NOTA

47

E, senz'altro parlare, alla sua gente si volse e disse:—El vostro grande ardire mostrate, l'alma e la forza potente.— Non altro bisognò che questo dire, ch'essendo in punto ciascun uom valente, incominciar l'avversario a ferire, a gittar dardi, frecce e lance e sassi, che par che 'l cielo e la terra fracassi.

49

Battaglia non fu mai tanto durissima, che chi vedessi gli parre' impossibile! L'aria di priete e di dardi pienissima, che pure a dirlo par quasi incredibile! La gentil donna, piú ch'altra bellissima, Cerbin la guarda, e pargli che invisibile la vegga, e pensa s'egli è desto o sogna; ma altro che pensar pur gli bisogna!

49

Però ch'e'saracin mai di gittare, vinti da ira e da sdegno commossi, non restan dardi e gran sassi lanciare. Eron giá fatti assai di sangue rossi; balzano corpi d'ogni parte in mare; non bisognava mettergli ne' fossi; e la battaglia sempre rinforzava, e l'aria tutta quanta s'infuscava.

50

L'aere tutta par si rabbaruffi; molti corpi di fuor gittavon sangue; e l'arme in mano a 'gnun non par che muffi, ma schizza fuor della gran nave el sangue: e chi è ferito, in mar convien si tuffi, facendo l'acqua rossa del lor sangue, chi forato ha le tempie e chi le guance, e chi ha 'l cor passato da piú lance.

51

Vide Cerbino un saracin villano, che stava quasi inanzi agli altri tutti, onde si fece a lui piú prossimano per dargli de suo' pomi ed aspri frutti, e, lanciògli una lancia ch'avea in mano, e posel dove gli altri eron rudutti, cioè rovescio e morto con dolore, perché la lancia gli entrò in mezo el core.

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Ancora un altro, ch'era in su la nave, ne cadde morto senza batter sensi per un feroce colpo crudo e grave, ch'ebbe pur da Cerbin. Ma non si pensi, per questo, ignun che l'altre gente brave paura avessin; ma piú inanzi fensi, gridando:—O traditor, la cruda morte purgherá tutte le tue opre torte!—

53

Infino al ciel le grida e l'urla andavano; questa era doppia tempesta di mare! Ad alta voce e' saracin gridavano: —Sangue, carne, vendetta vogliam fare!— Arme, scoppietti e priete rintonavano, che fanno e' legni in su l'acqua tremare; e non avanza l'una l'altra parte: ognuno armato par un nuovo Marte.

54

Durò gran pezzo la battaglia orribile, né l'un né l'altro non si può abbattere. Cerbin, valente, famoso e terribile, veggendo pur durar questo combattere, diliberossi al tutto esser vincibile; e, non volendo piú l'arme dibattere, la nave in altro modo fe' percuotere tanto, che fece ogni barbero scuotere.

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Perché Cerbin menato un suo legnetto aveva, e quivi fece el fuoco accendere, ed accostossi alla gran nave a petto tanto, che niun non si può piú difendere, e, non avendo piú nessun ricetto, qui sol bisogna o morire od arrendere. E', conoscendo il loro ultimo giorno, fecion venire Elena, el viso adorno,

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qual prima sotto coverta piangeva, e della nave alla proda menata, dove Cerbin veder ben la poteva. Chiamollo Elena, tutta sconsolata, e, piangendo, merzé per Dio chiedeva, dicendo:—Questa morte ho guadagnata per amar te, ben che senza dolore debbo morire innanzi al mio signore.—

57

Cerbino, udendo le dolci parole, el cor sentissi in piú parte stiantarsi, ed alla donna risponder pur vuole, ma ancor non può pel dolore aiutarsi: ma alfin rispose, e fe' come chi suole, con un cangiare di color, scusarsi; e disse:—O donna, el tuo ultimo punto una morte in dua alme ará congiunto!—

58

Ma, in questa, e' saracin senza pietá, non curando el suo dolce lamentare, anzi tutti pien d'ira e crudeltá, incominciorno la donna a svenare. Cerbin, vedendo tanta iniquitá, grida e combatte e non sa che si fare; ma innanzi a sé svenar, per piú dolore, vede sua alma, sua vita e suo core.

59

Ma, poi che in molte parte era tagliata la bella donna e sentiva mancarsi, inverso di Cerbin si fu voltata, e cominciò in tal modo a lamentarsi, con bassa voce, rotta e sconsolata dicendo:—E, poi che Morte può vantarsi d'avermi giunta in su' legni e 'n su l'acque, non piaccia almeno a te, poi che a lei piacque.

60

L'alma si parte e 'l miser corpo sgombra, e tu rimani al mondo, o signor mio; i' mi starò lá giú nella scura ombra; forse arò altro amore, altro disio, che d'altra cosa l'anima s'ingombra. Or i' mi parto, e tu riman' con Dio!— A pena la parola ebbe finita, ch'ella passò della presente vita.

61

Poiché fu morta, da un saracino fu el gentil corpo suo gittato in mare; e tutti, vòlti poi verso Cerbino, disson:—Farai quel corpo sotterrare. Come crudo corsale ed assassino, t'abbiam voluto al tutto contentare, che in altro modo non l'hai meritata: piglia la preda che t'hai guadagnata.—

62

Ma torniamo a Cerbino, el quale, udendo el dolce dir di quell'alma passata, brama la morte, e piú si vien dolendo che non l'ha almen solo un tratto baciata; onde, per questo piú dolore avendo, fece alla nave raccostar l'armata, e per lo scoppio grande e per lo sdegno, un salto prese e gittossi in sul legno.

63

Or qui comincia la battaglia cruda! Cerbin dava gran colpi a' saracini; teneva in man la forte spada ignuda, tagliando braccia, e fa de' moncherini: istraccia, squarcia, fende, taglia e suda; molti feriti in mar caggion, meschini. E chi non vuole e' sua colpi aspettare, gettonsi in acqua a 'mparare a notare.

64

Grida Cerbino:—O gente iniqua e fella, la vostra crudeltà tornerà folle: picchia e percuote, combatte e martella, né mai por fine al suo brando non volle, tagliando braccia, man, teste e cervella. Era la nave giá di sangue molle, e non è ignun che possa contastallo; de' sua gran colpi niun non giugne in fallo.

65

Pare un leon famelico e arrabbiato, che, quando giugne nella selva folta, sendo da fame superchia assediato, prima co' rami sfoga l'ira molta, ritorte e schegge e traverse ha spezzato; cosí Cerbin con quella gente stolta non può sí presto sua ira sfogare, ma taglia e fende e straccia e getta in mare.

66

Erano e' saracin rimasi pochi tanto, che piú non posson contrastare; vedevasi sol sangue ed arme e fuochi; l'aere è brutta e cosa oscura pare. Cerbino e gli altri son venuti fiochi pel combatter, pell'arme e pel gridare: non si sazia Cerbin, nulla el conforta ma taglia quella gente cosí morta.

67

E' si vedeva gli uomini a traverso l'un sopra l'altro nella nave stare, e qualcun altro dal sangue sommerso; non bisognava e' corpi sotterrare: questo fu vento contrario e diverso, tempesta fu di brando e non di mare: tanti capi tagliati da le spalle, pare la nave un'altra Roncisvalle.

68

Ora Cerbin ha avuta la vittoria (dolente e trista per ciascuno amante) con gran maninconia e poca gloria: onde egli scese, el giovane aiutante, perché la fiamma è grande e la baldoria (ardeva forte quel legno prestante). Ma, prima che della nave scendessi, volle ch'ogni ricchezza si togliessi.

69

Poi la divise e donolla a coloro ch'erano stati armati sopra all'onde, per non parere ingrato e per ristoro delle lor gagliardie alte e gioconde. E lui niente vòlse; ma il martoro e la maninconia tanto el confonde, che brama morte e piú non sa che farsi, perché gli aiuti sarien vani e scarsi.

70

Ma pure alfin dell'acqua fe' cavare el corpo morto della giovinetta; con lungo pianto e con molto baciare quivi, piangendo, in braccio se l'assetta; non può saziarsi quel corpo toccare, ma lagrimando diceva:—O vendetta, tu non se' stata nulla, al parer mio, a vendicar questo volto giulío!—

71

Troppo sarebbe lungo a voler dire le pietose parole di Cerbino e l'angoscioso pianto e 'l gran martire: egli è in sul corpo morto a capo chino, e non resta di piangere e languire; vorre' morire el giovan peregrino. Ma, per venire ormai al nostro effetto, in Sicilia tornossi el giovinetto.

73

Ed in un'isoletta, qual si chiama Ustica, che a Trapani è al dirimpetto, quivi fermossi con dolore e brama che morte venga per piú suo diletto: non vuole onor o gloria o pompa o fama, cerca sol noia, tristizia e difetto; e seppellir fe' il corpo a grande onore con lungo pianto e lagrime e dolore.

73

Dipoi, un dí, soletto, el bel Cerbino, per una valle con dolore andando, dolendosi del suo crudo destino e di fortuna, che 'l vien seguitando e sempre il fa piú dolente e meschino, e' con amor parlava lamentando: —Resister non può gnuno alle tue posse; ma fie pietosa in me, dolce Atroposse.—

74

Mentre che andava cosí lacrimando, arrivò per ventura ad una fonte; quivi a seder si pose, rinnovando d'amor le 'ngiurie e' lacci e 'nsidie ed onte; e con quell'acqua chiara rinfrescando, ch'era affannato, si lavò la fronte, po' 'l bel paese d'intorno guardava, di Fortuna e d'Amor si lamentava.

75

Prima guardava intorno la fontana, qual tutta di begli alberi è intorniata, dicendo:—O lassa vita mia villana, perché se' tu di tal caso occupata? Oh donna degna, oh alma umile umana, oh gente maladetta e disperata, che non guardasti a tanta gentilezza, né alla sola ed ultima bellezza!—

76

Poi riguardava intorno gli arbucegli e i lauri e le frondi, e 'l bel cantare che vi facevan sú diversi uccegli: questo il facea piú forte lacrimare; vedeva e' prati rilucenti e begli, e' fiori in qualche luogo rosseggiare: qual era azzurro o verde o giallo o bianco, onde e' sospira e per dolor vien manco,

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e dice:—Lasso! qual fia 'l mio ricovero e 'l bel palazzo? Fia l'ombra d'un acero o d'un albero, un faggio, un mirto o un rovero? Domo d'amore e stracco e vinto e macero, di ben privato, e d'ogni speme povero: e 'l corpo, stanco omai, fragile e lacero, el suo riposo nell'urna disidera, e vola, giace, triema, arde ed assidera.

78

Per grotte, selve, boschi, monti e piani e fiumi ed acqua e terra e rena e sassi, poggi, piagge, padul, burron, pantani, balze, campi, caverne, scogli e massi, luoghi diserti, ombrosi, alpestri e strani, sugher, castagni, querce, aceri, e a passi strani e scuri, n'andrò pensoso e vinto, come in esilio cacciato e sospinto.

79

Oh lasso! che farai? che pensi o guardi?Oh lasso! el tempo ove è tanto felice?Oh lasso piú ch'altrui, che triemi ed ardi!Oh lasso! oh infortunato! oh infelice!Oh lasso! ch'ogni ben verrebbe tardi.Oh lasso! presto andrò nell'ombre e 'n Stice.Oh lasso! ove vedrò la bella fronte?Oh lasso! forse al fiume d'Acheronte.

80

Oh lasso, ch'io andrò sempre cercando ogni asprezza crudel, iniqua e acerba; e 'l miser corpo, affritto tapinando, tra pruni, scogli, schegge, bronchi ed erba; e la mia rotta voce, lamentando d'Amor le reti, a dolersi si serba: andrò, trafitto da piú d'uno stecco, chiamando Eléna; e risponderá Eco.

81

Io credo ormai che infino all'ultim'ora, quando verrá a serrare i miei tristi occhi, gemerá l'alma come or geme e plora: ahi miser pensier vano degli sciocchi! O alma, perché se' del mondo fòra? Pártiti, corpo mio, prima che tocchi la morte di coltello e getti sangue: piacciati l'alma contentar, che langue.

82

Ciò son ben certo, che, se non vorrai, o Morte, contentarmi di tal cosa, non curerò tua dolorosi guai: e se non vieni a me volonterosa, contro mi ti farò, come vedrai, e la mia vita, che sempre è penosa, torrò dal corpo, poi che 'l mio destino qui m'ha condotto, misero Cerbino!

83

O misero Cerbin! miser, se bene tu pur sapessi come la fortuna t'ha forte preso e legato ti tiene, senza aver mai di te pietá nessuna! Tu chiami Morte, e la Morte ne viene, senza che tu la 'nviti in guisa alcuna: el sangue tuo si dee versare in tutto, e di coltel sarai morto e distrutto.—

84

Or lascerem Cerbino alla fontana, e torneremo al vecchio re canuto, el qual la nuova dolorosa e strana aveva giá, secondo 'l ver, saputo della gran rotta e di sua figlia umana: or s'egli ebbe dolore, el vecchio astuto, nol può narrar né scriver la mia penna, che Amor ch'i' lasci el suo pianto m'accenna

85

e ch'io debba la storia seguitare, per dare esempio a chi seguita Amore, che viene i mia dolci versi ascoltare. Egli è giá presso all'ultimo dolore, ch'a Cerbin debbe sua vita mancare: or mandò 'l re un suo ambasciadore al re Guglielmo, a dir che la fé, data da lui, come non gli è suta osservata.

86

Lo 'mbasciador di nero era vestito, e l'ambasciata al re Guglielmo fe', come Cerbin, valoroso ed ardito, prese la nave e, senza aver merzé, aveva ogni baron morto e ischernito; e piú contò della figlia del re come fu morta e svenata con doglia, per non saziar di Cerbin la sua voglia.

87

Sentendo el re la dolorosa nuova, fu piú ch'altr'uomo dal dolor sommerso e per maninconia luogo non truova; —e diceva:—O Cerbin crudo e diverso, presto spenta sará ogni tua pruova! Tu se' caduto in caso sí perverso, che dee mancarti l'onore e la fama; per che giustizia e morte ognun ti chiama.—

88

Poi fece presto prendere el Cerbino. e fu menato inanzi a sua Corona dolente, lasso, povero e meschino, piú che mai fussi forse altra persona. El re Guglielmo, come un bambolino, d'urla, di pianto el suo palazzo introna, e lacrimando disse al suo nipote: —La Mia Corona campar non ti puote.

89

Tu sai che sempre tua virtude ho amata, piú che se stato mi fussi figliuolo. Or la fortuna, qual sempre parata sta per guastare ogni diletto, solo volle per te la mia fede mancata: e cosí questo fia l'ultimo duolo al fragile mio corpo, a mia vecchiezza: dunque tua morte fia d'onor salvezza.—

90

Cerbin rispose e disse:—O signor mio, la morte mi sarà sommo diletto. Non piangere di quel che non piango io; ché la fortuna per rimedio eletto ha questa morte, ch'è nel mio disio, poi che si spense quel leggiadro aspetto. e non potresti d'altro contentarmi che mi piacessi, se non morte darmi!—

91

Queste parole el cor passorno al re, la piatosa risposta e l'atto umano, che lacrimando el suo Cerbin gli fe'. Ogni baron di questo caso strano gì'incresce e piange, e chieggono merzé pel bel Cerbino, il giovane sovrano; ma el re non può, che giustizia 'l molesta; e condannò el nipote nella testa.

92

Qual non fu mai di vita al mondo privo tanto infelice e tanto sventurato? Pianga per lui chi resta al mondo vivo, pianga chi ha questi carmi ascoltato; da poi ch'i'piango in mentre ch'i'gli scrivo, e sempre piangerò quest'almo, ornato, che si lamenta e plora e geme e langue, che s'apparecchia versare el suo sangue.

93

Poi ch'ebbe data la cruda sentenzia el re contro a sua voglia e con tristizia, volle che in su la sala e in sua presenzia far sí dovessi la trista giustizia: Cerbino allor, sanza far resistenzia, a pianger cominciò, ed a dovizia le lacrime gli caggion giú pel petto: cosí, piangendo, mosse questo detto:

94

—O voi, amanti, che Amor seguitate, venite ora a veder mia cruda morte: essempro di me misero pigliate, di mia fortuna e di mia aspra sorte; e voi, o giovinetti, vi guardate di non pigliar le vie inique e torte d'Amor, perché, spietato e sanza fede, non ha pietà di 'gnun mai né merzede.

95

Amore amaro, oh lasso! i' moro: i' m'ero el piú felice che mai fussi in terra; il piú allegro, il piú degno, il piú altèro, vincente in ogni bellicosa guerra, eccetto questa d'Amor crudo e fèro: ogni alma, che la fa seco, dunque erra, come ho fatto io: ma, se io ho errato, la morte purgherá tanto peccato!—

96

Poi pose fine all'ultima parola. El giustiziere un colpo con tempesta menò inverso Cerbino: el brando vola e da lo 'mbusto gli levò la testa: el sangue tutto per la sala cola, perché d'uscir di quel corpo non resta. Cosí morí Cerbino, el gentil core, per seguitar lo iniquo e falso Amore.

97

Elena bella sua superò il mondo di bellezza, or di vita è trapassata; termin ha avuto el suo viver giocondo: cosí ogni cosa è diterminata. Questi, felici giá, Fortuna al fondo gli ha messi, come quella che parata sta e conturba, anzi guasta ogni cosa, come malvagia sempre ed invidiosa.

98

El re Guglielmo è vecchio e d'anni pieno: Fortuna inverso lui vòlto ha le ruote. Benché questo gli sia mortal veleno, vuole prima restar senza nipote e seguir la giustizia a punto a pieno, perché un re, senza fé, regnar non puote. Basta che piange el suo fiero destino, e seppellir fe' il corpo di Cerbino.

99

Or te, mio sol conforto all'affritt'alma, vero sostegno al temerario core, i' priego ben per la grillanda e palma, qual si conviene al fedel servidore, tanta tempesta tu converti in calma. Come volesti, ho trattato d'amore: dunque i' ringrazio te, le tue virtute, che m'han condotto al porto di salute.

Siamo dolenti che l'indole della presente raccolta ci abbia costretti a pubblicare soltanto una parte della lunga e dottissima nota, che ci aveva inviato l'amico Levi. E purtroppo abbiamo dovuto invitare il nostro valente collaboratore a dare in altra sede proprio ciò che del suo studio offriva maggiore interesse, vale a dire una paziente e acuta indagine circa le fonti, gli autori e le date dei singoli cantári da lui pubblicati. Il risultato della quale è cheBel Gherardinofu scritto circa il 1340-50 (è citato nelCorbaccio);Pulzella gaiaè di poco posteriore, perché è citata nellaSala di Malagigi;Liombrunofu scritto alla fine del sec. XIV; laStoria dei tre giovaninel Quattrocento;La Donna del Vergiúnella prima metá del Trecento, perché è citata nelDecameroneed è la fonte indubbia degli affreschi del palazzo Davanzati;Gibelloè anteriore al 1390, probabile data daiReali; i cantári diBruto di Brettagna, delGismirante, diMadonna Leonessae dellaRegina d'Orientesono di Antonio Pucci (m. il 1388); il cantare diMadonna Elenaè contemporaneo a quello diLiombruno; quello diCerbinofu composto probabilmente dall'Altissimo alla fine del secolo XV o ai primi anni del secolo XVI.

Si chiamavano "cantári" i poemetti in ottava rima, che nei secoli XIV-XVI i cantampanca intonavano, alla sera o nel pomeriggio dei giorni festivi, nelle piazze di Firenze, e specialmente nella piazzetta di San Martino del Vescovo, presso alle case degli Alighieri. Moltissimi documenti ci recano notizie di questa pubblica recitazione: appartiene alla fine del secolo XIV un repertorio giullaresco, ilCantare dei cantári, nel quale sono passati in rassegna tutti i temi favoriti dai cantori e dal pubblico, e molti altri accenni alla recitazione popolare in San Martino sono sparsi nelle opere del Quattrocento, e specialmente nei poemetti dell'Altissimo, che fu uno di quei dicitori popolari.

Nel riprodurre negliScrittori d'Italiai numerosissimi cantári che ci sono restati, credo opportuno, per la grande varietá della loro materia, di distinguerli in alcune grandi classi:

a) cantári ciclici, cioè quelli che si riallacciano ai cicli di Artú e di Carlomagno;

b) cantári di argomento classico:Orfeo, La bellissima storia di Perseo quando ammazzò Medusa, Giasone e Medea, Piramo e Tisbe, ecc.

e) cantári di argomento religioso:La istoria di Susanna, Madonna Elena imperatrice, La leggenda delle sette dormienti, ecc.

d) cantári leggendari.

Alcuni dei cantári ciclici furono recentemente raccolti in volume; ma moltissimi ancora rimangono dispersi nei codici e nelle stampe popolari, e attendono le cure di un editore coscienzioso. Da parte mia, ho creduto opportuno cominciare dai cantári di argomento leggendario, i quali non erano mai stati studiati nel loro insieme, né pubblicati con un ordine o un criterio qualsiasi. Le edizioni spicciolate, che di essi vennero in luce dal 1860 al 1880, non avevano altra pretesa fuor che quella di fornire dei testi di lingua, cioè semenzai di parole e di frasi del Trecento, ai cruscanti e ai linguaiuoli: nessuno dei vecchi editori pensava che l'importanza dei cantári consiste anzitutto nella materia e che, frantumandoli in infinite edizioni spicciolate, se ne distruggeva tutto il valore. Raccogliendoli invece insieme, come mi accingo ora a fare, si rende loro l'originaria coerenza e unitá, e si illuminano di luce nuovissima, perché essi rappresentano tutto il tesoro di leggende che il nostro popolo ci ha tramandato.

Se non che una "raccolta" non può essere un fascio disordinato di opere diverse. Un libro organico richiede un ordine preciso e sicuro; e quest'ordine i cantári non avevano di certo, racimolati com'erano dalle miscellanee mss. del Tre e Quattrocento e dalle stampe popolari del Quattro e Cinquecento. Come ordinare e disciplinare in un libro quella disordinatissima e indisciplinatissima materia? Poiché l'Italia non ebbe nel medio evo un libro organico di materia leggendaria, ho vòlto gli occhi alla Francia, e ho preso come modello l'opera compiuta alla fine del sec. XII da una affascinante poetessa anglo-normanna, Maria di Francia. Ai dodicilaisdi Maria metto di fronte i dodici cantári di questo volume: allaisdiLanvalcorrispondono i cantári delBel Gherardino, dellaPulzella gaiae diLiombruno; allaisdiFraisneil cantare diGibello, ecc.

Non tutti i dodici cantári appartengono al medesimo tempo: il primo è della prima metá del Trecento, l'ultimo forse dei primi decenni del Cinquecento. Ma, come tutta l'arte primitiva, la poesia dei cantári è impersonale, sicché tutti ci appaiono quasi della medesima mano e del medesimo tempo. Forse per questo i critici di qualche tempo fa li attribuivano tutti quanti ad Antonio Pucci.

I cantári non erano destinati alla lettura individuale, ma alla recitazione al pubblico. Della recitazione serbano traccia nelle formole con le quali essi si aprono e si chiudono, che sono sempre uguali, come uguali sono tanti elementi tradizionali del teatro. Ogni cantare ha un'ottava al principio e una in fine, nelle quali è contenuta l'invocazione a Dio e ai santi. Queste invocazioni potevano mutare, mutando le circostanze della recitazione, sicché è frequente il caso di cantári con duplice o triplice inizio, oppure di cantári senza inizio o senza fine. Questo spieghi il fatto che i cantári diBrutoe diGismirantehanno la prima ottava comune.

Il titolo del libro mi fu suggerito dall'espressione, con la quale costantemente i canterini esaltano la bellezza della loro fonte: "un libro che mi par degli altri il fiore", e da due versi dellaReina d'Oriente:

e priego voi che ciaschedun m'intenda, però che questo è 'l fior della leggenda.

Se non che "fiore" non ha, nel frontespizio del presente volume, il medesimo significato che nell'ottava, ma quello di "fiorita", di "scelta", che gli è comune nella letteratura antica, la quale ci ha dato, ad esempio, ilFiore dei filosofie iFiorettidi san Francesco.

Quanto alla metrica, ho tolto le ipermetrie dovute alla scrittura antica, che rispettava le vocali finali soppresse nel verso, e alle rappezzature dei copisti; ma ho serbato in molti luoghi la dialefe, specialmente dopo le parole tronche, perché essa è un vezzo costante della poesia popolare e, d'altra parte, si trova qualche volta anche nella poesia d'arte e nelle scritture solenni dei primi secoli. Per la grafia, mi sono attenuto ai criteri di questa raccolta: ho quindi tolti i raddoppiamenti iniziali toscani ("cheppiú", "affare", "addire", ecc), scritto "e" o "ed" e "a" o "ad" (i mss. hanno costantemente "et", "ad") a seconda delle esigenze del verso, e via discorrendo. Qua e lá ho soppresso o aggiunto qualche parola o sillaba, come specificherò nelle note che seguono. Nelle quali renderò conto anche delle varianti non meramente formali¹. Purtroppo esse sono moltissime; ma di ciò non stupirá chi pensi che questi cantári, in luogo di avere una tradizione tranquilla di famiglie di mss., erano affidati al capriccio e alla memoria dei cantastorie. Si aggiunga che essi non lasciavano inerte (come un libro dottrinale) la fantasia dei copisti. Ogni copista, poiché scriveva per sé e non per gli altri, si tramutava volentieri da trascrittore in rifacitore. E spesso le varianti, che siamo costretti a respingere perché appartenenti a codd. piú incerti e malfidi, sono belle e ingegnose al pari e piú delle legittime.

¹ Racchiudo tra parentesi quadre le sillabe e le parole aggiunte da me, tra parentesi tonde quelle soppresse.

IlBel Gherardinosi legge in due mss.:

[A]. Cod. Magliabechiano, VIII, 1272. Dopo una storia in prosa di Apollonio di Tiro, scritta in grossi e pesanti caratteri da un certo Poccio di Benino, segue questa nota: "Questo cantare d'Apolonio è finito allo vostro onore, e 'l secondo è al cominciante, delloGherardino; e questo libro è di Davançino di Giovanni". Piú sotto, un altro scrittore postillò: "Questo libro è di Davanzino, lo piú tristo garzone, e fassi ispacciare molto volentieri". Nella pagina seguente incomincia il cantare, il quale occupa cinque carte scritte a due colonne (cc. 33-37). Il copista trascrive le ottave senza interruzione o distinzione di versi, come se esse fossero prosa: soltanto ha cura di andare a capo alla fine d'ogni ottava. I nomi propri sono resi con semplici sigle (G.=Gherardino; M.=Marco), i numeri con cifre romane, le parole sono abbreviate bizzarramente e smozzicate; sicché, diceva un critico, il codice appare "dei piú difficultosi del mondo, scritto che par raspatura di gallina, e diluviano i malintesi".

[B]. Bibl. Naz. di Firenze, cod. II. IV. 163, miscell, del sec. XIV. Le ultime tre carte (95-97) contengono ilBel Gher. su due colonne; ma disgraziatamente il testo rimane interrotto all'ott. XXVIII del primo cantare.

Brimase finora sconosciuto;Afu pubblicato da F. Zambrini nel 1867:Cantare del bel Gherardino, Novella cavalleresca, in ottava rima, del sec. XIV, non mai fin qui stampata, Bologna, 1867 (16°, di pp. 56). È un'edizioncina di 120 copie, formicolante di spropositi d'ogni maniera. La critica le fece un'accoglienza cosí ostile e severa, che lo Zambrini fu obbligato, poco dopo, a rinnovarla e a correggerla nell'opera:Cantare del Bel Gherardino, Novella cavalleresca, in ottava rima, del sec. XIV, non mai fin qui stampata, Bologna, 1867 [la data è falsa: si legga 1871], che costituisce la disp. LXXIX dellaScelta di curiosità letterarie. Questa seconda ediz. del 1871 fu di soli 82 esemplari, i quali furono numerati progressivamente in continuazione dei precedenti 120 del 1867, e formarono con essi come una sola ediz. di 202 copie, recando tutti nel frontespizio la medesima data del 1867. Ai sottoscrittori dellaScelta di curiositá letter.furono distribuiti indifferentemente esemplari della prima e della seconda edizione, sicché essi ben presto si confusero e si scambiarono facilmente. Anche cosí rabberciata, l'edizione dello Zambrini è una delle piú sciagurate, sia per la superficiale coltura filologica dell'editore, sia per le difficoltá presentate dall'unico codice allora conosciuto [A], scritto, come diceva il Piccini, "da un solenne ignorante", anzi "da uno dei piú grossi idioti, che, come suol dirsi, sien andati mai sui picciuoli". Basti dire che quattro ott. (I, II, XII, XIV) sono di sei versi; dal che lo Zambrini deduceva che il cantare deve essere dei piú antichi, perché l'ottava non è "ancora ridotta alla sua perfezione"! Naturalmente quelle lacune si devono a un'omissione diA, che io ho potuto colmare col sussidio diB. Sebbene piú compiuta in quelle famose ottave mutile, la lezione diBnon reca grande utilitá nella ricostruzione del testo delBel Gherardino. La differenza piú notevole, che presenti rispetto adA, è il costante scioglimento dei nessi sintattici, con l'abolizione di ogni particella relativa e consecutiva. È chiaro che, mentre il copista diAamava raccostare il poemetto alla coerenza e al legamento proprio delle opere destinate alla lettura, quello diBaveva invece l'animo rivolto al fare sciolto e disordinato dei cantori all'improvviso. Se ne dovrebbe desumere cheBè piú vicino all'originale; ma questa conclusione, data la scarsitá delle notizie e l'incompiutezza del cod., è pericolosa. Per questo, piuttosto che dare nelle prime 28 ottave (riferite da tutti due i mss.) un testo diverso dalle altre, e conferire al cantare una veste arlecchinesca e bizzarramente rappezzata, ho preferito di partire sempre daA, modificandolo solo nei tratti dove appariva evidentemente guasto, come qui sotto si vedrá:

I, 3-4 mancano in A e nell'ed. Z. 4 B se[d]… fusse f. 8 B per cortesia ciaschehuom la 'ntenda

II, 1 A parlare2 A primai, missi3 B farò5 B O buona gente che state a 'scoltare7 B Se d'ascoltare avarete memoria8 B io vi dirò d'una

III, 4 B come diciasonglio5 B voglio tornare et dirvi el convenente

IV, 1 B questo signor venne 3 B reggiar 4 B sillacomando 5 A e que fu quegli 6 A fu chiamato

V, 3 B e lo piú forte di lor 7 B poi gli

VI, 1 B se manteneva 3 B collui son bracchi et virtuosi 4 A e caval 5 B con molti 6 B convita cav. 8 B si si ragiona

VII, 1 A tantonto 2 B potia 3 B venie 4 B li suoi serventi 7 B si che fr.; A cogli suo

VIII, 1 A E un donzel 2 A Di tristizia e di dolor; B ch'egli avia 4 A Per esser fuor di 5 A E quel donzel A e tratterotti

IX, 1 A E quel donzel2 B sol per la v. che a lui servire3 A e di pres.4 B con teco voglio8 B De la citá esciron

X, 3 B et in tal loco furon4 B che casa non ci avia dove6 B restavan7 A venne in su l'albor del giorno8 B pose mente

XI, 1 B Ebbe sguardata una lunga p. 2 A Ebbe veduto un 4 B in questo modo non è i vv. 5-6 mancano in A 6 B e[sso] 7 A e entro; B un nobil 8 A Ciascun cavalca la

XII, 1 A E cavalcando per quella i vv. 5-6 mancano in A 8 B mise

XIII, 7 A Inpero che colá dove il serpen' toccava 8 A alie

XIV, 2 B perché lo s. li mova3 A uno colpo li die' neli vv. 5-6 mancano in A7 B elli mise

XV, 3 B a Marco5 A Gherardin che in prima lo previde6 A in ver li7 B quando

XVI, 2 A giamai4 B fal cadere6 A E egli chiamando forte7 B Non mi lassar cosí impedimentire

XVII, 1 B non tardò neente 2 A colla spada tagliente senza far 3 A in ver' dell'orso; B feriva l'orso si neq. 4 A uno colpo ch'egli de' 5 A che l'ebbe fesso 6 A Bello ne 7 A cader che fece; B in nel ferir dixe l'orso: O damigello 8 B di quel

XVIII, 1 A morto le bestie; B la fiera 2 B si meraviglia 3 B e nella mente 4 B ver' del castello prese a cavalcare 5 B ma quando fûr davanti 6 B bussare 8 A chi se l'aprisson non viddon neente 1 A E scavalcar e montano suppe' le scale 2 B pur che l'un 5 B lo freddo era grande che 'l tempo non cala 6 A e in fralloro insieme 7 B E cosí ragionando in per poco

XX, 1-2 B Ben chi 'l facesse non potian vedere. E guardaron dintornoa basse ciglia6 A avessomo7 A Questa sarebbe maggior meraviglia!

XXI, 3 B eran 4 B fûr di molti 5 A e le lumiere v'eran 6 B E' cavalieri furono 7 A e po' cc'a tavola fûr gli b. 8 A furono recate

XXII, 1 B assai fûr 2 B non ci vedian ragazzo né 3 B et dimorando in sí facta 4 B sopra di lor avien 5-6 B E l'un co l'altro insieme si dolea: Ma i' non fu uso in cosí facto ostieri 7 B Ma poi ch'ebon

XXIII, 1 B Ma poi che venne l'otta del d. 2 B in una z.; A ne furor menati 3 B con un doppier dinanzi, a lo ver dire 4 B in una zambra fu Gherardin menato 5 B a lui con gran disire 6 B davanti a Gherardin si fu spogliata 7 A pavento

XXIV, 7 B Bel Gher. intende 3 B et quella donna fra le braccia el prende 5 B si 'l sostenne 7 A come il libro dimostra 8 B fecion d'amor

XXV, 4 B d'una gran quantità

XXVI, 1 B Ma poi ch'ebbe asaggiato 2 B e l'un dell'altro prese a lor dimino 3 A E la donzella 4 B le rispose: El nome è G. 5 B si le dicia a lei perché 7 A tutto ciò ched egli aveva 8 A egli aveva speso in cortesia

XXVII, 1 B quella donpna 2 A [egli] 3 B accende 4 B trovava loco 5 B Bel Gher.

XXVIII, 1 B Quando… comincia l'albore 2 A e la donzella si si fu 3 B di fino colore 4 B davanti a G. 5 E a Marco Bel ch'era suo 6 B l'á donata

XXIX, 6 A presente

XXX, 3 e[d]4 trovarono7 a destra e a sinistra

XXXII, 2 A allegrezza ettade5 A e que' che quella pena sostene6 e non vedea

XXXIV, 4 A lei si parte

XXXV, 2 [tu] comanda 5 o[ver]

XXXVII, 4 A cavallo si montarono

XL, 1 A l[o] 5 e[d]

XLI, 1 A Con grande onore ne la cittá entrava

XLV, 1 A In un ronzino ciaschedun sbigottito.

I, 6 A bello sia esto secondo

III, 8 A v'intendo trarre malinconia

VII, 5 A che[lla]

VIII, 5 A uscí [fuori] ed entrò

X, 2 A gran(de)

XI, 2 A donzel(lo)7 [d]entro

XIII, 4 A e dice: Or [donna mia] ti8 a(d)

XIV, 6 A Parecchie volte

XVI, 3 A la [d]ove 5 A e non vedea 8 A si [egli] era

XX, 5 A ella [lo] veggendo(lo) (co)tanto

XXII, 2 A (co)tal 4 se (tu) non

XXVI, 7 A datemi [la] parola

XXVII, 4 A S'io [ne]

XXIX, 6 Questo verso manca nel ms.; è aggiunto dallo Z.

XXXIII, 2 A che quel soldan facea sí malamente

XXXIV, 2 A fe[ce]… cadere 4 me[glio]

XXXV, 5 A dicea(no)

XXXVII, 1 A E lo Bel Gherardino molto sdegnosse 2 A veggendo che 'l soldan

XXXVIII, 5 A cuor(e)

XXXIX, 4 A assodotte 5 A [ha] vinto

XLI, 3 A a il cerchiovito

XLIII, 2 A avanza[va] 3 A altro

XLIV, 6 A omai per niente

XLV, 5 A ismon[tando].

I due cantári di Pulzella gaia si leggono in un cod. del sec. XV, appartenuto giá alla biblioteca Saibante di Verona, e poi posseduto dal marchese Girolamo d'Adda di Milano [C]. I cantári sono dati dal ms. in una forma assai diversa da quella che qui si riproduce, e cioè "vestiti per metá alla veneta". Il Rajna, che li scoprí, sostiene che la forma originaria fosse toscana, e a questa li ricondusse nell'edizione che ne diede nel 1893:Pulzella gaia, cantare cavalleresco, Per nozze Cassin-D'Ancona, 21- 22 gennaio 1893, in-8, pp. 44 (Firenze, tip. Bencini).

Per dare un saggio della lezione del codice, riproduco di sulla copia, che mi ha comunicato il Rajna, le prime quattro ottave del primo cantare:

1

Ora me intendeti, bona zente, tuti quanti in chortexia et in bona ventura: dire ve volio de li chavalieri aranti, ch'al tenpo antigo andava a la ventura. In chorte de lo re Artus li sedeva davanti, segondo come parla la scritura, in schomenziamento de miser Troiano, che feze avanto con miser Galvano.

2

Miser Troiano sí disse:—Ho chompagnone con tieco e' volio inpignar la testa, chi dirano piú bela chazaxone de nulo chavalier di nostra jesta.— Quando eli fezeno la inpromisione, alo re e ala rajna feze richiesta; e zaschaduno la testa si inpignava chi piú bela chazaxone si aprexentava.

3

Intradi sono j chavalierj a quele jnprexe, inverso lo bosco prexeno lor chamino. Miser Troiano una zerva si prexe che jerano piú bianca de un armeljno; e tuta vja lo la menava palexe, che veder la podea grandi e picholino. Davanti lo re Artus saluta e inchina, poi l'aprexentò a Zenevre la rezjna.

4

Miser Galvano chavalchano ala boscaja; alo levar del sole l'ebeno trovato. Una serpe, che lo rechiexe de bataja; sopra lo schudo quela j s'ave zitato. Lui mese mano ala spada che ben taja, cretela avere ferjta nel costato. La serpa, che sapeva ben scremjre, Miser Galvano non la pote ferire.

Come si vede, dalla revisione del Rajna il poema è uscito compiutamente trasfigurato. Nel testo originario, avverte il R., i versi "in gran parte non tornano"; e la malattia era cosí profonda, che non è interamente guarita neppure dopo le cure d'un medico cosí delicato e sapiente. Dovunque smozzicature o enfiagioni; e parecchi tratti in tal modo zoppicanti, che anch' io ho dovuto offrir loro, di mio, le stampelle, perché si reggessero in piedi. Ecco, ad es., qualche correzione:

XXI, 1, corr. "si li si fu" in "si li fu";

XX, 2 "con penne": "con [le] penne";

XXXII, 6 "gentil": "gentil[e];

XLII, 7 [ne] raccomando;—liv, 8 "niun[o]";

LXXII, 5 "altra cosa che a te sia grata": "che [ben] ti sia grata"; ecc. ecc.

Nel testo del Rajna sono omesse quattro ottave (XCVI-XCIX), che paiono spurie. Le riproduco qui dalla copia del codice D'Adda, che il R. mi ha comunicato:

[96]

Leta la letera, lo bon miser Galvano el fato li consonò e molto li piaze. A vui dico, signori, a chi altro leto non ano, di questo parentado ve dirò veraze, di queste do sorele che mentoano lo autore nostro, che fo tanto audace; fiole bastarde de lo re Apandragone, di queste do sorele fo la condizione.

[97]

Pandragone de lo alto re Artus fo pare, come dize l'instoria e 'l vero chanto; queste duo fie naque d'un'altra mare in modo de avolterio in quelo canto, sorele de re Artus fo, zò mi pare, per padre ve dicho solamente tanto; la Dama di lo lago fo chiamata, Lanziloto costei ebeno nodrigata.

[98]

El savio Merlino costei feze morire, la qual lei chiuxe dentro al molimento esendo vivo, la sua instoria áno a dire, de la sua fine non sepe veder lo partimento. Innamorato di 'sta dama era quel sire, ma a lei lo suo amore non li fo in talento. Costei era savia e gran incantatrice; vivo nel molimento serò Merlin, zò se dize.

[99]

De la fada Mongana costei fo serore d'un padre e madre nate veramente; lo suo parentado vi ò dito in 'st'ore; ritorno a l'instoria di presente. Miser Galvano stava di buon cuore, leta la letera, che fo tanto sazente; amaistrato da la Ponzela gaia, hobedire la vuole e piú non abaia.

Del cantare diLiombrunonon si conoscono manoscritti, ma moltissime stampe antiche e preziose:

1. HISTORIA DI LEON BRUNO—6 cc. a caratteri gotici, s. n.; reg.: Ai—Aiii.—Incom.:

Omnipotente dio che nel cielo sei padre celeste salvator beato che cu_m_ tua mano tuto el mondo fei el tuo saper rege i_n_ ogni lato.

Finisce (c. 6 b):

al nostro fin dio ce dia gloriaal vostro ho_n_ore he dita questa istoria.LAUS DEO

S. a., ma del sec. XV; appartiene alla Biblioteca Melziana di Milano.

2. LA HISTORIA DELLIOMBRUNO—In-4°, caratteri rotondi, sei carte a due colonne di 40 ll., della fine del sec. XV. È cosí descritta nel catalogo Libri del 1847 [n. IIII], e dal Brunet (Manuel, II 590): ha due figure in legno.

3. HISTORIA DI LIONBRUNO—s. l. n. a. (ma ed. a Roma, Eucharius Silber, c. 1485). In-4°, 4 ff.; reg. A—Aii, a due colonne di 52 l., caratteri semigotici. Dopo il titolo (c. 1 A) in caratteri maiuscoli: "Historia di Liombruno", segue una xilografia e poi la prima ott.:

[o]nnipotente Dio che nel ciel stai padre celeste salvator beato.

Fin. a c. 4 B, col. 2^a: "FINIS".—È posseduta dalla Biblioteca Trivulziana di Milano, Miscell. vol. V, n. 6; cfr. D. REICHLING,Appendices, n. 1754.

4. HISTORIA DI LIONBRUNO—s. l. n. a. (ed. a Roma, Joanne Besicken et Sigism. Mayer, c. 1495). In-4°, caratteri semigotici, di sei ff. non num.; reg. aii-aiii. 2 coll. di quattro ottave e mezza. Inc. (I A) "La historia de Lionbruno" e, dopo una xilogr., l'ott.:

[o]Mnipotente dio che nel cielo sei padre celeste e salvator beato che con tua mano tutto el mondo fei el tuo saper regi in ogni lato o tu che sei chiamato Re di rei concedi gratia a me padre onorato che possa dir un bel cantar in rima che a ciascun piacza dal piede alla cima.

Fin. (c. 6 B col. 2^a), dopo tre ott.: "FINIS". È posseduta dallaBiblioteca Casanatense di Roma; cfr. REICHLING,Appendices, n. 940.

5. LA HISTORIA DI LIONBRUNO—s. a. Cosí descritta dallo Hain [Repertorium, 10114] "Praeced. fig. xilogr.; est poëmation 98 octavis constans; 6 ff.; sequiturLa Sala di Malagigi".

6. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO ET UN | CAPITOLO DI PAMPHI- | LO SAXO.—In fine: In Siena, Per Francescho di Simeone adistantia di Giovanni d'Ali- | sandro Libraro, 1550 A di | 10 giugno.—È posseduta dalla Bibl. Marciana (miscell. 1945-43 a), ed è cosí descritta dal Segarizzi: "Il tit. è a c. 1 a. A c. 3 b una xilogr. rappr. il re in trono circondato da due soldati. Inc. c. 1 A, col. 1^a: 'Omnipotente Dio che nel ciel stai' Fin. (ott. 97) col. 2, v. 32: 'al vostro onore ditta è questa storia'. EL FINE. Segue (c. 6 B col. 1): | Uno de capitoli di Pamphilo | SAXO, d'uno che si lamen- | ta del suo amante. 'Fera la stella sotto la qual nacque'. Fin. (terz. 23 -|- v. 1) c. 6 B, col. 2, v. 31: 'Non messer della morte almen villano'. Mis. mm. 186x125, cc. [6] col. 2 p. p., vv. 40 per col., segn. A—Aiii. s. rich.".

7. [L]A STORIA DI | LIOMBRUNO | IL QUALE FU LASCIATO DAL PADRE PER |. Povertá in preda del Diavolo, e scampando fu portato da una donna in | forma d'Aquila in una Cittá, e facendo egli dipoi varii viaggi, ru- | bò à certi malandrini un Mantello, e un paio di Stivali, | con i quali andò invisibile, e vinse il vento, | Con un capitolo di Panfilo |Sasso Nuovamente Ristampata. In fine: In Firenze, Alle Scalee di Badia.—S. a. (ma del sec. XVI ex.) di cc. [6]. Reg. A—Aiii a 2 coll. di 5 ott. ciascuna, carattere rotondo con due xilogr. Fin. (c. 6 a): "al vostro honore finita è questa storia. Il fine della historia di Liombruno. Seguita un bellissimo Capitolo di Panfilo Sasso".—C. 6 B: Uno de' capitoli di Panfilo Sasso | d'una che si lamenta del | suo amante: "Era la stella sotto la qual nacque". Fin.: "Non m'esser della morte almen villano. IL FINE".—È posseduta dalla Biblioteca Magliabechiana, n. 981-15. Conta 97 ottave.

8. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO (got.) | Il quale fu lasciato dal padre per povertá in preda del Diavolo, et | come fu portato da una donna in forma d'Aquila in una | Citta; et facendo egli dapoi varii viaggi, rubò a certi | malandrini un Mantello, et un par di stivali, con li quali andava invisibile, e corre | -va piú che non il vento.—"Poscia un intaglio in legno: nel fondo montagne con una cittá; dinanzi dell'acqua con due battelli pescherecci e un pescatore, al quale il diavolo presenta un pesce". Indi le tre prime strofe. Inc.: "omnipotente Dio che nel ciel stai". Fin., c. 6 A, l. 32: "al vostro honor finita è questa historia". IL FINE DELL HISTORIA DI LIOMBRUNO | Seguita un capitolo di | Pamphilo Sasso. Fol. 6 B a.: Uno de capitoli di Pamphilo | Sasso d'una che si lamen- | ta del suo amante || FEra la stella sotto la qual nacque. Fin. c. 6 B b 1. 37: Non m'esser della morte almen villano || IL FINE. Stampata in Firenze l'anno MDLXX.—La storia ha 98 ottave, il capitolo 23 terzine. In-4, car. rom. con segn. e cust. senza num., 6 fogli con fig. xil.—È compreso nel celebre volume miscellaneo della Bibl. di Wolfenbüttel, descritto da G. Milchsack ed A. D'Ancona nel 1882, n. XXIV.

9. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Con un capitolo di Panfilo Sasso, nuovamente ristampata. In Firenze, per Stefano Fantucci Tosi alle Scalee di Badia, s. a. (sec. XVI ex.?), in-40, cc. [6] con incisione in legno.—Un esemplare era nella Biblioteca dei marchesi D'Adda di Milano, un altro è nella Melziana pure di Milano.

10. LA STORIA DI LIOMBRUNO con un capitolo di Panfilo Sasso. Firenze, Girolamo Cavaiè, s. a. (ma della fine del sec. XVI), in 4°, fig. cc. [6] a 2 coll.—È citata nel catalogo Libri del 1847 [n. 1112]

11. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Bologna, per il Sarti sotto alle Scuole alla Rosa, con licenza de' Superiori, s. a. (ma del sec. XVII), in-4°, cc. [4] a due coll.—Un esemplare è nella Biblioteca D'Adda, un altro nella Melziana.

12. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. In Bologna et in Pistoja presso il Fortunati, s. a. (sec. XVII). Il titolo è a c. 1 A, segue la solita xilogr., poi C. 1 A col. 1^a: "Omnipotente Dio che nel ciel stai". Fin. (ottava 96) c. 4 B col. 2, v. 52: "Al vostro honor è detta questa historia". Mis. mm. 175x125, cc. [4], col. 2 p. p., v. 52 p. col., segn. A-A 2 s. rich.—È compresa nel catalogo Libri del 1847 [n. 1113]. Un esemplare è alla Marciana, Misc. 1016-20 (Segarizzi,Bibl. delle stampe pop. della B. Marciana, n. 103).

13. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Bologna, 1647, in-4°.

14. LA HISTORIA DI LEOMBRUNO. Palermo, Per il Coppola, 1650, con licenza de' superiori, in-4° gr., a 2 coll, di pp. 8.—È cit. dal Pitré,Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, 1875, 1, 280.

15. LA HISTORIA DI LEOMBRUNO. In Napoli, per il Pittante, 1701, in-4°, a 2 coll., con una tavola. Citata dal PITRÉ, l. c.

16.Bellissima Istoria di Liombruno. Dove s'intende che fu venduto da un (= suo?) padre ecc. In Bologna, Alla Colomba, 1808, in-18°. Cit. dal PITRÉ, op. e loc. cit. Credo che le indicazioni date dal P. siano inesatte e che l'opuscolo sia quello stesso in-12°, giá posseduto da Emilio Teza e da lui inviato a R. Köhler [n. 17].

17.Bellissima Istoria di Liombruno. Dove s'intende che fu venduto da suo Padre. E come fu liberato: ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete. In Bologna, 1808, Alla Colomba, con Approv., in-12°.

18.Bellissima | istoria | di | Liombruno| dove s'intende, che fu venduto | da suo Padre al Demonio, | E come fu liberato, | E altre cose bellissime, come | leggendo intenderete.—Firenze | Presso Francesco Spiombi | Con Approvazione, s. a. (sec. XIX), di pp. 24.—Sono ott. 91.

19.Bellissima Storia | di | Liombruno| Lucca | con permesso. Di pp. 24. "Benché porti la data di Lucca, mi pare piuttosto stampata a Todi. Sul frontespizio una rozza stampa che rappresenta uno portato via da un'aquila e una donna in atto di maraviglia. È diviso in 2 cantári; e in tutto sono ott. 95" (D'ANCONA). In una miscell., diStorie e canti popolari d'Italia, posseduta dal Libri, era compreso un libretto in-12°, ed. a Todi, int.:Bellissima istoria di Liombruno. Credo che il D'Ancona voglia accennare a questo.

Molte altre stampe moderne (perché il cantare si ristampa o si ristampava fino a pochi anni fa) vanno sui muricciuoli: l'Imbriani cita, senza indicarne la provenienza e l'anno, una:

20.Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende che fu venduto da suo padre e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete, che potrebbe essere una di quelle indicate ai num. 16-17-18-19 o qualche riproduzione fedele di esse.

La storia di Liombrunodoveva pubblicarsi nel 1866 in edizione critica per cura del D'Ancona, in un volume dellaCollezione di antiche scritture italianeinedite o rare, dall'editore Nistri di Pisa; ma purtroppo quel disegno non fu piú eseguito. Pochi anni dopo,l'Imbriani, senza intento né apparato erudito, dava alla buona un testo diLiombruno, riproducendo in appendice alla novella fiorentina in prosa diLiombruno, i due cantári, quali erano nelle stampe 14-20, cioè nei libriccini popolari moderni:La novellaja fiorentina, Livorno, 1877, p. 454 sgg.

Evidentemente noi ci troviamo di fronte a due diverse versioni, l'una piú antica e piú compiuta, e l'altra raffazzonata e rabberciata; e le stampe si devono dividere in due famiglie distinte. La prima ha 97 ottave e questo inizio: "Onnipotente Dio che nel ciel stai". La seconda ha 91 ott. e l'inizio: "Dammi aiuto, ché puoi, musa divina". Alla prima famiglia appartengono le stampe indicate ai numeri 1-2-3-4-5-6-7-8-9-12; alla seconda i nn. 18-20 e forse i nn. 16-17-19.

Tener presenti tutte le edizioni sarebbe stato un lavoro immane ed inutile, perché le stampe popolari si riproducono meccanicamente le une dalle altre; perciò ne ho trascelto dal primo gruppo una sola, l'Ediz. magliab. descritta al n. 7 [M.], col sussidio della quale ho ricostituito il testo che ora do in luce. Ed ecco l'elenco delle correzioni da me apportate allo scorrettissimo testo:

II, 6 M uom

III, 2 M d'andava 6 M havea

IV, 6 M gran[de]

VI, 7 [se]

VII, 6 M figliuoli

IX, 3 M gran-[de]6 M nessun[o]

X, 3 [vi]8 trarre

XIII, 1 [E] poscia5 M che riceveva

XIV, 7 son [colei] che si [in] alto8 M diavol

XVI, 3 e[d] a giostrare5 M nessun

XVII, 6 M al tutto piacciati

XVIII, 2 [Cosí] cortesemente (si)7 M El nome; il v. 8, che manca in M, è tratto dalla stampa n. 20

XIX, 2 M fe ei per suo3 [gl'] era

XX, 1 (E) Liombruno

XXII, 3 M Che al termin. L'editore ha frainteso il passo, fuorviato dall'inversione: "prometti di ritornare al termine ti darò". Il pronome relativo si omette frequentemente nei testi antichi (cfr. il secondo cantare, XLVII, 7)

XXIV, 3 [ch'ei] 5 [l']

XXV, 7 La sera (che) Liombrun

XXVI, 2 Liombr. all'hora si fu6 [n']ha

XXVII, 2 si [ei ri-]chiese il buon. Senza la correzione, il versosarebbe manchevole

XXIX, 7 che[d io] ho fatto

XXX, 2 M facean ciaschedun

XXXI, 1 [n']ho 5 [Sappi] 8 M si de seco venire

XXXII, 1 M Quando L. questo udire udia 6 (E) Liombr.

XXXIII, 4 era (giá)

XXXIV, 2 si [gli]6 M Davanti a lui7 M e disse al Saracin. Ma questo è il discorso del saracino aLiombruno, tant'è vero che subito segue la risposta di Liombruno(XXXV 1): "E Liombrun disse:—Volentieri"

XXXV, 8 M a colpi.

XXXVI, 3 M dette ciascheduno (12 sillabe) 8 M (E) giú

XXXVII, 7 combattere

XXXVIII, 6 Ciò (che) vi piace. Per la soppressione del relativo, cfr. piú sopra l'ott. XXII, 3

XXXIX, 6 che[d] a noi

XL, 4 [ne] provi

XLI, 4 M chi genta il sparviero 8 Liombruno poi fu (13 sillabe)

XLII, 1 [vi]

XLIII, 2 Re [ed] io4 M presta

XLIV, 6 M (ri-) piena8 M (Ed) ei

XLV, 3 quando lo re7 Et disse Liombruno

XLVII, 1 M da lei. Ma non giá da Aquilina prende commiato Liombruno, sí bene dal re di Granata 6 M ben mincr.; ma Aquilina sdegnata deve dire il contrario, cioè di essere indifferente alla morte dell'amante

XLVIII, 2 [ne] fu.


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