Chapter 11

intra una genteZotica, vil; cui nomi strani, e spessoArgomento di riso e di trastullo,Son dottrina e saper![260]

intra una genteZotica, vil; cui nomi strani, e spessoArgomento di riso e di trastullo,Son dottrina e saper![260]

intra una gente

Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso

Argomento di riso e di trastullo,

Son dottrina e saper![260]

quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vederee conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto! L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo, conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni, ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la fantasia[261].

Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; epoche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così beato, non ostante i miei travagli»[263].

La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti; sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in genere, sono quelli che ne godono intellettualmente.

Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura, mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de' maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il temperamento e il carattere.

Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggettoconoscente e appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre, avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni; e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e dell'anima mia, com'io di loro?

Are not the mountains, waves and skies, a partOf me and of my soul, as I of them?

Are not the mountains, waves and skies, a partOf me and of my soul, as I of them?

Are not the mountains, waves and skies, a part

Of me and of my soul, as I of them?

Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del mondo, inconscio quasi di sè[265].

Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266]. Leggansi quei primi, indimenticabili versi delleRicordanze, e si vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le sere contemplando levaghe stelle dell'Orsa,

ed ascoltando il cantoDella rana rimota alla campagna;

ed ascoltando il cantoDella rana rimota alla campagna;

ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna;

e distraeva l'occhio dallelucidel cielo, che tantefolegli creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola erranteappo le siepi e in sull'aiuole, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano al vento

I viali odorati ed i cipressiLà nella selva.

I viali odorati ed i cipressiLà nella selva.

I viali odorati ed i cipressi

Là nella selva.

Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli studii, anche quello della natura:

Quando in dispregio ogni piacer, nè gratoM'era degli astri il riso, o dell'auroraQueta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];

Quando in dispregio ogni piacer, nè gratoM'era degli astri il riso, o dell'auroraQueta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];

Quando in dispregio ogni piacer, nè grato

M'era degli astri il riso, o dell'aurora

Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];

ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due amori:

Mirava il ciel sereno,Le vie dorate e gli ortiE quinci il mar da lunge, e quindi il monte.Lingua mortal non diceCiò ch'io sentiva in seno[268].

Mirava il ciel sereno,Le vie dorate e gli ortiE quinci il mar da lunge, e quindi il monte.Lingua mortal non diceCiò ch'io sentiva in seno[268].

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti

E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Ciò ch'io sentiva in seno[268].

IlPassero solitario, l'Infinito, laVita solitaria, composizioni tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la primavera, la quale

Brilla nell'aria e per li campi esulta;

Brilla nell'aria e per li campi esulta;

Brilla nell'aria e per li campi esulta;

è l'allegrezza delle creature festeggianti illor tempo migliore. Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare dell'essere:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,E questa siepe, che da tanta parteDell'ultimo orizzonte il guardo esclude.Ma sedendo e mirando, interminatiSpazi di là da quella, e sovrumaniSilenzi, e profondissima quieteIo nel pensier mi fingo, ove per pocoIl cor non si spaura[269].

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,E questa siepe, che da tanta parteDell'ultimo orizzonte il guardo esclude.Ma sedendo e mirando, interminatiSpazi di là da quella, e sovrumaniSilenzi, e profondissima quieteIo nel pensier mi fingo, ove per pocoIl cor non si spaura[269].

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo, ove per poco

Il cor non si spaura[269].

E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che

I suoi tremuli rai fra le cadentiStille saetta,

I suoi tremuli rai fra le cadentiStille saetta,

I suoi tremuli rai fra le cadenti

Stille saetta,

egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose:

E sorgo, e i lievi nugoletti e il primoDegli augelli sussurro, e l'aura fresca,E le ridenti piagge benedico.

E sorgo, e i lievi nugoletti e il primoDegli augelli sussurro, e l'aura fresca,E le ridenti piagge benedico.

E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo

Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,

E le ridenti piagge benedico.

La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di giorni in cui ell'era verso lui assaipiù cortese; e a quella pietà egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo all'antica madre e in lei s'addormenta.

Talor m'assido in solitaria parte,Sovra un rialto, al margine d'un lagoDi taciturne piante incoronato.Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,La sua tranquilla imago il Sol dipinge,Ed erba o foglia non si crolla al vento,E non onda incresparsi, e non cicalaStrider, nè batter penna augello in ramo,Nè farfalla ronzar, nè voce o motoDa presso nè da lunge odi nè vedi.Tien quelle rive altissima quiete;Ond'io quasi me stesso e il mondo obblioSedendo immoto, e già mi par che sciolteGiaccian le membra mie, nè spirto o sensoPiù le commova, e lor quiete anticaCo' silenzi del loco si confonda[270].

Talor m'assido in solitaria parte,Sovra un rialto, al margine d'un lagoDi taciturne piante incoronato.Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,La sua tranquilla imago il Sol dipinge,Ed erba o foglia non si crolla al vento,E non onda incresparsi, e non cicalaStrider, nè batter penna augello in ramo,Nè farfalla ronzar, nè voce o motoDa presso nè da lunge odi nè vedi.Tien quelle rive altissima quiete;Ond'io quasi me stesso e il mondo obblioSedendo immoto, e già mi par che sciolteGiaccian le membra mie, nè spirto o sensoPiù le commova, e lor quiete anticaCo' silenzi del loco si confonda[270].

Talor m'assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d'un lago

Di taciturne piante incoronato.

Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,

La sua tranquilla imago il Sol dipinge,

Ed erba o foglia non si crolla al vento,

E non onda incresparsi, e non cicala

Strider, nè batter penna augello in ramo,

Nè farfalla ronzar, nè voce o moto

Da presso nè da lunge odi nè vedi.

Tien quelle rive altissima quiete;

Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio

Sedendo immoto, e già mi par che sciolte

Giaccian le membra mie, nè spirto o senso

Più le commova, e lor quiete antica

Co' silenzi del loco si confonda[270].

Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo:

Ainsi, nature! abri de toute créature!O mère universelle! indulgente nature!Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]

Ainsi, nature! abri de toute créature!O mère universelle! indulgente nature!Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]

Ainsi, nature! abri de toute créature!

O mère universelle! indulgente nature!

Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,

Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,

Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,

Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]

La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto spettacolosa, nè molto variata. Egli non potèapprovvigionarsid'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande paesaggio romantico, quale lo amava l'autore dellaNuova Eloisa, il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui; e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, inqualche verso. Lesibilanti selve, l'atro bosco, sono indicati con un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate, colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle. Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi dellaVita solitaria, ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'Inno ai Patriarchi, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle nuvole, e alcuni dellaGinestra, ove il poeta fa apparire un istante l'arida schienadellosterminator Vesevoe i campidell'impietrata lava, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno, astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (un paysage quelconque est un état de l'âme)[275].

Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. NellaVita solitariae nell'Infinitofa cenno di piante, ma non dice che piante sieno; e se nell'Ultimo canto di Safforicorda il murmure de'faggi, e nelleRicordanzeicipressi, e nellaGinestral'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii assai rari di designazione specificatae concreta. Certo, il Leopardi non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della vita egli aveva provato osservando crescere i fiori!

Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nellaVita solitaria; la gallina dellaQuiete dopo la tempesta, che, cessata la pioggia, torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzoneA un vincitor nel pallone; la rondinella vigile delRisorgimento; la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, dellaGinestra; mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato. Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appuntoElogio degli uccelli. Di questo maggiore interessamento del Leopardi per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli ultimi versi delCanto notturno di un pastore errante dell'Asia, stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi, lo Schopenhauer, lo Shelley (cor cordium!). Nè quello interessamento giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, dellaMort du loupdel De Vigny, dellaMort du lione di tant'altri del Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276].

Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutteassai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano in sentimenti. La mite scena idilliaca diridenti piagge, che il poeta benedice nellaVita solitaria, era già apparsa nelPassero solitario:

e intanto il guardoSteso nell'aria apricaMi fere il sol che tra lontani montiDopo il giorno serenoCadendo si dilegua, e par che dicaChe la beata gioventù vien meno.

e intanto il guardoSteso nell'aria apricaMi fere il sol che tra lontani montiDopo il giorno serenoCadendo si dilegua, e par che dicaChe la beata gioventù vien meno.

e intanto il guardo

Steso nell'aria aprica

Mi fere il sol che tra lontani monti

Dopo il giorno sereno

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Sotto il sole

Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].Ecco il serenoRompe là da ponente, alla montagna,Sgombrasi la campagna,E chiaro nella valle il fiume appare.. . . . . . . . . . . . . . . .Ecco il sol che ritorna, ecco sorridePer li poggi e le ville[278].

Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].

Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].

Ecco il serenoRompe là da ponente, alla montagna,Sgombrasi la campagna,E chiaro nella valle il fiume appare.. . . . . . . . . . . . . . . .Ecco il sol che ritorna, ecco sorridePer li poggi e le ville[278].

Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna,

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ecco il sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville[278].

La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:

E queta sovra i tetti e in mezzo agli ortiPosa la luna, e di lontan rivelaSerena ogni montagna[279].

E queta sovra i tetti e in mezzo agli ortiPosa la luna, e di lontan rivelaSerena ogni montagna[279].

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna[279].

C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso, ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misuraquella preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei pochi versi dell'Infinito, composti dal poeta nell'anno ventunesimo di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie, spaurita, di quello che il Pascal dicevasilence éternel des espaces infinis. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo curioso cenno, che si riferisce agl'Idillii: «Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il dileguare di tutte le cose[281]; e iltacito infinito andar del tempoè tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del tutto è infinita.

L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria. E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Ilsole, scoprendo troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita, nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana, che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo, parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita, insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale e più pubblica (immensi lux publica mundi, disse Ovidio), e sembra aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator delle opere (vivo cuncta calore fovens), dar retta a noi. Quand'egli appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio di lei (amica silentia lunae), atta ad intenderci, disposta ad ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica, la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che il sole non ha[282].

Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose, affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce bellezza.Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa, intatta, vereconda, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca. Lospectral moondei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto; sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente bella,for ever beautiful. Non mai stanco di contemplarla, egli la vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli sereni,

Dominatrice dell'etereo campo[283],

Dominatrice dell'etereo campo[283],

Dominatrice dell'etereo campo[283],

questaflebile umana sede; vede il bianco suo raggio (Il biancheggiar della recente luna), al cui mite splendoredanzan le lepri nelle selve, posar queto, per entro la nottechiara e senza vento, suitetti e in mezzo agli orti, e scoprire alla vistalieti colli e spaziosi campi. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con lei:

O graziosa luna, io mi rammentoChe or volge l'anno, sovra questo colleIo venia pien d'angoscia a rimirarti:. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . .chè travagliosaEra mia vita: ed è, nè cangia stile,O mia diletta luna[284].

O graziosa luna, io mi rammentoChe or volge l'anno, sovra questo colleIo venia pien d'angoscia a rimirarti:. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . .chè travagliosaEra mia vita: ed è, nè cangia stile,O mia diletta luna[284].

O graziosa luna, io mi rammento

Che or volge l'anno, sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . .chè travagliosa

Era mia vita: ed è, nè cangia stile,

O mia diletta luna[284].

Loderà egli sempre ilvezzososuo raggio, e lunge dagliabitati lochie dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:

Me spesso rivedrai solingo e mutoErrar pe' boschi e per le verdi rive,O seder sovra l'erbe, assai contentoSe core e lena a sospirar m'avanza[285].

Me spesso rivedrai solingo e mutoErrar pe' boschi e per le verdi rive,O seder sovra l'erbe, assai contentoSe core e lena a sospirar m'avanza[285].

Me spesso rivedrai solingo e muto

Errar pe' boschi e per le verdi rive,

O seder sovra l'erbe, assai contento

Se core e lena a sospirar m'avanza[285].

Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato:

L'amica luna con l'argenteo raggioPlacidamente mi percuote il ciglio,E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!

L'amica luna con l'argenteo raggioPlacidamente mi percuote il ciglio,E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!

L'amica luna con l'argenteo raggio

Placidamente mi percuote il ciglio,

E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!

Quanta più che nei versi del Pindemonte:

Steso sul verde margoD'obblio soave ogn'altro loco io spargo.Quai care ivi memorieTrovo de' miei prim'anni,Quai trovo antiche storieDe' miei giocondi affanni![287]

Steso sul verde margoD'obblio soave ogn'altro loco io spargo.Quai care ivi memorieTrovo de' miei prim'anni,Quai trovo antiche storieDe' miei giocondi affanni![287]

Steso sul verde margo

D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.

Quai care ivi memorie

Trovo de' miei prim'anni,

Quai trovo antiche storie

De' miei giocondi affanni![287]

Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcunestanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza con lo sguardo amico[288].

E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289]; e Saffo saluta, per l'ultima volta, il

verecondo raggioDella cadente luna[290].

verecondo raggioDella cadente luna[290].

verecondo raggio

Della cadente luna[290].

Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli allaeterna peregrina, allagiovinetta immortale, allavergine luna(fanciulla, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto

Del mattin, della sera,Del tacito infinito andar del tempo[291].

Del mattin, della sera,Del tacito infinito andar del tempo[291].

Del mattin, della sera,

Del tacito infinito andar del tempo[291].

Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la vita, prese argomento dallagiovinetta immortale, dalla compagna e consolatrice antica, e ilTramonto della lunafu il penultimo, e forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.

V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma chiaramente; ed è quella che s'intitolaIl risorgimento. Il giovane, non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che facevalo, nonturbato, matristo, evedovo d'ogni dolcezza, morto aldolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, nell'april degli anni, a chi trascini

dell'età decrepitaL'avanzo ignudo e vile.

dell'età decrepitaL'avanzo ignudo e vile.

dell'età decrepita

L'avanzo ignudo e vile.

La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita, chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente raccesa laluce de' giorni e degli affetti giovanili, incontanente corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori.

Siete pur voi quell'unicaLuce de' giorni miei?Gli affetti ch'io perdeiNella novella età?Se al ciel, s'ai verdi margini,Ovunque il guardo mira,Tutto un dolor mi spira,Tutto un piacer mi dà.Meco ritorna a vivereLa piaggia, il bosco, il monte,Parla al mio core il fonte,Meco favella il mar.

Siete pur voi quell'unicaLuce de' giorni miei?Gli affetti ch'io perdeiNella novella età?

Siete pur voi quell'unica

Luce de' giorni miei?

Gli affetti ch'io perdei

Nella novella età?

Se al ciel, s'ai verdi margini,Ovunque il guardo mira,Tutto un dolor mi spira,Tutto un piacer mi dà.

Se al ciel, s'ai verdi margini,

Ovunque il guardo mira,

Tutto un dolor mi spira,

Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivereLa piaggia, il bosco, il monte,Parla al mio core il fonte,Meco favella il mar.

Meco ritorna a vivere

La piaggia, il bosco, il monte,

Parla al mio core il fonte,

Meco favella il mar.

Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine. Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla fantasia sopra

Il bel che raro e scarso e fuggitivoAppar nel mondo[292]:

Il bel che raro e scarso e fuggitivoAppar nel mondo[292]:

Il bel che raro e scarso e fuggitivo

Appar nel mondo[292]:

anzi poteva con Saffo esclamare:

Bello il tuo manto, o divo cielo; e bellaSei tu, rorida terra;

Bello il tuo manto, o divo cielo; e bellaSei tu, rorida terra;

Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella

Sei tu, rorida terra;

e giudicarvezzosele forme, anziinfinitala beltà della sempre verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.

Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana gioja è frutto del passato timore,

onde si scosseE paventò la morteChi la vita aborria.

onde si scosseE paventò la morteChi la vita aborria.

onde si scosse

E paventò la morte

Chi la vita aborria.

Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza, dopo la quale

Abbandonata, oscuraResta la vita;

Abbandonata, oscuraResta la vita;

Abbandonata, oscura

Resta la vita;

e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole, il quale tra lontani monti

Cadendo si dilegua, e par che dicaChe la beata gioventù vien meno.

Cadendo si dilegua, e par che dicaChe la beata gioventù vien meno.

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser suo, alle sue deboli forze.

Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo, dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso, per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico, del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo, scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta:

E quando miro in ciel arder le stelle,Dico fra me pensando:A che tante facelle?Che fa l'aria infinita, e quel profondoInfinito seren? che vuol dir questaSolitudine immensa? ed io che sono?

E quando miro in ciel arder le stelle,Dico fra me pensando:A che tante facelle?Che fa l'aria infinita, e quel profondoInfinito seren? che vuol dir questaSolitudine immensa? ed io che sono?

E quando miro in ciel arder le stelle,

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo, provata:

Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,E un fastidio m'ingombraLa mente; ed uno spron quasi mi pungeSì che, sedendo, più che mai son lungeDa trovar pace o loco.. . . . . . . . . . . . . . . . .Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.

Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,E un fastidio m'ingombraLa mente; ed uno spron quasi mi pungeSì che, sedendo, più che mai son lungeDa trovar pace o loco.. . . . . . . . . . . . . . . . .Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.

Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente; ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.

Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto possa dire:Indugiati, o istante: tu sei così bello!

Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura, già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatricedi libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.

Nè scolorò le stelle umana cura[297].Ma da naturaAltro negli atti suoiChe nostro male o nostro ben si cura[298].Dalle mie vaghe immaginiSo ben ch'ella discorda:So che natura è sorda,Che miserar non sa.Che non del ben sollecitaFu, ma dell'esser solo;Purchè ci serbi al duolo,Or d'altro a lei non cal[299].Non ha natura al semeDell'uom più stima o curaCh'alla formica.Così, dell'uomo ignara e dell'etadiCh'ei chiama antiche, e del seguir che fannoDopo gli avi i nepoti,Sta natura ognor verde, anzi procedePer sì lungo camminoChe sembra star. Caggiono i regni intanto,Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].

Nè scolorò le stelle umana cura[297].

Nè scolorò le stelle umana cura[297].

Ma da naturaAltro negli atti suoiChe nostro male o nostro ben si cura[298].

Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben si cura[298].

Dalle mie vaghe immaginiSo ben ch'ella discorda:So che natura è sorda,Che miserar non sa.Che non del ben sollecitaFu, ma dell'esser solo;Purchè ci serbi al duolo,Or d'altro a lei non cal[299].

Dalle mie vaghe immagini

So ben ch'ella discorda:

So che natura è sorda,

Che miserar non sa.

Che non del ben sollecita

Fu, ma dell'esser solo;

Purchè ci serbi al duolo,

Or d'altro a lei non cal[299].

Non ha natura al semeDell'uom più stima o curaCh'alla formica.

Non ha natura al seme

Dell'uom più stima o cura

Ch'alla formica.

Così, dell'uomo ignara e dell'etadiCh'ei chiama antiche, e del seguir che fannoDopo gli avi i nepoti,Sta natura ognor verde, anzi procedePer sì lungo camminoChe sembra star. Caggiono i regni intanto,Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].

Così, dell'uomo ignara e dell'etadi

Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].

La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosadella natura è in tutto simile a quella delrapito amante, il quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto:

O natura, o natura,Perchè non rendi poiQuel che prometti allor? perchè di tantoInganni i figli tuoi?[301]

O natura, o natura,Perchè non rendi poiQuel che prometti allor? perchè di tantoInganni i figli tuoi?[301]

O natura, o natura,

Perchè non rendi poi

Quel che prometti allor? perchè di tanto

Inganni i figli tuoi?[301]

Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne' versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque allamadre temuta e pianta

che delusaFosse ancor della vitaLa speme giovanil; piena d'affanniL'onda degli anni: ai mali unico schermoLa morte[302].

che delusaFosse ancor della vitaLa speme giovanil; piena d'affanniL'onda degli anni: ai mali unico schermoLa morte[302].

che delusa

Fosse ancor della vita

La speme giovanil; piena d'affanni

L'onda degli anni: ai mali unico schermo

La morte[302].

La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e

In cielo,In terra amico agl'infelici alcunoE rifugio non resta altro che il ferro[303].

In cielo,In terra amico agl'infelici alcunoE rifugio non resta altro che il ferro[303].

In cielo,

In terra amico agl'infelici alcuno

E rifugio non resta altro che il ferro[303].

Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta difilosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'antica natura onnipossenteche lo fece all'affanno[304]e un cielo che si diletta delle umane sciagure[305], e un

bruttoPoter che ascoso a comun danno impera[306].

bruttoPoter che ascoso a comun danno impera[306].

brutto

Poter che ascoso a comun danno impera[306].

Chiama la natura crudele,empia madre[307],dura matrice, colei


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