Avendo il Vicerè mandate non poche lettere e relazioni a Madrid, potrebbe credersi che di là fossero venuti a quest'ora ordini e provvedimenti: nulla di tutto ciò; appena nel mese successivo venne una lettera di S. M.tàin risposta a quante ne erano state fin allora mandate, e però non accade dovercene pel momento occupare. Frattanto in Napoli si erano già cominciate a divulgare le notizie di Calabria; il Vicerè medesimo, smesso il segreto, ne avea discorso con gli Agenti degli altri Stati accreditati presso la sua persona, come sappiamo da' Carteggi dell'Agente di Toscana e del Residente di Venezia. Abbiamo già avuta occasione di parlare di Giulio Battaglino Agente di Toscana, napoletano e prete, attaccatissimo al Gran Duca per servitù di vecchia data. Egli trovavasi in cordiali relazioni col Vicerè e con la Viceregina, avendoli accompagnati nella loro venuta da Spagna, dove si era temporaneamentema inutilmente portato dietro ordine del Gran Duca, per cercare di ottenergli dal nuovo Sovrano Filippo III un miglioramento di titolo per parte de' Ministri Regii, che gli davano semplicemente l'Eccellenza: specialmente era ben visto dalla Viceregina, per la quale, già da che stava in Ispagna, avea fatto venire dal Gran Duca una delle solite cassette degli olii ed un quadretto, nè cessò mai più dal far venire e vetri e bambocci di Lucca, e poi cappelli di paglia, e poi un fucile, poichè la Viceregina si dilettava pure di caccia, e tra le ville, che insieme col Vicerè onorava, c'era anche quella del Battaglino posta sull'alto di Posilipo. Basterà dire che potè scrivere al Gran Duca: «queste Ecc.zemi amano et mi tengono in assai buona opinione, confidano loro negotii, et mi ammette la Sig.raContessa particolarmentepadrona del marito(scritto in cifra) a' trattenimenti del giocar seco alla primiera»; inoltre, «la Sig.raVice Reina mi chiama come creato di casa etiandio mentre la stà a letto»[416]. Con una simile qualità egli nelle sue lettere riesce molto esatto, ma è più che sobrio ed aggiunge poco o nulla alle cose che conosciamo mediante il Carteggio Vicereale; con la qualità di prete poi egli dà prova perfino di lepidezza, quando fa intravvedere che il Campanella sarà bruciato vivo come eretico. Il 21 settembre egli ebbe dal Vicerè «pieno ragguaglio delle cose di Calabria», e non mancò di far venire dal Gran Duca lettere di congratulazione per la «scoverta et insieme oppressa congiura». Quanto al Residente di Venezia, occupava allora tale ufficio Gio. Carlo Scaramelli, venuto in Napoli nel luglio 1597, già vecchio in diplomazia avendo funzionato da Segretario pure in Costantinopoli, e quindi da lungo tempo consapevole de' malanni e delle miserie de' calabresi, de' quali in Costantinopoli si trovava una colonia[417]. Assai più diffuso del Battaglino, nelle sue lettere egli scriveva quanto poteva raccogliere da ogni parte, e quindi scriveva anche parecchie frottole le quali dovevano allora aver corso nella città, ciò che ha pure il suo lato importante. Così rilevasi che fin dalla 2asettimana di settembre già era penetrata in Napoli la notizia della scoperta della congiura, la quale riferivasi a Catanzaro, promossa dal Campanella, in relazione col Turco che avrebbe dovuto occupare Stilo! Ma il 21 settembre veramente il Vicerè gli comunicò varii particolari, in ispecie quelli relativi alle mosse dell'armataturca, ed egli non mancò mai d'innestare alle notizie autentiche quelle di piazza, come l'essere stato il Campanella preso in abito militare etc. etc. Noi non intendiamo qui fermarci sulle lettere del Residente per ismentire le voci inesatte che vi si trovano raccolte: ci basterà avervi notato il curioso miscuglio delle notizie di piazza e delle notizie di Corte, miscuglio che si vedrà continuato anche in sèguito, nello svolgimento de' processi e nelle rassegne delle esecuzioni. Ma dobbiamo per ora far avvertire questo fatto, che sebbene, da buon veneziano, dovesse essere inclinato a ritenere la Spagna maestra di artificii ed inganni anche ferocissimi, così all'estero come all'interno, egli non pose mai in dubbio la congiura, nè allora nè in sèguito; solamente più tardi raccolse anche l'opinione manifestata da molti, che coloro i quali aveano da principio maneggiato tale negozio, l'avessero aggrandito in voce per aggrandire loro stessi in effetti, ciò che è avvenuto realmente sempre in ogni negozio di questo genere e non vale ad infermarne l'essenza. Aggiungiamo che le date e le notizie medesime, con poche varianti, si riscontrano anche negli Avvisi del tempo, che i lettori potranno consultare tra' nostri Documenti; vogliamo soltanto notarvi, che al pari delle lettere del Residente Veneto, essi diedero anche i nomi di taluni congiurati perfino di secondo rango. Oltre fra Dionisio Ponzio e Maurizio de Rinaldis, le lettere del Residente fecero conoscere Claudio Crispo di Pizzoni e Cesare Mileri di Nicastro; e gli Avvisi fecero conoscere il Barone di Cropani e Muzio Susanna di Catanzaro. Ma ci conviene tornare oramai a Carlo Spinelli, allo Xarava e agl'infelici prigioni calabresi.
Stava ancora lo Spinelli in Castelvetere, quando furono presi in Stilo e condotti a lui Giulio Contestabile ed un altro (certamente Geronimo di Francesco); immediatamente, il 28 settembre, egli ne fece relazione al Vicerè[418]. In questa seconda relazione, scritta da Castelvetere, rammentava che per altre cause avea inviato in alloggiamento a Stilo la Compagnia di D. Antonio Manrrique, e faceva sapere di aver data a costui una nota di alcune persone che con dissimulazione e tempo avrebbe dovuto catturare, particolarmente un Giulio Contestabile clerico ne' quattr'ordini sacri, intorno al quale diceva: «mi sarei recato fino a Costantinopoli per prenderlo, se avessi saputo di certo che là si fosse trovato» (onde si vede che alle così dette spagnolate partecipavano già molto bene anche i napoletani), «essendo questo clerico uno de' più vigliacchi e de' principali nella congiura, così come fra Tommaso Campanella, per quello che tengo provato contro di lui, come pure per avere questo vigliacco preso il ritratto del Re Nostro Signore e postolo sotto i suoi piedi, dicendogli mille ingiurie come sta provato». Ora D. Antonio avea colto ad un tempo costui ed anche l'altro parimente congiurato, e trovandosi ilContestabile clerico e soggetto del Vescovo di Squillace, egli aspettava l'ordine di S. E., per sapere cosa avesse a fare di lui, e se S. E. comandasse d'inviarlo insieme co' frati, perchè così avrebbe eseguito; e frattanto faceva sapere che avrebbe tradotto que' prigioni a Squillace con gli altri, recandosi là tra giorni. Aggiungeva che in conformità degli ordini avuti per far prendere i clerici di Seminara, colpevoli di resistenza alla giustizia e di ripresa di carcerati dalle mani di essa, avea provveduto in guisa che, essendo presi, li consegnerebbe in nome di S. E. al Vescovo di Mileto; e a tale proposito diceva, «questi clerici vanno armati di ogni specie d'armi, e sempre stanno nelle Chiese con altri fuorusciti favorendosi vicendevolmente, ciò che questi Vescovi permettono, e temo che la maggior parte delle vigliaccherie che si fanno sieno imputabili a' clerici, propriamente perchè non vengono gastigati e sono di esempio agli altri». — Ma come mai era avvenuto un simile cambiamento verso il Contestabile e il Di Francesco? Il Campanella non ne parlò nella sua Narrazione, tuttavia ne abbiamo notizie sufficienti negli Atti giudiziarii che si conservano in Firenze[419], e non ne manca qualche cenno anche nel processo di eresia. Sappiamo che dopo la denunzia del Contestabile e la richiesta di una Commissione al Di Francesco contro il Campanella e complici, la Commissione fu accordata: entrambi si diedero alla ricerca degl'incolpati, e come assai più tardi ebbe a dire fra Pietro di Stilo nel processo di eresia, entrambi cercarono di far pigliare Gio. Geronimo Prestinace morto o vivo[420]; quanto poi al Campanella, come ci mostrano gli Atti di Firenze, essendo stato lui già preso, ne furono dal Di Francesco carcerati i parenti. Abbiamo visto che il Campanella si mostrò esasperato contro di loro fin dal momento della sua cattura, e che nello scrivere la sua Dichiarazione calcò la mano particolarmente sul Contestabile e il Di Francesco, esponendo fra le altre cose l'oltraggio fatto da Giulio al ritratto del Re; ma in sèguito, e forse nel sapere che il suo vecchio padre e il suo fratello Gio. Pietro erano venuti nelle stesse carceri di Squillace per mano di que' ribaldi, egli diede contro il Contestabile una formale denunzia o «capiin scriptis» come allora si diceva; ed anche il Petrolo diede una Dichiarazione scritta nello stesso senso, che trovasi integralmente inserta nella Difesa del Contestabile, e che poi in Napoli disse di avere scritta ad istigazione del Campanella. Si trattava sempre dell'oltraggio fatto dal Contestabile al ritratto del Re Filippo nella camera di fra Tommaso, e non vi fu nemmeno una completa uniformità nella esposizione delle circostanze occorse da parte di entrambi i rivelanti, senza dubbio perchè non ebbero agio di ridursele bene a memoria tra loro. Ad ogni modo ne risultò la cattura di lui e del Di Francesco, mentre non si era per anco compita l'informazione commessa all'AuditoreDi Lega su i capi che il Contestabile avea dato contro il Campanella, e condotti dapprima a Castelvetere, tra il 22 e il 23 settembre, vennero anch'essi nelle carceri di Squillace al sèguito di Carlo Spinelli.
A Squillace intanto lo Xarava non era rimasto inoperoso. Tutto induce a ritenere aver lui, anche da solo, atteso a continuare gl'interrogatorii e le torture: poichè dalla numerazione de' folii del volume 2.º del processo veniamo a conoscere che, dopo Claudio Crispo, furono successivamente esaminati Cesare Mileri e diversi testimoni, il Gagliardo, il Conia, il Marrapodi, l'Adimari, e poi il Pisano, e vedremo che in una relazione dello stesso Xarava, del 28 settembre, è citata una deposizione del Pisano, la quale, trovandosi integralmente riportata in copia nel processo d'eresia, mostra essere stata fatta il 24 settembre alla presenza del solo Xarava; oltracciò anche nella relazione predetta è annunziata l'esecuzione capitale di due disgraziati avvenuta il 27, ed è scusato il ritardo nella spedizione de' rimanenti con l'assenza dello Spinelli e con la malattia e morte del Mastrodatti, onde si era mandato a chiamare un altro che lo sostituisse. Calcolando tutte queste circostanze e tenendo presenti le date, bisogna conchiudere che lo Xarava abbia agito egli solo, mentre lo Spinelli era occupato a guardare le mosse dell'armata turca, e che poi, menati a termine gli Atti, lo Spinelli sia intervenuto nella spedizione, ossia nella pronunzia della condanna di coloro pe' quali non rimaneva a far altro. Ecco ora i risultamenti degli esami per ciascuno de' soprannominati, giusta i cenni che se ne hanno negli Atti conservati in Firenze.
Cesare Mileri[421]depose essergli stato detto da fra Dionisio che avea concertato con fra Tommaso e Maurizio una congiura per ribellare il Regno, che per questo aveano l'aiuto del Turco, che intendevano d'impadronirsi di molte terre, che «il capo di detta congiura era D. Lelio Ursino il quale si voleva impatronire di tutto il Regno», che a tale effetto aveano concertato di fare una massa di fuorusciti ed altre genti, ed in ogni terra tenevano molti congiurati «preparati pel momento in cui giungesse l'armata del Turco»; che fra Tommaso diceva dovere questo Regno nel 1600 mutare padrone e dovervi essere gran rivolture, che egli si offerse di stare in ordine con altri congiurati e di trovare altri compagni; che dopo andò a vedere Francesco Antonio Dell'Ioy amico suo e gli comunicò la congiura, e costui gli disse che stava in ordine poichè fra Dionisio già glie l'avea comunicata, e parimente Gio. Francesco di Nuzzi gli disse lo stesso. Aggiunse che tanto fra Dionisio quanto il Dell'Ioy dicevano essere in quel concerto molti fuorusciti ed altra gente di qualità di quella provincia, ed egli lo sapeva, perchè da giugno in poi, sino a che fra Dionisio si pose in fuga, egli l'accompagnò in alcune terre, in Catanzaro, in Girifalco, in Nicastroed altre, nelle quali fra Dionisio parlava segretamente con diverse persone e poi gli diceva che quelle persone dovevano prender parte alla rivolta. Aggiunse ancora essergli stato detto da fra Dionisio, che egli medesimo e il Campanella avevano mandato in Turchia a trattare col Turco acciò fosse venuto in soccorso «volendogli dare molte fortellezze e terre in potere», e che a tale effetto nel mese di giugno era venuto Amurat Rais con le galere per conchiudere la ribellione, e su quelle galere era andato Maurizio de Rinaldis ed avea conchiuso che l'armata fosse venuta in settembre; che egli, il Mileri, con quelli da lui nominati «e tutti gli altri che erano concorsi», aveano concertato che alla venuta dell'armata turchesca sarebbero entrati nelle terre, avrebbero ammazzato tutti gli Ufficiali e coloro i quali ricusavano di aderire, e avrebbero dato aiuto all'armata turchesca «acciò fusse entrata dentro dette provintie et impatronitasi delle terre con fortellezze». Infine, interrogato sulla causa della ribellione, depose che «fra dionisio, quando li cominciò à ragionare di questa rebellione, li disse, che il Rè era uno tiranno et mandava tanti alloggiamenti, et li facea pagare pagamenti fiscali et non l'havea voluto mandare l'indulto, e li tenea cossì oppressati, e perciò li persuase si fusse rebellato perchè saria vissuto liberamente et senza tanti travagli, et esso deposante si contentò ribellarsi per vivere liberamente senza essere soggetto alla Corte, et aspettava la giornata che si havea da fare». Fu questa la deposizione del Mileri, ed essa mostra che questo giovane senza esperienza, il quale certamente non era stato fatto consapevole di molte particolarità sulla congiura, dovè non solo perdersi di animo, ma anche concepire grandi speranze di potersi salvare prestandosi alle più estese rivelazioni. Dopo che ebbe deposto, gli fu amministrata la tortura, durante la quale confermò ogni cosa, ma rettificò ciò che concerneva Gio. Francesco Nuzzi, dicendo che non era intervenuto nel trattato. È lecito credere che non dovè sottostare ad una grossa tortura, poichè evidentemente avea rivelato anche troppe cose, e in quanto a sè medesimo avea confessato nel più ampio modo: la tortura dovè essergli amministrata, come allora si diceva, «ad tollendam omnem maculam et ad afficiendos complices», e riesce senza dubbio notevolissimo che in essa egli ebbe piuttosto a diminuire le rivelazioni fatte. Circa poi il merito di queste rivelazioni, non può non colpire che mentre aveva accompagnato fra Dionisio per diverse terre e vistolo confabulare con parecchi, non fosse giunto a conoscere il nome di alcuno, neppure delle persone di Nicastro sua città natale, oltrechè, impegnatosi a trovar socii, in tanto tempo non avesse saputo trovare che il solo Dell'Ioy; e frattanto diceva essersi «concertato con tutti gli altri che erano concorsi» e con costoro dover fare la rivolta ed aiutare l'armata turca, per darle le terre e le fortezze, come ripeteva più volte. Si può facilmente qui vedere la sollecitazione dello Xarava, che con ogni probabilità dovè perfidamente lusingare l'ingenuocospiratore, e co' suoi interrogatorii suggerirgli quanto volle che egli deponesse. Il Mileri avea ben potuto conoscere che c'era un progetto di rivolta e decidersi a prendervi parte; forse avea potuto anche udire da fra Dionisio le mutazioni previste dal Campanella, poniamo anche doversi avere l'aiuto del Turco, e perfino dover essere D. Lelio Orsini il futuro padrone del Regno, perocchè fra Dionisio si era già posto in via di dirne d'ogni specie per eccitare gli animi: ma difficilmente avea potuto sapere più di questo, onde si spiega il fatto che a suo tempo vedremo, dell'avere cioè anche lui, quando veniva barbaramente giustiziato, con altissime grida smentite le cose dette. Intanto rileviamo che egli era «confesso», e quindi spacciato.
Dopo di lui venne la volta del Gagliardo e compagni, i quali intendevano sempre di rappresentare la parte di rivelanti, esponendo le cose dette loro da Cesare Pisano, mentre il tribunale pretendeva che fossero complici. Ma parrebbe che gli esami di costoro fossero stati fatti in Castelvetere, e poi ripetuti anche con la tortura in Gerace: quest'ultima circostanza è sicura, come vedremo più oltre; la prima trovasi attestata dal Gagliardo medesimo, ma in una sua confessione posteriore di varii anni, avutasi quando, per altri delitti, stava per essere giustiziato[422].
Felice Gagliardo fece un'amplissima deposizione[423]. Narrò che già prima della venuta di Cesare nelle carceri, fra Giuseppe Bitonto avea detto che tratterebbe le cose di lui in Condeianni, e frattanto stesse di buon animo «che vederà succedere cose che li saranno di grandissima utilità». Narrò poi la visita fatta al Pisano dal Campanella, da fra Dionisio e dal Bitonto, nelle carceri di Castelvetere verso il 1º luglio, con ragionamenti segreti e la presentazione che il Pisano fece di lui al Campanella, siccome uomo che potea «servire et movere genti», e le parole dettegli da fra Tommaso, «dati credito a quello che vi dirà et raggionerà Cesare, per che quanto ve dirà depende da me» (le quali proposizioni servirono pur esse in sèguito come gravissimo capo di accusa contro il Campanella); inoltre narrò le parole dettegli da fra Dionisio, «attendetivi à disbrigare, perchè fra Gioseppo vicario de Condeianne vi procurarà la remessione delle parti, et come sareti fore, raggionaremo di meglio garbo, fra tanto Cesare Pisano vi raggionarà a luongo, datili credito»! Narrò di avere udito da detto Cesare e da' frati che erano venuti ad oggetto di trattare col Principe della Roccella per fare liberar Cesare, il quale di poi comunicò così a lui come al Marrapodi e al Conia, che il Bitonto in S. Giorgio gli avea detto essere Campanella il primo uomo del mondo, ed essere andato molto tempo in giro trattando con molti potenti e particolarmente col Turco mediante lettere, «per far sollevare questo Regno,et levarlo dalla suggezione di Rè di Spagna et metterlo in libertà, et che per tale effetto havea uniti li fuorusciti dell'una et l'altra provintia di Calabria al numero di 800, et che pensavano un giorno di questo mese di Settembre fare detta sollevatione, et che volesse esso Cesare entrare in detta congiura, et che convocasse quanti amici et parenti potesse, al che esso Cesare s'offerse». Aggiunse di aver udito parimente da Cesare che alla congiura partecipava il Vice-Conte di Oppido fratello di fra Dionisio, e che stando in Oppido in compagnia di detti frati e del Vice-Conte, il Campanella scrisse una lettera e la mandò per lui a' fratelli Moretti, i quali vennero allora in Oppido e si riunirono in segreto soli, e presero concerti per la rivolta. Aggiunse pure di avere udito dallo stesso Cesare che «il Campanella havea stabilito alli congiurati nova sorte di vestiti, cioè una tabanella bianca fino alle ginocchie con maniche lunghe, et un coppolicchio (intend.berrettino) ligato à modo di turbante di Turcho, et che havea da mutare linguaggio, et che voleano uccidere tutti li Preiti, et Monaci che non voleano adherire, et che voleano brusciare tutti li libri et fare nuovo statuto, et che voleano liberare tutte le Monache dalli monasterij, et voleano fare ilcresciteetc. e gridare à tempo del sollevamento, viva la libertà et mora Rè di Spagna, et che voleano tagliare à pezzi lo Governatore, et auditori et tutti quelli che non erano della loro parte, et così fare voleano à Stilo et altre terre, et uccidere tutti li Signori della Provincia, quali chiamavano tiranni, et nel Castello di Stilo s'havea da gridare, viva la libertà, et mora il Rè, et volevano fare Stilo Repubblica et chiamare il detto Castello Mons pinguis, et che fra Tomase si havea da chiamare il Messia venturo, come già detto Cesare lo chiamava, et fatta detta sollevatione, haveano d'andare per ogni terra li predicatori à predicare la libertà, et che saria venuta l'armata del Turco à darli aggiuto». — Per verità non si può non riconoscere che avessero dovuto realmente esservi stati discorsi molto spinti non solo sulla congiura ma anche su' disegni delle riforme le quali si sarebbero attuate nella futura repubblica, sia tra il Bitonto e il Pisano, sia, come è pure assai credibile, tra il Bitonto e lo stesso Gagliardo prima della carcerazione di costui: lo mostrano le notizie perfino su' nuovi abiti da doversi indossare, alludendo senza dubbio a' cittadini del nuovo Stato, e su' libri da doversi bruciare, alludendo senza dubbio a' libri latini in materia di fede e di pratiche religiose; le quali notizie furono anche accertate da fonti abbastanza sicuri, ma venendo in processo molto tempo dopo e senza alcun rapporto con la deposizione del Gagliardo. Si direbbe pure che sempre nuove notizie avessero dovuto di tempo in tempo giungere a' detenuti nelle carceri di Castelvetere, poichè essi sapevano perfino il tempo della venuta dell'armata turca, la quale notizia non poteva conoscersi ancora allorchè furono rinchiusi nel carcere: ma qui probabilmente influì la voce che già se n'era diffusa, ovveroanche la studiata maniera d'interrogare dello Xarava facilmente compresa dal Gagliardo, il quale per certo non era uomo da farsi scrupolo per le menzogne. Quanto poi all'essersi i Moretti concertati col Campanella, con gli altri frati e con Ferrante Ponzio in Oppido, dietro una lettera scritta loro da fra Tommaso e portata da Cesare Pisano, è possibile che costui l'abbia detto tra' compagni di carcere, per vantare l'opera sua ed anche per accrescere l'importanza della congiura con nomi di persone molto riputate; ma da nessun'altra parte emerse mai alcun cenno di una escursione del Campanella in Oppido, e del resto vedremo che il Pisano medesimo sul punto di morte si disdisse esplicitamente intorno a' Moretti.
Seguì l'esame di Geronimo Conia[424]. Egli fece una deposizione non dissimile da quella del Gagliardo, dicendo ancora di avere udito da Cesare Pisano, che gli piacevano i pensieri del Campanella comunicatigli da fra Dionisio, che più volte avea condotto Eusebio Soldaniero a Stilo presso il Campanella, che costui e fra Dionisio aveano trattato co' Vescovi di Mileto e di Oppido i quali gli offersero aiuto, e il Vescovo di Mileto avea favorito i fuorusciti della sua diocesi per tenerli ad ogni sua richiesta o devozione, ed aveva anche scritto al Vescovo di Gerace ed al Principe della Roccella per far liberare Cesare. Aggiunse che Cesare era andato col Campanella, con fra Dionisio, col Bitonto e col Jatrinoli, alla Grotteria presso fra Paolo, e quivi mandato a chiamare Notar Domenico Spasari, il Campanella e fra Paolo cercarono persuaderlo di consentire alla congiura, come uomo potente che egli era, perchè confidavano potersi la Grotteria guardare con cento uomini; ma lo Spasari disse di non poter dare altro aiuto che di danaro, e fra Paolo disse che se ne sarebbe poi parlato, e il Campanella disse che non v'era bisogno di danaro ma si contentava di ciò che avrebbe trattato con fra Paolo. Aggiunse infine, sempre a detto di Cesare, che di questa congiura si era cominciato a parlare fin da quaresima scorsa, al tempo in cui il Campanella leggeva filosofia a' fratelli Moretti, ma nel maggio propriamente si era cominciata ad ordire. — Tale fu la deposizione del Conia. Essa non ci dà, come quella del Gagliardo, indizii d'intelligenze anteriori tra il Conia ed i frati, ma pure vi si può notare la rivelazione delle intelligenze corse tra il Campanella ed alcuni Vescovi, ciò che mostrerebbe perfino avere fra Dionisio già messo innanzi i Vescovi prima della sua andata a Catanzaro; in fondo poi essa riusciva ad aggravare di molto le condizioni di fra Paolo, ed esprimeva sempre le vanterie di Cesare Pisano, il quale in realtà parrebbe che avesse voluto mostrare ai suoi compagni di carcere non esservi alcuno più di lui informato delle cose della congiura.
Successivamente si ebbero le deposizioni di Gio. Angelo Marrapodi,di Orazio Santacroce e Camillo Adimari[425]. Costoro, come si espresse il Mastrodatti nelle scritture che possediamo, deposero nel modo medesimo del Gagliardo: solamente il Marrapodi aggiunse di non aver voluto condiscendere, e di aver avuto dal Pisano la raccomandazione che almeno non dicesse nulla; l'Adimari, dal canto suo, aggiunse che non l'aveano rivelato prima perchè non gli diedero credito, e quando udirono essere stato carcerato il Campanella, tennero quelle cose per vere e le rivelarono al Principe. Tutto per verità induce a credere che costoro, compreso il Conia, non avessero condisceso in modo formale alle premure del Pisano, il quale, come vedremo a suo tempo, sul punto di morire li scusò interamente, nominandoli ad uno ad uno e tralasciando solo il nome del Gagliardo.
Veniamo all'esame di Cesare Pisano[426]. Intorno a costui sappiamo che fece la sua deposizione, ebbe il tormento, ratificò la confessione fatta in tormento e nello stesso giorno fu sottoposto a un nuovo esame che porta la data di Squillace 24 settembre: abbiamo dunque una data certa che ristabilisce la cronologia precisa del nostro racconto. Nella deposizione il Pisano cercò di vendicarsi del Gagliardo. Disse che non conosceva il Campanella nè fra Dionisio, ma solo il Bitonto, il quale gli era cugino; che col Bitonto erano venuti alle carceri di Castelvetere due altri frati, uno de' quali seppe dal Gagliardo essere il Campanella, e vide que' frati e il Gagliardo parlare un pezzo segretamente, e quindi Felice gli disse che aveano parlato di negromanzia lodandogli il Campanella come un grande uomo. Negò il fatto della congiura, ma attestò che il Gagliardo, dopo di aver conferito co' frati disse, «questi Monaci parlano di gran cose, non per Dio posso credere che loro ne possano uscire». Fu allora posto alla corda, malgrado la sua qualità di clerico; e la corda dovè essere terribile, o dovè fargli un terribile effetto, poichè in essa rivelò tutta la congiura. Narrò che nel maggio scorso era andato a Bagnara e Messina col Bitonto e fra Dionisio, e che il Bitonto, prima d'imbarcarsi gli disse, «stà di buon animo, che voglio che te trovi ad una fattione che volimo fare, che sarà l'esaltatione tua», aggiungendo che era cosa di grande importanza, che vi bisognavano uomini di valore e che al ritorno glie la dichiarerebbe; come infatti, al ritorno, incontrati i detti frati con fra Giuseppe Jatrinoli e il bastardo di Alfonso Grillo di Oppido, gli dissero di andare con loro a Stilo per vedere il Campanella, ed avendo la sera pranzato in Stignano, quivi fra Dionisio e il Bitonto gli comunicarono che col Campanella avrebbero presa risoluzione di ribellare il Regno e sottrarlo al dominio del Re di Spagna, avendo con loro molti fuorusciti e molti gentiluomini e Signori, tra' quali nominarono il Marchese di Arena. Giunti a Monasterace dove trovavasi il Marchese, fra Dionisio e il Bitonto parlarono unpezzo segretamente col Campanella, ed insieme si recarono presso il Marchese, quindi i tre frati col resto della compagnia se n'andarono a Stilo: nel convento di Stilo trovarono parecchi fuorusciti, e l'indomani i frati negoziarono a lungo col Campanella, e di poi costui, nel licenziarsi dal Bitonto e dal Jatrinoli, poichè fra Dionisio rimase con lui, disse che andassero con cautela e segretezza. Aggiunse che, incontrato un gentiluomo di casa Prestinace, i detti frati Bitonto e Jatrinoli parlarono strettamente con costui, e poi gli comunicarono essere anche costui de' congiurati. Aggiunse che il Bitonto gli disse inoltre avere fra Dionisio predicato in Terranova, ed avere quivi concertata la ribellione col proprio fratello, e con altri. — Questo sunto della confessione del Pisano certamente non è completo: sappiamo infatti dalla sua «esculpatione» in punto di morte, che disdisse quanto avea detto «alla corda che ebbe in Squillace» circa Orazio Santacroce e il fratello di lui, come pure circa Geronimo Conia[427]; ciò serva una volta di più a fare avvertire che ci rimane sempre a conoscere non poco intorno a' laici involti in questa causa. Pertanto la confessione fu da lui ratificata, come per regola si dovea sempre fare scorse 24 ore. E nello stesso giorno si volle interrogarlo sulla nuova legge che il Campanella intendeva di pubblicare, e qui il Mastrodatti che fece il Riassunto degl'indizii scrive di omettere le eresie nefandissime e detestabilissime dette dal Pisano «propter earum turpitudinem»: ma avendo la copia del processo verbale, che fu poi in Napoli trasmessa al tribunale per l'eresia, possiamo dare un piccolo saggio almeno dei tratti principali, massime in rapporto alle cose del nuovo Stato da fondarsi ed alla partecipazione de' voluti complici[428]. Disse dunque che a Stignano, in casa del Grillo, oltre i frati suddetti era venuto anche fra Domenico Petrolo, e si era parlato del Campanella affermando che «era lo primo homo del mondo, et il vero legislatore et vero Messia che havea da reducere li huomini alla libertà naturale con la vera raggione, poi che Christo con dudici poveri huomini s'haveano impatronito del mondo, et esso campanella voleva monstrare come era tutto falso, et che con la sua predica et dottrina, et con il valore de tanti che lo sequitavano con le arme haveria levato la fede de cristo, et impatronitosi esso del mondo dicendo che il Papa, et l'Ecclesia non erano vere, ma era autorità usurpata, et che se l'haveano pigliata per dominar' il mondo, et che li monasterii di monaci et moneche l'haveano fatti acciò non se creassero homini, et che il Papa et Cardinali, Arcevescovi, et altri prelati erano tutti tirandi et sodomiti, et che Cristo era un pover'homo, et che s'havea pigliato per apostuli dudici peczienti, et che li miraculi che havea fatto tanto Cristo, quanto li santi non era vero, ma erano stati scrittidalli detti apostuli soi parenti, et che li miraculi fatti da san' Francesco de paula non erano miraculi, ma che l'havea fatti in virtù dell'herbe perche era girugico; et che non era vera la santiss.aTrinità, mà che era un solo Idio, et che la madonna santiss.aera moglie di san'Gioseppe, et che non nce era inferno, ne purgatorio, ne diavoli, ne angeli, et che l'anime tanto di turchi, quanto di Cristiani quando passavano da questa vita tutte andavano à Dio». E qui una serie di goffe ed immonde scempiaggini contro gli Apostoli, contro i Sacramenti, in ispecie contro il sacrificio della Messa, e poi «che il campanella era il vero messia che havea da redurre il mondo in libertà et levarlo da tirannia della setta che steva, et che ogniuno potria essere signore che s'haveriano spartuto bonamente tutte le cose tra loro in comune se goderiano li signore (forsesi godevano li Signori) alli quali chiamavano tiranni del mondo, et che Dio non fece ecceptione di nullo, et tutte le robbe le creò per servitio de tutti, le quali cose havendo inteso esso deposante, si bene non le credeva in tutto, concorreva con lloro che li dicevano; questo è pensiero deli litterati, et predicaturi di farlo conoscere al mondo, che delli populi non voleano altro eccetto le arme, et cossì esso deposante nce concorreva de buon'animo à detta rebellione». Dietro altre interrogazioni disse che ciò era accaduto in giugno, dieci o dodici giorni prima della sua carcerazione, che nelle carceri di Castelvetere avea comunicato tutte queste cose a Felice Gagliardo, il quale «li respose che esso le sapeva più prima, poi che nce l'haveano detto li predetti fra Gioseppe bitonti et frà Gioseppe Jatrinoli che ad altri esso deponente non l'hà detto, mà tutti li predetti monaci erano di detta openione che alla loro persuasione esso deposante nci concorreva più per la libertà della rebellione che per altro». — È inutile ora fermarsi sul valore di queste rivelazioni del Pisano: si dissero poi molte cose almeno per attenuarle, ma vedremo che sul punto di morte egli le smentì appena in piccola parte e ne aggiunse alcune altre, affermando di averle omesse «ad instigatione et prighiere di fra Thomase Campanella» quando erano carcerati «in la città di Squillaci». Intanto egli era confesso sull'accusa di aver consentito alla ribellione, e quindi non doveva aspettarsi che una condanna capitale: ma occorreva ancora fare una confronta tra lui ed altri che si trovavano in Gerace, e quindi fu riserbato ad ulteriori esami ed ulteriori strazii in quella città.
Dopo il Pisano potè forse essere esaminato qualche altro testimone di nessuna importanza, come un Domenico Messina, ed ancora Giuseppe Grillo, il quale fece del pari una deposizione insignificante[429]; poichè disse solo aver conosciuto fra Dionisio in Oppido, quando vi andò a vedere suo fratello Ferrante, e poi averloaccompagnato, due giorni dopo, a Condeianni, di dove, unitamente col Bitonto, col Jatrinoli e col Pisano, venne ad alloggiare per una sera in una casa di Gio. Alfonso suo padre, e l'indomani se ne partirono e non li vide più. Ma per certo le confronte del Pisano con altri, e gl'importanti esami di Gio. Tommaso Caccìa, che dalla numerazione de' folii del processo risultano al sèguito di quelli finora narrati, non si fecero in Squillace: lo attestò più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, fra Domenico Petrolo, il quale disse che il Caccìa «in Squillaci non fù essaminato... et in hieraci hebbe la corda»[430]; ciò che del resto si spiega con l'incidente della mancanza del Mastrodatti, e con l'ordine dello Spinelli che si cominciasse a far giustizia e che il tribunale si trasferisse a Gerace. Vi fu dunque una temporanea sospensione dello svolgimento del processo, durante la quale si ebbe l'esecuzione di Claudio Crispo e Cesare Mileri, che conosciamo mercè una relazione dello Xarava, ed ancora la tanto aspettata cattura di fra Dionisio, di Maurizio, di Gio. Battista Vitale ed un altro, che conosciamo mercè una lettera di Gio. Geronimo Morano; questi due documenti, da noi rinvenuti in Simancas, ci pongono in grado di esporre i fatti anzidetti in tutti i loro particolari. — Lo Xarava, ottenuta dal Pisano quella deposizione infarcita di eresia, ebbe cura d'inviarne copia al Vicerè per trarre profitto di tale circostanza, come già altra volta lo Spinelli avea fatto: esagerando ogni cosa fuor di misura, egli voleva indurre il Vicerè ad ottenere senz'altro da Roma la licenza di proseguire in Calabria il processo contro gli ecclesiastici, ed è notevole l'accanimento che in tale occasione mostrava contro il Campanella[431]. «Tra gli altri, egli scriveva, che hanno confessato il trattato e congiura di ribellarsi contro il Re nostro Signore, uno che si chiama Cesare Pisano, gentiluomo della terra di S. Giorgio, ha deposto le eresie che V. E. potrà comandare di vedere con la copia del capitolo della sua confessione che va con questa; il quale capitolo mi è sembrato d'inviare a V. E. perchè possa considerare il danno che questo maledetto eresiarca del Campanella deve aver fatto in queste provincie, avendo contaminata la maggior parte della gente di esse con la sua abominevole e falsa dottrina, che secondo confidava di trarre ad esecuzione il suo dannato intento, come già avea concertato con la venuta dell'armata, è segno certo che tenea molti a sua devozione i quali seguivano la sua falsa setta, perchè essendo uomo di tanto pellegrina intelligenza, siccome mostra, non può immaginarsi che si mettesse a tentare un'impresa tanto ardua senza sufficiente fondamento di aiuto, e tale da potergli assicurare il successo che si prometteva e dava ad intendere a tutti; e per potere scovrire queste cose e sradicare e gastigare coloro che sonoincorsi in simili errori contro Dio e S. M.tà, non potendosi farlo interamente senza il braccio di S. S.tà, per esservi in mezzo tanti ecclesiastici che sono gli autori da' quali si debbono sapere gli altri, potrà V. E. comandare che si prenda l'espediente che meglio le sembrerà convenire». Ma S. E. avea preso l'espediente, fin da che lo Spinelli glie ne avea scritto altra volta, e non avea potuto ottenere da Roma quanto si desiderava.
Il 27 settembre si fecero le prime esecuzioni capitali in persona di Claudio Crispo e Cesare Mileri, e per dare l'esempio in più largo teatro, si fecero in Catanzaro. La relazione medesima dello Xarava, scritta il giorno dopo, ne dà le notizie autentiche, e solamente tace i nomi de' giustiziati: ma oltrechè non ci sarebbero altri cui poter riferire quelle esecuzioni, i nomi suddetti emergono anche da testimonianze raccolte nel processo di eresia; d'altronde li cita con tutta esattezza una lettera del Residente Veneto[432], la quale fornisce anche particolari molto precisi comunque incompiuti, mentre due lettere dell'Agente di Toscana accennano il fatto senza nomi e senza troppi particolari[433]. «Si è cominciato, scriveva lo Xarava il 28, a far giustizia di questi carcerati con la dimostrazione che il delitto richiede, essendosi ieri mandato a eseguire quella di due in Catanzaro: furono condannati ad essere arrotati, tanagliati e strozzati in mezzo alla piazza, e ad esser quivi appiccati per un piede, a dopo 24 ore a essere fatti in quarti e poste le loro teste in una gabbia sopra la porta principale della città col titolo de' loro nomi e del delitto, inoltre ad avere diroccate le loro case e confiscati i loro beni». Tutte queste circostanze ed in ispecie le ultime sono degne di nota. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse che «nullo fu condannato per ribello veramente, non confiscandosi beni, nè spianandosi le case loro», ma pur troppo non fu così: scrisse inoltre, nella Narrazione, che «dui morti in Catanzaro da Xarava si ritrattaro» e da questo lato, senza parlare della contradizione coll'altro asserto, dobbiamo dire che vi fu realmente qualche cosa di simile, difatti più tardi in Napoli, nel processo dì eresia, il Barone di Cropani e il Di Francesco attestarono che que' disgraziati, con altissime grida, dicevano aver confessato la ribellione per forza di tormento e persuasione dello Xarava[434]. Noi abbiamo a suo tempo fatto osservare che ciascuno di loro avea dovuto confessare più cose che non gli costavano, l'uno pe' tormenti, l'altro per le persuasioni dell'interrogante, e però potea bene spiegarsi una loro consecutiva ritrattazione, bensì parziale: ma del resto l'orribile strazio che si fece di loro dovè farli gridare pur troppo, e forse dire di non sentirsi colpevolidi ribellione, non potendo nemmeno capacitarsi che un disegno delittuoso si dovesse punire come un delitto consumato. Intanto essi morivano entrambi nel modo più atroce, mentre c'era anche una sensibile differenza nel grado della loro colpa. Il Crispo lasciava un fratello giovanetto ed il padre, Ferrante; il Mileri lasciava due sorelle fanciulle senza alcuno appoggio, e nell'Archivio di Stato abbiamo rinvenuto un documento che ne attesta la misera fine[435].
IV. Compiute le due prime esecuzioni, il tribunale venne trasferito a Gerace, dove lo Spinelli avea determinato di far residenza per ragioni che tra poco ci saranno chiare, ingiungendo allo Xarava che vi si recasse. Il giorno 29 lo Xarava partì per quella città «con tutti i carcerati», tra' quali Cesare Pisano che dovea confrontarsi con altri detenuti appunto in Gerace; ma quivi occorse pure aspettare l'arrivo di un altro Mastrodatti capace di servire all'ufficio, che lo Xarava avea mandato a chiamare. Vi fu dunque un trasporto di tutti i carcerati, durante il quale i frati poterono vedersi ma non mettersi in relazione tra loro, e si ebbe in sèguito dal Petrolo, nel tribunale per l'eresia, la notizia di un fatto del Campanella avvenuto in tale occasione. Solevano i prigioni tradursi a coppie, «ligati a mano a mano con una corda» formando una catena: una squadra di armati li accompagnava, e il capo di squadra era allora uno spagnuolo. Costui marciando a cavallo dovè dirigere al Campanella qualche parola discorrendogli di morte: il Campanella filosoficamente gli disse che non v'era morte, ma mutazione di essere; il Petrolo, che veniva dietro di lui, udì quelle parole e poi le ripetè, confessando di non saper bene «come lui l'accomodasse»[436].
Scorsi pochi giorni, venne la notizia che fra Dionisio, Maurizio e Gio. Battista Vitale, erano stati presi: il 30 settembre Gio. Geronimo Morano, con una sua lettera da Monopoli, l'annunziava al Vicerè in Napoli e naturalmente anche allo Spinelli in Calabria[437]. Il Morano scriveva che partitosi di Cosenza in traccia di Maurizio e del cognato di lui con due altri compagni, caminando giorno e notte e tenendo sempre nuove fresche, avea preso fra Dionisio in Monopoli[438]; poi, continuando sempre sulla traccia di Maurizio, avea preso in Nardò un Gio. Ludovico Todesco, ed avea quivi saputoche Maurizio si era imbarcato a Brindisi sopra una Marsigliana comandata da Francesco Maresca per recarsi a Venezia; avendolo seguìto per terra ed avendo saputo che la Marsigliana dovea caricare olio a Monopoli, erasi quivi diretto ed avea trovata la nave ancorata a due miglia dalla città, non permettendo il mare procelloso nè che la nave si potesse avvicinare, nè che la gente potesse montare a bordo. Il 30, calmatosi il mare, il Governatore di Nardò Agostino di Guardisciola ed il Giudice Stefano Garonfalo, con due feluche, si spinsero verso la Marsigliana, presero Maurizio e il Vitale e li consegnarono al Morano. Costui, il giorno dopo, traduceva tutti que' prigioni in Calabria a Carlo Spinelli. Dandone l'annunzio al Vicerè, egli scrivea: «riceva V. E. l'animo con che l'ho servito, et non haria sparagnato la vita per condurre infine questo servigio, come farò in ogni altra occasione del servitio di sua Maestà et di V. E.». — Adunque Maurizio avea saputo sfuggire a' suoi persecutori, traversando nientemeno che le provincie di Basilicata, Bari e terra d'Otranto, in compagnia di fra Dionisio, Gio. Battista Vitale e un Gio. Ludovico Todesco, il quale ultimo vedesi soltanto qui nominato, e mostra bene esserci rimasto ignoto un certo numero di congiurati anche d'importanza; se il braccio del Governo, aiutato anche dalla fortuna di mare, finì per raggiungerlo, ciò non toglie nulla alla destrezza che egli seppe mostrare. D'altra parte tutto ciò conferma abbastanza aver lui veramente avuto in animo di salvare il Campanella, quando si diede a corrergli dietro fin oltre Stignano; poichè se si fosse proposto di guadagnare l'indulto col sacrificio di un complice, potea bene sacrificare fra Dionisio, che agli occhi del Governo avea quasi lo stesso valore del Campanella. Si vede pertanto come erri il Giannone nell'affermare che «alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo»; non saprebbe dirsi per quale fatalità la nobile figura di Maurizio abbia dovuto rimanere falsata da tutti i lati. Conosciamo poi che fra Dionisio era vestito da secolare, avendo fin dalla notte del 3 settembre, nel fuggire da Pizzoni, deposta la tonaca fratesca; ma gli Atti conservati in Firenze fanno sapere di più, che avea preso il nome di D. Pietro Antonio Grasso e si era munito di una fede di sanità della città di Lecce[439]; quest'ultima circostanza mostrerebbe che i fuggiaschi avessero dovuto percorrere tutta la terra d'Otranto per trovare un imbarco. Aggiungiamo che i principali armigeri di Gio. Geronimo Morano, nella persecuzione e cattura di que' fuggiaschi, doverono essere Aurelio Biase e Giuseppe Pascalone, giacchè essi vennero poi a deporre col Morano segnatamente sulla cattura di fra Dionisio. Aggiungiamo ancora un altro fatto avvenuto a fra Dionisio nel suo arrivo in Calabria, siccome egli medesimo ebbe poi a narrarlo in Napoli nel tribunale per l'eresia: mentre veniva tradotto a Gerace,passando per Cosenza, il Governatore, che era in quel tempo D. Francesco de Regina Conte di Macchia, ebbe curiosità di vederlo e di dimandargli se era della setta del Campanella e se credeva che la fornicazione fosse peccato, giacchè il Campanella riteneva che non lo fosse; ed egli si fece a smentire così l'esistenza della setta, come la credenza falsamente attribuita al Campanella[440].
Il Vicerè, con sue lettere del 4 e dell'8 ottobre, inviò subito a Madrid la relazione del Morano e quella dello Xarava[441]. — Nel partecipare la notizia dell'importante cattura di Maurizio e compagni «capi della congiura di Calabria», fece anche conoscere come fin dal 28 settembre era stato da lui ordinato allo Spinelli che, dopo giustiziati quattro de' più colpevoli, inviasse tutti gli altri in Napoli a buon ricapito, avendo voluto che fossero quivi tradotti a fine d'investigar bene le loro colpe e quivi gastigarli; e però nel giorno precedente avea scritto che, vagliata bene la causa di Maurizio de Rinaldis, facesse giustizia anche di lui, ed inviasse in Napoli gli altri con tutti i rimanenti incolpati. — Nel partecipare poi l'esecuzione già avvenuta de' due «trovati colpevoli nella congiura che andavano fomentando», inviò pure l'ultima dichiarazione di Cesare Pisano, e nel tempo medesimo la copia dell'Informazione presa dal Visitatore contro il Campanella (questa era rimasta in Napoli fin allora), per mostrare a S. M.tàciò che essi andavano disseminando pel paese, e ripetè che aveva ordinato l'invio di tutti i carcerati, per investigare molto radicalmente tale negozio, e dare il gastigo che conveniva.
Si scrisse allora finalmente una lettera da Madrid, in risposta ad otto lettere Vicereali, cioè a dire in risposta a tutte le lettere che erano state mandate intorno alla congiura: ne abbiamo rinvenuta in Simancas la minuta senza data, ma questa si può facilmente desumere, leggendovisi che l'ultima lettera ricevuta era quella del 4 ottobre[442]. In essa S. M.tàsi sbaglia sul nome del Campanella che chiama Matteo, ma con solenne gravità si compiace che la congiura sia stata scoverta, approva le misure prese, ringrazia la divina Provvidenza e rinforza gli ordini di rigore verso gli incolpati. «Ho gradito molto, egli dice, essere stata (la congiura) scoverta così a tempo, che voi abbiate potuto arrestare, come lo faceste, mercè la prevenzione e i così buoni rimedii, come li applicaste, i danni che poteano seguire dal rimanere celata più a lungo; a Dio si debbono grazie di tutto, e fu molto savio dar conto a S. S.tàdel negozio e del trovarsi alcuni ecclesiastici colpevoli e indiziati in questi delitti, perchè con sua autorizzazione e commissione poteste procedere contro di loro, come lo faceste, e l'avere ordinato che si esegua la giustizia de' quattro più colpevoliin questo delitto, come lo sarà, e così ve ne dò incarico e comando, che ordiniate di procedersi contro gli altri i quali appariranno di esserlo, con un rigore che la gravezza de' loro delitti merita; ma con un certo intervallo, per dar tempo che si scovrano i rimanenti complici che in que' delitti si abbiano, e si sradichi ad un tempo questa mala semente di eresia e ribellione, procurando di sapere con particolarità se abbiano tenuto qualche intelligenza con Cicala, e se sieno compresi in essa quegl'individui che nel principio i carcerati nominavano, de' quali, e nemmeno di alcuno di loro, non si è visto finora che siasi proceduto all'arresto». Era dunque un disappunto per S. M.tàche qualche Vescovo o qualche Nobile di alto rango non si trovasse già nelle mani del fisco; d'altra parte non obbliava i denunzianti e conchiudeva: «A Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che avvisaste essere coloro i quali scovrirono la congiura di questa gente, darò ricompensa come voi glie la offriste per tale servizio, ed è giusto che si dimandi, e perchè si agisca più oculatamente, mi avviserete con brevità di ciò che si potrà fare per loro; e di mano in mano mi riferirete con particolarità ciò che si andrà facendo in questo negozio, che per essere della qualità che è, conviene saperlo». Dopo tutto ciò si potrà ancora gridare contro la crudeltà dello Xarava e dello Spinelli, ma si dovrà convenire che costoro interpetrarono perfettamente le intenzioni non solo del Vicerè ma anche del Re.
Aggiungiamo qui le notizie sulle cose di Calabria, che al momento cui siamo pervenuti l'Agente di Toscana, e il Residente Veneto trasmettevano a' loro Governi[443]. — L'Agente di Toscana, nel partecipare che due prigioni erano stati tanagliati e strozzati con titolo di ribellione, faceva anche sapere essere partite quattro galere per levare il Card.lGuevara[444], e quattro altre partire allora per Lipari e Calabria (10 ottobre), a fine di mutare le compagnie spagnuole; aggiungeva che forse con esse sarebbero venuti in Napoli i prigioni della congiura calabrese. Poco dopo annunziava essersi congratulato col Vicerè, da parte della Serenissima Casa di Toscana, per la scoverta e la repressione della congiura (12 ottobre), aggiungendo che il Vicerè gli avea dato conto dell'esecuzione fatta e del trovarsi carcerati più di cento, tra' quali otto frati col Campanella; inoltre faceva sapere il richiamo dello Spinelli, a suo avviso insieme co' prigioni, e la commissione di formare i processi da affidarsi a' dottori. — Il Residente Veneto, giusta il suo costume, partecipava le notizie raccolte da ogni maniera di fonte. Erano usciti in campagna circa 200 calabresi tra colpevoli e intimoriti, essendosi trovatimolti disposti per la libertà di coscienza, con la quale il Campanella disegnava allettare gli animi. Un Maurizio de Rinaldis, dapprima uomo d'arme in servizio del Re, poi contumace per omicidii, favorevole alla ribellione ed anche all'eresia, insieme con un fra Dionisio Ponzio si era ritirato nelle montagne di Cosenza, mettendosi a capo de' fuorusciti, e si temeva che avrebbe potuto là mantenersi a lungo (29 settembre e 5 ottobre). Il Vicerè che avea già in animo di mandare suo figlio in Calabria, ne era dissuaso dal Consiglio per la poca età di lui e la gravità del negozio, e andrebbe il Presidente Montoya per le cose di giustizia e un D. Alonso Rosa per le cose di campagna (confusione di nomi e di fatti). Alcuni calabresi, mandati dalla Corte contro i fuorusciti, li avevano combattuti «con spararsi reciprocamente senza balla» (voci popolari). Intanto era venuta nuova certa che Maurizio e il Ponzio erano stati «ritenti in una filucca 16 miglia in mare per opera di loro particolari nemici a' quali furono promessi gran premii», onde gli animi si erano sollevati. S. S.tàavea fatto spedire un Breve al Nunzio, perchè i religiosi colpevoli potessero venire puniti anche nella vita in Napoli, ma formandosi i processi coll'assistenza de' ministri ecclesiastici. Tutti i prigioni sarebbero quanto prima tradotti in Napoli, ed intanto erano stati giustiziati alcuni laici in Catanzaro i quali avevano dichiarato Signori e cittadini napoletani essere partecipi di quella congiura «senza haver saputo però nominare alcuno, il che perturbò assai in generale questa città». Più tardi (12 ottobre), specificava i nomi de' due giustiziati, Crispo e Mileri, e il genere del loro supplizio, «perchè con Mauritio Rinaldo, anch'esso retento, mandarono un prete a Costantinopoli a trattar col Cigala» (voci popolari). Inoltre indicava il numero de' prigioni, riducendoli a 60, al di sotto del vero, «la maggior parte huomini di qualche conto, essendo anco fra essi alcuni baroni», con la voce che nella famosa fiera del 18 ottobre in Monteleone se ne sarebbero giustiziati alcuni, e gli altri, insieme con gli ecclesiastici, sarebbero venuti a Napoli. Infine annunziava che il Lauro e il Biblia, rivelanti della congiura, erano già in Napoli, «ricercando ricognitione tale che possano vivere sicuri delle insidie dei parenti numerosissimi degli imputati». — Come si vede, tra molte stramberie, non mancano qui notizie degne di nota: è facile scorgerle, ma sopra due di esse dobbiamo richiamare l'attenzione e fare qualche commento. In primo luogo dobbiamo notare che in Napoli, a' 5 di ottobre, gli animi erano perturbati a motivo dell'affermata partecipazione di Signori e cittadini napoletani nella congiura, senza che se ne sapessero i nomi: ciò mostra che il Vicerè non solo non avea seguito l'avviso dello Spinelli di carcerare alcuni di costoro, ma non avea neanche fatto trapelarne i nomi. In secondo luogo dobbiamo notare che il Vicerè volea mandare suo figlio in Calabria e poi ci mandò il Montoya siccome è attestato pure dal Residente inun'altra sua lettera anteriore[445], nella quale dice che il Vicerè volea mandare suo figlio con due de' Consiglieri primarii del Governo: forse intendeva mandarlo come Governatore in luogo del De Roxas, ma poi se ne astenne per riguardo a Carlo Spinelli; e quanto al Montoya, vedremo che egli andò difatti a Catanzaro per commissioni speciali, ma alquanto più tardi, segnatamente per l'omicidio di Marco Antonio Biblia fratello di Gio. Battista, pugnalato in odio di costui che aveva rivelata la congiura[446].
Intanto lo Xarava, provvedutosi del nuovo Mastrodatti, ripigliava il corso del processo e delle torture in Gerace. Egli dovè dapprima far le confronte di Cesare Pisano col Gagliardo, Santacroce, Marrapodi, Adimari, e un po' più tardi col Conia, siccome trovasi disegnato nella citata sua relazione, e fino ad un certo punto può desumersi ancora dalla numerazione de' folii del processo, la quale al sèguito delle deposizioni sopra riferite mostra una grossa lacuna, appena occupata da un «nuovo esame» del Santacroce[447]. Questa lacuna si spiega assai bene col fatto che le confronte, i nuovi esami ed anche le torture non diedero risultamenti degni di nota. Certo è che Felice Gagliardo ebbe la tortura e «si vide in pericolo di morte a Jeraci», poi ebbe «una seconda corda a Napoli et hebbe a morire», e queste prime torture furono «crodelissime, con funicelle, acqua freda e bastonate, et non confessò»; in tal guisa si espresse egli medesimo innanzi a' Delegati del S.toOfficio, sul punto di essere giustiziato, varii anni dopo[448]. Certo è pure che Gio. Angelo Marrapodi «hebbe la corda a hierace»; lo dichiarò nel processo di eresia in Napoli un suo figliuolo giovanetto, che lo seguì pe' diversi luoghi in cui stiè carcerato, vivendo col fare qualche servigio a taluni de' frati egualmente carcerati[449]. Infine è indubitato che Geronimo Conia fu sottoposto egli pure ad un nuovo esame e alla tortura, ma un po' più tardi, dopo l'esame e la tortura del Caccìa; e di costui sappiamo con sicurezza essere stato esaminato e torturato in Gerace, poichè, nel processo di eresia fatto in Napoli, si ha una deposizione del Petrolo, il quale esplicitamente attesta che il Caccìa «à Squillace non fù essaminato... et à hieraci hebbe la corda». Come dicevamo, nè da' nuovi esami nè dalle torture doverono ottenersi risultamenti degni di nota; e però di alcuni di questi Atti non si ebbe a fare alcuna menzionene' Riassunti degl'indizii, di altri, come quelli del Santacroce e del Conia, si riportò un piccolo brano che in realtà non ci apprende nulla di nuovo[450].
Importante invece riuscì, se non l'esame, la confessione in tortura di Gio. Tommaso Caccìa, il quale comunque clerico ne' 4 ordini, al pari del Pisano, non fu risparmiato dallo Xarava. Egli era stato catturato da Giulio Soldaniero e condotto dapprima a Squillace, di poi a Gerace, e qui fu sottoposto agl'interrogatorii[451]. Nulla troviamo registrato intorno alla sua deposizione, ciò che autorizza a ritenere aver lui deposto negativamente; ma in tortura confessò con molta ampiezza, e narrò tutte le circostanze nelle quali si era impegnato per la ribellione. Recandosi un giorno con Marcantonio Contestabile e Gio. Francesco d'Alessandria a Stilo, prima di giungervi incontrarono fra Dionisio che andava con Cesare Pisano ed uno o due altri monaci, e fra Dionisio disse a Marcantonio che andava a Monasterace a trovare il Campanella, e così essi se n'andarono a Stilo, nel monastero, ove trovarono Giuseppe Grillo che disse di stare aspettando fra Dionisio; nella sera venne il Campanella con fra Dionisio, il Pisano e gli altri due monaci e mangiarono, quindi, partiti gli altri e rimasti soli col Campanella e fra Dionisio, nella sua cella fra Tommaso dichiarò la congiura e i preparativi di essa, e che «volea essere monarca del mondo e dare nova legge». E sempre diceva che «in quest'anno 1599 e 1600» dovevano accadere grandi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni, così conoscendo per scienza, astrologia e profezie, e però beato chi in questo tempo si trovasse con forza d'armi, ed ognuno dovea stare preparato e procurare di cercare amici, aggiungendo, così fra Tommaso come fra Dionisio, che Maurizio De Rinaldi e un altro di Reggio, di Casaspano, aveano preparata una quantità di fuorusciti tenendoli pronti per quella giornata. Allora insieme con Marcantonio Contestabile e Gio. Francesco d'Alessandria, ad istanza del Campanella e di fra Dionisio, concertarono di ribellarsi, e i detti frati dicevano esservi molti altri congiurati per fare la Calabria repubblica e ribellarsi dalla soggezione del Re e degli ufficiali, con l'aiuto del Turco e di altri Signori che aveano a loro divozione. Inoltre, tornato di poi a Belforte, fra Dionisio venne a chiamarlo da parte di Claudio Crispo che avea da parlargli in Pizzoni, ed egli vi si recò insieme con fra Dionisio: l'indomani, vedutisi col Crispo, con fra Dionisio e fra Gio. Battista di Pizzoni, si parlò di nuovo della congiura, e il Crispo diceva di avere apparecchiati molti fuorusciti per la giornata della ribellione. Aggiunse pure che mentre era nel monastero di Stilo, vennero più volte a parlare segretamente col Campanella Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Tiberio Marullo, Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, ed egli non udì diche parlassero ma giudicò che dovessero trovarsi in detta ribellione. Questa sua confessione egli poi ratificò, e nella ratifica disse pure che a Stilo Giulio Contestabile un giorno, dopo di avere parlato segretamente al Campanella, dimandò a Marcantonio cosa gli paresse di quanto il Campanella diceva e se lo ritenesse per vero, e Marcantonio rispose che troppo era vero e presto lo vedrebbe. — Adunque il Caccìa rivelò tanto il convegno di Stilo quanto il convegno di Pizzoni; ma specialmente intorno a quest'ultimo non rivelò tutto, e disse pure diverse cose che per lo meno non avea potuto udire in Stilo, come p. es. l'aiuto del Turco e l'aiuto de' Signori, de' quali aiuti sappiamo che in Stilo non si era parlato ancora. Queste ed altrettali circostanze gli furono probabilmente estorte dallo Xarava con l'atrocità de' tormenti, giacchè i tormenti dati al Caccìa non solo furono atrocissimi, ma ancora furono dati mentre egli avea la febbre. Molti l'attestarono in sèguito nel processo di eresia, e basta citare fra Pietro di Stilo e Geronimo di Francesco, il quale disse che a tale proposito fu consultato il medico, e costui per timore affermò che il tormento si poteva dare. Così non recherà sorpresa che egli pure, al momento di essere giustiziato, abbia avuto a fare ritrattazioni: ma in fondo, sul punto essenziale della quistione, egli era «confesso», e quindi non poteva aspettarsi altro che una condanna di morte.
Dopo il Caccìa, come abbiamo già avuta occasione di dire, fu esaminato e torturato il Conia, il quale, nella confessione in tortura, giusta il sunto molto arruffato datone dal Mastrodatti, affermò che c'era stato concerto di ribellione tra il Campanella, fra Dionisio ed altri nel modo più volte ripetuto, da porsi ad effetto alla venuta dell'armata turca che essi aspettavano[452]. — Successivamente furono compilati gli Atti relativi alla cattura di fra Dionisio; ma la sua condizione di ecclesiastico non permetteva di fare altro intorno a lui, e si proseguirono gl'interrogatorii de' laici, vale a dire di Maurizio, del Vitale, e con ogni probabilità anche del Todesco.
Maurizio, chiamato a fare la sua deposizione, non rivelò nulla[453]. Disse che si era allontanato, avendo udito che Carlo Spinelli catturava coloro i quali aveano parlato col Campanella e fra Dionisio; che avea parlato col Campanella una volta in casa di D. Gio. Jacopo Sabinis, ed un'altra volta a Davoli, nel monastero, verso la metà di luglio, stando allora in casa di D. Marco Antonio Pittella, ma aveano trattato della loro «natività». Gli furono quindi amministrate torture atrocissime, ed egli egualmente non rivelò mai nulla, ond'è che ne' Riassunti degl'indizii non se ne trova fatta menzione. Ma è indubitato che ebbe torture enormi, alle quali se ne aggiunsero poi altre non meno atroci, rimanendone una nozione abbastanza confusa. Nella sua ultima rivelazione fatta in Napoli innanzia' Delegati del S.toOfficio, sul punto di essere giustiziato, egli disse puramente e semplicemente di avere avuto «più volte la corda», senza aver mai voluto manifestare cosa alcuna contro i frati; il Residente Veneto, in una sua lettera della quale si parlerà più oltre, scrisse che avea «sofferto in tre mesi quaranta hore di corda et altri tormenti... senza haver mai confessato alcuna cosa»; ma Mons.rMandina, che fu giudice per l'eresia e potè saperlo in modo autentico, lo disse «per septuaginta horas tortus et nihil confessus»[454], e tutto induce a credere che egli parlasse propriamente delle torture avute in Napoli, non già di quelle di Calabria, che doverono essere certamente più atroci. Ed intanto questa prova di maravigliosa fortezza non recava alcun vantaggio alla sua causa: con la protesta di applicare la tortura «non pro veritate habenda sed pro praecisa responsione habenda et citra praejudicium probatorum» il fisco soleva annullare i benefici effetti di una risposta negativa in tortura; e Maurizio, se non risultava confesso, pur troppo risultava «convinto» dalle concordi testimonianze avverse, a capo delle quali la Dichiarazione del Campanella, oltrechè dalle stesse sue lettere venute nelle mani della giustizia. E però la sorte sua non poteva esser dubbia.
Quanto a Gio. Battista Vitale, egli avrebbe voluto imitare Maurizio ma non ci riuscì[455]. Nella deposizione disse, che essendosi scoverto un trattato fatto da fra Dionisio e dal Campanella di ribellarsi e far venire i turchi «et si dicea che Mauritio era andato in torchia per questo effetto», e vedendosi che si carceravano tutti gli amici che aveano conversato co' predetti, Maurizio risolvè che se ne fossero andati a Venezia e a S.taMaria di Loreto, sino a che passasse la furia e si scoprisse la verità; e così partirono da Davoli, dove stavano già da nove mesi in casa di D. Marco Antonio Pittella. Si venne quindi alla tortura, ed egli non resse allo strazio: ecco qui raccolti e disposti alla meglio i brani sparsi della sua lunga confessione. Narrò che da nove mesi erano assenti da Guardavalle insieme con Maurizio «per certe pugnalate», ricoverati a Davoli in casa del Pittella, e con costui Maurizio diceva avergli il Campanella manifestato che «quest'anno» doveano esservi grandi guerre e rivoluzioni e il Regno dovea mutare padrone, e che insieme col Campanella aveano concertato di far gente e far ribellare quelle provincie. Che dopo alcuni giorni Maurizio era andato a trovare il Campanella, e quindi avea detto che con lui e fra Dionisio si era concluso di effettuare detta ribellione, e per facilitarla «volevano invocare l'aggiuto et favore del turco che li mandasse l'armata, con la quale e con l'aggiuto de' Popoli haveriano levato questo regno dal dominio del Rè di Spagna e fattolo republica, et che esso fra Thomase haveria fatto nova legge, et ridotto ogni huomo à libertànaturale, et mandato molti predicatori predicando la libertà, et che haveano parlato à questo effetto a molti di Stilo parenti del detto Mauritio di Casa Carnevale e Sabinis come di casa Condestabile, et altri loro parenti et amici; alli quali fra Tomase con fra Dionisio haveano parlato, et procuravano far pacificare li Carnevali con li Conestabili, per che si haveano da trovare in detta rebellione per quanto diceva detto Mauritio». E dietro interrogazione, specificando meglio le persone, aggiunse, «che Mauritio li disse, quando tornò da Stilo, che li parenti suoi et altri, che s'haveano da trovare a detta rebellione, erano Gio. Paolo e Fabio Carnevale, Ottavio Sabinis, Gio. Jacovo Sabinis, Marc'Antonio Conestabile, Giulio Conestabile, Fabio Conestabile, et Geronimo di Francesco che tutti si erano offerti a detta rebellione». Aggiunse ancora che dapprima intese dire da tutti quelli di Davoli che nel monastero di S. Maria del Trono di detta terra erano venuti Gio. Paolo di Cordova ed Orazio Rania ed aveano parlato col Campanella «et fra Dionisio»; e poi, passando per la casa del Pittella, costui gli disse «come Oratio Rania, Gio. Paolo di Cordova, et Gio. Tomase di Franza erano venuti à trovare Mauritio et fra Tomase Campanella, et haveano trattato detta rebellione dentro lo monastero di S.taMaria del Truono». Aggiunse che Maurizio «ogni hora dava animo ad esso deposante et a Donno Marco Antonio Pittella», che dopo essere sceso dalle galere de' turchi raccontò al Pittella l'appuntamento preso con Amurat Rais, che in giugno con Geronimo Baldaya fuoruscito si era partito per raccogliere gente, e Geronimo diceva «lassa fare a me ch'io busco gente assai che staranno in ordine per la giornata che vene l'armata del Turco, et allhora daremo dentro»; che il Pittella diceva esservi in Catanzaro molti gentilhuomini ed altri i quali partecipavano alla congiura, e che venivano spesso lettere da Catanzaro a Maurizio e i corrieri dicevano mandarle il Rania; che Maurizio «con questo pretendea farsi gran homo per che saria stato padrone di molte terre... et persuadeva lo Donno Marco Antonio et esso deposante se voleano concorrere con esso et ritrovarsi à questa fattione che li saria stato gran utile; lo Donno Marco Antonio si offerse a questo, et esso deposante disse, io vengo dove vai tu, per che a me me tieni alla maneca» (intend.affibiato a te). — La tortura data al Vitale fu del pari straordinaria: da un brano della Difesa de' Cordova si ha che fu perfino trascinato alla coda di un cavallo (ad caudam equi raptatus). Ciò spiega sempre più la rivelazione da lui fatta di tanti nomi e di tanti particolari, che per lo meno non poteva conoscere, mentre da molti indizii apparisce che i capi della congiura conducevano le cose con cautela, e non mettevano ogni cosa a conoscenza di tutti: basterebbe la sola deposizione del Caccìa a mostrarlo, e d'altronde vedremo p. es. lo stesso Maurizio, nella sua ultima rivelazione, smentire la partecipazione del Pittella, che il Vitale nominava con tanta larghezza. Facciamo queste avvertenze,perchè non rechi poi meraviglia il vedere questo disgraziato, nel suo estremo supplizio, dichiarare che tutto gli era stato estorto dallo Xarava per forza di tormenti. Egli pertanto era «confesso» e quindi votato alla morte.
Come dicevamo, forse anche Gio. Ludovico Todesco fu esaminato dopo costoro. A lui si poteva per lo meno imputare che avesse aiutato Maurizio nella fuga, onde a' termini del Bando dello Spinelli era reo di morte: e il vedere dalla numerazione de' folii del processo l'inserzione di quel Bando al sèguito degli Atti relativi al Vitale darebbe motivo di credere che per l'appunto il Todesco dovè essere inquisito e forse condannato in virtù del suddetto Bando. Ma non ce n'è notizia ne' Riassunti degl'indizii a noi pervenuti con gli Atti esistenti in Firenze; e ciò vorrebbe dire non aver lui avuto nulla a rivelare intorno agli ecclesiastici, che sono contemplati in que' Riassunti. Dicasi lo stesso di tanti e tanti altri carcerati già fin da' primordii della repressione della congiura. Per lo meno i principali tra loro, come Geronimo del Tufo, il Barone di Cropani, Ferrante Ponzio, i due Moretti etc. etc., difficilmente si può credere che non sieno stati esaminati in Calabria; e così pure Geronimo di Francesco che fu preso in compagnia di Giulio Contestabile, con tanta prevenzione e tanto sdegno dello Spinelli. Il Contestabile, per la sua qualità di clerico ne' quattro ordini sacri, dovè esser lasciato al foro ecclesiastico, siccome già lo Spinelli si proponeva (ved. pag. 316); se non si procedè con lui come col Pisano e col Caccìa, questo verosimilmente accadde perchè egli vestiva tuttora l'abito clericale, mentre il Pisano e il Caccìa l'aveano deposto da un pezzo; risulta infatti da una numerosa quantità di documenti conservati nell'Archivio di Stato che era teorica del Governo, combattuta continuamente da' Vescovi, non doversi ritener clerici coloro i quali da un pezzo ne aveano deposto l'abito. Ma pel Di Francesco ci pare impossibile che non siasi proceduto ad interrogatorii d'ogni maniera; probabilmente egli dovè essere negativo in tutto.
Aggiungiamo qui che il Pittella, indiziato per tante vie e poi così fortemente compromesso dal Vitale, fu catturato da un Gio. Andrea Spina, ma mentre era tradotto in carcere a cavallo, riuscì a fuggire: lungamente ricercato dalla giustizia vedremo che fu poi catturato di nuovo, ma molto più tardi, nel 1601, e quindi lo troveremo in Napoli[456]. Di tutti gli altri nominati dal Vitale abbiamo solamente notizia che fu catturato Gio. Paolo Carnevale e con lui Tiberio Carnevale[457], ma non Fabio Carnevale nè Fabio Contestabile,che troveremo in qualità di testimoni in un'altra Informazione ecclesiastica presa dal Vescovo di Squillace nel novembre e dicembre di questo stesso anno 1599. Quanto poi a Marcantonio Contestabile, egli rimase sempre contumace, e vedremo che dal tribunale di Napoli fu dichiarato forgiudicato, con Gio. Francesco d'Alessandria, Alessandro Tranfo, Matteo Famareda, Francesc'Antonio dell'Ioy, e Tulibio dello Doce (o Dolce), come del pari Gio. Geronimo Prestinace e forse anche Fulvio Vua, che sappiamo essersi entrambi nascosti[458]; inoltre Geronimo Baldaya, che fu certamente preso ed interrogato circa una lettera di Maurizio a Gio. Francesco Ferrayma trovata chiusa presso di lui[459], dovè essere rilasciato e poi ricercato di nuovo, probabilmente dietro le confessioni del Vitale, e vedremo anche lui dichiarato forgiudicato, ma presentatosi e processato in Napoli, liberato e poi ricercato ulteriormente, come si dirà a suo tempo. Aggiungiamo ancora che delle altre persone ecclesiastiche nominate o sospettate come aderenti alla congiura fu successivamente preso un certo numero, all'infuori del Jatrinoli e di Gio. Jacovo Sabinis, i quali doverono rimanere fuggiaschi, non essendoci pervenuta alcuna notizia di Atti giudiziarii concernenti le loro persone. Fin dal 23 settembre era stato già preso fra Scipione Politi Francescano, conosciuto come amico intimo del Campanella; l'Auditore Gio. Lorenzo Martire andò a carcerarlo nel convento medesimo di Stilo dove egli dimorava[460]. Fu poi preso l'8 ottobre fra Pietro Musso di Monteleone Domenicano, che il barricello di Monteleone carcerò sotto il castello di quella città: un fra Leonardo suddito di fra Pietro, mentre costui volea farlo carcerare, lo denunziò come amico del Campanella, e un D. Domenico Pulerà di Pimeni presentò allo Xarava due lettere dirette a fra Pietro e rinvenute fin da luglio in un libro di lui durante una visita che gli fece, una di fra Dionisio del 10 giugno e l'altra del Pizzoni del 25 luglio, nelle quali si parlava di congregazione di fuorusciti e di armi; inoltre un nipote di questo fra Pietro andò caritatevolmente a deporre che il Pizzoni era stato in luglio a visitare suo zio nel convento di Maierato e gli portò due pistole ed un fucile, ed egli stesso, fra Pietro, si procurò un'altra pistola e con queste armi se ne andò, soggiungendo che nell'udire la catturadel Campanella e di fra Dionisio avea detto che gli dispiaceva[461]. Inoltre fu preso un fra Vittorio d'Aquaro sacerdote Agostiniano, il 9 ottobre, sulla via di Mamola, mentre tornava dalla Sicilia in Calabria: fu preso un fra Giuseppe da Polistina, terziario Domenicano, in Reggio, mentre di là s'imbarcava per Messina, ad oggetto di ricuperare certe robe lasciate in eredità al suo convento. E furono presi alcuni altri, ma ancora più tardi, e li vedremo a suo tempo.
Intanto fra Cornelio e il Visitatore, decisi a non lasciare la preda, ripigliarono lo svolgimento del loro processo unitamente col Vescovo di Gerace, che li secondò nel modo più sciagurato: ciò accadde il 13 ottobre, e si ebbe in tal modo il così detto processo di Gerace, fatto da costoro assistendo alle sedute e facendo sentire la loro influenza lo Spinelli, lo Xarava, diversi altri laici, co' metodi soliti ed anzi peggiorati; sicchè gli ordini di Roma, dettati dall'amore della verità e della giustizia, riuscirono del tutto infruttuosi. Era allora Vescovo di Gerace fra Vincenzo Bonardo romano, già Segretario della Congregazione dell'Indice e poi Maestro del Sacro Palazzo, uomo punto tiepido nella difesa de' dritti giurisdizionali ed anzi prepotente siccome abbiamo avuto opportunità di vedere altrove (pag. 121-122): ma dovè forse allora essere invaso anche lui dal terrore che lo Spinelli e lo Xarava aveano finito per incutere in quelle sventurate provincie, onde si annullò interamente innanzi a fra Cornelio e agli ufficiali Regii; nè sarebbe troppo arrischiato l'ammettere che lo Spinelli, sollecitamente informato dal Governo della deliberazione presa in Roma e nota fin dal 17 settembre, circa gli esami de' frati da farsi dal Visitatore e fra Cornelio insieme coi Vescovi locali, avesse lasciato Squillace e fatto tradurre tutti i prigioni a Gerace, precisamente per profittare della debolezza in cui era caduto il Vescovo di quel luogo. Certamente in Gerace gli ordini di Roma per lo meno non furono interpetrati a dovere. Lungi dal prenderealtre informazioni con secretezza e diligenza laddove occorressero, si volle procedere all'esame non solo di diversi altri prigioni ma anche di quelli già esaminati scegliendo opportunamente gl'individui che sarebbero risultati in danno: così fu esaminato di nuovo Giulio Soldaniero senza rivelarne la condizione di guidato, fu esaminato il clerico Pisano che era stato già perfino torturato dallo Xarava e il clerico Caccìa che fu lasciato poco dopo torturare egualmente senza prenderne nota e senza farne alcuna rimostranza, ma non furono esaminati il clerico Contestabile e i frati Politi, Musso, Aquaro, Polistina, oltre fra Dionisio, verosimilmente perchè si sapeva dover risultare per lo meno negativi; e furono dal Vescovo e dal Visitatore commessi gl'interrogatorii a fra Cornelio «come bene informato di tutto il negozio», con la più grandecondiscendenza verso gli ufficiali Regii, con una estesa pubblicità e col solito corredo delle suggestioni, delle minacce, de' terrori, senza farne mai parola ne' processi verbali. Allorchè gl'infelici prigioni vennero in Napoli, questi fatti si scovrirono mano mano, nè soltanto per opera degl'interessati ma anche per opera degli altri carcerati, come p. es. del Contestabile e del Di Francesco, che aveano vista o udita una parte di quegli scandali: lo Xarava medesimo disse ingenuamente al Vescovo di Termoli Giudice dell'eresia, che il Pizzoni non voleva confessare ma che alle insistenze di lui testificò, e il Vescovo non mancò di farlo sapere a Roma, togliendo così ogni dubbio possibile su' fatti asserti[462]. — I prigioni si trovavano nelle carceri del castello dette «la Marchesa». Fra Cornelio andava là a catechizzarli individualmente, manifestando sempre che «per sutterfugger lo giudicio temporale» bisognava deporre eresie: questo fece anche col Pizzoni eccitandolo a confermare l'esame primitivo, come attestò poi il Di Francesco che trovavasi nella medesima carcere; ma principalmente egli cercò di catechizzare coloro i quali non si erano esaminati ancora, e massime i due clerici, Cesare Pisano, che non ne avea bisogno essendosi già prestato, e Gio. Tommaso Caccìa, che dovea pur trovare qualche modo di scampare la vita, e poteva sperarlo solo dalla remissione al foro ecclesiastico. Qualche volta il Visitatore accompagnava fra Cornelio in tale ufficio, e se non trovavano arrendevolezza, minacciavano i riluttanti, giuravano che non sarebbero usciti dal castello che in pezzi, sputavano sul viso, come fecero p. es. col Petrolo, il quale non intendeva di confermare tutto l'esame di Squillace. Allorchè poi si teneva seduta, ci era il Vescovo, il Visitatore, fra Cornelio, il Mastrodatti della Curia Vescovile Biagio Perlongo, e qualche sacerdote come testimone, p. es. Curiale de' Curiali, Ferrante Guido, Gio. Antonio de Rinaldis, Antonio Lucissa; fra Cornelio, intitolandosi ancheutriusque juris doctor, dirigeva gl'interrogatorii ed avea cura di mettersi sempre in mostra, ciò che si rivela ottimamente da' processi verbali. Ma ci era anche Carlo Spinelli, lo Xarava, ed inoltre il Capitano di campagna (il Ruffo) con un certo numero di birri, e fu notato che mentre fra Cornelio sedeva sopra uno sgabello con poca dignità, lo Spinelli e lo Xarava erano adagiati sopra sedie a modo di Giudici; nelle mani di costoro si lasciavano pure talvolta gl'imputati, ed essi li interrogavano egualmente circa l'eresie, che anzi sappiamo essere stato presente anche il Principe di Scalèa in una di queste sedute straordinarie. Accadde inoltre talvolta, nelle sedute formali, che sorgessero contestazioni sulle cose scritte, non venendo trovate concordi con le cose dette, e s'interrompessero le sedute con scene di violenza, le quali aveano un sèguito entro le carceri, dove si finivano di redigere e firmare gli esami: intanto nulla di tutto ciò si rileva menomamente da' processiverbali. Tra le scene di violenza, meritano di essere ricordate quelle avvenute col Petrolo e con fra Pietro di Stilo. Il Petrolo dalla sala del tribunale fu bruscamente rimandato in carcere, e il Capitano di campagna gli tolse mantello e cappello per fargli sfregio, sicchè i suoi compagni di carcere lo videro rientrare in quella foggia «che pareva un pescatore»; ma dopo tre giorni venne fra Cornelio a fargli premura che firmasse il processo verbale, quindi fu chiamato al luogo della corda in presenza del Visitatore, dello Xarava e del Mastrodatti, e dicendogli fra Cornelio che il processo verbale era stato emendato, lo Xarava afferrandolo pel petto lo condusse alla banca e l'obbligò a firmare. Fra Pietro di Stilo poi, come già in Squillace così pure in Gerace, fu più volte interrogato senza che si scrivesse nulla, perchè rifiutava di dire ciò che si voleva; gli furono allora mostrati da fra Cornelio alcuni ferri, co' quali gli minacciava di fargli stringere il petto, e il Capitano di campagna, che era presente, faceva mostra di averne compassione; poi finalmente, dopo parecchi tentativi, si potè redigere il processo verbale del suo esame. Ora nella procedura ecclesiastica, e così anche nella procedura secolare pe' delitti comuni, il solo condurre l'imputato nel luogo de' tormenti equivaleva a un primo grado di tortura dettoterritio, e la tortura, in qualsivoglia grado, non poteva amministrarsi che dopo di avere compiti gli esami informativi e ripetitivi, e data all'imputato la copia degl'indizii raccolti contro di lui[463]. Gravissime dunque furono le irregolarità, con le quali si menarono innanzi gli Atti del processo di Gerace, e le circostanze suddette debbono servire ad essi di commento; passiamo ora a farne l'esposizione nel miglior modo che ci sarà possibile.