QUARTO CANTARE

1

Benché pe' templi i' t'abbia, Signor mio, tanto pregato, ch'io me ne vergogno, ancor ti prego, onnipotente Dio, che mi soccorra, ch'i' n'ho gran bisogno; si ch'io possa fornire el mio disio della presente storia, ove 'l cor pogno, e dammi grazia ch'io dica sí bene, che piaccia a chi per ascoltarmi vene.

2

Io vi contai, signori e buona gente, siccome nella ròcca della Spina menato preso fu 'l re d'Oriente da quella potentissima reina. Or vi dirò siccome fu valente la moglie, che di fuor campò tapina, ch'a la madre del re scrisse il tenore, e per gente mandò allo 'mperadore.

3

Quando lo 'mperador vide l'oltraggio che la figliuola aveva ricevuto, tre legioni di franco baronaggio mandò subitamente in suo aiuto, diecimilia pedoni di vantaggio con un buon capitan molto saputo, il qual cerchiò la ròcca atorno atorno e non se ne partía notte né giorno.

4

Quando la donna d'Oriente intese che a quella ròcca preso era 'l figliuolo, a tutta gente debb'esser palese se la sentí nel cor letizia o duolo. Poi che fornita fu di quello arnese che bisognava, menò grande stuolo di gente seco, e tanto cavalcòne, che giunse ove el figliuolo era in prigione.

5

E domandò come gli era fornita la ròcca, ch'esser forte dimostrava. Fulle risposto:—Ell'è sí ben guernita, che tutto 'l mondo non cura una fava.— E la reina saputa ed ardita da piú parte d'intorno ordinò cava; e fu la prima che mai si facesse a terra, che per cave s'arrendesse.

6

Tre mesi e piú fatt'era giá l'assedio, quando le cave giungono alle mura; poi che tagliato fu 'l forte risedio, fe' dare una battaglia forte dura; e per la cava intrâr, sicché rimedio non ebbon contro alla gente sicura: sí che la ròcca co' lo re acquistorno, e molti prigionieri ne menorno.

7

Tornossi a Roma la gente romana, di che a lo 'mperador fu gran dolcezza: la figlia, il re con sua madre sovrana, in Oriente andar con allegrezza. E quella donna, che fu si villana, si fêro incarcerar con molta asprezza, e incatenar con molti suo' baroni, che della ròcca menarno prigioni.

8

Poi la reina vecchia ebbe chiamato il suo figliuolo, e poi si fe' mostrare s'egli era vero quel gli era contato che avessi quell'uccel da pizzicare. E, poi che l'ebbe il suo cuore appagato, una gran festa si fe' apparecchiare di giostra e d'armeggiare e di schermire, e molti gran signor vi fe' venire.

9

Perché tal festa era cotanta magna, de' carcerati non era menzione. La donna un dí col suo guardian si lagna, e d'un servigio umilmente il pregòne. —Ciò che vi piace ed a vostra compagna— rispose,—fuor che trarvi di prigione.— Diss'ella:—Un guanto in piazza alto m'appicca, e poi mi sappi dir chi lo ne spicca.—

10

La guardia poi la mattina per mancia fe' suo volere, e poi guardò da canto. Giungendo in piazza, disse il re di Francia: —Battaglia dimandar si de' quel guanto.— Appresso corse e spiccòl dalla lancia, poselsi in capo dicendo:—Io mi vanto di questo guanto osservar la proposta.— La guardia tornò e disse la risposta.

11

Ed ella tosto scrisse a quel signore, dicendo: "La reina Galatea è 'ncarcerata per colpa d'amore, come se fossi pessima giudea. Onde ti priego col tuo gran valore di trarmi di prigion cotanto rea; che tu 'l de' far, però che 'l promettesti, quando di piazza il mio guanto prendesti".

12

E, ricevuta la lettera e letta, la pose in mano a lo re d'Oriente. Ed el si scusa e po' co' molta fretta liberò lei con tutta la sua gente: perché, sappiate, s'ella era soletta, secento cavalieri avea presente, e' quali ebbon ogni loro arnese, e gli altri suoi morìro alle difese.

13

E, quando ella si vide liberata, rendéne grazie a cui si convenia, e di presente sí si fu avviata al torniamento de la baronia. Poi corse ad uno albergo e fussi armata con arme travisate, ch'ell'avía, ed a ferir nel torniamento andava, iscavalcando quanti ne trovava.

14

Dando e togliendo, quel dí fu mestieri che rimanesse a lei quel campo adorno; ciascun dicía:—Chi è quel cavalieri c'ha fatto sí ben d'arme in questo giorno?— E molti, per uscirne di pensieri, quando si disarmò, furonle intorno, e quattro re di lei innamorâro, i qual per astio a morte si sfidâro.

15

E, quando questo pervenne a l'orecchia de lo re d'Oriente, la mattina disse alla madre:—D'arme s'apparecchia tutta la gente per questa reina.— Rispose allora la reina vecchia: —Che s'accomiati questa paterina; e questi signor poi si partiranno: s'ella qui sta, ci potrebb'esser danno.—

16

Poi li mandò a dir ch'ella venisse al palagio del re sanza fallire. Andò 'l messaggio, ritornò e disse: —La donna dice che non vuol venire.— E la reina allora maladisse chi l'avea fatta di prigione uscire; e poi co' re si mosse in su la sera, ed andò fino a lei, dove la era.

17

E disse:—Donna, per lo tuo migliore, pártiti quinci e vanne alla tua via: io non potre' raffrenar il furore che ti vien contro della gente mia.— Rispose quella donna traditore: —Di grazia v'addimando in cortesia che mi scorgiate fin fuor della porta, sí ch'io non sia da vostra gente morta.—

18

E lo re disse:—Molto volentieri, quanto bisogna, ne verrem con teco.— Disse la madre:—Io vo' piú cavalieri, ché 'l re n'ha qui forse dugento seco.— Rispose quella:—Non mi fa mestieri, che n'ho secento ben armati meco.— E la reina e 'l re sanza paura l'accompagnaron fuori delle mura.

19

E quando dilungati für due miglia, e la reina allor prese comiato; e quella donna in persona la piglia, com'ella avea con sua gente ordinato. E 'l re con la reina e lor famiglia fûr presi e tolto lor l'arme da lato. E tanto va, che nel suo paese entra, in una terra chiamata Valentra.

20

E tutta quella gente incatenata subitamente sí fa incarcerare, e disse al re:—Quando fu' innamorata, ti presi per tenerti a solazzare, e nella ròcca mia fui assediata, e poi sa' quel che mi facesti fare. Sí ch'io farò di te aspra vendetta, or ch'io non son dell'amor tuo costretta.—

21

E la sposa del re, non ritrovando il re né la reina per le strade, a' forestier mandò di botto il bando che subito sgombrassin la cittade. Onde, per ubbidir il suo comando, ciascun si ritornò in sue contrade: sentendo poi che il re non si sapea, per tutto l'Oriente si piangeva.

22

E lo re, ch'è in pregion sanza conforto, volendo scrivere allo 'mperadore, disse la guardia:—Messere, egli è morto, e tutta Roma è ad arme in grand'errore.— E lo re, come savio e molt'accorto, scrisse alla donna sua tutto il tenore, sí come e dov'egli era imprigionato, ed un corrier segreto ebbe mandato.

23

Come la donna sua sentí l'effetto, non potre' dir com'ella fu dolente, e fe' venir di tutto il suo distretto a piè ed a caval di molta gente, e con molti baron sanza difetto, mastri di guerra, mosse incontanente; e tanto cavalcò per tal partito, che giunse ov'era 'n prigione il marito.

24

E la cittá con la sua gente serra, sí che non vi può né entrare né uscire; e sei mesi vi fece sí gran guerra, che i cittadin, che non potêr soffrire, aprir le porte e diedero la terra; e la sposa del re, piena d'ardire, liberò la sua gente, e poi ne mena presa colei che gli ha tenuti in pena.

25

E, passando una selva molt'alpestra, e quella donna falsa e frodolente, sí come d'arte magica maestra, un fuoco fe' venir subitamente, ch'ardea la selva a sinistra ed a destra; onde color temeano fortemente, e disser:—Poi che non possiam passare, torniamo a dietro e passerén per mare.—

26

E, quando giunti furono alla riva, e quella donna, che campar s'ingegna, fe' che per mar l'esercito veniva, ed ogni legno avea di Roma insegna. Un messaggier, che dinanzi appariva, a lo re d'Oriente si rassegna, dicendo:—I roman vegnon per difesa di questa donna che menate presa.—

27

E lo re sopra a ciò prese consiglio, e la reina cominciò a parlare: —Da poi che Dio n'ha tratti di periglio, a me parrebbe di lasciarla andare.— Mandarla via, e poi non giro un miglio, che quel navilio tutto quanto spare: allor s'avvidde il re del convenente, e tornòne co' suoi in Oriente.

28

E, giunto a casa, il re fece bandire per tutto 'l suo con gran comandamento, che ciascun gisse alla corte ad udire il re, che far voleva parlamento. E, quando fûr venuti, prese a dire, tutto dal fine allo 'ncominciamento, gl'inganni e 'l tradimento che gli avea fatti quella regina Galatea.

29

Quando la gente suo detto riguarda, gridaron tutti ad una voce, forte: —Mandisi l'oste di gente gagliarda, che con vittoria tornino alla corte! Tutta sua terra si disfaccia ed arda, e diasi a lei co' suo' seguaci morte!— Il re gli ringraziò delle proposte, e di presente fégli bandir l'oste.

30

E quando fue tale novella nota a quella, come l'oste era bandita, perché di Macometto era divota, subitamente a Roma ne fu ita, e inginocchiossi a piè della sua rota, dicendo:—Se tua forza non m'aita, dallo re d'Oriente, che mi sprona, ch'i' son per perdere avere e persona,

31

dappoi che'l m'ha bandita l'oste addosso: ond'io ti priego che in mia difensione, poi ch'io da lui difender non mi posso, mandi un de' tuo' baron per mio campione.— Rispose Macometto:—Gli è giá mosso quel de la sinagoga, Ronciglione, di cui temerá tanto il re co' suoi, che 'l non s'impaccerá de' fatti tuoi.

32

Ed ella si partío lietamente, poi ebbe Macometto ringraziato; e quel dimonio giunse in Oriente, ch'agevol cosa gli era esserv'andato. Perché sappiate di suo convenente, i' vi dirò com'egli era adobbato: forma avea di giogante, sua grandezza quindici braccia e quattro di grossezza,

33

ed era tutto ner come carbone, gli occhi avea rossi come foco ardenti. E cavalcava un orribil roncione, sei braccia grosso e lungo piú di venti. Quattro leon legati avie a l'arcione, e un'anca, di dolor, mordea co' denti semila porci all'intorno, con zanne fuor della bocca piú di quattro spanne.

34

E come fu nella cittá reale, e que' porci si sparser per la terra, la gente fuggía su per le scale, e per paura in zambra ognun si serra; e' porci divoravan per le sale ciò che trovavan, se 'l libro non erra. Uomini e donne erano sbigottiti, e molti per temenza son fuggiti.

35

Giugnendo in piazza l'orribil giogante, lá dove molta gente armata avea, perché egli avea sí feroce sembiante, sbigottiva chiunque lo vedea. Giudicandosi morto, il re davante gli venne e dimandòl quel che volea; ed e' rispose:—Io sono un de' Balbani di Macometto, iddio degli romani,

36

el qual dalla sua parte ti comando, e del popol di Roma che m'aspetta, che d'una, contro a cui mandato hai bando, piú non t'impacci, ch'è nostra diletta; conciosiacosach'io ne fare', quando facessi contra a ciò, aspra vendetta; e s' tu andassi ad oste a sua cittade, non torneresti mai in tuo' contrade.—

37

El re, che vede sua gente smarrita, perché si parta subito, rispuose, dicendo:—Va', che 'n tempo di mia vita non m'impaccerò piú di queste cose. Ma fa' che tosto sia la tua partita, ché molte gente fai star paurose.— Egli rispose:—Innanzi ch'io mi parta, io ne vorrò miglior pegno che carta.—

38

Veggendo la reina dal balcone quel dimonio parlar sí aspramente, di botto fu gittata in orazione, dicendo:—Iddio, come veracemente liberasti da man di Faraone quel Moisé col popol tuo servente, ben ch'io no' ne sia degna come lui, libera noi dalle man di costui.—

39

E, detta l'orazion, l'agnol di Dio gli apparve e disse:—Non aver temenza, ché 'l venir di costui, ch'è tanto rio, permesso fue per molta altrui fallenza. Ma, se tu vuoi vedere il tuo disio, va' francamente nella sua presenza, dicendo: "Verbum caro factum este", e vederai sue forze manifeste.—

40

Poiché partito fu l'agnol veloce, e la reina, come gli avea detto, si fece in fronte il segno della croce, ed andonne al vicar di Macometto. E, come giunse a lui, ad alta boce: —Verbum caro—gridò; e 'l maladetto con sua gente sparí immantenente, lasciando un corpo molto puzzolente.

41

Come fu dileguato Ronciglione co' porci, che l'andavan seguitando, cominciâro a uscir fuora le persone, ch'eran fuggite prima spaventando. E' sacerdoti con gran divozione andavan per la terra predicando, dicendo:—Immaginate che governo den' far costor dell'anime d'inferno.

42

E immaginate che mille cotanti son piú feroci gli altri che vi stanno! E sempre stride e dolorosi pianti fanno color che a quelle pene vanno. Desiderate udire e' dolci canti che 'n paradiso e' santi angioli fanno: ma chi qui de' peccati non si pente, non puote andar fra sí beata gente.—

43

E lo re d'ogni ingiuria rendé pace, e per pietá la volle aver sofferta, e ribandí colei che fu fallace contro lui molto, ciò fu donna Berta, ch'era gran tempo stata contumace, dovendo della vita esser diserta; la qual, pentuta de li suo' peccata, fe' poi tal vita ch'ella fue beata.

44

Tutta la gente s'era convertita, battendosi con molta reverenza; e la reina e 'l re tutta lor vita al mondo fêr sí aspra penitenza, che poi, al tempo della lor finita, in vita eterna andâr con pazienza. Alla qual ci conduca il Salvatore. Antonio Pucci il fece al vostro onore

1

Cavalieri e donzelli e mercatanti, per cortesia venitemi ascoltare: ch'io credo ben che Dio con tutti i santi m'ha dato grazia di saper trovare; e voi, signor, traetevi davanti, ed io vi canterò un bel cantare, e si dirò d'Eléna imperadrice che fu piú bella che 'l cantar non dice.

2

Elena fu di molto gran barnaggio e di Nerbona, la nobil cittade: e d'Amerigo fu lo suo legnaggio che mantenea gran nobilitade; Arnaldo di Gironda, prode e saggio, figliuol fu d'Amerigo, in veritade, e questo Arnaldo prese per mogliere una figliuola d'un pro' cavaliere.

3

Co' questa donna Arnaldo mantenea dentro in Gironda la nobil cittade: e l'un de l'altro figliuol non avea, e non potea la donna ingravidare. Come a Dio piacque ed a santa Maria, la donna un giorno si prende a parlare, disse:—Arnaldo, son grossa per ragione; avrem figliuoi, se piaccia al Creatore.—

4

Donne e donzelle ed ogni cavaliere, tutta la corte di quel si ragiona: Arnaldo di Gironda, il pro' guerriere, cogli altri cavalier ne fa gran gioia: poi venne il tempo che la sua mogliere li parturí, senza nessuna noia, ed in nel parto fece una fantina, che fu piú bella che rosa di spina.

5

Le balie immantenenti le fûr pòrte che la fantina dovesson servire. Arnaldo di Gironda e la sua corte cogli altri cavalier sí prende a dire: —Come avrá nome la fantina forte?— e ciascun dice:—Fatela venire.— La fantina davanti fu arecata, e ciascun dice:—Eléna sia chiamata.—

6

Arnaldo di Gironda, il pro' guerriere, poi che la figlia fu da maritare, la mandò a Carlomagno, lo 'mperiere, che ne facesse la sua volontade: Carlo la die' a un prode cavaliere che di Parigi era podestade: da Mompolier fu il cavalier pregiato, messer Ruggieri per nome chiamato.

7

La roba, ch'ebe in dote la fantina, si fu Gironda, la nobil cittade; Arnaldo andò a star presso a la marina ad una terra piena di bontade. Rugier duo figli ha de la bella Eléna, che riluceano molto in veritade; l'uno ebe nome Arnaldo del cor fino, e, per Gironda, l'altro, Girondino.

8

Elena fu sí bella creatura, sigondo che racconta la leggenda, di lei s'innamorava ogni persona, quando vedean la sua figura bella. Un cavalier, malvagio oltra misura, si inamorò de la gentil pulzella: ma non ne potea avere alcuno amore; ond'e' pensò una gran tradizione.

9

Alla stagione del mese di maggio, che aparono le rose a ogni verziere, e gli uccelletti cantan di coraggio e fanno i dolci versi per amore, donzelli e cavalier di gran barnaggio stavan dinanzi a Carlo imperadore, e a ciascun fu mestier che si vantasse, poi conveniva che 'l vanto provasse.

10

Chi si vantava di bella moglieri, qual si vantava di bella sorella, d'aver bell'arme e correnti destrieri, o ricco di cittade e di castella, d'astòr o bracchi o correnti levrieri, o per amica aver bella donzella; e chi si vanta d'oro e d'ariento, e chi d'esser prod'uomo in torniamento.

11

Messer Ruggieri, ch'era prode e saggio, dinanzi a Carlo si fu in piè levato: —Santa Corona, intendi il mio coraggio, sí ch'io mi vanti, ch'io non son vantato: da poi che tutto lo tuo baronaggio davanti al tuo conspetto ha favellato, ed io mi vanto, avanti a voi, messere, e sí diragio tutto il mio volere.—

12

Messer Ruggieri sí si fu voltato avanti a tutta l'altra baronia: —Da poi che ciascheduno si è vantato, ed io mi vanto della donna mia; e chi cercasse il mondo in ogni lato, piú bella donna non si troveria: e questo dico, ch'io il posso provare, se ci ha nessun che il voglia contrastare.

13

Da poi che ciaschedun si fu vantato, ed ognuno ebe detto il suo volere, tostamente Carlo ebbe comandato che 'nmantenente venisse da bere: e 'l suo comandamento fu osservato. Molti donzei si levan da sedere: nappi d'argento e coppe d'oro fino: se non mente il cantar, fu vernaccino.

14

Quivi avea gente di molti paesi, di strane parte e da lunge cittade, e degli avari e ancora de' cortesi; con una coppa di gran degnitade, ha mercatanti, ha signori e ha borghesi. E Carlo bebbe a la sua volontade, e poi la diede a messer Ruggieri; di mano in mano, a' maggior cavalieri.

15

Messer Ruggier la prende volentieri, e sí ne beve a tutto il suo piacere; e Carlo disse:—Gentil cavalieri, che di tua donna se' aúto a vantare, tu se' sí bello, che, se tua moglieri è come te, tu ti puo' contentare!— Messer Ruggier disse:—Santa Corona, egli è vostro l'avere e la persona.—

16

Un cavalier ch'avea nome Guernieri, che d'oltralmare fu nato e creato, come malvagio e falso cavalieri, davanti a Carlo in piè si fu levato, e sí parlò, e disse e' suoi pensieri del tradimento ch'egli ha ordinato: —Santa Corona, un prego ti vo' fare: che mi deggiate mie' dire ascoltare.—

17

Imantenente sí disse Guernieri: —Messer, questo mi par gran falimento; la Tua Corona noi dovria sofrire di quel c'ha fatto Ruggier parlamento: ché la sua donna io aggio a' mio voleri, e si n' ho aúto tutto il mio talento: omo, che da sua donna è scocozzato, ha a ber con coppa di re incoronato?—

18

Ed a messer Ruggier non parve giuoco, e disseli:—Guernier d'oltre lo mare, dicilo tu per ira over per giuoco, od è il vin che sí ti fa parlare? ché non è cavalieri in questo loco, che tai parole facessi stornare. De la battaglia te ne darò il guanto: perde la testa chi non prova il vanto.—

19

Messer Guarnier malvagio e sconoscente, ched era usato sempre di mal dire, disse a Ruggieri:—Io saccio certamente piú bella donna non si può vedere: però mi vanto e dico infra la gente, ch'io vi aggio aúto tutto il mio volere, e sí la posso avere a mia richiesta: se non è vero, io vo' perder la testa.—

20

E Carlo disse allor sanza timore: —Questa battaglia si vuole acconciare, e chi non prova il vanto per ragione, inmantenente io lo farò pigliare e, senza metterlo in altra prigione, subitamente il farò dicapare: domenica sarete a la battaglia, e chi la perde ará briga e travaglia.—

21

Guarnier li disse:—Corona di Franza, sanza battaglia lo credo provare, e senza colpo di spada o di lanza a lui medesmo il farò confessare. Donami tempo ch'io vada a mia 'manza: con esso lei mi credo sollazzare; e recherò sua gioia e lo veletto per mantener in piè ciò ch'io t'ho detto.—

22

E Carlo disse:—Dammi pagatore di ritornar, da poi che se' vantato.— Messer Guernier non trova malvadore; tre suoi figliuoli stadichi ha lassato. E Carlo disse:—Va' sanza timore: di qui a un mese sia qui ritornato: va' e ritorna senza dimorare; se no e' fantini farò dicollare.—

23

Messer Guarnier cavalca per la via, e 'n fra se stesso dice:—I' ho mal fatto!— Piangendo disse a la sua compagnia: —Di questa guerra io rimaragio matto: volesse Iddio con santa Maria ch'io ne potessi avere triegua o patto!— E, lagrimando, cavalcò in Gironda con piú sospiri ch'el mar non ha onda.

24

Messer Guarnier disse a sua compagnia: —Gentil signori, che vi par di fare? Ciascun sí s'armi, e venga a guisa mia dentro a la terra, ch'io voglio armeggiare.— E ciascun dice:—Sire, in fede mia, tutti faremo la tua volontade.— Tre giorni hanno armeggiato entro la terra 'ntorno al palazzo di Elena bella.

25

Tre giorni stanno intorno a quel palazzo ove dimora Elena imperiale, e sí vi fanno gran gioia e solazzo de l'armeggiar, ch'e' n'è condutto a tale, che n'era divenuto quasi pazzo: per nessun modo non le può parlare. Si fece un giorno ad una fenestrella una cameriera d'Elena bella.

26

La donna disse:—O bel cavaliere, per cui amore andate voi armeggiando?— Messer Guarnier ritenne il suo destriere; piangendo le rispuose e lagrimando: —Gentil madonna, tu mi fai mestiere anzi ch'io mora o ch'io caggi nel bando di Carlo magno, che m'ha diffidato, per un gran vanto ch'io mi son vantato.—

27

La donna disse:—Dimmi, per tuo onore, per che cagion, messer, ti se' vantato? —Madonna, io vel dirò senza temore, dapoi che me ne avete adomandato: davanti a Carlo, ch'è nostro signore, or odite di che mi son vantato: sí mi vantai d'avere Elena bella, ch'è piú lucente che non è la stella.—

28

Ed ella disse:—Cavalier, va' via; ben lo sa Dio ch'io non ti posso atare, ché ben facesti mattezza e follia quando d'Eléna t'avesti a vantare; che chi cercasse Francia e Lombardia, piú onesta donna non poríe trovare; ben credo che la morte ti ci mena, quando t'avesti a vantare d'Eléna.—

29

Guarnier le disse:—Non mi abandonare,. aggi pietá di questo cavaliere, ch'io t'imprometto, se mi vòi atare, ched io ti sposerò per mia mogliere; e venga il Libro, ch'io tel vo' giurare: ciò ch'io prometto ti voglio atenere. Se d'Elena mi dái alcuna gioia, tu mi puoi dar la vita e tôr di noia.—

30

La donna disse:—Per le tue bellezze di te m'incresce e piglia gran peccato: però ti conteraggio le fattezze d'esto palazzo, com'è ordinato; e poi ti conteraggio le bellezze di quella c'hae il viso angelicato: delle sue gio' assai ti posso dare, se tu per questo ti credi scampare.

31

A l'entrar de la porta ha du' leoni, che sempre vanno disciolti e slegati: e in capo de la scala è du' dragoni, che son per arte quine edificati: madonna Elena ha du' si bei figliuoli, che 'n paradiso par che fosser nati: l'un nome ha Arnaldo, e l'altro Girondino, ciascuno assembra un franco paladino.

32

E nella sala sta una catella, la miglior guardia che sia mai trovata (non la darebe per mille castella messer Ruggieri, che l'ha amaestrata), che non si parte mai da Eléna bella ch'ella non sia con lei ogni fiata. Se la catella si desse a baiare, tutta Gironda si corre ad armare.

33

La zambra dove sta Elena bella dire ti voglio com'è ordinata: di mezzanotte luce piú che stella, di pietre preziose ell'è murata. È molte donne in compagnia d'ella, da molti cavalieri ell'è guardata: èvi una pietra c'ha nome "carbone", di mezzanotte luce e dá splendore.

34

E non si vide mai donna nessuna che in sé avesse tante gentilezze: e non si trovò mai bianca né bruna che 'n testa porti cosí bionde trezze, e non fu mai persona nessuna che tante avesse in sé piacevolezze; tant'adornezza porta nel suo viso, ben par che fosse nata in paradiso.

35

Madonna Eléna è tanto bianca e netta, ed ha il viso bianco e colorito: tre vel d'argento ha 'n una cassetta, de' quai ciascuno si è molto pulito: uno te ne darò co' una verghetta, la qual sempre ella suol portare in dito.— Messer Guarnier si parte e non dimora: la cameriera sí lo chiama ancora,

36

e disse:—Io t'ho contato le fattezze. O cavalier, se ti vuoi dipartire, deh! usa lealtà e gentilezze, e cui te serve, nollo disservire; ché lo vantare giá non è prodezze e non è lealtá, a non mentire Avisati scampare a questo tratto; un'altra volta non esser sí matto.

37

Ed io ti donerò uno scaggiale e un ricco anello ch'ella porta in dito: guardalo ben, che gran tesoro vale, con altre gioie che ci han del marito.— Guarnier gli disse:—Questo dono è tale, che riccamente m'avete servito: la mia persona è vostra, a lo ver dire; adio, madama, ch'io me ne vo' gire.—

38

Messer Guarnieri indietro si tornava, e da' compagni fu adomandato: —E quella Eléna, che ti favellava?— Messer Guarnier rispuose in ciascun lato: —Signor—diss'elli,—il mio partir li grava, e quest'èn gioie ch'ella m'ha donato. Torniamo a Carlo tutti con gran festa: messer Ruggieri perderá la testa.—

39

Messer Guarnieri a corte fu tornato: dinanzi a Carlo andò messer Guarnieri, e tutte queste gioie egli ha mostrato a donne ed a donzelli e a cavaglieri. Messer Ruggieri cadde istrangosciato per la gran doglia e per li gran pensieri, vedendo lo scaggial ch'e' porta cinto, e disse:—Cavalier, tu m'hai ben vinto!—

40

E Carlo disse a messer Ruggieri: —Ruggier, se Dio m'allegri e doni gioia, de la tua morte mi do gran pensieri, e sí mi grava e da'mi molta noia. Acònciati con Dio a tuo mestieri, e ti confessa inanzi che tu moia, ché domattina a l'alba apariscente tu perderai la testa veramente.—

41

Messer Ruggier li disse:—Imperadore, fino a Gironda mi lassate andare, ed io vi lascerò buon pagatore, se non son morto, tosto ritornare.— Egli ebe la licenzia del signore, veggendo ben che 'l non potea campare. E Ruggier dice:—I'ho perduto il capo, da poi ch'Elena mi ha cosí ingannato.—

42

Messer Ruggieri cavalcò in Gironda, e, quando entrava dentro a la cittade, de li sospiri e del dolor, ch'abonda, or udirete gran crudelitade; ché non trovava cavalier né donna, che non mettesse al taglio de le spade: andò al palazzo, e uccise i due lioni, tagliò la testa a' figliuoli e a' dragoni.

43

Sí come cavalieri iniquitoso ad Elena volea tagliare la testa: poi si pentí quel cavalier furioso, fela menar davanti in sua presenzia; fuor del palazzo, ch'è fresco e gioioso, la gittò tosto per una finestra entro 'n un fiume ch'è forte e corrente, credendo ch'annegasse veramente.

44

Ma Gesú Cristo, Padre onnipotente, sí la sostenne e vòlsela aiutare, perch'elli sapea bene certamente ch'Elena non avea fatto quel male: dentro in Gironda, avanti a la sua gente, su nel palazzo la fece tornare. Scampata Elena or è di quel partito: messer Ruggieri giá sí se n'era ito.

45

Elena, come savia e conoscente, un suo messaggio tosto mandò al padre, ch'eli s'armasse con tutta sua gente e cavalcasse in Francia le contrade, ched e' cavalchi molto prestamente entro in Parigi la nobil cittade, c'ha morto i suoi figliuol contra ragione, e di niente non sa la cagione.

46

Elena tosto a caval fu montata e seco mena grande imbasciaria, da conti e da baroni accompagnata e molte donne per sua compagnia; e giá il padre co' la sua brigata giva in Francia con gran cavalleria. Ciascun cavalca sol co' la sua gente verso Parigi molto fortemente.

47

Messer Ruggieri a corte è ritornato; non fa bisogno di farli richiesta: davanti a Carlo si fu inginocchiato, e a tutta quanta l'altra buona gesta. —Ecco, Signore, che son ritornato, e son ben degno di perder la testa!— Le donne, le donzelle e i cavalieri piangon la morte di messer Ruggieri.

48

Messer Ruggieri quando gia a la morte, Elena bella nella terra è entrata: giunse al palagio e sospignea le porte, davanti a Carlo si fu inginocchiata: —Santa Corona, non mi dar la morte, ché d'esto fallo non sono incolpata: messer Ruggieri è condannato a torto, e proverollo innanzi che sia morto.

49

Messer, che Dio vi dia vita ed onore, tenetemi ragion, Santa Corona: fate venir davanti il traditore, segundo che si dice e si ragiona, che ditto ha mal di me e misso errore, ch'io v'imprometto e giuro in fede buona ch'io lo faraggio morir ricredente davanti a voi e tutta vostra gente.—

50

E per messer Guarnieri e' fu mandato, ch'eli venisse a far sua difensione, che Elena bella si ha rapellato, e prova e dice ch'ell'ha la ragione, e tal si crede aver vinto quel piato, che perderá la vita e la quistione: chi si vanta di quel che non ha fatto, il senno perde ed è tenuto matto.

51

Messer Guarnieri a corte fu venuto: e da li savi ciò fu adomandato: —Quella donna, cavalieri arguto, vedestila tu mai in nessun lato? —Io ho aúto di lei ciò ch'i'ho voluto: ecco le gioie ch'ella m'ha donato.— E per messer Ruggieri e' fu mandato, e comandò non fusse dicapato.

52

Rispuose Elena:—Se Cristo mi vaglia, tu menti per la gola, o traditore! Tu sí m'hai data assai briga e travaglia, e' miei figliuol son morti a tua cagione; ma io ti proveraggio per battaglia, davanti a Carlo ed ogni suo barone, che queste gioie, che tu m'hai mostrate, veracemente tu me l'hai furate.—

53

Messer Guarnier parlò con fellonia: disse:—Madama, giá siete voltata, e sí m'avete ditto villania, ché di tal cosa n'eravate usata: quelle gioie mi deste in druderia, quando stavamo insieme a la celata: or vi ricordi del tempo passato, quando era insiem con voi abracciato.—

54

Elena disse:—Falso traditore! come puoi dir cosí gran falimento? Che non m'aiuti Iddio, nostro Signore, sed io ti vidi mai per nessun tempo se non a questo punto, o traditore, che tu m'ha'aposto sí gran tradimento: però ti dico che non puo' campare, ch'io son pur ferma di teco giostrare.—

55

E Carlo comandò come signore, e disse:—Guarnier, córriti ad armare, e piglia l'arme e 'l destrier corridore: va' in su la piazza sanza dimorare. E voi, madonna, per lo vostro onore pigliate scambio e fatelo giostrare.— Elena disse:—Io voglio esser campione, ch'io credo vincer, ch'i' ho la ragione.—

56

Conti, baroni ed altri cavalieri, molti donzelli si corsero a armare: —Per vostro amore e di messer Ruggieri questa battaglia ci lassate fare!— Elena disse:—E' v'inganna il pensieri: colle mie man mi credo vendicare, ad onta di Ruggier, cor saracino, che mi ha morto Arnaldo e Girondino.—

57

Elena prende l'arme e 'l gonfalone, in su la piazza ne va arditamente, e ben cavalca a guisa di barone su 'n un destrier fortissimo e corrente. Trovò Guarnieri, e disseli:—Fellone! Or ti difendi, ladro frodolente!— Guarnier li disse:—Eléna, se vi piace, di questa guerra piglián triegua o pace.—

58

Elena li rispuose imantenente, e disseli:—Malvagio traditore! Non piaccia a Dio, Padre onipotente, che faccia teco pace né amore, ché sare' male a Dio ed a le gente ch'eli scampasse sí gran traditore: or ti difende, ch'io ti vo' ferire: di questa guerra ti convien morire!—

59

Messer Guarnier, in su la piazza armato, schifava molto dello incominciare. Madonna Elena sí l'ha disfidato, e disse:—Traditor, non puoi scampare!— Abassò l'asta, e tal colpo gli ha dato, che tutto lo fe' torcere e piegare, e pel gran colpo, ch'egli ha ricevuto, lui e 'l cavallo fu in terra abattuto.

60

Messer Guarnieri disse:—O malenato, questo colpo non è da soferére.— E misse mano al brando ch'avea a lato, in sulla testa die' al buon destriere. Elena disse:—Falso rinegato! non è usanza di buon cavaliere: gran codardia faceste e grande fallo avermi morto sotto il mio cavallo.—

61

Elena fu da caval dismontata e misse mano a la spada forbita: lo scudo avanti, e adosso li fu andata; sopra Guarnieri diede tal ferita, tagliò lo scudo e la maglia ferrata, mandonne il braccio in su l'erba fiorita; un altro colpo ch'ella avesse dato, ben l'averebbe morto e consumato.

62

Madonna Elena il vòlse anco ferire: la testa presto li volea tagliare. Messer Guarnier disse:—Non mi finire, ch'io vegio ben ch'io non posso scampare. Venga il Libro, e sí vi fate a udire di ciò ch'io dir voglio e manifestare: come quelle gioie ch'io ho mostrate la vostra cameriera me l'ha date.—

63

E' giudici e' notai furon presente, ed hanno scritto la sua confessione: la testa gli fu mozza immantenente, senza menare in corte od a prigione. Contenta n'era tutta quella gente, vedendo ch'era stata tradigione. La cameriera fu presa e legata, e ad un palo fu arsa e dibrugiata.

64

Messer Ruggieri, ch'era qui presente, vedendo il tradimento ch'era stato, di ciò che fatto avea fu ben dolente: fuggí da corte e non chiese cumiato: e' va dicendo:—Omè lasso dolente! in che mal punto ci fu' io mai nato, che ho morti amendu' i miei figliuoli, onde non vo' ch'Elena qui mi trovi.—

65

Arnaldo di Gironda, il buon guerrieri, vedendo acceso il fuoco e la calura, piangendo disse co' suoi cavalieri: —De la mia figlia io aggio gran paura.— Con mille cinquecento cavalieri va cavalcando per una pianura, dicendo:—Elena, se tu muori a torto, oggi è quel giorno che Carlo sia morto.—

66

Elena bella lo vide venire, salí a cavallo e 'ncontro li fu andato; e dice:—Padre, non ti fa mestiere che tu venghi sí forte ed adirato, ché io ti dico e faccioti asapere ché 'l traditore è morto e dicollato: se a corte vien' di Carlo imperadore, colla tua gente falli grande onore.—

67

E 'l padre disse:—Eléna, il tuo marito, c'ha morti i miei nipoti a sí gran torto, io t'imprometto, se non s'è partito, oggi è quel giorno che sia preso e morto. Elena disse:—E' se n'è fugito, per gran paura se n'è ito al porto, e sollenato va per lo camino, e va piangendo Arnaldo e Girondino.—

68

Elena disse:—Padre e vita mia, un gran dono ti voglio adimandare, e pregoti per la tua cortesia, ciò ch'io dimando non me lo negare. Ruggieri è lasso piú che mai ne sia; quel ch'egli ha fatto non si può stornare; s'egli lo fece, e' si è ben pentito: or li perdona, ch'egli è mio marito.—

69

E 'l padre disse:—Da poi che ti piace, manda per lui e fallo ritornare, ed io li renderò triegua e pace, e per tuo amor io li vo' perdonare: davanti a Carlo, ch'è signor verace, come da prima, ti farò sposare: piú bella coppia non si vide mai, ancor potrete aver figliuoli assai.—

70

E per messer Ruggieri e' fu mandato, ed a la corte fu fatto venire: davanti a Carlo si fu inginocchiato, e disse:—Io son ben degno di morire.— Elena e 'l padre sí gli ha perdonato, ciaschedun di buon core, a lo ver dire: come da prima, l'ha fatta sposare: grande furon le nozze e 'l desinare.

71

Fatta la pace di messer Ruggieri, Elena e 'l padre sí gli ha perdonato: tornò in Gironda col suo cavalieri, da molta gente e' fu acompagnato. A mala guisa sí vi andò Guarnieri; di quel che disse, mal glien'è incontrato. Cosí avvenga a ciascun traditore! Questo cantare è detto al vostro onore.

1

O sacre, o sante, o gloriose muse, che dimorate in su quell'alto monte, priego in me sien vostre grazie infuse, ch'i' non son suto ad Elicona al fonte: e quella, per la qual le labbra chiuse un tempo tenni, afflitta e mesta fronte, mi porga lume, suo volto e sua chioma, suo' costumi, suo' accenti e suo 'dioma.

2

Tu, mio sostegno sol, che a tale impresa condotto m'hai, non mi lassar nel parco; non mi lasciare in mezzo la contesa; prendi le frecce tua, prendi el tuo arco, perché la fiamma, assai piú forte accesa, arde sovente, e 'l cor sente lo 'ncarco de' tuoi dolci pensier, soavi lacci, pensando far sol cosa che a te piacci.

3

Cantando adunque, tu serai, Apollo, con la sonante lira e' be' crin d'auro soavemente sparsi intorno al collo, solo mio lume e mio solo tesauro. La penna prendo, e sol per te la immollo, seguendo el bello stil del verde lauro: canterò, col tuo aiuto, col mio ingegno, d'un giovanetto marziale e degno.

4

Or, cominciando la pietosa istoria, Guglielmo re di Sicilia secondo fu uomo savio, degno e d'alta gloria: ebbe sol dua figliuol felici al mondo: el primo mastio fu, e gran vittoria molte volte ebbe, Ruggieri el giocondo chiamato; e l'altra femina, che, nata seconda a lui, Costanza fu chiamata.

5

Questo Ruggier, morendo innanzi al padre, lasciò un figlio chiamato Cerbino; el qual, crescendo e mostrando leggiadre tutte sue opre, ancor sendo piccino, usando assai colle armigere squadre, venne magnalmo, grato e peregrino, non solamente in Sicilia mostrando la fama sua, ma per tutto volando.

6

La quale andò per tutta Barberia e in altre parti assai, ch'io ho a contare, della sua gentilezza e valentia, che in ogni loco, e per terra e per mare, si parla di sua possa e gagliardia; e, come vòlse la fortuna fare, andò la fama sua alla figliuola del re, piú bella che rosa o viola.

7

Questa del re di Tunizi era figlia, di vertú piena, ma piú di bellezze, tanto ch'al suo Cerbin la s'assomiglia; la qual sentendo sue dive fortezze, Amor, che 'l cor gentil libero piglia, accozza insieme le dua gentilezze; qual fu l'una Cerbino e la su' amanza, che di beltade ogni altra donna avanza.

8

Udiva spesso di lui ragionare ella, che generoso core avea; e, come Amore e Vener seppen fare, la freccia avvelenata al cor giugnea alla giovane dama, che chiamare volle merzé per Dio, ma non valea; e però innamorata e assai penosa rimase, e non pensando ad altra cosa,

9

se none al suo gentile e bel Cerbino. Ma la fortuna talvolta pietosa favorevole fu al pellegrino amor di quella, qual non ha mai posa; ché, sendo sparsa per ogni camino sua fama, sua bellezza gloriosa, spesso laudare udiva il giovanetto, che giá l'aveva scolpita nel petto.

10

L'un giorno piú che l'altro ragionare sente del suo leggiadro e terso volto: aimè Cerbin! tu non puoi riparare, e legato ti se', dove eri sciolto! Che farai dunque, se non sospirare? E 'l libero piacer t'è suto tolto! Non val tua forza contro alle catene di Amor, ma sempre accrescerà le pene.

11

Ma, come e' fa che assottiglia lo 'ngegno a l'anime che a lui son sottoposte, faccendol sempre piú alto e piú degno ed esser presto e pronto alle risposte, cosí mandò Cerbino un certo segno per un fidato servo, el qual per coste e piagge e piani e monti andò a Tuníssi, dov'è la figlia del re, come i' dissi.

12

El qual le fece la grata imbasciata. Pensi ciascun se questo l'ebbe caro! E piú che mai di lui si fu infiammata, veggendo e conoscendo a punto chiaro ch'egli era, com'è lei, innamorata. Partissi alquanto il suo tormento amaro, ed al servo donò piú roba e veste, perché portassi le 'mbasciate preste.

13

E cosí si partí lo 'mbasciadore, e tornossi a Cerbino, e sí gli disse come la donna gli avea posto amore, e quel ch'avea recato da Tunisse, dicendo stessi con allegro core. Or da Palermo par che si partisse, perché Cerbin d'aver sua grazia brama, sí che rimanda el valletto a la dama.

14

E mandògli una prieta preziosa tanto leggiadra e bella, che stimare non si può sua bellezza valorosa. Partissi el servo, e senza piú penare all'alta donna ne portò ogni cosa; e poi piú volte v'ebbe a ritornare, lettere e gioie e 'mbasciate portando, andando quella spesso visitando.

15

Cosí le cose in questo modo andando, e forse piú ad agio ancora assai che bisognato non sarebbe, e stando affritto l'uno amante e l'altro in guai, tempo aspettando che venissi, quando el padre suo, quale era vecchio omai, la figlia maritò al re di Granata: ond'ella fu di questo isconsolata,

16

pensando quella che non solamente el suo amante a lei s'allontanava, ma quasi tolto gli era; onde, dolente piú che altra donna, assai si lamentava: piangendo spesso dolorosamente e sospirando, el suo Cerbin chiamava, dicendo:—Ormai non ho speranza alcuna, po' che 'l destin m'è contro e la fortuna!—

17

Piange el pudico petto e non raffrena di sospirare, e dice:—Oh fère istelle! oh destino aspro! oh sventurata Eléna! oh membre nate al mondo meschinelle! oh lassa a me, che 'ntollerabil pena porterò sempre! ahi sventurate quelle che maritate contro al lor volere son, senza in gioventú prender piacere!—

18

Dall'altra parte, inteso avea Cerbino di questo maritaggio, onde dolente n'era, maladicendo el suo destino, che tolto gli ha la sua dama piacente; e tanto s'allungava al suo confino; e pur pensava che se per niente avvenisse ch'ella andasse per mare, quella per forza rapire e rubare.

19

Ma 'l savio re di Tunizi sentito avea di questo amore alcuna cosa: teme el passaggio non fussi impedito e tolta quella che mandava sposa; perch'e' conosce ben Cerbino ardito e sapea sua fortezza valorosa, e come non avea paura alcuna, né uom teme che sia sotto la luna.

20

In questo, 'l tempo giá era venuto ch'ella a marito ne doveva andare: el padre suo, quale era vecchio e astuto, al re Guglielmo mandò domandare che 'l passaggio gli fussi conceduto, dicendo a punto quel ch'aveva a fare: come non fussi da lui impedito né da Cerbin, quale era tanto ardito:

21

che gli dovessi dar la sicurtá che niun per lui nol potessi impedire, quando la figlia a marito n'andrà. El re Guglielmo, che era vecchio sire ed era savio e di somma bontá, e non aveva mai udito dire del bel Cerbino e suo innamoramento, però di tal sicurtá fu contento.

22

Ed in segno di ciò mandò un guanto al gran re di Tunizi, el quale, avuta la sicurtá, fece fornire intanto una gran nave e bella, e fu empiuta di quel che bisognava d'ogni canto, per su mandarvi la figlia saputa: al porto di Cartagin fu fornita, piena di gente valente ed ardita.

23

Cosí fornita, altro non aspettava se non el tempo per mandar la figlia in Granata, ove dolorosa andava. Ma pur, come fa Amor che la consiglia, sapeva a punto quel che s'ordinava; vedeva apparecchiar la sua famiglia: onde un suo servidore occultamente mandò a Palermo al suo Cerbin piacente,

24

dicendo da sua parte el salutasse, e che dicessi che infra pochi giorni e' bisognava che in Granata andasse, e che mai piú convien ch'ella ritorni; e che 'l pregava che s'apparecchiasse di mostrar suo' costumi e modi adorni; e se era, come si diceva, forte lo dimostrassi innanzi la sua morte.

25

Cerbino, inteso el mandato valletto, fu di vari pensieri inviluppato, sapiendo a punto che, per piú dispetto, Guglielmo, l'avol suo, aveva dato la sicurtà al re.—Oh maladetto fato—dicea,—che sempre mi se' stato contro ogni mio piacer, ogni mio bene, crescendo sempre a me piú doglie e pene!

26

Se la mia vaga luce e dolce speme ch'io conquisti el suo volto m'ha pregato, ah lasso! che farò? Chi ama teme. Sarò io mai di tanto amore ingrato? Sospira el core e l'occhio plora e geme, e l'un pensier mi combatte dallato, e dice:—Segui quel che vuole Amore;— l'altro:—Tu farà' contro al tuo signore!—

27

Pur, dopo lungo spazio, el suo pensiero fermò di seguitar l'ardente amore. Onde e' si mosse; e per ogni sentiero cavalcò a Messina, e con furore fe' ragunare ogni buon cavaliero, come chi segue amor, vittoria, onore. Tutti suo' amici ed uomini valenti, usi in battaglia e forti combattenti,

28

per terra ed acqua, forti ed animosi, volse Cerbino, e' miglior che trovava, valenti in tutti e' fatti bellicosí, sí come a far tal cosa bisognava. Cosí, forniti questi uomin famosi, duo sottili galee subito armava; e su vi misse tutta questa gente, e lui armato ancor com'uom valente.

29

E sopra la Sardigna fu andato, quivi avvisando ch'e' dovea passare la nave grande; onde si fu fermato, ché vuole Elena sua bella aspettare. E, non essendo però molto istato, avendo gli occhi un dí sospinti al mare, vide la bella nave comparire, dove è la dama, e inverso sé venire.

30

Con poco vento quivi sopravenne appresso a punto dove e' l'aspettava; onde Cerbin felice allor si tenne, e inverso la sua gente si voltava, cominciando a parlar con dir solenne, però che Amore è quel che gl'insegnava: del suo 'nnamoramento prese a dire alto sí, che ciascun lo può sentire:

31

—O voi, signori ed uomini valenti, e' qua' siete in battaglia prodi e forti, animosi, feroci, alti e potenti, credo ciascun di voi sappia in che sorti sia chi è innamorato e in che accidenti, ché sente el giorno mille e mille morti: e però piaccia a voi di me udire, e la volontá mia di poi seguire.

32

Non credo al mondo sia uomo mortale, che possa avere in sé virtú nessuna, se in lui non regna l'amor naturale: onde io non mi dorrei della fortuna né d'amor, ch'è'l mio signor principale, perch'io non ho inver' lui ragione alcuna, avendo quel, come signor giocondo, donato a me la bellezza del mondo.

33

Onde nessun di voi maravigliare non si dee s'io sono innamorato, perché da questo iniun si può guardare. Uomini saggi e valenti ha legato, che giá fecion tremar la terra e 'l mare: poi, da quel cieco fanciul faretrato restati presi, sono ognun prigione, Èrcole giá e 'l saggio Scipione.

34

Cosí legò Teseo ed Adriana; Piramo e Tisbe die' feroce a morte, andando quegli alla bella fontana; cosí fu preso quello Achille forte, Lancilotto, Tristano, Isotta umana, Medea e gli altri, che per crudel sorte furon presi da lui senza guardarsi, perché da questo ignun non può aiutarsi.

35

Amor traea da lo 'nferno Plutone per Proserpina, e Leandro per mare andò notando, e lo ingiusto Nerone non si curò la crudeltá usare, Alemena bella con Anfitrione, ed altri assai, ch'io vi potrei narrare, de' quali Amore ha fatti giá dolenti, uomini degni, famosi e valenti.—

36

Non bisognava far questo sermone al bel Cerbin, però che i messinesi avevon fatto deliberazione, della rapina vaghi e bene accesi, di non fare a Cerbin contradizione. Risposon tutti che n'eran cortesi; e, fatto nella fine un gran romore, sonan le trombe con molto furore.

37

E, preso l'arme lor, vogando forte, detter de' remi in acqua, ed alla nave giunson, dove eron l'altre genti accorte, dove fia la battaglia iniqua e grave. Cerbino allor, per far parole corte, parlò, dicendo a quelle genti brave: —O voi mi date 'l padron prestamente, od io farò ciascun di voi dolente!—

38

Eran certificati e' saracini chi fussin questi e perché tale impresa avessi fatto Cerbin co' messini: onde son tutti armati alla difesa, e cominciaron con aspri latini a voler dichiarar questa contesa. Tutti, pien d'ira e di sdegno e dolore, chiamon Cerbin villano e traditore,

39

dicendo:—Ah, vil poltrone e disleale, che fai contro alla fede del tuo re e l'avo tuo, Guglielmo, naturale, el qual la sicurtà buona ci die'! Or tu ci assalti; ma forse tal male potrebbe ancor ritornar sopra a te: ché ben sappiamo a punto il tuo pensiero; ma verrá invano ogni tuo disidèro.—

40

E, per chiarezza piú, mostrarno el guanto del re Guglielmo, el qual per sicurtá mandò al re di Tunizi; e pertanto negando che Cerbin mai nulla ará che in sulla nave fussi, ma che tanto potrebbe far, se la conquisterá; che, per battaglia vinti, allor potrebbe pigliar la donna e quel che gli parrebbe.

41

Ma Cerbin, che la dama avea veduta sopra la nave piangendo sedere, assai piú bella sendogli paruta che non pensava, onde n'ha gran piacere, e cogli occhi guardando la saluta, e pargli el ciel, non che la terra, avere; poi che si vede presso el suo disire, intra se stesso incominciò a dire:

42

—Amor, tu m'hai per sempre oramai preso;Amor, da te io non mi posso atare;Amor, tu m'hai colle tue fiamme acceso;Amor, tu mi vuoi sempre consumare;Amor, per quel ch'io ho da te compreso,Amor, tu vuoi di me gran pruova fare:i' son contento, e sempre sarò fortead ubbidirti infino a la mia morte.

43

E, se ciò non facessi, el piú ingrato uomo, ch'al mondo sia o fussi mai, esser potrei da ciaschedun chiamato a non amar colei, che me ama assai: ella non m'ama, ch'ella m'ha legato con forti lacci, ond'io, misero! in guai i' mi starò in fuoco ardente e in fiamma fin ch'io arò di mia vita una dramma!—

44

E dubitava assai che qualche iddea non fussi questa, e venuta soave appresso a sé ed a la sua galea, e postasi alla poppa della nave: onde che Amor sí forte l'accendea, che non curava le parole grave; anzi non ode le grida e 'l romore, ma sempre piú che mai gli cresce el core.

45

E, quasi vòlto alla nave con ira, disse alla gente con aspre parole: —I' vo secondo che la ruota gira, la qual m'ha posto a punto innanzi al sole, e qui ha messo lo sguardo e la mira, e parmi che partir mai non si vuole, fin ch'io non ho colei, che sola bramo e sopra ogni altra cosa al mondo l'amo.

46

E, perché el guanto testé mi mostrate, io non ho al presente qui falconi: dunque contento i' son che vel pigliate, ch'io farei per costei mille quistioni: questo è amore, e lui di ciò incolpate. E perch'io non vi faccia altri sermoni, ognun di voi da me si scosti e guardi, che si fará per voi l'esser gagliardi!—


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