1
Colui che da Giovanni ebbe il battesmo in nel fiume Giordano, ignudo nato, il qual principio fu del cristianesmo, che dei nostri peccati ci ha lavato, prestimi aiuto lui, ché io medesmo so ch'io non sono a tal mestier usato; pertanto presti grazia a mia memoria ch'i' possa raccontar la bella istoria.
2
Dapoi che siete venuti a ascoltare, io vi vo' dire una bella novella; istate tutti attenti al mio parlare, ché so ch'a tutti la vi parrá bella. In ogni luogo sí vorre' cercare, pel mondo tutto, per cittá e castella: "perché gli è dato ad ogni creatura, come gli è nato, a ciascun sua ventura";
3
ma vuolsi se non è nella sua terra cercarne un'altra, tanto che la trovi, e non temer fatica, affanno o guerra. Rado s'ha il ben, se prima il mal non provi, e vuolsi passar monti ed ogni terra, ché, se se' pigro e sempre un luogo covi, tu non la troverai, questo ti provo, se tu stai saldo e mai esci dal covo.
4
Perché talvolta si truova in un prato, e' si vuol sempre ogni cosa cercare. E' furon tre che ciascun disperato erano, e non sapean come si fare, tanto ch'ognun di lor si fu accordato, ciascuno insieme cominciò a parlare: —Dove vai tu?—E tu che vai cercando?— —E' tel dirò, stu mi verrai 'scoltando.
5
I' ho cercato di molto cammino, e son disposto tanto camminare, e tanto andrò portando il capo chino, ch'i' porrò fine a tanto sospirare.— Rispose l'altro:—Ed io son sí meschino, sí, mi dovessi un dí gettar nel mare, ch'io son disposto con pene o con danni veder s'i' posso uscir di tanti affanni.
6
—Veggio ch'ognun di noi è disperato; se ci vogliamo insieme accompagnare, arèn pel mondo poi tanto cercato, qualche ventura ci potrebbe aitare.— E fussi insieme ciascuno accordato; cosí presono insieme a camminare e stettono una sera all'osteria, e la mattina poi ritornò via.
7
Eran tutti vestiti alla leggiera; ma, perché n'era lontano il cammino, tolsen del pan dall'oste quella sera, e ciascheduno aveva un fiaschettino, e perché l'oste disse che lungi era, ciascun la sera se l'empiè di vino. E camminorno insino al sol passato, tal che la sera alloggiorno in un prato.
8
Diceva l'uno:—E' sará me' cenare, e poi cenato porrènci a dormire.— Mentre che stanno cosí a ragionare, ecco tre belle giovane apparire, tal che fanno costor maravigliare; e, giunte quivi, cominciorno a dire: —Voi siate tutti quanti e' ben trovati, da poi che siete nel prato alloggiati.—
9
Disse un di lor:—Le ben venute siate! Dove n'andate adesso, ch'è giá notte? Se volete, con noi quivi posate, e non andate errando per le grotte; da poi che noi tre siamo e voi tre siate, ognun ne torrá una questa notte, e ciascuna di voi piacer arete; dove vi piace, domattina andrete.—
10
Una rispose:—Non ne fare istima, ch'a nessun modo non mi toccherai, se giá per donna non mi pigli prima; per altro modo me tu non arai; ma, se mi vuoi sposar, odi mia rima: farò tal cosa che tu riderai, e darotti per dota tanto avere ch'alla tua vita tu potrai godere.
11
—Sappi—rispose alla donna colui— ch'i' non son ora per donna pigliare, se giá non fosse, come dite voi, che quella, a chi m'avesse a maritare, mi desse tanto aver, ch'avesse poi per la mia vita sempre a trionfare. A questo modo forse lo farei; per altro modo mai non ne torrei!—
12
Disse la donna:—Sappi domandare e chiedi quel che vuoi, ché l'averai.— Colui rispose:—Se tu mi puoi dare questo che chieggo, tu sempre m'arai: una borsa che sia di tal affare, che fusse piena di denari assai, e s'io aprissi quella borsa ogn'ora cento ducati ne balzasser fuora.
13
—Ecco la borsa la qual tu mi chiedi.— Disse colui:—I' vo veder la prova. —Guarda qui ben, se cosa alcuna vedi.— Colei la borsa dalla bocca snoda e fe' balzar cento ducati a' piedi. Colui, che di tal cosa ben gli proda, tolse costei, ch'aveva il viso bello, come sua donna e dettegli l'anello.
14
Disse quell'altra al secondo di loro: —E tu che cosa pensi nel tuo cuore? Disse colui:—Non chieggio argento od oro, ma sí un tappeto di fino colore, che mi portasse senza far dimoro, senza esser visto, in ogni concistore.— Detto tappeto la donna lo trova, e poi gli disse:—Faranne la prova.—
15
Colui sel mise addosso ed ha parlato con quel tappeto ravvolto alle rene, e fecesi portare in capo al prato, e prestamente indrieto se ne viene; ed ha la donna subito sposato, ché gli pare la cosa andasse bene. E poi quell'altra disse senza lagno: —C'hai tu pensato? Dimmelo, compagno!
16
—Se tu sapessi quello c'ho pensato e potessimel dare, o viso adorno, i' t'arei come gli altri anch'io sposato e servireiti sempre senza scorno. —Abbi pur quel che tu m'hai domandato!— E colui disse che voleva un corno, ched ogni volta che l'abbi sonato sian dieci squadre quivi, ognun armato.
17
—Perché, quando io volessi assai denari, io metterei l'assedio ad una terra, che per paura, senza alcun divari, mi dien l'argento per levar la guerra, che contra me non arén poi ripari, tanta metterei gente in quella terra.— Disse la donna, che con lui ragiona: —Ecco lo corno. Fa' la prova e suona.—
18
E' si pigliò quel corno e l'ha sonato: ecco la gente d'arme comparire; son dieci squadre, ciaschedun armato, dimostran d'aver forza e grand'ardire. Un'altra volta e' l'ebbe risonato; eccotene altrettanti li venire. Dieci volte il sonò di valimento, tanto che venner delle squadre cento.
19
Fecer la prova e furon consolati, e ciaschedun quel ch'avien chiesto l'ebbe, e tutt'e tre si furon maritati a quelle tre, che a nissun non l'increbbe. E tutt'e tre si fûrno addormentati infin che l'altro giorno arriverebbe; ma la mattina, quando si destorno, ignuna delle donne e' non trovorno.
20
E disse:—Ove son io stanotte stato?— e viene il sogno suo imaginando; e diceva a' compagni:—I' ho sognato un sogno ch'io verrò poi ragionando: e' mi pareva moglie aver pigliato, e stavomi con essa sollazzando. Arebbela nessun di voi veduta, che non so giá quel che se ne sie suta?—
21
L'altro rispose:—A me parve iersera, quando eravamo a cenare nel prato, venner tre donne con bella maniera e dolcemente ci ebbon salutato.— Quell'altro lor compagno si dispera, e non sa come il fatto sia passato, dicendo:—Una ne presi per mia sposa: or non so come vada questa cosa.—
22
Quell'altro disse:—Anch'io ne presi una e donommi un tappeto molto bello e, perché fusse ben di notte bruna, mi portava, dov'io voleva, quello.— E 'l primo disse che di seta bruna la sua una borsa gli donò per ello, che, come quella borsa ella s'apriva, cento ducati fuor di quella usciva.
23
Il minor disse:—A me donò la mia un corno lavorato gentilmente, ch'a sonarlo, ogni volta quel facía ben dieci squadre di pulita gente.— Guardando intorno, ciaschedun vedía quelle cose ciascuna di presente; viden la borsa e quel tappeto adorno, e similmente il lavorato corno.
24
—Questo sarà un sogno da dovero? —Facciàn la prova?—E poi qual cosa fia?— Fecion la prova e viddon ch'era vero; e inverso Roma pigliaron la via. Quel della borsa pagava l'ostiero, quando avevan mangiato all'osteria. Stettono a Roma circa quattro mesi, poi terminoron di mutar paesi.
25
Partissi prima quel ch'avea la borsa, e prese il suo cammin verso la Spagna, e molto bene all'oste il becco intorsa, e facea scotti, che non ne sparagna; ed avea giá di molta via trascorsa, e molto spende perc'ha chi guadagna, ed are' fatto di denar duo sacchi, giocar sapendo a' tavolier e a scacchi.
26
Giocava a tavole e era buon maestro, tal che venne agli orecchi alla regina; e fu mandato per lui molto presto che venga in corte; e lui tosto cammina avanti alla regina molto destro; con riverenza la saluta e inchina e diceva:—Madama, in cortesia, che mi comanda Vostra Signoria?
27
—Detto m'è stato di tua gentilezza, e come a scacchi giuochi cosí bene, ed a tavole—disse—con destrezza ne sanno giocar pochi come tene. I' ho di giocar teco gran vaghezza poi che cosí gentil maestro sene.— Ed ei rispose che gli era contento di far ciò che gli fosse in piacimento.
28
E cominciorno il giuoco al tavolieri, e piaceva alla donna il suo giocare, ed anche lui la vedea volentieri, tal che se n'ebbe mezzo a innamorare. Lassôr le tole e preson lo schacchieri, e lei, ch'era maestra di giocare all'uno e all'altro giuoco gli ha tirati, se non son piú, cinquecento ducati.
29
Finito il giuoco, quel giorno presente, diss'ella:—Poi ch'abbiam tanto giocato, i' vo' che mi prometta veramente che con meco stasera abbi cenato.— E lui, che giá sentía le fiamme ardente, ebbe l'invito suo tosto accettato; e disse:—Poi che vi faccia piacere, io son contento far vostro volere.—
30
Cenato c'hanno, senza uscir da mensa, sul tavolieri incominciorno il giuoco, perché colei nell'animo suo pensa come potesse far ardere il fuoco; e talvolta sospira, e poi ripensa com'ella possa fare a poco a poco; e la sua fantasia avea trascorsa com'ella possa tôrgli quella borsa.
31
E finge, e dice:—O traditor d'amore!— E con queste parole poi sospira. Costui, ch'aveva giá ferito il cuore, alle parole sue pose la mira: —Costei non ha marito né signore,— tanto che questo alle sue voglie tira; e diceva a costui nel sospirare che gli voleva in secreto parlare.
32
Tanto che disse:—Poi ch'amor m'ha giunto e forzami a seguir tutte tue voglie, io son regina, com'io t'ho riconto; se ti piacessi di tôrmi per moglie, di te come di me sia fatto conto. Cosí fortuna adempie le sue voglie. Ma non fare' cotal cosa altrimente, se non mi fai della borsa un presente.
33
E vo' che, come sai, anche a me insegni. Veggo che fai de' fiorini a tua posta; e di tal cosa non vo' che ti sdegni; non so come tal cosa sia composta.— Costui gli disse:—Guarda questi segni, che, se pigli la borsa senza sosta e che la scuota per li pellicini, n'uscirá sempre fuor cento fiorini.
34
—Questo è per certo una mirabil cosa! I' ti farò signor di questo regno, e sarò, com'io dissi, poi tua sposa, se di tal grazia fai l'animo degno!— Costui, che 'l cuor in corpo non gli posa e vede riuscir il suo disegno, gli disse:—Io son contento: io te la dono, se farai prima quel ch'io ti ragiono.
35
—Ista' cosí un poco e lá verrai, ed io m'avvierò, ma vien' lá solo. Quivi soletta tu mi troverai.— E cosí seppe ben tirar l'aiuolo, diègli la borsa, e non credette mai esser piantato cosí a piuolo. Costei n'andò ed in zambra si misse. Prima avea detto che Biagio venisse,
36
ed avvisato i servi di tal fatto: —State qui fermi, che non vi partiate; se Biagio d'entrar qui fa alcun atto, fate che dentro entrar non lo lasciate e fategli, oltre a questo, miglior patto: dategli a conto dieci bastonate. Dite che non sappiate chi si sia e, scossogli il mantel, cacciatel via!—
37
Ecco che Biagio s'accostava a l'uscio, onde un gli disse:—Che vai tu cercando? Biagio, ch'aveva il cervello nel guscio, disse a colui:—Io ti farò dar bando! Benché tu porti il piede nel camoscio, ascolta quel che ti vo ragionando: io non istimo nulla il tuo parlare, e voglio alla regina dentro entrare.—
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Eccoti giunti quattro mascalzoni e cominciôrgli a scardassar la lana. Trovossi in mezzo di quattro bastoni, ch'ogni volta cascava in terra piana; ed ebbe frutti di molte ragioni, che rimbombava come buca e tana. E fêrno uscire il mostro fuor del guscio, ed a quel suon si trovò fuor dell'uscio.
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Non sa costui che fare, il meschinello; ma dipartissi, solitario e cheto, tornando inverso Roma, il poverello; e ritrovò i compagni, ciascun lieto; e disse ad un di lor:—O car fratello, bisogna che mi presti il tuo tappeto, perch'una donna m'ha gabbato a forza e con inganni m'ha tolta la borza.
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—Il mio tappeto non ti vo' prestare, che ho paura che lo perderesti. —Io voglio nella zambra sua entrare, sí che bisogna che tu me lo presti; io voglio la mia borsa ripigliare.— Tanto che pur sono d'accordo questi; e misseselo addosso e tirò via ed al palazzo di costei giugnía.
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Giunto che fu di costei al palagio, subito in zambra entrò per la finestra, e vide la regina star ad agio; ma ella se ne accorse molto destra. però che giá invisibil non va Biagio. Lei, che di simulare era maestra, e disse:—Molto m'hai fatta stupire, perché tardato hai tanto il tuo venire.
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Io non so la cagion del tuo tardare. Hammi tu forse al tutto rifiutata? —Adesso, che m'hai fatto bastonare, tu vuoi mostrare di non esser stata? —Biagio, tu mi fai ben maravigliare di questa cosa che tu m'hai parlata.— E lui sí li contava la cagione, e lei fingeva d'averne passione.
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—Vo' che mi cavi un dubbio della testa, ch'i' son del caso impallidita e smorta: perché io ti vidi entrar per la finestra? perché non sei venuto per la porta? —Sí ho questo tappeto in mia podésta, mi porta dove voglio senza scorta. —Cotesto mai non crederei giá io, se non provassi cotal cosa anch'io,
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ché questa pare pur cosa incredibile; io mi stupisco e non lo posso credere!— Rispose Biagio:—Io so che gli è possibile— e che provasse cominciò a credere. —Dimmi—diss'ella—se si va invisibile con quest'addosso, se mel vuoi concedere. —Invisibile vassi—disse Biagio:— tu lo puoi qui provar per lo palagio.
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Tu gli puoi comandar quel che tu vuoi,che in ogni lato ti fará la scorta.Non puoi esser veduta, stu non vuoi,e contra lui non val finestra o porta.—Costei sel mise addosso, e disse poi:—Vedimi tu? Son io diritta o torta?—Biagio rispose:—Io non veggio niente.—E lei trovava l'uscio prestamente.
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Biagio restossi in camera soletto. Costei si fece a' suoi servi vedere, e contò lor del tappeto l'effetto, e poi diceva alle sue cameriere ch'andassen due di loro a fare il letto, s'alcun vi trovan ritto od a sedere: —Fate che presto leviate il rumore, e i servi correran lá con furore.—
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E come giunti son, ebbon veduto costui che sta la regina a aspettare, e, senza dargli le donne saluto, incominciorno subito a gridare. E' servi, come questo hanno sentuto, addosso a Biagio s'ebbono a cacciare, e diceva ciascun:—Se ben ti squadro, tu debbi esser per certo qualche ladro!—
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E cominciorno a scuotergli il mantello. Biagio diceva:—Io non son rubatore! Costor pur gli imbottíano il giubberello, tal che di zambra si fuggiva fuore, e fuggí per paura, il meschinello, che per istizza gli crepava il core; e disse:—Lasso! che debbo piú fare?— E prese verso Roma a camminare,
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tanto che giunse a' suoi compagni un giorno; e disse, malcontento e corrucciato, com'avea ricevuto grande scorno, come il tappeto gli è stato rubato. —Prestami—disse a quell'altro—il tuo corno, e voglio esser in Spagna ritornato, e voglio a quella mover tanta guerra, piglierò lei e abbrucierò la terra!—
50
Disse il compagno:—Non ne ragionare, perché so certo che lo perderesti, e mai non si potrebbe racquistare. Faresti a me come all'altro facesti.— Biagio lo seppe tanto predicare ch'al tutto bisognò che glielo presti; ed halli dato il corno in sua balía. Biagio lo prese e poi tirava via.
51
E come giunse nel pian, s'accamporno presso alla terra dove egli ha pensato; e cominciava a sonar questo corno, ed ha di molta gente ragunato. Intanto le novelle via n'andorno alla regina, come il fatto è andato, e con questo facea gran minacciare, tanto che alfin gli dava che pensare.
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Costei mandava spioni per intendere chi sia costui; e, quando l'ha saputo, diceva:—Il placherò senza contendere, s'io ho tant'agio ch'io gli abbi parlato.— E fe' pensier fin giú nel prato scendere, ed aveva ogni cosa pur pensato. Montò a cavallo con sua compagnia e 'nverso il campo pigliava la via.
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E, giunta al campo, ne va al padiglione, e domandava chi era il signore; e scese prestamente da l'arcione, e fece a questo singolare onore. E disse:—Io vorrei intender la cagione perché sei mosso in cosí gran furore.— Biagio gli disse:—Tu l'intenderai, ed ogni frode adesso pagherai!
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—Se mai t'è stato fatto alcun oltraggio, io non lo so, che non ci ho colpa niuna e n'è stato cagion mio baronaggio, se ti fu fatta villania nessuna. Ma so che sei sí savio e tanto saggio, ed hai da ringraziar ben la fortuna, che t'ha donato tanta forza e ingegno, che t'ha fatto signor di questo regno.
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E dotti la mia fé che 'l tuo venire io l'ho sí caro, che contar nol posso, e molto mi fu duolo il tuo partire, ch'ancor pensarlo trema tutto il dosso. Disposta son di sempre te ubbidire in ogni caso ched io so e ch'io posso. S'io t'ho per il passato nulla offeso, me ne sa male, ed honne al cor gran peso!
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Liberamente ti vo' dar la terra e ciò, ch'io ho, in balía t'offro e dono, purché si ponga fine a tanta guerra. E nella mente stupita mi sono, ché certo nel mio regno, in ogni terra, e tutti i gran signori che ci sono, e' non han tanta forza veramente che faccin la metá di questa gente.
57
Tu mi trarresti di gran fantasia, raccontarmi tal cosa veramente, se fai per arte di negromanzia, ched e' ti venga drieto tanta gente.— Rispose Biagio:—La possanza mia non te la voglio raccontar per niente, acciò che non m'inganni, come fai; ma d'ogni cosa te ne pentirai.
58
—Adunque sarai tu cotanto strano, che tu mi voglia far tal villania? Da poi che inver' di me sei sí villano, io son condotta in tutta tua balía, prendi questo coltel nella tua mano, dammi nel petto e passa l'alma mia, e dirassi di te che sei crudele dapo' ch'uccidi chi t'è sí fedele!—
59
Udito ch'ebbe di lei le parole, sagline male, e volse il suo pensiero, e nell'animo suo seco si duole; e diceva fra sé:—Egli è pur vero ched una donna possa quel che vuole e faccia altrui parer bianco per nero!— Ed è sí rimutato nella mente, e sí diceva alla donna in presente:
60
—Io ti dono la vita e la tua terra; rendimi la mia borsa e 'l mio tappeto ed io ti leverò cotanta guerra e poi ti conterò questo secreto.— Costei che gli lo dica pur lo serra; ma Biagio alle parole stava cheto. Lei disse:—Fammi questo manifesto, e donarotti assai, oltra di questo.—
61
E disse:—Se tu m'ami, o sire adorno, trammi del capo, deh, questa oppinione!— Biagio gli disse:—Vedi questo corno? Vo' che tu sappi questa condizione: ogni volta che 'l suono, notte o giorno, vien dieci squadre armate a tua intenzione.— Disse la donna:—È cotesto possibile? —Sí—disse Biagio—lo vedrai visibile.—
62
Disse la donna:—Fammi di ciò sazia: io mi voglio recar quivi da parte; e se mi dái, barone, tanta grazia, io ti darò del mio reame parte.— Seppe costei sí ben far con sua audacia, come colei che di ciò sapea l'arte, Biagio gli ha il corno nelle sue man dato; costei con gran vaghezza l'ha accettato.
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Montò sul suo cavallo per ragione e, come s'ebbe alquanto a discostare, conobbe come quella è fatagione; comincia el suo cavallo speronare. —Mio danno!—disse Biagio—Io n'ho cagione, ch'i' m'ho lassato di nuovo gabbare!— Come non ebbe il corno in sua balía, tutta la gente fu sparita via.
64
Costei se ne tornava inverso casa e lasciò Biagio, che s'ha a disperare, e diceva di lui:—Bestia di vasa! Cosí intervien, chi non si sa guidare!— Vide che gente non gli era rimasa, e diceva tra sé:—Lasciamlo andare!— Lassollo andare, il povero meschino; ché cosí n'ha voluto il suo destino.
1
Biagio diceva:—Che debbo piú fare? lasso me, che fatt'ho tristi guadagni! In che modo poss'io piú ritornare a rivedere i lassati compagni?— E si voleva al tutto disperare; nulla gli val, invan par che si lagni; e dicea come fa chi mal si guida: —Cosí ne avvien a chi troppo si fida.—
2
Biagio si trova in maggior laberinto che fusse mai e non ne puote uscire, perché la fede sua sí l'ha sospinto a questi casi che gli hanno avvenire, e si ritrova come un corpo estinto, e piú non sa dove si debba gire. E, trovandosi in tanto duro assedio, e' sempre prega il ciel trovar rimedio.
3
Ma quella fata, che die' loro il corno, non lo vòlse però abbandonare, e fece che trovasse in quel contorno un piè di fico, che possa mangiare, e fece che quei fichi in tal soggiorno avean tal virtú ch'i' vo' contare: si facean certi fichi a cotal guisa, che tutti ne farete grasse risa.
4
Ogni volta che Biagio ne mangiava, e gli venía come a l'asin la coda; per ogni fico che lui masticava, un palmo gli crescea la detta coda. Egli aveva gran fame e pur mangiava, tanto ch'attorno molto se n'annoda, e diceva:—Io non so piú che mi fare; i' ho gran fame e non vo' piú mangiare.—
5
Ed ha lassato quel fico, e cammina e la coda gli dava ben sei volte. Egli era di gennaio in su la china, ch'eran riposte tutte le ricolte; come egli ebbe passato una collina, gli venne le sue luci intorno vòlte e vide un altro fico in quella costa carco di fichi, ed a quel piè s'accosta.
6
Egli eran belli e fuor d'ogni misura. A Biagio alla memoria gli ritorna dell'altro fico e della sua sciagura, fermossi alquanto ed un poco soggiorna. Poi disse:—Io vo' mangiare alla ventura, se mi dovesse ben nascer le corna!—Un di quei fichi in bocca si mettía, tal che un palmo di coda gli andò via.
7
Biagio si cominciava a rallegrare: —E' sará forse la ventura mia:— E cominciò di quei fichi a mangiare, tal che tutta la coda gli andò via. Biagio fra sé cominciava a pensare, e fra sé stesso pensando dicía; diceva:—Io son disposto di vedere s'io posso le mie cose riavere.—
8
Tanto che trovò questo un canestrello, ed andava a quel fico che fu il primo; otto ne colse e sí li messe in quello. Disse:—Sí mi riesce com'io stimo!— E tolsen otto da quel ficarello, perché di que' faceva grande stimo. Andonne alla cittá, una mattina, sol per vender quei fichi alla regina,
9
e posesi a seder sotto il palagio. Erasi de' suoi panni travestito; egli era freddo e stava con disagio. Ed uno alla regina ne fu ito, la quale stava a iscaldarsi con agio; disse:—Madonna, giú, nel vostro sito, sotto la loggia io ho veduta cosa, che a vederla mi par maravigliosa!
10
Un villano c'ha un bel panier di fichi, che di settembre non sarian sí belli: e' vuol quattro ducati d'otto fichi.— —Va' via!—disse colei—va' via per elli, e che lui me gli dia fa' che gli dichi, e prestamente porterammi quelli.— Colui n'andò per essi, e sí gli porta quattro ducati; e lui trovò la porta.
11
L'ora ne venne poi del desinare; aveva la regina due donzelle, che le faceva seco a mensa stare, e tutte due eran pulite e belle. Quando si furon poi poste a mangiare, fu l'acqua alle man data a tutte quelle; e, postasi a seder, senza ch'il dichi, fe' la regina portarsi que' fichi.
12
Tolse que' fichi, e sí n'ha dati dua ad una di color ch'eran con seco, e disse:—Mangia questi, che son tua, e dua ne do a quest'altra ch'è teco.— Quegli altri quattro volle che sien sua. —E' per gran dono—disser—me lo reco.— Tal che per gran vaghezza gli mangiorno, e che sien vaga cosa ragionorno.
13
Ell'avien quasi mezzo desinato, e ancor tra lor questi fichi si loda; una delle donzelle avea parlato e tal parlare alla regina isnoda, e disse:—Un tristo caso mi è incontrato! Oh trista a me! Che mi è nato la coda!— Cosí disse quell'altra:—Anche a me pare.— Tanto ch'elle restâr di desinare.
14
E la regina in zambra se n'andò, e chiama poi con seco le donzelle. Alzonsi i panni, e la coda guardò, e tutt'e tre l'avean, le meschinelle, quelle n'avean due palmi, misurò, e la regina n'ebbe quattro anch'elle; e, ragguagliando che dua e dua fa quattro, le non sapean comprender questo fatto,
15
E venne quella cosa immaginando, siccome aveva lor dato due fichi, se ne venivan due palmi trovando, e lei, che n'ebbe quattro, si replichi; e tanto sopra questo vien pensando, che infine disse:—E' sono stati i fichi.— E fe' per molti medici mandare che di tal mal la venghin medicare.
16
E fur di molti medici trovati, ed a ciascun gran cosa gli pareva; e infine tutti s'erano accordati: rimedio a questa cosa non s'aveva; tanto che molti n'è mal capitati, perché cosí la regina volea; e comandò che cosí si facesse, perché tal cosa non si risapesse.
17
Nientedimeno tal cosa si sa. Biagio, che nella terra è ritornato, ad un medico a casa se ne va e a questo modo a lui n'ebbe parlato: —Maestro, Dio ti doni sanitá!— Disse il maestro:—Denar ci abbi dato!— Biagio gli disse:—Danari anco arai, sed a mio modo, maestro, tu farai.—
18
Biagio era stato piú volte in Turchia e sapeva il linguaggio molto bene. Disse al maestro:—La disgrazia mia m'ha fatto sopportare affanni e pene: io vengo dalle parti di Rossía; Fortuna mi rivolse le sue rene. Tutta la robba mia rimase in mare ed ho avuto fatica di campare.
19
L'arte mia era della medicina, e son venuto a caso in questa terra; e' parmi intender come la regina cattiva infermitá suo corpo serra. Se mi presti una vesta purpurina con un cavallo usato nella guerra e due famigli, molto car l'arei e del guadagno mio te ne darei.
20
Ma piglia duo famigli forestieri, e tu te n'anderai alla signora, e dirai alla regina come ieri io capitai qui, circa ventun'ora, e di trovarmi a Roma avea pensieri, e come, sendo tu all'uscio di fuora, ti salutai e che, parlando meco, volesti che la sera stessi teco.
21
E, perché ero maestro di tua arte, tu m'alloggiasti e che poi, ragionando "del medicar n'ho avuto buona parte", ogni cosa venisti domandando, ogni cosa ti dissi, a parte a parte, com'ogni infermitá vengo sanando. Se queste cose, ch'io dico, farai, cinquecento ducati da me avrai.—
22
Come il medico intese del denaio, trovolli un bel cavallo e dua garzoni, una vesta con fodera di vaio. Lasciollo in casa, senza piú sermoni; andonne alla regina col cuor gaio e, ragionando di lor salvazioni, come egli ha in casa un medico saputo, che per andare a Roma era venuto,
23
che va l'imperadore a medicare; ad ogni malattia egli ha rimedio. —Incominciai di voi a ragionare, ché, per non tenerti troppo a tedio, cotal infermitá sa ben sanare, e leveratti infin da questo assedio.— Disse colei:—S'egli è quel che tu spandi, subitamente fa' per lui si mandi.—
24
Venne maestro Biagio prestamente, e diede alla regina un bel saluto: —Colui che fe' la luna e 'l dí lucente ti salvi e guardi e sia sempre in aiuto!— E la regina a lui similemente disse:—Maestro, siate il benvenuto! Se per guarirmi venuto sarete, da me denar, quanti volete, arete.—
25
Disse maestro Biagio:—Alla buon'ora! io credo in ogni modo voi guarire.— E cominciò la sua disgrazia allora a raccontare e donde egli ha a venire, e come fu del suo paese fuora, e quel che in mare gli ebbe a intervenire che perse ciò ch'aveva dentro in mare, —come il maestro giá v'ebbe a raccontare.
26
—Orsú, poi che tu sei sí buon maestro, come m'ha detto dianzi qui costui…— E lui col suo parlar rispose destro: —Sempre mai, in ogni lato dov'i' fui, ho voluto veder senza sinestro e la mattina; cosí dico a vui. Ma mi bisogna, a volervi sanare, veder con l'occhio e con la man toccare.—
27
Fu data in cura a Biagio ogni donzella. e 'n camera n'andò, dov'eran quelle. A Biagio gli parea ciascuna bella, che rilucevan come fan le stelle. Biagio a ciascuna di quelle favella: —Cavatevi ciascuna le gonnelle, ché mi bisogna, per la fede mia, vedere a tutte vostra malattia.—
28
Tal che le fece tutta dua spogliare, e vide tutto e toccò con la mano, tanto che lo facevan sospirare e feciongli arricciar tutta la lana; ed aveva ciascuna a confortare: —La vostra malattia fie tosto sana, e prestamente senza alcun divaro.— Fa vista di pigliare un lattovaro.
29
E tolse un di quei fichi prestamente, lo mise in bocca ad una di coloro; e poi a l'altra fece similmente, e destramente nettò com'un oro: ne dette dua per una lí presente; e, stando un poco, ciascuna di loro cominciarono a dir:—Maestro tale, noi siam guarite d'ogni nostro male!—
30
Andò la nuova tosto alla regina come è guarita ciascuna donzella, e prestamente alla zambra cammina, e trovò come è vera la novella; e disse a Biagio:—La tua medicina rider faratti ben la tua scarsella.— Rispose Biagio:—I' vo' mezzi e' danari, ché cosí fanno sempre e' nostri pari.—
31
E félli dare seicento ducati: —E 'l resto arai, come m'arai guarita, e tutti ti saranno annoverati innanzi che da me facci partita. —Per questo giorno ci sarem posati; domani arém la cosa me' chiarita, sí che per ora datemi licenza, e domani farem l'altra esperienza.—
32
Quattrocento ducati dette al medico che gli prestò la veste col cavallo; costui gli prese, che non ha il parletico. Biagio gli disse:—Ascolta, senza fallo; perch'io non paia questa volta eretico tòi questo pizzicotto e dipoi dállo a quel che mi prestò cotesta vesta, e doman poi ti sará resa questa;
33
ch'i' vo che me la lasci tanto ch'io guarisca la regina del suo male, e poi verrò a casa tua anch'io, e vedrai poi ch'io ti sarò leale.— Disse colui fra sé:—Vatti con Dio, ché con questi farem buon carnevale. —Questi cinquanta ancor vo' che ti pigli e che con essi tu paghi i famigli.—
34
Biagio fe' buono scotto per la sera, e, venuta che fu poi la mattina, come del letto Biagio levato era, e' se n'andò dinanzi alla regina, e vidde ancora a lei la sua matèra, dove fece a quell'altre medicina, e dègli in lattovar duo di que' fichi, e che sia dolce cosa par che dichi.
35
Alla regina parve dolce cosa e disse:—Questo è un buono lattovaro.— Rispose Biagio:—Sopra d'ogni cosa è questo molto da tenerlo caro.— Mentre che la regina si riposa, dall'uno all'altro fu poco divaro; e, detto questa cosa ch'ognun loda, che gli cascò duo palmi della coda.
36
Fu la regina assai di ciò contenta e voleva che Biagio seguitasse. Biagio non ebbe la parola lenta, e gli diceva che non s'affrettasse, e risposegli:—Mai non mi rammenta che fusse alcuno che mi ragionasse di fare in fretta questa medicina. ch'ell'è di troppo noia e troppo fina.
37
E basta ben che domane a buon'ora i' farò sí che sarete contenta; ma io voglio una grazia da voi ora e voglio che di ciò siate contenta. —Io son contenta di piacerti ognora, né a ciò io non sarò pigra né lenta; e pensa s'io ti possa far servizio che ti ristori d'un tal benefizio.
38
—Io ho sentito di voi ragionare ch'avete assai tesoro e cosí bello, e tante belle cose a tal affare, sí che, se v'è in piacer, vorria vedello.— Disse la donna:—Dopo desinare tel mostrerò, se t'è in piacere quello; vorrei sognar volentier di sapere far cosa ched io possa a te piacere.—
39
Biagio sí se n'andò a desinare, e disse:—Forse anche potrei godere.— E pensa nel suo cor quel ch'abbi a fare, che possa le sue cose riavere. Com'ebbe desinato, a tal affare, e la regina, per farli piacere, mandò per lui e 'n zambra si lo mena, la quale è tutta di tesoro piena.
40
La prima cosa, distese il tappeto, che tolse a Biagio, in mezzo del solaio. Biagio stava a veder e stava cheto. Prima n'avea sottomesso un vaio e molte gioie, auditor mio discreto, che valean quelle cose un gran denaio;— e poi vi misse, senza far soggiorno, quella borsa di Biagio ed anco il corno.
41
Molt'altre belle gioie e belle cose, che sarebbe a contare un lungo dire, che le molte parole son tediose. E cominciò la donna a Biagio a dire: —Non son queste mie gioie graziose? —Sí—disse Biagio—invero, a non mentire.— Disse la donna:—Stu mi guarirai, quanto tu vuoi di questo piglierai.
42
Disse Biagio:—S'i' torno in mie contrade, non mi manca né gioie né danari; non istimo castella né cittade, che non si trova al mondo uno a me pari. I' fo per poter dir la veritade di questa cosa, e di far tutti chiari chi mi domanderá del tuo tesoro; com'ho veduto cosí dirò loro.—
43
—Perché tu possa meglio raccontare, io ti vo' dir di tre cose, in segreto: codesta borsa per cotal affare, e questo corno con questo tappeto, il lor valor non si potria contare. E, perché tu ti parta da me lieto, i' ti vo' la virtú di tutte dire, acciò che 'n tuo paese il possi dire.
44
La borsa (nota, perché dir lo possa a chi tal fatti avesse domandati), per ogni volta che gli do una scossa, e' casca quivi ben cento ducati. Ogni volta che 'l corno sonar possa, vien dieci squadre qui d'uomini armati. —Questo è gran caso—Biagio allor rispose. Disse la donna:—E c'è piú belle cose.
45
Questo tappeto, chi l'ha sulle spalle, se colui che l'ha addosso vuol che porti, lo porterá persino in Roncisvalle, e contra lui non val mura né porti, e passa monti e ciascheduna valle; e' venti come lui non van sí forti. Non è questa gran cosa? Dimmi tue di queste cose ch'abbia tal virtue.—
46
Biagio prese la borsa con la mano e 'l corno ancora, e disse alla regina: —Se fusse quel che dici, intendi sano, al mondo non fu mai cosa sí fina.— E poi prese il tappeto di tostano, misse alle spalle e poi disse:—Cammina!— E lassò quivi le gioie cascare, E la regina incominciò a gridare.
47
Corsero i servi sua a quelle grida, e dissen tutti quelli:—Che vuol dire? Rispose la regina:—A chi si fida, come a me, suole sempre intervenire; ora e' convien che di me ben si rida, tal che per questo credo di morire.— E disse a' servi sua questa ragione, e quel maestro n'è tutta cagione.
48
Biagio fu in poco spazio a' suoi compagni, e contò di ogni cosa il fatto appieno, e com'egli avea fatto buon guadagni, che un'altra volta sia di senno pieno; e, perché di color nessun si lagni, e' si cavò la sua borsa di seno e, perché ben da lui sien ristorati, donò per un cinquecento ducati.
49
Però non si vorrebbe alcun gabbare. Costei ingannò Biagio, com'è detto; ma Biagio seppe ivi sí ben fare, che gabbò lei, come fosse un valletto. E' però non si vuol d'alcun fidare, come si vede di molti l'effetto, che si son molti di qualcun fidati, sí che dipoi son rimasti ingannati.
50
Se costei tolse a Biagio quel suo corno, prima gli tolse la borsa e 'l tappeto, e fecel disperato andare a torno. Ma quella fata gli die' quel segreto, gli fe' trovar que' fichi a tal soggiorno; intese il fatto ben, come discreto. A dir la veritá qui, ch'ognun loda, a lei rimase duo palmi di coda!
1
O gloriosa, o vergine pulzella, i' vo' la grazia tua adimandare e dir per rima una storia novella, per dare essemplo a chi intende d'amare, d'un cavaliere e d'una damigella d'un nobile legnaggio e d'alto affare, sí come per amore ognun moríe, e 'l gran dannaggio che poi ne seguíe.
2
E' non è ancora gran tempo passato che di Borgogna avea la signoria un duca, che Guernieri era chiamato, uom valoroso e pien di cortesia, del corpo bello e di costumi ornato e di virtú, quanto piú si potía, e molto amava gli uomin virtudiosi, massimamente d'arme valorosi.
3
Tra gli altri ch'egli amava del paese, si era un molto nobil cavaliere, giovane, gentilissimo e cortese, ben costumato di tutte maniere, ricco d'argento e di terre e d'arnese, dell'arme forte e franco cavaliere piú ch'altri allora si mettesse l'elmo, e faceasi chiamar messer Guglielmo.
4
Dico che quel baron sí valoroso amava per amore un'alta dama del legnaggio del duca poderoso, ch'era piú bella ch'alcun fior di rama. E 'l loro amore era tanto nascoso, che fra la gente non ne corre' fama: per non dirlo a sergente o a camariera, una cúcciola facíen messaggera.
5
Nulla sí bella zita era, né piú, allora né cristiana o saracina, e nome avea la Donna del vergiú, che piú splendea che stella mattutina. El padre suo nobil barone fu, sua madre era figliuola di regina, e, quando essi del secol trapassôro, sí gli lasciâro un ricco tenitòro.
6
Ella l'amava con sí grande affetto, messer Guglielmo, che d'altro marito non si curava né volea diletto, e sí co' lui si stava a tal partito, a ciascuno ponea qualche difetto, tosto che ragionar n'aveva udito; e piú baron di Francia e della Magna avea schifati e posto lor magagna.
7
E cosí stavan que' perfetti amanti col lor secreto amor chiuso e celato cotanto, che né in vista né in sembianti accorto non se ne sarebbe uom nato; e renegato arebbe Iddio co' santi ciascun, pria che l'avessi appalesato; e, quando per amor si congiungevano, udite e' sottil modi che tenevano.
8
Il palazzo dove ella dimorava avea dintorno un nobile vergiero ed una cucciolina che 'l guardava per me' la porta stava in sul sentiero; quando messer Guglielmo v'arrivava, ed ella conosceva il cavaliero, sed esso ave' compagno, ella lativa tanto che del giardin e' si partiva.
9
Se sanza compagnia era venuto, e la cagnuola gli facea carezza, e poi di botto cercava col fiuto tutto il giardino per ogni larghezza; e se alcun trova nel giardin fronzuto nascoso, o che 'l mirasse per vaghezza, ella latrava, veggendo il barone, tanto ch'e' si tornava a sua magione.
10
E, se alcun non trovava (e' si ragiona), alla donna ne gía la catellina, come spirito avessi di persona; cosí, per cenni mostrando, s'inchina. La donna, com' sovente Amore sprona, pell'uso suo intende' la cucciolina e levasi di subito e in istante al verzúe giva e la cúcciola avante.
11
E quivi gli amador, pien di letizia, si congiungean con tutto el lor disio; la disiosa e celata amicizia facíe chiamar l'un l'altro:—Amore mio!— di baci e d'abbracciar facean dovizia; ciascun dicendo:—Ben, preghiamo Iddio che questo dilettoso tempo basti che caso non avenga che ce 'l guasti.—
12
Quando s'eran gran pezzo sollazzati, la donna se ne gía e sí 'l barone, per temenza di non esser trovati, ciascuno si tornava a sua magione; ma la mattina, po' ch'eran levati, veníano in corte, coll'altre persone, non faccendo né segno né sguardare ch'altrui non sen potesse mal pensare.
13
E 'l disio dolce che nel cor spirava facea quei due amador pien d'allegrezza; e quella dama tanto allegra stava, che nel viso fioriva sua bellezza. Messer Guglielmo ogni giorno armeggiava e facea gra' conviti e gran larghezza; mostrava ben com'era innamorato, ma di chi fusse nol sapeva uom nato.
14
Or segue qui la leggenda e la storia della donna del gran duca Guernieri. L'alta duchessa credea in sua memoria che 'l buon Guglielmo, nobil cavalieri, per lei facessi cotal festa e gloria, ed armeggiando montasse a destrieri, e ch'egli fusse al suo bello piacere preso d'amore tutto al suo potere.
15
Ella, che ha messo in lui ogni sua speme e celato l'amore oltra misura, sí che il disio d'amor nel core prieme, in gelosia ne vive ed in paura; e lagrime degli occhi il viso geme. Presente quella nobil creatura, diceva:—Amor, perché m'hai cosí arso di costui, che d'amor m'è cosí scarso?—
16
E volgeva sí spesso gli occhi sui come fa chi d'amor forte si duole, e, quando si trovava a sol con lui, sí gli diceva amorose parole. Messer Guglielmo, ch'era dato altrui, vedendo ciò che la duchessa vuole, no gliel negava e no l'acconsentía per celar quella che l'avea in balía.
17
Un giorno er'ito el duca a suo diletto fuor della terra a un suo ricco palazzo, e la duchessa sanza ignun sospetto prese messer Guglielmo per lo brazzo e menosselo in zambra a lato al letto, ragionandosi insieme con sollazzo; e, per giuocar, la donna e 'l cavaliere fece venir gli scacchi e lo scacchiere.
18
Da poi ch'egli ebbon tre giuochi giuocato, la duchessa, ch'Amor sovente sprona, disse:—Messere, avete disiato giá gran tempo d'avere mia persona; or prendete di me ciò che v'è a grato.— Ed abbracciandol gli baciò la gola, poi gli baciò ben cento volte il viso, prima che 'l suo dal suo fosse diviso.
19
Ed abbracciandol gli dicea:—Amor mio, perché mi fate d'amor tanta noia? Deh, contentate 'l vostro e mio disio! prendiamo insieme dilettosa gioia, io ve ne prego pell'amor di Dio, o dolce amico, prima ch'io mi muoia! Se mi lasciate cosí innamorata, oimè, lassa, in mal punto fui nata!
20
Messer Guglielmo disse con rampogna vedendo alla duchessa tanto ardire: —Chi mi donasse tutta la Borgogna, tal fallo io non farei a lo mio sire. Prima che gli facessi tal vergogna, certo mi lascere' prima morire. E voi, madonna, prego in cortesia che giammai non pensiate tal follia.—
21
E la duchessa si tenne schernita, e disse a lui:—Malvagio traditore, dunque m'avete voi d'amor tradita e fattomi cosí gran disonore? Per certo io vi farò tôrre la vita e farovvi morir con gran dolore! E a destrieri persona mai non monta, se vendetta non fo di cotal onta!—
22
Partissi il cavalier doglioso e gramo, veggendo la duchessa piena d'ira, e quasi di pazzia menava ramo, sí dolorosamente ne sospira; e di partirsi quindi egli era bramo. E la duchessa ta' parole spira che giammai non l'amò per tal follia; uscí di zambra ed andossene via.
23
Come 'l barone uscí dalla duchessa andossene alla Dama del verzúe, in cui avea la sua speranza messa, e raccontògli 'l fatto come fue, e tutto ciò che 'nteso avea da essa, e come pose ogni vergogna giúe, e siccome nolla volle servire, e come disse di farlo morire.
24
Di ciò la donna si facea gran riso, e disse:—La duchessa è forte errata, che pensa nostra fede aver divisa; e voi, messer, se m'avessi ingannata, sí retrovata m'aresti conquisa di mala morte, in terra trangosciata. Ma 'l nostro amor celato ha tanto effetto, che dura e durerà sempre perfetto.—
25
Parlando el cavaliere alla donzella, tornò in quel punto il duca dalla caccia con la sua compagnia chiarita e bella, e smontò dal cavallo con bonaccia. In quello venne la duchessa fella, piangendo fece croce delle braccia; graffiata el volto con molta malizia, gli disse:—Signor mio, fammi giustizia!—
26
Turbossi el duca con maninconia, udendo la duchessa sí parlare, e sí le disse:—Dolce vita mia, perché vi fate sí gran lamentare? Fecevi oltraggio niun uomo che sia? Dimmelo, ché non è di qua dal mare re né baron, che se v'ha fatto oltraggio, ch'io non faccia mia 'l onta e mio 'l dannaggio.
27
Allora la duchessa fraudolente, per dare alla malizia piú colore, trasse el duca da parte della gente, e cominciògli a dir questo tinore: —Messer Guglielmo, falso e sconoscente, mi richiese oggi del villano amore; ond'io ti priego, Maestá gradita, che a tale offesa non campi la vita.
28
Ancor m'ha fatto piú oltraggio assai: contra mia voglia mi volle sforzare; egli straciommi e' drappi e' fregi e i vai, e poco mi valea merzé chiamare: ond'io per questo non sarò giammai allegra, sed io nol veggio squartare, farne far quattro parti a' palafreni dall'inforcatura insino alle reni.—
29
Ma 'l duca savio chiaramente vede, come si vede chiaro el bianco e 'l nero, che la duchessa mente, e non le crede e ben conosce che non dice il vero; ma pur le disse:—Donna, in buona fede a voi prometto, come sire intero, che d'esta offesa fia alta vendetta; ma non v'incresca s'io non la fo in fretta.—
30
La duchessa rispuose con superbia, e disse:—Fate ciò che vi diletta; l'offesa è mia, e pure a voi si serba di chi m'oltraggia di farne vendetta. Lo 'ndugiar sí mi induce pena acerba; ma giurovi alla croce benedetta di giammai non parlarvi di buon cuore, se primamente el traditor non muore.—
31
Partissi el duca da quel parlamento, secondo che raccontan le leggende, col cor gravato con tanto tormento, che 'n veritá di Dio molto l'offende; e nella mente e nel proponimento el credere e 'l discredere contende, cioè che la duchessa gli mentisse o che messer Guglielmo lo tradisse.
32
Tórcessi el duca con sí caldo sangue, per ira avea rosso la faccia e gli occhi. Per temenza la sua famiglia langue. e que' che non languivano eran sciocchi; e di lui non sarebbe uscito sangue chi l'avessi tagliato tutto a rocchi; e sospirava come ferito orso dello dubievol caso ch'era occorso.
33
Allora disse el duca a un car sergente: —Va' per messer Guglielmo e di' ch'io il voglio.— E, come e' giunse a lui immantanente, disse:—Messer, di voi forte mi doglio;— e sí gli raccontò el convenente della duchessa e ancora el cordoglio, e siccome l'avea d'amor richiesta, e la persona oltregiata e molesta.
34
Messer Guglielmo disse al duca:—Sire, vostra duchessa parla gran follia, ched io mi lasceria prima morire ch'io vi facessi tanta villania; e non v'è cavalier con tanto ardire, che volessi dir mai che cosí sia, ch'io nol facci in sul campo mentitore e discredente come traditore.
35
E, quando non bastasse questa scusa, io vi farò chiaramente vedere che in altra donna el mio amore usa, gradita, nobile e di gran potere, che solo sua bellezza guarda e musa. L'anima mia e 'l corpo ha 'n suo potere quell'alta donna della mia persona, e è figlia di regina di corona.—
36
El duca disse allora:—E io vi comando, messer Guglielmo, che fra questo mese, a pena della vita esser in bando, che voi sgombriate tutto el mio paese; ma questo vo' che non s'intenda, quando voi mi facciate sí chiaro e palese di quella in cui avete speme messa, ch'io creda a voi e non alla duchessa.—
37
Partissi el duca allor di quel consiglio, ed era alquanto men maninconoso. Messer Guglielmo con crucciato ciglio sen gí col cuore afflitto e pensieroso; e nel suo cuor diceva:—-Fresco giglio, dama, lo nostro amor chiuso e nascoso convien ch'al duca tutto si riveli o ch'io dal tuo piacer mi fugga o celi.
38
Di star lontano da te non è aviso né di menar mia vita en tal costume; ché, s'io fussi co' santi in paradiso, al luogo ove di gloria ha largo fiume, non sofferria di star da te diviso. Dama, fontana d'ogni bel costume, or mi conviene, oh doloroso lasso! farti palese o girmene a gran passo.
39
E, s'io piglio el partito di fuggirmi e lasciare el paese en tal maniera, ben dirá el duca:—E' voleva tradirmi— e fare' la duchessa veritiera e l'altre genti, che potranno dirmi sí cogli traditori ch'io sia a schiera; s'io mi diparto e 'l vostro amor no' scopro, come di questo falso mi ricuopro?—
40
E, stando in tal maniera el cavaliere che giá pareva di dolor musorno per questo afflitto e doglioso pensiero, e giá era passato il nono giorno; e subito gli venne un messaggiero che immantinente, sanza ignun soggiorno, che di presente comparissi al duca nella gran sala ove el signor manduca.
41
El cavalier di subito fu mosso, con sei valletti gí su pella scala con un mantel di drappo bruno addosso, e lagrime degli occhi in viso cala, la pelle gli parea cucita addosso; e giunse al duca, ch'era suso in sala. Di questo el duca co' la sua famiglia, vedendolo, ciascun si maraviglia.
42
Ed in segreto dall'altrui presenza cosí gli disse:—Ora ti riconforta ched e' non ti bisogna aver temenza, se ben tu avessi la duchessa morta. Ma dimmi il vero, io ten terrò credenza per quella fede che l'anima porta: qual dama avete, che sí vi talenta, ch'io possa dir che la duchessa menta?—
43
Vedendo il cavalier che a tal partito el duca voleva esser fuor di dubbio, diventò dismagato e sbigottito, e 'l fresco viso suo divenne bubbio e poi si stava qual morto transíto, vòlto in trestizia, come panno in subbio. Quando ebbe e' denti della lingua sciolti: —Sire—disse,—vien' meco, e mostrerolti.—
44
Giá era sera e l'aria fatta bruna, quando si mosse el duca e 'l cavaliero: vero è che lucea el lume della luna. Ed amendue andarono al verzero, ove celato spesso si raguna la bella dama col baron sincero; ma di fuor del giardin rimase el duca dopo un gran cesto d'una marmeruca.
45
Messer Guglielmo entrava nel giardino, e 'ncontra sí gli venne la cagnuola, che si giacea tra' fior del gelsomino. El cavalier la chiamava:—Figliuola!— ella scherzava col cavalier fino, poi cercava el giardin per ogni scuola intorno intorno al verziero prezioso, se niun uomo si trovava nascoso.
46
Quando ebbe cerco ben, la catellina andonne nella zambra delettosa, ove dormía la stella mattutina, ch'era del cavalier desiderosa. Messer Guglielmo a quel punto non fina e misse dentro el duca alla nascosa; poselo dopo un cesto d'un rosaio, dopo la sponda d'un chiaro vivaio.