CAPITOLO VI.Classicismo e Romanticismo del Leopardi.

Nasce il piacer maggioreChe per lo mar dell'essere si trova;

Nasce il piacer maggioreChe per lo mar dell'essere si trova;

Nasce il piacer maggiore

Che per lo mar dell'essere si trova;

la morte

Ogni gran male annulla.

Ogni gran male annulla.

Ogni gran male annulla.

Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di morire:

Tanto alla morte inclinaD'amor la disciplina.

Tanto alla morte inclinaD'amor la disciplina.

Tanto alla morte inclina

D'amor la disciplina.

Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la terra

senza quellaNova, sola, infinitaFelicità che il suo pensier figura;

senza quellaNova, sola, infinitaFelicità che il suo pensier figura;

senza quella

Nova, sola, infinita

Felicità che il suo pensier figura;

e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (perquanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore e l'ora della morte fann'uno.

Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse:Tota philosophorum vita commentatio mortis est. Seneca, in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte:Nihil mihi videtur turpius quam optare mortem; ma in altra scrittura persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi:Felicissimis mors optanda est. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il fardello della vita[345].

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente e più intenso.Infelix ego homo, esclama San Paolo,quis me liberabit de corpore mortis hujus?e in altra occasione:Mihi enim vivere Christum est, et mori lucrum: parole ripetute poi da infiniti. E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del martirio?

Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullitàdella vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata, non meriti d'esser vissuta.

Or poserai per sempre,Stanco mio cor. . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . .Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra. Amaro e noiaLa vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.. . . . . . . . . . . . . . .Al gener nostro il fatoNon donò che il morire[346].

Or poserai per sempre,Stanco mio cor. . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . .Posa per sempre. AssaiPalpitasti. Non val cosa nessunaI moti tuoi, nè di sospiri è degnaLa terra. Amaro e noiaLa vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.. . . . . . . . . . . . . . .Al gener nostro il fatoNon donò che il morire[346].

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

. . . . . . . . . . . . . . .

Al gener nostro il fato

Non donò che il morire[346].

Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi, ne' versiAd Angelo Maiscriveva:

Morte domandaChi nostro mal conobbe e non ghirlanda.

Morte domandaChi nostro mal conobbe e non ghirlanda.

Morte domanda

Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.

NellaVita solitariail poeta si augura pronta morte, e accenna al ferro liberatore. NelleRicordanzeparla e riparla dellainvocata morte:

E già nel primo giovanil tumultoDi contenti, d'angosce e di desio,Morte chiamai più volte, e lungamenteMi sedetti colà su la fontanaPensoso di cessar dentro quell'acqueLa speme e il dolor mio.

E già nel primo giovanil tumultoDi contenti, d'angosce e di desio,Morte chiamai più volte, e lungamenteMi sedetti colà su la fontanaPensoso di cessar dentro quell'acqueLa speme e il dolor mio.

E già nel primo giovanil tumulto

Di contenti, d'angosce e di desio,

Morte chiamai più volte, e lungamente

Mi sedetti colà su la fontana

Pensoso di cessar dentro quell'acque

La speme e il dolor mio.

Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa ilfallo del cieco dispensator de' casi. Se

È funesto a chi nasce il dì natale[349],

È funesto a chi nasce il dì natale[349],

È funesto a chi nasce il dì natale[349],

ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo sani di ogni dolore[350].

Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire scrisse:

J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....

J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....

J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,

Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;

Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....

Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:

Giammai d'allor che in priaQuesta vita che sia per prova intesi,Timor di morte non mi stringe il petto.Oggi mi pare un giocoQuella che il mondo inetto,Talor lodando, ognora abborre e trema,Necessitade estrema;E se periglio appar, con un sorrisoLe sue minacce a contemplar m'affiso[352].

Giammai d'allor che in priaQuesta vita che sia per prova intesi,Timor di morte non mi stringe il petto.Oggi mi pare un giocoQuella che il mondo inetto,Talor lodando, ognora abborre e trema,Necessitade estrema;E se periglio appar, con un sorrisoLe sue minacce a contemplar m'affiso[352].

Giammai d'allor che in pria

Questa vita che sia per prova intesi,

Timor di morte non mi stringe il petto.

Oggi mi pare un gioco

Quella che il mondo inetto,

Talor lodando, ognora abborre e trema,

Necessitade estrema;

E se periglio appar, con un sorriso

Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].

Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.

Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfinoil desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:

E tu cui già dal cominciar degli anniSempre onorata invoco,Bella Morte, pietosaTu sola al mondo dei terreni affanniSe celebrata maiFosti da me, s'al tuo divino statoL'onte del volgo ingratoRicompensar tentai,Non tardar più, t'inchinaA' disusati preghi,Chiudi alla luce omaiQuesti occhi tristi, o dell'età reina[354].

E tu cui già dal cominciar degli anniSempre onorata invoco,Bella Morte, pietosaTu sola al mondo dei terreni affanniSe celebrata maiFosti da me, s'al tuo divino statoL'onte del volgo ingratoRicompensar tentai,Non tardar più, t'inchinaA' disusati preghi,Chiudi alla luce omaiQuesti occhi tristi, o dell'età reina[354].

E tu cui già dal cominciar degli anni

Sempre onorata invoco,

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni

Se celebrata mai

Fosti da me, s'al tuo divino stato

L'onte del volgo ingrato

Ricompensar tentai,

Non tardar più, t'inchina

A' disusati preghi,

Chiudi alla luce omai

Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].

Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta pessimista, il Leconte de Lisle:

. . .Divine mort, où tout rentre et s'efface,Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,Et rends-nous le repos que la vie a troublé.

. . .Divine mort, où tout rentre et s'efface,Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,Et rends-nous le repos que la vie a troublé.

. . .Divine mort, où tout rentre et s'efface,

Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,

Et rends-nous le repos que la vie a troublé.

Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli innamorati. Nella canzoneAll'Italiala morte è dettapasso lacrimoso e duro; eabisso orrido immensola dice l'errante pastore dell'Asia. NellaPalinodiavecchiezza e morte son giudicatemiserie estreme. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della natura[355].

Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte: il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciòprova in lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata generosa ai mortali:

Ahi perchè dopoLe travagliose strade almen la metaNon ci prescriver lieta? anzi coleiChe per certo futuraPortiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,Colei che i nostri danniEbber solo conforto,Velar di neri panni,Cinger d'ombra sì trista,E spaventoso in vistaPiù d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]

Ahi perchè dopoLe travagliose strade almen la metaNon ci prescriver lieta? anzi coleiChe per certo futuraPortiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,Colei che i nostri danniEbber solo conforto,Velar di neri panni,Cinger d'ombra sì trista,E spaventoso in vistaPiù d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]

Ahi perchè dopo

Le travagliose strade almen la meta

Non ci prescriver lieta? anzi colei

Che per certo futura

Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,

Colei che i nostri danni

Ebber solo conforto,

Velar di neri panni,

Cinger d'ombra sì trista,

E spaventoso in vista

Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]

Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per opera sua

Bellissima fanciullaDolce a veder.

Bellissima fanciullaDolce a veder.

Bellissima fanciulla

Dolce a veder.

Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la natura:

Come potestiFar necessario in noiTanto dolor, che sopravviva amandoAl mortale il mortal?

Come potestiFar necessario in noiTanto dolor, che sopravviva amandoAl mortale il mortal?

Come potesti

Far necessario in noi

Tanto dolor, che sopravviva amando

Al mortale il mortal?

A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non già, la cui dipartita fa l'uomoscemo di sè stesso[357]. Il poeta sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, queisudori estremiche travagliarono lacara e tenerella salmadella donna adorata[358], spasima pelchiuso morboche uccise la Silvia[359].

La canzonePer una donna malata di malattia lunga e mortaleincomincia:

Io so ben che non valeBeltà nè giovanezza incontro a morte,E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.

Io so ben che non valeBeltà nè giovanezza incontro a morte,E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.

Io so ben che non vale

Beltà nè giovanezza incontro a morte,

E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.

La morte è per sè stessa benefica;

ma sconsolata arrivaLa morte ai giovanetti, e duro è il fatoDi quella speme che sotterra è spenta[360].

ma sconsolata arrivaLa morte ai giovanetti, e duro è il fatoDi quella speme che sotterra è spenta[360].

ma sconsolata arriva

La morte ai giovanetti, e duro è il fato

Di quella speme che sotterra è spenta[360].

AdAmore e Morteil poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:

Muor giovane colui che al cielo è caro;

Muor giovane colui che al cielo è caro;

Muor giovane colui che al cielo è caro;

ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.

Mai non veder la luceEra, credo, il miglior. Ma nata, al tempoChe reina bellezza si dispiegaNelle membra e nel volto,Ed incomincia il mondoVerso lei di lontano ad atterrarsi;In sul fiorir d'ogni speranza, e moltoPrima che incontro alla festosa fronteI lugubri suoi lampi il ver baleni;Come vapore in nuvoletta accoltoSotto forme fugaci all'orizzonte,Dileguarsi così quasi non sorta,E cangiar con gli oscuriSilenzi della tomba i dì futuri.Questo se all'intellettoAppar felice, invadeD'alta pietade ai più costanti il petto[361].

Mai non veder la luceEra, credo, il miglior. Ma nata, al tempoChe reina bellezza si dispiegaNelle membra e nel volto,Ed incomincia il mondoVerso lei di lontano ad atterrarsi;In sul fiorir d'ogni speranza, e moltoPrima che incontro alla festosa fronteI lugubri suoi lampi il ver baleni;Come vapore in nuvoletta accoltoSotto forme fugaci all'orizzonte,Dileguarsi così quasi non sorta,E cangiar con gli oscuriSilenzi della tomba i dì futuri.Questo se all'intellettoAppar felice, invadeD'alta pietade ai più costanti il petto[361].

Mai non veder la luce

Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

Che reina bellezza si dispiega

Nelle membra e nel volto,

Ed incomincia il mondo

Verso lei di lontano ad atterrarsi;

In sul fiorir d'ogni speranza, e molto

Prima che incontro alla festosa fronte

I lugubri suoi lampi il ver baleni;

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri.

Questo se all'intelletto

Appar felice, invade

D'alta pietade ai più costanti il petto[361].

Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze innanzi tempo recise:

Quando sovvienmi di cotanta speme,Un affetto mi premeAcerbo e sconsolato,E tornami a doler di mia sventura[363].

Quando sovvienmi di cotanta speme,Un affetto mi premeAcerbo e sconsolato,E tornami a doler di mia sventura[363].

Quando sovvienmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura[363].

Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle due belle cose del mondo.

Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è propriamente quale da molti s'immagina.

Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. Critici diligenti e minutinotarono nei versi e nelle prose di lui i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera, che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi, fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso, il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o falsi.

Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova, esprimeva nel verso

Lo secol primo quant'oro fu bello,

Lo secol primo quant'oro fu bello,

Lo secol primo quant'oro fu bello,

il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella. Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici; onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva spogliarsene. Ricordando ivetusti divini, a cui natura parlò senza svelarsi, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto:

Oh tempi, oh tempi avvoltiIn sonno eterno![367]

Oh tempi, oh tempi avvoltiIn sonno eterno![367]

Oh tempi, oh tempi avvolti

In sonno eterno![367]

e sciogliendo un inno ai patriarchi,

moltoDi noi men lacrimabili nell'almaLuce prodotti,

moltoDi noi men lacrimabili nell'almaLuce prodotti,

molto

Di noi men lacrimabili nell'alma

Luce prodotti,

egli, salutata in passando l'erma terrena sedeove fu commessa laprima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della bellezza!

E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiavasul gusto della Ciropedia; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì in pettoai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere che si scaldasse pochissimo[375].

Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376]. Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte di unDiscorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia moderna[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la pensava come l'autore delleOsservazioni[379]. In sul principio del 1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allorapresente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno, lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia letteraturaverso il classico e l'antico, giudicandolo buono, anzi necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc.... la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta, secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire. Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della letteraturaverso il classico e l'antico, io quasi non iscorgo in essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni, volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità. Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe di certo; ma chi dicesse che il classicismo dilui fu più di forma che di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero. Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da altri.

A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º, certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora, che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie.

Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia (classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che la mitologia e l'antimitologiadiventano per le due contrarie fazioni quasi segnacolo in vessillo.

Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni, del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il cantoAlla primavera o delle favole anticheè documento mirabile di quel giudizio e di quel sentimento, a cui nessunromantico, che abbia fior di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza, il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poemaEndymioncon un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo antico.

Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!Oh! que ne suis-je né dans le saint ArchipelAux siècles glorieux où la Terre inspiréeVoyait le ciel descendre à son premier appel![383]

Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!Oh! que ne suis-je né dans le saint ArchipelAux siècles glorieux où la Terre inspiréeVoyait le ciel descendre à son premier appel![383]

Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!

Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel

Aux siècles glorieux où la Terre inspirée

Voyait le ciel descendre à son premier appel![383]

Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo dellavittoriosa Bellezza, innanzi al cui altare avrebbe voluto prosternarsi adorando. Nel carme intitolatoHypathie, il poeta, esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama:

l'impure laideur est la reine du monde,Et nous avons perdu le chemin de Paros.Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poèteL'hymne mélodieux de la sainte Beauté.

l'impure laideur est la reine du monde,Et nous avons perdu le chemin de Paros.

l'impure laideur est la reine du monde,

Et nous avons perdu le chemin de Paros.

Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poèteL'hymne mélodieux de la sainte Beauté.

Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:

Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.

Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète

L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.

Un'altra poesia, intitolataLa source[384], finisce con questi versi:

Telle que la Naïade en ce bois écartéDormant sous l'onde diaphane,Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,Lumière de l'âme, o Beauté!

Telle que la Naïade en ce bois écartéDormant sous l'onde diaphane,Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,Lumière de l'âme, o Beauté!

Telle que la Naïade en ce bois écarté

Dormant sous l'onde diaphane,

Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,

Lumière de l'âme, o Beauté!

Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling, della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del mito antico, in più maniere variato, seppe fare nellaLégende des sièclese altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali laStoria del genere umano, ilDialogo di Ercole e di Atlante, laScommessa di Prometeo; e non è possibile non avvertire la diversità grande che per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.

Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di consuetudine.Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di numi, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sonorari nantes, formule puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi, passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua bruttaAnti-mitologia, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle usanze assurde dei classicisti:

Leopardi,Forte in alti pensieri, inni già intuona,Che se fien gravi all'ammollito orecchioDella plebe vivente, saran fiammaAlla età che succede; e cammin nuovoSegna a chiunque la virtude ha cara[385].

Leopardi,Forte in alti pensieri, inni già intuona,Che se fien gravi all'ammollito orecchioDella plebe vivente, saran fiammaAlla età che succede; e cammin nuovoSegna a chiunque la virtude ha cara[385].

Leopardi,

Forte in alti pensieri, inni già intuona,

Che se fien gravi all'ammollito orecchio

Della plebe vivente, saran fiamma

Alla età che succede; e cammin nuovo

Segna a chiunque la virtude ha cara[385].

E non dimentichiamo che nellaGinestrail poeta si ride della illusionedegli uomini chefavoleggiaronogli autori delle universe cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce irinovellati sogni; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nellaScommessa di Prometeosi parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che mitica.

Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una variante deldélire champêtredel Rousseau; romantica, più tardi, quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in quelle terzine dell'Appressamento della morte, che sono del 1816, tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.

Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropianon fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi, o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di contaminazione.Quoties inter homines fui, minor homo redii, lasciò scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano, certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere, e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto, immaginandone un altro più amabile e degno.

Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e, rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta diciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. IlDialogo di Ercole e di Atlanteè tutto in disprezzo delle cose umane; laScommessa di Prometeovuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questosecolo di ragazzi[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti: «Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.

Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasimal'egoismo. NelDialogo di Timandro e di Eleandrodice di non poter odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definiscoun animale senza cuore, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel XXXII deiPensierisi dice che chi ha più intelletto ed esperienza meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga nellaGinestranon è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.

Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che diremo misantropica. Ilbel tenebrosofugge la compagnia de' proprii simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. René disse:La foule, ce vaste désert d'hommes. Saint-Preux aveva detto:J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du monde. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400]. Il Leopardichiama il mondoformidabile deserto[401]. Il nano misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo sguardo[402].

Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo», quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto dellaEdinburg Reviewdell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique contre les institutions présentes de la société»[405].

Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla, e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono, con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione di questi altri comuni stati di animo.Trattandosi di cose che ogni colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di far molti raffronti.

Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana; non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo dei filosofi francesi.

Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono, specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii dei romantici che dei classici.

Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che lamelanconia dolce; quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (Wonne der Wehmuth; Trost in Thränen), fu detta dal Leopardi piùdolce dell'allegria[406].

Il rimpianto, quello che i francesi diconoregret, non fu molto famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. Il Leopardi pianse la propria quando,amara e deserta, era ancora presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti quelli che pensano e sentono»[407].

Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga, ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse per l'ascetismo cristiano l'ammirazione dicui lo stimò degno lo Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza, ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa veramente, ogni umana operazione.

Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la terra, si vede che il Leopardi dà alcuoreuna preminenza che gli antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente conceduta dai romantici. Daitristi e cari moti del corericonosce il poeta ogni dolcezza di vita;


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