108.Anche il Campanella nell'operaDe sensu rerumlib. 2.º cap. 23, parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro. Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino, dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze 4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto 1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e alla Sig.raFulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15 marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605 (invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600 non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte, che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.mo», onde è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto cognato del Reggente Costanzo.109.Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio Battaglino appare napoletano e prete. Tra'Processi della R.aCamera della Sommariace n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo, «Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.cusLaurentium et Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio, sono menzionate ne' Reg.Partiumvol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589 gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M.tàed una pensione di D.i300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri di Calabria (ved. Reg.Partiumv. 1176 fol. 53). Anche in altre scritture è detto «di Napoli, Rev.dodottore» (ved.Privilegiorumvol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596, e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.maD. Giovanna d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino, col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.lGranvela. Anche il Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A. mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre 1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella in Napoli.110.Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia bestiale, in favore delle bestie».111.Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.112.Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente negletta da tutti i biografi.113.Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.adiv. G, filz. 148, Carteggio Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero: Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita; altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis; ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun. Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus medicis et philosophis.114.Ved. nell'Arch. Mediceo, lett. di Giulio Battaglino del 18 9bre 1597, filz. 4086.115.Così nell'op. del Chioccarello, De viris illustribus etc.116.Risc. intorno a questo libro ciò che ne dice il D'Ancona Op. di T. Campanella, disc. prelimin. pag. 135.117.Le notizie dell'orribile fine di fra Antonio da Verona ci risultano dalle Lettere con avvisi esistenti nell'Archivio Mediceo, e dalla Collezione di Avvisi già dell'Archivio Urbinate, esistente nella Biblioteca Vaticana. — 1.º Arch. Mediceo filz. 3623, Lettere di Fr.coM.aVialardo scritte da Roma dal 1597 al 1602; 27 7bre 1599 «fu fatto morire... a Campo di fiore un frate Antonio già cappuccino Veronese abbrucciato di notte, huomo sceleratissimo che ostinava che Cristo N. S.renon ha redento il genere humano». — 2.º Bibl. Vaticana Cod. 1067 Urbinate, Avvisi dell'anno 1599;a, Roma 28 7bre Sabbato, «Giovedi mattina in Campo di fiore à punto sù l'alba alle nove hore si abbruggiò vivo un tal Veronese con habito da frate Cappuccino, che se bene non era religioso da sè si haveva preso il d.º habito. Il peccato suo era heretico formale ostinato, et fu abbruggiato così di notte perchè l'Amb.reFrancese non vuole che avanti al suo Palazzo si faccino simili giustitie, non perchè non voglia si castigano gli Heretici come dicono suoi malevoli, ma per non sentir ne veder quello horrore».b, Anversa li x ottobre, Roma 28 7bre «Giovedi mattina in Campo di fiore avanti giorno un sciagurato di Natione Veronese, fingendosi religioso, era perfido heretico; 8 anni carcerato per l'inquisitione fu abbrugiato vivo senza essersi mai voluto disdire». — Nessuno vorrà prendere sul serio l'assicurazione che questo Veronese non fosse frate, giacchè convenzionalmente, pel rispetto all'abito, si soleva così mentire: del pari nessuno vorrà ritenere alla lettera che egli fosse stato già 8 anni carcerato, poichè tanta precisione di notizie, per cose di S. Officio, non si può pretenderla in un menante. Forse furono 5 gli anni passati in prigione, e basta sapere che la colpa era stata scoperta alcuni anni prima: del resto si conosce che in questi estremi casi indugiavasi alcuni anni perchè il delinquente si decidesse a pentirsi, come fu fatto anche in persona di Giordano Bruno.118.C'importa giustificare quanto abbiamo detto sull'essenza del relapso, e basterà riferire alcune proposizioni di Jacopo Simancas da Cordova, Vescovo di Zamora e di Pax, quali si leggono nella sua opera tanto spesso citata dai trattatisti, «Institutiones catholicae, quibus ordine ac brevitate digeritur quicquid ad praecavendas et extirpandas haereses necessarium est, auctore Jacobo Septimacensi etc. etc. Vallis oleti 1552 cap. 55, fol. 196: Jure relapsi dicuntur qui post abiuratam solemniter haeresim, de qua legitime constabat, iterum in eamdem inciderunt;... Hi quoque relapsi dicuntur, qui propter aliquam haeresim simpliciter vel generaliter, ut moris est, abiurarunt et postea in quamcumque aliam haeresim relabuntur... Sed et is relapsus est, qui vehementer suspectus haeresim publice abiuravit, et postea incidit in eamdem... Demum ille relapsus habetur qui post abiuratam haeresim de qua ante abiurationem, vel postea, legitime constat, haereticos acceptat, deducit, visitat, associat, vel eis munera mittit, aut favorem impendit...». Tale è il senso larghissimo del relapso. Nè si creda che esso appartenga alla giurisprudenza di Spagna e non d'Italia: si può rimovere questo dubbio consultando p. es. Umberto Locato, Vescovo di Bagnorea, già Inquisitore di Piacenza e poi commissario generale del S.toOfficio di Roma, nel suo Dizionario intitolato «Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Romae 1570»: vi si troveranno registrati appunto i 4 casi descritti dal Simancas, anche con la designazione compendiosa «deprehensi, vehementer suspecti, in quamcumque, fautores in fautoriam». I due ultimi casi a taluni scrittori di giurisprudenza inquisitoriale sembrarono veramente ammessi con troppo rigore, ma non per questo la giurisprudenza mutò. Abbiamo voluto chiarire con una certa larghezza questo punto, giacchè ci pare inteso alquanto diversamente p. es. dal Berti nella Vita di Giordano Bruno, 1868, pag. 291. Ripetiamo che il relapso dovea sempre morire, pur quando si fosse mostrato penitente (ved. anche Eymericus, Directorium Inquisitorum Romae 1578, pag. 387; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 308 e 331). E così noi ci spieghiamo che simili disgraziati, tenuti a lungo in carcere stretto ed oscuro, con ceppi maniglie e catena, e continue prediche che ricordavano loro come l'anima sarebbe bruciata anch'essa dopo l'abbruciamento del corpo (secondo le prescrizioni della giurisprudenza inquisitoriale), difficilmente si pentivano, e rimanevano piuttosto esasperati dall'indugio che si frapponeva alla loro morte; onde poi andavano al supplizio con superbo disdegno e con gioia feroce, tanto da dovergli applicare un freno alla lingua che chiamavasi «giova», come di fatto si conosce essere avvenuto incredibilmente spesso.119.Ved. Doc. 401, pag. 482 e 498.120.La proposizione del Naudeo trovasi nella lettera che egli scrisse a Gaspare Scioppio dimorante in Padova nel luglio 1639, quando gli annunziò la morte del Campanella avvenuta in Parigi: «Quas (aemulorum calumnias) nullibi gentium quam hicubi minime conveniebatexpertus est». Ved. Naudaei, Epistolae, Genevae 1667, epist. 82.apag. 614.121.Ved. Doc. 332, pag. 286.122.Ved. l'ediz. orig.lepag. 52.123.Ved. Doc. 401, p. 479.124.Il D'Ancona (Op. cit. pag. 83) riporta un po' confusamente quest'ultimo tratto delSyntagma, che per altro non è punto chiaro: il tipografo poi gli fa anche dire Clavio per Clario, e Curzio Aldobrandini per Cinzio Aldobrandini.125.Il Fiorentino ne ha parlato nel suo B. Telesio, Firenze 1872 t. 1.º pagina 356. Notiamo che al Codice è stato assegnato il titolo diCompendium Philosophiaeetc., ma l'abbreviazione che vi si trova, e che abbiamo avuto cura di rilevare, autorizza a leggere tanto «Philosophiae» quanto «Physiologiae», e ciò che ilSyntagmane dice obbliga a leggereCompendium Physiologiae.126.«De variis carminibus vulgaribus locuti sumus in vulgari poetica scripta anno 1596, oblataque Cynthio Card. Aldobrandino»; nell'Appendice allaPhilosophiae rationalis pars 4.aPoeticorum, Paris. 1638, pag. 239.127.Abbiamo stimato plausibile che quest'ultimo Discorso sia stato pure scritto nel 1595, perchè in alcuni appunti da noi presi nel Catalogo del Britisch-Musaeum in Londra troviamo che esso, tradotto in latino col titolo «De Belgio sub Hispanicam potestatem redigendo», fu stampato nel «Mylius, De rebus Hispanicis 1602» e poi anche nello «Speculum Consiliorum hispanicorum 1617»; ma non abbiamo avuto ancora modo di poter consultare questi due libri, e notiamo che il Berti, nel Catalogo delle opere del Campanella, lo pone tra gl'inediti.128.Per ciò che trovasi asserto nell'Informazione ved. ediz. orig.lepag. 50. Sebbene il Campanella, così questa volta come anche peggio in sèguito, abbia parlato di Venezia e de' Veneziani con un certo odio, bisogna indubbiamente cercare il suo pensiero riposto soltanto nelle Poesie, dove potea parlare senza que' riguardi che tanto spesso l'obbligarono a mascherarsi. Si legga tutto il Sonetto a Venezia, che comincia con le parole «Nuova Arca di Noè» etc. (Doc. 515, pag. 580, e nell'ediz. D'Ancona p. 86); vi si rileverà ben altro che odio.129.Francisci Clarii Foroliviensis, de humanitate ill.miPrincipis Caroli Archiducis Austriae Serenissimi Oratio, Patav ap. Paul. Maietum 1585.130.Dialoghi dello Ecc.moSig.rGio. Battista Clario, dedicati all'ill.moSig.rGio. Ulrico Libero Barone di Eggenperg, Venezia 1608, appr. Gio. Batt. Ciotti senese. Nella dedica il libro è detto «piccolo parto natomi mentre ancor molto giovinetto mi trovava in Roma», e il Barone d'Eggenperg è detto anche Consigliere segreto dell'Arciduca Ferdinando: da alcune poesie preliminari apparisce che la stampa del libro fu promossa da un Sig.rMarino Battitorre, Conte Palatino, Consigliere dell'Arciduca Ferdinando e Commissario alla Zecca di Stiria. Notiamo tutte queste circostanze, per intendere come mai il Campanella negli anni posteriori potè parlare anche dell'Arciduca Ferdinando quale sua antica conoscenza. I Dialoghi hanno per titoli: 1º della consolazione; 2º dell'avversità; 3º delle ingiurie; 4º della felicità dell'uomo; 5º della caccia; 6º della fortuna; 7º del freddo; 8º della pietra; 9º della trasmigrazione delle anime.131.Vedi i Dialoghi citati, pag. 34.132.Dial. cit. pag. 220. Non sarà inutile anche rammentare che nella fine del Dialogo 2º Panfilo dice di sentir gente alla finestrella della prigione e di credere che sia il gentilissimo Sig.rRiccherio; che in un altro Dialogo sta per interlocutore un Giulio, il quale poi si scopre essere Giulio Belli; che nell'ultimo Dialogo stanno per interlocutori un Lelio e un Sigismondo. Tutti questi nomi meritano di essere tenuti presenti, poichè un giorno potranno forse dare altra luce su questo periodo della storia del nostro filosofo. Giulio Belli dev'essere stato senza dubbio quel letterato nativo di Capo d'Istria, che fu segretario del Card.lDietrichstein in Moravia, e che pubblicò l'«Hermes politicus sive de peregrinatoria prudentia, Francof. 1608» e più tardi la «Laurea austriaca, sive De bello germanico etc., Francof. 1627».133.Ved. Doc. 296, pag. 230.134.Vedilo anche ne' nostri Documenti: Doc. 503, pag. 574. Noi serberemo sempre in queste citazioni la dicitura originale, sebbene antiquata; preferiamo vedere il Campanella qual'era in tutto e per tutto.135.Ved. Doc. 458, pag. 557.136.Ved. Doc. 493, pag. 571.137.Ved. Doc. 496, pag. 572.138.Ved. Doc. 514, pag. 580.139.Ved. Giornale Napoletano, an. 1875 pag. 69. La copia sud.tadella Casanatense ha per titolo «Dialogo politico contro Luterani et Calvinisti et altri heretici, che possi convincerli ogni mediocre ingegno alla prima disputa, perchè il modo usato con loro è un allungar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto. Questo tiene l'Arciduca Massimiliano». Oltre al ricordo di tale circostanza, dell'essere stato cioè il libro inviato a Massimiliano, è notevole anche l'intestazione di esso, analoga a quella che si legge nelle premesse fatte con le lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti, e col memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Questa differenza d'intestazione tra le due copie, di Parigi e di Roma, contribuisce anche a mostrare che esse appartengono a due tempi, e mentre quella di Roma sarebbe più recente, quella di Parigi sarebbe più antica e con tanto maggiore verosimiglianza la copia destinata al Card.leAlessandrino.140.Ved. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Disc. prelim. pag. 83.141.Ved. Doc. 4, pag. 13.142.Ved. Doc. 401, pag. 479.143.Se ne trova fatta varia menzione nelle lettere del 1606 al Card.lFarnese e al Card.lS. Giorgio pubblicate dal Centofanti, e nel memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini; quivi si citano, «due Apologie» pel Telesioad S.mOfficium. Cons. Doc. 520, pag. 600.144.Agli ammiratori del Tasso farà piacere senza dubbio il conoscere che nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini (filz. 207 e 224) si trovano le seguenti lettere: 1.º Il Card.lS. Giorgio al Nunzio, 15 agosto 1594: «Il Sig.rTorquato Tasso è amato singolarmente da me, come a punto richiede il merito della virtù sua». Continua dicendo che stava in casa di lui e dovea tornarvi; si conferì in Napoli per sanità e per una lite; importa che non gli siano negate stanze dai monaci di S. Severino e di S. Martino. Lo raccomanda vivissimamente. — 2.º Id. id., 2 7bre 1594. Faccia pagare al Sig.rTorquato Tasso sino a 50 scudi, che sarà pronto a rimborsarglieli, avendo a tornare in casa di lui dove è stato già alcuni mesi e dove è aspettato. — 3.º Il Nunzio al Card.lS. Giorgio, 26 agosto 1594. Ha ricevuta la lettera in raccomandazione del Sig.rTorquato Tasso, «al quale (soggiunge) come non mancai quando venne qui far le offerte che convenivano, così non mancherò nel suo particolare interesse di parlare al Vicerè, et far ogni offitio che fosse necessario, et pur hieri stando con l'Abbate di Sanseverino feci per me stesso l'offitio che adesso mi comanda, il quale rinnoverò con la prima occasione che tenga». — 4.º Id. id., 9 7bre 1594, «Al Sig.rTorquato Tasso ho fatto dare le sue lettere, et ho mandato una polisa per il banco dell'Olgiatti, perchè li siano pagati a suo comodo si come ella comanda».145.Ved. Doc. cit. loc. cit.; e Doc. 401, pag. 482 e 498. Avvertiamo intanto che nella Lettera latina al Papa egualmente pubblicata dal Centofanti (a pag. 74) si dice essere stata data al Card.lS. Giorgio la «Monarchia del Messia», ciò che potrebbe far ingenerare il dubbio che le due opere siano state diverse solo ne' titoli.146.Ved. Doc. 401, pag. 486.147.Ved. Doc. 19, pag. 32.148.Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878, prefaz. pag. 10.149.Deposizione di fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, degli 8 7bre 1599, che dice aver conosciuto il Campanella in diversi posti, e fra essi «tre anni sono il mese di giugno in Roma in S.taSabina»; ved. Doc. 284, pag. 217.150.Ved. Carteggio suddetto nell'Archivio di Firenze, Scritture Strozziane, filza 210, Let. del Card.lS. Giorgio al Nunzio degli 8 9bre 1597. — Intorno al Fontana quale ingegnere della R.aCorte ved. nell'Archivio di Napoli,Cedole di tesoreriavol. 424, fol. 549, ed anche i volumi seguenti.151.Ved. nell'Archivio di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1597 n.º 13, disp.º del 13 gen.º 1598.152.Ved. Doc. 514, pag. 580.153.Come abbiamo altrove accennato (pag. 53 in nota) quest'opera deve dirsi una ricomposizione ristretta e modificata delle altreDe universitate rerumePhysiologia, perdute. Insistiamo sulla parola «modificata» e la spieghiamo. Dell'operaDe universitateè scritto che avea «dispute contro tutte le sètte»; delCompendio di Fisiologiaè scritto che l'autore «proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre»; ma veramente questa proposta e comparazione delle opinioni degli antichi fu scissa dal corpo delle opinioni proprie, e in ciò sta la notevole modificazione introdotta quando l'opera fu ricomposta. Le opinioni proprie furono assegnate all'Epilogo, o Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor, e le opinioni degli antichi con la comparazione, o le dispute contro tutte le sètte, furono riserbate per un'opera distinta ma annessa all'Epilogo, la quale fu poi composta molto più tardi, verso il 1609-1610, promessa nel 1623 col titoloQuaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque(ediz. di Frankfort), ma venuta in luce solamente nel 1637 col titolo «Disputationum in quatuor partes etc. contra sectarios(ediz. di Parigi). Aggiungiamo qui che la 1.a parte dell'Epilogo o Filosofia epilogisticaconserva sempre il titolo diFisiologia.154.Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4 10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.155.Deza, Della famiglia Spinolaetc.Piacenza 1694, pag. 299.156.Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.157.Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.158.Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla vita e alle opere diMons.r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343. — NellaNumerazione de' fuochidi Nola per l'anno 1562-63, esistente nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine: «n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42; Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a. 2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (int. Federicus) fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota familia». (Annotazioni posteriori): «Federicus mortuus ab an. 35; Id. Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort. ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in ispania pro molione (sic) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi (Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p. 267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio 1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei; avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile 1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.159.Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t. 8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei, lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente, con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo, che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione, siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».160.Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo, che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del NunzioMons.r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita, un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara, il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui), discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto aMons.r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra, che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione di Scritture con le porte serrate (sic). — Segue l'esame di Giulia Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico; non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (sic). — C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno, sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre 1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que' Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare, quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio di miserie.161.Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere alla Compagnia.162.Ved. i Reg.iCuriae, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del Principe.163.Ved. i sud.ti RegistriCuriaevol. 31 (an. 1582-85, 2.º del Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch. d'Urbino oggi in Firenze,Carteggio de' particolari, clas. 1.a div. G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583, da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.164.Sulla morte del giovane Duca di S. Marco, di cui si hanno pure due lettere autografe negli Arch. Urbinate e Mediceo, vedi nell'Arch. di Urbino filz. sud.ta 102, let. di Cesare Pulci da Nap. 28 9bre 1595 e nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 225, let. del Nunzio del 27 9bre 1595. — Sull'assistenza e sulle manovre de' PP. Gesuiti ved. Arch. d'Urbino Carteggio Agenti di Napoli filz. 214, let. di Giulio Giordano del 1.º, del 17 e del 23 gen. 1596: Arch. Mediceo, Lett. di Capostrano e Napoli filz. 4091, let. di Gio. Francesco Palmieri del 14 7bre 1604. — Su' rimedii invocati dalla Principessa ved. Arch. Mediceo, Lettere di Napoli filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 3 feb. 1598, con la quale chiede a S. A. per la Pr.sa l'unto da fuoco. Di unti, ogli e balsimi del Gran Duca, da fuoco, da spasimi, di anici, contro i vermietc.sono frequenti le richieste ne' Carteggi dei suoi Agenti in Napoli. — Sulla richiesta della Pr.sa di entrare nel Monastero di S. Sebastiano «con 6 donne, mentre D.a Giovanna d'Austria che è giovane ne tiene 5», ved. Arch. Mediceo Carteggio sud.to del Nunzio Aldobrandini filz. 226; let. del Nunzio del 4 8bre 1596. Il Duca di S. Marco era stato già adocchiato da Papa Clemente e destinato sposo ad una sua nipote: così si hanno anche varie notizie di lui nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini.165.Ved. nell'Arch. d'UrbinoCarteggio di particolarifilz. 202, le due lettere di D. Lelio Orsini, la prima interamente autografa del 16 aprile 1580, la seconda autografa nella sola firma del 13 gen.º 1598. — Sulla celebre causa della successione di Bisignano, durata oltre 30 anni, si trovano pure consulti ed allegazioni in diverse opere legali: ved. de Ponte Jo. Franc. Consiliorum t. 1. Venet. 1595, cons. 147, p. 790-91, e t. 2. Neap. 1616, cons. 146, p. 779; de Marinis Don. Ant. Juris Allegationes in Op. Juridica Venet. 1758, alleg. 43, p. 130; Roviti Scip. Consilia, Neap. 1622, t. 1. cons. 1. ad 11. p. 18 a 58. La parte presa da D. Lelio Orsini si può desumere molto bene da tutti questi fonti. Egli morì molto prima che la lite finisse, e D.a Giulia Orsini, già Marchesa di Fuscaldo e poi sposa a D. Tiberio Carafa che continuò la lite, e volle sempre chiamarsi Principessa di Bisignano, morendo istituì erede il Re, come avea già fatto pure il vecchio Principe: e il Re accettò la successione, e ritenuti D.i 500 mila in benefizio della Curia, diede il titolo e la dignità di Principe di Bisignano a D. Loise Sanseverino primogenito del Conte della Saponara.166.Ved. Arch. Mediceo Lettere di Napoli filz. 4087, let. di Gio. Vincenzo Ruffolo del 20 e del 29 7bre 1599 (disordinatamente disposte); ed Arch. di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1598 Scaramelli, let. del 1.º 7bre 1598.167.Pe' particolari dell'arresto del Principe ved. nell'Archivio di Urbino, Carteggio degli Agenti di Napoli, filz. 212 let. di Antonio Leoncino del 27 luglio 1590. — Per l'interesse spiegato da D. Lelio Orsini nel 1591 ved. Ibid. filz. 214, let. di Gio. Benedetto Venturelli del 7 7bre 1591. — Per la commendatizia a nome del Papa ved. nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 207, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 3 giugno 1594, e filz. 224, let. del Nunzio al Card.l S. Giorgio del 1.º luglio 1594. Segnatamente questa commendatizia dovè essere sollecitata da D. Lelio, il quale stava in Roma a quel tempo ed in ottime relazioni col Papa; si noti che la dimora di D. Lelio in Roma fu accidentale e limitata a' soli tre anni sopra indicati, al contrario di quanto dice il Litta.168.Per la traduzione del Principe da Gaeta in Napoli, ved. nell'Arch. d'Urbino la detta filza 212, let. di Giulio Giordano de' 16 e 23 febb.º 1596, e nell'Arch. Mediceo filz. 4085, let. di Giulio Battaglino del 22 febb.º 1596. — La notízia de' sussidii avuti dal Gran Duca di Toscana leggesi nell'Arch. Veneto Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre 1598. — La corrispondenza del Principe si legge nell'Arch. Mediceo, Lett. di Napoli di Particolari filz. 4152. Comincia dal 3 gen. 1590, da Sarano. Continua col 25 apr. 1592; 8 marzo, 19 luglio e 3 9bre 1593; 15 giugno, 8bre e 10bre 1594, da Gaeta o Castello di Gaeta, firmato talvolta «lo infelice compare Ppe di Bisignano»; marzo 1598 dal Castelnuovo di Napoli, firmato «lo infelice Ppe di Bisignano». Segue un'altra lettera del 25 agosto 1598 da Chiaia. Poi ve ne sono ancora diverse posteriori. — Egualmente tra le Lettere di Napoli di Giulio Battaglino, filz. 4086, se ne trova un'altra del Principe del 17 marzo 1598 dal Castelnuovo, firmata «lo infelice»etc.Intanto nella stessa filza una let. del Battaglino del 6 mag. 1597 reca che nella Chiesa del Gesù si erano pacificati il Principe e la Principessa, rimanendo d'accordo che non avrebbero coabitato insieme; evidentemente si era fatto uscire il Principe per compiere quella funzione e poi lo si era ricondotto in Castelnuovo; ed ecco la necessità di tenere ben presenti le date soprariferite. — La transazione fatta con la Principessa si legge nell'Arch. di Napoli, RegistriPrivilegiorum, ad occasione del Regio assenso, vol. 112 (an. 1597-98) fol. 36, e vol. 118 (an. 1599) fol. 6. — L'obbligo del Principe di tener la casa in luogo di carcere, e la cauzione data da D. Lelio si trovano ne' RegistriSigillorum, per la riscossione delle tasse relative al Regio assenso, vol. 37 (an. 1600) sotto le date del 20 maggio e 22 giugno. — Per la notizia della fuga co' suoi particolari e i suoi motivi, ved. nell'Arch. Mediceo filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 1.º 7bre 1598, e meglio ancora nell'Arch. di Venezia Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre e 28 8bre 1598: col suo testamento il Principe intese di procurarsi un migliore assegnamento, render sicuto quello della Principessa e provvedere alla sorte di un suo figliuolo naturale, che condusse con sè nella sua fuga e che dovè essere Carlo Sanseverino.
108.Anche il Campanella nell'operaDe sensu rerumlib. 2.º cap. 23, parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro. Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino, dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze 4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto 1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e alla Sig.raFulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15 marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605 (invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600 non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte, che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.mo», onde è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto cognato del Reggente Costanzo.
108.Anche il Campanella nell'operaDe sensu rerumlib. 2.º cap. 23, parla della virtù di uno stallone di Mario del Tufo chiamato Montedoro. Le lettere di Mario del Tufo al Gran Duca si trovano annesse a quelle di Giulio Battaglino, e sono dapprima interamente autografe, di poi autografe nella sola firma. Cominciano, come quelle del Battaglino, dal 1592, non essendone stata fatta raccolta negli anni antecedenti; e continuano sempre, ma noi non le abbiamo ricercate oltre il 1605 (filze 4084 a 4091 in notevole disordine). Le date sono: da Napoli 29 agosto 1592 (invio di cavalli); da Mondorvino 29 maggio 1593 (ringraziamenti per «li tanti duoni» che S. A. è restata servita di mandare a lui e alla Sig.raFulvia sua); e poi del 26 marzo 1600, 25 9bre 1600, 15 marzo 1601, 28 8bre 1601, 10 9bre 1602, 31 marzo 1603 (fin qui sempre invio di cavalli giungendo a dire che la razza è più del Gran Duca che sua); 28 e 30 mag. 1603 (raccomanda suo figlio Francesco, che sta a Pisa, e mostra il desiderio di un'Abbadia per lui); 25 giugno 1605 (invio di cavalli). — Ma in questi e in tutti gli anni intermedii sono innumerevoli le lettere del Battaglino e poi del Turaminis che gli successe, come pure di qualcuno degli Agenti dello Stato di Capestrano e baronia di Carapello appartenenti al Gran Duca per l'acquisto fattone vendendosi i beni del Duca di Amalfi, nelle quali lettere si parla di Mario del Tufo, de' suoi cavalli e de' marzolini del Gran Duca. Solamente dopo il 3 giugno 1599 fino al 26 marzo 1600 non si parla mai di Mario del Tufo (circostanza da notarsi); e in una lettera del 10 maggio 1600 egli è detto «altiero e schizzinoso forte, che diventerebbe nemico se non gli si desse dell'Illustr.mo», onde è respinta una lettera a lui diretta nella quale siffatto titolo era stato dimenticato; in un'altra lettera poi del 14 aprile 1603 è detto cognato del Reggente Costanzo.
109.Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio Battaglino appare napoletano e prete. Tra'Processi della R.aCamera della Sommariace n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo, «Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.cusLaurentium et Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio, sono menzionate ne' Reg.Partiumvol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589 gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M.tàed una pensione di D.i300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri di Calabria (ved. Reg.Partiumv. 1176 fol. 53). Anche in altre scritture è detto «di Napoli, Rev.dodottore» (ved.Privilegiorumvol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596, e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.maD. Giovanna d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino, col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.lGranvela. Anche il Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A. mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre 1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella in Napoli.
109.Anche da documenti esistenti nell'Arch. di Napoli Giulio Battaglino appare napoletano e prete. Tra'Processi della R.aCamera della Sommariace n'è uno segnato col n.º 7775 e col titolo, «Acta civilitatis neapolitanae petitae per mag.cusLaurentium et Julium battaglinos tamquam ortos; An. 1567»: vi risultano figli di Giovanni e Porzia Villana, e Giulio, secondogenito, sarebbe nato verso il 1551; avrebbero avuto 5 sorelle (4 di esse, insieme con Giulio, sono menzionate ne' Reg.Partiumvol. 1465 fol. 75-76). Nel 1589 gli fu accordata dal Re di Spagna la nomina di Cappellano di S. M.tàed una pensione di D.i300, assegnati sopra l'arrendamento de' ferri di Calabria (ved. Reg.Partiumv. 1176 fol. 53). Anche in altre scritture è detto «di Napoli, Rev.dodottore» (ved.Privilegiorumvol. 114 fol. 9): lo dichiara poi egli medesimo più volte nel suo Carteggio (ved. Arch. Mediceo let. de' 26 maggio e 1º agosto 1596, e 9 7bre 1600), come dichiara egli medesimo i suoi obblighi al Gran Duca Ferdinando, essendo la sua casa stata condotta «dalla miseria a mediocre stato, per avere suo fratello e lui recuperata la patria col favore di S. A.» (ved. let. del 5 9bre 1595). Suo fratello Lorenzo è detto da lui «poco esperto di negotii e travagliato da quasi continua podagra», sposo di una tedesca, già Donna della Ser.maD. Giovanna d'Austria, che egli tolse in moglie in Toscana, e che gli diede due figli Pompeo e Giovanni, il primo de' quali fu poi giudice e trovasi molto spesso nominato nell'Arch. di Napoli. Questo Lorenzo Battaglino, col titolo di Barone, è citato anche in un ms. della Bibl. nazionale di Napoli, «La Verità svelata di Silvio ed Ascanio Corona» etc., dove figura quale amico di Scipione e Gio. Battista Tomacelli, napoletani emigrati in Firenze, a tempo del Vicerè Card.lGranvela. Anche il Residente Veneto nel suo Carteggio parla di Giulio Battaglino con molta stima, e dice che era stato già 7 anni continui in servizio di S. A. mentre era Cardinale (ved. Arch. Veneto Lett. di Napoli del 20 8bre 1598). Vedremo Giulio molto pregiato specialmente dal Vicerè Conte di Lemos e dalla Contessa sua moglie a tempo delle sventure del Campanella in Napoli.
110.Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia bestiale, in favore delle bestie».
110.Ved. op. cit. lib. 2.º, cap. 29. Riporteremo le parole medesime del Campanella, attenendoci alla lezione del ms. napoletano. — «Parlai con uno dotto fiorentino che credeva le Belve dovere resuscitare à gloria con l'huomo, perchè santo Paulo dice che ogni creatura piange aspettando la sua redemptione et libertà della corruttione, et che tutte faranno decreto che l'Agno divino è degno de aprire il libro dell'Apocalissi, come ivi è scritto, et dicendoli io che ciò se intende dell'huomo ch'à simiglianza con tutte le creature, stava duro alla sua credenza, che pure molti Indii tengono. Poi dicendo io che era bestialità credere che le mosche, et polici, e Zanzere havessero à resuscitare in gloria, et che la terra non basta à rifare tanti corpi de animali, poichè ogni dì ne moion millioni di millioni, et di tante specie, che misurata la grossezza della terra, et la rotondità, et poi donando ad ogni huomo un passo di terra per il suo corpo, che ha da ripigliare, non basta quasi all'huomini, tutta à refare i corpi facendo il conto esquisito, et egli comminciò a discredere quella sententia bestiale, in favore delle bestie».
111.Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.
111.Ved. l'Informazione pubblicata dal Capialbi, pag. 50.
112.Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente negletta da tutti i biografi.
112.Riscontra la nota a pag. 46, segnatamente i brani ivi riportati della lettera pubblicata dallo Struvio e di quella pubblicata dal Centofanti. La lettera pubblicata dallo Struvio è stata certamente negletta da tutti i biografi.
113.Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.adiv. G, filz. 148, Carteggio Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero: Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita; altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis; ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun. Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus medicis et philosophis.
113.Ved. Arch. di Urbino, clas. 1.adiv. G, filz. 148, Carteggio Agenti di Roma; Giacomo Sorbolongo; disp. degli 11 feb. 1600. — Le opere del Chiocco a noi note, oltre quella sopra menzionata, sarebbero: Carmen, De Balsami natura et viribus juxta Dioscoridis placita; altro Carmen, De Contagii natura, siderum vi et thermis Calderianis; ancora un Carmen, Psoricon; inoltre, Musaeum Franc. Calceolarii jun. Veronensis a Benedicto Ceruto incoeptum, ab Andrea Chiocco luculenter descriptum et perfectum; infine De Collegii Veronensis illustribus medicis et philosophis.
114.Ved. nell'Arch. Mediceo, lett. di Giulio Battaglino del 18 9bre 1597, filz. 4086.
114.Ved. nell'Arch. Mediceo, lett. di Giulio Battaglino del 18 9bre 1597, filz. 4086.
115.Così nell'op. del Chioccarello, De viris illustribus etc.
115.Così nell'op. del Chioccarello, De viris illustribus etc.
116.Risc. intorno a questo libro ciò che ne dice il D'Ancona Op. di T. Campanella, disc. prelimin. pag. 135.
116.Risc. intorno a questo libro ciò che ne dice il D'Ancona Op. di T. Campanella, disc. prelimin. pag. 135.
117.Le notizie dell'orribile fine di fra Antonio da Verona ci risultano dalle Lettere con avvisi esistenti nell'Archivio Mediceo, e dalla Collezione di Avvisi già dell'Archivio Urbinate, esistente nella Biblioteca Vaticana. — 1.º Arch. Mediceo filz. 3623, Lettere di Fr.coM.aVialardo scritte da Roma dal 1597 al 1602; 27 7bre 1599 «fu fatto morire... a Campo di fiore un frate Antonio già cappuccino Veronese abbrucciato di notte, huomo sceleratissimo che ostinava che Cristo N. S.renon ha redento il genere humano». — 2.º Bibl. Vaticana Cod. 1067 Urbinate, Avvisi dell'anno 1599;a, Roma 28 7bre Sabbato, «Giovedi mattina in Campo di fiore à punto sù l'alba alle nove hore si abbruggiò vivo un tal Veronese con habito da frate Cappuccino, che se bene non era religioso da sè si haveva preso il d.º habito. Il peccato suo era heretico formale ostinato, et fu abbruggiato così di notte perchè l'Amb.reFrancese non vuole che avanti al suo Palazzo si faccino simili giustitie, non perchè non voglia si castigano gli Heretici come dicono suoi malevoli, ma per non sentir ne veder quello horrore».b, Anversa li x ottobre, Roma 28 7bre «Giovedi mattina in Campo di fiore avanti giorno un sciagurato di Natione Veronese, fingendosi religioso, era perfido heretico; 8 anni carcerato per l'inquisitione fu abbrugiato vivo senza essersi mai voluto disdire». — Nessuno vorrà prendere sul serio l'assicurazione che questo Veronese non fosse frate, giacchè convenzionalmente, pel rispetto all'abito, si soleva così mentire: del pari nessuno vorrà ritenere alla lettera che egli fosse stato già 8 anni carcerato, poichè tanta precisione di notizie, per cose di S. Officio, non si può pretenderla in un menante. Forse furono 5 gli anni passati in prigione, e basta sapere che la colpa era stata scoperta alcuni anni prima: del resto si conosce che in questi estremi casi indugiavasi alcuni anni perchè il delinquente si decidesse a pentirsi, come fu fatto anche in persona di Giordano Bruno.
117.Le notizie dell'orribile fine di fra Antonio da Verona ci risultano dalle Lettere con avvisi esistenti nell'Archivio Mediceo, e dalla Collezione di Avvisi già dell'Archivio Urbinate, esistente nella Biblioteca Vaticana. — 1.º Arch. Mediceo filz. 3623, Lettere di Fr.coM.aVialardo scritte da Roma dal 1597 al 1602; 27 7bre 1599 «fu fatto morire... a Campo di fiore un frate Antonio già cappuccino Veronese abbrucciato di notte, huomo sceleratissimo che ostinava che Cristo N. S.renon ha redento il genere humano». — 2.º Bibl. Vaticana Cod. 1067 Urbinate, Avvisi dell'anno 1599;a, Roma 28 7bre Sabbato, «Giovedi mattina in Campo di fiore à punto sù l'alba alle nove hore si abbruggiò vivo un tal Veronese con habito da frate Cappuccino, che se bene non era religioso da sè si haveva preso il d.º habito. Il peccato suo era heretico formale ostinato, et fu abbruggiato così di notte perchè l'Amb.reFrancese non vuole che avanti al suo Palazzo si faccino simili giustitie, non perchè non voglia si castigano gli Heretici come dicono suoi malevoli, ma per non sentir ne veder quello horrore».b, Anversa li x ottobre, Roma 28 7bre «Giovedi mattina in Campo di fiore avanti giorno un sciagurato di Natione Veronese, fingendosi religioso, era perfido heretico; 8 anni carcerato per l'inquisitione fu abbrugiato vivo senza essersi mai voluto disdire». — Nessuno vorrà prendere sul serio l'assicurazione che questo Veronese non fosse frate, giacchè convenzionalmente, pel rispetto all'abito, si soleva così mentire: del pari nessuno vorrà ritenere alla lettera che egli fosse stato già 8 anni carcerato, poichè tanta precisione di notizie, per cose di S. Officio, non si può pretenderla in un menante. Forse furono 5 gli anni passati in prigione, e basta sapere che la colpa era stata scoperta alcuni anni prima: del resto si conosce che in questi estremi casi indugiavasi alcuni anni perchè il delinquente si decidesse a pentirsi, come fu fatto anche in persona di Giordano Bruno.
118.C'importa giustificare quanto abbiamo detto sull'essenza del relapso, e basterà riferire alcune proposizioni di Jacopo Simancas da Cordova, Vescovo di Zamora e di Pax, quali si leggono nella sua opera tanto spesso citata dai trattatisti, «Institutiones catholicae, quibus ordine ac brevitate digeritur quicquid ad praecavendas et extirpandas haereses necessarium est, auctore Jacobo Septimacensi etc. etc. Vallis oleti 1552 cap. 55, fol. 196: Jure relapsi dicuntur qui post abiuratam solemniter haeresim, de qua legitime constabat, iterum in eamdem inciderunt;... Hi quoque relapsi dicuntur, qui propter aliquam haeresim simpliciter vel generaliter, ut moris est, abiurarunt et postea in quamcumque aliam haeresim relabuntur... Sed et is relapsus est, qui vehementer suspectus haeresim publice abiuravit, et postea incidit in eamdem... Demum ille relapsus habetur qui post abiuratam haeresim de qua ante abiurationem, vel postea, legitime constat, haereticos acceptat, deducit, visitat, associat, vel eis munera mittit, aut favorem impendit...». Tale è il senso larghissimo del relapso. Nè si creda che esso appartenga alla giurisprudenza di Spagna e non d'Italia: si può rimovere questo dubbio consultando p. es. Umberto Locato, Vescovo di Bagnorea, già Inquisitore di Piacenza e poi commissario generale del S.toOfficio di Roma, nel suo Dizionario intitolato «Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Romae 1570»: vi si troveranno registrati appunto i 4 casi descritti dal Simancas, anche con la designazione compendiosa «deprehensi, vehementer suspecti, in quamcumque, fautores in fautoriam». I due ultimi casi a taluni scrittori di giurisprudenza inquisitoriale sembrarono veramente ammessi con troppo rigore, ma non per questo la giurisprudenza mutò. Abbiamo voluto chiarire con una certa larghezza questo punto, giacchè ci pare inteso alquanto diversamente p. es. dal Berti nella Vita di Giordano Bruno, 1868, pag. 291. Ripetiamo che il relapso dovea sempre morire, pur quando si fosse mostrato penitente (ved. anche Eymericus, Directorium Inquisitorum Romae 1578, pag. 387; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 308 e 331). E così noi ci spieghiamo che simili disgraziati, tenuti a lungo in carcere stretto ed oscuro, con ceppi maniglie e catena, e continue prediche che ricordavano loro come l'anima sarebbe bruciata anch'essa dopo l'abbruciamento del corpo (secondo le prescrizioni della giurisprudenza inquisitoriale), difficilmente si pentivano, e rimanevano piuttosto esasperati dall'indugio che si frapponeva alla loro morte; onde poi andavano al supplizio con superbo disdegno e con gioia feroce, tanto da dovergli applicare un freno alla lingua che chiamavasi «giova», come di fatto si conosce essere avvenuto incredibilmente spesso.
118.C'importa giustificare quanto abbiamo detto sull'essenza del relapso, e basterà riferire alcune proposizioni di Jacopo Simancas da Cordova, Vescovo di Zamora e di Pax, quali si leggono nella sua opera tanto spesso citata dai trattatisti, «Institutiones catholicae, quibus ordine ac brevitate digeritur quicquid ad praecavendas et extirpandas haereses necessarium est, auctore Jacobo Septimacensi etc. etc. Vallis oleti 1552 cap. 55, fol. 196: Jure relapsi dicuntur qui post abiuratam solemniter haeresim, de qua legitime constabat, iterum in eamdem inciderunt;... Hi quoque relapsi dicuntur, qui propter aliquam haeresim simpliciter vel generaliter, ut moris est, abiurarunt et postea in quamcumque aliam haeresim relabuntur... Sed et is relapsus est, qui vehementer suspectus haeresim publice abiuravit, et postea incidit in eamdem... Demum ille relapsus habetur qui post abiuratam haeresim de qua ante abiurationem, vel postea, legitime constat, haereticos acceptat, deducit, visitat, associat, vel eis munera mittit, aut favorem impendit...». Tale è il senso larghissimo del relapso. Nè si creda che esso appartenga alla giurisprudenza di Spagna e non d'Italia: si può rimovere questo dubbio consultando p. es. Umberto Locato, Vescovo di Bagnorea, già Inquisitore di Piacenza e poi commissario generale del S.toOfficio di Roma, nel suo Dizionario intitolato «Opus quod Judiciale Inquisitorum dicitur, Romae 1570»: vi si troveranno registrati appunto i 4 casi descritti dal Simancas, anche con la designazione compendiosa «deprehensi, vehementer suspecti, in quamcumque, fautores in fautoriam». I due ultimi casi a taluni scrittori di giurisprudenza inquisitoriale sembrarono veramente ammessi con troppo rigore, ma non per questo la giurisprudenza mutò. Abbiamo voluto chiarire con una certa larghezza questo punto, giacchè ci pare inteso alquanto diversamente p. es. dal Berti nella Vita di Giordano Bruno, 1868, pag. 291. Ripetiamo che il relapso dovea sempre morire, pur quando si fosse mostrato penitente (ved. anche Eymericus, Directorium Inquisitorum Romae 1578, pag. 387; Masini, Sacro Arsenale, Roma 1639, pag. 308 e 331). E così noi ci spieghiamo che simili disgraziati, tenuti a lungo in carcere stretto ed oscuro, con ceppi maniglie e catena, e continue prediche che ricordavano loro come l'anima sarebbe bruciata anch'essa dopo l'abbruciamento del corpo (secondo le prescrizioni della giurisprudenza inquisitoriale), difficilmente si pentivano, e rimanevano piuttosto esasperati dall'indugio che si frapponeva alla loro morte; onde poi andavano al supplizio con superbo disdegno e con gioia feroce, tanto da dovergli applicare un freno alla lingua che chiamavasi «giova», come di fatto si conosce essere avvenuto incredibilmente spesso.
119.Ved. Doc. 401, pag. 482 e 498.
119.Ved. Doc. 401, pag. 482 e 498.
120.La proposizione del Naudeo trovasi nella lettera che egli scrisse a Gaspare Scioppio dimorante in Padova nel luglio 1639, quando gli annunziò la morte del Campanella avvenuta in Parigi: «Quas (aemulorum calumnias) nullibi gentium quam hicubi minime conveniebatexpertus est». Ved. Naudaei, Epistolae, Genevae 1667, epist. 82.apag. 614.
120.La proposizione del Naudeo trovasi nella lettera che egli scrisse a Gaspare Scioppio dimorante in Padova nel luglio 1639, quando gli annunziò la morte del Campanella avvenuta in Parigi: «Quas (aemulorum calumnias) nullibi gentium quam hicubi minime conveniebatexpertus est». Ved. Naudaei, Epistolae, Genevae 1667, epist. 82.apag. 614.
121.Ved. Doc. 332, pag. 286.
121.Ved. Doc. 332, pag. 286.
122.Ved. l'ediz. orig.lepag. 52.
122.Ved. l'ediz. orig.lepag. 52.
123.Ved. Doc. 401, p. 479.
123.Ved. Doc. 401, p. 479.
124.Il D'Ancona (Op. cit. pag. 83) riporta un po' confusamente quest'ultimo tratto delSyntagma, che per altro non è punto chiaro: il tipografo poi gli fa anche dire Clavio per Clario, e Curzio Aldobrandini per Cinzio Aldobrandini.
124.Il D'Ancona (Op. cit. pag. 83) riporta un po' confusamente quest'ultimo tratto delSyntagma, che per altro non è punto chiaro: il tipografo poi gli fa anche dire Clavio per Clario, e Curzio Aldobrandini per Cinzio Aldobrandini.
125.Il Fiorentino ne ha parlato nel suo B. Telesio, Firenze 1872 t. 1.º pagina 356. Notiamo che al Codice è stato assegnato il titolo diCompendium Philosophiaeetc., ma l'abbreviazione che vi si trova, e che abbiamo avuto cura di rilevare, autorizza a leggere tanto «Philosophiae» quanto «Physiologiae», e ciò che ilSyntagmane dice obbliga a leggereCompendium Physiologiae.
125.Il Fiorentino ne ha parlato nel suo B. Telesio, Firenze 1872 t. 1.º pagina 356. Notiamo che al Codice è stato assegnato il titolo diCompendium Philosophiaeetc., ma l'abbreviazione che vi si trova, e che abbiamo avuto cura di rilevare, autorizza a leggere tanto «Philosophiae» quanto «Physiologiae», e ciò che ilSyntagmane dice obbliga a leggereCompendium Physiologiae.
126.«De variis carminibus vulgaribus locuti sumus in vulgari poetica scripta anno 1596, oblataque Cynthio Card. Aldobrandino»; nell'Appendice allaPhilosophiae rationalis pars 4.aPoeticorum, Paris. 1638, pag. 239.
126.«De variis carminibus vulgaribus locuti sumus in vulgari poetica scripta anno 1596, oblataque Cynthio Card. Aldobrandino»; nell'Appendice allaPhilosophiae rationalis pars 4.aPoeticorum, Paris. 1638, pag. 239.
127.Abbiamo stimato plausibile che quest'ultimo Discorso sia stato pure scritto nel 1595, perchè in alcuni appunti da noi presi nel Catalogo del Britisch-Musaeum in Londra troviamo che esso, tradotto in latino col titolo «De Belgio sub Hispanicam potestatem redigendo», fu stampato nel «Mylius, De rebus Hispanicis 1602» e poi anche nello «Speculum Consiliorum hispanicorum 1617»; ma non abbiamo avuto ancora modo di poter consultare questi due libri, e notiamo che il Berti, nel Catalogo delle opere del Campanella, lo pone tra gl'inediti.
127.Abbiamo stimato plausibile che quest'ultimo Discorso sia stato pure scritto nel 1595, perchè in alcuni appunti da noi presi nel Catalogo del Britisch-Musaeum in Londra troviamo che esso, tradotto in latino col titolo «De Belgio sub Hispanicam potestatem redigendo», fu stampato nel «Mylius, De rebus Hispanicis 1602» e poi anche nello «Speculum Consiliorum hispanicorum 1617»; ma non abbiamo avuto ancora modo di poter consultare questi due libri, e notiamo che il Berti, nel Catalogo delle opere del Campanella, lo pone tra gl'inediti.
128.Per ciò che trovasi asserto nell'Informazione ved. ediz. orig.lepag. 50. Sebbene il Campanella, così questa volta come anche peggio in sèguito, abbia parlato di Venezia e de' Veneziani con un certo odio, bisogna indubbiamente cercare il suo pensiero riposto soltanto nelle Poesie, dove potea parlare senza que' riguardi che tanto spesso l'obbligarono a mascherarsi. Si legga tutto il Sonetto a Venezia, che comincia con le parole «Nuova Arca di Noè» etc. (Doc. 515, pag. 580, e nell'ediz. D'Ancona p. 86); vi si rileverà ben altro che odio.
128.Per ciò che trovasi asserto nell'Informazione ved. ediz. orig.lepag. 50. Sebbene il Campanella, così questa volta come anche peggio in sèguito, abbia parlato di Venezia e de' Veneziani con un certo odio, bisogna indubbiamente cercare il suo pensiero riposto soltanto nelle Poesie, dove potea parlare senza que' riguardi che tanto spesso l'obbligarono a mascherarsi. Si legga tutto il Sonetto a Venezia, che comincia con le parole «Nuova Arca di Noè» etc. (Doc. 515, pag. 580, e nell'ediz. D'Ancona p. 86); vi si rileverà ben altro che odio.
129.Francisci Clarii Foroliviensis, de humanitate ill.miPrincipis Caroli Archiducis Austriae Serenissimi Oratio, Patav ap. Paul. Maietum 1585.
129.Francisci Clarii Foroliviensis, de humanitate ill.miPrincipis Caroli Archiducis Austriae Serenissimi Oratio, Patav ap. Paul. Maietum 1585.
130.Dialoghi dello Ecc.moSig.rGio. Battista Clario, dedicati all'ill.moSig.rGio. Ulrico Libero Barone di Eggenperg, Venezia 1608, appr. Gio. Batt. Ciotti senese. Nella dedica il libro è detto «piccolo parto natomi mentre ancor molto giovinetto mi trovava in Roma», e il Barone d'Eggenperg è detto anche Consigliere segreto dell'Arciduca Ferdinando: da alcune poesie preliminari apparisce che la stampa del libro fu promossa da un Sig.rMarino Battitorre, Conte Palatino, Consigliere dell'Arciduca Ferdinando e Commissario alla Zecca di Stiria. Notiamo tutte queste circostanze, per intendere come mai il Campanella negli anni posteriori potè parlare anche dell'Arciduca Ferdinando quale sua antica conoscenza. I Dialoghi hanno per titoli: 1º della consolazione; 2º dell'avversità; 3º delle ingiurie; 4º della felicità dell'uomo; 5º della caccia; 6º della fortuna; 7º del freddo; 8º della pietra; 9º della trasmigrazione delle anime.
130.Dialoghi dello Ecc.moSig.rGio. Battista Clario, dedicati all'ill.moSig.rGio. Ulrico Libero Barone di Eggenperg, Venezia 1608, appr. Gio. Batt. Ciotti senese. Nella dedica il libro è detto «piccolo parto natomi mentre ancor molto giovinetto mi trovava in Roma», e il Barone d'Eggenperg è detto anche Consigliere segreto dell'Arciduca Ferdinando: da alcune poesie preliminari apparisce che la stampa del libro fu promossa da un Sig.rMarino Battitorre, Conte Palatino, Consigliere dell'Arciduca Ferdinando e Commissario alla Zecca di Stiria. Notiamo tutte queste circostanze, per intendere come mai il Campanella negli anni posteriori potè parlare anche dell'Arciduca Ferdinando quale sua antica conoscenza. I Dialoghi hanno per titoli: 1º della consolazione; 2º dell'avversità; 3º delle ingiurie; 4º della felicità dell'uomo; 5º della caccia; 6º della fortuna; 7º del freddo; 8º della pietra; 9º della trasmigrazione delle anime.
131.Vedi i Dialoghi citati, pag. 34.
131.Vedi i Dialoghi citati, pag. 34.
132.Dial. cit. pag. 220. Non sarà inutile anche rammentare che nella fine del Dialogo 2º Panfilo dice di sentir gente alla finestrella della prigione e di credere che sia il gentilissimo Sig.rRiccherio; che in un altro Dialogo sta per interlocutore un Giulio, il quale poi si scopre essere Giulio Belli; che nell'ultimo Dialogo stanno per interlocutori un Lelio e un Sigismondo. Tutti questi nomi meritano di essere tenuti presenti, poichè un giorno potranno forse dare altra luce su questo periodo della storia del nostro filosofo. Giulio Belli dev'essere stato senza dubbio quel letterato nativo di Capo d'Istria, che fu segretario del Card.lDietrichstein in Moravia, e che pubblicò l'«Hermes politicus sive de peregrinatoria prudentia, Francof. 1608» e più tardi la «Laurea austriaca, sive De bello germanico etc., Francof. 1627».
132.Dial. cit. pag. 220. Non sarà inutile anche rammentare che nella fine del Dialogo 2º Panfilo dice di sentir gente alla finestrella della prigione e di credere che sia il gentilissimo Sig.rRiccherio; che in un altro Dialogo sta per interlocutore un Giulio, il quale poi si scopre essere Giulio Belli; che nell'ultimo Dialogo stanno per interlocutori un Lelio e un Sigismondo. Tutti questi nomi meritano di essere tenuti presenti, poichè un giorno potranno forse dare altra luce su questo periodo della storia del nostro filosofo. Giulio Belli dev'essere stato senza dubbio quel letterato nativo di Capo d'Istria, che fu segretario del Card.lDietrichstein in Moravia, e che pubblicò l'«Hermes politicus sive de peregrinatoria prudentia, Francof. 1608» e più tardi la «Laurea austriaca, sive De bello germanico etc., Francof. 1627».
133.Ved. Doc. 296, pag. 230.
133.Ved. Doc. 296, pag. 230.
134.Vedilo anche ne' nostri Documenti: Doc. 503, pag. 574. Noi serberemo sempre in queste citazioni la dicitura originale, sebbene antiquata; preferiamo vedere il Campanella qual'era in tutto e per tutto.
134.Vedilo anche ne' nostri Documenti: Doc. 503, pag. 574. Noi serberemo sempre in queste citazioni la dicitura originale, sebbene antiquata; preferiamo vedere il Campanella qual'era in tutto e per tutto.
135.Ved. Doc. 458, pag. 557.
135.Ved. Doc. 458, pag. 557.
136.Ved. Doc. 493, pag. 571.
136.Ved. Doc. 493, pag. 571.
137.Ved. Doc. 496, pag. 572.
137.Ved. Doc. 496, pag. 572.
138.Ved. Doc. 514, pag. 580.
138.Ved. Doc. 514, pag. 580.
139.Ved. Giornale Napoletano, an. 1875 pag. 69. La copia sud.tadella Casanatense ha per titolo «Dialogo politico contro Luterani et Calvinisti et altri heretici, che possi convincerli ogni mediocre ingegno alla prima disputa, perchè il modo usato con loro è un allungar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto. Questo tiene l'Arciduca Massimiliano». Oltre al ricordo di tale circostanza, dell'essere stato cioè il libro inviato a Massimiliano, è notevole anche l'intestazione di esso, analoga a quella che si legge nelle premesse fatte con le lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti, e col memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Questa differenza d'intestazione tra le due copie, di Parigi e di Roma, contribuisce anche a mostrare che esse appartengono a due tempi, e mentre quella di Roma sarebbe più recente, quella di Parigi sarebbe più antica e con tanto maggiore verosimiglianza la copia destinata al Card.leAlessandrino.
139.Ved. Giornale Napoletano, an. 1875 pag. 69. La copia sud.tadella Casanatense ha per titolo «Dialogo politico contro Luterani et Calvinisti et altri heretici, che possi convincerli ogni mediocre ingegno alla prima disputa, perchè il modo usato con loro è un allungar la lite, il che è specie di vittoria a chi mantiene il torto. Questo tiene l'Arciduca Massimiliano». Oltre al ricordo di tale circostanza, dell'essere stato cioè il libro inviato a Massimiliano, è notevole anche l'intestazione di esso, analoga a quella che si legge nelle premesse fatte con le lettere del 1606-07 pubblicate dal Centofanti, e col memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Questa differenza d'intestazione tra le due copie, di Parigi e di Roma, contribuisce anche a mostrare che esse appartengono a due tempi, e mentre quella di Roma sarebbe più recente, quella di Parigi sarebbe più antica e con tanto maggiore verosimiglianza la copia destinata al Card.leAlessandrino.
140.Ved. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Disc. prelim. pag. 83.
140.Ved. D'Ancona, Op. di T. Campanella, Disc. prelim. pag. 83.
141.Ved. Doc. 4, pag. 13.
141.Ved. Doc. 4, pag. 13.
142.Ved. Doc. 401, pag. 479.
142.Ved. Doc. 401, pag. 479.
143.Se ne trova fatta varia menzione nelle lettere del 1606 al Card.lFarnese e al Card.lS. Giorgio pubblicate dal Centofanti, e nel memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini; quivi si citano, «due Apologie» pel Telesioad S.mOfficium. Cons. Doc. 520, pag. 600.
143.Se ne trova fatta varia menzione nelle lettere del 1606 al Card.lFarnese e al Card.lS. Giorgio pubblicate dal Centofanti, e nel memoriale al Papa del 1611 pubblicato dal Baldacchini; quivi si citano, «due Apologie» pel Telesioad S.mOfficium. Cons. Doc. 520, pag. 600.
144.Agli ammiratori del Tasso farà piacere senza dubbio il conoscere che nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini (filz. 207 e 224) si trovano le seguenti lettere: 1.º Il Card.lS. Giorgio al Nunzio, 15 agosto 1594: «Il Sig.rTorquato Tasso è amato singolarmente da me, come a punto richiede il merito della virtù sua». Continua dicendo che stava in casa di lui e dovea tornarvi; si conferì in Napoli per sanità e per una lite; importa che non gli siano negate stanze dai monaci di S. Severino e di S. Martino. Lo raccomanda vivissimamente. — 2.º Id. id., 2 7bre 1594. Faccia pagare al Sig.rTorquato Tasso sino a 50 scudi, che sarà pronto a rimborsarglieli, avendo a tornare in casa di lui dove è stato già alcuni mesi e dove è aspettato. — 3.º Il Nunzio al Card.lS. Giorgio, 26 agosto 1594. Ha ricevuta la lettera in raccomandazione del Sig.rTorquato Tasso, «al quale (soggiunge) come non mancai quando venne qui far le offerte che convenivano, così non mancherò nel suo particolare interesse di parlare al Vicerè, et far ogni offitio che fosse necessario, et pur hieri stando con l'Abbate di Sanseverino feci per me stesso l'offitio che adesso mi comanda, il quale rinnoverò con la prima occasione che tenga». — 4.º Id. id., 9 7bre 1594, «Al Sig.rTorquato Tasso ho fatto dare le sue lettere, et ho mandato una polisa per il banco dell'Olgiatti, perchè li siano pagati a suo comodo si come ella comanda».
144.Agli ammiratori del Tasso farà piacere senza dubbio il conoscere che nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini (filz. 207 e 224) si trovano le seguenti lettere: 1.º Il Card.lS. Giorgio al Nunzio, 15 agosto 1594: «Il Sig.rTorquato Tasso è amato singolarmente da me, come a punto richiede il merito della virtù sua». Continua dicendo che stava in casa di lui e dovea tornarvi; si conferì in Napoli per sanità e per una lite; importa che non gli siano negate stanze dai monaci di S. Severino e di S. Martino. Lo raccomanda vivissimamente. — 2.º Id. id., 2 7bre 1594. Faccia pagare al Sig.rTorquato Tasso sino a 50 scudi, che sarà pronto a rimborsarglieli, avendo a tornare in casa di lui dove è stato già alcuni mesi e dove è aspettato. — 3.º Il Nunzio al Card.lS. Giorgio, 26 agosto 1594. Ha ricevuta la lettera in raccomandazione del Sig.rTorquato Tasso, «al quale (soggiunge) come non mancai quando venne qui far le offerte che convenivano, così non mancherò nel suo particolare interesse di parlare al Vicerè, et far ogni offitio che fosse necessario, et pur hieri stando con l'Abbate di Sanseverino feci per me stesso l'offitio che adesso mi comanda, il quale rinnoverò con la prima occasione che tenga». — 4.º Id. id., 9 7bre 1594, «Al Sig.rTorquato Tasso ho fatto dare le sue lettere, et ho mandato una polisa per il banco dell'Olgiatti, perchè li siano pagati a suo comodo si come ella comanda».
145.Ved. Doc. cit. loc. cit.; e Doc. 401, pag. 482 e 498. Avvertiamo intanto che nella Lettera latina al Papa egualmente pubblicata dal Centofanti (a pag. 74) si dice essere stata data al Card.lS. Giorgio la «Monarchia del Messia», ciò che potrebbe far ingenerare il dubbio che le due opere siano state diverse solo ne' titoli.
145.Ved. Doc. cit. loc. cit.; e Doc. 401, pag. 482 e 498. Avvertiamo intanto che nella Lettera latina al Papa egualmente pubblicata dal Centofanti (a pag. 74) si dice essere stata data al Card.lS. Giorgio la «Monarchia del Messia», ciò che potrebbe far ingenerare il dubbio che le due opere siano state diverse solo ne' titoli.
146.Ved. Doc. 401, pag. 486.
146.Ved. Doc. 401, pag. 486.
147.Ved. Doc. 19, pag. 32.
147.Ved. Doc. 19, pag. 32.
148.Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878, prefaz. pag. 10.
148.Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878, prefaz. pag. 10.
149.Deposizione di fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, degli 8 7bre 1599, che dice aver conosciuto il Campanella in diversi posti, e fra essi «tre anni sono il mese di giugno in Roma in S.taSabina»; ved. Doc. 284, pag. 217.
149.Deposizione di fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, degli 8 7bre 1599, che dice aver conosciuto il Campanella in diversi posti, e fra essi «tre anni sono il mese di giugno in Roma in S.taSabina»; ved. Doc. 284, pag. 217.
150.Ved. Carteggio suddetto nell'Archivio di Firenze, Scritture Strozziane, filza 210, Let. del Card.lS. Giorgio al Nunzio degli 8 9bre 1597. — Intorno al Fontana quale ingegnere della R.aCorte ved. nell'Archivio di Napoli,Cedole di tesoreriavol. 424, fol. 549, ed anche i volumi seguenti.
150.Ved. Carteggio suddetto nell'Archivio di Firenze, Scritture Strozziane, filza 210, Let. del Card.lS. Giorgio al Nunzio degli 8 9bre 1597. — Intorno al Fontana quale ingegnere della R.aCorte ved. nell'Archivio di Napoli,Cedole di tesoreriavol. 424, fol. 549, ed anche i volumi seguenti.
151.Ved. nell'Archivio di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1597 n.º 13, disp.º del 13 gen.º 1598.
151.Ved. nell'Archivio di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1597 n.º 13, disp.º del 13 gen.º 1598.
152.Ved. Doc. 514, pag. 580.
152.Ved. Doc. 514, pag. 580.
153.Come abbiamo altrove accennato (pag. 53 in nota) quest'opera deve dirsi una ricomposizione ristretta e modificata delle altreDe universitate rerumePhysiologia, perdute. Insistiamo sulla parola «modificata» e la spieghiamo. Dell'operaDe universitateè scritto che avea «dispute contro tutte le sètte»; delCompendio di Fisiologiaè scritto che l'autore «proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre»; ma veramente questa proposta e comparazione delle opinioni degli antichi fu scissa dal corpo delle opinioni proprie, e in ciò sta la notevole modificazione introdotta quando l'opera fu ricomposta. Le opinioni proprie furono assegnate all'Epilogo, o Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor, e le opinioni degli antichi con la comparazione, o le dispute contro tutte le sètte, furono riserbate per un'opera distinta ma annessa all'Epilogo, la quale fu poi composta molto più tardi, verso il 1609-1610, promessa nel 1623 col titoloQuaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque(ediz. di Frankfort), ma venuta in luce solamente nel 1637 col titolo «Disputationum in quatuor partes etc. contra sectarios(ediz. di Parigi). Aggiungiamo qui che la 1.a parte dell'Epilogo o Filosofia epilogisticaconserva sempre il titolo diFisiologia.
153.Come abbiamo altrove accennato (pag. 53 in nota) quest'opera deve dirsi una ricomposizione ristretta e modificata delle altreDe universitate rerumePhysiologia, perdute. Insistiamo sulla parola «modificata» e la spieghiamo. Dell'operaDe universitateè scritto che avea «dispute contro tutte le sètte»; delCompendio di Fisiologiaè scritto che l'autore «proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre»; ma veramente questa proposta e comparazione delle opinioni degli antichi fu scissa dal corpo delle opinioni proprie, e in ciò sta la notevole modificazione introdotta quando l'opera fu ricomposta. Le opinioni proprie furono assegnate all'Epilogo, o Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor, e le opinioni degli antichi con la comparazione, o le dispute contro tutte le sètte, furono riserbate per un'opera distinta ma annessa all'Epilogo, la quale fu poi composta molto più tardi, verso il 1609-1610, promessa nel 1623 col titoloQuaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque(ediz. di Frankfort), ma venuta in luce solamente nel 1637 col titolo «Disputationum in quatuor partes etc. contra sectarios(ediz. di Parigi). Aggiungiamo qui che la 1.a parte dell'Epilogo o Filosofia epilogisticaconserva sempre il titolo diFisiologia.
154.Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4 10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.
154.Ved. Berti, Let. inedite del Campanella, Roma 1878; let. del 4 10bre 1634 e 9 aprile 1635, pag. 30 e 40.
155.Deza, Della famiglia Spinolaetc.Piacenza 1694, pag. 299.
155.Deza, Della famiglia Spinolaetc.Piacenza 1694, pag. 299.
156.Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.
156.Ved. Doc. 19, pag. 28 e 32.
157.Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.
157.Ved. Giul. Ces. Capaccio, Il Forastiero, Nap. 1634 pag. 7. Il Capaccio si vanta di essere stato suo scolare.
158.Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla vita e alle opere diMons.r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343. — NellaNumerazione de' fuochidi Nola per l'anno 1562-63, esistente nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine: «n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42; Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a. 2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (int. Federicus) fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota familia». (Annotazioni posteriori): «Federicus mortuus ab an. 35; Id. Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort. ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in ispania pro molione (sic) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi (Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p. 267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio 1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei; avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile 1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.
158.Ved. Michelangelo Macrì, Memorie istorico-critiche intorno alla vita e alle opere diMons.r fra Paolo Piromallo, Nap. 1824, pag. 343. — NellaNumerazione de' fuochidi Nola per l'anno 1562-63, esistente nell'Arch. di Napoli (vol. 128 della collezione) abbiamo trovato questo che segue, munito di annotazioni posteriori segnate in margine: «n.º 1880 Federicus d'Antonio d'Cola Stigliola alias d' palena a. 42; Justina uxor a. 40; (*) Nicolaus Antonius filius a. 17; Felix filius a. 15; Paulinus filius a. 9; Felippus filius a. 4; Molistinus filius a. 2; Margarita filia a. 13; Joseph frater a. 35 [Iste (int. Federicus) fuit inventus per inquisitionem. cum juramento deposuit stetisse per viginti quinque annos ad... mag.ci hieronimi de libertino, quando neapoli et quando in civitate nolarum, et sunt anni quatuor q. continue stetit prout ad praesens stat in ditta civitate nolarum cum tota familia». (Annotazioni posteriori): «Federicus mortuus ab an. 35; Id. Justina ab an. 29; Nicol. ant. mort. ab an. 27 Incigniero; Felice mort. ab an. 30; Paulinum mort. ab an. 27; Id. de aliis; Joseph absens in ispania pro molione (sic) sue cesaree majestatis». Adunque l'età di Colantonio, come è qui registrata pel 1563, farebbe vedere che l'anno della sua nascita sia stato il 1546: e però dovrebbe ritenersi con ogni probabilità un errore di stampa quello che leggesi nell'Odescalchi (Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, p. 267), che cioè era di 69 anni l'età sua riconosciuta il 24 gennaio 1612, quando ebbe l'onore di essere ascritto all'Accademia dei Lincei; avrebbe dovuto dirsi di anni 65. Veramente essendo morto l'11 aprile 1623, e leggendosi nella epigrafe funeraria composta dal suo figliuolo Gio. Domenico esser morto quasi ottuagenario, si avrebbe un margine molto largo; ma ne' cenni biografici premessi al libro del Telescopio lo si dice morto a 76 anni, e da ciò si vede che la notizia inserta nella Numerazione de' fuochi è abbastanza precisa.
159.Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t. 8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei, lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente, con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo, che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione, siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».
159.Ved. nelle Op. del Galilei edite dall'Albèri, Firenze 1851, t. 8.º pag. 386. Let. del 1.º giugno 1616. Dopo la condanna del Galilei, lo Stigliola gli scrive, ed emette l'opinione che si debba reclamare per un nuovo esame e revisione; inoltre soggiunge: «a me par spediente, con ogni prudenza, far avvisati li Signori che governano il mondo, che coloro, che cercano metter dissidio tra le scienze e la religione, siano poco amici dell'una e dell'altra parte, stante che la religione e la scienza, essendo ambe divine, sono di conseguenza concordi».
160.Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo, che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del NunzioMons.r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita, un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara, il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui), discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto aMons.r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra, che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione di Scritture con le porte serrate (sic). — Segue l'esame di Giulia Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico; non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (sic). — C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno, sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre 1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que' Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare, quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio di miserie.
160.Poniamo qui un cenno degli Atti del processo: servirà a far conoscere sempre meglio il genere di vita e le tendenze di quest'uomo, che a' tempi suoi fu tenuto in grandissimo pregio da' maggiori dotti. Gli Atti del processo capitati nelle nostre mani, citando appena un'altra inquisizione precedente sofferta per conto del NunzioMons.r Malaspina, recano che nel luglio 1595 lo Stigliola trovavasi carcerato in Roma, e Carlo Baldino Arcivescovo di Sorrento, Ministro dell'Universale Inquisizione Romana e Delegato del Card.l di S.ta Severina, a nome della Sacra Congregazione procedeva contro di lui in Napoli. — L'azione comincia, come tanto spesso, da un Gesuita, un Gesuita molto inteso a que' tempi, Claudio Migliaresi, il quale trovandosi in casa del Principe di Conca, presente il Duca di Seminara, il cav.r Cesare Miroballo ed altri, ha udito dal Principe che lo Stigliola (addetto a far disegni di fabbriche nel Palazzo di lui), discorrendosi delle cose della fede e richiesto intorno alle sue credenze religiose avea manifestato che le avrebbe esposte quando vi fusse un Concilio aperto, che la S.ta Sede diceva in un modo e gli ultramontani in un altro, i Gesuiti in un modo e quelli della nova religione in un altro; dippiù che al Principe di Avellino aveva una volta detto essere il mangiar carne in giorni proibiti, ovvero il fornicare, come portare un pugnale, che se nessuno lo vede non reca pena; che infine, sollecitato dal Principe di Conca a manifestare quali fussero le sue credenze, avea detto «volete che D. Carlo Baldino mi metta la mano al collaretto?» Per questo doveva essere niente di buono, e veramente dovunque era stimato eretico. Spiegava poi il Deuteronomio alla moglie ed a' figli, e frattanto teneva la stampa in casa e leggeva a circa 400 scolari oltrechè a diversi Signori. — Tutte queste cose denunziò il Gesuita, aggiungendo che non avea mancato di parlare pure al Vicerè ed al Reg.te Marthos «che se sariano mossi per quel che potria importare anche al Stato», e infatti, quando egli si rivolse poi al S.to Officio, vide che già il Marthos ne aveva scritto aMons.r Baldino e all'Arcivescovo di Napoli. — All'esame di costui seguono nell'agosto 1595 gli esami del Principe di Conca, del Duca di Seminara e di D. Cesare Miroballo, i quali confermano tutte le cose predette aggravandole; ne risulta che lo Stigliola era pure nemicissimo de' Gesuiti perchè cercavano di far proibire molti libri, che non aveva la corona di paternostri, che approbava il procedere del Re di Navarra, che leggeva anche a franzesi, e leggeva ad alcuni scolari una lezione di Scritture con le porte serrate (sic). — Segue l'esame di Giulia Giovine, napoletana, di anni 30, moglie dello Stigliola, chiamata a deporre con giuramento. A successive interrogazioni risponde: che il marito trovasi in Roma carcerato ma non sa perchè; è ingegniero; dà letture in case di Signori; non si ricorda che abbia letto in casa (pia menzogna); soleva leggere a lei «e alli garzuncielli» in camera sua le vite de' Santi, i Salmi, il Testamento vecchio e il nuovo; ha visto franzisi in casa sua ma non sa il perchè; lodava il Navarra perchè era sapiente ed amava li huomini da bene, non perchè era heretico; non ha voluto mai magnare carne in giorni proibiti, neanche essendo malato; una volta ha portato due corone alle figliole femine (sic). — C'è ancora l'esame di Alessandro Pera Canonico napoletano, che ha udito il Principe di Conca parlare contro lo Stigliola, e tra le altre cose dire che spiegava in casa il 3.º libro de' Re; una volta nel discorrere con lui del miracolo del mar rosso, lo Stigliola disse che un astrologo conobbe essere la cosa avvenuta per accesso e recesso del mare; un'altra volta, nel discorrere del governo di questo Regno, sospirando disse il verso del Petrarca, «Anime belle et de virtuti amiche Terranno il mondo»; infine lo crede buono, e ne sa di male sol quanto ha udito dal Principe di Conca. — Segue una lettera del Card.l di S.ta Severina con gli articoli del fisco compilati in Roma (8 10bre 1595); poi gl'Interrogatorii per le ripetizioni de' testimoni; poi gli esami ripetitivi de' suddetti Signori e della Giovine, che vanno fino al 4 aprile 1596. — Qui finiscono gli Atti, poichè, naturalmente, il processo ebbe termine in Roma. Senza essere gravissimo, il processo lascia nell'animo una profonda tristezza. Mentre riescono assai curiose ed interessanti le notizie delle vedute religiose, delle aspirazioni politiche e della vita dello Stigliola, spandono una fosca luce que' Nobili, quel Gesuita, quello stretto accordo del trono e dell'altare, quel ricorso del Gesuita prima al trono e poi all'altare, quella tortura morale fatta soffrire alla moglie dello Stigliola; un mucchio di miserie.
161.Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere alla Compagnia.
161.Altre notizie intime abbiamo rinvenute in un ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (X, B, 52) intitolato «Della vita e della morte dell'Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra D.a Isabella Feltria della Rovere Pr.sa di Bisignano», autore un Gesuita che l'aveva confessata per 37 anni e che scrisse dietro ordine de' superiori. Ma non si creda che vi sia in esso qualche notizia della lunga e crudele carcerazione sofferta dal Principe, non senza l'opera della sua Signora e forse degli stessi Gesuiti: vi si dice solamente che ad occasione de' debiti, «successa la provista del Curatore per i stati a beneficio dell'herede, et acciò le cose si facessero con pace e senza disturbo, il Conte di Miranda ordinò al Principe si retirasse di stanza in Gaeta». Sono invece narrate tutte le devozioni e perfino le giaculatorie della Signora, ed è registrata anche l'opinione della sua santità, dopo che avea dato ogni suo avere alla Compagnia.
162.Ved. i Reg.iCuriae, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del Principe.
162.Ved. i Reg.iCuriae, vol. 27 (an. 1573-75, 6.º del Vicerè Card.l Granvela) Let. Vicereali del 20 gen. 1574 fol. 51, del 21 8bre fol. 184, del 18 9bre fol. 203. In esse sono contemplate appunto le riforme della casa, le donazioni, le ricerche di danaro da parte del Principe.
163.Ved. i sud.ti RegistriCuriaevol. 31 (an. 1582-85, 2.º del Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch. d'Urbino oggi in Firenze,Carteggio de' particolari, clas. 1.a div. G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583, da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.
163.Ved. i sud.ti RegistriCuriaevol. 31 (an. 1582-85, 2.º del Duca d'Ossuna seniore) Lett. Vicereale del 31 gen.º 1583 fol. 9 con la quale si ordina che la Pr.sa non esca dal Regno. — Inoltre nell'Arch. d'Urbino oggi in Firenze,Carteggio de' particolari, clas. 1.a div. G. filz. 102 (Napoli diversi dal 1580 all'84); lett. di Gio. di Tomase del 15 aprile 1580; let. di Jacobo Bonaventura, da Bari 18 marzo 1583, da Napoli 8 aprile 1584, da Bari 21 agosto 1591. Nella lettera da Napoli il Bonaventura dice che ha vista la Principessa che ha male alle narici e i medici promettono, ma egli crede che non sanerà senza ferro e foco, ed afferma che «per queste parti non vi son persone exercitate in simili affectioni», e fa conoscere che la Pr.sa desia trovarsi in quella giornata nelle mani di S. A. Ser.ma — Ben si vede che non sempre i medici della capitale hanno fatto sentire il loro peso su quelli delle provincie; ma vi è stato un tempo nel quale accadeva l'opposto.
164.Sulla morte del giovane Duca di S. Marco, di cui si hanno pure due lettere autografe negli Arch. Urbinate e Mediceo, vedi nell'Arch. di Urbino filz. sud.ta 102, let. di Cesare Pulci da Nap. 28 9bre 1595 e nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 225, let. del Nunzio del 27 9bre 1595. — Sull'assistenza e sulle manovre de' PP. Gesuiti ved. Arch. d'Urbino Carteggio Agenti di Napoli filz. 214, let. di Giulio Giordano del 1.º, del 17 e del 23 gen. 1596: Arch. Mediceo, Lett. di Capostrano e Napoli filz. 4091, let. di Gio. Francesco Palmieri del 14 7bre 1604. — Su' rimedii invocati dalla Principessa ved. Arch. Mediceo, Lettere di Napoli filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 3 feb. 1598, con la quale chiede a S. A. per la Pr.sa l'unto da fuoco. Di unti, ogli e balsimi del Gran Duca, da fuoco, da spasimi, di anici, contro i vermietc.sono frequenti le richieste ne' Carteggi dei suoi Agenti in Napoli. — Sulla richiesta della Pr.sa di entrare nel Monastero di S. Sebastiano «con 6 donne, mentre D.a Giovanna d'Austria che è giovane ne tiene 5», ved. Arch. Mediceo Carteggio sud.to del Nunzio Aldobrandini filz. 226; let. del Nunzio del 4 8bre 1596. Il Duca di S. Marco era stato già adocchiato da Papa Clemente e destinato sposo ad una sua nipote: così si hanno anche varie notizie di lui nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini.
164.Sulla morte del giovane Duca di S. Marco, di cui si hanno pure due lettere autografe negli Arch. Urbinate e Mediceo, vedi nell'Arch. di Urbino filz. sud.ta 102, let. di Cesare Pulci da Nap. 28 9bre 1595 e nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 225, let. del Nunzio del 27 9bre 1595. — Sull'assistenza e sulle manovre de' PP. Gesuiti ved. Arch. d'Urbino Carteggio Agenti di Napoli filz. 214, let. di Giulio Giordano del 1.º, del 17 e del 23 gen. 1596: Arch. Mediceo, Lett. di Capostrano e Napoli filz. 4091, let. di Gio. Francesco Palmieri del 14 7bre 1604. — Su' rimedii invocati dalla Principessa ved. Arch. Mediceo, Lettere di Napoli filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 3 feb. 1598, con la quale chiede a S. A. per la Pr.sa l'unto da fuoco. Di unti, ogli e balsimi del Gran Duca, da fuoco, da spasimi, di anici, contro i vermietc.sono frequenti le richieste ne' Carteggi dei suoi Agenti in Napoli. — Sulla richiesta della Pr.sa di entrare nel Monastero di S. Sebastiano «con 6 donne, mentre D.a Giovanna d'Austria che è giovane ne tiene 5», ved. Arch. Mediceo Carteggio sud.to del Nunzio Aldobrandini filz. 226; let. del Nunzio del 4 8bre 1596. Il Duca di S. Marco era stato già adocchiato da Papa Clemente e destinato sposo ad una sua nipote: così si hanno anche varie notizie di lui nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini.
165.Ved. nell'Arch. d'UrbinoCarteggio di particolarifilz. 202, le due lettere di D. Lelio Orsini, la prima interamente autografa del 16 aprile 1580, la seconda autografa nella sola firma del 13 gen.º 1598. — Sulla celebre causa della successione di Bisignano, durata oltre 30 anni, si trovano pure consulti ed allegazioni in diverse opere legali: ved. de Ponte Jo. Franc. Consiliorum t. 1. Venet. 1595, cons. 147, p. 790-91, e t. 2. Neap. 1616, cons. 146, p. 779; de Marinis Don. Ant. Juris Allegationes in Op. Juridica Venet. 1758, alleg. 43, p. 130; Roviti Scip. Consilia, Neap. 1622, t. 1. cons. 1. ad 11. p. 18 a 58. La parte presa da D. Lelio Orsini si può desumere molto bene da tutti questi fonti. Egli morì molto prima che la lite finisse, e D.a Giulia Orsini, già Marchesa di Fuscaldo e poi sposa a D. Tiberio Carafa che continuò la lite, e volle sempre chiamarsi Principessa di Bisignano, morendo istituì erede il Re, come avea già fatto pure il vecchio Principe: e il Re accettò la successione, e ritenuti D.i 500 mila in benefizio della Curia, diede il titolo e la dignità di Principe di Bisignano a D. Loise Sanseverino primogenito del Conte della Saponara.
165.Ved. nell'Arch. d'UrbinoCarteggio di particolarifilz. 202, le due lettere di D. Lelio Orsini, la prima interamente autografa del 16 aprile 1580, la seconda autografa nella sola firma del 13 gen.º 1598. — Sulla celebre causa della successione di Bisignano, durata oltre 30 anni, si trovano pure consulti ed allegazioni in diverse opere legali: ved. de Ponte Jo. Franc. Consiliorum t. 1. Venet. 1595, cons. 147, p. 790-91, e t. 2. Neap. 1616, cons. 146, p. 779; de Marinis Don. Ant. Juris Allegationes in Op. Juridica Venet. 1758, alleg. 43, p. 130; Roviti Scip. Consilia, Neap. 1622, t. 1. cons. 1. ad 11. p. 18 a 58. La parte presa da D. Lelio Orsini si può desumere molto bene da tutti questi fonti. Egli morì molto prima che la lite finisse, e D.a Giulia Orsini, già Marchesa di Fuscaldo e poi sposa a D. Tiberio Carafa che continuò la lite, e volle sempre chiamarsi Principessa di Bisignano, morendo istituì erede il Re, come avea già fatto pure il vecchio Principe: e il Re accettò la successione, e ritenuti D.i 500 mila in benefizio della Curia, diede il titolo e la dignità di Principe di Bisignano a D. Loise Sanseverino primogenito del Conte della Saponara.
166.Ved. Arch. Mediceo Lettere di Napoli filz. 4087, let. di Gio. Vincenzo Ruffolo del 20 e del 29 7bre 1599 (disordinatamente disposte); ed Arch. di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1598 Scaramelli, let. del 1.º 7bre 1598.
166.Ved. Arch. Mediceo Lettere di Napoli filz. 4087, let. di Gio. Vincenzo Ruffolo del 20 e del 29 7bre 1599 (disordinatamente disposte); ed Arch. di Venezia Senato-Secreta, Napoli 1598 Scaramelli, let. del 1.º 7bre 1598.
167.Pe' particolari dell'arresto del Principe ved. nell'Archivio di Urbino, Carteggio degli Agenti di Napoli, filz. 212 let. di Antonio Leoncino del 27 luglio 1590. — Per l'interesse spiegato da D. Lelio Orsini nel 1591 ved. Ibid. filz. 214, let. di Gio. Benedetto Venturelli del 7 7bre 1591. — Per la commendatizia a nome del Papa ved. nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 207, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 3 giugno 1594, e filz. 224, let. del Nunzio al Card.l S. Giorgio del 1.º luglio 1594. Segnatamente questa commendatizia dovè essere sollecitata da D. Lelio, il quale stava in Roma a quel tempo ed in ottime relazioni col Papa; si noti che la dimora di D. Lelio in Roma fu accidentale e limitata a' soli tre anni sopra indicati, al contrario di quanto dice il Litta.
167.Pe' particolari dell'arresto del Principe ved. nell'Archivio di Urbino, Carteggio degli Agenti di Napoli, filz. 212 let. di Antonio Leoncino del 27 luglio 1590. — Per l'interesse spiegato da D. Lelio Orsini nel 1591 ved. Ibid. filz. 214, let. di Gio. Benedetto Venturelli del 7 7bre 1591. — Per la commendatizia a nome del Papa ved. nell'Arch. Mediceo, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 207, lett. del Card.l S. Giorgio al Nunzio del 3 giugno 1594, e filz. 224, let. del Nunzio al Card.l S. Giorgio del 1.º luglio 1594. Segnatamente questa commendatizia dovè essere sollecitata da D. Lelio, il quale stava in Roma a quel tempo ed in ottime relazioni col Papa; si noti che la dimora di D. Lelio in Roma fu accidentale e limitata a' soli tre anni sopra indicati, al contrario di quanto dice il Litta.
168.Per la traduzione del Principe da Gaeta in Napoli, ved. nell'Arch. d'Urbino la detta filza 212, let. di Giulio Giordano de' 16 e 23 febb.º 1596, e nell'Arch. Mediceo filz. 4085, let. di Giulio Battaglino del 22 febb.º 1596. — La notízia de' sussidii avuti dal Gran Duca di Toscana leggesi nell'Arch. Veneto Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre 1598. — La corrispondenza del Principe si legge nell'Arch. Mediceo, Lett. di Napoli di Particolari filz. 4152. Comincia dal 3 gen. 1590, da Sarano. Continua col 25 apr. 1592; 8 marzo, 19 luglio e 3 9bre 1593; 15 giugno, 8bre e 10bre 1594, da Gaeta o Castello di Gaeta, firmato talvolta «lo infelice compare Ppe di Bisignano»; marzo 1598 dal Castelnuovo di Napoli, firmato «lo infelice Ppe di Bisignano». Segue un'altra lettera del 25 agosto 1598 da Chiaia. Poi ve ne sono ancora diverse posteriori. — Egualmente tra le Lettere di Napoli di Giulio Battaglino, filz. 4086, se ne trova un'altra del Principe del 17 marzo 1598 dal Castelnuovo, firmata «lo infelice»etc.Intanto nella stessa filza una let. del Battaglino del 6 mag. 1597 reca che nella Chiesa del Gesù si erano pacificati il Principe e la Principessa, rimanendo d'accordo che non avrebbero coabitato insieme; evidentemente si era fatto uscire il Principe per compiere quella funzione e poi lo si era ricondotto in Castelnuovo; ed ecco la necessità di tenere ben presenti le date soprariferite. — La transazione fatta con la Principessa si legge nell'Arch. di Napoli, RegistriPrivilegiorum, ad occasione del Regio assenso, vol. 112 (an. 1597-98) fol. 36, e vol. 118 (an. 1599) fol. 6. — L'obbligo del Principe di tener la casa in luogo di carcere, e la cauzione data da D. Lelio si trovano ne' RegistriSigillorum, per la riscossione delle tasse relative al Regio assenso, vol. 37 (an. 1600) sotto le date del 20 maggio e 22 giugno. — Per la notizia della fuga co' suoi particolari e i suoi motivi, ved. nell'Arch. Mediceo filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 1.º 7bre 1598, e meglio ancora nell'Arch. di Venezia Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre e 28 8bre 1598: col suo testamento il Principe intese di procurarsi un migliore assegnamento, render sicuto quello della Principessa e provvedere alla sorte di un suo figliuolo naturale, che condusse con sè nella sua fuga e che dovè essere Carlo Sanseverino.
168.Per la traduzione del Principe da Gaeta in Napoli, ved. nell'Arch. d'Urbino la detta filza 212, let. di Giulio Giordano de' 16 e 23 febb.º 1596, e nell'Arch. Mediceo filz. 4085, let. di Giulio Battaglino del 22 febb.º 1596. — La notízia de' sussidii avuti dal Gran Duca di Toscana leggesi nell'Arch. Veneto Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre 1598. — La corrispondenza del Principe si legge nell'Arch. Mediceo, Lett. di Napoli di Particolari filz. 4152. Comincia dal 3 gen. 1590, da Sarano. Continua col 25 apr. 1592; 8 marzo, 19 luglio e 3 9bre 1593; 15 giugno, 8bre e 10bre 1594, da Gaeta o Castello di Gaeta, firmato talvolta «lo infelice compare Ppe di Bisignano»; marzo 1598 dal Castelnuovo di Napoli, firmato «lo infelice Ppe di Bisignano». Segue un'altra lettera del 25 agosto 1598 da Chiaia. Poi ve ne sono ancora diverse posteriori. — Egualmente tra le Lettere di Napoli di Giulio Battaglino, filz. 4086, se ne trova un'altra del Principe del 17 marzo 1598 dal Castelnuovo, firmata «lo infelice»etc.Intanto nella stessa filza una let. del Battaglino del 6 mag. 1597 reca che nella Chiesa del Gesù si erano pacificati il Principe e la Principessa, rimanendo d'accordo che non avrebbero coabitato insieme; evidentemente si era fatto uscire il Principe per compiere quella funzione e poi lo si era ricondotto in Castelnuovo; ed ecco la necessità di tenere ben presenti le date soprariferite. — La transazione fatta con la Principessa si legge nell'Arch. di Napoli, RegistriPrivilegiorum, ad occasione del Regio assenso, vol. 112 (an. 1597-98) fol. 36, e vol. 118 (an. 1599) fol. 6. — L'obbligo del Principe di tener la casa in luogo di carcere, e la cauzione data da D. Lelio si trovano ne' RegistriSigillorum, per la riscossione delle tasse relative al Regio assenso, vol. 37 (an. 1600) sotto le date del 20 maggio e 22 giugno. — Per la notizia della fuga co' suoi particolari e i suoi motivi, ved. nell'Arch. Mediceo filz. 4086, let. di Giulio Battaglino del 1.º 7bre 1598, e meglio ancora nell'Arch. di Venezia Carteggio di Napoli, let. dello Scaramelli del 1.º 7bre e 28 8bre 1598: col suo testamento il Principe intese di procurarsi un migliore assegnamento, render sicuto quello della Principessa e provvedere alla sorte di un suo figliuolo naturale, che condusse con sè nella sua fuga e che dovè essere Carlo Sanseverino.