il cominciono a ferire, in cotal modo che costui moríe suso quel prato e sua vita finíe.
11
E, fatto questo, si furon voltati suso la pietra, ov'erano i danari, e, vedendo com'erano scemati, tutti a due se n'ebbono a crucciare, dicendo l'uno a l'altro:—Gli hai rubati!— e con le spade comincionsi a dare. Li colpi furon valorosi e forti ché in quel prato ambidue restaron morti.
12
E Liombruno udiva il gran rumore, voltossi indietro e stavasi a vedere, e vidde i crudi colpi di valore che ciaschedun si dá di mal volere; indietro ritornò, senza timore, e prese quei fiorini a suo piacere, ch'eran piú di tremila settecento, poi camminava piú che non fa il vento.
13
E Liombruno tanto camminòe, che presso a un'osteria ne fu arrivato e dentro quella prestamente entròe; tre mercatanti v'ebbe ritrovato, e messer Liombrun gli salutòe. Ed il saluto a quello han raddoppiato; per lo saluto fece Liombruno, in piedi fu levato ciascheduno.
14
Vedendo Liombruno i mercatanti che ciaschedun gli facea grand'onore, a lor parlava con dolci sembianti: —Sedete giuso, o caro mio signore!— E Liombruno disse a l'oste:—Avanti, reca del vino e togli del migliore, a questi mercatanti date bere, chè voglio star con lor di buon volere.—
15
E, cosí stando, il vino fu recato. Poiché ebbono bevuto lí davanti, Liombruno allora si ebbe parlato, ed a lor disse:—O degni mercatanti, voi che cercate il mondo in ogni lato, li regni e li paesi tutti quanti, deh, ditemi la terra oltramarina, ov'è signora madonna Aquilina!—
16
Niun di lor non gliel seppe insegnare e ciascun gli rispose assai cortese: —Mai a mia vita l'udi' menzionare, in veritade, mai cotal paese.— Disse il piú antico:—Tu potresti andare, molt'anni e molti, piú che qualche mese, non troveresti sí fatto argomento, non tel potria insegnar se non il vento.—
17
Liombrun disse:—V'è nissun che sapesse come il vento io potesse ritrovare?— Ed il piú antico par che rispondesse: —Se su quel monte tu potessi andare ed aspettassi vento che traesse, che da un romito vengono albergare piú di sessanta venti di certano; quando vi sono, ognun par corpo umano.
18
Ma dell'andar non ti metter in prova, che non fu giamai uomo alcuno nato; sol un romito, e questo si ritrova, perché da' venti si vi vien portato, ed ogni capo d'anno si rinnova, siccome l'alto Dio ne gli ha ordinato; e cosí viene portato dal vento, siccome a Dio Signor è in piacimento.
19
Questa montagna è di sí grande altura, cosí pendente da montar là suso, ma, se nessun vi monta per sciagura, mezzo miglia non va, che cade in giuso, morto si trova giú, in quella pianura. Però d'andarvi nessun mai fu uso. Deh, non andar, se tu non vuoi morire!—Disse Liombruno:—E' mi convien pur gire.—
20
Ancor non era il sole tramontato, e da costor Liombruno si partía. Il mercatante sí gli ebbe insegnato della montagna il cammino e la via, e Liombruno l'ebbe ringraziato. Di lí si parte, il mantel si mettía e que' stivali pigliò a tal partito, che innanzi sera giunse dal romito.
21
Per la virtú che avean quegli usatti, allegramente Liombrun camminava, alla montagna giunse a tali patti, senza paura suso alto mirava. Arrivato alla cella, batti, batti! e quel romito si maravigliava, e 'l segno della croce si facea, lo sportell'apre e nessun si vedea.
22
E quel romito gran paura avía, credendosi che fusse il diavol fello. E Liombruno indietro si traía, tosto di dosso si cavò il mantello, chiamando Cristo con Santa Maria, e si fece davanti allo sportello. E quel romito forte si assicura, chiamar sentendo la Vergine pura.
23
Ancor non era il sol bene al tramonto, che Liombruno è al romito arrivato, secondo che l'istoria ne fa conto. Quel romito sí l'ebbe domandato, e disse:—Amico, a che se' tu qua gionto? Or da qual parte se' quassú montato? Uomo non fu giamai che ci arrivasse salvo se 'l vento non ce lo portasse.—
24
E Liombruno sí gli respondía, e disse a quel romito con desio: —Mi ha portato la ventura mia, e gli stivali che portato ho io, sol per amore della donna mia, la quale tien legato lo cuor mio. Donna Aquilina si chiama palese, che signoreggia questo stran paese.—
25
E quel romito, ch'è da Dio ispirato, a Liombruno sí prese a parlare: —A la mia vita mai, a nessun lato, cotal paese non odii nomare.— Disse Liombruno:—E' m'è stato insegnato che quassú i venti vengono albergare. Per lo mio amor, quando saran tornati, per vostra cortesia, gli domandati.
26
—Or entra dentro—quel romito disse— infin ch'e' venti tornan uno ad uno, e intenderò s'alcun ve ne venisse.— E nella cella entrava Liombruno nel luogo del romito, e lí s'affisse, perfin che i venti tornasse ciascuno. E quel romito sí gli scongiurava, e di monna Aquilina domandava.
27
In prima venne il vento di Ponente, e dopo lui il gagliardo Garbino, vento Levante poi subitamente, e 'l vento Greco e 'l buon vento Marino, vento Maestro venne similmente, che face 'l mondo al suo furor tapino, vent'Ostro, Borea e vento Tramontana, molti venti del mare e della Tana.
28
E quel romito, ch'è da Dio ispirato, tutti gli scongiurava arditamente che quel paese gli fusse insegnato, dalla parte di Cristo onnipotente. Ciascun diceva:—Io non vi son mai stato.— Ed un di loro parlò immantinente, disse:—Sirocco ancor ha da tornare, forse ch'ei lo saprá tosto insegnare.—
29
E, cosí stando, Sirocco è arrivato e quel romito per virtú divina di quel paese l'ebbe domandato che signoreggia madonna Aquilina. E Sirocco rispose:—Io vi son stato, e tornare io vi voglio domattina.— E Liombruno sí gli prese a dire: —Se ti piace, con teco vo' venire.—
30
E 'l vento disse:—Vuoi venir con mene a quel paese, ch'è cosí lontano? Ed aspettare io non potre' giá tene, amico; sicché tu ragioni invano!— Disse Liombruno:—Io vo molto bene e seguirotti per monte e per piano; se domattina tu mi vuoi chiamare, quando vorrai 'l cammin incominciare.
31
Disse Sirocco:—Ed io ti chiameròe, poiché con meco tu vuoi pur venire. In niuno patto non ti aspetteròe, questo ti dico e faccioti a sentire. La strada col cammin ti mostreròe e vederò se mi potrai seguire. —Io son contento—Liombrun rispondía— purché mi mostri 'l cammino e la via.—
32
E quel romito da cena gli dava di quelle cose che per lui avía. L'angiol del cielo sí lo visitava. E Liombrun col romito partía, ed a dormir poi subito n'andava: gli usatti di piè trar non si volía, per star in punto, se 'l vento 'l chiamasse, e seguitarlo dov'egli ne andasse.
33
E, quando il giorno si venne a schiarare, Sirocco Liombruno ebbe chiamato, e disse:—Amico, vuo' tu camminare?— Ed ei rispose:—Io sono apparecchiato.— Uscí di fuora senza dimorare; la strada ed il cammin gli ebbe mostrato, dicendo:—Ve' quella montagna, lungi? Lassú mi troverai, se tu mi aggiungi.—
34
Poi si partiva Sirocco fuggendo, e Liombruno da quel fraticello prese commiato, e vassen via correndo dietro del vento, e méssesi il mantello. Sirocco indietro s'andava volgendo, e Liombruno andava innanzi ad ello. E cosí alla montagna egli arrivò prima del vento, e qui lui aspettò.
35
—Or—disse il vento—che uomo sei tu, che non ti posso veder né sentire e quanto me cammini, ed ancor piú? Io non credea che potessi venire. Quella montagna, lungi, vedi tu? Lassú con meco ti conviene gire e sí ti mostrerò, amico bello, di madonna Aquilina il suo castello.—
36
Allor Sirocco innanzi si avviava, Liombruno il mantello si mettía, e innanzi al vento d'un gran pezzo entrava, Sirocco pur indietro si volgía, e spesse volte Liombrun chiamava; e Liombruno innanzi rispondeva. E cosí alla montagna fu arrivato innanzi al vento, e 'l mantel s'ha cavato.
37
Cosí cavato che s'ebbe 'l mantello, il vento giunse e tal parole disse: —Io ti prometto, caro amico bello, che sei 'l miglior corrier che mai sentisse! Or leva suso e lá vedi il castello.— E poscia il vento da lui dipartisse, e per un'altra strada se n'andava, e Liombruno al castel camminava.
38
E Liombruno niente ha dimorato per infin ch'al castel ebbe arrivare; con allegrezza subito fu entrato e nel palazzo entrò senza tardare. E nella sala trovò apparecchiato, che madonna Aquilina è a desinare. Egli si affetta e mangiava al tagliero; la donna non vedeva il cavaliero!
39
Una donzella di cortel tagliava, l'altra donzella di coppa servía, e Liombruno di buon cuor mangiava, ciò gli bisogna, e nessun non vedía. Ma quella dama si meravigliava che quella robba, che innanzi venía, la quarta parte non gli par mangiare di quel che innanzi si facea recare!
40
E quella donna nobile e reale subitamente si s'ebbe pensato, infra 'l suo cuore disse:—Gli è segnale che Liombruno si è mal arrivato: o ch'egli è morto, o ver ch'egli ha gran male! Tapina me, ch'io feci gran peccato! Io non dovevo guardar al suo fallo, che non gli lasciai arme né cavallo!—
41
Per la virtú che aveva quel mantello, le donne non vedevano l'ardito; e Liombruno aveva ancor l'anello ch'ella gli die', quando si fu partito. Ed egli allor si ricordò di quello, e Liombruno, quel signor gradito, sopra il taglier se lo lasciò cascare. La donna il vide, e presto ebbe a parlare:
42
—Questo è l'anello cosí grazioso, ch'a Liombruno diedi quella volta ch'egli da me partí tanto gioioso, e verso la sua patria diede vòlta. Sempre il mio cuor ne resterá doglioso, e l'alma mia sará fra pene involta fin che 'l mio cor non veggio e la mia vita!— E cadde in su la panca, tramortita.
43
Le donne la portorno suso a letto, fregandole le mani e 'l chiar visaggio. Ella rivenne e disse con affetto: —Lassa! tapina me! come faraggio? Di Liombruno, il mio sposo diletto, in questa notte saper io vorraggio, lá dove gli è andato ed in qual parte! In questa notte lo saprò per arte.—
44
Allor le donne di camera uscía, come la donna gli aveva ordinato presto Liombrun dentro se ne gía, alla sua sposa egli si fu accostato; e quella donna di dolor dormía; presso di lei egli si fu appoggiato, il chiaro viso e la bocca ha baciata di quella donna, che si fu svegliata.
45
E Liombruno il mantel si mettía e la sua donna nol vedea per niente. Subitamente questa si dicía infra 'l suo cuor:—Lassa, o me dolente! che Liombruno fussi mi credía, io bene l'ho sognato certamente. Tapina me, ch'io non ho piú conforto! Questo segno è che Liombruno è morto!
46
Cosí la donna, non vedendo niente, un'altra volta si mise a dormire. E Liombrun si fece similmente. Piú che di prima la fece smarrire; ma ella si voltò sí prestamente, che del mantel non si puoté coprire, che pur alquanto lo vidde per certo prima che del mantel fusse coperto.
47
Ed Aquilina di dormir si finse. Liombruno il mantello si ha cavato; ella fu presta e con la mano il cinse, 'nanzi che del mantel sia covertato, sí fortemente allora ella lo strinse, dicendo:—Liombrun, chi t'ha insegnato lo incantamento adoperi per arte? Chi t'insegnò venire in questa parte?—
48
E Liombrun gli disse tutti i fatti, de' malandrini che trovato avía e del mantello ancora e degli usatti, e di quel vento gli insegnò la via. Infra lor due non bisognò altri patti; le braccia al collo ciascun si ponía, e poi intramendue si fêr la pace, annullando ciascun ciò che dispiace.
49
E cosí stêrno insieme allegramente, infin che visson, con perfetto amore. I' priego Gesú Cristo onnipotente e la sua Madre, piena di valore che salvi e guardi tutta buona gente, che si mantenga in pace e buon amore. Al nostro fine Dio ci dia la gloria. Al vostro onor, finita è questa storia!