VI

47

E, poi ch'ebbe la cúcciola sentuta, si fe' la damigella rivestire, e poco stante a lui ne fu venuta, a que' ch'a forza la dovea tradire. Ma non si pensava ella esser traduta da quegli in cui avea messo il suo disire, e non pensando del tradir l'effetto, e prese col suo drudo ogni diletto.

48

Ma il barone, ch'avea la mente trista, al tutto non potía tener celato, e quella, che lucíe piú ch'oro in lista, disse:—Ch'avete, cavalier pregiato? Mi parete turbato nella vista; poss'io far cosa che vi sia a grato? Egli vi mancherebbe oro od argento, od altra cosa aresti in piacimento?—

49

Disse il barone:—Io mi sento una doglia che mi tien conturbato il cuore mio, e sí mi fa tremar come una foglia, quando è percossa dallo vento rio; ond'io vi priego, s'è la vostra voglia, anima mia, che n'andiate con Dio!— E lagrimando allor s'accomiatarono, ma prima cento baci si donarono.

50

Cosí sen va la bella donna tosto, e la cúcciola sua sempre davanti. El duca, ch'era nel rosai' nascosto, tornò al cavalier con be' sembianti, e disse:—Il vostro amore è in dama posto, che io l'ho caro seimila bisanti.— Cosí parlando lo barone e 'l sire, tornò ciascuno in suo zambra a dormire.

51

Or vòlse il duca quella notte istesso colla duchessa, sua donna, dormire. Quand'ella el vidde, ella fuggí da esso, levossi suso e vollesi vestire; giurò di non dormir giammai con esso, e disse a lui:—Perché non fa' morire messer Guglielmo, che m'ha fatto oltraggio ed a voi vòlse far sí gran dannaggio?—

52

Disse 'l duca adirato:—Tu ne menti del cavalier, e sí fai gran peccato, e 'ncontro a lui falsamente argomenti ch'egli ha a tal donna el suo amor donato, ch'è piú bella di te per ognun venti; e io l'ho veduto, egli me l'ha mostrato, e come il modo tiene a gire a quella dama, che luce piú che sole o stella.—

53

Or, quando la duchessa lo duca ode dir che messer Guglielmo ha un'amica, iratamente gli parlò con frode, e disse:—Sir, se Dio vi benedica, chi è la donna che 'l cavalier gode, in cui bellezza non falla una mica?— El duca le rispuose:—Amore bello, certo non tel direi per un castello!—

54

Ma tanto la duchessa lo scongiura, che, innanzi ched e' fusse la mattina, disse el duca per lor mala ventura: —La Donna del verzú, che è mia cugina; e raccontolle el fatto per misura come messaggio era una catellina, e come e' vidde uscirgli del palazzo, e nel giardin tener l'un l'altro in brazzo.

55

A tanto si tacíe questa novella, e la duchessa campò dolorosa. Il giorno avía giá fatta l'aria bella, ch'ella uscí fuor della zambra amorosa vestita d'una porpora novella, ma non mostrava in sembiante dogliosa, e ginne in sala dove avea i baroni e donne e cavalier di piú ragioni.

56

E fece allor la duchessa appellare, giovani e donne e vaghi cavalieri, e disse a loro che volea danzare a guida della Donna del verzieri. Ed ella disse:—Dama d'alto affare, io nol so far, ch'io 'l farei volentieri.— E la duchessa gli rispuose presta: —Vo' sète di maggior fatto maestra.

57

Maggior fatt'è che menare una danza aver sí ben vostra cúcciola avezza, ch'al vostro drudo novelle e certanza porta, quando volete sua bellezza. El duca ne può far testimonianza, che co' suoi occhi el vide per certezza.— Udendo la donzella queste cose, partissi quindi e nulla le rispuose.

58

E ginne nella camera, tremando, siccome quella che di duol moriva, e di messer Guglielmo lamentando, pregandone la Vergine Maria, siccom'egli l'er'ita abbominando, che lo conduca a far la morte ria. —Come conduce me, che con mia mano morrò, come Bellicies per Tristano!—

59

Nella man destra ignuda avea la spada e la cúcciola nel sinistro braccio dicendo:—Traditor, poi che t'aggrada che io m'uccida, ecco ch'io men spaccio.— Poi dice:—Catellina mia leggiadra, oggi sarò in inferno, be' lo saccio, e tu sia di mia morte testimoni dinanzi al duca ed agli altri baroni.—

60

El pome della spada appoggiò al muro e per me' il cuore s'acconciò la punta dicendo:—Omè lassa! Com'è duro el partito dove io oggi sono giunta! Per te, Guglielmo, traditore scuro, con Dido di Cartagine congiunta oggi sarò in inferno, con dolore!— Poggiò la spada e misela nel cuore.

61

Ed una nana, ch'udí il gran lamento dentro alla zambra e 'l piatoso languire, volentieri sarebbe entrata drento, ma per temenza non ardiva gire. Udí el mortal sospiro col lamento ch'ella gittò, quando venne al finire. Corse lá drento e trovolla transíta, onde stridendo si tolse la vita.

62

Corse messer Guglielmo e molta gente al pianto della nana dolorosa, e vidde morta in terra la innocente, pallida e fredda di morte angosciosa; onde trasse la spada inmantinente del tristo petto, tutta sanguinosa, e disse:—Spada, anzi che sia forbita, a me, lasso! a me torrai la vita!—

63

E col viso in sul suo facea gran pianto dicendo:—Traditor mi ti confesso, e chiamo al mondo testimoni intanto ch'io con teco morrò per tale eccesso, e chi è in questa zambra da ogni canto vedrá la morte mia simil dapresso.— E misesi la spada con quel sangue per mezzo el cuore, onde di morte langue.

64

Quivi chi v'era grande strida mise, vedendo morti damendue costoro, salvo che la duchessa, che sen rise. El duca sí mugghiava com'un toro, e raccontava sí come s'uccise Piramo e Tisbe alla fonte del moro; e dicen tutti:—Per simile crimine ne morí giá pur Francesca da Rimine.—

65

E, stando el duca in dolore e in tempesta, e nella pena ch'io ho di sopra detta, prese la dolorosa spada presta e ferí la duchessa maledetta e dallo 'mbusto gli tagliò la testa, per far dei corpi nobile vendetta, che s'eran morti per la sua malizia; ben fece il duca diritta giustizia.

66

Ma, quando el duca die' quella ferita alla duchessa, che di gioi' gallava, ell'era giá della camera uscita con altre donne, ed in sala danzava. Cosí danzando, le tolse la vita purgando el vizio in che ella fallava; e partille la testa dallo 'mbusto el magnanimo duca, dritto e giusto.

67

Morta quella duchessa fraudolente, soppellir fece e' corpi a grande onore. Dir non si può el lamento, che la gente faceva tutta, e il gravoso dolore. E poi il duca non dimorò niente, per voler ramendare el suo errore: chiamò un suo nipote over cugino, e dettegli il ducato a suo domino.

68

Fatto che l'ebbe sir del suo paese e da sua gente avuto il sacramento, cavalier tolse, tesoro ed arnese, e cavalcò senza dimoramento inver' di Rodi, a stare alle difese de' saracini, ed ivi con tormento finí la vita sua con gran travaglia, restando sempre in zuffa ed in battaglia.

69

Signori, avete udito il gran dannaggio, ch'avvenne a' due amanti per malizia della duchessa, ben che 'l duca saggio, com'io v'ho detto, ne fe' gran giustizia, onde poi si dispuose a far passaggio sopra de' saracin, per gran niquizia; lá ne morí poi in servizio di Dio. Al vostro onor compiuto è 'l cantar mio!

1

O gloriosa Vergine pulcella, umile e santa, pura e salva nave, del paradiso relucente stella, gloria de' santi e delle sante chiave, concedi grazia a me e a mia favella che co' memoria ti possa dire:—Ave Maria, gratia piena, Deminus teco,— e del tuo frutto non mi metti nego.

2

Dirò un cantare antico con 'legrezza dello re Tarsiano di Bravisse, com'alle donne facea gran gravezza, e guerra a torto mantenea con esse, e non voleva, in nessuna grandezza, veruna due figliuoli partorisse. Quale gli partoría fa giudicare e per sentenza ad ardere menare.

3

E nel suo tempo giustiziar ne fece e disformare al fuoco, sanza conto; egli apponea lor ch'era meretrice qual duo figliuo' partoriva in un corpo, secondo che la storia parla e dice. E la reina in su quel punto gionse, che due figli una notte ingeneròe, dall'un de' quali il re sconfitto fòe.

4

Essendo la reina ingravidata, venne lo tempo dello partorire; ella si stava in camera celata, perché due figli le parea sentire, con una balia secreta e giurata, facendosi onorare e ben servire. Con questa balia sola partoríe, ch'altra donna né balia non sentíe.

5

Abbiendo la reina partorito, presi i fantini fûr senza dimoro; da quella balia ciascuno è nudrito ed amantati in un bel drappo ad oro. Perché non fosse dallo re sentito, coll'un la balia si partí da loro, e l'altro lasciò star colla reina, e quel portò a gittar alla marina.

6

Rimase la reina dolorosa con altre donne e balie accompagnata, e questa balia, secreta e nascosa, della cittá usciva sconsolata con quel fantino, ch'è sí bella cosa. Cosí andando, ella si fu inviata e al mare per gittarnelo portollo. Lá trovò mercatanti, e a lor donollo.

7

Tornossi indietro e disse ch'era morto; e la reina se ne fu credente. Gli mercatanti furon tosto a un porto, trovarongli una balia imantenente, facevanlo nudrire e dar conforto, che ciascun lo vedeva allegramente; cavârlo del reame di Bravisse, portârlo alla città di Gienudrisse.

8

Giugnendo a Gienudrisse la cittade la balia col fantino e' mercatanti, le donne e gli signor di gran biltade per vederlo si fûro lor davanti, ch'a' piú parea che l'alta Maestade vi fosse stato a farlo e gli altri santi. Parea che fosse nato in paradiso, tant'era di bellezze nuove affiso.

9

Questa cittade vi si mantenea, cioè Gienudris', per una pulcella, che Argogliosa appellare si facea ed era di nov'anni, molto bella. Vide la gente ch'al fantin traea: dimandò ch'era e seppe la novella. Disse a' suoi bali':—Or mel fate venire che per mio servo il vo' fare a nudrire.—

10

I mercatanti fûr sanza soggiorno davanti alla pulcella col fantino. La pulcelletta collo viso adorno, veggendolo sí bel da piccolino e che la gente andava lor dintorno, ché rassembrava un angelo divino, chiesel a' mercatanti in dono caro, ed e' con allegrezza gliel donâro.

11

Molte balie fûr tolte a governarlo, che inamorata ciascuna parea, e di quel drappo ad oro dismantarlo, e la pulcella sí lo riponea, come persona ch'è di gran legnaggio. Gibel la dama nome gli ponea, tosto lo fece crescere e allevare con piú maestri a legger e a studiare.

12

Egli era veramente tanto destro, il gaio giovinetto, ad ogni cosa, che da ciascuno era tenuto maestro, e la sua fama cresce valorosa. Ed alle cose era maniero e presto vie me' che gli altri; e quella gentil cosa della pulcella n'avea tal piacere, ch'altro disio non ha che lui vedere.

13

Crescendo il giovinetto valoroso, alla schermaglia comincia ad usare, della qual vene tanto copioso, che a quel paese non trovava pare. Di costumi e di danze piú gioioso, piú che null'altro me' le sapea fare, di salti e di lanciare e di destrezza, e in belle cacce tuttora s'avvezza.

14

Usava molto Gibel il giostrare e di ciò ne prendea molto diletto, ancor cosí faceva il bigordare l'ardito, franco, gaio giovinetto. Fa a molti cavalier selle votare, che della piazza lor facea far letto. Cosí si mise un dí ad una giostra (per quel che 'l libro qui chiaro mi mostra),

15

ov'era molta gente di valore, conti, baroni e molti cavalieri. Ciascun procaccia di avere l'onore, e similmente fanno gli scudieri: quivi si mostra chi ha valenza o core, vitando forte ognuno i buon destrieri; qual va per terra e qual rompe la lancia, chi fier nell'elmo, non fier nella pancia.

16

Gibel giunse alla giostra ardito e franco, colla grossa asta in man, punge 'l destriere, in un scontrossi, che 'l ferí nel fianco per farli a terra votar le groppiere. Ma 'l buon Gibello non parve giá stanco, e fiere lui in tostane maniere: a terra il traboccò isconciamente, e videl ciaschedun ch'era presente.

17

Poi ferí un cavalier, ch'avea giá vinto la maggior parte del torniamento, e del ben far e' non s'era giá infinto, per quel che da ciascun per vero i' sento; diègli nel petto, ebbelo in terra pinto con grande sconcio, di ciò non vi mento. Pur si rizzò quel cavaliere, e disse queste parole pronte, aperte e fisse:

18

—Noi non sappiam di cui se' imparentato —diceva 'l cavalier falso ed astioso:— da' mercatanti qui fosti portato, però non esser contro a noi argoglioso.— Udendolo, Gibel sí fu cambiato, e 'l cor suo allegro divenne pensoso: féssi contar per punto e per ragione come non era della lor nazione.

19

Udendo la novella il donzelletto, dalla giostra si fu tosto partito, alla donzella se n'andò soletto, fulle davanti e dielle un bel saluto, contòlle come stato gli era detto che d'altri parti quivi era venuto co' mercatanti lontani e stranieri, sí come gli avea detto il cavalieri.

20

E la pulzella gran dolore avía, udendo le novelle di Gibello. Il braccio in collo quella gli ponía, piangendo dice:—Giglio mio novello, i' t'aggio amato alla mia signoria. Donde venissi, deh, lascia andar quello! Dolce 'l mio amor, no' languir né aver doglia, sia mio marito ed io sarò tua moglie.—

21

Allor Gibello, lo gentil garzone, disse:—Pulzella, moglie non torrei, se mio legnaggio in prima non soe; amor di donna mai non prenderei. Cercar vo' di mia gesta, s'io potròe.— E dove andasse, domandòne lei; ella gli disse come l'avea tolto e diègli il drappo d'oro, in che fu involto.

22

La pulzelletta, senza dimorare, innanzi che Gibello cavalcasse, chi 'l proverbiò, ella il fece pigliare, e la testa volea gli si tagliasse. Allor Gibello no' la lasciò fare, anzi pregolla che gli perdonasse. Ella gli perdonò, poi ch'a lui piacque; ma a tutta l'altra gente ne dispiacque.

23

Argogliosa pulcella di dolore en el suo cuore era tutta smarrita, e sí dicea:—Lassa! Dolce el mio amore, poi che ti parti, i' non vorre' piú vita. Ad altra donna donera' 'l tuo cuore, poi che da me cosí fai dipartita. Dogliosa a me, ch'io ho fatto nutricarti! Or quando ti vedrò? Perché ti parti?—

24

Disse Gibello:—Pulzella, amor mio, s'io truovo dond'io nacqui e di che gesta, i' giuro ed imprometto all'alto Iddio di tornar, se me n'andasse la testa. Ad altra donna non mi darò io, ch'io son donato alla vostra podèsta.— E la pulcella a Dio lo raccomanda; Gibel del drappo ad oro fece banda.

25

Nel torno avea Gibel di sedici anni, quando si mosse a cercar sua ventura. Entrò 'n cammin con angosciosi affanni, su 'n un destriere armato di misura, e Iddio pregando andava senza inganni che gli desse a trovar di sua natura. Arrivò, come dice il libro el vero, nella Val Bruna del cavalier Nero.

26

Nella Val Bruna Gibel fu arrivato, infino a mezzo giorno e' cavalcava, nel cavalier Nero si fu scontrato, che quello passo tuttavia guardava. Cavalier né baron da nessun lato, per lo fermo, passar non vi lasciava, e' sia chi vuol, vegna donde volesse, che vassallaggio giurar nol facesse.

27

Per forza d'arme acquistati n'avea dugento, che 'n sua corte gli fa stare, senza quegli altri che morti egli avea, qual vassallaggio non volea giurare. Quando Gibello da lunga vedea, fugli davanti e disse:—Non passare: tosto dismonta, se non vuoi la morte, e sta' cogli altri a servir la mia Corte.—

28

Allor Gibello, tutto pien di gioia, arditamente rispuose al barone: —Oggi è quel dí, che convien che tu muoia, over che tu qui sarai mio prigione. Veracemente che troppo m'è a noia star qui ad isforzar contra ragione!— Di mal talento a morte disfidârsi, presor del campo, ed a fedire andârsi.

29

Le lancia i' mano ed in braccia gli scudi vans'a fedir come dragon mortali, misero i ferri ai loro isberghi ignudi amendue gli baroni imperiali. Per gli gran colpi dispietati e crudi, e' destrier ruppon cinghie e pettorali. Ma lo garzon di tal voler l'afferra, che sconciamente l'abbatteva in terra.

30

Allor Gibello disse:—Cavalieri, or per prigion vo' che t'arrenda a me. Giurami fedeltá, e volentieri, come volevi ch'io facessi a te!— E 'l cavalier Nero non fu laniere, colla sua gente suo servo si fe'. E tutti quanti fedeltá giurârli. Egli stette tre dí a signoreggiarli.

31

Passati gli tre giorni, cavalcava. E 'l cavalier Nero, suo servidore, com'era in prima signor, l'ambasciava. Cosí Gibello il lasciò reggitore. Da lui si parte, ed oltre cavalcava e fu arrivato ad un altro signore, che si chiamava lo Vermiglio conte, che guardava una ròcca sotto u' monte.

32

Trecento cavalier di grande ardire ha sotto sé quello conte Vermiglio, tutti aquistati per forza, al ver dire, ciascun possente, gaio come giglio; e mille o piú n'avea fatti morire per forza d'arme, sanza alcun consiglio. La guardia in sul camin tenea per mostra, a chi passava facía chieder giostra.

33

La guardia vide il donzelletto gaio, gridò al conte; ed egli, udendo, armossi e della ròcca uscí su un destrier baio; in sul camin con Gibello scontrossi. Vedendo il conte Gibel tanto gaio, subitamente di lui innamorossi: cortesemente disse che ascendesse e vassallaggio cogli altri facesse.

34

Allor Gibello, pieno di valenza, arditamente al conte rispondía: —Fede non giurerei, se tua potenza imprima non si pruova colla mia. Veramente tu hai vana credenza a domandare ch'io tuo servo stia. Ma per prigion vo' che tu a me t'arrenda. S'altro vuo' dir, la spada mi difenda!—

35

Se prima il conte n'era innamorato, udendol, doppiamente innamoronne e disse:—Giovinetto ingraziato, di tua possanza un colpo aspetteronne, e, s'io da te saraggio iscavallato giurerò fedeltá, teco verronne. Ma, se tu non mi abbatti del cavallo, giurami fé che starai mio vassallo.—

36

Allor Gibello prendeva il partito, siccome lioncel pien d'arditanza, e nel suo core era tutto fiorito: bracciò lo scudo ed impugnò la lanza, e ritorna a fedire il conte, ardito, d'amor pensando alla sua dolce 'manza. Lui e 'l cavallo al campo fe' cadere 'nanzi alla gente, che stava a vedere.

37

Disse Gibel:—Baron, tu se' mio servo, sanza dimoro a me t'arrenderai!— E 'l conte rispondea co' latin verbo: —Or ben se' il fior di quanti mai trovai, e fedeltá volentieri t'osservo. Entra 'n tenuta e per signor sarai.— E tutti quanti l'ubbidiro a fiotta e miserlo in tenuta nella ròcca.

38

Quando e' si fu posato al suo volere, di questa ròcca a partir ch'e' si prese, il conte in signoria fe' rimanere, sí come egli era, quando quivi scese. Cercando di sua gesta a suo podere, funne arrivato in un altro paese, a una cittá d'un duca crudo e strano, il qual è sotto lo re Tarsiano.

39

Serpentina avea nome la cittade, drento Gibello sí vi fu entrato. Le donne e li signori, in veritade, di lui parea ciascuno innamorato. Vedendo il duca ben la sua biltade della duchessa si n'è impaurato; disse:—Egli è bello, e bella è la duchessa. Veramente venuto egli è per essa.—

40

Pensando, il duca no' gli parea giuoco. La notte 'l fe' pigliare in nel suo letto, e nel palagio suo, in uno loco imprigionar lo fe', senza difetto. E la duchessa d'amor prese fuoco, com'ella in prigion vide il donzelletto. E 'l duca, che sua morte avrá da esso, per gelosia lá si recò, da presso.

41

Noi lascerem Gibello in Serpentina imprigionato, secondo la storia, e direm della madre sua reina e del re Tarsian, c'ha gran vettoria, ch'ebbor consiglio tale una mattina, dar moglie all'altro figlio con gran gloria. E per consiglio eletta fu in isposa, se 'n piacer gli è, la pulzella Argogliosa.

42

Il re fe' imbasciadori, e cavalcâro; sanza soggiorno a Gienudrisse fûro, la pulzella Argogliosa ivi trovâro, e l'ambasciata contâr di sicuro. Ed Argogliosa col suo viso chiaro, che per Gibello avea lo cor sí duro, non ne volle ascoltar l'ambasciaria, rispuose che marito non volía.

43

Da lei si dipartir gl'imbasciadori ed al re Tarsiano ritornârsi e disson ch'ella aveva gran dolori e non volea quel tempo maritarsi. E 'l re coi suoi baroni, ne' lor cuori, di tal risposta forte infiammârsi; gridâro a boce:—Oste le mandiamo sí che per forza, all'onta sua, l'abbiamo!—

44

Per tutto il suo reame immantanente re Tarsiano grand'oste bandíe; cavalieri e di popolo gran gente collo re Tarsiano al campo uscíe. Di Serpentina il duca, sorridente, andò in quell'oste, ma non piú redíe. Re Tarsiano sue insegne ebbe poste intorno a Gienutrisse co' grand'oste.

45

Il valoroso Gibel, ch'è in prigione, per nulla guisa sí si rallegrava, sentendo che lo re contra a ragione la pulzelletta sua 'manza assediava. La duchessa dicea:—Gentil garzone —davanti alla prigion sí gli parlava,— o donzel, c'hai d'ogni biltá corona, gioi' vo' che prendi della mia persona!—

46

Gibello a sue parole no' attendea, ché nel suo cuore giá era conquiso; e la duchessa parlava e dicea: —Or che ha' tu, angel di paradiso?— Allor Gibello sí le rispondea: —I' sento che la morte sí m'ha priso, perch'io a Gienutrisse andar non posso contro al re Tarsian, che a torto è mosso.—

47

E la duchessa, veggendo Gibello che a Gienutrisse avea voglia d'andare, disse:—Io ti lascerò, giglio novello, se mi prometti di qui ritornare.— Ed egli rispondea, chiarito e bello: —S'i' non son morto, i' giuro di tornare. Se mi lasciate andar, fate merzé, che la pulcella difenda dal re.—

48

E la duchessa pensò nel suo cuore: —Sed io a Gienutrisse andar lo lasso, forse al tornar mi donerá il suo amore, se 'l qual non ho, di questa vita passo. E s'io 'l potessi, 'l fare' imperadore, pur ch'allegrasse un poco il mio cor lasso! Doglioso a me, ch'io arei tutto bene, se mi traesse una volta di pene!—

49

Poi gli diceva:—Amor, po' che tu vuoi a Gienutrisse andar, cheggioti un dono: che 'l duca mio uccidi, se tu puoi, ed ogn'altra fallenza ti perdono.— Ed e' rispuose:—Lui e' baron suoi vorre' uccider, quanti ve ne sono, e quanti ve n'ha ancor d'altri paesi, vorrei che fosser tutti morti e presi.—

50

Allor Gibello di prigion fu tratto, l'arme e 'l destrier avanti sí gli gío; sanza dimoro in fretta s'armò ratto: non prese staffa, ch'a caval salío! Della cittá uscí e con quel patto ver' del conte Vermiglio se ne gío. Tosto 'l fe' adobbar co' sua compagna, e l'altro dí entrò per la campagna.

51

E nella Valle Bruna egli è arrivato, ov'era il cavalier Ner di gran vaglia. E 'l fatto e la maniera gli ha contato com'egli andavan per voler battaglia. I suo' dugento cavalier s'armâro tutti per punto e no' mancò lor maglia. I tre baroni a Gienutrisse gièno con cinquecento cavalier ch'avièno.

52

Fûro arrivati a Gienutrisse presso; d'in su la torre la guardia vede'li. Allor Gibello ne mandò il suo messo come colla sua gente soccorre'li. Le porte aperte gli furono adesso: egli entrò dentro con que' suo fedeli. Tutta la gente mena gioia a scorso, venir veggendo tanto bel soccorso.

53

Tant'allegrezza avea la giovinetta, che uom, che sia, contare nol potrebbe. Con sue compagne fu l'amorosetta; corse a Gibello ed abbracciato l'ebbe. Or si posò la gente, giulivetta, allegra piú che lingua nol direbbe. Gibello fece andar per l'oste il bando, e lo re Tarsian mandò sfidando.

54

Subitamente tutti i buon baroni, conti e marchesi della damigella trovar lor armi e correnti roncioni; ciascun s'armava e poi ne monta in sella. Similemente fanno i compagnoni; e' mercatanti sono a tal novella, per esser fuori alla battaglia, presti, ché del combatter sono arditi e destri.

55

Usciti fuori alla bella campagna, quivi si cominciâro a far le schiere de' buon baron sanza avere magagna. Riguardan selle e ferri al buon destriere, d'aver la zuffa verun se ne lagna. Ciascun vorrebbe pur esser primiere a cominciar lo stormo crudo ed aspro; ciascun di ciò se ne crede esser mastro.

56

Cosí re Tarsian fece guernire ciò che bisogna a tutta la sua gente, armati, presti a battaglia venire. Credendo della guerra piú possente essere degli altri, e per non fuggire, si fu piú innanzi e sí come valente, cominciaron lo stormo sanza fallo. Piacciavi, gente, udir come andò il ballo.

57

Or chi vedesse istormo cominciare, fedir di spade e di spunton tagliente, balestra grosse aprire e diserrare, lanciarsi come fa dragon mordente; ciascun si briga alle spade menare, quivi si vede qual è il piú possente. Qual taglia teste e quale gambe e braccia, ciascun del ben combatter vi si avaccia.

58

Un cavaliere de lo re Tarsiano si fece inanzi co' molto valore; una gross'asta e' si recò per mano, e ferí nello stormo con furore ed abatténe cinque giú nel piano. Allor si cominciò si gran romore, che parea che giú il secolo venisse e che lo 'nferno del tutto s'aprisse.

59

Subitamente uno gli viene manco: un baccellier di quel conte Vermiglio con una lancia grossa, il guerrier franco, scontrò quel cavalier con gran periglio. Tal colpo gli donò nel lato manco, che lo passò per tutto lo 'nteriglio. E morto cade nel crudele stormo, per quel ch'io sento e nel libro m'informo.

60

Ed il figliuol del re con gran barnaggio combatté con Gibel pien d'ardimento dando e togliendo colpi di vantaggio; ciascun mostrava suo gran valimento. Colla sua gente Gibel prode e saggio avea il fratello giá sconfitto e vinto; ma lo re Tarsian lo soccorría, e con due schiere allo stormo fería.

61

Il cavalier Nero di gran valore allo figliuol del re fería per costa, donando colpi di tanto vigore, che nessun può durare alla sua posta; sicché il figliuol del re è perditore, non poté piú durare alla proposta; e 'l buon conte Vermiglio di gran vaglia dall'altra parte die' al re la battaglia.

62

Gibel col popol suo di Gienutrisse viene le schiere tagliando e fedendo, e de' campion del regno di Bramisse, quanti ne scontra, egli ne va uccidendo; il cavalier Nero fería tra esse, cosí gran colpi dando e ricevendo, ov'egli andava, isgomberar facea coi suoi dugento cavalier, ch'avea.

63

Duca di Serpentina si scontròe col buon Gibello, combattendo a schiera, e l'uno e l'altro a fedire s'andòe infra la gente infiammata e fiera, e sí gran colpo Gibel gli donòe, morto l'abbatte sotto sua bandiera. Gli scudi e gli elmi vi facien ta' suoni, parea che fosse balenar e tuoni.

64

La battaglia era sí gravosa e dura, l'aria e la terra n'era intenebrata, ferro non vi valea né armadura contro a Gibel, ch'avea gente pregiata. Chi pruova un colpo suo, per sua sventura, vorre' tornarne a dirne l'ambasciata! Re Tarsian colla sua gente stolta, non potendo durar, misesi in volta.

65

Allor Gibel con suoi baron vedea che contra a lui non era chi durasse. Lo re e 'l figlio del campo si partéa Gibello fe' bandir che non cacciasse l'un contro all'altro, parlava e dicea: —Viltá saria a fedire chi n'andasse.— E fe' sonar le trombe a ringioiarsi e dentro la cittá a ritornarsi.

66

Le donne e li signor della cittade ciascun menava riso, gioia e canto; e la pulzella piena di biltade tant'era allegra, non si pò dir tanto. Allor Gibello, pien di lealtade, s'accommiatò, quando fu stato alquanto. E la pulcella, di lui innamorata, piú che prima rimase sconsolata.

67

Della pulcella egli si dipartía, Gibel da' suo' baron commiato prese, e in Serpentina prigion se reddía. Gli altri, ciascun tornârsi in lor paese. E la duchessa, quando lo vedía, pensossi di venir co' lui alle mani; d'amor cantava e davasi conforto, com'ella seppe che 'l duca era morto.

68

La duchessa d'amor chiede mercede, e sí dicea:—Giovane ingraziato, gentil valletto, gioi' prendi di mene, dammi il tuo amor, no' stare imprigionato. Migliore dama non puo' aver per tene. Sarai signor di tutto il mio ducato!— Ed e', ch'avea dato il suo amore altrui, stava com'ella non dicesse a lui.

69

Questa duchessa ogni dí il predicava che per amor gioia di lei pigliasse; ma lusingare niente le giovava, ché non parea che di lei si curasse. E 'n questo tempo il re Tarsian mandava alla duchessa che alla corte andasse, ch'ogni anno il duca andare vi solea per una festa, che lo re facea.

70

E, quando la duchessa fu richiesta, non avea con cui gire accompagnata; dicea:—Lassa! Come n'andrò io a festa, che la mia gente è tutta isbarrata?— E scapigliossi la sua bionda testa e piange come donna isconsolata. Allor face lamento del marito, che di sei mesi o piú era transíto.

71

Piangendo la duchessa a capo chino, Gibel piacevolmente le parlòe: —Gentil duchessa, rosa di giardino, se v'è in piacere, i' vi acompagneròe. Fate ch'andare possa a mio dimino e ch'io non torni piú vostro prigione— Ed ella si pensò:—S'io il merrò láe forse el re per marito mel daráe.—

72

Ella dicea:—Molto volentieri!— Trassel fuor di prigion sanza tornare, ed e' mandò per gli suoi cavalieri e in Serpentina egli i fe' apresentare. Quivi fûr giunti i nobili guerrieri, sanza dimoro brigan cavalcare, sotto la 'nsegna di Gibel sovrano fûr alla corte dello re Tarsiano.

73

Tutta la gente tra' per maraviglia, quando vidon sí bella baronia; ed, isguardando la gente vermiglia, ch'eran trecento in sua compagnia, e i neri dugento erano in famiglia, piú bella gente non si troveria. Colla duchessa nella cittá entrâro presso alla corte del re Tarsiano.

74

Sotto sua insegna il nobile Gibello per la cittá ognindí cavalcava; chi lo vede', l'assomiglia al fratello e alle fattezze, ch'egli in sé portava. E la reina un di mandò per ello, e dond'egli era sí lo dimandava. Ed e' rispuose e disse la novella ch'e' mercantanti il diêro alla pulzella.

75

E tutto il fatto a punto e' le contòe, di ritrovare sua gesta s'ingegna, e come a Gienitrisse egli arrivòe amantato di quella sua insegna, e come la pulzella lo allevòe, e come ell'era del suo amore degna, e come l'have cresciuto e allevato, come dal cavalier fu proverbiato.

76

La reina, che 'ntende il convenente, disse fra sé:—Questo è de' miei figliuoli.— La balia fe' venire imantanente; disse:—Di' 'l vero, se morir non voli, questi è mio figlio ben certanamente. No' lo uccidesti, come dir mi suoli!— La balia tutto il fatto le contòe, com'ella a' mercantanti lo donòe.

77

E la reina allor s'inginocchiava, piangendo disse:—Dolce figliuol mio!— davanti a lui umilmente parlava, merzé gli chiede per l'amor di Dio, e perché 'l face morir gli contava, dicendo:—Per te arsa or sarò io, ma allegra, figliuol mio, io sí morraggio poiché ricognosciuto hai 'l tuo lignaggio.—

78

Disse Gibello, lo garzo' reale: —Dolce mia madre, non aver paura ch'i'ho con meco gente imperiale, che da tre re vi terrebon sicura. Questa giustizia non è ragionale, e proverollo colla mia armatura. A Genitrisse lo re sconfiggemmo, si che voi ben, madonna, francheremmo.—

79

La novella si spande per la corte come Gibello era figliuol del rene. Tutta la gente se n'allegra forte, e 'l suo fratel gran feste sí ne féne. Lo re condanna la regina a morte, ched ella ne fosse arsa in fuoco e in pene. Armato fu Gibel, quando lo 'ntese, colla sua gente lo palazio prese.

80

E lo fratello ne fe' gran sollazzo, disse:—Io non vo' che la reina s'arda!— Imantanente montò in sul palazzo con quella gente ch'egli ha in sua guarda. E ciascun de' baron, se non fu pazzo, e' giovani ubidir niente tarda; e lo re Tarsian mena gran duolo, ch'a tal bisogno si ritruova solo.

81

Veggendosi cosí 'l re abbandonato da' suoi baroni, gran dolor n'avía. Allor Gibello, savio ed insegnato, co' molta gente al padre se ne gía. Davanti a lui e' si fu inginocchiato, umilemente parlava e dicía: —Padre mio, a ragion or m'intendete come dritta giustizia mi facete.—

82

E 'l padre rispondea con gran dolore: —Di' ciò che vuoi, ched io l'ascolteròe.— Allor Gibello rispuose e parlòne: —A onor di Dio i' si vel conteròe: come non fu 'mpossibile al Signore di fare Adamo, primo uom che formòe, cosí non gli è 'mpossibile di fare duo figliuol' in un'ora in generare.—

83

E 'l padre disse:—Dolce figliuol caro, tu m'hai mostrato il ver sí apertamente, ond'io cognosco e veggio puro e chiaro che uno e duo sono in Dio possente.— E gli baroni Iddio ringraziáro, veggendo il re del vero conoscente. Allora il re Gibel per man pigliòe, allato a sé a sedere l'assettòe.

84

Veggendo il re che non facea giustizia, in tutto fece van quello statuto. Franca fu la reina da malizia, perché Gibello le donava aiuto. Allor Gibello, pieno di letizia, per messo alla pulzella 'l fe' saputo. Come Argogliosa intese la novella, con sue compagne tosto montò in sella.

85

La pulzella Argogliosa ingraziata con cinquanta pulzelle in compagnia, da cento cavalieri accompagnata, sanza dimoro si fu messa in via. Alla corte del re fu dismontata, dov'era Gibel pien di cortesia. Tutta la gente trae per vedella, che 'n fra l'altre lucea com'una stella.

86

Il buon Gibello con allegro cuore isposò la pulzella innanzi al padre. Tutta la gente cantava d'amore, ma sopra tutte era allegra la madre. Le donne e le donzelle di valore gran festa ne facean in veritade; tutta la gente danzava per essa; morta d'amore cade la duchessa.

87

Sí grande è l'allegrezza e 'l giuoco e 'l riso, un anno e piú bastò corte bandita. Il buon Gibel con amoroso viso della pulzella prese gioi' fiorita; chiamato fu signor di tutto, assiso, poi che 'l padre passò di questa vita, e 'l fratel per signor d'altre contrade. E noi si salvi l'alta Maestade.

1

I' prego Cristo, Padre onnipotente, che per gli peccator volle morire, che mi conceda grazia nella mente, ch'i' possa chiara mia voluntá dire; e prego voi, signori e buona gente, che con affetto mi dobiate udire. I' vi dirò d'una storia novella, forse che mai noll'udiste sí bella.

2

Ben voglio che saciate, buona gente, ch'un, ch'ebe nome il cavalier Cortese, si dipartí per alcuno accidente dal re Artúe e di tutto il paese, e tanto cavalcò continuamente, che giunse a Roma nel nobil paese, e quie ebe un figliuol, che nutricare lo fece e di vantaggio amaestrare.

3

Quando di quindici anni e' fue in etade, piú ch'altro in trenta era gagliardo e forte. Venendo il padre in grande infermitade, disse:—Figliuolo, i' dubito di morte: però, s'io muoio in questa contrada, none istar quie, e vattene alla corte, e racomándati a messer Tristano, a Lancelotto ed a messer Calliano.—

4

E poco istante che morí, avante al suo figliuol nulla non può piú dire. El damigel, c'ha nome Gismirante, a grande onore il fece sopellire, e po' si dipartí a poco istante: andonne in corte sanza ritenire, e come il padre gli aveva contato, a que' baron si fue raccomandato.

5

E per amor del suo padre ordinâro tanto che stette in corte per donzello; e serviva sí ben, che l'avíe caro il re Artúe sopr'ogni damigello, e tutti i cavalieri inamorâro, tanto egli era apariscente e bello; ed insegnârgli giostrare e schermire, sí che fu sopra ogn'altro pien d'ardire.

6

Cosí sett'anni fece dimoranza e fe' in tal tempo molte cose belle, avendo in quella corte per usanza che non vi si mangiava mai cavelle, né sera né mattina per certanza, se di fuor non venía fresche novelle; avvenne un dí che per cotal cagione non mangiò il re, né niuno suo barone.

7

E, quando fu venuto l'altro giorno, novelle fresche ancora non venía; e Gismirante, il damigello adorno, andonne a re Artúe, e sí dicía: —Fatemi cavalier sanza soggiorno.— E, po' che fatto fue ciò che volía, disse partendo:—Non ci torno mai che caverò la corte di ta' guai.—

8

E cavalcando gia pregando Iddio che gli mandasse ventura alle mani, per la qual cosa che di tanto rio possa cavare i cavalier sovrani. Tutto quel giorno cavalcò con disio, e po' la notte non trovò ch'il sani. Po' la mattina si ebe trovata, come Iddio volle, una saputa fata.

9

La qual lui salutava, e poi gli disse: —Di stran paese qua venuta sono, però ch'io non voleva che perisse cotanta buona gente in abandono: in prima che di lá mi dipartisse, i' procacciai di recarti un bel dono, che, se tu 'l porti in corte al re davanti, mangiar potrai co' cavalieri erranti.

10

Sapi che del reame, dond'i' vegno, è la piú bella pulzella del mondo, figliuola di uno re, che tiene a sdegno ogni prod'uomo, e sie qual vuol giocondo, e non si può veder che per ingegno se none un dí dell'anno sanza pondo, cioè la vilia di Santo Martino. Allor va il bando per questo latino:

11

che a quella vilia, ch'io t'ho manifesta, non si lasci veder persona, quando la figliuola del re ne va alla festa per suo diletto un poco solazzando. Chi sará fuor, gli fie mozza la testa a chi cadesse in cosí fatto bando, sí che in casa per téma ognun si serra, o se ne fuggon di fuor della terra.

12

Per questo San Martino, ch'è ora andato, la vidi, e 'l viso mio non fue veduto. Come il sogliar del Santo ebbe passato, del capo un suo capello fu caduto, ed io il ricolsi, ed hotelo recato: in questo bossoletto l'ho tenuto: pórtal davanti al re dalla mie parte.— Ed ella il ringraziò, e po' si parte.

13

E, cavalcando sanza prender lena, que' che portava novella sí buona si giunse in corte, dove sanza cena andato s'era a letto ogni persona. E, come que' ched allegrezza mena, gridò:—Suso a mangiar, santa corona!— E que', che avean tre giorni digiunato, con allegrezza ognun si fue levato.

14

Po' ch'ebono mangiato in questo tratto, e Gismirante il bossol fe' presente, il re lo prese, ed il capei n'ha tratto per contentarne sé e la suo gente; e Gismirante contò tutto il fatto, come avie detto la fata presente; e, riguardando il capello indovino, ch'era duo braccia e parea d'oro fino,

15

e' si dicieva alla gente l'han vista: —Questa dé' esser sopr'ogn'altra bella: e veramente qual uomo l'acquista, l'amor di cosí fatta damigella deb'avere di pregio al mondo lista, piú che altro cavalier che monti in sella; però che, imaginando suo bellezze, deb'avanzar tutte le gentilezze.—

16

E Gismirante, po' che fue passato alquanti giorni di cota' parole, in grazia al re Artúe chiese comiato, de la qual cosa il re forte si duqle. Infine molti arnesi gli ha donato, quando pur vede che partir si vuole, e po' gli disse:—Or va', e quie ritorna,— ed e' va per veder la dama adorna.

17

Ben otto mesi e piue ha cavalcato, sanza trovar ventura questa volta; ma pure una mattina fue arrivato in una selva ch'era molto folta; cosí guardando vide da l'un lato un drago ed un grifon con forza molta che s'azzufâro; ed e' si fé' campione, e liberollo, e uccise il dragone.

17

Po' cavalcava il damigel selvaggio, fuglisi innanzi un'aguiglia parata, incominciògli a fare grande oltraggio, però che fortemente era affamata. El damigel, come discreto e saggio, di groppa al suo cavallo ebbe levata un gran pezzo di carne, e si gliel diede. Ella si parte, e mai nolla rivede.

18

Po', cavalcando il damigel pregiato per quella selva dove dovea andare, trovò uno isparvier, ch'era allacciato ad una siepe, e non potie volare. Ed e', come gentile, fu smontato, e sviluppollo, e po' il lasciò andare. E l'aguiglia, e 'l grifone, e lo sparviere eran per arte posti in tal maniere.

20

Nel capo della strada per uscire fuor della selva, dove cavalcava, ed eccoti una fata a lui venire, e domandollo quel perch'egli andava. Egli le disse:—Dama, a non fallire i' vo' colá dove l'amor mi grava.— E raccontolle dal piede alla cima ciò ch'avíe detto la fata di prima.

21

Ed ella disse:—Quel per che tu vai ti fia molto impossibile acquistare, ma, se mi crederai, tu non andrai, ed istara'ti meco a sollazzare: i' ti prometto, se tue non vi vai, ch'i ti farò contento sanza pare.— Ed e' rispuose:—E' convien pur ch'i' veggia quella che fa murir chi la vagheggia.

22

Ma s'io nolla acquisto al mio volere, i' non ti lascerò per alta dama, e priegoti che col tuo gran sapere consigliami di quel che 'l mio cor brama.— Ed ella gli donò un gran destriere, dicendo:—Questo è di sí fatta fama, porteratti in tre giorni sanza inganni lá dove il tuo non andrebbe in dieci anni.

23

I' vo' che mi prometti di tornare, e le parole tue sien piú che carte.— Subito le rispose d'osservare i suo' comandamenti, e po' si parte: e tanto forte prese a cavalcare con quel caval ch'era fatto per arte, che in capo di tre giorni fue arrivato alla cittá del viso angelicato.

24

E tanto ad uno albergo prese stare, ch'alquanti giorni a San Martin fu presso; e, come i cittadin vide armeggiare, montò a cavallo, e fue con loro adesso, e tutta gente fa maravigliare, sí ben port'asta e tanto rompe ispesso. La damigella da' baron procura, ma veder lei non puote criatura.

25

Quando il dí della vilia fue venuto, e lo re fe' da sua parte bandire che qual dalla donzella fie veduto subitamente lo farà morire, e chi si stia in casa come muto, e chi di fuori si deba fugire. L'albergatore all'albergo n'andoe, e Gismirante con lui si posoe.

26

E, come damigello ardito e saggio, quando per la cittá non è cristiano, subitamente armato di vantaggio, uscí di casa con la spada in mano. Signor, pensate nel vostro coraggio che si dicea del cavalier sovrano, cosí armato in sul destrier corrente! E' nella chiesa entrò subitamente.

27

E, non trovando criatura in Santo, di testa s'ebe tratta la barbuta, perché di quella cui amava tanto la faccia sua potesse aver veduta, ed e' poi si nascose da l'un canto dietro a l'altare, e punto non si muta, dicendo:—Di mie morte fie memoria, o io acquisterò quie gran vittoria!—

28

Or eccoti venir quella donzella in compagnia ad un leone e un drago, ed adorando al crocifisso; ed ella vide colui ch'era cotanto vago, il qual parlò con ardita favella, che di suo morte non curava un dado. —Dama, merzé, bench'io serva la Morte, che per vederti vengo infin da corte!—

29

Ed ella, riguardando Gismirante, ch'era sí bel che contar nol potrei, e imaginando poi in sé davante le cose ch'egli avíe fatte per lei, ridendo disse:—I' ti vo' per amante, ma fuor di questa terra uscir vorrei: però, se mi vorrai al tuo dimíno, verrai per me istanotte a matutino.—

30

Quand'ella gli ebe ben tutto insegnato ciò ch'egli avesse a far nel suo venire, la donna del baron prese comiato dicendo:—Addio, addio!—nel suo partire. Quando fue tempo, il cavalier pregiato all'albergo tornò sanza fallire. L'albergator domandò onde venía. —Taci—diss'egli, e non gli rispondía.

31

Po' cavalcò a piè d'una finestra, ch'ella avíe detto che dovesse andare, e la donzella, sí come maestra, tutte le guardie fe' adormentare. Com'ella il vide, disse ardita e presta: —O cavalier, come voglián portare certe mie gioie?—Ed e' parlò giocondo: —Vienne pur tu, ch'i' non curo altro al mondo.—

32

Ed ella gli gittò di molte cose di gran valuta, e di piccol vilume, come fûr gemme e pietre preziose, che le teneva per cotal costume; ed una verga sotto si ripuose che faceva seccare ogni gran fiume: toccato da l'un lato, il fa seccare; po', ritoccando, lo fa ritornare.

33

E po' s'armava a guisa d'un scudiere, e per le scale iscende nella stalla, e si montava sopra un buon destriere sí di legier, che pare una farfalla, e giunse fuor dov'era il cavaliere. Veggendola, egli d'allegrezza galla; pugnendo degli isproni il destrier forte, giunsono ad una delle mastre porte.

34

Quando le guardie si fûr risentite, cominciaro a gridar con gran romore: —Che gente siete voi, ch'atorno gite la notte, prima che venga l'albore?— Rispose il cavalier:—Se non ci aprite, per Dio superno, fia il vostro pigiore: novelle noi abiam che i saracini hanno istanotte passato i confini.

35

—Veracemente che per questa istrada— disser le guardie—vo' non passerete.— Mise mano Gismirante alla spada, dicendo:—O vo' ci aprite, o vo' morrete!— Disson le guardie:—Messer, ciò che v'agrada fornito sia, s'un poco attenderete.— Trovâr le chiavi, e apersono la porta, ed oltre passâr via sanz'altra iscorta.

36

E 'nanzi giorno piú che dieci miglia fu dilungato la dama e 'l donzello; e, quando il re non ritrovò la figlia, fece suonar la campana a martello, e fece armar tutta la suo' famiglia, e molta gente sotto il suo penello: sí che con piú di mille cavalieri gli seguitò, spronando i buon destrieri.

37

E cavalcando sanza prender soste, di lungi ben tre miglia ebon veduti duo cavalier che salieno le coste, benché da lor non furon conosciuti, e lo re sopra ciò fecie proposte, sien seguitati quegli a spron battuti. Allor la giente sua non aspettava l'un altro, e forte ciascun cavalcava.

38

E volgendosi indietro la piacente, vide e conobbe que' che gli seguiéno, e disse a Gismirante:—Omè dolente, se siáno giunti quie, come fareno? Ma qua nel piano ha un'acqua corente, con questa bacchetta la paserano: se giugneranno, non potran passare: per altro modo non possián scampare.—

39

E, quando furo a quel fiume ch'io dico, toccò colla bacchetta, e disse:—Passa.— Quand'ella fue passato, al modo antico fece alzar l'acqua, dov'era piú bassa. Ella, piangendo, si diceva:—Amico, non gli aspettar, ché son troppo gran massa.— Ed e' rispose:—Amor, non te ne caglia, ché io non lascerò questa battaglia.—

40

E la donzella istava inginocchiata, pregava quel baron, forte piangendo; e que' percosse alla prima brigata, ch'eran dinanzi, che venian correndo, e, col destrier che gli donò la fata, quanti ne giugne tutti va abattendo, ond'e' in volta si gli mise tutti e dopo questi vennon di piú dotti.

41

E Gismirante, vedendo lor mossa, arditamente tra lor si mettea, e'l suo cavallo era di sí gran possa, che pur col petto tutti gli abattea; po' giunse il re colla sua gente grossa, e Gismirante, isgridandol, dicea: —Renditi per pregione, o cavaliere!— ed e' rispuose:—E' ti falla il pensiere.—

42

E 'nverso il re col buon destrier si serra, diègli un colpo, che cade istordito: e la sua gente, vedendolo in terra, misonsi in fuga per miglior partito. El franco cavalier, vinto la guerra, e' disse al re, po' che fu risentito: —Per me convien che sia la tua finita.— Ed e' rispuose:—La morte m'è vita.—

43

E Gismirante disse:—Per amore della tua figlia, i' ti vo' perdonare, e per suo amor i' ti farò onore; in corte del re Artúe la vo' menare.— Cosí rimase il re con gran dolore. E quel baron, volendo ritornare a quella giovinetta che l'aspetta, il fiume fe' seccar colla bacchetta.

44

E questo fiume non aveva ponte: oltre passò sanza niuno difetto, andando per un piano a piè d'un monte allegramente, fuor d'ogni sospetto. Cosí andando, videro una fonte, e dismontâro per pigliar diletto; ed e', perch'era istanco, a lei appoggiossi, col capo in grembo a lei adormentossi.

45

E, mentre che dormiva, un uom selvaggio, vedendol sí ansar, per ch'era lasso, la dama ne portò dal bel visaggio, e sotto il capo gli ebe messo un sasso. Nel secondo cantar vi conteraggio come si trovò solo in su quel passo, e po' come per forza e per amore racquistò la donzella, al vostro onore.


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