che de' mortaliÈ madre in parto ed in voler matrigna[308],
che de' mortaliÈ madre in parto ed in voler matrigna[308],
che de' mortali
È madre in parto ed in voler matrigna[308],
e solo per ironia la dicecortese[309]edamante[310]. Lei sola accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, chepenespargea larga mano, e che, simile afanciullo invitto,
Il suo capriccio adempie, e senza posaDistruggendo e formando si trastulla[311],
Il suo capriccio adempie, e senza posaDistruggendo e formando si trastulla[311],
Il suo capriccio adempie, e senza posa
Distruggendo e formando si trastulla[311],
vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando, invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite le sue santissime leggi.
La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle qualiciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
contento abbraccioSenno con libertà;
contento abbraccioSenno con libertà;
contento abbraccio
Senno con libertà;
e
Qui neghittoso immobile giacendo,Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
Qui neghittoso immobile giacendo,Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
ma egli mente a sè stesso. Idilettosi inganni, partitisi dalla mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura.
O speranze, speranze, ameni inganni,Della mia prima età! sempre, parlando,Ritorno a voi; chè per andar di tempo,Per variar d'affetti e di pensieri,Obbliarvi non so;
O speranze, speranze, ameni inganni,Della mia prima età! sempre, parlando,Ritorno a voi; chè per andar di tempo,Per variar d'affetti e di pensieri,Obbliarvi non so;
O speranze, speranze, ameni inganni,
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so;
e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio cuore:
Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra[314];
Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra[314];
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra[314];
ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermoneSu la mitologia, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
Vissero i fiori e l'erbe,Vissero i boschi,
Vissero i fiori e l'erbe,Vissero i boschi,
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi,
e
Conscie le molliAure, le nubi e la titania lampaFur della umana gente, allor che ignudaTe per le piagge e i colli,Ciprigna luce, alla deserta notteCon gli occhi intenti il viator seguendo,Te compagna alla via, te de' mortaliPensosa immaginò[315].
Conscie le molliAure, le nubi e la titania lampaFur della umana gente, allor che ignudaTe per le piagge e i colli,Ciprigna luce, alla deserta notteCon gli occhi intenti il viator seguendo,Te compagna alla via, te de' mortaliPensosa immaginò[315].
Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
Fur della umana gente, allor che ignuda
Te per le piagge e i colli,
Ciprigna luce, alla deserta notte
Con gli occhi intenti il viator seguendo,
Te compagna alla via, te de' mortali
Pensosa immaginò[315].
Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
Vivi tu, vivi, o santaNatura? vivi e il dissueto orecchioDella materna voce il suono accoglie?
Vivi tu, vivi, o santaNatura? vivi e il dissueto orecchioDella materna voce il suono accoglie?
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
e a lei raccomandò,poscia che vote erano le stanze d'Olimpo, questa dolorosa famiglia umana:
Tu le cure infelici e i fati indegniTu de' mortali ascolta,Vaga natura, e la favilla anticaRendi allo spirto mio; se tu pur vivi.E se de' nostri affanniCosa veruna in ciel, se nell'apricaTerra s'alberga o nell'equoreo seno,Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
Tu le cure infelici e i fati indegniTu de' mortali ascolta,Vaga natura, e la favilla anticaRendi allo spirto mio; se tu pur vivi.E se de' nostri affanniCosa veruna in ciel, se nell'apricaTerra s'alberga o nell'equoreo seno,Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
Tu le cure infelici e i fati indegni
Tu de' mortali ascolta,
Vaga natura, e la favilla antica
Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.
E se de' nostri affanni
Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,
Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie, morendo, un inno alla vita immortale e universa.
Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,Tandis que devant toi ta frêle créature,Élevant ses regards de ta beauté ravis,Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,Tandis que devant toi ta frêle créature,Élevant ses regards de ta beauté ravis,Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,
Tandis que devant toi ta frêle créature,
Élevant ses regards de ta beauté ravis,
Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!
Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,
L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.
Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,Plus dans la solitude, asile du malheur,Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,Plus dans la solitude, asile du malheur,Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!
Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,
Plus dans la solitude, asile du malheur,
Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della sua fantasia. Per lui non eranovote le stanze d'Olimpo. Egli si chiamava Alfonso De Lamartine[317].
Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo, nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito.
Proprii mi diede i palpitiNatura, e i dolci inganni.Sopiro in me gli affanniL'ingenita virtù;Non l'annullâr: non vinselaIl fato e la sventura;Non con la vista impuraL'infausta verità[318].
Proprii mi diede i palpitiNatura, e i dolci inganni.Sopiro in me gli affanniL'ingenita virtù;
Proprii mi diede i palpiti
Natura, e i dolci inganni.
Sopiro in me gli affanni
L'ingenita virtù;
Non l'annullâr: non vinselaIl fato e la sventura;Non con la vista impuraL'infausta verità[318].
Non l'annullâr: non vinsela
Il fato e la sventura;
Non con la vista impura
L'infausta verità[318].
E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotatadi mente e di cuore, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi.
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffreDi strappar dalle bracciaAll'amico l'amico,Al fratello il fratello,La prole al genitore,All'amante l'amore: e l'uno estinto,L'altro in vita serbar?[319]
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffreDi strappar dalle bracciaAll'amico l'amico,Al fratello il fratello,La prole al genitore,All'amante l'amore: e l'uno estinto,L'altro in vita serbar?[319]
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
Di strappar dalle braccia
All'amico l'amico,
Al fratello il fratello,
La prole al genitore,
All'amante l'amore: e l'uno estinto,
L'altro in vita serbar?[319]
Nella stessaGinestra, in quel supremo e terribil canto, dove, quasiinsiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia, tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura, rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con cui egli saluta l'odorata pianta
di tristiLochi e dal mondo abbandonati amante,E d'afflitte fortune ognor compagna;
di tristiLochi e dal mondo abbandonati amante,E d'afflitte fortune ognor compagna;
di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna;
e ilfior gentile, che quasi
I danni altrui commiserando, al cieloDi dolcissimo odor manda un profumoChe il deserto consola.
I danni altrui commiserando, al cieloDi dolcissimo odor manda un profumoChe il deserto consola.
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor manda un profumo
Che il deserto consola.
E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore dellaGinestrae un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole, poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura così vanta sè stessa:
Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,A côté des fourmis les populations[320];Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,J'ignore en les portant les noms des nations.
Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,A côté des fourmis les populations[320];Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,J'ignore en les portant les noms des nations.
Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,
A côté des fourmis les populations[320];
Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,
J'ignore en les portant les noms des nations.
A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo avevano abbagliato un istante, esclama:
C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,Et dans mon cœur alors je la hais et je voisNotre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».Vivez, froide Nature, et revivez sans cesseSous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,J'aime la majestè des souffrances humaines;Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,Et dans mon cœur alors je la hais et je voisNotre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».Vivez, froide Nature, et revivez sans cesseSous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,J'aime la majestè des souffrances humaines;Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,
Et dans mon cœur alors je la hais et je vois
Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,
Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.
Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:
«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,
Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».
Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse
Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;
Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,
L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;
Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,
J'aime la majestè des souffrances humaines;
Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore. Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita. La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile, inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura? Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno.
Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore, ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore, notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia adescriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così, o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o dietro a lei, ilbrutto potere ascoso, e lo spettacolo delle cose non può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dalbrutto potere; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando men per questa che per altre ragioni.
A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo, le tetre e terribili dellaGinestra. L'anima del poeta s'è venuta infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si armonizzano col suo stato.
Placida notte, e verecondo raggioDella cadente luna; e tu che spuntiFra la tacita selva in su la rupe,Nunzio del giorno; oh dilettose e care,Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,Sembianze agli occhi miei; già non arrideSpettacol molle ai disperati affetti.
Placida notte, e verecondo raggioDella cadente luna; e tu che spuntiFra la tacita selva in su la rupe,Nunzio del giorno; oh dilettose e care,Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,Sembianze agli occhi miei; già non arrideSpettacol molle ai disperati affetti.
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care,
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento; ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva nell'anima il tema e i versi dellaGinestra[322]. NellaGinestranon più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma l'arida schienadel formidabil monte, e campi cosparsi di cenere e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file de' mozzi colonnati, e un ricordo dell'
erme contradeChe cingon la cittadeLa qual fu donna de' mortali un tempo,E del perduto imperoPar che col grave e taciturno aspettoFaccian fede e ricordo al passeggero.
erme contradeChe cingon la cittadeLa qual fu donna de' mortali un tempo,E del perduto imperoPar che col grave e taciturno aspettoFaccian fede e ricordo al passeggero.
erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma quanto diversa da quella delleRicordanze, quanto anche diversa da quella delCanto notturno di un pastore errante dell'Asia! NelleRicordanzeil poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti colloquii e le dolci effusioni di un tempo. NelCanto notturnol'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che operino. NellaGinestrail poeta, sedendo la notte sulle desolate piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e specchiarsi nel mare,
e tutto scintille in giroPer lo voto seren brillare il mondo;
e tutto scintille in giroPer lo voto seren brillare il mondo;
e tutto scintille in giro
Per lo voto seren brillare il mondo;
mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione. Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come l'ultima forma di esso.
Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo, e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e,nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra, bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide, cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e, nulladimeno, provare al vivola grande jouissance toute particulière que suscitait la grandeur du péril[323]. Egli era robusto del corpo, per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto, o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.
Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi; e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la natura non morì in tutto mai.
Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo De Musset salutò col nome disombre amant de la Mort.
Due cose belle ha il mondo:Amore e morte.
Due cose belle ha il mondo:Amore e morte.
Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte.
dice Consalvo: e
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e MorteIngenerò la sorte.Cose quaggiù sì belleAltre il mondo non ha, non han le stelle,
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e MorteIngenerò la sorte.Cose quaggiù sì belleAltre il mondo non ha, non han le stelle,
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle,
dice il poeta nella canzone che appunto s'intitolaAmore e Morte. Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte con l'amore; un intenso desiderio di morte.
La morte è
Bellissima fanciulla,Dolce a veder, non qualeLa si dipinge la codarda gente;
Bellissima fanciulla,Dolce a veder, non qualeLa si dipinge la codarda gente;
Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda gente;
ed è genio divino e benefico che
ogni gran dolore.Ogni gran male annulla,
ogni gran dolore.Ogni gran male annulla,
ogni gran dolore.
Ogni gran male annulla,
e sol esso pietosodei terreni affanni. Onde il morire non è dolore,ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelleRicordanze[325], e come più espressamente dirà nelDialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie[326]. E l'uomo di alto animo, che sente lagentilezza del morire, al morir non ripugna, ma piegaaddormentato il voltonelvirgineo senodella fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico fine dell'essere[328].
Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori. Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'Alcestedi Euripide essa appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente sorella del Sonno quando scriveva il verso:
Omnibus obscuras injicit illa manus;
Omnibus obscuras injicit illa manus;
Omnibus obscuras injicit illa manus;
nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, quando l'armava di avidi denti.
Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza, assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di sentimenti la spiega?
Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono la immortalità in dono dai numi.
Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,
Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,
Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,
dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine, ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo, poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali, e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè belle, nè decorose.
A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o ancheconcilia martyrum. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome didies natalis. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatelloDe bono mortis?
Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo; munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure, con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere, li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo, che nel tedescoHeldenbuchsi vede il pagano Belligan (e secondo la comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo, ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono spontaneo delle campane.
La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:
Thou my shadeInseparable, must with me along;For Death from Sin no power can separate[330].
Thou my shadeInseparable, must with me along;For Death from Sin no power can separate[330].
Thou my shade
Inseparable, must with me along;
For Death from Sin no power can separate[330].
La morte è un'ombra sparuta (meagre shadow; non giàscarnata forma, come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso carcame (this mau, this wast unhide-bound corps, che il Maffei molto liberamente tradusse:Quest'arido carcame e il ventrevuoto). Ella è armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono duecani infernali.
A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo, checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano, che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331].
Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar della morte.
Morte villana, di pietà nemica,Di dolor madre antica,
Morte villana, di pietà nemica,Di dolor madre antica,
Morte villana, di pietà nemica,
Di dolor madre antica,
esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzoneMorte, poich'io non truovo a cui mi doglia, Dante aveva scongiurata la morte di non uccidere la donna checon seco ne portava il suo cuore,e l'ammoniva che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:
Partissi quella dispietata e rea,Pallida in vista, orribile e superba,Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
Partissi quella dispietata e rea,Pallida in vista, orribile e superba,Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
Partissi quella dispietata e rea,
Pallida in vista, orribile e superba,
Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; e già Guido Cavalcanti l'aveva dettagentile. Dante, immaginando morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo colore». E in verso
Morte, assai dolce ti tegno:Tu dei omai esser cosa gentile,Poi che tu se' ne la mia donna stata,E dei aver pietate e non disdegno.Vedi che sì desideroso vegnoD'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
Morte, assai dolce ti tegno:Tu dei omai esser cosa gentile,Poi che tu se' ne la mia donna stata,E dei aver pietate e non disdegno.Vedi che sì desideroso vegnoD'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
Morte, assai dolce ti tegno:
Tu dei omai esser cosa gentile,
Poi che tu se' ne la mia donna stata,
E dei aver pietate e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.
Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella, e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].
Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la mortesora corporale. In certe novelline popolari sparse su tutta la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo, e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337]. Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo,va in cerca di un compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto:aequo pulsat pede. Questo concetto è espresso in un gran numero di proverbii.
Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua natura,ab origine, bella e gentile, assai più di quanto la potessero immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina una morte al cuidivino statonon bisogna nè illeggiadrimento, nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è dettaregina degli spaventi; e il La Rochefoucauld avvertì:Le soleil ni la mort ne peuvent se regarder fixement; e nel mistero del Byron, Caino non osa mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata dal Leopardi.
Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta, bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore, bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il Leopardi?[340]Il Novalis, idealista e mistico, giudicava lamalattia e la mortepiaceri della vita(gioia di morte, disse una volta Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non avrebbe il Leopardi esclamato:
Bella Morte, pietosaTu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
Bella Morte, pietosaTu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono, pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte, tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza. Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.
Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere nel cuor del Leopardi. Pel poeta dellaGinestrala morte non è un intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un confronto fra la poesia del Leopardi intitolataIl sognoe il canto o capitolo secondo delTrionfo della Morte, da cui quella è inspirata. In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezzagli apporta quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo delTrionfo della Morte. La notte stessa che seguì al suo salire in cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme orientali, gli porge lagià tanto desiata mano, se lo fa sedere a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?
Viva son io, e tu se' morto ancora,Diss'ella, e serai sempre, finchè giungaPer levarti di terra l'ultim'ora.
Viva son io, e tu se' morto ancora,Diss'ella, e serai sempre, finchè giungaPer levarti di terra l'ultim'ora.
Viva son io, e tu se' morto ancora,
Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga
Per levarti di terra l'ultim'ora.
Ed egli: È sì gran pena il morire?
Rispose: Mentre al vulgo dietro vaiEd a l'opinion sua cieca e dura,Esser felice non pô' tu già mai.La morte è fin d'una pregion oscuraAgli animi gentili; agli altri è nojaCh'hanno posta nel fango ogni lor cura.
Rispose: Mentre al vulgo dietro vaiEd a l'opinion sua cieca e dura,Esser felice non pô' tu già mai.La morte è fin d'una pregion oscuraAgli animi gentili; agli altri è nojaCh'hanno posta nel fango ogni lor cura.
Rispose: Mentre al vulgo dietro vai
Ed a l'opinion sua cieca e dura,
Esser felice non pô' tu già mai.
La morte è fin d'una pregion oscura
Agli animi gentili; agli altri è noja
Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.
Duole, sì, l'affannodella morte,ma più la tema de l'eterno danno; chè la morte non è se non unsospir breve; e a lei fu mansueta la morte; ed ella, a quel passo più lieta
Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella eternità.
Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,
e qualeDegl'infelici è la sembianza.
e qualeDegl'infelici è la sembianza.
e quale
Degl'infelici è la sembianza.
Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:
Son morta, e mi vedestiL'ultima volta, or son più lune.
Son morta, e mi vedestiL'ultima volta, or son più lune.
Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune.
E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la rimembranza ora che loro ètolto il futuro, quella non cela il sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo all'amore:
E tu d'amore, o sfortunato, indarnoTi scaldi e fremi. Or finalmente addio.Nostre misere menti e nostre salmeSon disgiunte in eterno. A me non vivi.E mai più non vivrai: già ruppe il fatoLa fè che mi giurasti.
E tu d'amore, o sfortunato, indarnoTi scaldi e fremi. Or finalmente addio.Nostre misere menti e nostre salmeSon disgiunte in eterno. A me non vivi.E mai più non vivrai: già ruppe il fatoLa fè che mi giurasti.
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi.
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fè che mi giurasti.
E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.
Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la qualeruppe il nodo antico alla sua lingua, e gli ottiene da Elvira la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:
Due cose belle ha il mondo:Amore e morte.
Due cose belle ha il mondo:Amore e morte.
Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte.
NelSognola morte pon fine all'amore: nelConsalvola morte fa manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi
Palpiti della morte e dell'amore
Palpiti della morte e dell'amore
Palpiti della morte e dell'amore
si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermannsi vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie l'amplesso: nelConsalvola morte stringe il nodo che sciorrà subito dopo.
Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore