SECONDO CANTARE

1

Divina Maestá, superna Altezza, da cui le grazie vengon tutte quante, prestami grazia con tanta fortezza, ch'i' possa seguitar di Gismirante e della dama adorna di bellezza, che gli fue tolta per dormire avante da l'uom selvagio, che la porta via, com'io vi dissi nel cantar di pria.

2

Vo' sapete, signori e buona gente, che molte cose si facien per arte, ed io v'intendo nel cantar presente di raccontare quie alcuna parte, che per darvi diletto chiaramente di novitá, cercando vo le carte, e quel, che piace a me, vi manifesto; e torno a Gismirante, che s'è desto.

3

E, non trovandosi al capo colei per cui e' s'era afaticato molto, con gran sospiri piange e dice omei, dandosi spesso delle man nel volto; e dicea:—Iddio, ben saper vorrei, almen saper chi tanto ben m'ha tolto.— Afogato si saria veramente se non che la fata gli tornò a mente.

4

E, cavalcando verso quella fata, dove promesso avie di ritornare; ed e' trovò un'acqua ismisurata, che niuno uomo nolla può passare; ed e', come persona disperata, si voleva in quel fiume afogare. Ed eccoti venuto a lui il grifone, ch'egli avie liberato dal dragone.

5

E come que' che per arte parlava, diceva:—Cavalier, montami adosso;— ed egli, udendo ched e' favellava, meravigliossi, e tutto fu riscosso; per disperato adosso gli montava, pensando ch'egli il gittasse nel fosso; e 'l grifone il passò dall'altro lato, e puosel giú, e fussi dilungato.

6

Ed egli andò tanto cosí a piede, ch'a quella fata fu giunto presente; e quella fata volentier lo vede; po' lo domanda di quel convenente; ed e' rispuose:—Dama, in buona fede, che fo di ciò ch'io acquistai presente?— Ed ella, che sapea, disse:—Tu l'hai perduta sí che mai non la riavrai.

7

Ma, stu vuoi istar meco, amico mio, piú ch'altro al mondo ti farò contento.— Ed e' le disse:—Per l'amor di Dio, a racquistar la donna i' ho lo 'ntelletto.— Ella, vedendo il suo fermo disio, puose da lato ogni suo intendimento, e disse:—Sapi ch'ell'è in cotal parte con un selvagio, ch'è fatto per arte,

8

e'n un castello di metal dimora, ch'è sanza porta, entrata molto ha presta, con quarantatré dame, che di fuora ha conquistate per arte si destra; or te ne andrai in su la cotal ora, e' sará fuori, ed ella alla finestra, e di' che facci tanto per ingegni che l'uom selvagio dov'ha 'l cor le 'nsegni.—

9

E Gismirante con un buon cavallo entrò in cammino, e prese a cavalcare, tanto che giunse al castel del metallo. E l'uom selvagio er'ito a procacciare. A poco istante vide sanza fallo la damigella alla finestra istare, la qual parlava con parole iscorte: —Fúggiti tosto, se non vuo' la morte.—

10

E Gismirante con molto valore, come insegnato gli aveva la fata: —Fa' che tue sapi dove tiene il cuore questo malvagio, che mi t'ha furata.— Ed ella gli rispuose:—Tanto amore mi mostra piú ch'a l'altre ogni fiata, saperò bene il vero manifesto.— Ed imboscato esso si fue presto.

11

Tornando l'uom selvagio, e la donzella gli cominciò a mostrar grand'allegrezza, ed e', che la vedea cotanto bella, si dilettava della suo bellezza. E, cosí istando insieme in braccio d'ella, disse:—Amor mio, venuto m'è vaghezza di saper dove il tuo cuore si posa, per adorarlo sopr'ogn'altra cosa.—

12

Rispuose l'uom selvagio:—I' t'amo tanto, e lo mio amore a te ho dato intero, al tuo piacer son dato tutto quanto; e del mio cuor ti conterò lo vero.— Sí come un uom che di malizia ha vanto, le fe' vedere il bianco per lo nero, dicendo, e mostrando una colonna: —Qui dentro è il cuor di chi t'ha fatto donna.—

13

E la donzella savia ed insegnata alla risposta sua niente crede; ma tutta notte istette inginocchiata, mostrando d'adorarlo in buona fede, e l'uom selvagio ridendo la guata, e che l'adori veramente crede. Ma, quando assai durato ebe, dicía: —Deh! tue adori invano, anima mia.—

14

Ma, poi ch'io vegio il tuo animo puro, dov'e' il mio cuor saprai a questo tratto: —Sapi ch'egli è in luogo sí sicuro, ch'offender non si può in niuno atto, che 'l guarda un animale fiero e duro, per arte e per incantamenti è fatto, e quel si chiama il porco troncascino, ch'a Roma signoreggia ogni camino.

15

E, benché morto fusse l'animale, chi l'uccidesse arebbe fatto invano, perch'una lepre sopranaturale gli uscirebbe di corpo a mano a mano; e, benché morta fusse, ancor non vale, ch'un paserotto ha 'n corpo vivo e sano. il qual tiene il mio cuore alla sicura: or vedi ben s'i' debo aver paura.—

16

E, cosí ragionando, apparve il giorno, e l'uom selvaggio uscí fuori a cacciare, e Gismirante al castel fe' ritorno, in su quell'ora ch'egli il vide andare. La damigella col bel viso adorno dalla finestra li prese a parlare: —I' ho saputo ciò che vuo' sapere, ma tutto il mondo nol potrebbe avere.—

17

Ed ebegli contato a motto a motto de l'uom selvaggio come detto avea, e poi gli disse:—Pártiti di botto, e non ti dar di me malinconia.— E Gismirante face gran corrotto, non sapiendo pigliare alcuna via, sí ch'ella tornò dentro isconsolata e Gismirante ne tornò alla fata.

18

E disse, sí com'egli avíe sentito, del porco troncascin, dalla donzella. Disse la fata, quando l'ebe udito: —Non ragionar mai piú di tal novella, ché non potre' con lui, tant'è ardito, se' milia cavalieri armati in sella, che de' roman gran tempo s'è pasciuto, perché a forza gli dánno tal trebuto.—

19

Ed egli, udendo quel ch'ella dicea, piú volte sospirando disse:—Omei!— ma pel gran ben ch'a la donna volea, disse:—Io intendo di morir per lei.— E con sospiri molti le dicea: —Sievi raccomandato i fatti miei, perch'io credo ben provar co' l'armi: s'e' mi bisogna, piaciavi d'atarmi.—

20

Quella, vedendo suo perfetto amare, gli disse allora:—Va' sicuramente.— Ed e' si mosse sanza dimorare, sí come pellegrin subitamente, e tanto forte prese a caminare, che giunse a Roma il cavalier possente, e giunse in corte dello imperadore, per le iscale va verso il senatore.

21

Trovò a mezza iscala un cavaliere, e 'n carità, per Dio, gli fe' domando; ed e'gli disse:—Sozzo poltroniere! come va' tu in tal modo gaglioffando? Ma vuo' tu meco istar per iscudiere?— Ed e' gli disse:—Sie al tuo comando. Ed e' gli disse:—I' ti farò insegnare a servire innanzi e a cavalcare.—

22

E Gismirante disse:—In veritade, ch'i' so ben cavalcare e ben servire.— Ed e', vedendo ch'egli avie bontade, fégli trar la schiavina e fél vestire. Ed e' pareva pien di nobiltade e appariscente sopr'ogn'altro sire; e, po' che in ben far fu conosciuto, piú ch'altro in corte era caro tenuto.

23

E cosí istette dimorando alquanto. Un giorno ch'e' si stava per la corte, ed e' sentí levare uno gran pianto; onde dimanda di sí fatte sorte. Ed un gli disse:—Egli si piagne tanto, perché lo 'mperador manda alla morte al porco troncascino un suo figliuolo, di che tutta la corte n'ha gran duolo.—

24

Parlava Gismirante immantanente a quel barone, sí parlava iscorto: —Or ben vi dico che la piú vil gente che sia nel mondo hano averlo morto.— Disse il baron:—Tu erri fortemente, e dico io che tu ragioni il torto, ch'egli è per arte fatto in tal maniera, che come il diavol percuote la sera.—

25

Rispuose Gismirante:—S'i' avessi buon'arme e buon cavallo in mie podésta, vômi obrigare, s'io no l'ucidessi sanz'altro aiuto, di perder la testa.— Mostra che quel baron sí lo intendessi; andò all'imperadore, e non fe' resta, e disse come si era vantato. Lo 'mperadore ebe per lui mandato,

26

e sí gli disse:—Vedi che m'è detto che tue ti vanti della cotal cosa, se 'l vanto tuo vuo' mettere in effetto, i' ti darò mie figlia per isposa.— Allor rispuose il nobil giovinetto: —I' non vogli'altro ch'arme poderosa.— Disse lo 'mperador:—Arme e destriere ara' miglior che avesse cavaliere.—

27

E fe' venir quant'arme in corte avea, dicendo:—Prendi la qual piú ti piace;— ed e', provando, tutte le rompea dicendo:—I' vogli'arme piú verace.— Lo 'mperador vede quel che facea: disse:—In costui ha forza molto aldace.— E fe' venire un'arma molto antica, che quattro la portavan con fatica.

28

E Gismirante, dell'arme contento, disse:—Dov'è il caval ch'io debo avere?— In suo presenza venner piú di cento; ei li provava col suo gran potere, che montandovi su con valimento, pur colle cosce gli facie cadere; e disse:—Imperador, fate che venga, se ci ha miglior caval che mi sostenga.—

29

Disse lo 'mperadore:—I' n'ho ben uno, che mangia per condotto e sta in catene, che sopra gli altri è forte e di pel bruno. Fusse chi lo sellasse, arestil bene; ma ne la istalla none andrebbe niuno, perché gli ucide ch'inanzi gli viene.— E Gismirante vi si fe' menare, e giunse a lui, e cominciò a gridare.

30

Il cavallo diede una tale iscossa, perché non era usato a quelle istrida, che tutta ruppe la catena grossa; e Gismirante verso lui si fida, e diedegli col pugno tal percossa, che 'nginochione in terra si rannida, e lasciossi imbrigliare e por la sella, e menar fuor com'una pecorella.

31

Quando lo 'mperador l'ebe veduto in su quel fier cavallo, e tutto armato, disse:—Costui debe esser pro' e saputo, e 'l piú prod'uomo ch'al mondo sie nato.— Mandò per lui e disse:—I' son pentuto: i' non vo' che tue vadi a tal mercato; il mio figliuol vo' mandare a morire, anzi che perder te, c'ha' tanto ardire.—

32

E Gismirante gli disse:—Messere, questa battaglia non si può stornare.— Ed e', vedendo pure il suo volere, subito fe' tutta suo gente armare. Ed e' parlò:—Egli è contra 'l volere;— disse:—Signor, per Dio, lasciami fare: ché, se bisogna, fa' che sien con teco, socoreranti; ma non vo' sien meco.—

33

Lo 'mperador col populo romano con Gismirante uscir fuor della terra, e tanto caminâr che, di lontano vidon la fiera che facíe tal guerra, e Gismirante rimase nel piano tutto soletto, se 'l libro non erra, e gli altri tutti andâr su le montagne, e molta gente Gismirante piagne.

34

Mostra che 'l giorno era nivicato il cavallo e 'l baron coperto a bianco, ed il porco a guatare era abagliato, e giace in terra come fusse istanco; e Gismirante, il damigel pregiato, e come cavaliere ardito e franco, accomandossi a Dio, e colla lancia percosse il porco; e ferí 'l nella pancia.

35

E, quando il porco si sentí fedito, ruppe la lancia, e rizossi sú destro: inverso Gismirante ne fu ito, come demonio feroce ed alpestre; e Gismirante col brando forbito si difendea da lui, come maestro, e in sulla schena un tal colpo gli dava colla sua spada, ma nollo accarnava.

36

Onde pensò fargli fare una corsa, per sangue che gli uscía della fedita, dicendo:—In prima che da lui sie morso, il porco, credo, lascerá la vita.— Ma, come un cane ch'assalisce l'orso, correva il porco colla testa ardita; e quella gente, vedendol venire, per téma incominciâr tutti a fuggire.

37

Il porco giunse, e subito gli tolse a pezzi a pezzi tutta l'armadura: levando, quel cavallo i calci porse, tale che cade in su la terra dura. E Gismirante col caval si volse; il porco al petto del caval si tura e quantunque e' ne prese colla branca, menollo a terra della spalla manca.

38

E Gismirante incominciò a chiamare l'aiuto della fata a mano a mano, ed e' sentí una boce gridare: —Saltagli adosso col coltello in mano, conciosiacosaché non può scampare, dágli nel fianco lá dov'è piú sano.— Ed e' si rincorò, e molto isnello gli saltò adosso, e diègli del coltello.

39

E, come piacque alla fata gentile, che gli avíe tolto la forza e la lena, il porco cominciò a diventar vile, perché del sangue avíe vòto la vena, e Gismirante giá non gli era umíle, dandogli per lo fianco e per la schena, tanto che 'l porco cade in terra morto, onde a sparallo fue presto ed accorto.

40

E' non poté isparar sí pianamente, che non uscisse la lepre gioiosa, e none istette di correre niente insin ch'andò nella selva nascosa. Dicea Gismirante:—Omè dolente, or ho io fatto nulla d'ogni cosa! O gentil donna, che mi suo' atare, a questo punto non mi abandonare.—

41

E l'aguiglia ch'egli avíe pasciuta, com'io vi dissi nell'altro cantare, subitamente a lui fu venuta onde la lepre non poté campare; e, come negli artigli l'ha prenduta, a Gismirante l'ebe a presentare. Disse:—Il servigio non si perde mai tu mi pascesti, e or merito n'arai.—

42

Po' si partí, e Gismirante spara la lepre come savio, pro', e dotto, dicendo:—Tu mi gosti tanto cara, ch'i' non vo' che mi sfughi il passerotto, e parte che face la ragion chiara, per la bocca gli uscí l'uccel di botto. —Oimè lasso!—disse Gismirante— che 'l mio sapere non vale un bisante.—

43

La lepre gittò via il cavaliere, vedendo il passerotto volar via, e sí dicea:—Omè no' m'è mestiere pensar di riaverlo in vita mia.— Ed eccoti venir quello sparviere, che quel baron da' pruni isciolto avea, e prese il passerotto vivo e sano, a Gismirante sí lo mise in mano,

44

dicendo:—Cavalier, ben t'ho renduto buon guidardon di quel che mi facesti, quando tra' prun mi trovasti caduto, che come gentiluom tu mi sciogliesti: però il servigio e' non è perduto, che a me, cavalier, far mi volesti; e magiormente sarai meritato da piú possenti;—e fussi dileguato.

45

E Gismirante, i piè legato e l'ale al passerotto, e' miseselo allato, e tornò al suo caval, bench'avie male, e destramente su vi fu montato: e lo signor di Roma imperiale colla suo gente a Roma è ritornato, e 'l porco troncascin lasciò isparato, onde il barone a Roma fu tornato.

46

Lo imperadore e la suo gente, quando sentiron la cittá lor liberata, e po' tornando que' ch'avíe col brando la libertá di Roma racquistata, incontro gli si fêr tutti armeggiando, facendo festa della suo tornata, e racettârlo co' magiore onore, che si facesse mai a niun signore.

47

E Gismirante avía tanta allegrezza, perch'egli avea quel ch'er'ito caendo, e solo di partirsi avíe vaghezza, onde allo imperador parlò, dicendo: —Santa corona, non vi sia gravezza che al presente di partir m'intendo.— Della qual cosa assai si maraviglia, perché intendeva di dargli la figlia.

48

Ma pur, vedendo la suo volontade, di molte ricche gioie gli fe' dono, dicendo:—Quanti n'ha in queste contrade con esso meco al tuo servigio sono.— E sí gli vuole dar gran quantitade di cavalieri, ma e' chiese perdono, e po' si diparti, che mai non resta, e giunse a quella fata ardita e presta.

49

Come la vide, disse:—Il passerotto i' l'agio vivo, ed hollo quie al lato.— Ella rispuose:—Se' tu istato dotto, e' ti fie pro che l'uomo è infermato: se tu lo avessi morto, baron dotto, non potresti a tuo donna essere andato; perché conviene che alla suo vita del castel mostri l'entrata e l'uscita.

50

Ma, se a colei, cui hai dato il coraggio, potrai parlar da sera o da mattina, dirai che dica ch'un medico saggio gli vuol portar perfetta medicina, e fie nicissitá che l'uom selvaggio gli mostri dell'entrare la dotrina: come se' dentro, istrigni il passerotto, e l'uom selvagio si morrá di botto.—

51

E Gismirante andò né piú né meno, sí come detto gli avea la fata: trovò la donna col viso sereno alla finestra, e fégli l'ambasciata, ed ella andò, e disse tutto a pieno ch'egli l'ensegni l'uscita e l'entrata: —Perch'un medico, ch'è di grande affare. egli vi vuol venire a medicare.—

52

Ed e' le disse:—Dolce amor mio bello,— te' questo anello ch'io porto in dito, che per virtú di questo ricco anello vedrai l'entrata del castel gradito.— La damigella subito prendéllo, gittollo a Gismirante pro' e ardito: e Gismirante l'anello prendea: allor l'entrata del castel vedea.

53

E, come dentro e' fue Gismirante, uccise il passerotto; e quel fellone mise uno strido, e po' morí davante. E quelle dame, ch'egli avie prigione, ch'eran quarantatré, e tutte quante eran di gran legnaggio lor persone, come lo vider, tutte inginocchiâro; Iddio e lui molto ringraziâro.

54

E Gismirante molto bestiame caricò d'oro e di ciò c'ha voluto. Po' fêr partenza, e gir con quelle dame a quella fata che gli ha dato aiuto. Ed ella disse:—Tutte le tuo' brame potuto ha' sodisfar, se t'è piaciuto.— Ed e' si volse a lei:—La veritad'è ciò che dite; ma non per mie bontade,

55

ma per vostra virtú, non colla spada, ho acquistata la persona e l'avere. E pognamo ched io a corte vada, dama, per voi ho ciò ch'i'ho a tenere. Deh! datemi comiato, se v'agrada, conciosiacosach'i'ho gran volere di conducer davanti a re Artúe, questa mie donna con quarantadue.—

56

Ed ella disse:—Po' che in tuo paese vo' ritornare, una cosa t'impongo, che contro a ogni gente sie cortese, e spezialmente a que' c'hanno bisogno. Ch'io sono istato a tutte tuo' difese, benché di dirlo alquanto mi vergogno, per quel che tue facesti a' tre uccelli, conciosiecosaché son mie' fratelli.—

57

Ed e' con allegrezza fe' partita, considerando a cui l'avíe fatto, dicendo:—Mentre ch'io avrò vita, la ragione aterò ad ogni patto. Quando si sente in corte la redita, il re Artúe con tutti i baron ratto incontro gli si fêr piú di se' miglia, facendosi di lui gran maraviglia.

58

Po' che le donne si furon posate alquanti giorni dopo un gran mangiare, e Gismirante l'ebe dimandate s'elle volíeno a casa lor tornare; ed elle che n'avien gran voluntate, dicieno:—Messer sí, in quanto a voi pare.— Ed e' con gente assai in quantitade tutte mandolle nelle lor contrade.

59

E que' signor, di cui le dame sono, sentendo questo fatto com'è suto, tanto contenti e tanto allegri sono, ongnun fan festa, quando l'han saputo, e ciascheduno gli mandò gran dono per merito di quello gran trebuto. Il re Artú, c'ha Gismirante in casa, domandò della dama ch'è rimasa.

60

E Gismirante disse:—Quest'è quella, di cui vidi il capello tanto biondo, signore mio—contando la novella rispuose il cavalier tanto giocondo. Ed e' rispuose:—Mai non montò in sella contento cavaliere in questo mondo, come deb'esser tu di cotal dama.— E la reina e tutte genti chiama.

61

E fecela isposare in suo presenza, e puose lui in ricca e magna altura, facendo festa con magnificenza, come conviene a sí fatta misura. E sí regnaron con benevoglienza, quanto piacque a Dio di somma altura, moglie e marito sanza aver ma' crucci. Al vostro onor questo fe' Antonio Pucci.

1

I' priego Cristo padre onnipotente, che per li pecator volé morire, che mi conceda grazia ne la mente ch'i' possa chiara mia volontá dire. E' priego voi, signori e bona gente, che con efetto mi deggiate udire, ch'io vi dirò d'una canzon novella, che forse mai non l'odiste sí bella.

2

Leggendo un giorno del tempo passato un libro che mi par degli altri il fiore, trovai ch'un cavalier inamorato fe' molte belle cose per amore, ond'io, a ciò che sia amaestrato de la prodezza sua ogni amadore, dirò di quel baron senza magagna, che fu chiamato Bruto di Brettagna.

3

Questo barone essendo d'amor preso piú ch'altro mai d'una donna valente, ardeali il core come fuoco acceso, perché celava a lei tal convenente, e, non possendo piú sofrir tal peso, rechiesela d'amor celatamente, dicendo:—I' son per far vostro disio in ogni caso, se voi fate 'l mio.—

4

Ed ella li rispose:—Po' ch'io sento il tuo volere, or vo' che 'l mio tu saccia. Se tu vòi del mio amore esser contento, d'una cosa ch'i' ho voglia mi procaccia.— Disse 'l donzel:—Dite 'l vostro talento, ché 'l non fia cosa, ch'io per voi non faccia, e' sia ad acquistar, quanto vuol, forte, ch'i' no' mi metta per aver la morte.—

5

Disse la donna:—Or vedi, cavaliere, lá dove fa lo re Artú dimoro, ha nella sala un nobile sparviere che sta legato ad una stanga d'oro. Appresso quell'uccel, ch'è sí maniere, due bracchi stan che vaglion un tesoro, la carta de le regole d'amore, dove son scritte 'n dorato colore.

6

E, stu puoi far ch'i'abia quel c'ho detto, pognam che te sia greve ad acquistare, infino ad ora ti giuro e prometto ch'altri che te giammai non voglio amare. Ed el rispose:—Questo m'è diletto. Addio, madonna, ch'i' 'l vo a procacciare!— E tanto cavalcò dopo 'l comiato, che 'n la selva real si fu trovato.

7

E, cavalcando per la selva scura, pervenne a luoghi molt'aspri e crudeli e poi, pensando sopra sua ventura, ed una damigella senza veli l'apparve e disse:—Non aver paura, ch'i'so dove tu vai, benché tu 'l celi; ma tu seristi a troppo gran periglio, se tu da me non avessi consiglio.—

8

Ed egli, udendo ciò, guardava fiso la biondissima e vaga damigella: a li capelli ch'avea dietro al viso portava d'òr legata una cordella, dicendo:—Dama, angel di paradiso, che luci piú che la Diana stella, deh, dimmi perch'io vo, se tu lo sai, e poi ti crederò ciò che dirai!—

9

Ed ella, rispondendo al suo dimando, a motto a motto tutto gli contòne com'e perché n'andava, e come e quando e' s'era mosso per cotal cagione. E Bruto disse:—I' mi ti raccomando che m'aiuti fornire mia 'ntenzione. Oh, dimmi il modo che ti par ch'io pigli, ch'io no' mi partirò di tuo' consigli!—

10

Ed ella disse:—Ben t'aterò alquanto, se per mio senno portar ti vorrai. Sappi che quel che tu brami cotanto in nulla guisa acquistar non potrai, se primamente tu non ti dá' vanto d'avere amor di bella donna, s'hai, piú ch'alcun altro cavalier che truovi, e per battaglia poi convien che 'l pruovi.

11

Ma nel palazzo non potra' entrare, se 'l guanto de l'uccel non hai primieri, e tu quel guanto non potra' 'cquistare, se non combatti con duo cavalieri, i quali son posti 'l guanto guardare, e son gioganti molti arditi e fieri Se tu gli vinci, non toccar da loro, ma spicca tu da la colonna d'oro.—

12

E Bruto disse:—Dama, i' non potrei donna nomar di tanta appariscenza. Se non ti fosse grave, ben vorrei che tu di te mi dessi la licenza.— Ed ella disse:—Fa' ciò che tu déi, ch'i' son contenta per tal convenenza.— E con fermezza d'amore il baciòe, e un destriero fornito gli donòe.

13

E disse:—E' ti convien sanza pavento cavalcare e combatter con ardire; tu ha' caval che corre come vento e meneratti dove tu vogl're.— Ed e' vi montò su con ardimento, e ringraziolla molto in suo partire, e tanto degli sproni el destrier punse, ch'a la riva d'un gran fiume giunse.

14

E, non possendo quel fiume passare perch'era cupo e d'ogni lato monte, lungo la riva prese a cavalcare, tanto che d'oro ebbe trovato un ponte, ch'era sí basso, che per l'ondeggiare l'acqua sopr'esso ispesso facía fonte. Dal primo capo un cavalier avea, armato e fier quantunque si potea.

15

E Bruto, poscia che l'ebbe veduto, il salutò co' molta cortesia e quello gli rispuose a suo saluto, ma domandollo poi perché venía. E Bruto gli rispuose:—I' son venuto per passar qui, se tolto no' mi fia. —Per passar no—rispuose quel guardiano,— ma per aver la morte di mia mano!

16

Ma, perché se' di giovanezza tale, i' ti vo' perdonar—gli disse accorto,— che ma' non arrivò in queste contrade picciol né grande, che non fosse morto; ma, perch'io veggio per sempricitade t'ha fatto pervenire a questo porto, o lassa l'arme e tutti arnesi tuoi, e vattene al piú presto che tu puoi.—

17

Rispose Bruto:—Ha' tu tanta mattezza, che credi per tuo dire i' lasci l'arme? Intendo di provar mia giovinezza contro chi 'l passo vorrà constrastarme!— Ed e' sí fo adirato e con fierezza disse:—Se tu se' stolto, come parme, da po' ch'io veggio che vò' pur morire, e tu morrai!—E corselo a fedire.

18

E di molt'arme gli tagliava adosso, ed in piú parte la carne gli afferra. E Bruto allor, sentendosi percosso, e 'l sangue suo cadere in su la terra, e la sua donna gli tornò nel cosso, ond'egli isprona il buon destrier di guerra, e ferí quel guardian sí aspramente, che per morto l'abatte di presente.

19

E quel giogante gli chiese mercede, ed egli perdonò per cortesia, e 'l suo cavallo degli sproni fiede e per lo ponte subito si 'nvia. Quando il guardian da l'altra parte vide ch'al suo compagno pur morte giungía, di forte il ponte cominciò a corlare che spesso sotto l'acqua il facía andare.

20

E Bruto, per bontá del buon cavallo, pur passò oltre per lo ponte ratto, e giunse a quel fellone quale strale, dove crollava il ponte al primo tratto, che su la testa ferí senza fallo e, per vendetta di quel ch'avea fatto, per forza il prese e nel fiume il gittòe, onde il guardian di subito affogòe.

21

E, quando egli ebbe valicato il passo ed amendue le guardie abattute, ed e' si risposò, perch'era lasso delle percosse, c'have ricevute; e 'l meglio che poté, seggendo a basso, venne curando tutte suo' ferite. Po' valorosamente, come saggio, montò a cavallo ed uscí di suo viaggio.

22

E, cavalcando il franco damigello per un bel prato tutto pien di fiori, vide un palazzo fortissimo e bello, ma no' parea ch'avesse abitatore, però che porta, finestra o sportello no' si vedea da lato né di fuori. Nel prato sí v'avea mensa d'ariento, piena di cibi e d'ogni guarnimento.

23

E poi appresso vide sotto un pino un gran vaso d'argento pien di biada, ond'egli ismonta, di coraggio fino, perché per suo destrier molto gli agrada. Trassegli il freno e puosegli all'orino, perché rodesse, poi d'intorno vada. No' veggendo persona, fra sé pensa: —Sia ciò che puote!—e fussi posto a mensa.

24

Mangiando francamente, come quello ch'avea grande bisogno di mangiare, una porta s'aperse del castello, che facea sí grandissimo sonare, che maravigliar face quel donzello; sicché ristette e volsisi a guardare, ed e' vide venire un gra' giogante verso di sé con un baston pesante.

25

E da seder non si mosse costui, ma piú che mai mangiava alla sicura. Disse il giogante, quando giunse a lui: —Che ne fa' tu costá senza paura? Queste mense son messe per altrui, cioè per gente di miglior natura. E Bruto mangia prima quanto volle poi gli rispuose:—Deh, quanto se' folle!—

26

Se queste mense son per gentil gente, ed io mi tengo ben d'esser gentile, ché 'l padre mio fu molto soficiente, e suo paese molto signorile. A la corte del re, ch'è si possente, per ch'io vi mangi, no' manca' su' stile. E son venuto per portarne meco uno isparviere che 'l re Artú ha seco.—

27

Disse il giogante:—Oh! t'inganna il pensiero, ché gran semplicitá nel cor t'abonda; che sarebbe impossibile ad avere al piú prod'uom, che è 'n Tavola rotonda; ch'è per guardia del guanto piú vedere che quel palazzo intorno non cerconda, e, se compagni avessi un centinaio, ti veterebbe il passo il portinaio.

28

Però, deh, parti, e torna in tuo paese po' che ancora non t'è la vita tolta; lassa l'arme e 'l caval, ch'a le tue spese vo' ch'abbi manicato a questa volta.— Rispuose allora quel donzel cortese: —Per cosa molto grande ora m'ascolta, ch'io, prima che per te i' torni adrieto, teco saprò se l'arme mia han divieto!—

29

Disse il giogante:—Con questo bastone io n'ho giá morti piú di cinquecento; ma, perché tu mi par troppo garzone, sí perdonava al tuo gran falimento. Ora ti dico ch'i' ho intenzione di raddoppiarti la pena e 'l tormento. Ora va', monta a caval, che 'l ti bisogna, ch'io non ti voglio a piè, per piú vergogna.

30

Rispuos'allora il valoroso Bruto: —Non piacci a Dio che io monti in arcione, ched e' sarebbe troppo gran partito combattere a caval con un pedone! Or come cavalier prod' ed ardito —disse al giogante—fa' tua difensione!— E colla ispada fiede arditamente, ma no' che sangue gli uscisse niente.

31

Disse il giogante, di niquizia pregno: —Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia!— col baston del metallo e non di legno, che lo menava come fil di paglia, e fedía Bruto con un tal disdegno, che di molt'arme addosso sí gli taglia, e feciolo per forza inginocchiare, sicché di morte e' cominciò a dottare.

32

E poi gli disse:—Po' che tanta noia t'ha fatto il primo, che fará il secondo? Tu ci venisti per acquistar gioia, i' ti farò portar di morte pondo, ché veramente convien che tu muoia, sicché mal ci venisti a questo mondo.— E la mazza levò co' gra' tempesta, volendo dare a Bruto in su la testa.

33

E, quando Bruto vidde la colonna, cioè 'l baston che 'l giogante have 'n alto, ed e' si ricordò della sua donna, e' ferí lui sopra 'l lucente smalto, sicché, per che di ferro avesse gonna, poco gli valse allo secondo assalto: e' diedegli tal colpo in su la spalla che col bastone il braccio a terra 'valla.

34

—Deh! no' mi uccider, per lo tuo migliore —disse il giogante, sentendo tal pena,— ch'io ti recherò il guanto del signore, e tu potrai intanto prender lena. —Tu mi vogli ingannare, o traditore!— rispose Bruto, e dèttegli una mena. Ed e' per téma della morte volse, e menol seco dov'il guanto tolse.

35

E, come Bruto il guanto ell'ha spiccato, e grande istrida dentro si levâro, e non vi si vedeva in nessun lato chi si facesse il pianto cosí amaro. Ed egli vettorioso torna al prato, e montò al destriero allegro e gaio, e cosí cavalcò parecchi giorni pur per pratelli di bei fiori adorni.

36

E, riguardando, vede dalla lunge il palazzo real dello re Artú, e forte degli sproni il destrier punge, tanto ch'a quella porta giunto fu; e, siccome alla porta mastra giunge, mostrò il guanto e fu lasciato ire su da dodici guardian, che disson:—Passa, ché la tua vita sará molto bassa!—

37

Signor, sappiate che secento braccia aveva di lunghezza quel palazzo, e d'ariento avea 'l tetto e la faccia e dentro d'oro le mura e lo spazzo, iscala e panca v'ha, che ciascun saccia, ch'eran d'avorio, intagliate a sollazzo e sonvi d'oro altri sette iscaglioni. Sedevi re Artú con suo' baroni.

38

E Bruto arditamente per la scala montò, pensando di tal novitade; e, quando giunse in su la mastra sala e vide il re con tanta nobiltade, con riverenza inginocchiando cala e salutollo con benignitade. E re Artú gli rendé suo saluto, benché ma' piú no' lo avesse veduto.

39

—Perché venisti a meco, in questa corte?— disse un di que' baroni in corte. Piano rispuose Bruto con parole accorte: —Venuto son per lo sparvier sovrano.— Disse 'l baron:—Per cosí fatta sorte, credo che tu sara' venuto invano! Onde ti move ardir di cheder dono, che piú di mille giá morti ne sono?—

40

Bruto, pensando di quella ch'egli ama, rispuose lietamente a quel barone, dicendo:—Lo sparvier di sí gran fama i' non dimando senza gran cagione, ch'i'ho l'amor della piú bella dama che niun altro di questa magione. E, se alcun ci è che voglia contastare, per forza d'arme gliel tolgo a provare!—

41

Rispose quel baron:—Siene a la pruova! Però ch'io vo' difendere la mia 'manza, ch'a petto a lei la tua non val tre uova, però che di beltade ogn'altra avanza. E veramente, anzi che tu ti muova, confessar ti farò co' mia possanza.— E 'n un pratello si furono armati dentro al palazzo, e furonsi isfidati.

42

E ferirse l'un l'altro co' la lancia sí forte, che le rupper negli scudi, e, poi che dato s'ebben cotal mancia, miser mano a le spade i baron drudi; e l'uno e l'altro non pareva ciancia, quando si riscontrâr co' ferri ignudi; e 'l baron per tal forza Bruto offese, che de l'elmo tagliò quanto ne prese.

43

E Bruto si ricorda su quell'ora di quella donna per cui amor fa questo, di che el rinvigorisse e risan'ora; e con la spada in mano, ardito e presto, ferie 'l baron, sí che senza dimora in su la terra cadde manifesto. Volendosi levare a questo tratto, e Bruto smonta ed uciselo affatto.

44

E poscia se n'andò ritto a la stanga e tolse lo sparvier, la carta e' cani e partendosi disse:—A Dio rimanga lo re Artú con i suoi baron sovrani!— E tutta quella corte par che pianga ch'un uom cosí gaiardo s'allontani. Lecenziato dal re, che se ne vada, vettorioso tornò a sua contrada.

45

E giorno e notte tanto ha cavalcato, ched egli giunse a la donna selvaggia, quella che prima gli aveva insignato come salir si voleva tal piaggia, e, poi che 'l suo saluto gli ha donato, ed ella gli responde come saggia: —Ben sia venuto, per le mille volte, sí fatto amante, che no' l'hanno molte!

46

E poi con baci e con abbracciamenti gran pezza il tenne, senz'altro fallace, e poi li disse:—Mò che t'argomenti di ritornare a tua donna verace?— Ed e' le disse:—Se tu te contenti, i' farò volentier ciò che ti piace.— E ringraziolla di coraggio fino, poi si partí e tornò a suo cammino.

1

Io truovo d'una donna da Milano, ch'ebbe nome madonna Leonessa, che madre fue d'Azolino Romano, che fue tanto ardito in ogni pressa. Il suo marito ha nome Capitano: di Lombardia ell'era principessa; tutta la Lombardia signoreggiava, e Toscana di lei forte tremava.

2

Ell'era sopr'ogn'altra savia e bella, e sempre avea semilia cavalieri, con i quali prendea cittá e castella o per battaglia o per falsi mestieri; e non montava cavaliere in sella, che non temesse de' suo' colpi fieri: e, se d'amor d'alcuno era richiesta, di botto gli facea tagliar la testa.

3

Cosí reggendo, venne che 'l marito, ch'era d'Italia la piú franca lancia, vennegli in cuore e grande apitito di voler visitare il re di Francia; onde si mosse, molto ben fornito, con semilia tedeschi, a non dir ciancia. Tanto cavalca, che giunge a Parigi; laonde fe' di grandi e be' servigi.

4

Il re di Francia era fuori ad oste; mandò a sua donna ch'ella 'l soccorresse. Il Capitano, udendo le proposte, le si proferse, in quanto le piacesse, con semilia tedeschi alle sue coste. La reina gli disse:—Dio 'l volesse!— Onde da la reina si partíe: dov'era il re di Francia se ne gíe.

5

E grande festa gli fe' il re di Francia, chéd amendue eran perfetti amici. De' saracin v'era la gran possanza, e tutte piene n'eran le pendici; molti cristiani v'eran per certanza, e molti cavalier v'ha da Parigi: da l'una parte e l'altra acampati, cristiani e saracin sono ischierati.

6

Vedendo il Capitan tanta puntaglia di cavalieri da ciascuna parte, di grazia chiese la prima battaglia: il re gliel concedette, onde si parte. Disse a sua gente:—Se Cristo vi vaglia, siate ben franchi, ché sapete l'arte!— Onde tosto percossono a' nimici: la prima ischiera mise alle pendici.

7

Non era in 'Tália uom tanto possente, com'era questo gentil Capitano: e' con sua forza e con sua buona gente diede isconfitta al populo pagano; e il re di Francia ancor similemente, colla suo gente del popul cristiano, a' saracini dieron tal trafitta, che per forza gli mise in isconfitta.

8

Color fuggendo e costoro incalciando, durò la caccia piú di dieci miglia. E lo re poi, a Parigi tornando, menò molti pregion con suo famiglia: e la reina ch'aspettava, quando rivide il Capitan, per mano il piglia. E', vedendosi far tante carezze, subito inamorò di sue bellezze.

9

Cavalcando con lei a coscia a coscia, non si iscopria né in fatto né in detto. Giunti in Parigi, la reina poscia il convitava co' molto diletto, ed e' sentiva l'amorosa angoscia; e, trovandosi un dí con lei soletto, richiesela d'amore: a tal cagione il fe' pigliare e mettere in prigione.

10

E po' col re tutto il fatto ragiona, laonde il re ne fue molto dolente; ma, guardando l'onor della corona, co' savi suoi si consigliò al presente. Ciascun dice di perder la persona: rispuose il re:—Non ne farò niente; ma io condanno quel vembro in due once, che le parole disse tanto isconce.

11

Po' fece il Capitano a sé venire, ed e' si venne tutto isbigottito. Il re gli disse:—Come avesti ardire di farmi oltraggio, avendomi servito? Ma tu se' degno in tutto di morire, bench'io non aggi' tuo fallo seguito; a ciò che la tua vita non s'istingua, sieti tagliato due once di lingua.—

12

El Capitano disse:—I' vi ringrazio, ch'io veggio ben ch'io son degno di morte: ma cento giorni i' v'adimando ispazio prima ch'io venga a sí malvagia sorte.— Il re lo fece di quel voler sazio; fecel rimetter nella pregion forte. Egli poi iscrisse a la sua donna ardita, com'egli era a pericol della vita.

13

Quando la donna intese le novelle del Capitan, che piú che sé l'amava, delle mani si die' nelle mascelle; subitamente in zambra se n'andava, e, non potendo immaginar cavelle dello suo iscampo, ella s'inginocchiava divotamente innanzi al Creatore, e piangendo dicea con gran dolore:

14

—O Signor mio, ch'a Maria Madalena tu perdonasti, non mi abandonare, ch'i' veggio ben che la fortuna mena il mio marito a mala morte fare: ma, se mi doni grazia e tanta lena, ch'io di pericolo il possa iscampare, i' ti prometto, ch'i'ho fatte assai disconce cose, ch'i' non farò mai.—

15

Cosí adorando, si fue addormentata, e dal cielo le venne in visione un angiol, che le die' questa ambasciata: —Se vuoi cavar tuo sposo di prigione, com'uom ti vesti, bene accompagnata, va' dimostrando d'esser Salamone venuto al mondo a rinovar le leggi: contrasto non truovi; i tristi correggi.—

16

Quando la donna si fue risentita, volendo il sogno mettere in effetto, di porpore real si fue vestita, e dice ch'era Salamon perfetto; e la voce d'intorno ne fu ita per Lombardia e per tutto il distretto, sí come Salamone era venuto: e per piacer di Dio era creduto.

17

Apresso, tolse di tutte le chiese di libri raunò some trecento, e mille preti vecchi del paese vestí a nero a suo comandamento, e cento savi colle menti accese pieni d'ogni iscienza e 'ntendimento, e mille cavalier, sergenti e fanti, che gramatica sapien tutti quanti.

18

A' preti comandò che per camino cantasson sempre l'uficio de' morti per rimembranza del regno divino; al qual uficio istanno molti accorti, mostrando avere il mondo a suo dimíno E perché in creder ciascun si conforti, una gran palla d'or portava in mano in sur un bianco palafren sovrano.

19

Le croci inanzi a sé mandava ritte con istendardi di zendado nero, con lettere e parole d'oro iscritte, sí com'egli era Salamon di vero, figliuol del santo padre re Davitte, da Dio mandato per cotal mestiero, per rinovar la legge al mondo guasta. E questo a credere alla gente basta.

20

Come la gente si maravigliava, non è mestieri ch'io vel dichi quici; ché tutto l'universo ne parlava, come tra loro iscriveano gli amici; e tutto il chericato ne tremava pensando perder tutti i benefici. Giunto presso a Parigi una mattina, gli si fa incontro il re e la reina;

21

e 'l vescovo con tutto il chericato si cavalcava col re sanza fallo. Quando si furon a lui appresentato, tutta la gente ismontò da cavallo; piangendo di letizia, inginocchiato, cominciâro il re e gli altri a salutallo: —Ben possiate venir, Santa Corona!— Ed e' saluto non rende a persona.

22

Cui Salamon mirava punto fiso, accetto sel tenea piú ch'uom vivente, e di letizia si segnava il viso e sí diceva umile e riverente: —Egli è venuto ben dal paradiso, tanto ha l'aspetto angelico e piacente!— Giunto in Parigi, come gli fue a grado, col vescovo ismontò al vescovado.

23

E 'n sulla mastra sala fece fare una gran sedia con sette iscaglioni: su vi sedea, e a' piè fece istare i gran maestri, i preti ed i baroni; e fece intorno a sé ingraticolare, empier la sala di libri e' veroni. Po' venne un prenze: com'egli ha ordinato, venne dinanzi a lui inginocchiato.

24

—Mercé, per Dio! Il re tiene in pregione, benché questo dovete voi sapello, nostro signor ch'elli ha 'n condennagione: a tal condennagion facciamo apello.— Vedendo ciò, comandò Salamone che comparisse il re di Francia ed ello. Temendo, il re comparí a mano a mano: apresso menò seco il Capitano.

25

Vedendo Salamone in suo presenza il Capitan con la catena in gola, dinanzi a sé fe' legger la sentenza: "Due once—dice—sia tagliata sola". Salamon parla e disse:—In mia presenza faglici tagliare, parl'io tal parola, due once, come tu condennato hai; ma, se fie piú o men, la romperai.—

26

Ed e' rispuose:—Corona beata, vo' conoscete piú che non fo io; o vaglia o no la sentenzia ch'è data, vo' ch'ella si cancelli, o signor mio.— Salamon la parola ha incorporata; fégli trar carta e assolver ogni rio, e poi apresso gli comandò, e disse che inanzi a lui ogni dí comparisse.

27

E vo' che voi sappiate, o buona gente, ched egli il fece suo procuratore; ed egli e gli altri credean certamente ched e' fusse mandato dal Signore qua giú in terra da Dio 'nipotente, per liberar del mondo alcun errore. E, poi che alquanto e' si fue riposato, Salamone dal re prese comiato,

28

dicendo:—E' mi conviene andare a Roma a correggere il papa e' cardinali, ch'a' cherici porrò sí fatta soma, che in loro vita e' no l'ebber mai tali sí ch'ogni chericato sí si noma, per me' fuggir, vorrebbon mettere ali.— Onde si parte: il re l'accompagnava quel che gli parve, e poi indreto tornava.

29

Come partissi, i preti parigini, a l'uscir fuori, sí com'io intendo, gli presentâr trentamilia fiorini e trenta palafren, s'i' ben comprendo. Gli ambasciador parlârgli in ta' latini, e 'nginocchiârsi e', cosí dicendo: —Vi manda di Parigi il chericato, perché voi non guardiate in lor peccato.—

30

E Salamon, sorridendo, gli tolse e disse:—I' non avea mestier di questi!— E 'nverso lor Salamone si volse e disse:—Fate che viviate onesti;— e per quella fiata gli prosciolse. E' tostamente se n'andaron presti con allegreza e festa a casa loro: e Salamon ne va sanza dimoro.

31

Quando arrivava a castello o a cittade, i preti contro a lor non sono iscarsi: de' preti erano pien tutte le strade a presentarlo ed a raccomandarsi. E 'l Capitan con molta umilitade ogni dí andava a lui a rappresentarsi, e a sua donna iscriveva molto ispesso, ma' non pensando come l'avie presso.

32

Giugnendo Salamone in un gran piano, el Capitan correa un suo destriere, e Salamon domandò a mano a mano, benched e' conoscesse il cavaliere. Fugli risposto ch'era il Capitano. Chiamollo a sé e gli disse:—Fa mestiere, perché cavalchi tu, ch'i' non cavalco, da oggi inanzi sie mio maliscalco.—

33

E, cavalcando a lato a Salamone, il Capitan, siniscalco novello, egli il dimanda di sua condizione, s'egli ha donna o sposa per anello. —Monsignor sí—risposegli il barone— cosí potess'io diventare uccello! Che'nanzi ch'io mangiassi, i' la vedrei con i tre bei figliuoli ch'i'ho di lei;

34

però ch'io l'amo piú che criatura, ed ella cosí me, se Dio mi vaglia.— Salamon disse:—Com'è tanto dura, ch'a te non viene, essendo in tal travaglia? Ma questo è segno ch'ella non si cura della tua morte o vita un fil di paglia!— Ed e' rispose:—Caro signor fino, la testa metterei ch'ell'è in camino!—

35

Salamon disse:—Po' t'ha abandonato e te non cura di tue grave doglie, tal matrimonio rompere ho pensato, ché posso far di ciò tutte mie voglie; ed una ricca donna d'alto istato, savia e gentile, i' ti darò per moglie. Ed e' rispuose:—I' non credo che sia piú sufficiente donna che la mia.—

36

E cosí cavalcavan ragionando che presso a Roma a tre miglia arrivâro: e 'l papa e' cardinali e gli altri, quando l'ebbon sentito, incontro sí gli andâro; e 'n sulla strada insieme riscontrando, il papa e Salamon si salutaro. Dicea il papa:—Ben venga il signor mio!— Ed e':—Ben venga il vicario di Dio!—

37

E, poi ch'alquanto in Roma fue posato, il papa fece con lor concestoro, e fe' che'l chericato ivi adunato gli diede centomillia fiorin d'oro. Parlamentando il papa gli ha parlato: —I' non so quanto farete dimoro; ma io intendo che per ogni verso legge mutiate in tutto l'universo;

38

e tôrre al chericato e' benefici, e darci poi asprissima sentenza. Se riparare si può ta' giudici, provveggia in ciò la vostra sapienza.— Salamon disse:—In Dio e veri ufici vivete casti e fate penitenza, e lussuria lasciate e' buon bocconi: i' pregherò Iddio che vi perdoni.—

39

Da Roma si partí colla secura, e tanto cavalcò che giunse in Siena; lá onde il chericato per paura partire il fece colla borsa piena. E 'l chericato fiorentin procura, di sua venuta, gran gioia ne mena; incontro gli si fe' con grandi onori. In Firenze smontò a' Frati minori.

40

E riposati alquanti giorni poi, i cherci fiorentini il dimandâro: —Dicci se lo giudicio tocca a noi, o se per nostro inciampo ci è riparo.— Salamon disse allor:—Sí come voi siete principio al dolore e all'amaro, sarete i primi che il Signor superno vi manderá nello prefondo eterno.—

41

A' prior disse:—Questa vostra terra, chiamata "fior", farò che fará frutto; ma, prima che sia, se'l mio dir non erra, dovizia avrete di pianto e di lutto.— Ed il consiglio co' prior si serra: alcun dicea che volea ch'al postutto e' fusse presentato riccamente: chi n'era lieto, e chi n'era dolente.

42

In ringhiera levossi un calzolaio e disse:—Io dico ch'al signor reale non si die tanto che vagli un danaio, po' ch'egli il manda il re celestiale; ma, se ognun vuole istare allegro e gaio, pigliamo il bene e lasciamo ogni male, e'l Signor ci dará stato perfetto.— Ciascun rispose e disse:—Egli ha ben detto.—

43

Partissi Salamone e andò a Gagliano, la sera se n'andò sanza menzogna: e riguardando intorno il Capitano conobbe ch'era il camin di Bologna. E parlò e disse:—Signor mio sovrano, licenzia v'adimando con vergogna, ch'io possa ritornar in mio paese, ché mio nimico è il popul bolognese.—

44

E Salamon allora prese a dire: —Di questo fatto il miglior prenderemo: quando tutta la gente fie a dormire verrai a me, e ciò consiglieremo.— Quand'e' fu tempo, ed e' per ubbidire andò a lui nella cambera; allo stremo d'andare a letto, trovò Salamone ignuda, e disse:—Ben vegna il barone.—

45

E poi la man sulla spalla gli ha messa, e disse:—Come ha nome la tua sposa?— Ed e' rispose:—Ha nome Lionessa, ch'i' bramo di veder sopr'ogni cosa.— E' disse:—Guarda s'io somiglio ad essa;— ed e' guardò con faccia vergognosa, po' disse:—Signor mio, santa Corona, veder mi par la mia donna in persona.—

46

Disse 'l barone:—A mente non mi reco se non che siete della santa fede, ché corpo uman non potrebb'aver seco tanta biltá quanto Iddio vi concede.— Diceva Salamon:—Or, com'è cieco chi non conosce il suo, quand'egli 'l vede; ch'i' son tua donna e tu se' mio marito.— Ed e' per gioia cadde tramortito.

47

Come fu risentito di presente, subitamente s'andâro nel letto, ed abbracciâr l'un l'altro istrettamente e tutta notte stettero in diletto. Al mattin Salamon tutta sua gente accomiatò, dicendo:—I' son costretto d'andare al paradiso luziano, dove non può venir niun corp'umano.

48

Contento di bon' ar' ciascun si parte, e Salamon, ch'avíe mutata gonna, secondamente che dicon le carte, tornò a Melan vestito come donna. Come fu giunto, scrisse in ogni parte, insino al papa, del mondo colonna: "Nel paradiso luzian mi ritruovo, sí come piace a Dio, per cui mi muovo".

49

Ad ogni chiesa suo' libri rendette, e conobbe da Dio grazia infinita. Enfin ch'al mondo col marito stette, si fêro insieme santa e buona vita, e chiese e monester fêr diciasette; ed ebbon paradiso alla partita, alla qual ci conduca il Salvatore.— Antonio Pucci il feci, al vostro onore.


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