Chapter 10

Come dicevamo, nell'estate del 1598 il Bassà Cicala fece la sua escursione con la flotta venendo in Calabria al capo di Stilo. Il Carteggio del Bailo da Costantinopoli c'informa che l'8 agosto era partito con 47 galere munite di zappe e scale, aumentate poi a 50 e travagliate durante il viaggio dalla peste; la quale circostanza forse eccitò tanto maggiormente nel Bassà il desiderio di rivedere dopo tanti anni la vecchia madre. Il Carteggio del Residente in Napoli c'informa, che giunto nel golfo di Squillace con 48 galere e 7 galeotte, fece il 19 7bre sbarcare al capo di Stilo gli uomini di tre sole galere, e che il 20 a tre ore di mattino ripartì lasciando anche le tracce del suo passaggio nelle coste della Roccella, Gerace, Condeianni e Bianco; quindi, non senza pericolo pel forte vento, penetrò nella fossa di S. Giovanni, dove si trovavano 6 galere di Sicilia e 6 di Napoli, le quali, tirati alcuni colpi di cannone, cedendo al numero si ritirarono a Messina. Il Duca di Maqueda Vicerè di Sicilia aveva già ordinato in Messina che niuno uscisse dalla città, pena la forca, temendo intelligenze co' turchi; in Reggio poi la guarnigione spagnuola, poco prima rinforzata con 600 uomini, non fece che continui spari di artiglieria, pretendendo che così il Cicala non sarebbe sbarcato. Ed ecco come il Residente Veneto riferì al Ser.moPrincipe il sèguito dell'avvenimento: «dalla fossa di S. Giovanni Cigala il 23 espedì un christiano a Messinacon lettere sue al V. Re e alla sua propria madre, dimandando di vederla, che si faccia riscatto di schiavi et bazaro, come V. Ser.tàintenderà distintamente dalle copie che saranno in queste: havendosi poi il 24 esseguito il mandar à Messina il figlio del Cigala con una galea per ostaggio, et la madre à lui con la galea General di Napoli, ciò è fino a Rigio, et di là con filuche fino all'armata, dove si fermò poche ore et ritornò piena di lagrime et di donativi, etiandio di qualche denaro non solo dal figliolo ma da tutti i capi di galea, et di militia, che honororono nella persona di lei il Bassà secondo l'usanza turca. Dicevasi che il giorno sequente partiriano per levante 14 galee con infermi, et che il Bassà col rimanente passava in Barbaria» etc.; (continua annunziando che Reggio 13 volte arsa ed afflitta da' turchi speravasi questa volta rimarrebbe illesa; dà quindi le copie delle lettere sud.te«tradotte dal turchesco»). Così fin d'allora le lettere scambiate in tale circostanza furono immediatamente note; e basta dire che le troviamo perfino negli Avvisi ossia ne' Giornali manoscritti del tempo; le troviamo pure stampate più tardi nel Glorioso trionfo di Paolo Gualtieri, ma sfuggite a tutti coloro i quali si sono occupati del Bassà Cicala a proposito del Campanella[229]. Ecco poile ulteriori notizie circa il colloquio tra il Bassà e la madre riferite dallo stesso Residente: «Il Cigala donò alla madre 2 mila cechini (sic) et la richiese di ricordarsi d'esser nata turca, ed a dargli come madre la benedittione del Profeta, et ella costantemente negò di farlo dicendo ch'essendo lui maledetto da Dio non poteva giovargli la benedittion di alcun'altro, ben promettendogli di pregar la divina M.tàfino all'ultimo sospiro della morte che à lui faccia quella gratia che hà fatto ad essa di conoscer la vera fede di Giesù christo, nella quale anch'essa con più ragione gli ricordava che lui era nato. Et viene affermato in lettere di persone di molto conto, ch'egli non lasciò nel spatio che furono insieme di accompagnar le lagrime della madre con qualche tenerezza». Il Cicala non tardò a partirsene senza fare altri danni in Calabria: ne fece bensì a Malta, sbarcando con 2 mila uomini in Gozo, e poi se ne andò alla Barberia, dove si trattenne costruendo un forte in Porto-farina; quindi si ritirò a Costantinopoli.

Un avvenimento di questa natura non potè non fare una grande impressione sul Campanella. Vedremo che tra' diversi presagi, suiquali egli allora rivolgeva la sua attenzione, vi era quello del medico ed astrologo M.º Antonio Arquato, che recava doversi l'Impero ottomano dividere in due parti, una delle quali si sarebbe convertita al Cristianesimo ed avrebbe combattuto l'altra: forse nella visita del Cicala alla madre egli intravvide che il presagio dovea verificarsi. All'opposto, come abbiamo detto, il Cicala agiva nel senso di condurre il fratello e la madre all'islamismo; nè le sue azioni erano meglio giudicate presso i musulmani. Sappiamo che il Muftì, divenutogli nemico, enumerava diverse sue colpe; la principale fra queste era, che la prima volta uscito fosse andato a prendere il fratello per condurlo a Costantinopoli, ed andato in sèguito a visitare la madre ed avutala sulla galera, non si fosse curato di «liberarla di cristianità», per la qual cosa aveva offeso Dio e doveva riportarne gastigo[230]. Ad ogni modo poi il Campanella non poteva non vedere in tutto ciò l'insigne debolezza del Governo, il quale non era in grado di opporsi alle imprese del Cicala, lasciava che devastasse il paese, e invece di combatterlo lo compiaceva nei suoi desiderii. — Pertanto verificavasi ancora un altro avvenimento degno del pari di essere ricordato. Il 30 7bre si conosceva in Napoli che al Re di Spagna era stata aperta una postema al petto, e se ne attendeva la prossima fine; l'8 8bre si annunziava che era morto. Al temuto Filippo II succedeva un Principe debole, e già, mentre ascendeva al trono, poco stimato: il fatto non era di lieve importanza; gl'insofferenti del giogo spagnuolo aveano motivo di rallegrarsi e di trarne i migliori augurii.

Ma è tempo di vedere la vita del Campanella in Stilo, ciò che egli vi diceva e faceva.

Il convento di S.taMaria di Gesù, dove egli avea stanza, era un piccolo convento, annesso ad una Chiesetta, e rappresentava appena un Vicariato[231]. Poteva contenere soltanto tre o quattro sacerdoti ed un laico assistente: allorchè vi giunse il Campanella, avea l'ufficio di Vicario fra Simone della Motta Placanica; i sudditi poi variavano spesso. Oltre il Pizzoni e il Lauriana avventizii, vi erano un fra Domenico di Riaci e un fra Domenico Petrolo di Stignano, il quale ultimo era veramente assegnato a Cosenza ma deputato a Stilo, e si rimaneva volentieri a casa sua in Stignano; sappiamo per altro che dopo la venuta del Campanella dimorò nel convento dal Natale al carnevale, per tutto l'inverno successivo e poi di nuovo più tardi, ma anche allora temporaneamente. In ottobrevenne a starvi fra Pietro Presterà di Stilo, che vi dimorò sempre, e nel Capitolo tenuto in maggio dell'anno successivo fu creato Vicario del convento in luogo di fra Simone; poi vi venne anche un fra Gio. Battista di Placanica, che vi rimase solo per tre mesi, dal febbraio all'aprile. Il Campanella si strinse specialmente a fra Pietro di Stilo sua vecchia conoscenza, e a fra Domenico di Stignano proveniente dal luogo in cui dimorava la propria famiglia. Fra Domenico era stato novizio in Lombardia ed avea dimorato in Milano, mentre eravi pure un Padre Gonsales, che incontreremo nel corso di questa narrazione: estremamente impressionabile, ed anche manesco, avea bastonato alcuni frati ed era stato punito per tale mancanza, ma non avea fatto parlare di sè per altre cose. Quantunque già sacerdote e predicatore da due anni, era tuttora «studente formale» com'egli medesimo dichiarò, e seguì un corso di filosofia che il Campanella si fece a dettare in Stilo: segnatamente per tale circostanza venne a trovarsi in una certa intimità col Campanella, e quindi lo vedremo compagno di fra Tommaso ne' suoi travagli, testimone importante ma non sempre fedele, massimamente per la sua grande impressionabilità, rovina della causa di fra Tommaso per vigliaccheria, come ebbe a dirlo fra Pietro di Stilo. Quanto a fra Pietro, l'abbiamo già veduto condiscepolo ed amico del Campanella fin dagli anni più teneri, e dobbiamo aggiungere che fu con lui in familiarità sino a che vestì l'abito di religioso; di poi non ebbe più occasione di vederlo, eccettochè per circa due mesi in Cosenza nel 1588. Avea poco progredito negli studii, ma erasi mantenuto ne' buoni costumi e si distingueva tanto per l'ottimo cuore, quanto per una grande prudenza e un senso pratico squisito, che lo faceva di rado fallire nella giusta estimazione degli uomini e delle cose. Riconoscente al Pizzoni già suo lettore, ossequente al Polistina Provinciale, non aveva mai avuto simpatia per fra Dionisio, massime perchè lo sapea proclive a' risentimenti, ed abituato a' discorsi più osceni: era stato anch'egli assegnato a Nicastro mentre fra Dionisio vi tenea l'ufficio di Priore, ma non volle andarvi e non si diè pace finchè non s'ebbe procurata un'altra assegnazione. Fu pel Campanella un amico tenero, disinteressato, costante; può dirsi essere stata quest'amicizia la cagione sola delle atroci sciagure che patì, e non di meno la mantenne sempre ed efficacemente; in somma vedremo in lui una simpatica e cara figura tra molta bordaglia[232].

Le occupazioni del Campanella nel convento di Stilo furono le sue solite; dar letture, specialmente di filosofia, e scrivere libri; ma oltracciò egli adempiva assiduamente a' suoi doveri di buon religioso, come fu poi attestato da frati non sospetti e da altre persone di Stilo che ne furono interrogate[233]. Cominciando da quest'ultimo punto, dobbiamo dire assodato che recitava l'officio quotidianamente, talvolta insieme con fra Pietro di Stilo e con fra Domenico di Stignano; assisteva al coro, e solo si notava che «stava astratto», celebrava la Messa e «tutti l'ascoltavano volentieri» quantunque conoscessero che era stato inquisito dal S.toOfficio; avea ricevuto dal Provinciale la licenza di predicare (ciò che conferma non trovarsi per penitenza a Stilo), e dall'altare «stando sopra una seggia... predicava cattolicamente, che tutto Stilo l'andava a udire, e diceva bellissime cose predicando l'Evangelio de verbo ad verbum». In somma dimostrava buona vita e «passava per uomo onesto», siccome del rimanente nessuno pose mai in dubbio anche pe' tempi anteriori trascorsi in Calabria, ne' quali, eccetto l'incidente dell'Ebreo, non si citò alcuno scandalo da lui dato. Fra i tanti atroci accusatori venuti a galla in sèguito, si trovò appena un solo individuo, il quale pel tempo cui siamo pervenuti depose dietro una voce incerta che egli, insieme con altri, avesse «fatto ilcrescite» con una certa Giulia nella propria cella; fra Pietro di Stilo poi affermò essersi detto che avea per innamorata una sorella di fra Domenico di Stignano ed avea peccato con lei, e perciò costui eragli nemico ed avea cercato di farlo ammazzare; ma senza alcun dubbio fra Pietro pose innanzi questa frottola per tentare di far nascere un argomento giuridico d'inimicizia, capace d'invalidare le gravi deposizioni di fra Domenico a carico del Campanella. Bisognaa tutto ciò aggiungere che il Campanella, col suo predicare, aveva in mente pure di eccitare il popolo a costruire pel suo convento una degna Chiesa, e giunse a scavarne le fondamenta. Nelle Difese, che ebbe a scrivere ad occasione del suo processo, egli addusse questo fatto in prova della sua pietà, e vedremo che vi alludeva pure quando nel carcere mostravasi pazzo e sosteneva i tormenti, gridando che avea fatto disegnare un convento in Stilo, un convento di S.toStefano con tre monaci, la qual cosa possiamo bene intendere, dopochè il Capialbi ci ha fatto sapere che il convento di S. Maria di Gesù era stato fabbricato abusivamente nel territorio de' Certosini di S. Maria della Torre, e i Domenicani, rimasti soccombenti in una lite, furono abilitati da' Certosini a dimorarvi, ma riconoscendo il dominio loro e tenendo dipinte sulla porta del convento le immagini de' protettori de' Certosini S. Stefano e S. Brunone[234].

Quanto alle letture, occupazione da lui sempre amata, diede nella propria cella letture di filosofia, e ne profittarono, oltre a fra Domenico di Stignano pel tempo in cui dimorò nel convento, diversi individui di Stilo, tra gli altri Giulio Contestabile e Fulvio Vua assiduamente, e di tempo in tempo Gio. Gregorio Presinace, che trovasi più spesso detto Prestinace, suo stretto amico, dippiù alcuni giovani venuti da' paesi vicini, come i due fratelli Jacopo e Ferrante Moretti di Terranova. Tutti costoro si trovarono di poi involti nelle sventure del Campanella, e bisogna fin d'ora attendere a ricordarne i nomi.

Quanto alle opere, abbiamo per questo periodo un garbuglio molto difficile ad essere districato. La notizia delle opere scritte in Stilo nella fine del 1598 e parte del 1599, può rilevarsi da quattro fonti principali che per ordine di data sarebbero: le due Difese composte durante il processo (1600-601), la Lettera latina al Papa e Cardinali pubblicata dal Centofanti (1607), la Narrazione ed Informazione pubblicate dal Capialbi (1620), infine ilSyntagma(redatto nel 1631 e pubblicato nel 1642); inoltre può anche fornire un po' di luce qualche circostanza inserta in talune delle opere medesime giunte sino a noi[235]. Ma i fonti suddetti sono discordanti, e la qualche circostanza inserta nelle opere potrebbe rappresentare una interpolazione consecutiva; giacchè per lunghissimo tempo il Campanella ebbe bisogno di dimostrare che in Stilo era occupatoa edificare, non a distruggere, in fatto di Stato e di Chiesa, e forse taluna delle opere fu da lui assegnata a questo periodo mentre non vi apparteneva. Diremo di un tratto che per quanto possiamo giudicarne, in Stilo, nel periodo sopra indicato, certamente egli compose unaTragediasecondo i principii della sua poetica, intitolataMaria Regina di Scozia, ed ancora un libroDe Auxiliis contra Molinam pro Thomistis, aggiuntovi un trattatoDe Episcopo; con ogni probabilità compose inoltre il libroDella Monarchia di Spagna, e dippiù iSegnali della morte del mondo, che poi furono rifatti più volte e dati sotto il titolo diArticuli prophetales. LaTragedianella 1.aDifesa si dice conosciuta in Stilo ed anche dal Principe della Roccella, che vedremo dapprima amico e più tardi persecutore del nostro filosofo; nell'Informazione poi, e del pari nelSyntagma, si dice esplicitamente composta in Stilo. Il libroDe Auxiliis, col trattatoDe Episcopo, non si trova registrato nelle Difese, e questo dà un poco a pensare, ma lo si trova nella Lettera al Papa e Cardinali, dove si dichiara che componevasi di 150 articoli; lo si trova inoltre nell'Informazione, dove si aggiunge che fu scritto ad istanza del Commissario del S.toOfficio di Roma, cioè del Tragagliolo, ed ancora nelSyntagma, dove è affermato, come negli altri fonti anzidetti, che fu composto in Stilo; solamente in entrambi questi due ultimi fonti non si dice nulla del trattatoDe Episcopo. Finquì non c'è alcuna obbiezione da fare: bisogna pertanto aggiungere che questi libri andarono poi perduti quando il Campanella fu catturato, ne mai più si è avuta finoggi notizia di essi. — Relativamente poi allaMonarchia di Spagna, di tanto maggiore importanza pel Nostro argomento, essa si trova registrata nelle Difese due volte, ma con un'aggiunta autografa, essendo stata taciuta quando le Difese furono scritte, e si trova registrata al sèguito del libroDe Regimine ecclesiae, che è dato siccome scritto in Stilo, mentre sappiamo da altri fonti essere stato scritto in Padova, esserne stata mandata copia a Mario del Tufo, ed esserne stato poi perduto l'originale in Calabria; questo dà motivo di pensare che laMonarchiaabbia potuto essere scritta nel carcere medesimo, bensì durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, pe' gravissimi bisogni della causa. D'altra parte la si trova registrata anche nell'Informazione siccome scritta in Stilo, con la particolarità che fu scritta ad istanza del Reggente Marthos Gorostiola, Biscaino, protettore del filosofo; frattanto nelSyntagmala si trova citata tra i libri composti nel carcere, ma dopo le tre ultime parti della Filosofia reale, la qual cosa non può assolutamente stare, giacchè vedremo in modo irrecusabile che alle dette tre parti della Filosofia fu posto mano dopo l'agosto 1601, mentre l'aggiunta dellaMonarchianelle Difese era stata già fatta nel giugno 1601. Ben si rileva che alle affermazioni delSyntagmasi può prestar fede assai meno che a quelle di qualunque altro fonte, ed anzi, per le troppe inesattezze che vi sono incorse, non si può prestar fede in modoalcuno. Ma il garbuglio riesce pur sempre difficilmente districabile, molto più perchè nelle Difese dicesi laMonarchiascritta «ad instantiam praetoris», termine vago, che potrebbe indicare il Preside della provincia D. Alonso De Roxas ed anche il Capitano di Stilo, mentre dopo tale espressione il Campanella si dice «praetori hispano amicissimus, et gubernatoribus provintiae, qui eum ad praedicandum rogavit semper»; intanto nelle copie manoscritte dellaMonarchia, che tuttora esistono in buon numero, alle volte si trova citato semplicemente un «Sig. D. Alonso» a richiesta del quale il libro sarebbe stato scritto ed al quale l'autore l'avrebbe indirizzato dalla sua «celletta», dove si trovava uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, altre volte invece si trova ampiamente citato il «sig.rReggente Marthos Gorostiola» nelle medesime circostanze, citato il «conventino di Stilo», il «Monasterio di Santa Maria di Giesù», dal quale l'autore avrebbe mandato il libro al Marthos, con la data iniziale e finale della composizione «15 di Xbre» e «31 di Xbre 1598». Non volendo intralciare ancora di più la narrazione nostra con altrettali minute disquisizioni, ci limitiamo a dire che si può ritenere essere stata laMonarchia di Spagnascritta veramente in Stilo oltrechè inviata confidenzialmente a D. Alonso de Roxas, e forse per covrire ciò che s'intendeva di fare («ad malum tegendum» come nelle Difese il Campanella mostra di prevedere che si sarebbe pensato circa le cose da lui scritte e dette in favore di Spagna); esser stata poi rifatta nel carcere durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, dopochè se n'era perduta la prima composizione in Calabria al momento della cattura, col confuso indirizzo al Sig.rD. Alonso, dovendo l'autore guardarsi dal mettere innanzi D. Alonso De Roxas, cui si era attribuita non la connivenza, ma la tolleranza de' maneggi per la congiura; essere stato da ultimo, con una interpolaziene posteriore, sempre pe' bisogni della causa, volendo eliminare affatto la reminiscenza di D. Alonso De Roxas e chiarire anche meglio le circostanze convenienti, apposto il nome del Reggente Marthos Gorostiola con tutte le particolarità suddette, e ciò dopochè il Marthos era trapassato, mentre si conosce che morì alla fine di gennaio 1601. Ma ciò che più c'importa si è il notare come per laMonarchia di Spagnanon si possa stabilire altra data che quella o della fine del 1598, o del 2.º semestre del 1600, del tempo cioè nel quale o si meditava la congiura, o si dovea dimostrare ad ogni costo che non c'era stata congiura; e da ciò segue che precisamente nella forma in cui essa è giunta fino a noi, non si possa ritenere l'espressione certa degl'intimi convincimenti dell'autore, ma piuttosto l'espressione delle necessità supreme che stringevano l'autore da ogni lato. Sotto questo punto di luce, che ci sembra tanto più contemplabile dietro la nozione vera della data del libro, noi vorremmo che fosse considerata laMonarchia di Spagnada coloro i quali attendono a ricercare le dottrine del Campanella, non potendosi ammetterein alcun modo che essa sia stata scritta dieci anni dopo la carcerazione, cioè nel 1609, come è stato finoggi erroneamente ritenuto[236]. Da ultimo, circa il libro de'Segnali della morte delmondo, anch'esso d'importanza grandissima per l'argomento nostro, lo si trova registrato nella 1.aDifesa sotto il titolo diArticuli prophetales(Doc. pag. 480), i qualiArticulisi vedono poi costituire la 2.aDifesa; e questo mostra che essi abbiano dovuto essere redatti appunto dopo che era stata già scritta la 1.aDifesa, e redatti di seconda mano dopo che se n'era perduta la prima composizione in Calabria per la solita circostanza della cattura. Anche nelle copie degliArticuli prophetalesgiunte fino a noi, e rimaste manoscritte, il titolo dice «prout auctor prophetavitac scripsitin anno 1599»; ma vedremo a suo tempo che fu questa una 3.acomposizione fatta egualmente nel carcere, sibbene più tardi, il 1607, dopo che era stata per l'autore perduta la 2.acomposizione, rimasta allegata nel processo, di dove oggi appena esce alla luce; intanto non farà meraviglia che nelSyntagmasi trovino citati gliArticuli prophetalesinsieme con altri libri scritti in un tempo più inoltrato del carcere, mentre veramente la 3.acomposizione fattane in tal tempo vedesi incomparabilmente più larga delle anteriori, sulle quali d'altronde l'autore non potea più fare alcuno assegnamento. Vi è poi anche un altro argomento atto a dimostrare che il Campanella compose davvero in Calabria un libro de'Segnali della morte del mondo, ed esso è che il povero padre del filosofo, come emerge dal processo, nella sua ignoranza manifestò ad una persona essere il figlio occupato in comporre «un libro che non lo fece nè Luca, nè Giovanni, nè nisiuno degli apostoli» etc., e questo libro naturalmente non poteva essere altro che il libro di cui stiamo trattando: del resto dobbiamo pure fare avvertire, che per quanto si voglia ritenere prodigiosa la potenza mentale del Campanella, apparisce pur sempre impossibile che nelle più feroci strette del carcere, tra il 1600 e il 1.º semestre del 1601, con la sorveglianza assidua nella quale era tenuto, co' duri tormenti a' quali si trovava sottoposto, egli abbia potuto scrivere, oltre la 1.aDifesa, gliArticuli prophetalese laMonarchia di Spagna, senza una precedente composizione di questi libri fatta in Calabria. Con ciò chiudiamo la lunga discussione, che non parrà eccessiva a chi consideri l'importanza capitale dell'argomento.

II. Continuando il racconto della vita del Campanella giungiamo al periodo dell'azione da lui spiegata in Calabria, che menò alle pratiche definite di poi congiura o tentata ribellione. L'idea della vicina fine del mondo, accertata dalle profezie, da' calcoli astronomici, da' fenomeni meteorologici, dal turbamento ed anche dallo scontento del paese, fu da lui efficacemente divulgata, con lagiunta de' grandi fatti che doveano precederla. Dapprima nelle conversazioni, poi anche nella predicazione alla quale attendeva nella Chiesa del convento, egli annunziò che per la vicina fine del mondo dovevano esservi mutazioni e novità, e con ciò spinse all'estremo limite l'agitazione di aspettativa in ogni ceto della provincia; in sèguito, trattando con individui audaci e ben disposti, persuase loro segretamente che era venuto il tempo della santa repubblica universale da doversi godere prima della fine del mondo, che bisognava mettersi in armi e raccogliere compagni per proclamarla; essi con le armi, egli unitamente a' suoi frati con la lingua, avrebbero contribuito al movimento, e vi sarebbero nuove leggi, nuove costumanze, assai migliori delle precedenti, naturalmente da lui meditate. Qui non più la sua Narrazione soltanto, ma anche la Dichiarazione che scrisse nel momento in cui fu catturato, le Difese presentate nel processo che ne seguì, le diverse Lettere che scrisse più tardi in sua discolpa, l'Apologia che annesse all'ultima composizione degli Articoli profetali, dànno notizie in grande abbondanza; se non che queste debbono essere sempre rigorosamente vagliate, riscontrandole con le relative deposizioni de' suoi compagni di sventura, le quali, d'altra parte, debbono essere vagliate egualmente con molto rigore, poichè senza dubbio non tutte degne di fede.

Diremo d'un tratto esservi ogni motivo di ritenere, che l'idea della vicina fine del mondo, nella maniera da lui concepita, sia stata l'espressione de' suoi intimi convincimenti, non già un trovato per raggiungere maliziosamente il suo scopo, in cui si comprendeva un alto interesse pubblico, e al tempo medesimo un interesse personale, il compimento degli alti destini a' quali si credeva nato; bensì egli stimò conveniente trarre da tale idea un sollecito partito, sembrandogli i tempi molto propizii, per iscuotere il giogo spagnuolo e fondare il sistema di governo politico-religioso, che aveva immaginato poter dare all'umanità un assetto felice. Innanzi l'estremo anelito del mondo doveva godersi il secolo d'oro, ma occorreva far qualche cosa per conseguirlo; doveva godersi la santa repubblica antevista da' profeti, da' filosofi, da' savii d'ogni genere, ma occorreva pure arditamente conquistarla e difenderla. Di certo nell'ultimo periodo della sua dimora in Roma, e ne' sette mesi che passò in Napoli, egli ebbe a rivedere i tanti libri di profezia e di astrologia, che troviamo da lui citati ne' suoi Articoli profetali, e che gli sarebbe stato impossibile avere in Stilo. Così, oltre i libri de' Profeti e dell'Apocalisse, avea rovistato i detti di S.taBrigida, S.taCaterina, Dionisio Cartusiano, S. Serafino da Fermo, S. Vincenzo Ferrer, Abate Gioacchino, fra Girolamo Savonarola, tutti in somma quei pensieri di menti esaltate e però inferme, venerati e sostenuti con uno strano abuso di così dettefigure, che darebbero argomento interessante per una storia, la quale narrasse almeno i principali tra gli enormi danni da essi recati. Aggiuntevi le considerazioni fatte da Lattanzio Firmiano, S. Ireneo, S. Giustino,S. Berardino, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Vittorino, S. Sulpizio, Martino, Origene, ed inoltre i detti delle Sibille, dei Filosofi, de' Poeti, compresi Dante e Petrarca, avea trovato una colluvie di ragioni in sostegno della sua tesi, ragioni che sarebbe inutile ripetere ed è poi facile rilevare anche da que' ristretti Articoli profetali dati in sua difesa e riportati ne' nostri Documenti. D'altronde nella sua casa medesima seppe che la cugina Emilia, prima che egli tornasse in Calabria, era stata tenuta per morta durante tre giorni, e poi ripigliata la vita avea discorso delle cose e de' fatti di un altro secolo, con grande stupore de' teologi, diretta nelle sue visioni da un Cappuccino di Stilo che egli trovò già defunto; e chi sa quali visioni e presagi avea dati fuori questa cugina convulsionaria e catalettica intorno allo stesso Campanella, che ebbe a dichiararsene stupefatto[237]! In conclusione egli vide sempre più chiaro l'avvicinarsi della morte del mondo, e con essa la conversione delle nazioni, il secolo d'oro e la repubblica cristiana universale che dovea godersi prima della fine del nostro pianeta; vide inoltre che i frati di S. Domenico doveano predicare e preparare questa repubblica e questo secolo d'oro, nè riesce difficile intendere che in ciò doveva essere a lui riserbata la parte principale. Ma insieme co' libri di profezia egli avea rovistato anche quelli di astronomia ed astrologia, segnatamente quelli del Cardano, del Cipriano, dello Scaligero, dell'Arquato[238], e rifatti anche varii calcoli, si era persuaso dell'avvicinamento del sole alla terra per 10 mila miglia, della restrizione della via del Zodiaco, dello spostamento degli apogei, delle figure e perfino de' poli, in somma di una quantità di volutedissorbitanze, e molta impressione gli avea fatta la comparsa di una nuova stella avvenuta nel 1572, la coincidenza delle ecclissi prevedute pel 1601, 1605, 1607, de'grandi sinodio dellacongiunzione magnadeterminata pel 24 10bre 1603. Cumulando tutte queste cose con le profezie, egli era venuto sempre più nel concetto che non solo le mutazioni dovessero dirsi immancabili, ma anche assai vicine, instanti, e tali le ripetè in sèguito del pari nelle sue Poesie, dove sono esposti alcuni profetali ed egualmente la congiunzione magna con la data assegnatale: se non che egli poi nonattese il 1603 per le mutazioni prevedute, ma si diede a volerle pel 1600 ed anche prima, la qual cosa merita di essere notata.

Diversi fenomeni straordinarii, avvenuti nel tempo di cui stiamo trattando e in una gran parte del 1599, gli sembrarono anche un preludio delle mutazioni aspettate; ma con ogni probabilità gli sembrarono al tempo stesso utili incidenti per mettersi in grado di compiere la mutazione da lui concepita, profittando della grave impressione avutane nel paese. Vi fu prima di tutto la terribile inondazione del Tevere, oltre quella del Po, avvenuta nella penultima settimana del 1598 e continuata tre giorni interi, dal martedì al venerdì: questo immenso disastro della capitale del mondo cattolico fu conosciuto in Calabria a' primi giorni del 1599 e vi fece grandissimo senso. Come è ricordato nella Narrazione, fra Dionisio, tornando da Ferrara, si trovò in Roma nel tempo del disastro, e giunto in Calabria raccontava qual testimone oculare lo spaventoso avvenimento. Il Campanella predisse allora che vi sarebbero terremoti, come ricordò nella Lettera scritta alcuni anni dopo al Card.lFarnese, e realmente se ne verificarono gravissimi in Calabria e Sicilia più tardi, con altri fenomeni che spaventarono le moltitudini e che menzioneremo qui tutt'insieme per non intralciare di troppo il nostro racconto. Vi fu dapprima una enorme invasione di bruchi, e poi una pioggia torrenziale che precisamente in Stilo, durante la settimana di Pasqua, recò danni molto gravi, essendo anche parso a parecchi di vedere in aria una scala nera con un cipresso in cima; in sèguito, da' 7 a' 10 giugno, si verificarono i terremoti, disastrosi specialmente per Reggio e Messina, e poi, nel luglio, si vide «una cometa marziale e mercuriale, vicina a terra, che scorrea da levante a ponente», e il Campanella vaticinò «romori nella provincia e incursione armata contro i Reggitori di essa», vaticinio molto significativo, specialmente tenuto conto del tempo in cui fu fatto. Ma a tutti questi fenomeni sovrastava la condizione torbidissima della Calabria per le tante cause già esposte. Il Campanella non mancò di ricordarla, dichiarando essergli sembrata egualmente un preludio delle mutazioni: «le menti degli uomini colpite, le escursioni de' turchi e de' fuorusciti (de' quali i conventi erano pieni), i conflitti giurisdizionali, le scomuniche de' magistrati, indicavano ragionevolmente che era per seguire l'universale mutazione della terra». Le cose stavano veramente così, ed anche circa le escursioni de' turchi, documenti del tempo ci dicono che i corsari di Barberia, capitanati dal vecchio Amurat come in sèguito si vedrà, discesero il Venerdì Santo presso la Roccella e vi catturarono 40 persone[239]. C'era poi ancora un altro fatto molto piùsignificativo che il Campanella espose nella sua Dichiarazione: «conobbi con ogn'un che parlavo che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni villano sentiva lamentarsi: per questo io più andava credendo questo havere da essere». Indubitatamente tali circostanze favorevoli decisero il Campanella ad osare, nè si potrebbe dire che avesse osato con poca prudenza. Vedremo infatti che dapprima si limitò ad annunziare le mutazioni immancabili e vicine, senza che le autorità spagnuole se ne offendessero, la qual cosa merita pure di essere notata; quindi si pose a promuovere non senza destrezza i maneggi e i concerti per attuare il movimento, confidando, come è solito ne' cospiratori, che tutti vi avrebbero preso parte, e che con l'esempio il movimento si sarebbe propagato.

Innanzi di scendere a' particolari, gioverà chiarire anche meglio i concetti del Campanella in questo tempo, e l'influenza di essi in Calabria. Naturalmente noi non li possiamo desumere che da quanto egli ne scrisse, ma bisogna tener presente che egli ne scrisse in un tempo in cui dovea salvarsi ad ogni costo; e però le sue affermazioni vanno accolte fino ad un certo punto. Il lato veramente caratteristico delle sue affermazioni era rappresentato dal doversi avere un periodo di felicità prima della fine del mondo. Egli non era uno di quegli ordinarii Avventisti, de' quali non sono mai mancati gli esempi fino a' giorni nostri, Avventisti, che predicando essere il mondo vicino a perire, hanno insegnato doversi oramai pensare solamente all'anima: egli riteneva che secondo la profezia naturale e divina, prima della fine del mondo c'era da godere lungamente, e bisognava aspettarsi mutazioni che avrebbero menato al secolo d'oro, il quale poi era anche più lungo di quanto la parola stessa potea far supporre, nè sarebbe avvenuto in modo del tutto facile e piano. Doveano verificarsi irruzioni di barbari; doveano i Maomettani dividersi sotto due Re, uno de' quali avrebbe immediatamente abbracciata la fede cristiana e la repubblica, come poi le avrebbero abbracciate tutti gli altri, persuadendosi che la glorificazione di Dio era veramente questa repubblica e non già il loro paradiso; doveano inoltre venire alla fede anche gli Ebrei, i quali negano il Messia perchè non videro tanta gloria in Cristo. Doveano venire Gog e Magog ed esser vinti da' Santi; dovea venire l'Anticristo che si sarebbe sforzato di sovvertire la repubblica già iniziata, ma del rimanente costui non avrebbe dato da fare che per soli due anni e mezzo o tre anni e mezzo. E dovea il Re di Spagna soggiogare tutte le genti e congregare tutti i Regni, facendo l'ufficio di Ciro, e il Pontefice Romano vi avrebbe regnato costituendo l'unum ovile et unus pastor, la qual cosa sarebbe riuscita utile ad entrambi, ed anzi al Re più che al Pontefice. Intanto egli co' suoi calabresi, armati e ritiratisi sulle montagne per difendersi da' nemici del Re e del Papa, avrebbe dato un piccol saggio della gran repubblica universale, nè propriamente per acquistarsi unoStato, ma per fare al Papa ed al Re un Seminario di uomini illustri nelle lettere e nelle armi da poter servire nelle missioni di pace e di guerra. Tali sono le precise parole che leggonsi nelle sue Difese[240]: ma nessuno vorrà prendere sul serio che egli ritenesse davvero dovervi essere il secolo d'oro propriamente col Pontefice Romano e con un Ciro della tempra del Re Filippo III; questo garbuglio di Papa, di Re, e di Seminario di uomini illustri in loro servigio rasenta la canzonatura. Tutti, non esclusi coloro i quali si sono rifiutati ad ammettere in lui disegni e pratiche di congiura, hanno capito che egli avrebbe voluto istituire ciò che descrisse in sèguito nella sua Città del Sole; e vedremo che molti cenni intorno alla futura repubblica, emersi nel processo per bocca de' suoi compagni di sventura, vi corrispondono esattamente. Senza dubbio egli intendeva il secolo d'oro con un governo sacerdotale, come l'intendeva anche Platone, vale a dire con un capo politico e religioso ad un tempo; ma i principii che dovevano campeggiare nel secolo d'oro, e nella sua repubblica destinata a farlo gustare, erano ben diversi da quelli del Concilio di Trento e delle Prammatiche spagnuole. Creda dunque chi vuole alla sua fede nella Monarchia universale da doversi acquistare da Spagna, e nella Monarchia cristiana da doversi reggere da Roma; noi ci permetteremo sempre di dubitarne moltissimo, almeno pel periodo che stiamo svolgendo e che fu appunto quello in cui egli scrisse la Monarchia di Spagna. Certa solamente giudichiamo la sua fede nella «profezia naturale e divina» quale egli l'espose ne' documenti sopra indicati, e però non crediamo che in lui la maschera del profeta abbia coverto il volto del cospiratore. Ci mena a ritenerlo la sua devozione costante alla sapienza per istinto divino e all'astrologia, come pure la qualità medesima della sua impresa; giacchè, per quanto i più sublimi atti di patriottismo risultino spesso una sublime follia, riescirebbe incredibile la follia di voler liberare il suo paese, con mezzi tanto limitati, da una potenza così sterminata come era a que' tempi la spagnuola, senza la fede in eventi straordinarii più o meno vicini, e in una grande missione alla quale per osservazioni proprie e d'altrui si credeva chiamato. Nè riesce dubbio che egli solo, animato da queste convinzioni, potè con acconci discorsi ispirare a determinate persone il proponimento audace di liberarsi dalla signoria spagnuola e costituirsi in repubblica. La notizia pura e semplice della vicina fine del mondo, come già altre volte era avvenuto dovunque, avrebbe tutt'al più ispirata a' calabresi la donazione de' beni alla Chiesa per salvarsi l'anima; invece in parecchi di loro, stati già in relazione col Campanella e dediti a raccogliere compagni armati, si trovò non solo la notizia di vicine mutazioni ma anche la notizia della «prossima apertura de' sette sigilli», il proponimentodella «fondazione di una repubblica» con norme analoghe a quelle più tardi esposte nella Città del Sole, e sempre sotto gli auspicii del Campanella, nuovo profeta, nuovo legislatore, nuovo Messia, dottissimo in tutte le scienze, capacissimo nella divinazione del futuro, inoltre possessore di spiriti quantunque egli lo negasse costantemente.

Vediamo ora i particolari della sua azione. Nelle conversazioni private, uno de' primi cui manifestò dovervi essere una repubblica fu certamente fra Gio. Battista di Pizzoni. Costui fin dal 7bre 1598, come affermò il Campanella nella sua confessionein tormentis, si preparava a difendere certe «conclusioni» nel Capitolo da doversi tenere nel maggio 1599, e tra esse v'era unade statu optimae reipublicae; il Campanella, richiesto di consigli, parlò di questa repubblica, e disse che si dovea avere prima della fine del mondo perchè così era profetato[241]. Un altro con cui parlò di mutazioni e di futura repubblica fu fra Dionisio, dopochè costui venne da Roma e narrò i particolari dell'inondazione del Tevere, i quali doverono realmente destare una sensazione profonda; ne parlò quindi certamente ad altri, e poco dopo, lasciato ogni riserbo, ne fece il tema di una delle solite prediche nella Chiesa del convento. Il giorno della Purificazione di Maria, cioè il 2 febbraio (1599), il Campanella per la prima volta predicò che dovevano esservi presto mutazioni, naturalmente «nel Regno de Napoli, che fu sempre de revolutione, et hebbe principio mezo et fine in brieve sotto diverse fameglie... tanto più che parlando alli popoli li vedea lamentarsi delli Ministri del Re de molte cose»; era stato sollecitato da molti amici a dire il parer suo sulle novità che si aspettavano, ed egli si prestò volentieri[242]. Una seconda volta bene accertata predicò sullo stesso tema, nella Settimana Santa, o meglio subito dopo la Settimana Santa che da altri documenti sappiamo essersi in detto anno celebrata dal 4 agli 11 aprile, questa volta sicuramente a proposito delle pioggie torrenziali che contristarono la città[243]. Giusta la deposizione processuale di un frate suo compagno, «predicando dall'altare sopra la seggia» egli avrebbepiù volteparlato delle profezie e delle mutazioni, «benvero che nella predica non diceva che quelle profezie parlassero di sè, ma lo diceva poi»[244]: frattanto bisogna riconoscere che non vi sono elementi per affermare che queste prediche fatte più volte siano state fatte veramente spesso;e però il Campanella nella sua Dichiarazione potè dire che giurava di non aver mai pensato che le paroledella sua predicaavrebbero mossa tanta gente. Invece vi sono parecchi elementi per dire, che diffusa questa voce delle mutazioni secondo le profezie accertate dal Campanella, molti si dirigevano a lui per conoscere la cosa più addentro, e in questi colloquii privati egli parlava con maggior libertà e si estendeva a ragionare più largamente del secolo d'oro, esprimendo a tempo e luogo qualche suo pensiero intorno al modo di prepararvisi e di contribuirvi. Tutto mena a far credere che le prediche siano state poche e poco esplicite, avendole principalmente destinate a far intendere che il mondo era sul punto di «andare sottosopra». Ad una di esse, verosimilmente alla 2asuddetta, fu presente l'Auditore Annibale David, venuto a Stilo per trattare la pace tra le famiglie de' Contestabili e de' Carnevali, e bisognerebbe non conoscere cosa fosse un Auditore, per ammettere che costui avrebbe potuto lasciar correre la predica laddove questa gli fosse parsa criminosa. Solamente, giusta una deposizione che può ritenersi attendibile, durante la predica egli avrebbe una volta esclamato, «oh s'io potessi dire a modo mio»! con che senza dubbio riusciva ad eccitare tanto maggiormente la curiosità di coloro i quali più s'interessavano per le cose nuove[245]. Non fu dunque un predicatore entusiasta a modo p. es. di fra Girolamo Savonarola; fu invece un cauto e circospetto agitatore, il quale, senza creare propriamente un fermento, perocchè questo già esisteva dovunque ed era più vivo in Calabria, col suo prestigio non solo lo favorì, ma col minore strepito possibile lo diresse ad uno scopo patriottico anzi umanitario. Tutti gli dimandavano spiegazioni, massimamente i cittadini più animosi e avversi alla signoria spagnuola, i fuorusciti tanto più avversi al Governo per le loro speciali condizioni, i Signori e gli ufficiali stessi del Governo. Il Capitano Francesco Plutino gli comunicò certe profezie di un Abate Idruntino divulgate in Napoli, le quali accennavano a mutazioni da dover accadere in Sicilia, in Toscana, in Calabria, e gli dimandò l'avviso suo sopradi esse: il Campanella, secondo ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, gli avrebbe semplicemente risposto che potevano esser vere, perchè altri astrologi e savii predicevano lo stesso; pertanto un testimone non sospetto depose che il Capitano diceva con ammirazione, «voi vedrete quello che è il Campanella»[246]. Infine lo stesso Governatore della Provincia D. Alonso De Roxas si diresse a lui «per lettera di curiosità» dimandandogli notizia delle mutazioni che tutti si aspettavano; e il Campanella lo compiacque, forse anche in tale occasione gli mandò il suo libro della Monarchia di Spagna già scritto pel Marthos e posto da banda senza avervi più pensato. Ad ogni modo il Campanella e il Governatore rimasero in termini amichevoli[247]: nè veramente il Governatore sospettò mai del filosofo; bensì vedremo che non mancò di occuparsi della cattura dei frati, quando si giunse a fargliene comprendere i disegni.

Tutto ciò mostra che il nome del Campanella risuonava in una sfera larghissima; e la cosa merita di essere notata, poichè da lui medesimo nelle sue Difese, e poi da molti altri fino a' giorni nostri, è stato detto impossibile che un povero frate, da poco tempo venuto in Calabria, avesse concepito un così audace progetto, ed avuto tanto credito. Ma le sue stesse affermazioni in altri documenti, al pari degli atti processuali, mostrano che il suo credito era divenuto straordinario. Egli medesimo affermò, che «tutta la gente» accorreva a lui per dimandargli della «fine del mondo e della renovation del secolo» dopo che egli le avea predicate, che inoltre «quando caminava per le ville e pe' castelli, si vedeva innanzi stupefatto torme di uomini che chiedevano rimedii per le proprie infermità e per quelle delle pecore e de' buoi», ed egli li indicava, e «tutti ritornavano lodando Dio»[248]. Nell'insieme del processo che ne seguì, da qualunque lato, da' frati e da' laici, da' fautori e da' persecutori, da' più alti e da' più umili, egli trovasi riconosciuto ed acclamato sempre «dottissimo in tutte le scienze, grandemente dotto, grand'omo», e il suo credito si rivela altissimo ed incontrastato. A lui venivano «le migliara di persone»; e l'accorto e prudente fra Pietro di Stilo, suo angelo tutelare, lo riprendeva pel tanto conversare con laici: tutti chiamavano «beato» il povero padre suo, e i nobili e Signori, particolarmente il Marchese d'Arena e il Principe della Roccella, che dimoravano più d'appresso a Stilo, lo vedevano volentieri e talvolta lo chiamavano nei loro castelli[249]. Non ci è noto di che discorressero; ma senza dubbiol'argomento principale de' discorsi doveva essere la vicina fine del mondo, con tutti i cataclismi e l'immancabile secolo d'oro che dovevano precederla: e merita pure di essere ricordato un fatto da molti deposto nel processo, che cioè egli aveva una forza di persuasiva straordinaria, «perchè quando parlava tirava ognuno a lui». Ma vi era anche qualche motivo riposto, atto a spiegare il prestigio di cui godeva, poichè l'ingegno, gli studii, i libri composti non sarebbero stati sufficienti in Provincie nelle quali, bisogna riconoscerlo, neanche oggi queste cose rappresentano i fondamenti del credito. Vi era l'opinione che egli «avesse spiriti, comandasse spiriti, disponesse di spiriti»: lo si diceva pubblicamente in Calabria, e i più timorati pensavano che la sua scienza era o del demonio o d'Iddio, ma la massa de' frati, de' laici e di ogni ceto, riteneva con sicurezza che fosse del demonio. Si era giunto perfino a scovrire dove avesse il suo spirito familiare; l'avea nell'unghia. Così dicevasi a Stilo, e forse se ne può trovar la ragione in un'abitudine del Campanella di guardarsi le unghie, come più in là vedremo notato segnatamente da' terrazzani di S. Caterina, nel convento Domenicano di S. Nicola ove una volta si recò[250]. Certo è che a cominciare da' frati suoi più intimi amici, come fra Dionisio Ponzio, ed anche fra Domenico Petrolo, ebbero, ognuno a sua volta, la curiosità di chiedere direttamente al Campanella se fosse vero che avea spiriti; tra le persone poi che trattarono con lui per la congiura, taluno gli dimandò in generale de' diavoli e dell'arte magica, qualche altro gli chiese uno spirito familiare per vincere al giuoco, altri chiesero segreti per avere donne; ancora, a tempo delle carcerazioni, taluno voleva che il Campanella «havesse fatto tanto con gli diavoli che l'havessero cavato de prigione»[251]. Fra Tommaso mostravasi quasi sempre infastidito di siffatte dimande, e ne prendeva talvolta occasione per manifestare che egli non credeva all'esistenza nè de' diavoli nè dell'inferno, ed anzi al Petrolo una volta disse che in Roma, dove era conosciuto, si riteneva che egli non credesse a queste cose; ma specialmente i laici non ne rimanevano persuasi, e qualcuno anche si scandalezzava che negasse i diavoli. Aggiungiamo che fra Dionisio medesimo gli domandava confidenzialmente se in Roma fosse stato mai condannato all'abiura, ed egli lo negava, ed adduceva quale unico motivo de' suoi travagli l'essere stato erroneamente creduto autore di un bruttissimo Sonetto contro Gesù Cristo: così non si divulgò mai il fatto dell'abiura, e il suo credito rimase anche da questa parte inalterato.

Siamo in maggio 1599. Avvennero allora due fatti interessantiper la nostra narrazione; il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro, la trattativa di pacificazione delle famiglie de' Contestabili e de' Carnevali di Stilo.

Il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro fu preseduto da fra Giuseppe Dattilo di Cosenza, essendo Definitore fra Gio. Battista di Polistina, due nomi che dimostrano assolutamente in auge la fazione avversa a quella di fra Dionisio Ponzio, e però avversa agli amici di costui, tra gli altri al Pizzoni che avea disertato il campo del Polistina, ed anche al Campanella antico amico di fra Dionisio. Comunque i Capitoli fossero di breve durata (questo di Catanzaro non durò più di quattro giorni), i più culti tra' frati costumavano darvi un saggio della loro abilità sostenendo «conclusioni», ossia facendo una disputa sopra alcune proposizioni che annunziavano in precedenza. Il Pizzoni, andatovi a sostenere le conclusioni che abbiamo già menzionate più sopra, si vide per la sua mala vita condannato al carcere, dietro proposta del Polistina che volle trarne vendetta. Per non esser preso se ne fuggì immediatamente, senza cappello e senza cappa, con grande scandalo della città, andando a rifugiarsi in un convento di Zoccolanti; ma fu subito richiamato, mercè l'opera del Vescovo di Catanzaro, perchè sostenesse le conclusioni state già pubblicate, e le sostenne con plauso alla presenza anche del Governatore De Roxas e degli Auditori invitati ad intervenire alla disputa; di poi, saldati i suoi conti, se ne andò al piccolo convento di Pizzoni, dove era stato assegnato e dove più in là lo troveremo. Quanto al Campanella, egli avrebbe certamente disputato in quel Capitolo, ma non vi fu neanche chiamato; ed è certo che se ne lagnò in sèguito con fra Paolo della Grotteria, dicendo che «li litterati non erano premiati nè exaltati secondo il dovere, et anzi sbassati et tenuti sotto contra ogne giustitia, et che a tale effecto non era esso stato chiamato al Capitolo di Catanzaro, perchè essendo litterato cercavano di tenerlo sepolto». Le cose stavano realmente così, nè c'è da farne le meraviglie: si è visto sempre tra' frati esaltata anche più del dovere la dottrina di qualcuno elevatosi un poco sul livello comune, poichè questo accredita l'Ordine, ma si è vista ben di rado onorata la dottrina nelle candidature agli ufficii; e del Campanella può dirsi con certezza che tra' frati non aveva e non ebbe mai sèguito, quantunque ne avesse tanto tra' laici. Più tardi, nelle Difese, egli scrisse che non aveva mai ambìto i gradi de' quali era degno nella Religione: ma il fatto è che nessuno pensò mai di dargli gradi, che non fu nemmeno chiamato al Capitolo e che ne rimase scontento. Quanto a fra Dionisio, egli non ebbe la conferma nel Priorato, rimase puro e semplice lettore ed assegnato al convento di Taverna; ma sdegnato ed inquieto andò vagando a lungo per la provincia, innanzi di recarsi al luogo assegnatogli. Scorse due settimane dalla celebrazione del Capitolo, si recò a Stilo presso il Campanella, con nessun gusto di fra Pietro di Stilo, che trovandosi in buoni termini col Polistina era statocreato Vicario di quel convento. Fra Pietro riprendeva il Campanella per questa sua amicizia con fra Dionisio, parendogli che quei di Stilo, soliti a visitarlo e a fargli ossequio, se ne allontanavano stomacati dall'udire fra Dionisio che parlava senza ritegno delle più laide oscenità, delle quali si vantava per giunta. Circa dieci giorni si trattenne fra Dionisio presso il Campanella: non sappiamo di quali argomenti si occupassero i due frati ne' loro colloquii, ma forse le tirate oscene di fra Dionisio servivano a mascherare gli argomenti veri. Certo è soltanto che negli ultimi giorni della sua dimora in Stilo, verso la fine di maggio, essendo venuti, ad occasione della pace tra' Contestabili e i Carnevali, da un lato Marcantonio Contestabile accompagnato da un Gio. Tommaso Caccìa di Squillace e d'altro lato Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, tutti e tre fuorusciti, fra Dionisio si strinse in amicizia specialmente con Maurizio e col Caccìa che non aveva mai conosciuti. E dopo certi colloquii intimi, de' quali dovremo occuparci più in là, fra Dionisio partì in cerca di amici, e con essi se ne andò fino a Messina, senza che sia stato mai chiarito lo scopo di tale viaggio. Ci basterà qui, intorno a' detti colloquii, ricordare pel momento ciò che il Campanella ne disse nella sua Narrazione. «Erano stati in convento di Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per trattar la pace tra Carnelevari et Contestabili; et Fra Dionisio sendo di passaggio intervenne a questi trattati e strinse amicitia con Mauritio e trattò di uscir in campagna e dimandavano il Campanella essi e molti altri di quella cometa di Calabria et terremoti, et segnali della rinnovatione, e li dimandavano se venia rovina alla provincia come parea da ponente secondo il corso della cometa (come proprio venne Carlo Spinello che la travagliò) che cosa havevano da fare; e lui diceva mettersi sù le montagne con le armi come fecero li Venetiani nelle lacune quando venne Attila, et li Spagnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, e questo dicea per modo di ragionamento e mischiava li segni del giudizio universale col particolare della provincia, secondo s'usa, et ognuno pensava a cose nove, e sparlavano in diverse guise». La cometa fu vista veramente più tardi, in luglio, e d'altra parte il Campanella e fra Dionisio aveano già discorso con Maurizio, in casa di un sacerdote a nome Gio. Jacovo Sabinis, prima che Maurizio venisse nel convento, come risulta da' particolari della trattativa di pace; ad ogni modo le preoccupazioni vi erano, e ne fu discusso in guisa, che da queste discussioni prese origine e data quella serie di concerti e maneggi che diedero motivi all'accusa di congiura. Più volte in sèguito il Campanella affermò pure in sua discolpa, che fra Dionisio voleva uscire in campagna per ammazzare coloro i quali avevano ammazzato suo zio; ma questo fatto era già vecchio di alcuni anni, ed abbiamo veduto che vi erano stati per esso lunghi processi in Calabria e in Napoli menati innanzi da fra Dionisio;certamente costui, venuta la «rinnovazione del secolo», avrebbe vendicata la morte di suo zio, ma appunto questa rinnovazione bisognava innanzi tutto procurare fondando la repubblica.

La trattativa di pacificazione delle due nobili e ricche famiglie di Stilo, quella de' Contestabili e quella de' Carnevali, fu commessa al Campanella dal medesimo Auditore David che non aveva potuto riuscirvi: questo risulta dalla Dichiarazione che fu poi scritta da fra Tommaso, e mostra la considerazione di cui godeva non solo presso i cittadini di Stilo ma anche presso gli Agenti del Governo. Documenti da noi rinvenuti, nell'Archivio di Stato e nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ci mettono in grado di far conoscere gl'individui delle due famiglie e taluni particolari che riflettono la loro inimicizia. La famiglia Contestabile componevasi allora di Paolo padre, Porfida madre, Giulio, Geronimo, Fabio e Marcantonio figli; Geronimo di Francesco avea sposato Laudomia sorella di costoro. La famiglia de' Carnevali era più sparpagliata: in una casa dimorava Prospero Carnevale col fratello Gio. Francesco vecchio sacerdote, e col figlio Fabrizio Arciprete; in un'altra casa dimorava Gio. Paolo altro figlio di Prospero con la sua famigliuola; in una terza casa gli altri figli di Prospero, Fabio e Tiberio (il medico, trasferitosi poi in Napoli come abbiamo già visto). Causa dell'inimicizia il solito gusto della prepotenza, col dominio segnatamente nell'amministrazione della città. De' Contestabili il più giovane, Marcantonio, era manesco e violento oltremodo: le scritture dell'Archivio di Stato lo mostrano omicida già prima del 1595, il Carteggio del Nunzio lo mostra fuoruscito per tentato omicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale, il processo di eresia del Campanella ce lo mostra feritore dell'altro fuoruscito che soleva accompagnarlo, il Caccìa, mediante colpo di archibugio; del resto tutti i Contestabili si comportavano con alterigia e violenza, come lo mostra un documento che non ammette replica, proveniente dal governatore o capitano di Stilo. I Carnevali non avevano qualcuno de' loro da opporre a Marcantonio Contestabile, ed interessarono per questo un amico, Maurizio De Rinaldis di Guardavalle a que' tempi casale di Stilo, parimente giovane, nobile e fuoruscito per omicidio; costui naturalmente veniva favorito in tutti i modi da' Carnevali e loro parenti, e così D. Gio. Francesco e D. Fabrizio Carnevale si trovavano da Geronimo Contestabile e Geronimo di Francesco accusati presso il Nunzio di negoziazione illecita e ricetto di banditi, e il Nunzio li aveva citati a comparire, e per tale motivo figurano nel suo Carteggio. Con questi due gagliardi a fronte, Marcantonio e Maurizio, sostenevasi l'inimicizia, e non occorre dire quanto il paese ne fosse turbato: nel corso del processo del Campanella, essendo accaduto di doverne parlare, Giulio Contestabile depose che l'inimicizia esisteva tra Paolo suo padre e Prospero Carnevale, e tra lui Giulio e Gio. Paolo Carnevale; ma ognuno intende che egli volle attenuare le cosee porre nell'ombra il fuoruscito Marcantonio[252]. Secondo ciò che il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, egli menò innanzi gli accordi fino a doversi «ratificare la pleggeria della pace», e peròebbe ad intrattenersi più volte con entrambe le parti e loro aderenti, e poi anche co' fuorusciti che ne rappresentavano il braccio forte: ma è lecito dubitare che avesse raggiunto tale risultamento, e che per raggiungerlo vi fosse bisogno della presenza de' fuorusciti. Ad ogni modo Marcantonio Contestabile, insieme al Caccìa, dimorò otto giorni nel convento di S. M.adi Gesù, dove stava sicuro pel dritto di asilo; i suoi parenti, e massime Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, vi accedevano tanto più spesso, e molti discorsi furono in tale circostanza scambiati col Campanella intorno alle future mutazioni. Maurizio, secondochè poi disse il Campanella, chiedeva di poter dimorare anche lui nel convento, ma il Campanella non volle, forse perchè temè qualche possibile scena violenta tra lui e Marcantonio, e difatti essi rimasero sempre separati; si trattenne quindi nella casa di D. Gio. Jacovo Sabinis sacerdote, cognato di Gio. Paolo Carnevale, dove il Campanella lo vide andandovi di sera insieme con fra Dionisio e Gio. Gregorio Prestinace grande amico suo e compare di Maurizio; ma poi Maurizio venne anch'egli di sera nel convento, in sèguito vi venne pure di giorno, e naturalmente una gran parte de' colloquii cadde sulle mutazioni e sul miglior modo di profittarne. I discorsi scambiati su questo tema debbono essere minutamente riferiti e vagliati; ci occorre intanto dire che la pace non si effettuò, la qual cosa nonpuò far meraviglia a chi consideri come si effettuavano allora le paci. Per regola se ne occupava un Auditore a ciò delegato dalla R.aAudienza, e le parti, dietro concessioni reciproche, finivano per sottoscrivere un atto, dando la parolasub nomine Regioal pacificatore e la fede vicendevolmente e personalmente tra loro, con promessa ed obbligo sotto determinata «pena pecuniaria et etiam corporale», di non dover più, dopo la data parola e fede, mostrarsi nemici. Naturalmente a tutto ciò non prendevano parte i fuorusciti, i quali si trovavano fuori la legge, ed avevano la missione pura e semplice di fare un aggravio e difendere da un aggravio, o per lo meno far paura mostrando la forza e potenza della parte che li sosteneva in campagna. Laonde, nel caso attuale, si capisce poco che Marcantonio e Maurizio fossero venuti per «ratificare la pleggeria della pace»; si capisce un po' meglio che Maurizio fosse venuto «per farsi vedere a Marc'Antonio Contestabile, acciò li Contestabili sapessero che i Carnelevari ancora hanno gente armata et non hanno paura», secondochè espose egualmente il Campanella nella Dichiarazione medesima. Con siffatta disposizione degli animi, con la presenza di persone armate di tutto punto, come le descrissero di poi nel processo diversi testimoni oculari, la pace non poteva effettuarsi; ma potè effettuarsi una tregua, e certamente vi contribuirono non poco i discorsi ed anche i progetti intorno alle mutazioni. Consecutivamente, nel processo, Giulio Contestabile disse aver lui rotta la trattativa, poichè avendone scritto a suo fratello Geronimo il quale dimorava in Napoli, costui rispose che il Campanella era stato inquisito di eresia e che perciò non voleva si trattasse con simile persona, onde poi essendo stata da lui divulgata la cosa, il Campanella gli divenne inimico capitale: ma si ravvisa qui facilmente il solito ripiego della inimicizia capitale, che si costumava mettere innanzi per invalidare le deposizioni contrarie; Giulio, nel tempo di cui trattiamo, era e rimase uno de' più fervidi seguaci del Campanella.

Si direbbe che il Campanella, in mezzo a quella balda gioventù, a contatto di que' focosi e audaci fuorusciti, la cui esuberanza di vita poteva esser diretta a uno scopo tanto migliore, non abbia veduto più alcuno ostacolo all'attuazione de' suoi disegni: di certo in pochi giorni egli si spinse incomparabilmente più di quanto avea fatto sin allora, ma pur sempre con cautela e circospezione. Sin allora, tra' discorsi generali intorno alle mutazioni e alla santa repubblica che dovea godersi prima della fine del mondo, egli aveva appena lasciato intravvedere in privato, alle persone intime, che le profezie additavano segnatamente lui stesso, che parevagli averlo Iddio «eletto proprio a insegnare la verità et levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa», come disse a fra Domenico Petrolo e separatamente anche al Pizzoni: ma a fra Pietro di Stilo sappiamo che, presente l'altro amico Gio. Gregorio Prestinace col quale confabulava in segreto spessissimo, egli due volte avea fattoconoscere come godendo l'influsso di sette pianeti ascendenti favorevoli si aspettava di essere Monarca del mondo; la quale proposizione, tenendo conto del linguaggio fratesco, potrebbe anche semplicemente significare che si aspettava di essere capo di uno Stato. Inoltre si era lasciato sfuggire di bocca certi principii meno ortodossi, che aveano scandalizzato qualcuno, ma non già tutta quella massa di principii eretici, veri e supposti, che emerse in sèguito e che si deve riferire ad un periodo posteriore. Difatti, fra Francesco Merlino, al quale non vi è ragione di negar fede, trovandosi priore in Placanica ed avendo scambiate varie visite col Campanella, poteva affermare solamente di avere udito dire da lui che nel mondo si vive a caso, aggiungendo che molte cose furono dette dopo la carcerazione senza sapersi come uscissero in campo. Fra Gio. Battista di Placanica, al quale si può del pari aggiustar fede, avendo dimorato nel convento di Stilo dal febbraio all'aprile dello stesso anno, poteva affermare qualche cosa di più, ma non altro che questo: che il Campanella parlava degli atti venerei in modo da far credere che non costituissero veramente peccato, dicendo essere ogni membro destinato a certe funzioni, e certi organi fatti appunto per gli atti venerei; che paragonava la legge de' Turchi con quella de' Cristiani e la lodava in certe cerimonie; che giudicava inutili tanti Ordini religiosi, ritenendoli baie fatte per tener quieti i popoli; che non credeva poter le Messe giovare alle anime de' defunti quando il celebrante fosse in istato di peccato mortale; che discorrendo una volta dell'inferno con alcuni suoi discepoli avea detto «che inferno, che inferno!» Aggiungeva poi che avendo il Campanella domandato a Mons.rdi Squillace ed al Provinciale la licenza di predicare in Monasterace, la licenza non gli fu concessa, ed in tale occasione si era spinto a dire qualche cosa in dileggio della scomunica. Forse anche dietro tale circostanza accadde, che avendogli il povero padre suo raccomandato di accettare una predicazione offertagli dalla città di Stilo col compenso di 200 ducati (verosimilmente la predicazione Quaresimale) per venire in aiuto alle sorelle che erano «pezzenti», egli disse che «non voleva fare l'officio di Cantanbanco»; per le quali parole rivelate da taluno di Stignano, insieme col fatto dell'avere fra Tommaso divinato l'avvenire de' suoi fratelli, e dell'essersi occupato a scrivere quel tale libro che non l'avea scritto nè Luca nè Giovanni, il povero Geronimo fu poi menato innanzi al S.toOfficio in Napoli. Del resto non bisogna nemmeno credere che il Campanella avesse sempre manifestato con serietà proposizioni incriminabili, mentre, comunque i suoi biografi ce l'abbiano descritto grave e cogitabondo perchè filosofo, è certo invece che soleva di continuo burlare e motteggiare specialmente i frati, e la tendenza sua a motteggiare, come al contraddire, era spesso il movente di altrettali proposizioni. Talora il suo motteggio riuscì davvero scandaloso; infatti più volte nell'incontrare alcuni frati di S. Francesco della Scarpa (altro convento di Stilo) mentre andavano nellaloro Chiesa, alludendo a Gesù crocifisso egli si pose a dire, «dove andate? andate ad adorare un appiccato!» «Cose fratesche, cose ociose» le definiva fra Pietro di Stilo, aggiungendo sul Campanella, «quando burlava con li frati... dico che era malo», e a fra Pietro si può credere pienamente[253].

Ma ne' colloquii con Maurizio, con Marcantonio e Gio. Tommaso Caccìa, co' parenti o aderenti di costoro e con gli amici suoi che in questo tempo frequentavano pure la sua cella, egli si pose ad eccitare vivamente ciascuno che volesse profittare delle mutazioni, che volesse concorrere e trovare molti compagni i quali concorressero a fondare la repubblica, indicando il modo, disegnando il tempo e le alleanze, prevenendo e combattendo le obbiezioni, manifestando alcune riforme civili ed anche religiose che bisognava introdurre, atteggiandosi francamente a riformatore e legislatore; e fra Dionisio si pose a secondarlo, bensì con certi modi tutti suoi, e i più infiammati si posero a numerare le forze e gli amici; di poi ciascuno più o meno, non escluso il Campanella medesimo, si occupò veramente di procurare amici e di prepararsi al gran giorno. Come fu rivelato ne' processi consecutivi da Gio. Tommaso Caccìa, e del pari da fra Pietro di Stilo e dal Petrolo (ciò che mostra la credibilità delle rivelazioni del Caccìa), frequentavano la cella di fra Tommaso e parlavano segretamente con lui, oltre Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco cognati, Gio. Gregorio Prestinace «amico e familiare di notte e di giorno», Fulvio Vua, Tiberio Marullo; inoltre Scipione Marullo figlio di Tiberio, D. Gio. Jacovo Sabinis, Giulio Presterà, Francesco Vono, Fabrizio Campanella e Paolo Campanella, i quali ultimi sappiamo che dimoravano in Stignano. Erano le dette persone di Stilo, per la massima parte, delle migliori famiglie della città e ne' migliori anni della loro gioventù, come ci risulta da' documenti che per alcuni ci è riuscito di trovare; a ragione quindi il Campanella nelle sue Difese potè dire, che non si propose di servirsi soltanto di fuorusciti, i quali del resto considerava meno come nemici del Re che come uomini armati, menandoli nella retta via, ma «si propose di servirsi ancora di uominidabbene non fuorusciti come dal processo è comprovato»[254]. A costoro si deve aggiungere un fra Scipione Politi conventuale di S. Francesco, che poco prima o poco dopo questo tempo rimanea sovente a pranzo col Campanella e qualche volta rimase con lui anche di sera, come fu attestato da fra Pietro di Stilo. Ma se tutti costoro ebbero colloquii intimi col Campanella, per la più gran parte di essi, riuscita a sfuggire alle ricerche del Governo, ce ne sono rimasti ignoti i particolari, mentre il Campanella soleva sempre parlare a non più di uno o due amici per volta: ed è facile intendere che segnatamente i particolari de' colloquii in persona di Gio. Gregorio Prestinace, amico sviscerato del Campanella e compare di Maurizio, sarebbero riusciti importantissimi, come pure, ad un grado minore ma sempre cospicuo, quelli in persona di Marcantonio Contestabile; possediamo intanto quelli nelle persone di Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, del Caccìa, di Maurizio, ed essi valgono a farci capire gli altri che ci mancano. Eccoci dunque a darne conto e senza parsimonia, anche a costo di doverci ripetere quando avremo a narrare lo svolgimento de' processi; giacchè possiamo desumere le notizie di tali colloquii, come di tutto l'andamento della congiura, solo da ciò che ne' processi si raccolse, e quindi siamo costretti a riferire le deposizioni ed anche a discutere la credibilità di esse ogni volta; così le ripetizioni riescono inevitabili e non può accadere altrimenti, semprechè non si voglia un racconto della congiura meramente fantastico o per lo meno non documentato.

I colloquii con Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco furono esposti dal Campanella medesimo nella sua Dichiarazione, e naturalmente riescono del tutto a carico di costoro, verso i quali il Campanella era allora animato da fortissimo risentimento, avendone avuto un orribile voltafaccia: ma apparirà evidente che per fare e dire come questi due fecero e dissero, aveano dovuto essere stati già eccitati dal Campanella, il quale del resto, anche in altri casi analoghi, parrebbe che procedendo con molta circospezione avesse talvolta eccitato gl'interlocutori a pronunziarsi, senza che egli medesimo si fosse pronunziato troppo. Giulio dunque si mostrava molto infiammato contro Spagna, ed un giorno nella stanza del Campanella, presente il Petrolo, calpestò ed ingiuriò l'immagine del Re Filippo dicendo «guarda a chi stamo soggetti, al Re delli uccelli»; e si lagnava degli ufficiali Regii e degli spagnuoli, che gli aveano posto il padre in prigione, favorendo, secondo lui, i Carnevali; e diceva che più volte era stato disposto ad andare in Turchia e che co' turchi si aiuterebbe, e altre volte vantavasi di avere, nell'anno precedente, concertato con alcuni soldati spagnuoli di ribellarsi perchè il Re non li pagava. Geronimo di Francesco poi mostravasi non meno infiammato: si lagnava di aver dovuto spender molto delle sue sostanze pe' lunghi travagli patiti, e diceva di avere speranza solo nelle mutazioni che si aspettavano, avvertendo il Campanella che non si esternasse con Giulio suo cognato perchè era amico infedele, ma che al tempo del negozio avrebbe fatto molto, perchè era astuto e sagace. L'uno e l'altro poi, quando il Campanella diceva che sarebbero avvenute mutazioni, affermavano che vi avrebbero avuto gran parte, e indicavano Marcantonio come colui che aveva a sua disposizione molti banditi, ed amici e parenti, la qual cosa il Campanella giudicava esser bene, poichè succedendo una guerra si potea stare con chi vincesse. Ed una volta che il Campanella diceva loro che la terra di Stilo non avea bisogno di presidio, come era stato notato dal Principe di Squillace, perchè tutti i passi sono stretti, essi affermavano che vi starebbero per liberarsi dal Governo spagnuolo, e numeravano i molti amici di Marcantonio, il figlio di Nino Martino con molti altri della piana (piana di Terranova), i Grassi con cinquanta compagni, i molti parenti di Mesiano patria della madre de' Contestabili[255]. A queste rivelazioni potremmo aggiungere anche un'altra tratta da deposizioni di altri individui, che cioè il Di Francesco voleva dal Campanella uno spirito familiare per vincere al giuoco; ma ci preme tener dietro alla faccenda della congiura. I due cognati dunque avrebbero con Marcantonio, e con tutti que' fuorusciti e parenti, liberato Stilo da Spagna, e poi? I colloquiicon altre persone, rivelati da chi non aveva un interesse diretto a nascondere qualche cosa, rispondono a tale dimanda. — Veniamo a Gio. Tommaso Caccìa. Con questo giovane bandito di Squillace, di soli 25 anni ed abbastanza incolto quantunque clerico, dipendente in tutto da Marcantonio Contestabile, i colloquii non furono molto larghi, eppure forniscono qualche utile notizia[256]: il peggio è che essi risultano dalle deposizioni del Caccìa medesimo, e queste, per abuso, furono fatte anche nel tribunale laico fra tormenti atroci, e nel tribunale ecclesiastico fra gravi paure e seduzioni. Egli seppe da Marcantonio che il Campanella era un grande uomo, e presso di lui vide e conobbe Dionisio: trovatosi una volta solo col Campanella, ebbe curiosità di dimandargli qualche cosa intorno alla magia, ma il Campanella lo chiamò sciocco, perchè credeva a' diavoli e all'inferno. Frattanto, nel parlare con Marcantonio, il Campanella diceva di voler fare nuove leggi, migliori di quelle de' Cristiani, e che quando predicherebbe si sarebbe conosciuta la verità, e volea perfino far mutare il modo di vestire solito, «et volea che si portasse una giobba longa o sia veste» (qualche cosa di ciò che fu poi scritto nella Città del Sole). E diceva che presto doveano esservi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni, perchè così conosceva per scienza, astrologia e profezia, e perciò beato chi si trovasse armato, ed ognuno dovea star pronto e cercare di avere amici, che gli sarebbe stato utile assai. E una volta Giulio Contestabile, dopo di avere parlato segretamente col Campanella, dimandò al fratello Marcantonio: ebbene Marcantonio che ne dici? sarà vero ciò che dice fra Tommaso? E Marcantonio: troppo sarà vero e presto lo vedrai. Così egli poi, il Caccìa, si diede a cercare qualche amico, e condusse al convento un altro fuoruscito, Gio. Francesco d'Alessandria, e fece varii altri giri presso il Pizzoni, presso Dionisio etc. come vedremo a suo tempo.

Passiamo a' colloquii avuti con Maurizio de Rinaldis, colloquii d'interesse capitale, poichè, dopo il Campanella, egli fu il soggetto più importante in questa faccenda, onde a ragione, nelle lettere al suo Governo, il Residente di Venezia in Napoli lo indicò qual «capo secolare della congiura». Appunto per tale circostanza è necessario dare qualche notizia di più intorno alla persona sua: per disgrazia i documenti ci fanno difetto in modo straordinario; non di meno abbiamo tanto da poter mettere la sua nobile figura nel posto che le compete. Giovane a 27 anni, sposo a Giulia Vitale da cui avea avuta una figliuoletta a nome Costanza, apparteneva ad una delle più nobili famiglie di Stilo, che dimorava in Guardavalle,a que' tempi, come abbiamo già detto, casale di Stilo. Tutti gli storici particolari di Calabria, ripetendosi, parlano de' quattro fratelli de Rinaldis di Stilo, Patrizio, Nicola, Francesco e Ludovico, cospicui nelle armi, che furono dichiarati familiari da Carlo V pei meriti loro, ed ottennero di portare nel loro stemma l'aquila nera imperiale: noi ci siamo ritenuti in dovere di farne ricerca nell'Archivio di Stato, ed abbiamo rinvenuto che Nicola e Francesco furono una persona sola, e che vi fu invece un altro de Rinaldis premiato a nome Antonello, verosimilmente fratello di costoro, tutti figli di Tommaso de Rinaldis; i lettori potranno avere ogni cosa sott'occhio, consultando i nostri documenti[257]. Il Parrino disse Maurizio «persona di non mediocri ricchezze», e vedremo il Campanella, benchè inesattamente, attribuire la persecuzione e morte di Maurizio al desiderio ingeneratosi nel fiscale della causa di avere un feudo che Maurizio possedeva. Secondo le notizie del Residente di Venezia che ne fece sempre in vita e in morte i più grandi elogi, egli era stato uomo d'arme, e tale troviamo veramente il costume di casa sua e de' pochi nobili di provincia non degenerati; avrebbe allora con ogni probabilità servito nel Battaglione a piedi della milizia provinciale. Del resto siamo per vederne l'assennatezza, la preveggenza, l'attività, la forza d'animo anche straordinaria, con la quale seppe esser superiore ad ogni risentimento e sfidare torture inaudite, non disgiunta per altro da un attaccamento tenace alla religione dei padri suoi, attaccamento[258]dichiarato al Campanella fin da principio, per lo quale s'indusse poi a fare le più larghe rivelazioni a piè del patibolo «senza alcuna condizione di salvarsi la vita». Il Campanella dapprima sentì per lui la più viva simpatia, «per haverlo visto cossì pronto et audace» come si legge nella sua Dichiarazione; di poi lo proclamò «generoso», lo qualificò un «eroe», avendo udito che nelle atrocissime torture non avea rivelato nulla, come si legge nelle sue Poesie clandestine che oggi abbiamo la fortuna di poter pubblicare; da ultimo l'infamò con la più grande disinvoltura, avendo saputo che sotto il patibolo avea fatto rivelazioni, come si legge nelle stesse Poesie, nella Difesa, e in tutte le altre scritture analoghe date fuori in sèguito. Vedremo queste cose ampiamente a tempo e luogo, ma essendo finora conosciuta la sola parte ignominiosa attribuita a Maurizio dal Campanella, dobbiamo notare che essa non fu punto vera, premendoci di chiarire le qualità di Maurizio e al tempo stesso la credibilità delle sue rivelazioni; poichè i colloquii da lui avuti col Campanella, e tutti i fatti consecutivi, si desumono essenzialmente dalle sue rivelazioni, le quali sono degne di fede per loro medesime, più che per vederle appoggiate da quelle degli altri inquisiti che gli erano stati sempre a fianco. Aggiungiamo che Maurizio era fuoruscito dal novembre 1598, come fu deposto dal suo cognato e compagno Gio. BattistaVitale, nobile anche lui ma di un livello morale abbastanza inferiore[259]: costui disse pure che si erano allontanati da Guardavalle «per certe pugnalate», e che queste pugnalate avessero prodotto omicidio lo attestò poi dovunque il Campanella, specificando nella sua Narrazione essere stati uccisi da Maurizio un suo cugino e una donna. Gio. Battista Vitale eragli compagno, e solevano insieme alloggiare in Davoli presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella; ma questa volta, nella venuta a Stilo, Maurizio fu accompagnato solamente da un suo servitore a nome Tommaso Tirotta, il quale lo attestò nella sua deposizione, poichè egli pure, egualmente che il Pittella, fu poi inquisito per la congiura[260]. — Come dicevamo, i colloquii del Campanella con Maurizio si desumono essenzialmente dalle rivelazioni di Maurizio, le quali furono di doppio ordine, le une relative alla congiura fatte nel tribunale laico, le altre relative all'eresia fatte a Delegati del S.toOfficio; e poichè possediamo le une e le altre, le prime veramente in brani, ma bastevoli pel caso attuale, le seconde per intero, invitiamo i lettori a percorrerle, facendo anche il confronto con ciò che il Campanella espose nella sua Dichiarazione[261]. In tale confronto si noterà certamente la concordanza da più lati tra il Campanella e Maurizio, malgrado il molto tempo e i terribili avvenimenti interceduti; e questo ci sembra anche un argomento non lieve per giudicare la veridicità di Maurizio egualmente nelle cose le quali il Campanella, pei bisogni della sua difesa, o tacque o espose per modo da mostrarne autore Maurizio.


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