1
Superna Maiestá, da cui procede ciò che nel mondo dá ogni sustanza, e sei cortese a chiunque ti chiede divotamente con fede e speranza; umilemente ti chieggio mercede che doni grazia a me, pien d'ignoranza, ch'io rimi sí la presente leggenda, che tutta gente diletto ne prenda.
2
Avendomi io, signor, posto nel core di non perder piú tempo a far cantare, un libro, che mi par degli altri il fiore, cosí leggendo mi fe' innamorare. Poi che rimato l'ho per vostro onore, pregovi che vi piaccia d'ascoltare, però ch'io credo che a la vostra vita sí bella istoria non avete udita.
3
Trovo che la reina d'Oriente fu senza pari al mondo di sapere, e non fu mai da Levante al Ponente donna che fusse di sí gran podere. El suo marito era vecchio e da niente, ond'ella si facea molto temere: era giovane e bella oltra misura, piú ch'a quel tempo fosse creatura.
4
Questa reina di grande eccellenzia era devota ed amica di Dio, vivea casta e facea penitenzia secretamente e senza nessun rio, e digiunava con gran riverenzia, perché del paradiso avíe disio. Ma, se al mondo avea alcun diletto, costei li volea tutti al suo cospetto,
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siccome s'eran canti di vantaggio ed istormenti d'ogni condizione, con cento damigelle d'un paraggio, cantavan e suonavan per ragione. Ell'eran tanto belle nel visaggio, che agnoli parean piú che persone. Questo facevan quand'ella mangiava, quando dormía e quando si levava.
6
Per guardia avea l'altissima reina mille buon cavalier pien d'ardimento, e mille turchi, gente palladina, ch'eran piú neri che carbone spento. Con questa forza e con la sua dottrina, facea sí grande e giusto reggimento, che simil nol fe' mai signor né dama, sí che per tutto'l mondo avea gran fama.
7
Quando lo'mperador di Roma intese le sue bellezze e 'l senno, ch'avea tanto, subitamente del suo amor s'accese, e pensò d'accusarla al Padre santo, acciò che a Roma andasse a far difese per ubbidienza del papale ammanto, dicendo:—S'ella viene in mia balía, quel ch'io vorró pur converrá che sia.—
8
E disse al papa:—In cotal parte regna una che fa del mondo paradiso; e, fòr di questa, ogni altra vita sdegna, mondan diletti vuol per non diviso. Se questo è vero, ella è di morte degna, e tutto 'l suo reame esser conquiso: però richieder la fate in persona che vegna inanzi a voi, Santa Corona.—
9
E 'l papa fu con tutti i cardinali, e comandò che ella fusse richesta: che comparisse in cento dí, fra' quali fatta avesse sua scusa manifesta, gravandola con scritte e con segnali, acciò che del venir fusse piú presta: che, a pena del fuoco, si movesse, come 'l suggel papal veduto avesse.
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E 'l messo cavalcò tanto che puose a la reina in man quella ambasciata. Ella la lesse, e poi sí gli rispuose: —La tua richesta fia ben osservata, però che sopra tutte l'altre cose ho disiato di far questa andata, per veder Roma e le reliquie sante, e baciar dove il papa pon le piante.—
11
Quando si partí 'l messo, un palafreno donar gli fece con cento once d'oro; ed ei, contento piú ch'altr'uom terreno, al papa ritornò senza dimoro, e raccontò dello stato sereno de la reina e del suo gran tesoro, e la risposta ched ella avea fatta. E 'l papa disse:—Questa non è matta.—
12
Lo 'mperadore, ch'avea gran vaghezza d'udir parlar di lei, mandò pel messo, e domandolli della sua bellezza. Rispuose il saggio messaggiere ad esso: —Non domandate della sua adornezza, ché non è lingua che 'l dicesse a presso: di nobil baronaggio e dell'avere non ha nel mondo pari, al mio parere.—
13
Quando egli udiva sua biltá contare, gli crescea voglia di vederla al core, e spesso andava al papa a ricordare che li facesse il termine minore. —E s'ella vien, faretela scusare; se non ha colpa, faccialesi onore; che molti giá son stati accagionati, che sanza colpa si son poi trovati.—
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Il papa, udendo li suoi prieghi adorni, félli un comandamento via piú forte che comparisse: infra cinquanta giorni, a pena della vita, fosse a corte; e, se piú tempo vien ch'ella soggiorni, fará bandir lo stuol per darli morte. Ond'ella, udendo ciò, per ubbidire, molta sua gente a sé fece venire,
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fra' quali aveva principi e marchesi, duchi, conti, baroni e castellani, cavalieri, mercatanti e borghesi, ed altri gentiluomini cattani; donne e donzelle, che di lor paesi il signoraggio avean tralle lor mani, vedove donne, rimase contesse, ed altre marchisiane e principesse.
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E, ragunato ch'ebbe il parlamento, l'alta reina in piè fússi levata, e lesse, dopo il bel proponimento, la lettera che 'l papa avea mandata. Poi lesse l'altro gran comandamento che in breve tempo fosse apparecchiata dicendo:—Consigliate che vi pare.— E dopo lei un conte andò a parlare,
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e disse:—Alta reina, perch'io sono un de' minor del vostro baronaggio, duomila cavalier profero e dono per la difesa di cotanto oltraggio. Ma, s'io fallasse, chieggiovi perdono: lasciate fare a noi questo viaggio, e voi vi state con diletto e gioia. Chi contro a ciò vuol dir, dico che muoia.—
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Disse un marchese, che si levò poi:—Per Dio non si sostenga tal vergogna!Io vi vo' dar, per difesa di voi,tremila cavalier senza menzogna.Dama, lasciate far la scusa a noi:le spade acconceran ciò che bisogna.—Quand'ebbe detto, scese il parlatore.E montò suso un grande barbasore,
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il quale stava al fine d'Oriente, campion de' ner gioganti, s'io non erro; e disse:—Io vi darò della mia gente duomila turchi con baston di ferro, e vo' morir con tutti lor presente, se dieci tanti di lor non disserro.— E dopo costui molti altri baroni li proferian cavalieri e pedoni.
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Ed ella ringraziò in lor presenza, baroni e donne col viso giocondo, dicendo:—Poi ch'io so la vostra intenza lo 'ntendimento mio non vi nascondo. Io son pur ferma di far l'ubbidienza del papa, che è vicario di Dio al mondo: però mi date quella compagnia, che a voi par ch'onorevole mi sia.—
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La gente sua, vedendola sí magna, l'un piú che l'altro andava volentieri, ma della sua partenza ognun si lagna. Piangon le donne, baroni e scudieri. E ordinaron che avesse in sua compagna ad elmo diecimilia cavalieri, che la metá di lor fosson gioganti dell'Oriente, neri tutti quanti.
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L'alta reina si levò e disse: —Grazia ne rendo alla vostra bontade:— poi comandò che, infin ch'ella redisse, stessono in pace ed in tranquillitade. Appresso comandò che si partisse ciascuno e ritornasse in sue contrade; sí che si dipartiron lagrimando, e la reina si venne acconciando.
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Io vo', signor, che voi siate avvisati che quella donna di sua terra mosse con diecemila cavalieri armati, che per tre tanti non temean percosse, di pedon sanza numero pregiati menò con seco molte schiere grosse, mille dottor con batoli di vaio, vestiti d'un color allegro e gaio.
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Appresso si menò mille donzelle, di seta d'un color tutte vestite, di musica maestre e tanto belle, ch'allor parean del paradiso uscite; e mille donne per guardia di quelle, da cui la notte e 'l dí eran servite; e mille carra coverte a scarlatto, ch'andavano, a lor modo, piano e ratto.
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Li carri, ch'io vi dico, eran tirati ciascun da due destrieri ambianti e forti; per due maestri turchi eran guidati, attenti a' loro uffici e bene accorti; presso alla donna andavano ordinati con canti e suon perch'ella si conforti; sopra ogni carro aveva la bandiera, lá dove l'arme di quella donna era.
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Appresso un carro v'era d'oro fino, tratto da dieci grossi palafreni, lattati e bianchi quanto l'ermelino, e d'oro aveano tutti quanti i freni; sopra ciascuno avea un saracino, perché soavemente il carro meni, il qual di perle e gemme avea cortina, e dentro si posava la reina.
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Or chi potrebbe raccontar le some de' muli a campanelle d'ariento, che ben valeano piú di sette Rome? Del trionfante e magno fornimento se avete voglia di sapere il come, io vel dirò, per far ognun contento, com'ella potea far piú ch'io non dico, se vero è ciò che conta il libro antico.
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Per lo reame suo correva un fiume ch'uscía del paradiso deliziano, e pietre preziose per costume menava, ed oro ed ariento sovrano. Non era fiumicel, ma di vilume, per la larghezza un miglio intero e sano, e per lunghezza tenea trenta miglia: se questo è ver, quel non è maraviglia.
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E, quando a Roma giunse quella donna, che mille turchi menava d'intorno, e sopra al capo, in sur una colonna, aveva uno istendardo molto adorno, veracemente ben parea madonna di ciò che 'n questa vita fa soggiorno; e tutta Roma correva a furore dicendo:—Chi sará questo signore?—
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Quando la gente la donna vedía piú rilucente che non è il cristallo, e riguardò la sua gran baronía, ch'eran con lei a piede ed a cavallo, e le donzelle, che venian per via, agnoli le credeano sanza fallo; diceva l'uno a l'altro de' romani: —Di vero quelli non son corpi umani!—
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E, dismontata al palagio papale, l'alta reina, siccome saputa, mille turchi menò su per le scale, ché a torto non volía esser tenuta: e, quando vide il papa naturale, con riverenzia lo inchina e saluta; poi disse in ginocchion con umiltade: —Che mi comanda Vostra Santitade?—
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Il papa disse:—Tu mi se'accusata di questo mondo paradiso fai, e l'altra vita in tutto hai disprezzata e ne' mondan diletti sempre stai.— Ed ella disse:—Io sono accagionata, Padre, di cosa che ma' non pensai, ch'io credo in Dio e vita eterna spero: chi altro dice non vi porge il vero.
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Diletto prendo per considerare l'eternal vita che mai non ha fine, e penso, udendo mie dame cantare, che debbian esser le voci divine! E, disiando udirle, star mi pare in questo mondo tra pungenti spine. Di questa vita non curo una fronda; ma, sperando aver l'altra, sto gioconda.—
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Appresso disse:—Acciò ch'io non v'inganni, fate cessar tutta la gente vostra.— Quando con lui fu sola, alza li panni, una camicia di setole mostra, e dice:—Padre santo, quindici anni fatto ho con questa col Nimico giostra.— Poi mostrò un ferro in sulle carni cinto; laonde il papa disse:—Tu m'hai vinto.—
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Levossi ritto e presela per mano, dicendo:—Donna santa, grazia chiedi;— ed ella, lacrimando umile e piano, disse:—Per quello Iddio a cui mi diedi, vi priego, Padre mio, Pastor sovrano, che m'assolviate innanzi a' vostri piedi.— E poi che l'ebbe di tal voglia sazia, ed ella disse:—Io voglio un'altra grazia.
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Voglio, Santa Corona, che vi piaccia di pregare il Signor che mi conceda, ch'un figliuolo col mio marito faccia, che del tesoro mio rimagna reda.— Il Padre santo disse:—Va', procaccia, ché 'l ventre tuo avrá di corto preda.— Ed ella se ne andò con gran letizia ad albergo, al Castel della milizia.
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Quando l'imperadore ebbe spiato ch'ell'era sciolta sanza suo pregare, subitamente a caval fu montato ed all'albergo l'andò a visitare. E la reina l'ebbe ringraziato, ed e' si parte sanza dimorare, e manda alle milizie pel maestro de' cavalier, sempre alla guardia presto.
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E disseli:—Tu hai molto fallito, che la reina ha' messa in tal fortezza; ma guarda pur che tu non sie tradito, ch'ella vuol prender la romana altezza; ché seco ha gente per cotal partito la piú fiorita che sia di prodezza, e Roma vuol, per aver lo papato e per signoreggiare lo 'mperiato.—
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Disse il maestro:—Tal cosa m'è nuova. Ma non temete per cotal cagione; ché, se di ciò si metterá alla prova, farò sonare ad arme lo squillone. Quando suona al bisogno, si ritrova trenta milizie d'uomini in arcione, e cento legion di popol franco, che a sua difesa non si vede stanco.
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Le milizie sapete sono tante, centosessanta con mille ducento, e le legion di populi altrettanto, sí che saría sí grande assembramento, che, se costei n'avesse sei cotanto, di sua venuta arebbe pentimento. Ma priego voi che, a sí fatto periglio, mi diate il vostro discreto consiglio.—
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Ed e' rispose:—Fa' che a' suoi cavagli sien tolti tutti e' freni e' loro arnesi. Appresso, lo squillon fa' che battagli, e' traditori saran morti e presi.— Disse il maestro:—Io temo non v'abbagli altro pensier che sopra a ciò vi pesi: che vogli alquanto procurar sua vista, che mal per voi, se tal briga s'acquista!—
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Mentre che 'l maestro tai parole dice, a quello 'mperador venne un presente, un altro alla sua madre imperadrice da parte della donna d'Oriente. Quel de lo 'mperador fu sí felice, ch'una cittá valeva certamente; onde e' disse:—Piú son che 'n prima preso.— Quel maestro di botto l'ebbe inteso,
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e disse:—Se di donna sí gentile amor v'ha preso, non so ch'io mi dica, ch'io non ne vidi mai una simile, con tanti buon costumi si nutrica. Se di lei volete esser signorile, la 'mperadrice vi fia buona amica: manifestate a lei vostro talento, ed ella vi fará di lei contento.—
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Lo 'mperador, per seguitar sua voglia, a la sua madre il fatto ebbe contato, dicendo:—Madre, io mi moro di doglia per la reina, che m'ha inamorato. Se le potessi far passar la soglia d'esto palagio, ben saría sanato.— Ed ella, udendo allora il suo volere, disse:—Io anderò per lei, e non temere.—
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E l'altro dí in persona andò per lei: e settanta reine menò seco, e ringraziolla. Poi disse:—Io vorrei nel mio palagio alquanto esser con teco: non mel disdir, ch'io non mi partirei se 'n prima mossa non fussi con meco.— E la reina sospettò nel core; ma pur disse:—Io verrò per vostro amore.
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Poi ordinò che mille turchi armati la seguissen vestiti come donne; alli altri disse:—State apparecchiati a seguitarmi, se bisogno avronne;— e molto ammaestròe turchi velati, e poi con quella 'mperadrice andonne, e portò sotto una spada forbita, che a qualunque fería, toglie la vita.
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E, giungendo al palagio imperiale, lo 'mperador incontro se li fece, e per man prese la donna reale, che di color nel viso si disfece. La 'mperadrice, ch'era accorta al male, menolla dentro, dove piú le lece; e poi disse al figliol:—Fa' ciò che déi;— e volle serrar dentro lui e lei.
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E quelle donne turchie non lasciâro serrar la porta, ch'èrno ammaestrate: apresso loro stavano a riparo, e preso avean prima tutte l'entrate. I baron del signor allora andâro, e ispinsono le donne piú fiate, ma no' che le smagliassin d'in sull'uscio, ch'a petto loro non valeano un guscio.
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Disse lo imperador:—Tre donne quinci non potrete cacciar, tristi baroni! Non fia nessun di voi che incominci a dar lor delle pugna e de' bastoni?— Allor vi trasser gli scudieri e i princi, dando e togliendo su per li gropponi: correndo la reina a tale offesa, e quella 'mperadrice l'ebba presa.
50
E la reina in su quella fu presta, e mise mano a la spada attoscata, e die' alla 'mperadrice in sulla testa tal colpo, ch'ella cadde stramazzata. Nel secondo cantar si manifesta come vi fu battaglia ismisurata, e chi ne scampò allora in su quel tratto. Antonio Pucci al vostro onor l'ha fatto.
1
Celestiale, eterna Maiestade, che senza la tua luce mai non veggio, s'io sperdo il tempo in queste vanitade, perdona a me, ch'io 'l fo per non far peggio. Ma perch'i'ho da me poca bontade, della tua fonte tanta grazia chieggio ch'io possa seguitar il convenente di quella alta reina d'Oriente.
2
Io vi contai come lo 'mperadore in camera era con quella reina; e come a la sua gente con dolore le donne turchie davan disciplina; e come quella donna di valore la 'mperadrice uccise la mattina: or seguirá che diece cameriere uccise poi per sí fatto mestiere.
3
Quando lo 'mperadore i suoi soccorse, di sei baroni l'un non trova sano: e la reina fuor la zambra corse, dicendo alla sua gente:—Ora partiáno! E, quando la brigata sua s'accorse ch'avea la spada sanguinosa in mano, mison mano alle lor, ché colle pugna infino allor battuta avean la sugna.
4
E quella donna co' turchi velati tornò al suo albergo sanza dimorare; e trovò tutti gli altri apparecchiati di ogni arnesi acconci a camminare; e disse:—Poi che siete tutti armati, partianci quindi, se voglián campare; ché, se ci suona adosso lo squillone, a rischio tutti sián de le persone.—
5
E come fu partita dal Castello, l'alta reina al papa mandò a dire che li piacesse rimediare a quello che non potesserla impedimentire. Allor suonò lo squillone a martello, e 'l papa disse:—Ah! le convien morire, però che questa gente son sí cani, che duro fia campar dalle lor mani.—
6
E poi le scrisse: "Reina, di saldo a rischio se' con quanta gente hai teco, perché lo 'mperador si è molto caldo, e gente senza numero ha con seco. Ma prendi vestimento di ribaldo e torna indietro, e saraiti con meco, tanto che sfoghi alquanto l'ira sua: poi ti potrai tornare a casa tua".
7
E la reina discreta ed accorta immantanente disse:—A Dio non piaccia che questa gente, che m'ha fatto scorta, abbandonata sia dalle mie braccia: 'nanzi voglio esser io la prima morta, poi che di loro ho guidato la traccia.— E la sua gente gridava:—Campate— alla reina,—e di noi non curate!—
8
Disse un de' savi suoi:—Di questa offesa, de' due partiti l'un convien pigliare: o noi ci apparecchiam per la difesa in ogni modo e 'l me' che possián fare; o disarmati, senza far contesa, incominciamo mercé a domandare; ché io son certo ch'e' roman saranno pietosi sí che ci perdoneranno.—
9
E la reina disse:—Al mio parere, meglio è a fare una morte che cento; ché, se noi ci arrendiamo al lor volere, ne le prigioni ci faran far stento.— E confortò la gente e fe' le schiere, dicendo:—Cavalier pien d'ardimento, vogliate innanzi morire ad onore che viver con vergogna e disinore.—
10
Lo 'mperador correndo uscí di Roma, dicendo a la sua gente:—Siate accorti di prender la reina per la chioma, la strascinate insin dentro le porti; e ciaschedun che sua gente si noma, pedoni e cavalier sien tutti morti; le dame ignude tutte le ispogliate, e incontanente a Roma le menate.—
11
Quando la donna piena di bontade vide venir lo 'mperador possente, guardando intorno, da tutte contrade premer si vide addosso molta gente; ond'ella, sospirando con pietade, iscese da caval subitamente, e cogli occhi levati, inginocchiata, si fu di cuore a Dio raccomandata,
12
dicendo:—O Dio, pietá di me ti prenda, ché ciò m'avvien per voler viver casta; ond'io ti priego che tu mi diffenda da quello 'mperador, che mi contrasta, sí che di mille dame non si offenda, la lor virginitade e non sia guasta. Soccorrimi, Signor celestiale, che per ben fare io non riceva male.—
13
E l'agnol, poi che l'orazione ha detta, li apparve e disse:—Non ti sgomentare: perché istata se' da Dio diletta, mandato m'ha per non ti abbandonare.— E poi li disse:—To' questa bacchetta; fra tuoi nemici sí la va a gittare, dicendo:—Gite come fumo al vento;— e lo tuo cor di lor sará contento.—
14
E dipartita quella santa boce, l'alta reina a caval fu montata, fecesi il segno de la santa croce, e contra e' suoi nemici ne fu andata. Quando fu presso a lor, molto feroce la bacchetta tra loro ebbe gittata, dicendo come l'agnol detto avía, e tutta quella gente si fuggia.
15
E in isconfitta a Roma se n'andâro, non aspettando lo padre il figliuolo, e settemilia e piú ne trafelâro a piede ed a caval di quello istuolo, e de' maggior baron pochi campâro. Di che lo 'mperador n'have gran duolo; e que' de la reina molto arnese de li roman portarno in lor paese.
16
Sentendo la sconfitta, il Padre santo andò al palazzo dello 'mperadore, e in camera il trovò far sí gran pianto, che somigliante mai nol fe' signore. E disse:—Dimmi il fatto tutto quanto.— Ed e' rispuose con molto dolore: —Il fatto è gito come voi voleste, quando la falsa reina assolveste.
17
I' vo' che voi sappiate, santo Padre, ch'ella è maestra di diabolica arte, e le ricchezze sue tanto leggiadre tutte le vengon da sí fatta parte; e per tal modo uccise la mia madre con dieci cameriere po' in disparte; e ora senza combatter mi sconfisse con parole e mal cose ch'ella disse.—
18
E 'l papa, che la cosa tutta quanta sapeva, disse:—Non mi ti scusare. Tu m'accusasti quella donna santa, poi la volesti qui vituperare; perch'ella si difese, tu sai quanta crudeltá inverso lei volesti fare. Dio ne fe' uno miracol manifesto, e la reina non ha colpa in questo.—
19
E poi che l'ebbe molto predicato, lo 'mperadore tornò a coscienza, ed a' suoi piè, di lagrime bagnato, s'inginocchiò con molta riverenza, dicendo:—Padre, i'ho molto fallato, ond'io mi pento e cheggio penitenza.— E 'l papa l'assolvette d'ogni rio, e benedisselo e poi si partío.
20
Appresso scrisse alla donna reale in Oriente come il fatto istava. Quando ella lesse la scritta papale, fu molto lieta di ciò che contava, perché aspettava l'oste imperiale, de la qual cosa molto dubitava. Quando sua gente la novella intese, facean gran festa per tutto il paese.
21
La sera la reina di biltade suo debito richiese al suo marito. Rispuose il re:—Perché tal novitate? Non mostri sanza quel tale appetito; ché sián tant'anni stati in castitade e or mi richiedi a sí fatto partito.— Ed ella disse:—Io 'l fo, perché di noi nasca un figliuol che signoreggi poi.—
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Udendo il re cosí buona ragione, rispuose:—Tu di' bene, al parer mio.— Giacque collei, si ch'ella ingravidòne in quella notte, come piacque a Dio. E la reina poi il fatto contòne a' suoi baron, che n'aveano disio: —D'un figliuol maschio io sono ingravidata;— onde di ciò si fe' grande armeggiata.
23
E poco istante il re si fu ammalato e in brieve si partí di questa vita. Di ciò si fe' lamento smisurato, e gran gente di brun si fu vestita; e non si vide mai corpo onorato come fu quel d'adornezza infinita. Po' che fu soppellito, di presente, l'alta reina amaestrò sua gente,
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dicendo:—Ciascun sia come fratello, e niuno faccia ad alcun altro torto; ché a doppio punirò qual sará quello che faccia peggio perché 'l re sia morto. Non dubitate, ché signor novello so veramente ch'avrete di corto, il qual sará bilancia di giustizia.— E tutta gente n'andò con letizia.
25
Ed una ch'avea nome donna Berta, sua segretiera istata sempre mai, disse:—Reina, come se' tu certa di figliuol maschio aver, che ancor no' l'hai? Iscandal nascerá di tal proferta fra la tua gente, se femina fai!— E la reina disse:—Tu di' vero: ripara tu, che ha' 'l senno tutto intero.—
26
Appresso di dolore fu gravata l'alta reina sopra a partorire; e donna Berta savia ed insegnata celato un fanciul maschio fe' venire, e in camera con quel si fu serrata, ch'altra persona non vi pote' gire. Ed ella partorí quando gli lece: or vi dirò che donna Berta fece.
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La donna partorí una fanciulla, che di bellezza fu maravigliosa; e donna Berta no' ne disse nulla, ma fuor l'ebbe mandata alla nascosa, e con quel maschio in collo si trastulla. Gridando, aprí la camera gioiosa: —Venite dentro, ché 'l signore è nato, piú bel figliuol che mai fosse portato.—
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E delle donne fu la calca grande a visitar la donna lor maggiore. Quando la boce tra' baron si spande che gli era nato il lor novel signore, tutti armeggiâr con sopraveste e bande, piú volte il giorno mutando colore: e ciaschedun crede che maschio sia quel che regger dovea la signoria.
29
Levandosi del parto la reina, fece lattar quel maschio nel palagio. E donna Berta facie la fantina celatamente star senza disagio; e po', crescendo, a foggia mascolina la faceva vestire e stare ad agio; sí che maschio pareva veramente piú bel ch'altro bellissimo e piacente.
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E quando di sett'anni fu in etade, e la reina a donna Berta disse che rimandasse il maschio in sue contrade, siccome ella ordinò che vi venisse. E poi che fatta fu suo volontade, sí che non fu persona che 'l sentisse, ed ella fe' tornare la figliuola siccome maschio, per mandarlo a scuola.
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E disse a donna Berta:—E' ti conviene andar con questa fanciulla a Bologna, però ch'io temo ch'essa sanza tene non ricevesse biasimo o vergogna: teco non potre' stare se non bene. Prendi tesoro quanto ti bisogna, e la non dir chi sia: fálla studiare: s'io non mando per te, giá non tornare.—
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Ed ella si partí con molto avere e vassene a Bologna quando puote. Quando fu giunta, ella volle sapere chi di scienza sape' me' le note. Fu col maestro, e disseli:—Messere, con voi vo' porre questo mio nipote, che l'amo piú che mio figliuolo assai, e qui da lui non mi partirò mai.
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E se farete sí ched egli appari tanto che basti come voi sapete, non ne pensate d'avere denari, ch'io ve ne darò quanti vorrete; si che, se non aveste piú scolari, co' sol costui ad agio ne starete.— Disse il maestro, udendo tal sermone: —Io 'l faro savio piú che Salamone.—
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E poi che la fanciulla fu avviata, ella imprende' ciò che vedea d'inchiostro. Se la reina n'era domandata da' suoi baroni:—Ch'è del signor nostro?— ella dicea:—Ène bene—ogni fiata, —però che studia nel servigio vostro; e spero in Dio che tornerà sí saggio, che di scienza non ará paraggio.—
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E quando la fanciulla fu cresciuta tanto, era in etá di quindici anni, e in quel tempo suo par non fu veduta maestra di scienza sanza inganni: da tutta gente maschio era tenuta per atti, per sembianti e per li panni; e di bellezze tante in sé avea, che molte donne innamorar facea.
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Ed in quel tempo la reina scrisse a donna Berta che s'apparecchiasse, che di Bologna in breve si partisse e come re la figliuola menasse; e d'un color cento donzei vestisse, e gente a piè ed a caval soldasse, sí che paresse bene accompagnato il re novello d'oro incoronato.
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E donna Berta fece incontanente ciò che da quella lettera comprese: vesti donzelli e soldò molta gente, e some fe' di molto bello arnese; e da' signor de la cittá presente prese comiato, e fece allor palese che figliuol era: donde i cittadini l'accompagnâro piú che a lor confini.
38
E, cavalcando poi, ogni cittade gli fece onor quanto li convenía. La madre, che sapea per veritade la sua tornata, fece ambasceria a tutti i suoi baron di nobiltade ch'ognuno andasse a farle compagnia; onde marchesi, barvasori e conti con altra gente a caval furon pronti.
39
Poi la reina fe' per suo contado tutta la strada, dove de' passare, quaranta miglia coprir di zendado, e poi la piazza, ove dovía smontare, di drappo d'oro coprir, che di rado sí bel si vede mai adoperare. Giunto ch'è il re, la festa e l'allegrezza fu tal, che a dire mi sare' gravezza.
40
Ma, poi che 'l fu ne la sedia reale, parlamentò sí ben, che ognun da canto diceva:—Il nostro signor naturale parla per bocca di Spirito santo. E certi sián che 'l Re celestiale colla sua man l'ha fatto tutto quanto, però ch'uscito par del paradiso.— E ciascun si partí con giuoco e riso.
41
E lo re poi, per piú chiaro mostrare che 'l fosse maschio com'era tenuto, apparò di schermire e di giostrare, ed in ciascuno fu ardito e saputo. Cantar sapeva e stormenti suonare, di gran vantaggio l'arpa ed il liuto: sí che di sua virtú per ogni verso fama n'andò per tutto l'universo.
42
Ed in quel tempo avía lo 'mperadore una figliuola grande da marito; e disse al papa un dí:—Santo pastore, mia figliuola vorrebbe anello in dito; ond'io ne sto in pensiero a tutte l'ore, poi che non so chi sia di tal partito: se ne sapete alcun, che a lei si faccia, di maritarla priego che 'l vi piaccia.—
43
Sapendo il papa la magnificenza de lo re d'Oriente e sua vertute, disse a lo 'mperador la convenenza. —Questi sará di tua figlia salute: però che, s'ella ha bella appariscenza, odo ch'egli ha tutte virtú compiute: da lui 'n fuor, non so in cristianitade chi degno sia di tanta nobiltade.—
44
Lo 'mperador ne fu molto contento, e lettere fûr fatte e suggellate, e per ambasciador di valimento a lo re d'Oriente fûr mandate. E lo re l'accettò di fin talento; poi disse a que' messaggi:—Or m'aspettate;— e poi le lesse in zambra saviamente, con donna Berta e la madre presente.
45
Quando leggendo intende la scrittura, come lo 'mperador gli vuol dar moglie, non sentendosi maschio di natura, egli e la madre parean pien di doglie. E donna Berta s'impromette e giura di riparare a ciò, sed e' la toglie; dicendo:—Scusa parrebbe disdegno, onde distrutto saria questo regno.—
46
E lo re fe' chiamar l'ambasceria, e disse lor:—Signori, in veritade, che tutto 'l tempo della vita mia promesso aveva a Dio verginitade; sí che per tal cagion grave mi fia offender la divina Maestade: ma, per aver con lui perfetta pace, son per far ciò ch'allo 'mperador piace.—
47
E fece ragunar sua gente apresso, e in parlemento fe' dir l'ambasciata, e tutta la sua gente gridò ad esso: —Facciasi ciò che dice la mandata.— E, fatto nel Consiglio il compromesso, per cavalcar si fe' l'apparecchiata. Quando il re fu per mover la mattina, s'inginocchiòe e disse alla reina:
48
—Forse che piú non mi rivedi mai; ond'io ti cheggio la tua benezione.— E la reina allor mise gran guai, e cadde in terra per quella cagione. E donna Berta le disse:—Dove hai, reina, il senno e il core di lione?— E la reina disse:—Omè! non dire, ch'io veggio andar la mia figlia a morire.
49
Perch'io uccisi, donde son corrucciosa, la madre di colui che 'l mondo regge. Se il nostro re si spoglia con la sposa, e' non fia quel che 'l matrimonio legge, e se torna in palese questa cosa, ad aspra morte il condanna la legge!— Rispose donna Berta:—Non dottare, ché il re con lei qui san credo menare.—
50
E la reina allor l'ha benedetto, ed el con donna Berta fu partito, e cogli ambasciator di tale effetto, e con altri baron, che l'han seguíto. Nel terzo vi dirò come nel letto la moglie molto lusingò il marito, pognam che poco valse il lusingare. Al vostro onore Antonio fe' 'l cantare.
1
Io prego Iddio, che 'nfino a qui m'ha dato lo 'ngegno di rimar sí bella storia, che non guardi secondo il mio peccato, e doni grazia nella mia memoria, sí ch'io possala, come ho incominciato, a tutta buona gente far notoria; e priego voi che ciaschedun m'intenda, però che questo è 'l fior de la leggenda.
2
Signori, i' dissi nel cantar secondo come lo re si mosse d'Oriente: or mi convien seguir come giocondo a Roma giunse con tutta sua gente, che 'l non fu mai signore in questo mondo, che comparisse tanto adornamente; che tutta Roma, prima che 'l vi entrasse, dalli stormenti parea che 'ntronasse.
3
Il papa, e' cardinali, e' gran prelati e tutta baronia imperiale incontr' a quel signor ne fûro andati con allegrezze e festa generale. E, quando insieme furon iscontrati, ismontar vuole quel signor reale a piè del padre santo; ond'egli disse: —Sta' su, figliuolo!—e poscia il benedisse.
4
Entrato in Roma, tutte le persone si maraviglian della sua bellezza, dicendo:—Questi è piú bel che Assalone, ed angiol par de la divina Altezza.— E 'l santo papa seco nel menòne al suo palagio, che ne avea vaghezza; e, dismontato, sempre donna Berta vuol presso a lui, perché di senno sperta.
5
E, poi che il re si fu posato alquanto e ragionato col sommo pastore, quando fu tempo, disse al padre santo: —Andiamo a corte dello 'mperadore.— E fûrsi mossi e cavalcaron tanto, che giunti fûro al palazzo maggiore; isceson da caval, salîr la scala, lo 'mperador trovâro in su la sala.
6
E lo re corse e gitòlisi a' piede, e salutollo da parte di Dio. Lo 'mperadore, che sí bello il vede, disse:—Ben sia venuto 'l figliuol mio! Poi ch'è piaciuto al papa, sua mercede, se se' contento tu, son content'io.— Rispose il re:—Santissima Corona, io sono vostro in avere e in persona.—
7
Lo 'mperadore allor chiamò la figlia, e dimandolla se per sposo il vuole. Ella, che inver' di lui alzò le ciglia, e rilucente il vide piú che 'l sole, rispose, tutta di color vermiglia: —O padre mio, perché tante parole? poiché a voi piace, ed io ne son contenta. Ma lo 'ndugiare è quel che mi tormenta.—
8
Il padre tenne il dito a la donzella, presente molti re, conti e marchesi; e lo re la sposò con cinque anella piú rilucenti che carboni accesi, e valean piú di quindici castella, de le miglior di tutti que' paesi; e se ne fece festa in tutta Roma, tal che per tutto il mondo ancor si noma.
9
El papa fu partito di presente, da poi che vide la donna sposata. Il nuovo sposo poi celatamente madonna Berta a sé ebbe chiamata; e' ragionò della sera vegnente, dicendo:—Poi che qui sono arrivata, come farò con quella, che nel letto stasera aspetta aver di me diletto?—
10
Ed ella disse:—Quando se' alle prese, lussuria spregia, loda virgin'tade; il matrimonio, di', fatt'hai palese per non aver col padre nimistade; forma di maschio mostri in tuo paese, per me' signoreggiar le tue contrade. E sappi tanto dir, che la converta teco a tener virginità coperta.—
11
La sera, poi che 'l re ebbe cenato, le donne sí 'l pigliâro senza posa; l'ebber di peso in camera portato, dove aspettava con desio la sposa. E poi che dentro fu con lei serrato, ed ella disse alquanto vergognosa: —Spogliatevi, messer, ché vi posiate prima che a noi le donne sian tornate.—
12
E lo re disse:—Va' inanzi a dormire, però ch'a Dio vo' fare orazione.— E poi s'inginocchiò e prese a dire: —O Signor mio,—con gran divozione,— poi che per questo mi convien morire, alla mia gente campa le persone: poi ch'io virginitade t'ho servata, l'anima mia ti sia raccomandata.—
13
E poi, tremando tutto di paura, da l'altra parte si fu coricato. E quand'ella fu assai stata alla dura, disse:—Messer, molto avete fallato. Per tener questi modi non si giura il matrimonio, da Dio comandato anzi per generare e far figliuoli.— E 'l re piangendo disse con gran duoli:
14
—Tu se' figliuola peggio maritata che niun'altra che nel mondo sia; ed io sono colei che t'ho ingannata, come udirai contra la voglia mia.— E tutta la novella ebbe contata, piangendo fortemente tuttavia, e disse:—Come tu, femina sono; di morte degna son, cheggio perdono.—
15
Appresso disse come donna Berta gli avea insegnato con la mente greve; e la fanciulla, per esserne certa (ché non credeva al suo detto di leve), tutta dal capo al pié l'ebbe scoperta, che parea pure una massa di neve; e poi li disse, quando ben l'addocchia: —Non pianger piú, ch'io ti sarò sirocchia.—
16
E insieme si promison d'osservare virginità, mostrandosi contente, e cotal cosa non manifestare in tutta la lor vita ad uom vivente: poi s'abbracciáro in poco dimorare. E ne la zambra ritornò la gente, la qual danzando era gita intorno; sí che levârsi, ch'era presso 'l giorno.
17
Lo 'mperador la figlia ebbe chiamata, perché la vide cosí lieta in viso, e disse:—Figlia, come se' tu stata?— Ed ella disse:—Me' che 'n paradiso.— E similmente a chi l'ha domandata, a tutti dicea:—Bene, per mio avviso.—E cosí dicíe 'l re, c'ha senno assai: —I' son contento piú ch'i' fossi mai.—
18
E, poi che donna Berta ebbe sentito la mattina dal re la veritade, disse:—Pognam che l'abbi convertita, in femina non è stabilitade; sí che facián di qui tosto partita.— Ed e' rispose:—Apparrebbe viltade!— Ed ella disse:—Io farò la bisogna per modo tal, che non ci sia vergogna.—
19
E fe' fare una lettera, mostrando che la mandassi la vecchia reina, ne la qual contenea, breve parlando: "Sappi, figliuol, che la mia vita fina. Da poi che mi lassasti sospirando, non posai mai né sera né mattina: però, se metti di mia vita cura, fa' che ti mova, letta la scrittura".
20
E, quando il re fu posto a desinare, la lettera gli fu appresentata. Leggendo, incominciò a lagrimare; onde tutta la corte fu turbata, e presto fu levato da mangiare. Ed allo 'mperador l'ebbe portata, dicendo:—E' mi convien partir da voi.— Egli la lesse, e risposeli poi:
21
—Tu hai cagion, ch'io non sarei colui che ti volessi tenere qui a bada; va' tosto, muovi, e la cagione altrui non dir perché, né dove tu ti vada.— Disse la sposa:—Io voglio ire collui.— Ed el rispose:—Fa' ciò che t'aggrada.— E féllo accompagnar da molta gente. E 'l re la ne menò in Oriente.
22
E, trovando la madre fresca e sana, fe' dimostrar come fosse guerita. Per lo tornar del re, l'alta sovrana un anno tenne o piú corte bandita. Quando n'andò la baronia romana fe' lor ta' doni, sí ch'alla reddíta a lo 'mperador disser:—Signor nostro, signor del mondo pare il gener vostro.—
23
E, quando donna Berta ebbe ridetto a la reina come 'l fatto era ito, molto si contentò, poiché 'l diffetto del re non era per altrui sentito. La sposa avea col re maggior diletto ch'al mondo avesse mai moglie e marito; e 'l padre suo n'avea lettere assai, ch'ella si contentava piú che mai.
24
Poi che due anni inseme fûro state, amandosi l'un l'altro d'amor fino, per lo gran caldo avvenne un dí di state, ch'ell'erano spogliate in un giardino. E donna Berta le trovò abbracciate, e riprendéle per aspro latino; ed elle disser:—Vanne, vecchiarella, ché non cape tra noi piú tua novella.—
25
E donna Berta allor, molto adirata, fra suo cor disse:—Io ne farò vendetta.— Subitamente a caval fu montata, ed a Roma n'andò con molta fretta, ed allo 'mperador fu appresentata, e tutta la novella gli ebbe detta, dicendo:—La tua figlia è ancor pulcella, e femina è lo sposo sí com'ella.—
26
Ed el rispose:—Io mi maraviglio ch'ella abbia avuta in sé tanta malizia!— Di ciò prese co' savi suoi consiglio, i quali, accesi tutti di nequizia, dissero ognuno:—Gli si dia di piglio, poi se ne faccia un'aspra giustizia.— Disse il signor:—Se questo fia palese, condanno al fuoco lui e 'l suo paese.—
27
Appresso scrisse, come savio e dotto, a la figliuola ed allo re d'Oriente, che, veduta la lettera, di botto il visitasser, ché sta gravemente. A la figliuola e al re non parve motto, e montâro a caval subitamente con molta gente, e tanto cavalcâro, ch'a la cittá di Roma si trovâro.
28
Lo 'mperadore fe' di lor venuta festa e gioia, mostrandosi guarito: poi domandò la figliuola saputa s'egli era maschio o femina il marito. Ed ella sí fu allor molt'aveduta, e disse:—Padre mio, egli è fornito di ciò che a vero sposo si richiede.— Ed el per tutto questo nolle crede.
29
Ed ordinò d'andar fuori a cacciare e di menar la figlia e 'l suo compagno, e disse a' servi:—Fate ch'al tornare per loro in sala fatto truovi un bagno.— E questo fe' per vederlo ispogliare, mostrando a lui di farli onore magno. Poi cavalcò, e il re siguí la traccia, non sapendo perché facea la caccia.
30
Disse un, ch'andando li si accostò allato: —Lo 'mperador vuol far la cotal prova, ed havvi ad aspra morte condannato, se natura di femina vi trova. —S'io fussi a piè, il t'averei mostrato!— rispose il re,—ma di questo mi giova.— E con letizia aspettò il convenente: poi si partí da lui cortesemente.
31
Cacciando poi per una selva scura, el re andava pur acqua cercando per affogarsi, per la gran paura ch'avea d'essere giunto in cotal bando. Non trovand'acqua in quella valle dura, iscese, non potendo ir cavalcando; e, poi da sé 'l cavallo ebbe cacciato, fussi nascoso in quel chiuso burrato.
32
Piangendo poi ficcò in terra la spada, e diceva, adorando a quella croce: —Poi che di tôrmi la vita t'aggrada, pregoti Cristo con pietosa voce che la mi togli qui, sí ch'io non vada a morte sofferir tanto feroce.— In quella venne un cervio per la valle, bussando colle corna e colle spalle.
33
Giugnendo il cerbio inanzi a lui, soggiorna. Il re teme che fosser cavalieri; ed apparigli un angiol fra le corna, dicendo:—O re, non ti dar piú pensieri: arditamente alla cittá ritorna, e colla sposa fa' ciò ch'è mestieri, ché tu se' maschio per grazia di Dio, ed hai ciò che bisogna;—e poi sparío.
34
E 'l re pose la mano a sua natura, com'ebbe inteso l'angiol prestamente, e ritrovossi sí fatta misura, che comparir poteva arditamente. Di che molto nel cor si rassicura, e cominciò a cantar divotamente: —Te Deum laudamus;—e, poi si fu armato, partissi da quel luogo ov'era stato.
35
Lo 'mperador, che noi trova la sera, a Roma fe' bandir senza dimoro che 'l si cercasse con gran luminera per quella selva, la notte, ogni foro; e chi 'l trovasse in alcuna maniera, da corte arebbe poi mille once d'oro; sí che gran gente la selva cercava, e la sua sposa, che piangendo andava.
36
E quando venne sú l'alba del giorno, cercando per la selva, ebber udito cantar quel salmo, ch'è cotanto adorno, in quel vallon, che ancor non era uscito. Per quella voce andâr tanto dintorno, che ritrovâro il re, ch'era smarrito. Se la moglie fu lieta in su quel tratto, ben sarà piú com'ella saprà il fatto.
37
E come il re fu montato a cavallo, e la novella a Roma inanzi gía, com'el tornava piú chiar che cristallo con la sua sposa e con la baronia, lo 'mperadore spera senza fallo farlo morir, se quel che crede sia, e come giunse quel signor sovrano, lo 'mperador li disse a mano a mano:
38
—Perché ti déi sentir alcuna doglia, non ti vo' dimandar, se non ti posi; ma di presente in quel bagno ti spoglia, che v'è unguenti molto preziosi. Spogliossi il re, che n'aveva gran voglia, per far le donne e quei baron gioiosi, e mostrò lor sí bella masserizia, che tutta gente si ne fe' letizia.
39
Lo imperador, di voluntate acceso, la gente caccia e poi al re dicía: —Dove andastú?—Ed ei disse:—I' fu preso nella foresta d'Enoc ed Elia, che con certi altri mi portâr di peso dove si sta con gioia tuttavia: ciò fu nel paradiso luziano, dov'era Salamone allegro e sano,
40
el qual mi disse ch'a voi era detto ch'io femina era, e non disse da cui. Sí ch'io lassai quel loco benedetto, per trar d'errore voi ed anche altrui; e quei, che mi portâro, con effetto mi puoser là dov'i' trovato fui.— Disse lo 'mperador:—Lasciamo andare: tu m'hai contento; vatti a riposare.—
41
E la mogliere soffería gran pena del gran disio di trovarlosi in braccio, perché di prima sapeva la mena, e non sapeva poi il suo procaccio, presel per mano e in camera si 'l mena, dicendo:—Amore, andiamci a letto avaccio!— Poi fêr nel letto l'amorosa danza, come tra moglie e marito è l'usanza.
42
Poi ch'ell'ebbe assaggiato quell'uccello, disse:—Amor mio, onde avestú questo?— Ed e' rispuose:—L'angiol Gabriello, come Dio volle, me 'l fe' manifesto. Non maraviglia s'egli è buono e bello— dissele,—se dal ciel venne sí presto. E lo re disse:—Vorrei ch'al presente tornassimo a mia madre in Oriente.—
43
Ed ella fu contenta, e 'l giorno poi disse allo 'mperadore il suo disio: —Concedi, padre, in quanto non ti nòi, ch'i mi diparta col marito mio.— Ed ei rispose:—Quando piaccia a voi, andate con la benezion di Dio.— Ond'ei s'apparecchiâro di vantaggio e dipartirsi con gran baronaggio.
44
Ed una, ch'era la maggior reina che in que' paesi allor fussi trovata, chiamata era la Donna della Spina, s'era al bagnar del re innamorata, e pensò di pigliarlo se 'l camina; ond'ella molta gente ha ragunata alla sua ròcca donde dovea gire. Quando fu giunto ed ella gli fe' dire:
45
—Il signor d'esta ròcca m'ha mandato, che parlar vi vorrebbe, se 'l vi lece.— Ed e' rispuose:—Sono apparecchiato.— Uscí di schiera e contro le si fece. Ed ella, come cavalieri armato, andò ver' lui ben con piú di diece: ché n'avea seco ben dieci migliaia; il re se' mila e cinque centinaia.
46
Com'ella giunse ed ella a lui, il prese per man, dicendo:—Venite a posare. —Perdonami, messer, che in mio paese— rispose il re—ho fretta di tornare.— Ed ella, ragionando alla cortese, ad arte il fe' alla ròcca appressare. Quando si vidde da sua gente forte, si 'l mise dentro e poi serrò le porte.
47
Poi disarmata, disse:—Quando ignudo bagnar vi vidi, fu' presa d'amore; onde vo' che vi piaccia, caro drudo, ch'io sia la donna e voi siate il signore.— Ed e' rispose con aspetto crudo: —Ogni pensier te ne leva del core; ch'i'sofferrei innanzi d'esser morto che fare alla mia donna sí gran torto.—
48
E la falsa reina gli die' bere un beveraggio, ond'el fu addormentato. Poi comandò alle sue camerere che ignudo fusse subito spogliato. E messo in letto e fatto il suo volere, ed ella allor vi si coricò a lato: poi l'abbracciò e con suo argomento el fe' destar d'amoroso talento.
49
E lo re, desto, le baciò la bocca e fe' piú volte la danza amorosa, conciosiacosaché ognor che la tocca, esser si crede con la vera sposa. Poi che in prigion si vede nella ròcca, forte piangendo, non trova mai posa, né parole el confortan né vivande, e fuor della ròcca era il pianto grande.
50
La ròcca era sí forte, che battaglia da niuna parte vi si potea dare. Signor, pensate se briga e travaglia quella donn'ebbe al marito ad acquistare. Intendo dirvi nell'altro cantare come vi pose l'oste di gran vaglia e come vendicò sí fatto scherzo. Antonio al vostro onor finito ha il terzo.