VI.

I due cugini sdrucciolavano nel patetico. Chi sa che cosa riserbava loro l'avvenire? Una serie di disinganni, una morte precoce forse... brr... l'idea sola faceva gelare il sangue.

—Non dirlo nemmeno, Cecilia,—esclamò Ferruccio.

—Ti dispiacerebbe davvero se io morissi?

—Oh che discorsi!—egli replicò fissandola con occhi umidi.

Ella, per risposta, gli premette dolcemente il braccio.

Questo dialogo sentimentale fu interrotto da una voce.

—Ehi, ragazzi, volete spicciarvi?

Era la signora Susanna la quale aspettava la figliuola presso la cancellata della villa ov' essi erano giunti senz'accorgersene.

—E adesso,—continuò la signora Susanna,—mi farete la grazia di spiegarmi perchè tenevate l'ombrello aperto? Son più di venti minuti che ha smesso di piovere.

—Ha smesso di piovere!—gridarono Cecilia e Ferruccio pieni di maraviglia.

—Ma sì.... Eravate nelle nuvole? Di Cecilia non mi stupisco; ella non sa mai dov' abbia la testa; ma tu, Ferruccio, vergogna! E in che stato siete! Col fango fin sopra i capelli! Su, presto, andate a mutarvi vestito, e poi subito a tavola. Tu, Ferruccio, consegna l'ombrello a Menico che lo riporti allavecchia Marta. Già per quello che vi ha servito, si poteva fare a meno di prenderlo.[9]

—No, mamma, credilo, sotto quell'ombrello si stava benissimo,—disse Cecilia avviandosi a casa.

—Birichina!—le susurrò all'orecchio Ferruccio mettendosele al fianco.

enrico castelnuovo.

L'ISTITUZIONE dei giurati è un mistero come un altro. Più si studia e[1]meno si arriva a capirlo.

Difatti, a che serve fare un corso intero di giurisprudenza, subire esami, addottorarsi, avvocatarsi e, cominciando dal primo gradino del pretore, salire su su fino a giudice o presidente della Corte, quando un bottegaio, un farmacista, un negoziante d' olio, un venditore di fiammiferi all'ingrosso, vengono in Tribunale a pigliare il posto del vero giudice, e il loro verdetto, quale e' si sia,[2]decide sommariamente della sorte dell'imputato?

Mistero!...

Perchè si crede e si deve credere che dodici o quindici persone, sprovviste per il solito d' ogni studio legale e d' ogni pratica forense, debbano essere più competenti, in un dibattimento grave e spesso complicatissimo, a emettere un giudizio retto e spassionato, di quello che potrebbero esserlo gli stessi magistrati, largamente forniti di studi, di criteri e d' esperienza?

Mistero!...

E perchè, per la medesima ragione, dovendo giudicare dellagravità di un caso chirurgico, invece di chiamare un professore dello Spedale o un altro valente operatore, non si chiama il lattaio, il calzolaio o il tappezziere di casa?

Mistero!...

Perchè ostinarsi a cantare tutti i giorni la coscienza, la rettitudine e l'incorruttibilità della nostra magistratura, mentre poi, all'atto pratico,[3]questa medesima magistratura così coscienziosa, così retta, così incorruttibile la facciamocontrollare(il verbo è francese, ma il significato è italiano) da un' altra magistratura, apocrifa, posticcia, improvvisata?

Mistero!...

Perchè deve esser lecito strappare dalle sue consuetudini giornaliere un povero diavolo, il quale per venti o trent' anni non ha fatto altro che fabbricare o sapone, o camiciole di lana, o versi endecasillabi, per costringerlo a mascherarsi lì per lì da giudice di Tribunale, col pericolo che egli assolva innocentemente qualche arnese galerabile,[4]e mandi all'ergastolo qualche malcapitato galantuomo?

Mistero, mistero, e sempre mistero! vale a dire[5]tutte cose che si vedono fare, senza poterne capire la ragione ragionevole per cui si fanno.

—Che cos' è il giurato?

—Il giurato è un libero cittadino, condannato dalle libere istituzionia far da urna, rigirandosi in bocca due pallottole, sopr'una delle quali è scritta la condanna, e sull'altra l'assoluzione dell' imputato. La prima pallottola che il giurato sputa, è quella che il vero giudice è tenuto a fare eseguire.

—Qual'è, per un giurato, la più grande afflizione di spirito?

—Quella di non saper mai a che ora potrà pranzare.

—Che fa il giurato, durante il dibattimento?

—Quando va a prendere il suo posto è rassegnato: dopo un' ora, è uggioso: dopo un' ora e mezzo, è impaziente: dopo un' ora e tre quarti, diventa atrabiliare: dopo due ore, finiscecol credersi più infelice dello stesso imputato, perchè egli si sente già condannato, mentre l'altro ha sempre qualche speranza.

—Come si chiama la deliberazione del giurì?

—Verdetto.

—Questa parola significa forse l'obbligo nei giurati di colpire nel vero?

—Nossignore. Questa parola significa semplicemente "è vero che i giurati hanno detto quel che hanno detto!"...

—Che cos'è dunque il verdetto?

—È la cosa meno seria, fra le cose serie di questo mondo.—

c. collodi.

ECCOTI qui, tra le mie mani, sotto i miei occhi.

Nulla è più in te di ciò che era meraviglioso in te. Non hai nè colore, nè rilievo, nè profumo. Il vento non ti culla più, gli insetti non ti cercano, le farfalle ti hanno dimenticato. Appena appena al vederti si può credere che tu sia stato un fiore, e che tu sia stato bello nessuno lo crederebbe se io non lo affermassi.

Ebbene: in cotesto tuo aspetto freddo e rassegnato tu vali per me più di tutti i fiori che abbelliscono e abbelliranno i giardini della terra. Non perchè dal delicato ramo che ti diede la vita sia venuta a staccarti trepidante la mano d'una donna, chè tale felice sorte non ti toccò. Non perchè tu sappia la voluttà del riposo sopra il seno dileiche amo, o conosca il divino contatto delle sue labbra. No: in una notte buia, quando tuttoattorno a te era silenzioso e vuoto e tu dormivi sognando forse il lieto sole del domani, io venni a coglierti.

Perchè ti colsi, quella notte, allorchè tutto taceva ed era vuoto attorno a te? Perchè approfittai di quell'istante in cui tu eri rimasto solo, e perchè ora sei mio e ti tengo celato e caro come il più prezioso di tutti i tesori?

Perchè tu, un giorno, vivo, scarlatto, profumato, spiccando in mezzo al verde tenero delle foglie, fosti il testimone.

Perchè tu fosti presente quando i miei occhi per la prima volta si incontrarono nei suoi, e ammirasti il sorriso che illuminò la sua faccia allorchè essa rispose leggiadramente al mio saluto.

Perchè tu assistesti al nostro primo incontro e contasti, uno ad uno, i minuti di quell'ora che non ritornerà giammai.

Perchè mi vedesti felice al suo fianco, udisti il suono della sua voce e la mirasti ascoltare benevolmente le mie parole.

Perchè contemplasti la mia sommissione e vedesti i miei occhi inalzarsi a lei supplici.

Perchè udisti il suo riso e ammirasti la gentilezza della sua persona.

Perchè tu puoi far fede[1]che ella un istante mi amò, affinchè io mai non ne dubiti; perchè tu sentisti il dolore che velava la mia voce allorchè le indirizzai l'ultima parola, e vedesti il subitaneo smarrimento che passò in quell'istante dentro i suoi occhi.

Per questo io corsi a te, solo, di notte, e ti tolsi al tuo ramo senza pietà, e mi impadronii di te come cosa che a buon diritto dovesse appartenermi. Per questo ti tengo ora qui, mio prigioniero, e voglio che tu mi risponda, e ti invito a raccontare lungamente. Descrivi in tutti i suoi più minuti particolari la storia di quell'ora e falla[2]divenire la storia di cento secoli. Dimmi[3]la sua bellezza, rivelami tutte le grazie della sua persona, ricordami il colore dei suoi occhi come se io già lo avessi dimenticato.Parlami della soavità del suo sguardo e pensa insieme a me alla voluttà di un suo bacio. Parlami di lei, di lei sempre, e quando credi di aver terminato, ricomincia ancora!

enrico guidotti.

SE in un giardino si trovano dei pomi maturi, una bella ragazza di diciott'anni, e un bel giovinetto di venti, e non si rinnova la storia di Adamo ed Eva, è proprio un miracolo. Non occorre nemmeno il serpente.

Nei dintorni di Milano c'è uno stabilimento industriale circondato da un parco, ove il signor Carlo Y——, figlio del proprietario, s'incontrava sovente con l'Orsolina, figlia del capo-fabbrica.

Egli è un bel giovane che ha appena finiti i suoi studi, e la ragazza è un tipo milanese perfetto; svelta, brunetta, graziosa. Si vedevano ogni giorno, si piacquero, e dichiararono di amarsi sul serio, coll'intervento del Sindaco e la registrazione nello "stato civile."[1]Per disgrazia, invece del serpente che incoraggiasse i loro progetti clandestini, li vide il cassiere della casa, che si credette in obbligo di avvertirne il padrone, il quale appunto in quel giorno aveva ricevuto una lusinghiera proposta di matrimonio pel figlio. Si trattava d'una ricchissima signora di Como,[2]che portava in dote case, campagne e capitali, con un quarto di nobiltà per giunta, e le solite speranze.

Il babbo del signor Carlo, uomo di lunga esperienza, capì subito che non bisognava attaccare il giovinotto di fronte; nell'amore, l'opposizione è un incentivo, e gli ostacoli sono sproni.

—Sarà un amoretto giovanile,—egli pensava,—bisogna farlo cessare con prudenza, e si fece chiamare il capo-fabbrica.

Il sor Fabrizio era un ambrosiano all'antica,[3]la probità in persona, calmo e operoso ad un tempo, e fino come una volpe, sotto un'apparente bonomia.

—Dite un po', Fabrizio, vi siete accorto che mio figlio va ronzando intorno alla vostra figliuola?[4]

—Non me ne sono proprio mica accorto.

—Ebbene, ve lo dico io per vostra norma a scanso di pericoli. 10

—Pericoli non ve ne possono essere, la mia Orsolina è una perla!

—Lo so benissimo, ma la gioventù... m'intendete....

—Anzi non intendo niente!... io vado superbo... e mi chiamo altamente onorato della predilezione del signor Carlo.

—Va bene fino ad un certo punto,... ma sapete... i giovinotti... non bisogna troppo fidarsi....

—Mi meraviglio!... sono discorsi questi che mi sorprendono... e, se non fosse lei che parla, farei subito tacere chi osasse di calunniare i miei signori padroni. Sono quarantadue anni e quattro mesi che li servo, e non ho avuto che a lodarmi di tutti loro. Primo il signor Giacomo di venerata memoria,... poi il signor Gaspare di pari probità,... adesso lei che seguita le onorate tradizioni della casa, poi verrà il signor Carlo a continuare l'inalterabile sistema.... A Milano li conoscono, neh? e anche fuori! Sono case vecchie... e bisogna andar superbi di servirle!

—Vi ringrazio, vi ringrazio, ma non bisogna confondere le cose; gli amoretti non hanno a che fare cogli affari. Insomma, capite bene che i giovani si scaldano presto la testa, e allora....

—Allora tocca a lei, se non è contento, di allontanare ilsignor Carlo. Da parte mia, se i giovani si amassero, do il mio pieno consenso, ed anzi mi reputo ben fortunato di diventare il suocero del mio futuro padrone!

—Oh, là... là... come andate avanti! non si tratta già di matrimonio!

—Ma allora,... di che si tratta?

—Infatti vi parlerò chiaro. Mi vien fatta una proposta di matrimonio, che potrebbe convenire a mio figlio, e che a me conviene perfettamente. Si tratta d'una ricchissima signora!... capite bene....

—Capisco benissimo... se colla ricchezza ci entra anche l'amore, niente di meglio! ma se l'amore mancasse... ci sarebbe il superfluo senza il necessario.

—Ma neanche il solo amore basta per maritarsi... ci vuole la dote!

—Sicuro!... è giustissima, ci vuole la dote, anzi, ci vogliono delle doti... e il denaro è la cosa meno necessaria alla felicità,... specialmente per chi ne ha più del bisogno.

—Converrete, caro Fabrizio, che un padre ha pieno diritto di scegliere per suo figlio un partito conveniente.

—Verissimo!... Qualora al figlio convenga il principale, che è la donna, il padre ha diritto di occuparsi dell'accessorio... che è la dote.

—Ebbene, vi dirò in confidenza chi sarebbe la donna, e poi mi direte francamente la vostra opinione. Si tratta della figlia unica del signor B——, della casa B. S. e Comp., di Como.

—Una bellissima ragazza... e ricchissima.

—Il padre vedovo cede alla figlia tutta la dote materna, la magnifica villa sul lago, la galleria dei quadri, e vi aggiunge un cospicuo capitale. Poi, alla sua morte il resto. Di più, la madre della ragazza era contessa, ciò che la mette in parentela colle famiglie più nobili. Trovatemi, caro Fabrizio, fra le vostre aderenze un simile partito!

—Ecco, le dirò quello che penso. Fra le mie aderenze conosco le terre dell'Orsolina;... essa le ha divise in quattro tenute; un vasetto di geranio, uno di reseda, un garofano e un rosaio. Non ha spese di coltura, perchè governa tutto da sè; non teme la grandine, perchè ad ogni minaccia li mette al coperto. Denaro non ha che quello che guadagna colle sue mani, ma siccome spende sempre meno di quanto guadagna, così ha sovente qualche risparmio da mettere alla banca del popolo. Conosco la signora B——, l'ho veduta quest'inverno a Milano; è bella, ma meno dell'Orsolina; si veste di velluto, ma lo trascina nel fango delle strade; ha carrozze e cavalli di lusso, cocchieri in parrucca, palchi in teatro, ma non so se le rendite della sua dote basteranno a pagare tutte le spese! È vero che i miei signori padroni non hanno bisogno di denaro,... e possono fare anche un matrimonio passivo, per il gusto d'avere una villa sul lago, una galleria di quadri... e un quarto di nobiltà. Alla mia Orsolina bastano i giardini pubblici e la galleria di Brera,[5]nostre proprietà comuni, come cittadini milanesi,... e per la nobiltà l'Orsolina ha la sua parte, e tanto bella che non vorrebbe cederla per nessuna altra. Essa ha ereditato la medaglia del merito militare, che mio figlio ha guadagnata combattendo valorosamente nelle guerre per l'indipendenza della patria, e che morendo sul campo di battaglia ha mandata a sua sorella col mezzo d'un camerata ferito al suo fianco.

Così dicendo, Fabrizio si asciugava gli occhi gonfi di lagrime, e non potè proseguire; le parole gli rimasero strozzate nella gola alla memoria di tanto sacrificio!

Il padrone, parimenti commosso, lo guardava tacendo, quando s'aperse l'uscio, ed entrò nello studio il giovane Carlo.

—Padre mio,—egli disse,—so tutto; il cassiere mi ha informato delle vostre intenzioni; io vengo ad aprirvi il mio cuore. Amo teneramente l'Orsolina, e le ho promesso di sposarla; essa è degna di portare il nostro nome, e sarà la provvidenza della nostra casa, come lo era la povera mia madre, che dal cielo approva la mia scelta. Voi non vorrete che io manchi alla parola d'onore, sagrificando anche il mio affetto. Ho tutta la venerazione per il signor B—— di Como e sua figlia, ma rinunzio volentieri a tutte le loro ricchezze e sento che sarò più felice coll'Orsolina senza dote....

—Come senza dote?—saltò su a dire Fabrizio un po' risentito.

—Se parli con lui,—soggiunse il padre di Carlo, con mal dissimulata ironia,—sua figlia è più ricca della signora B——.

—Sicuro,—rispose Fabrizio,—mia figlia appartiene alla classe che produce, e le signora B—— alla classe che consuma. È facile tirarne le conseguenze. Se poi le doti morali sono da preferirsi alle materiali, chi più dell'Orsolina ha un cuor d'oro, una mente retta, un giudizio sano, un'anima onesta? È certo però che, per quanto possa essere profonda la sua affezione, essa non concederà mai la mano di sposa ad un giovane, che non abbia ottenuto il pieno consenso paterno, specialmente se questo giovane è ricco! C'è dunque realmente un pericolo, quello di passare per intriganti, o di veder mia figlia deperire per un amore infelice; noi non abbiamo altre ricchezze che l'onore e la salute, ma queste ci bastano per vivere e non abbiamo bisogno d'altro. Io condurrò mia figlia lontano da tale pericolo,... e da questo momento domando il mio congedo.

Fabrizio era sincero ed era alieno dal conoscere il proprio valore. Bensì lo conosceva il padrone che fidava interamente il buon andamento della fabbrica sull'onestà e sull'attitudine del suo capo. La partenza di lui equivaleva ad un fallimento; un buon capo-fabbrica val più d'una ricca dote; il padre di Carlo si affrettò quindi a chiedere a Fabrizio la mano di Orsolina per suo figlio; e quando alle doti morali della futura nuora aggiunse anche il valore del padre di lei, s'accorse benissimoche se mantenendo la promessa del figlio aveva fatta una buona azione, aveva conchiuso, in pari tempo, anche un ottimo affare.

antonio caccianiga.

IL dotto naturalista signor X—— si presentò all'Accademia scientifica di N—— chiedendo d'essere ammesso a leggere in pubblica adunanza alcuni suoi studi. La domanda venne accolta favorevolmente da tutti i membri della presidenza, che lo invitarono a prender posto fra loro.

—Ella ci fa un vero onore,—gli disse il presidente.—La stampa ci porta via il lavoro dei nostri soci che preferiscono presentarsi direttamente al pubblico. I pochi che danno la preferenza alla qualità sulla quantità degli uditori mostrano il loro acume. So che Ella studia molto....

—Sì signore,—rispose il naturalista,—studio moltissimo... e non so nulla.

—Troppa modestia.... Ora siccome dobbiamo inserire gli argomenti delle letture nell'ordine del giorno delle adunanze, la prego di voler favorirmi il titolo dei suoi studi.

—Intendo di presentare all'Accademia... lerivelazioni d'un'ostrica.

La presidenza non seppe rattenere uno scroscio di risa.

—Il naturalista se ne trovò offeso.

—Che cosa c'è da ridere!—egli chiese con indignazione.—Voi ascoltate seriamente le nenie dei vostri poetuncoli, i verbosi vaniloqui dei vostri filosofi, i fantastici sproloqui deivostri teologhi, e non potete prendere sul serio le modeste rivelazioni d'un mollusco? Vi sorprendete forse perchè vi prometto le rivelazioni d'un acefalo? O credete che colui che non ha testa non possa pensare col cuore... o collo stomaco! Non avete mai veduto degli uomini che ragionano coi pugni? Mi fareste venir la voglia di darvi un saggio di argomentazioni persuasive col solo uso delle gambe.

E così parlando si animava gradatamente, e vedendo che i dotti si facevano dei segni coi gomiti, e lo guardavano con paurosa diffidenza, la sua indignazione giunse al colmo. Si levò in piedi e disse:

—Signori... voi ignorate che il sublime sta nel semplice. Voi siete un composto d'imbecilli... e d'idioti... io vi disprezzo, e vi scaccio da questo tempio della scienza, che profanate colla vostra dabbenaggine!

E così dicendo alzò in aria una sedia, coll'evidente intenzione di rompere la testa ai membri della presidenza, che non volevano credere al linguaggio degli acefali.

Tutti gl'illustri accademici se la svignarono[1]per la porta più vicina.

Allora lo sdegno furibondo del signor X—— si sfogò sugli scaffali dei libri, rompendo le lastre, mandando in aria i volumi, le carte, i calamai, le lampade, e quanto gli cadde sotto mano. Poi discese le scale gesticolando; e si mise a passeggiare per la via con passi concitati, parlando da solo, e dimenando le braccia.

Alcuni agenti di questura[2]avvertiti dal presidente lo seguirono per qualche tempo e quando giudicarono di poterlo afferrare senza pericolo, gli saltarono addosso, lo legarono strettamente, e lo condussero al manicomio.

Sorpreso dall'inaspettata violenza, rimase sbalordito, non oppose la minima resistenza, e si lasciò condurre macchinalmente; ma quando giunse davanti il portone del famosoospizio, alzò gli occhi in atto di profondo disprezzo, ed esclamò:

—Adesso capisco! è il caso attribuito a Salomone di Caus![3]

**   *

Pochi giorni dopo questo avvenimento l'Accademia tenne un'adunanza a porte chiuse, nella quale il dottore Z—— fece delle comunicazioni intorno ad alcune sue recenti ricerche sulla pazzia.

Risulterebbe da studi profondi, che gli uomini sono tutti più o meno matti... senza far eccezione delle donne. I pazzi rinchiusi nei manicomii sono varietà di poca importanza, che si trovano all'ospizio per circostanze fortuite. Non sono quasi mai i più pericolosi, tanto è vero che gli assassini, che non sono altro che pazzi, si consegnano alle prigioni, e molte volte con stupida barbarie si guariscono dalla malattia di cervello, coll'amputazione della testa!

Il genio è un'esuberanza vitale, come molte altre manifestazioni intellettuali che passano per pazzie. Leggete senza pregiudizi le vite di tutti gli eroi, e vi troverete molti sintomi di pazzia. Ogni guerra offensiva è l'azione furiosa d'un pazzo seguito da migliaia d'altri pazzi. Ogni colpo di Stato che non mena al potere, conduce direttamente al patibolo. La storia non è altro che la narrazione delle più strane pazzie dell'umanità.

Il dottore Z—— discendendo colle sue prove fino agli avvenimenti del giorno, parlò d'uomini illustri che vivono circondati dall'ammirazione dei contemporanei, e provò, come due e due fan quattro, che sono matti.

Ascoltando le dotte elucubrazioni dello scienziato, qualche socio credeva di scorgere nel fondo della propria coscienza un germe fosforescente di pazzia, come si vede una fiammella attraverso un vetro appannato.

Taluno ebbe paura che la scienza colle sue progressive scoperte giungesse a leggere i pensieri attraverso le pareti del cranio, e pensava già d'inventare una berretta impermeabile agli sguardi scientifici e di ottenerne il brevetto.

Tal altro pensava invece che il dottor Z—— studiasse l'uomo guardandosi nello specchio, e giudicando la società come la riproduzione perpetua di sè stesso.

Però finita la comunicazione scientifica, tutti i soci indistintamente circondarono il lettore, gli strinsero la mano, e gli prodigarono le più lusinghiere congratulazioni.

Tuttavia il presidente dopo replicati elogi, pregò il dottore di voler conservare inediti tali studi, a solo beneficio della scienza, non giudicando la società abbastanza matura per conoscere positivamente i propri destini. Ed anzi allo scopo di prevenire almeno in parte i pericoli minacciati dal progresso delle scienze naturali si propose di fare una lettura in una prossima adunanza, sull'argomento seguente: "Dell'assoluta necessità d'ingannare il genere umano sulle sue origini, e sulle condizioni dell'esistenza, incominciando dall'insegnamento delle scuole elementari, e seguitando a cullarlo d'illusioni, secondo i suoi gusti speciali, per mezzo della libertà di tutti i culti."

I soci approvarono in grande maggioranza.

**   *

Intanto al manicomio, dopo un accurato esame del signor X——, era insorta una discrepanza di pareri fra i medici: il dottor L—— lo dichiarava affetto da alienazione mentale idiopatica, con delirio ricorrente; il dottore Z—— non vedeva che sintomi di neurosi ipocondriaca. Il paziente passava rapidamente da un profondo abbattimento ad eccessi d'esaltazione furibonda. Egli urlava che i veri pazzi non sono all'ospedale,che lo lasciassero andare in pace, se non volevano che diventasse pazzo davvero.

La famiglia del signor X—— venne invitata ad informare sulla condotta di lui, sulle sue abitudini, occupazioni e tendenze. Venne dichiarato di carattere bizzarro, capriccioso, ineguale; ora taciturno ora impetuoso. Abitualmente chiuso in sè, immerso in profonde meditazioni, si mostrava intollerante d'ogni volgare pregiudizio, e si accendeva di collere subitanee. Misantropo, disprezzava gli uomini, e studiava i costumi delle bestie. Da qualche tempo[4]aveva gettato sul fuoco tutti i libri della sua biblioteca, dichiarandoli un ammasso di assurde corbellerie. Diceva di non voler più leggere altro che il libro inesauribile della natura, e passava il giorno coll'occhio intento sul microscopio, e molte notti sul tetto a contemplare le stelle.

Tali informazioni servirono a confermare i due medici nelle loro diverse opinioni e valsero di prova, al primo per dimostrare l'evidenza della pazzia, al secondo l'evidenza contraria.

Le dichiarazioni della famiglia vennero accompagnate da alcuni foglietti manoscritti, fra i quali si ritrovarono le note seguenti:

"Nel segreto del mio gabinetto io ho interrogato un'ostrica sulle sue idee.

"Essa mi rispose:—Prima di uscire dal mare, io credeva, come tutte le mie compagne, che il mondo fosse stato creato per le ostriche; e che Iddio fosse un'ostrica gigantesca, al cui cenno tutto obbedisse. Però vi sono delle ostriche atee che negano Dio, perchè non lo vedono, si burlano delle ostriche dabbene che credono all'ignoto, e suppongono che fuori del mare tutto sia finito, non potendo immaginare un'altra vita.

"Io stessa non mi sono mai immaginata che vi potessero essere degli animali colla testa.

"Io non la trovavo necessaria, non ne sentivo il bisogno, nè per mangiare, nè per vivere, nè per fabbricare la mia casa, nè per propagare la specie.

"Quale non fu la mia sorpresa, quando cavata fuori dal mare dalla mano d'un uomo, venni posta con alcune mie sorelle in un panierino, e portata in giro per la città! Quali meraviglie! quanti splendori! quale incanto alla vista di tante cose varie, strane, incredibili! e di tanti esseri superiori alle ostriche... almeno in apparenza!

"E se nel solo piccolo mondo si trova tanta varietà d'esseri viventi e di meraviglie, che cosa deve trovarsi in tutti quei globi luminosi che girano negli spazii incommensurabili, e che brillano in ogni parte dell'infinito orizzonte!

"Anche l'uomo, come l'ostrica, non conosce che un minimo frammento del creato, un granellino di sabbia dell'universo!

"Ma l'uomo, tanto superiore alle ostriche, non deve avere la vista corta come i poveri molluschi!

"Egli non giudicherà certamente l'immensità dell'infinito ignoto, dal pochissimo che gli è noto; egli colla sua testa orgogliosa non potrà limitare il suo spirito alle idee dei crostacei, e non vorrà essere nè religioso nè ateo alla maniera delle ostriche!

"—Se io leggessi tali rivelazioni d' un'ostrica all'Accademia scientifica?

"Vado subito a chiederne la licenza."

**   *

Dopo avergli somministrate alcune doccie, e praticati dei salassi, il signor X—— mostrandosi tranquillo, venne restituito alla sua famiglia, raccomandandogli un regime deprimente, e di vivere in calma, abbandonando affatto gli studi di storia naturale, e lasciando vivere e morire in pace gli uomini, le accademie, e le ostriche.

antonio caccianiga.

—Ci si provò anche lei, eh,[1]professore?

—Se mi provai?! E come... e come!

—Ottenne?—

Rise il professor Gianlucardi scotendo la testa: poi soggiunse:—Non me ne volevo mescolare, perchè sono faccende troppo delicate; ma quella povera madre così afflitta mi faceva compassione, e pregato e ripregato mi provai... ma... tanto è inutile, son cervellini, quelli, che non si raddirizzano.

—Crede lei, professore,—gli dissi,—che una seria educazione non possa....

—L'educazione...—interruppe con voce tonante il professor Gianlucardi che aveva il difetto d'interrompere sempre e quello di stemperare un'idea in un lago di parole:—l'educazione...—e continuò così a lungo che io credei volesse affogarmi in uno di quei trattati di educazione a regole stabilite, applicabili in tutti i casi, come le medicine delle quarte pagine dei giornali. Quando il professor Gianlucardi, pensai, sarà deputato, non starà in parlamento per alzarsi e rimettersi a sedere; ma chiederà spesso la parola, e se l'ottiene non la vorrà lasciare tanto per fretta; sarà più facile che i suoi colleghi lascino lui. Toltone, però, quei due difetti, il professor Gianlucardi è un fior di galantuomo e la perla degli insegnanti.

Esaurita la digressione sui vari modi pratici di educare, più o meno efficaci, si venne al fatto, il quale, in verità, è così meschinuccio per sè stesso che non merita le circonlocuzioni verbose del professor Gianlucardi, e si racconta in quattro parole. Ecco la cosa come sta.

Si trattava di convertire alla religione del dovere, e in conseguenza del buon senso, una scapatella di marchesina, sposa da poco tempo, che minacciava di abiurare e l'uno e l'altro. La madre si disperava: madre ottima, o meglio ottima donna, che aspettava sempre dall'alto un consiglio, un aiuto, e spesso anche il miracolo: era come quelli che a forza di guardare in su non guardano mai dove mettono i piedi. Rimase vedova presto la contessa Cecilia con quell'unica figlia, che fino dai primi anni prometteva molto per avvenenza, per astuzia, per vanità; e veniva su un maligno serpentello che dava da fare per quattro, e avrebbe dovuto anche dar pensiero per l'avvenire.

—Coi bambini non si ragiona,—diceva la contessa Cecilia;—quando la mia Albertina avrà qualche anno di più, avrà anche un diverso contegno.—E gli anni passavano e il contegno era diverso, ma in peggio; tantochè alcuni amici consigliarono la contessa Cecilia a mettere la figlia in convento: ma lei dichiarò che in convento non l'avrebbe messa mai, perchè non voleva, non poteva separarsi dalla figliuola.

—Quando prenderà marito diventerà più assennata,—concludeva la contessa Cecilia;—sì, bisogna maritarla presto:—e si consolava con quella speranza, e con incessanti preghiere a Dio e ai Santi che avrebbero mutata in meglio l'indole ribelle della sua Albertina. Infatti, presto fu sposa di un giovine elegante, un marchesino, a cui pareva mill'anni di prender moglie per uscir di pastoie,[2]per aver più denari e potere scorrazzare per il mondo a suo talento, e darsi bel tempo.[3]

Da prima viaggiarono insieme: poi, nato che fu[4]un bambino, si vedevano poco: lui faceva frequenti viaggi a Monte Carlo;[5]lei faceva molto parlar di sè, tanto nelle feste di ballo e nei ritrovi del carnevale, quanto nei mesi delle bagnature, sfoggiando sempre gran copia di eleganti e ricchi abbigliamenti.

La contessa Cecilia era impensierita: andando di questopasso, quel povero bambino sarebbe diventato poco meno di un pezzente. Poi s'impensierì sempre più, perchè la sua Albertina aveva stretto amicizia con alcune giovani signore frivole, ch'ella non avrebbe mai creduto conducessero una vita sì scioperata. Eppure andavano alla messa tutte le feste e mezze feste! Chi se lo sarebbe mai aspettato? V'era poi una certa baronessa che si vantava di essere emancipata, si vestiva da uomo, andava a caccia, andava a cavallo, fumava, e si prendeva gran spasso,[6]ogni anno d'autunno, in una sua villa, dove invitava per settimane intere le sue amiche intrinseche a darsi bel tempo con lei. Si parlava molto di queste villeggiature, e se ne parlava in cento modi: chi a mezz'aria[7]scotendo la testa: chi sbraitando scandalizzato; e v'era pure chi sghignazzava: ma la contessa Cecilia non rideva davvero. Era uno scandalo, via: il decoro della famiglia ne pativa. Mille volte aveva consigliato la sua Albertina a ricusare gl'inviti della baronessa; mille volte l'aveva ammonita di sfuggire quell'intrinsichezza che non le faceva onore e che le sarebbe dannosa, ma era stato come predicare nel deserto.

Vedendo che nè consigli, nè ammonizioni o preghiere valevano, le venne in mente di ricorrere al professor Gianlucardi, al quale confidato che ebbe l'animo suo e sfogato le sue angustie, finì col dire:—bisogna addirittura che lei, professore, faccia di tutto perchè la mia Albertina non vada quest'anno a villeggiare dalla baronessa... non c'è che lei che possa persuaderla... e forse lei ci riuscirà... è stato suo maestro....—Benchè il professor Gianlucardi fosse stato il maestro di letteratura dell'Albertina, e anche ne avesse cantato gli sponsali in terza rima, pure non la vedeva spesso: la vedeva qualche volta in casa della contessa Cecilia, perchè, uomo alla buona com'era, nemico delle cerimonie, visite non le ne faceva. Ma ora non potendo esimersi dall'incombenza della contessa Cecilia, vinto dalle sue preghiere, impietosito dal suo rammarico, dovè promettere di andare sollecitamente dalla sua alunna di una volta.

—La signora è sempre in letto,—diceva un servo, quando il professor Gianlucardi, in un'ora che gli parve adattata alle visite, si presentò al palazzo della marchesa Albertina. Due giorni dopo vi tornò ed era uscita, un'altra volta non si sentiva bene e perciò non riceveva nessuno: e allora il professor Gianlucardi le scrisse due righe pregandola a indicargli in qual giorno e in quale ora avrebbe potuto parlarle.

Nell'ora e nel giorno indicati dall'Albertina, ecco che il professor Gianlucardi entra nel portone del palazzo; e salita l'ampia scala, trova un servo che gli fa strada[8]per quattro salotti e poi lo fa passare in una gran sala, più che ammobiliata, ingombra di mobili, com'ei diceva, e posti così alla rinfusa e per tutti i versi, che a lui, poco pratico di salotti sul gusto moderno, parve di entrare nel magazzino ben fornito di un mercante di mobilia: e forse, in quel momento, pensò al suo salotto con quelle sei seggiole allineate alla parete, col canapè verde e accosto accosto il tavolino di ciliegio lucido come uno specchio. Il professor Gianlucardi, che è un omaccione alto e massiccio, non sapeva come rigirarsi tra tanta farragine di mobili, e per scansare unagiardinierainciampò in unacauseusee capovolse unpouff; molto più che le pesanti, ampie soprattende di stoffa damascata delle due finestre attenuavano anche troppo la luce in quella sala.

Una vocina garrula con delle note di riso frenato a stento, diede il ben arrivato al professor Gianlucardi, che aguzzando gli occhi vide laggiù all'estremo lato della sala, seduta sopra una poltroncina bassa, la sua antica scolara. L'Albertina gli fece festa[9]e cominciò subito a discorrere fitto fitto, senza mai aspettar risposta, rammentando il tempo in cui era stato suo maestro.—Povero professore, quanta pazienza aveva con me! Si rammenta di quel giorno che mi sgridò tanto, e io mi provaia sgridare lei? Oh! ero proprio cattivuccia! E lei mi chiamava la sua alunna ribelle....—

E continuava a parlare sempre lei, e con tutte queste reminiscenze non riusciva al professor Gianlucardi, gran parlatore assuefatto a essere ascoltato, nè di manifestare lo scopo della sua visita, e nemmeno di deviare con qualche parola quel rapido fiumiciattolo di ciarla femminina. Finalmente potè accennare così alla spezzata quello che doveva dirle, e lei interrompendolo:

—Ho capito,—disse,—lei parla in nome della mamma che non vorrebbe che io andassi in villa dalla baronessa. Ma come si fa a ricusare? E che male c'è? Si sta così allegri, ci si diverte tanto! E poi la baronessa è così carina, così gentile con me che non potrei farle uno sgarbo. È un'idea storta della mamma, questa....—

Qui il professor Gianlucardi la interruppe coraggiosamente, e cominciava col suo vocione sonoro a entrare a vele spiegate nelmare magnum[10]dell'eloquenza, quando ecco arrivare una signora a far visita; poi un'altra; poi due giovani eleganti, e finalmente due signore madre e figlia; e allora un ricambio di saluti, di baci, di strette di mano, di motteggi, di risa, e poi una conversazione ben nutrita sui fatti del giorno, sulle mode, sui teatri, e su cento scandalucci saporosi, indovinati più che detti.

Il professore Gianlucardi era sulle spine: non v'era rimedio: capiva che bisognava andarsene. Nell'atto di stringere la mano alla marchesina per accomiatarsi, le disse piano:—Posso portare alla contessa Cecilia la sua promessa che....

—No no; venga domattina alle dieci da me a far colazione, e riparleremo insieme di quello che vorrebbe la mamma... badi, professore, non manchi,... l'aspetto:—gli rispose con una grazietta che innamorava; e il professore se ne andò consolato, sperando bene.

Quando la mattina dopo alle dieci arrivò al palazzo, gliparve di udire nell'interno un certo via vai di servi, e nel cortile quel leggero scalpitio prolungato di cavalli che aspettano impazienti di moversi: poi udì varie voci allegre, e quando entrò nel cortile vide una lieta comitiva di signore e di signori a cavallo sul punto di partire, e tra questi primeggiavano, accanto, una bella donna ch'era la baronessa, e quella figuretta aggraziata dell'Albertina; la quale appena vide il professor Gianlucardi con quella cera stupefatta, spronò il cavallo, e seguìta dagli altri, partì di galoppo dando in uno scroscio squillante di risa.

—Dove vanno?—domandò il professore a un servo.

—Vanno tutti in villeggiatura con la signora baronessa:—rispose il servo.

—Non v'era da aspettarsi altro;—diceva a me il professore chiudendo il suo racconto;—ma confesso il vero, quella risata mi passò l'anima![11]Perciò affermo che l'educazione....

—Dica la verità, professore:—gli dissi (mi premeva di troncare il tèma solito)—lei credeva di fare come Cesare,veni,vidi...

—Pur troppo...—interruppe con un sospiro:—veni, vidi...non vici!—

rosalia piatti.

FIGURIAMOCI tre piccole stazioni ferroviarie disposte nell'ordine seguente:X,Y,Z. Mi par già di sentirmi chiedere: o che[1]si tratta d'una equazione a tre incognite? No, l'algebranon c'entra per nulla, ma quelle tre lettere opache fanno benissimo al caso mio.

È una sera d'agosto soffocante, burrascosa. La luna, cinta di vapori sanguigni, scende la curva dell'orizzonte; in fondo, verso il nord, spessi lampi fendono in tutti i sensi grandi masse di nuvole accavallate l'una sull'altra come montagne gigantesche. Il tuono romba sinistramente.

Il signor Cesare Favari, capostazione diY, in maniche di camicia, senza cravatta e col colletto slacciato siede nel suo ufficio, davanti all'apparecchio telegrafico. Fu una cattiva giornata pel signor Cesare, il quale dovette supplire il telegrafista indisposto e non ebbe un momento di riposo. Ora bisogna notare che il signor Cesare è un'ottima persona, ma è un po' facile a turbarsi, a confondersi, sopratutto quando la sua degna consorte, la signora Arpalice, scende dal suo primo piano e viene a intrattenersi con lui. E oggi, per esempio, la signora Arpalice fece un lunghissimo soggiorno in ufficio. Adesso però, grazie al cielo, la signora Arpalice è a letto, e il signor Cesare pensa che potrà raggiungerla, appena siano passati i due treni 44 (proveniente daX) e 105 (proveniente daZ). Ma il diavolo ci ha messo la coda.[2]Il treno 44 è in ritardo, ciocchè fa ritardare anche il treno 105 che suole scambiarsi col primo aZ. Sono le 11.

Finalmente la stazione diXdà segni di vita e annunzia telegraficamente la partenza del treno 44.

Quasi nel medesimo tempo giunge daZun dispaccio di quel capostazione:

Se potete trattenere costì treno 44, spedisco treno 105.

Il signor Cesare si rende conto dell'impazienza dei viaggiatori del treno 105, e da quell'uomo[3]compiacente ch'egli è 30 ritelegrafa subito:

Tratterrò treno 44. Spedite treno 105.

E dalla stazione diZcapita senza indugio un secondo telegramma:

Treno 105 partito.

—Fra pochi minuti saremo in quiete,—osserva il signor Cesare stropicciandosi le mani. Indossa in fretta la giubba, si allaccia il colletto, si rasciuga il sudore ed esce all'aria aperta.

Altro che quiete! Minaccia un temporale indiavolato, di quelli che sveglierebbero anche i morti. E la signora Arpalice ha tanta paura del fulmine! Anzi il signor Cesare si meraviglia ch'ella non si sia ancora affacciata sul pianerottolo della scala e non abbia chiamato con la sua voce di pentola fessa:—Cesare! Cesare!

Bartolommeo, l'inserviente della stazione, passeggia su e giù lungo il marciapiede della strada, portando in mano la lanterna che proietta davanti a sè una lunga striscia di luce rossa. Però al guizzo dei lampi la luce rossa impallidisce, e spicca invece la colossale figura di Bartolommeo che par veramente un uomo troppo grande per una stazione così piccola.

—Corpo dei sette fratelli Maccabei![4]—brontola fra sè l'inserviente (è la sua esclamazione favorita).—Che tempo!

Infatti il tuono rumoreggia vicino, e il vento solleva turbini di polvere, investe fieramente gli alberi e arruffa i campi di biade. Non c'è in stazione nemmeno un viaggiatore. Chi deve moversi con una notte simile?

Il signor Cesare si accosta al suo subalterno, e gli dice:—I treni 44 e 105 si scambieranno qui.

—Come?—risponde Bartolommeo.—Ma il treno 44 non si ferma....

—Che un minuto, lo so. Vuol dire che stasera si fermerà fino all'arrivo del treno 105.

—Ma non si ferma affatto.

Bartolommeo è pazzo sicuramente, ciò che non impedisce al capostazione di sentir drizzarsi i capelli in testa.

—Imbecille!—grida quest'ultimo perdendo il sangue freddo tanto necessario.—Non s'è fermato anche iersera?

L'inserviente conserva la sua calma, ma sembra voglia adoperarla piuttosto a provar la verità delle sue asserzioni che a prevenire un disastro.—Fino a iersera si è fermato, ma oggi non si ferma più.

E riconducendo in stazione il signor Cesare inebetito, gli fa leggere un laconico avviso del seguente tenore: "A partire dal 5 agosto il treno 44 non si fermerà più alla stazione di Y. La Direzione."

—E oggi è il 5,—dice Bartolommeo.

Il capostazione se l'era dimenticato! Adesso egli comprende di che sbaglio si sia reso colpevole nel rispondere al suo collega diZprima di assicurarsi s'era in tempo di fermare il treno 44; adesso vede tutto l'orrore della situazione, vede la catastrofe imminente, terribile.

—Ai segnali allora, ai segnali!—egli grida con voce troncata dalla commozione.—Ai segnali per arrestare il convoglio 44 che deve ormai esser vicino. Ma presto, per Dio!

E corse di nuovo sulla strada spingendo davanti a sè Bartolommeo che borbotta fra i denti:—Che brutta faccenda! Che brutta faccenda! Corpo dei sette fratelli Maccabei!

Proprio in quel momento un fischio acutissimo fende l'aria e il treno 44 passa davanti alla stazione con la rapidità di una freccia.

—Ferma! Ferma!—urlano il signor Cesare e Bartolommeo, come se la loro voce potesse giungere fino al macchinista, occupato soltanto dall'idea di riguadagnare il tempo perduto.

Il signor Cesare e Bartolommeo si guardano esterrefatti. È sogno? È realtà?

Il treno 44 e il treno 105, venendosi incontro sullo stesso binario con una velocità di oltre a 30 chilometri all'ora, non possono tardare a dar di cozzo l'uno nell'altro. Ancora due minuti, un minuto forse, e le due locomotive si urteranno, s'impenneranno, ansando, muggendo, sbuffando, e i due convogli,simili a due serpi immani abbracciati in un amplesso mortale, si stritoleranno a vicenda nelle spire poderose. Lo schianto del legno, il cigolio delle catene, lo scroscio dei vetri ridotti in frantumi, il gemito del vapore sprigionantesi da mille parti si mesceranno al grido d'angoscia che uscirà da cento petti, alle imprecazioni dei feriti, agli estremi aneliti dei moribondi.

E non si può far nulla, nulla!

Davanti a queste catastrofi repentine manca all'ingegno umano l'elemento ond'egli abbisogna per far valere le sue forze; gli manca il tempo. La fortuna ama coglierlo all'improvviso per soddisfare i suoi capricci spietati.

Sono scomparse l'ultime stelle, cominciano a cader grossi goccioloni di pioggia, il vento raddoppia di violenza, i lampi rischiarano di una luce rossa, sinistra, le due faccie livide, istupidite del capostazione e di Bartolommeo.

Quest'ultimo rientra in ufficio col capo basso, con le braccia penzoloni, agitando indolentemente la lanterna cieca che tiene in mano.

Dal pianerottolo si fa sentir la voce della signora Arpalice che sbigottita dal tempo cattivo chiama:—Cesare! Cesare!

Ma Cesare non risponde.

Egli s'è messo a correre all'impazzata nella direzione diZ. A che pro? Lo sa forse? Ha un'idea netta di ciò che fa?

La pioggia cade a torrenti, il rimbombo del tuono scuote la terra, l'impeto del vento schianta gli alberi, rovescia i pali del telegrafo, ma il signor Cesare non sente nulla, non si cura di nulla. Al guizzo dei lampi la lunga strada s'illumina d'una luce bianca, le guide di ferro scintillano, le pozze d'acqua mandano un barbaglio, le poche abitazioni sparse nella campagna emergono fuggevolmente dalle tenebre, mentre si vedono le alte cime dei pioppi chinarsi fin quasi al suolo e le masse dei carpini agitarsi disordinate.

Il signor Cesare corre, senza arrestarsi mai. Egli procede lungo le rotaie con la vaga speranza che un convoglio straordinario sopraggiunga, lo schiacci, lo annienti. Oh la morte, la suprema liberatrice! Vi sono istanti in cui anche i più codardi l'invocano. Sol ch'ella sapesse risolversi ad arrivare in tempo!

Dei dieci chilometri che dividono la stazione diYda quella diZil signor Cesare ne ha già percorso una terza parte. È strano. Ancora non si scorge nessuna traccia del disastro. Eppure, considerate tutte le circostanze di spazio o di tempo, lo scontro avrebbe dovuto succedere a meno di 3 chilometri da Y. Che il signor Cesare fosse vittima di un'illusione, che lo scambio dei telegrammi, che il passaggio del treno non fosse stato che un sogno di fantasia malata? No, no pur troppo. Quei telegrammi egli li ha davanti a sè in caratteri di fuoco, ha sempre negli occhi la visione di quel treno precipitoso, inesorabile, sordo alla sua voce, lugubremente deciso a perire.

E allora? Sarà più in là,[5]sarà dopo quella casa cantoniera[6]dove la strada fa una svolta a sinistra.

Avanti, avanti! Il disgraziato capostazione s'affretta ancora, raggiunge la casa cantoniera, supera la svolta della strada. Nulla. Nulla, fuorchè il bagliore dei lampi che rischiara per un lungo tratto di via il binario deserto.

Ma il signor Cesare non ne trae argomento a sperare. Nello stato d'animo in cui si trova, lo turba, lo irrita quasi di non aver la prova materiale della catastrofe che deve essere accaduta, che non può non essere accaduta.

E gli sembra che la sorte sia doppiamente crudele nel prolungare le sue incertezze.

Lo assale un altro dubbio. Se, nel moversi daYavesse preso la direzione opposta a quella che voleva prendere? No, nemmen questo è possibile. Egli conosce la via, e i numeri delle case cantoniere gli provano che non s'è sbagliato.

Potrebbe bussare ad un uscio, ma non osa. Una forza irresistibile lo spinge avanti. E poi quelle case sono ermeticamente chiuse, hanno l'aspetto di tombe. O tutti i cantonieri sono accorsi sul luogo del disastro, o nel terrore di quella notte d'inferno hanno dimenticato che deve passare ancora un treno, il treno 105.

Da quanto tempo sia in cammino, il signor Cesare non lo sa. Sa che non può arrestarsi quantunque le vesti inzuppate d'acqua inceppino i suoi movimenti, quantunque i suoi piedi indolenziti si sprofondino nel fango, e senta un formicolio per tutte le membra, e il cuore gli batta con violenza come se volesse frangerglisi in petto.

È incespicato due volte, e s'è rialzato, ha perduto il berretto e non s'è dato il pensiero di raccoglierlo. Procede a testa scoperta coi capelli incollati sulle tempie, con le orecchie tese, con gli occhi intenti nel buio. Infatti i lampi vanno via facendosi più radi. Anche la pioggia è meno dirotta, anche il vento è meno impetuoso.

L'idea d'essere in preda ad un'allucinazione torna ad affacciarsi alla mente del nostro Cesare. Però questa idea gliene suscita un'altra che gli gela il sangue. Sarebbe egli impazzito?

Ah!... Non è inganno questa volta. In fondo tremola qualche lume, si agita qualche ombra. Ancora pochi passi, e chi sa quale scena d'orrore!

Dalla stessa parte ove brillano i lumi si innalza un segnale.—La strada è libera? chiede il segnale nel suo muto linguaggio.

Di lì a poco, nella direzione diY, un altro segnale risponde.—È libera.

Allora si sente un fischio, e due occhi di fuoco[7]sboccano dalle tenebre, e la terra oscilla sotto il peso d'un convoglio che viene.

In quel momento l'istinto della vita riprende il disopra nell'animo dell'infelice che poco prima anelava di morire. Egli esce dalle rotaie: poi le forze gli mancano ed egli cade privo di sensi sul margine della strada. Il treno gli passa rasente.

**   *

La mattina dopo, il signor Cesare si sveglia nel letto del capostazione diZ, che gli spiega per quale miracolo si sia evitata una catastrofe.

Il treno 105 era realmente partito, ma la bufera che imperversava sgomentò il macchinista, il quale credette opportuno di retrocedere e ripararsi sotto la tettoia. Vi si trovava da pochi minuti quando con maraviglia universale giunse il treno 44. Non accadde uno scontro nella stazione perchè il convoglio 105 si trovava sul binario di scambio. Il macchinista del 44 dichiarò di non aver veduto nessun segnale che gli ordinasse di fermarsi. Ciò fece sorgere il dubbio di qualche disordine alla stazione diY. Si corse al telegrafo, ma il temporale aveva rotto i fili. E d'altra parte l'impeto del vento non consentì per due buone ore di alzare nessun segnale. Appena fu possibile di assicurarsi in questo modo che la strada era sgombra, il treno 105 si mosse. Ed era appunto il treno 105 quello che aveva quasi investito il signor Cesare. In quanto a lui, lo si era raccolto svenuto a mezzo chilometro dalla stazione diZ.

Una febbre violenta tenne per qualche giorno sospeso il povero uomo tra la vita e la morte. Si riebbe alla fine, ma il ricordo di quella notte infernale non gli permise più di continuare il suo servizio. Chiese la sua pensione e si ritirò in un poderetto di sua moglie, lontano dalla linea ferroviaria. E in istrada ferrata non viaggia mai, e non vuol sentirne a parlare, e la vista di due rotaie basta a turbarlo per una settimana.

enrico castelnuovo.

CI trovavamo (quindici o venti passeggieri di prima classe) sul ponte d'uno de' più bei piroscafi del Florio, durante la traversata da Livorno a Genova.

Il sole era appena tramontato, ma l'occidente era ancora pieno di luce; spirava una brezza tepida e soave. Gli uomini fumavano; le signore contemplavano il cielo lontano e il mare tranquillo; due sposi si guardavano teneramente negli occhi.

Qualcheduno ebbe la malaugurata idea di parlare d'un sinistro marittimo successo pochi giorni prima nella Manica. Un signore ufficioso soggiunse:—Ho qui in tasca un giornale francese pieno di particolari strazianti.

Da due o tre parti si cominciò a dire:—Legga, legga.—E il signore ufficioso non si fece pregare, e spiegando il foglio lesse una diffusa descrizione del lugubre fatto, il quale può riassumersi in brevi parole. Nel cuor della notte, a cinque o sei miglia da Douvres, un vapore mercantile inglese aveva squarciato il fianco d'un vapore tedesco carico d'emigrati e lo aveva mandato a picco[1]in meno d'un quarto d'ora. Su seicento persone se n'erano salvate centocinquanta al più. Erano perite intere famiglie. Il vapore inglese, dopo aver messo in mare le imbarcazioni e aver raccolto quanti più naufraghi avea potuto, era stato costretto a riparare in un porto molto malconcio. S'era aperta una delle solite inchieste.

A questa lettura tennero dietro i commenti che parevano non voler più finire.

—Che tragedia!

—Ma! Pare impossibile che con un po' di prudenza non si debbano evitare simili disgrazie.

—Ci sono pericoli tanto in terra quanto in mare.

—A pensarci su troppo non ci si muoverebbe mai di casa.

—Eh, anche in casa i guai ci capiterebbero addosso quando meno ce li aspettassimo.

—Una buona dose di fatalismo è indispensabile nella vita.

Queste profonde considerazioni furono interrotte da un viaggiatore nervoso il quale disse:—Non si potrebbe mutar discorso?

—Sì, sì,—risposero parecchi.—Parliamo di cose allegre.

**   *

Però, quando, per un motivo qualunque, un argomento riesce a produrre una viva impressione, è difficilissimo di attaccarne un altro. Così avvenne quel dopopranzo. La conversazione generale languì e non tardò a cessare affatto. Si formarono invece dei piccoli crocchi, e si potrebbe giurare che in ciascuno di essi si continuava a parlare della catastrofe successa nella Manica. Se ne parlava certo nel mio crocchio.

Eravamo in cinque; io, i due sposi novelli a cui accennai in principio, e due signori di mezza età, tutte conoscenze fatte alla tavola rotonda dell'albergo di Livorno. I due sposi erano siciliani e facevano il loro viaggio di nozze. Il marito mi aveva consegnato il suo viglietto da visita su cui era scritto:—Avvocato Camillo Riani.

La sposa apparteneva a una famiglia di negozianti oriundi francesi, ma stabiliti da un paio di generazioni a Messina. Si chiamava Maria.

Ben di rado m'era successo d'incontrare una così bella coppia. Egli bruno, occhi neri ed espressivi, folta e nerissima barba; ella con capelli tra il biondo ed il castagno, carnagione bianca, pupille del color del mare, denti candidi come l'avorio.

A veder questi due giovani (e non avevano fra tutti e duequarant'anni) si capiva l'amore in ciò ch'esso ha di più intimo e di più squisito, un amore pieno di ingenuità e di freschezza, non isguaiato, non isvenevole, ma troppo intenso e gagliardo da poter nascondersi sotto il manto dell'indifferenza: un amore insomma che tutti vorrebbero provare e inspirare e che desta nell'anima di chi n'è semplice spettatore un'invidia scevra d'acrimonia, una simpatia scevra d'indiscrezione.

Si continuava dunque a parlar tra noi dello scontro fatale de' due vapori, a compianger le vittime, a commiserare i superstiti.

—Senza dubbio,—disse la signora,—tra i superstiti ci son molti più disgraziati che tra le vittime. Son quasi da invidiare le famiglie che perirono intiere. Ma sopravvivere alle persone amate, essere in salvo e non veder più intorno a sè i propri cari! In simili casi io supplicherei il mio salvatore di lasciarmi morire.

—Siete avvertiti,—disse il marito gestendo animatamente e adoperando ilvoisecondo l'usanza meridionale.—Se questa notte il nostro vapore andasse a fondo e non poteste trarre a riva anche me, non v'incaricate di mia moglie.

—No sicuro,—ella rispose con enfasi.

—Purtroppo,—egli soggiunse nello stesso tuono scherzevole,—purtroppo io sarò tra i primi ad affogare. Non so tenermi a galla un minuto.

Era ormai buio e ci disponemmo a scender sotto coperta.

In quel punto notai che il cielo non era più sereno come un quarto d'ora addietro; in fondo, dalla parte della costa tirrena c'erano alcune nuvole e di tratto in tratto lampeggiava. Forse per effetto dei discorsi tenuti sino allora, quella vista mi fece una certa impressione che però mi guardai bene dal[2]comunicare a' miei compagni i quali non s'erano nemmeno accorti del cambiamento successo nell'atmosfera. Tuttavia, preso in disparte un marinaio, gli chiesi sottovoce:—Avremo burrasca?

Il marinaio, che non era un miracolo di cortesia, si strinse nelle spalle,[3]nè io potei capire se la mia domanda gli sembrasse ridicola o se realmente egli non fosse in grado di far pronostici.

La sala di prima classe era quasi piena. Una signora francese, seduta davanti al pianoforte, sonava a memoria alcuninotturnidi Chopin, incoraggiata dalle sommesse approvazioni di dieci o dodici uditori di buona volontà; i posti intorno alla tavola erano in gran parte occupati. Due uomini maturi giocavano a scacchi, i coniugi Riani sfogliavano i giornali illustrati mentr'eglicingeva amorosamente col braccio la vita dilei; un signore calvo che aveva l'aria d'un colonnello in pensione consultava l'Indicatore generale delle ferrovie e dei piroscafi; una zitellona scriveva qualche nota nel suo taccuino. Finalmente, davanti a sette tazze di tè e sette piattini disandwiches, sedevano con molta gravità sette Inglesi tra maschi e femmine, così somiglianti fra loro che le femmine si distinguevano dai maschi soltanto per merito dei vestiti. Essi mangiavano isandwichese sorseggiavano il tè con la regolarità d'una compagnia di soldati che fa l'esercizio,[4]e quando il più anziano fra loro, certo il capo della famiglia, diceva qualche parola, gli altri rispondevano in coro:yes... o yes... indeed.

Appena la signora francese ebbe finito di suonare, un giovine, che aveva una vocina simpatica di tenore, e che seppi essere un negoziante di Bologna, cantò una graziosa romanza intitolata:Sognai; dopodichè molti si ritirarono nelle loro cabine e non rimasero in sala che quelli i quali avevano intenzione di passarvi la notte. Fra i primi ad andarsene furono i signori Riani che mi salutarono con molta cordialità. In quel momento la sposa mi parve più bella che mai.

**   *

Trattandosi d'una sola notte non m'ero fatto dare una cabina neppur io: m'ero scelto invece un buon posto sul divano e vi avevo deposto il mioplaide il mio mantello per acquistarmi quello che i giureconsulti chiamano diritto d'usucapione.

Prima di coricarmi risalii sopra coperta affine di vedere lo stato del cielo. Non erano successe notevoli variazioni; però le nuvole s'erano avanzate alquanto sull'orizzonte e lampeggiava con maggiore frequenza. Anche il rullio del piroscafo era divenuto più sensibile.

Comunque sia, io non tardai a sdraiarmi sul divano col mioplaidarrotolato sotto il capo e il mio soprabito sui piedi. Quattro o cinque passeggieri erano già addormentati; il tenorino russava profondamente poco distante da me.

Un marinaio spense tutti i lumi meno uno.

Rimasi alcuni minuti supino con gli occhi aperti ascoltando con curiosità i vari rumori del piroscafo in movimento, i colpi secchi e regolari dell'elice, l'ansar della macchina, lo scricchiolio dello scafo, il tintinnio dei vetri, il sordo borbottare dell'acqua che spumeggia rabbiosa lungo la carena. Alla fine la stanchezza mi vinse, sentii un gran peso alle palpebre e pigliai sonno.

Non so per quanto tempo dormissi; so che uno scroscio violento, uno strepito di cristalli infranti mi fece sbarrar gli occhi spaventato. E al fioco raggio del lume che ardeva ancora vidi ogni cosa traballare intorno a me, e altre figure sonnacchiose come la mia sollevarsi a mezzo sul divano e guardarsi in giro atterrite. Una campana che suonava a distesa ci avvertì di un pericolo imminente; urli disperati si alzarono da ogni parte. Qualcheduno disse:—Tutti sopra coperta, tutti sopra coperta.—Mezzo svestito com'ero mi precipitai verso la scaletta ove s'accalcavano uomini in camicia, donne scapigliate, discinte, alcune delle quali si trascinavano dietro o tenevanoin collo dei bambini quasi ignudi, cascanti dal sonno. E chi gridava, e chi piangeva, e chi si raccomandava al Signore, e chi bestemmiava, e chi domandava con piglio istupidito:—Cos'è? Cos'è stato?[5]


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