Primo fra tutti, il 13 ottobre, fu esaminato fra Pietro Ponzio[464]. Rispondendo a diverse interrogazioni, egli disse ingenuamente che credeva di essere stato carcerato perchè fratello di fra Dionisio, espose dove e come e perchè lo avea visto negli ultimi tempi, attestò l'amicizia di lui col Campanella da più di 14 anni avendo sempre continuato ad essere amici, dichiarò di aver saputo che era stato preso a Monopoli dicendosi comunemente che procurava una ribellione col Campanella ed altri frati e secolari, negò che fra Dionisio gli avesse mai parlato di tal cosa. Ed a fine di non fargliconoscere il modo di esame che era stato adottato, i Giudici decisero di non procedere oltre con lui. — Fu quindi esaminato fra Paolo Jannizzi della Grotteria[465]. Egli disse che credeva di essere stato carcerato per un fatto occorsogli a Filogasi (avea dato uno schiaffo al Baglivo di quella terra), ma che intese essere stato carcerato per le cose del Campanella; narrò che due volte sole avea visto il Campanella, la prima in Napoli sette o otto anni avanti, allorchè egli, fra Paolo, trovavasi in carcere e il Campanella passando per la via fu da lui pregato di far giungere una sua lettera al P.eSuperiore, la seconda in Pizzoni, dove lo trovò verso la metà di luglio col fratello giovanetto e due altre persone a lui ignote, oltre i due figliuoli di Ferrante Crispo, il Caccìa e Giovanni di Filogasi, tutti armati di fucile e pistola, eccetto uno de' figli di Crispo. Disse di non sapere che costoro, in Pizzoni, avessero mangiato carne di venerdì, ma che fra Gio. Battista di Pizzoni, venendo da Monteleone a Gerace, gli avea detto di essere stato carcerato per questa causa; negò di aver parlato di altro col Campanella che di cose comuni, avendogli il Campanella, insieme con fra Gio. Battista, detto solamente che i letterati non erano premiati nè esaltati secondo il dovere; ma attestò che costoro «tutto il giorno parlavano con li banniti in secreto et a longo», e dietro interrogazione aggiunse che per le cose stategli dette e per quelle da lui viste teneva il Campanella «per homo tristo et per malissimo christiano, et il simile... di fra Gio. Battista di Pizzone». Si scusò intorno al libro di negromanzia, affermando non essere di suo carattere e non averlo nemmeno letto. Dietro altra interrogazione disse di aver conosciuto fra Dionisio e di averlo, negli ultimi tempi, visto in Pizzoni solamente per una notte di passaggio, nè avergli parlato per le antiche inimicizie che avea seco; ed aggiunse che era stato inquisito di aver voluto ammazzare fra Ponzio Provinciale, onde avea riportata la condanna di tre anni di galera ed avea scontato questa pena.
In una 2.aseduta, il 16 ottobre, furono esaminati molti altri, e ne' processi verbali trovasi notato che l'interrogatorio fu commesso a fra Cornelio. Comparve dapprima fra Pietro di Stilo[466], del quale gioverà ricordare che in Squillace era stato interrotto l'esame non appena cominciato. Egli continuando quell'esame, dietro interrogazioni, disse avere udito dal Campanella che il Papa e il Re si accordavano a' latrocinii, che l'elezione del Papa non era canonica contando per una sola le molte voci de' pensionati del Re, che il vivere della Corte Romana era biasimevole, che il Papa facea molte cose contro il dovere, i Cardinali erano tiranni e lussuriosi della peggiore specie; inoltre che si burlava del peccato della carne, senza ritenerlo veramente lecito, e soltanto per detto del Petroloegli sapeva che una volta avea manifestato non esservi nell'ostia consacrata il corpo di Cristo. Dietro altre interrogazioni speciali disse che il Campanella si burlava de' miracoli, affermando che egli pure ne farebbe «in comprobatione della sua scientia et delle sue opere, et che i miracoli non erano altro che una applicatione de intentione di quello alla cui persona si faceva il miracolo, et ch'ognuno potea far miracoli in questo modo»; che mai gli era occorso di averlo udito chiamarsi Messia nè Profeta, bensì Monarca, avendo detto anche «in presentia di Gio. Gregorio Presinacio nella camera sua... che tutti gl'altri homini che di niente erano venuti a qualche dignità o imperio haveano havuti solamente tre pianeti ascendenti favorevoli, ma che esso n'havea setti, et che per questo aspettava la Monarchia del mondo come anco li fu detto da un valentuomo astrologo delle parti di Germania che si trovava nell'inquisitione». Circa all'averlo udito discorrere di mutazioni di Stato, disse che in Arena, nel palazzo del Marchese, gli avea detto che era stato scritto contro di lui da quelli di Stilo al Nunzio ed al Papa che avesse amicizia co' banditi, e che per scienza e per profezie di S.taBrigida e del Savonarola egli provava «ch'in quest'anno seranno gran revolutioni et mutationi di stato... et questi stati muteranno regni et si faranno republiche et sarà bono in questi tempi per chi si troverà armato et che haverà arme assai di difender se stesso», soggiungendo che non sapeva «si volesse dire di se stesso ma havea molti amici et adherenti». Specificando poi questi amici disse che i principali erano Giulio Contestabile, Fulvio Bua e sopra gli altri Gio. Gregorio Presinacio; tra' monaci poi fra Dionisio e M.º Scipione Politi Conventuale. Per detto del Petrolo affermò, sempre dietro interrogazioni, che il Contestabile avea calpestato il ritratto del Re Filippo, e prescelto quello del Gran Turco. Circa fra Dionisio, tre volte costui era venuto a Stilo da che egli era Vicario nel convento; nulla avea detto mai contro la fede, se non che parlava pubblicamente del peccato di carne della più brutta specie e perfino se ne gloriava. Circa Giulio Soldaniero, lo conosceva per avergli una volta portata una lettera del Campanella, e pregatolo da parte di fra Tommaso che si recasse da lui ma senza discorrere di altro. Tutto ciò non parve ai Giudici conforme a verità, e fu deciso di rimandarlo nelle carceri per poi continuare l'esame, e frattanto gli si domandò se avesse mai detto di volere prender moglie, e subito fra Pietro accettò di averlo detto spesso e in molti luoghi ma per burla.
Nel medesimo giorno, quantunque dal processo verbale dell'esame di fra Pietro di Stilo si rilevi che era già tardi, furono esaminati il Bitonto e tutti i rimanenti frati. — Il Bitonto[467]dovè prima di tutto dar conto del come e perchè si trovasse senza abito monastico, senza chierica e con lunga barba; e rispose che fu presomentre dormiva e non gli fu dato tempo di vestirsi, che s'avea tolta la corona per certe infermità e la barba gli era cresciuta! E narrò che si era rifugiato in una vigna, poichè gli fu detto dovere esser preso come amico del Campanella. Quindi narrò la sua antica conoscenza col Campanella, la visita fattagli in giugno con fra Dionisio, fra Jatrinoli, il Pisano e il Grillo, trattando cose di frati, e la fermata a Stignano in casa Grillo, dove il Petrolo e il padre del Campanella gli aveano donato qualche vivanda e fra Dionisio avea detto certi concetti predicabili; ma i Giudici non ne furono contenti. Dietro altre interrogazioni, disse di conoscere Cesare Pisano suo parente e di essere andato con lui a Bagnara e a Messina; negò di aver mai consacrate più particole fuor di bisogno, negò di aver mai saputo un abuso osceno dell'ostia consacrata. Circa fra Dionisio, disse di averlo conosciuto da molto tempo, di essere stato con lui e col Pisano in Oppido, in Bagnara dove predicò, ed in Messina dove egli comperò materasse e fra Dionisio libri, zafferano e pepe; aggiunse di averlo visto poi un'altra volta ed essere andato allora con lui e col Pisano presso il Campanella per pregarlo che gli procurasse qualche predica, tornando poi per Castelvetere dove trovò carcerato il Gagliardo; aggiunse ancora di averlo visto una terza volta quando con lui e col Campanella andarono a Castelvetere, dove visitò il Pisano carcerato ed ebbe occasione di incontrarsi ancora col Gagliardo, dicendogli soltanto che stesse di buon animo. I Giudici non furono contenti, e l'avvertirono che continuerebbero l'esame «etiam rigorose». — Venne quindi chiamato il Pizzoni, e rilettogli l'esame primitivo, egli lo confermò e ratificò in tutto e per tutto. Lo stesso fece il Lauriana e si giunse finalmente al Petrolo. Il Petrolo[468]confermò del pari il suo esame primitivo ma volle emendate due cose; la prima, che il Campanella avesse comunicate le sue opinioni a' gentiluomini da lui nominati, ciò che era stato detto per errore; la seconda, che egli avesse lasciato l'abito per timore di esser preso ed ucciso dalla Corte, mentre dovea dirsi per timore di essere ucciso da Maurizio de Rinaldis, avendo lui, Petrolo, sconsigliato il Campanella di recarsi presso Maurizio.
Il 18 ottobre, fu esaminato Giulio Soldaniero[469], il quale egualmente confermò e ratificò l'esame primitivo. Due cose pertanto si fanno notare nel processo verbale del suo nuovo esame; la prima, che il Visitatore neanche questa volta vi fu presente; la seconda, che fra Cornelio gli suggerì «che avverta aver detto queste cose per zelo della fede e della religione, come pure della fedeltà che deve al Serenissimo Re, e non per odio ne passione alcuna», e il Soldaniero rispose, «io l'ho detto per zelo della fede et per fideltà ch'ho portato et porto a Re Filippo nostro Signore et non per odio ne passione alcuna»!
Il giorno seguente, 19 ottobre, furono esaminati il Pisano e il Caccìa, ed anche per costoro fu dato a fra Cornelio l'incarico di esaminare, quasi che fossero semplici testimoni e non già principali. Il Pisano fu, al solito, loquace oltre misura[470]. Disse trovarsi carcerato «per conto della rebellione procurata in questi Stati», e dietro successive interrogazioni rispose, che andando lui carcerato in Castelvetere, il Bitonto gli disse di stare allegramente perchè avrebbe nelle carceri trovato il Gagliardo molto amico suo, ed andatovi, il Gagliardo gli si presentò come amico del Bitonto, il quale era stato una volta col Jatrinoli a visitarlo in quelle carceri; e così egli, il Pisano, cominciò allora a parlare al Gagliardo della ribellione. Ma qui i Giudici gl'imposero silenzio, volendo che trattasse solo delle cose della fede. Ed egli disse che cominciò a parlargli del Campanella nuovo Messia, il quale volea fare nuova legge; e ripetè le solite proposizioni da lui manifestate contro Cristo, contro la Trinità, ammettendo «un solo Dio o sia spirito che governa il tutto et move gli cieli», contro i miracoli di Cristo e la sacra scrittura, che era stata dettata dagli amici di Cristo: ma negò di avere intorno a Maria detto altro, se non che fosse moglie di S. Giuseppe e nera, appoggiandosi alnigra sum; confessò di aver parlato delle cattive relazioni tra Gesù e S. Giovanni, comunque non vi avesse creduto, ed attestò che giammai fu redarguito intorno a ciò nè dal Gagliardo nè da alcun altro. Aggiunse aver negato il purgatorio, l'inferno e il paradiso, negato anche il Sacramento dell'altare, raccontando che nella cena di Stignano fra Dionisio l'avea predicato con gli esempi di pugnalate date all'ostia, del pugno datole da un inglese in Roma e di qualche altro fatto osceno; non accettò che questo fosse stato commesso da lui, e nemmeno dal Bitonto. Proseguì la storia delle proposizioni da lui dette al Gagliardo contro il Papa e i Cardinali, contro l'istituzione monastica, contro Cristo, contro i digiuni, contro l'immortalità dell'anima; negò qualunque altra cosa appostagli, e specialmente di aver detto che nè per Cristo nè pe' paternostri si sarebbe mai fuori di carcere ma solo co' danari. Circa il Campanella disse di aver manifestato che era nuovo Messia, farebbe miracoli come Cristo, predicherebbe la libertà, ed avrebbe più seguaci ed acquisterebbe più Stati, perchè avrebbe la virtù unita con l'armi. Negò poi di professare i detti errori e disse di averli manifestati a que' compagni di carcere «per indurli o confirmarli alla rebellione temporale», attribuendo a fra Dionisio l'averglieli insegnati in que' viaggi ad Oppido, Bagnara e Messina, e poi a Stignano ed a Stilo, nei quali l'accompagnò insieme col Bitonto. E qui fece un'altra volta la noiosa ripetizione di tutte le cose dette, nel modo in cui le aveva espresse fra Dionisio, dal quale solamente affermò di averle udite, mentre gli altri frati plaudivano. Circa i suoi compagni di carcerein Castelvetere, manifestò l'opinione che Felice Gagliardo non solo professasse quegli errori ma anche ne sapesse più di lui, essendone stato istruito dal Bitonto, e così pure Orazio Santacroce «al quale aveano confidata ogni cosa» e dal quale udì che gli piaceva la ribellione progettata da' frati perchè volea vendicarsi del Vescovo di Gerace ed ammazzarlo con le sue mani! Finì dunque per accusare anche il Bitonto, mostrandosi, da parte sua, pentito di aver manifestato quegli errori. Da ultimo interrogato se avesse conosciuto il Campanella e se gli avesse mai parlato, disse di averlo veduto soltanto per dodici ore, quando da Monasterace lo accompagnò a Stilo insieme co' frati, i quali lo presentarono a fra Tommaso come uno degli amici, e fra Tommaso, perchè erano a cavallo, si volse a lui e disse «bene, bene», e non iscambiarono altre parole.
Si passò quindi all'esame di Caccìa[471]. Costui disse egualmente trovarsi carcerato «per causa della rebellione procurata in questi Stati»; ma i Giudici gli vietarono di proseguire e gli ordinarono di rispondere alle interrogazioni, ed egli disse di credere che veniva esaminato «per conto delle cose di fra Thomaso Campanella et di fra Dionisio Pontio et di fra Gio. Battista di Pizzoni per conto delle sue heresie et opinioni». Narrò che avea conosciuto il Campanella una volta in Stilo, quando vi andò col Contestabile verso la fine del maggio, rimanendovi per otto giorni, un'altra volta parimente in Stilo rimanendovi tre giorni, ed una terza volta in Arena. Avea conosciuto pure fra Dionisio le due prime volte che era stato presso il Campanella, e poi una terza volta quando l'accompagnò a Pizzoni, di dove fra Dionisio subito fuggì per timore di Carlo di Paola venuto a carcerare fra Gio. Battista e il Lauriana. Aveva inoltre conosciuto il Pizzoni nel convento in cui era Vicario, ed era stato quattro volte presso di lui. Disse di ritenerli tutti e tre «per homini tristissimi et pessimi et per mali Christiani» per alcune cose scandalose che aveva udite da loro. E cominciando dal Campanella narrò, che avendogli dimandato se conoscesse arte magica, il Campanella gli disse «o chiotto, e tu credi che ci siano diavoli?... pezzo di chiotto, non cè ne diavoli ne inferno»; ed altra volta disse di volere «far nova legge, et che quando cominciasse a predicare che allora si sentirebbe la verità et la legge che esso volea fare, la quale sarà la vera legge di vivere et meglio di questa delli Christiani», soggiungendo: «non me communicò il particulare della legge o della verità che pretendia di predicare, si bene intesi da esso proprio nel sudetto loco che volea far mutar il modo di vestire da quello che s'usa adesso et volea che si portasse una giobba longa o sia veste, ma non sò come o di che colore». Venendo a fra Dionisio disse che una volta, lui presente, volendo andare a Messa, egli se ne burlò, chiamandola una bagattella; nè altro udì mai da lui contro la fede.Infine, venendo al Pizzoni, disse che una volta, avendogli detto di sgridare il nipote Fabio già frate che da poco tempo avea deposto l'abito monastico e si facea chiamar Lucio, perchè avea mangiato carne nella sera della vigilia di S. Bartolomeo, non lo volle fare, burlandolo col dire che vigilia s'intendeva il dì e non la notte; e un'altra volta, nel leggere lui, il Caccìa, un tratto di Plinio in cui si parlava della natura, dimandato al Pizzoni cosa fosse questa natura di cui parlava Plinio, egli rispose che la natura era ciò che noi chiamiamo Dio, e che non v'era altro Dio che la natura. Dichiarò di non conoscere altri frati, e di ritenere che que' tre credessero realmente a quelle opinioni, mentre egli non vi avea mai creduto e si era sempre allontanato da loro quando le aveva udite. Ma era venuto a conoscenza de' Giudici che nel convento degli Agostiniani di Belforte, dove egli soleva dimorare, una volta, avendo lui trovato su di un tavolo un Gesù crocifisso lo avea gettato a terra, e si volle sopra di ciò interrogarlo; ed egli rispose che si trattava solo di una testa di crocifisso, la quale non avea nemmeno riconosciuta, e facendogli ingombro, l'avea gettata a terra. Notiamo poi che la qualità di clerico fu ammessa da' Giudici tanto pel Caccìa quanto pel Pisano, e trovasi debitamente registrata nei processi verbali.
È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte. E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura, quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale, ma anchedi lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re, sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla. Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso diavere inventate le eresie, ma nel senso dinon averle nascoste. Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi perdifendere sè stesso, ma non potè nascondere che aveamolti amici e aderenti, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragionerimasta ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti, perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto. Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente. Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta, sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella intralciata quistione.
Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni. Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione, ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici, e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi, come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo, fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose, come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato; tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue, specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero, riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiaratoun po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui. Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano; invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a' principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.
Pertanto una copia di questo processo, come veniva certamente spedita a Roma, così veniva anche rilasciata agli ufficiali Regii. Gli Atti esistenti in Firenze mostrano indubitabilmente tale compiacenza de' Giudici ecclesiastici, e fanno rilevare che questa copia rimase come allegato di tutto il processo di tentata ribellione, mentre la copia dell'Informazione presa da fra Cornelio e dal Visitatore era stata inserta nel 1.º volume de' processi medesimi[472]. Il Vescovo di Gerace verosimilmente chiuse gli occhi sopra una simile infrazione delle norme assolute del S.toOfficio e degli ordini formali di Roma, che intimavano diligenza e segretezza, come li chiuse certamente sopra gli esami fatti e le torture inflitte da' Giudici laici al Pisano e al Caccìa, mentre venivano riconosciuti clerici ne' quattro ordini sacri. Del resto avea chiusi gli occhi anche sulla mancanza di segretezza durante gli esami, per l'intervento degli ufficiali Regii e della loro gente armata, la qual cosa si fece sentire in modo non lieve a carico de' poveri inquisiti; giacchè non solo divennero sempre più diffuse le voci di congiura e di eresia, ma ne andarono per le piazze le più minute particolarità, e così in qualche altra Informazione, che si ebbe a prendere posteriormente, si trovarono generalizzate assai più di quanto era legittimamente imputabile agl'inquisiti. Vedremo tra poco che in una nuova Informazione commessa da Roma al Vescovo di Squillace, e presa in novembre e dicembre di questo stesso anno, si raccolsero molte e molte cose specialmente «de fama publica, de auditu incerto post carcerationem», e non si potrebbe dire con precisione quante ne avessero disseminate gl'inquisiti e quante i Giudici. Ma a' Giudici medesimi, segnatamente a quelli ecclesiastici, nocque non poco la loro sciagurata maniera di procedere: lo zelo eccessivo di fra Cornelio, secondato per lo meno dalla notevole acquiescenza del Visitatore, al contrario di ciò che costoro si attendevano, come ingeneròsospetto in Roma, così ingenerò disgusto e sospetto nel pubblico; il processo di eresia fatto in Napoli venne poi a rivelare le voci corse sul proposito, e gioverà qui riferirle. «Comunemente fra Cornelio e il Visitatore si tenevano Vescovi»; di fra Cornelio «dicevasi che lo volevano fare sin fino Arcivescovo di Toledo»! Era questa senza dubbio una caricatura, ma da essa si desume l'impressione che i procedimenti di fra Cornelio aveano destata: nè vale il dire che tali voci vennero messe innanzi dagl'inquisiti che aveano interesse di farlo, come fra Pietro di Stilo, il Petrolo, ed anche il Bitonto, il quale disse perfino di avere udito l'Avvocato fiscale assicurare fra Cornelio «che se li saria procurato un Vescovato»[473]; vedremo più tardi fra Cornelio, deluso e malcontento, recarsi da Napoli in Ispagna, ed il Nunzio risentirsene con vivacità, la qual cosa non potrebbe spiegarsi senza ritenere che le voci corse avessero davvero un fondamento. D'altra parte dicevano «alcuni preti in Hieraci, che fra Cornelio havea preso de li dinari da Misuracha acciò che andasse contra li monaci e facesse tutto il possibile contra di essi e questo per havere la taglia»; molti attestarono ancora avere udito dal padre del Pisano, ed egualmente dal Caccìa, che entrambi aveano dato danaro ed altre robe a fra Cornelio dietro promessa di farli rimettere al foro ecclesiastico, ed egli li avea traditi. Il Campanella medesimo raccolse poi queste voci e le addusse nelle sue Difese; ma per verità almeno quanto al Mesuraca, non occorreva l'opera di fra Cornelio e non era stata neanche bandita una taglia o premio per la cattura del Campanella; quanto poi al Pisano ed al Caccìa, la cosa potè esser vera, essendo avvenuto pure qualche altro fatto che pose in evidenza lo spirito di profitto di quel tristo frate. Il fatto fu questo. Allorchè l'opera sua era compiuta, e rimaneva soltanto che gl'inquisiti fossero tradotti a Napoli, egli cercò danaro da' conventi di Calabria sotto pretesto di sovvenire gl'inquisiti; il danaro fu sborsato, ma non giunse a coloro pe' quali era stato raccolto, e il Visitatore anche questa volta per lo meno lasciò fare. Il Vescovo di Termoli, Giudice dell'eresia in Napoli, volle poi informarsi di tale faccenda e scrisse a Roma intorno al Visitatore e a fra Cornelio in questi sensi: «la verità è che si fecero dar molti denari per provedere a questi carcerati, et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li hà spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[474].
Passiamo ora a narrare le ultime gesta dello Spinelli e dello Xarava in quelle sventurate provincie. Secondo gli ordini già dati dal Vicerè, essi dovevano far giustiziare quattro de' più colpevoli, ed inoltre anche Maurizio dopo di averne vagliata bene la causa, quindi tradurre tutti i rimanenti carcerati in Napoli. Ma, come ilVicerè medesimo fece sapere a Madrid con sua lettera del 20 ottobre[475], essendo i carcerati più di cento, e tra loro venticinque fuorusciti ed otto o dieci frati, a fine di risparmiare questo peso alle terre per le quali avrebbero dovuto passare, egli ordinò a D. Garzia di Toledo che con quattro galere, raccogliendo i soldati inviati a Lipari e ad altre parti, se ne venisse al Pizzo o a Scalèa e di là avvertisse lo Spinelli di recarsi con tutti i carcerati ad uno di que' posti, per imbarcarsi con loro nelle galere e tornarsene in Napoli; quivi giunti, egli diceva, «se ne vedranno le colpe e si procederà con loro come meglio convenga, procurando di esaminare radicalmente il fatto di questo negozio e quelli che vi si troveranno colpevoli». Sappiamo che le galere erano partite da Napoli il 10 8bre (ved. pag. 330), ma l'adempimento della loro commissione a Lipari e poi il mare procelloso furono cagione di tanto ritardo, che gli ordini del Vicerè si poterono eseguire solamente ai primi di novembre. Da' folii del processo finora noti non apparisce che in tutto questo tempo si fossero fatti altri esami di qualche importanza: ma bisogna sempre ricordarsi che la massa de' sunti a noi pervenuti è solo quella che direttamente o indirettamente riguarda gl'inquisiti ecclesiastici, e mentre da una parte si trova ancora in que' sunti qualche cosa di siffatto genere, d'altra parte sappiamo che vi furono perfino altri laici «convinti e confessi» e poi giustiziati nel porto di Napoli; riesce quindi manifesto che fino all'ultimo momento la persecuzione continuò e il tribunale non cessò mai di funzionare. Noi abbiamo cercato di raccogliere in un elenco i nomi di tutti coloro i quali si trovano citati in ogni maniera di documenti, e massime ne' processi, come carcerati o perseguitati per la causa del Campanella: i lettori lo troveranno in una delle Illustrazioni annesse a' Documenti e potranno prender conoscenza di questi nomi[476]. Qui ne menzioneremo appena taluni, che non abbiamo ancora avuta occasione di citare e che poi vedremo emergere nel corso degli avvenimenti; p. es. Francesco Antonio di Oliviero di Nicastro, che il Campanella nelle carceri di Napoli segretamente ebbe a compiangere perchè del tutto estraneo a que' maneggi[477]; Marco Antonio Giovino (corrottamente Ingioino) di Catanzaro, a' cui fratelli venne poi imputata l'uccisione del fratello del Biblia per vendetta[478]. Ma principalmente dobbiamo menzionare taluni catturati da Giulio Soldaniero e Valerio Bruno, i quali, dopo di aver consegnato Gio. Tommaso Caccìa, continuarono in siffattiservizii e si meritarono poi l'indulto consegnando «in Gerace» Gio. Battista Bonazza alias Cosentino di Nicastro, Fabio Furci, Scipio lo Jacono, Cola Politi, Conte Jannello, Marcello Barberi, tutti di Tropea, ed Orazio Paparotta (o forse meglio Paparatto) di Nicotera. I nomi di costoro con la qualità di «forasciti et rebelli» si leggono appunto nell'indulto concesso dallo Spinelli al Soldaniero e al Bruno, ed i primi tre, il Bonazza, il Furci e il Lo Jacono son detti «confessati in tortura et condennati a morte», gli altri son detti «carcerati in questo tribunale per tormentarli»[479]. Sul Bonazza noi abbiamo rinvenuto nel Grande Archivio documenti i quali mostrano essere stato già prima del 1599 catturato e condannato a morte e poi mandato alle galere per omicidio[480]; bisogna perciò dire che in quest'anno fosse evaso ed ascritto tra' congiurati siccome anche il Pizzoni attestò; per fermo le parole dell'indulto non lasciano dubbio circa la nuova imputazione fatta a lui ed a' suoi compagni e dànno il modo d'interpetrare i nomi e la condizione di almeno tre su' quattro individui che vennero più tardi impiccati sulle galere in vista di Napoli come ribelli, senza essersene saputo mai altro. I processi ecclesiastici fanno anche conoscere per incidente come e dove il Bonazza e i suoi compagni furono presi: essi erano rifugiati nel convento di S. Francesco diPaola di Tropea e vennero assediati dal Soldaniero con la sua comitiva, ed anche da un Camillo di Fiore con un'altra comitiva; costoro promisero che catturando que' rifugiati li avrebbero consegnati nelle carceri Vescovili, ed invece, burlando il Vicario, li tradussero a Monteleone e poi a Gerace nelle mani dello Spinelli, onde il Vescovo di Tropea ebbe a scomunicarli[481].
Come pe' laici, egualmente per gli ecclesiastici continuarono le catture e si prese anche qualche Informazione, ma sempre d'ordine dello Spinelli; e da questo lato abbiamo notizie incomparabilmente più complete, fornendole gli Atti esistenti in Firenze ed inoltrei Preliminari del processo di eresia fatto in Napoli. Mentre il tribunale ecclesiastico funzionava in Gerace, il 13 ottobre fu catturato fra Francesco di Tiriolo Domenicano, essendogli stata trovata una licenza per andare in Candia e Venezia, una carta scritta in turco e certe lettere nelle quali si diceva dover lui andare in Turchia per fare un riscatto; lo prese il Capitano Manfusio nel convento di Cutro[482]. Verso il 18 ottobre fu catturato D. Gio. Battista Cortese clerico del Casale di Pimeni in casa di Gio. Vincenzo Camarda, ed inoltre D. Gio. Andrea Milano sacerdote di Filogasi, mentre si ritirava nella sua abitazione; si ricorderà che entrambi erano stati nominati nella lettera scritta dal Crispo a Geronimo Camarda e caduta nelle mani del fisco[483]. Il 20 ottobre fu catturato anche D. Marco Petrolo di Stignano, quel buon sacerdote che dopo aver dato ricetto al Campanella lo denunziò; un Ferrante de Sanctis napoletano lo prese di notte in casa del cognato[484]. Verso il 23 ottobre fu catturato D. Colafrancesco Santaguida di S.taCaterina sacerdote, mentre assisteva a certe lezioni; lo prese Gio. Battista Carlino Commissionato dello Spinelli, perchè quattro testimoni deposero esser lui andato in giugno sulle galere turche e statovi circa un'ora in compagnia di diversi altri, fra' quali i due clerici Giovanni Ursetta e Valentino Samà della stessa terra, e costoro furono egualmente catturati[485]. E fino all'ultimo momento, quando i prigioni erano sul punto d'imbarcarsi al Pizzo, fu ricordato D. Domenico Pulerà che abbiamo visto altrove denunziante di fra Pietro Musso: era sacerdote di Pimeni e stava a Filogasi presso il Vescovo di Mileto; lo Spinelli credè bene di chiamarlo al Pizzo e farlo imbarcare egualmente[486]. Aggiungeremo che fu unito agli altri anche un Giulio di Arena, clerico coniugato di Maierato, il quale fu preso dal Governatore del Pizzo e condotto sulle galere, onde si trovò poi nella lista degli ecclesiastici prigioni, senza che apparisca alcun altro provvedimento per lui[487]: le nostre ricerche nell'Archivio di Stato ci hanno fatto trovare un documento, il quale mostra che questo clerico veniva richiesto da Napoli per altri delitti[488]. Aggiungeremo ancora che il 31 ottobre, se pure non è unosbaglio del Mastrodatti nella indicazione del mese, fu presa una Informazione a Stilo dall'Auditore De Lega intorno alle relazioni tra Giulio Contestabile, il Campanella ed altri[489]: dodici testimoni, tra' quali due donne, attestarono più o meno l'amicizia del Campanella con Giulio e col Di Francesco, con Marcantonio Contestabile, col Caccìa ed altri fuorusciti, col Vua e col Prestinace che si erano assentati; taluno affermò pure che il Di Francesco una volta avea dimandato uno spirito familiare al Campanella e costui rispose che non ne sapeva niente; altri affermarono di più che il Di Francesco e il Campanella avevano insieme mangiato carne in giorni proibiti! Ciò mostra che oramai tra le popolazioni le notizie dell'ordine temporale e dello spirituale correvano congiunte in guisa, che pure i Giudici laici avevano a raccogliere da persone indifferenti fatti dell'una e dell'altra categoria.
I carcerati riuniti per essere tradotti a Napoli furono al numero di 156, come risultò appunto nel loro arrivo e troveremo accertato da diversi fonti. Ognuno avrà visto che erano stati messi insieme tanto quelli ritenuti veramente colpevoli quanto i semplici sospetti, gl'imputati e parecchi testimoni: basta ricordare che a lato di fra Tommaso trovavasi carcerato non solo il fratello Gio. Pietro, ma anche il vecchio padre Geronimo, a lato di fra Dionisio trovavasi fra Pietro Ponzio suo fratello etc. Ma ognuno avrà visto pure che molti, e non di lieve importanza, erano riusciti a tenersi nascosti; abbiamo altrove citati parecchi di costoro e potremmo citarne ancora diversi altri, come p. es. Ottavio Sabinis, Paolo e Fabrizio Campanella, Geronimo Ranieri etc. E però, tenuto conto anco dei fuggiaschi e perseguitati, il numero de' compromessi risulta sempre ragguardevole; nè si deve passare sotto silenzio che dietro quella mostruosa denunzia di Lauro e Biblia il numero de' carcerati dovè essere dapprima molto più grande e dovè poi mano mano assottigliarsi, certamente per una parte assai insignificante in via di pura e semplice giustizia; la qual cosa ci conduce a parlare anche, da una parte, dell'accanimento e ferocia dimostrata dal volgo verso il Campanella e i suoi aderenti veri o supposti, e, d'altra parte, delle iniquità e ruberie commesse da' Giudici laici in tale occasione. Il Campanella in più luoghi de' suoi scritti diè chiare prove del suo profondo disgusto verso que' di Stilo in particolare, e le popolazioni in generale, per l'accanita persecuzione che n'ebbe, eil concetto del «popolo», che egli, repubblicano, ebbe a farsi dietro la persecuzione sofferta, merita di essere rilevato: si può vederlo nelle sue Poesie, dove segnatamente egli l'espresse con più calore[490]. In altri suoi scritti poi affermò esservi stato un numero grandissimo di carcerati, ben superiore a quello che conosciamo tradotto in Napoli dallo Spinelli, e un numero ragguardevole di «riscatti» e di «composte», nominando perfino gl'individui che vi furono soggetti, oltre le cupidige e le promesse di titoli e di ricompense a' rivelanti e persecutori. Nelle Lettere che scrisse il 1606-07 al Papa, a' Cardinali etc. egli spesso accennò a questi fatti; nella 3alettera al Papa, da noi pubblicata, scrisse, che «fingendo di salvarla (la Calabria) la spopolaro, la sacchiaro, la compostaro». Nella Narrazione poi naturalmente si espresse con molto maggiore larghezza. «Seguio Spinelli e Xarava a carcerar quasi due mila persone in tutte le terre, dove era stato Campanella e F. Dionisio, et alcuni Baroni... Quelli che non preveniro d'accusare e fur accusati, si sforzaro riscattarsi con denari e chi pagava mille, chi due mila, chi tre mila, chi cento, chi cinquecento docati per non andar carcerati alli Commissarii et à Xarava e Spinelli. Pagaro assai quelli che già eran carcerati e subito eran liberati... Colui che nominava più gente, et dicea il tale, el tale ponno esser complici quello era più stimato da Spinelli e Xarava, e chi volea dir una parola in difesa loro era carcerato per ribelle, e se pagava era liberato, se no era afflitto miserabilmente, come anche quelli che murmuravano delle composte si facevano alle terre oltre della paga che dava loro il Rè e faceano ciò che lor piacea non solo impunemente, ma premiati, e travagliando li contradicenti alle composte loro». E nell'Informazione, accennate anche le promesse di titoli di Conti e Marchesi fatte ad ognuno che rivelasse, scendendo a' particolari de' riscatti soggiunse: «Si compostaro assai gente in danari, dicendosi, che dovean morirejure belli, et ognuno volea perder più presto la robba, che la vita, però davano quanto teneano, et io sò che G. Francesco Branca di Castrovillari pagò docati mille. G. Francesco Suppa di S. Caterina col figlio docati mille. Cicco Vono col nepote di Stignano 2500 libre di seta, Giulio Saldaneri pigliatonel convento di Suriano per opera di F. Cornelio, e del Polistena, indultato perchè dicesse heresia, e ribellione, docati 3000, et la propria anima come esso stesso solea dire, come appar in processo del S. Officio. Gio. Thomaso di Franza tallaroni 200, li Moretti M. Antonio (volea direFerrante) et Jacopo fratelli, furo compostati 7000 docati in Jeraci, e perchè poi non li volsero pagare, furo condotti in Napoli con gli altri, che non si volsero ritrattare: ci son altri più compostati; oltre le terre e casali per dove passavano, come salvatori della provincia, qual hanno ruinata e disertata con le scorrerie che faceano». In verità il numero di due mila carcerati non corrisponde menomamente alle notizie su' progressi delle catture, quali risultano dalle relazioni dello Spinelli al Vicerè e da quelle degli Agenti di Firenze e di Venezia a' loro Governi; ma noi non rifuggiamo punto dal credere che la lista di carcerati e le altre indicazioni datene dallo Spinelli rappresentarono solo quella parte di essi che non potè liberarsi co' riscatti, tale essendo stato pur troppo il costume di quei tempi, favorito da' poteri enormi che ne' casi straordinarii solevano concedersi anche per la sola persecuzione de' fuorusciti, ed aggravato dalla necessità di servirsi di tanti Commissionati avidi e ladri, onde le regioni sottoposte a simili flagelli rimanevano veramente disertate[491]. È naturalissimo che lo Spinelli abbia seguito anche in Calabria il sistema scellerato di quell'età, e si può ritenere per certo che i suoi Commissionati ne abbiano fatte d'ogni genere, non essendo neanche quelli di ordine più elevato rimasti paghi alle ricompense di nobiltà, alle quali ci è pervenuta notizia che aspiravano; poichè, come del Visitatore e di fra Cornelio si disse che attendevano Vescovati, parimente si disse di D. Carlo Ruffo che pretendeva essere Principe di Stilo, di Gio. Geronimo Morano che pretendeva un Marchesato, di Ottavio Gagliardo che pretendeva una Baronia[492]. Ma i profitti non doverono essere tanto grandi in persona dello Spinelli, sapendosi, come abbiamo già avuta occasione di notare altrove, che egli rimase pur sempre nelle strettezze (ved. pag. 237): tuttavia un documento rinvenuto nell'Archivio di Stato ci mostra che lo Spinelli dovè ottenere dal Vicerè anche prima di partire dalla Calabria, in data del 31 ottobre, una sanatoria straordinaria, mediante ordine all'Audienza di Calabria ultra di «non intromettersi nelli negotii da lui fatti nella predetta provincia, etiam per la sua absentia»[493]. Ciò comproverebbe che le affermazioni del Campanella non furono del tutto infondate, e che i carcerati messi insieme per essere tradotti in Napoli rappresentarono realmente la parte residuale di un più gran numero, il quale forse andò diminuendo al punto, da dover essere negli ultimi tempirinforzato anche con individui a' quali fin allora non si era data importanza; la qualità degli ecclesiastici, che abbiamo visto carcerati negli ultimi tempi, menerebbe perfino a una simile conclusione. Ripetiamo poi che vi doverono essere molti fuggiaschi, e la Turchia dovè offrire anche questa volta il luogo di rifugio agli esuli: se dovessimo credere alle voci corse allora, fino a tre mesi dopo la partenza de' carcerati continuava ancora l'emigrazione in Turchia, ed aveva raggiunta una cifra esorbitante[494]. Queste voci erano senza dubbio esagerate; ma vedremo nelle Allegazioni del fisco in Napoli posti a carico del Campanella, oltre gl'infelici giustiziati, i «molti altri contumaci che erano fuggiti e che aveano perduto i beni e la patria»!
Alla fine di ottobre D. Garzia di Toledo, Consigliere del Collaterale anche lui come lo Spinelli, Castellano di S. Elmo in Napoli, Comandante le Regie galere per quegli anni, era già con quattro galere a Tropea «per imbarcare i prigioni Calavresi»; questo ci mostra il carteggio del Residente di Venezia, con la notizia di una lettera a lui scritta da D. Garzia da quel luogo e in quella data, a proposito di certi schiavi e cannoni che egli avea comperati da un capitano veneziano[495]. D'altro lato lo Spinelli, che avea dovuto recarsi a Catanzaro per presedere alla nuova elezione del «reggimento» della città, il 3 novembre giungeva al Pizzo, come si rileva dal luogo e dalla data dell'indulto concesso al Soldaniero ed al Bruno: con lui trovavasi la massa de' carcerati, la quale fu fatta fermare propriamente in Bivona, borgata oggi diruta, posta sulla spiaggia al sud del Pizzo, ed ecco quanto sappiamo intorno al viaggio fatto da quegl'infelici. Da Gerace i carcerati furono condotti in lunga catena a coppie, percorrendo un buon tratto di paese e dando uno spettacolo straordinario alle città e terre per le quali passavano. Massime i più gravemente incolpati si facevano notare per la loro età giovanile: poichè de' frati, il Campanella non avea che 31 anno, fra Pietro Ponzio 30, fra Dionisio probabilmente 32 o poco meno, fra Pietro di Stilo 27, il Petrolo 26, il Lauriana 28, il Bitonto 32, il Pizzoni 35, fra Paolo 38; de' laici e clerici poi Maurizio non avea che 27 anni, il Caccìa e il Pisano 25, Giulio Contestabile 32, Geronimo di Francesco 26, Felice Gagliardo 22, Geronimo Conia 21, Giuseppe Grillo 19 etc. etc. Per ogni verso essi avrebbero dovuto destare una profonda pietà; non di meno dalle rivelazioni avute in Napoli col processo di eresia conosciamo che il volgo, cioè a dire l'immensa maggioranza, li chiamava «inimici di Dio e del Re». L'avere essi trattato co' turchi, l'aver voluto dare la provincia a' turchi, l'essersi imbevuti di eresia, l'essersi proposti di far la vita dissoluta, come n'erano corse le voci, aveacertamente eccitato ognuno contro di loro, senza contare l'odio e il disprezzo che suole accompagnare chi non riesce in altrettali imprese: il Campanella, già prima tanto esaltato, venne allora mostrato a dito con gioia feroce dalle moltitudini, che esalavano la loro ignoranza e i loro istinti di brutale malvagità, invano negati dagli adulatori del popolo ancora più spregevoli degli adulatori de' Principi; dovè quindi convincersi appieno che