CAP. V.

Dopo di aver combattuto i testimoni, il Campanella combatte i primi giudici, accenna all'imputazione di eresia, discute le quistioni di dritto, e formola la sua conclusione. Fra Marco di Marcianise era vecchio nemico di fra Dionisio per le controversie de' frati Riformati. Fra Cornelio lombardo era egualmente nemico di fra Dionisio per molte cause fratesche, e poi avea preso danaro; 100 ducati da Mesuraca per fare un processo capitale, 50 ducati da' parenti di Cesare Pisano per favorirlo, 100 ducati da fra Vincenzo Rodino e fra Alessandro di S. Giorgio per liberarli dalla carcere. Lo Sciarava, giudice nell'altro foro, era stato giudice e parte, avea magnificata la causa della ribellione per magnificare sè medesimo presso il Re, trovavasi da due anni scomunicato dal Vescovo di Mileto patrono di esso fra Tommaso; avea preteso la ribellione essere fomentata da Prelati e da Principi, ed aveva amministrati tali e tanti tormenti da far dire ad ognuno più di quanto sapesse, mentre anchei calabresi, per natura loro, credono di esonerarsi col dire più di quanto sanno non solo contro i nemici ma anche contro gli amici. E poi soggiunge: «Non deve pregiudicare ciò che falsi testimoni affermano, l'aver lui voluto fondare eresia, poichè questo deve discutersi non già ritenersi in anticipazione, nè egli ne fu mai confesso o convinto, benchè ne sia stato veementemente sospetto; e la sospizione si è verificata anche in persona di Profeti e di Santi, che trovansi condannati come eretici e seduttori. Nè in Calabria è possibile fondare eresia senza le forze de' Principi, siccome egli disputò nel libro della Monarchia, e se avesse avuta questa intenzione sarebbe andato in Germania o a Costantinopoli. Così mostransi riprensibili le parole sue mal comprese, non già la sua vita e i suoi costumi, circa i quali egli chiede di essere inquisito benchè si trovi diffamato. E i suoi travagli passati non lo rendono cattivo, ma forse piuttosto timido, giacchè la cattiva azione fa l'uomo cattivo.... Oramai si è fatto palese che i pensieri di fra Tommaso erano rivolti all'unione de' Cristiani». Soggiunge ancora: le pruove testimoniali dicono tutto al più aver lui voluto ribellare solamente di seconda intenzione, cioè nel caso in cui fossero avvenute mutazioni. Ma bisogna distinguere il reato commesso e il reato semplicemente voluto, e quello contro la persona del Re e quello contro il Regno. Chi l'abbia commesso merita la morte e non può darglisi di più; chi l'abbia solamente voluto merita qualche cosa di meno; chi l'abbia voluto di seconda intenzione merita anche meno di chi l'abbia voluto di prima intenzione; e chi non è suddito merita meno del suddito, e il frate meno del clerico secolare, poichè la Religione Domenicana dipende immediatamente dal Papa; chi poi dice bene del Re merita anche meno. Inoltre non ci fu mai un concerto, ma ci furono colloquii accidentali. Così nella casa di Gio. Jacopo Sabinis esso fra Tommaso andò a far la pace tra' Contestabili e Carnevali; erano presenti Maurizio e Gio. Gregorio Prestinace suo compare venuti per la pacificazione, e cadde il discorso sulle mutazioni, ma nessuno intervenne per la ribellione, che nessuno di loro avea mai ideata. A Pizzoni esso fra Tommaso andò sollecitato tre volte da fra Gio. Battista, e comunque vi fossero altre persone, il colloquio si tenne solamente tra lui, fra Gio. Battista e Claudio Crispo: non erano presenti fra Dionisio e gli altri, e però non ci fu concerto; esso fra Tommaso parlò al Crispo dietro istanza di fra Gio. Battista per trattenerlo nella difesa di lui, non già per la ribellione, e andò pure a vedere una fabbrica di carta, ed aveva compagni perchè la strada non era sicura. A Davoli neanche vi fu concerto, poichè il Rania e Maurizio non furono presenti al colloquio che esso fra Tommaso ebbe con Gio. Paolo di Cordova e Gio. Tommaso di Franza, «onde riesce chiaro non esservi stato da parte di fra Tommaso fermo consiglio, se fatalmente le mutazioni non avessero fornita l'occasione». Egli non merita pena, avendo solo razionalmente dubitatope' segni o per le profezie; nè è responsabile dell'essere molti morti per questa causa, poichè tutti erano omicidi, e Dio permise che morissero per avere abusato de' detti di fra Tommaso e per gli altri loro peccati. Anche le predicazioni degli Apostoli e de' Profeti eccitarono molti rumori, ma la predicazione di fra Tommaso fu a vantaggio della repubblica sì del Re che del Papa. I socii di Catilina convinti e confessi di congiura per mettere a fuoco la patria e distruggere il Senato, avendo giurato col bere sangue misto con vino, perchè non giunsero a consumare la loro scelleraggine, trovarono una parte di Senatori che con Cesare disse non doversi dare loro la morte: e non troverà misericordia presso cristiani fra Tommaso, che non commise scelleraggine, non si ricinse di armi, non mosse a sedizione,... nè è suddito, nè Principe o potente da cui possa temersi qualche cosa? I Dottori dicono, che è in facoltà del giudice consegnare o no un clerico alla Curia secolare, vista la condizione della persona: la condizione deve intendersi relativamente all'atto in quistione non già relativamente ad ogni altra cosa, e qui c'è difetto di condizione spettante alla sostanza dell'atto, poichè essendo fra Tommaso inabile a ribellare e per natura, e per fortuna, e per professione, non deve credersi che abbia cercato di ribellare, anche quando fosse un cattivo soggetto. Oltracciò il Papa nel suo Breve dice che si consegnino alla Curia secolare coloro i quali sono legittimamente convinti, e fra Tommaso non è convinto, sia perchè manca il corpo del delitto, sia perchè i testimoni sono complici, nemici e scellerati, ed anche varii intorno alla cosa, al modo, al luogo e al tempo. E la convinzione deve intendersi nel senso del reato commesso, non già soltanto voluto, e se la convinzione manca, la condanna deve pronunziarsi secondo il dritto canonico, non secondo il dritto civile: nè la ragione politica lo consiglia, poichè è odioso lo spargere il sangue di un sacerdote, massime pel motivo di profezia; e il popolo lo loderebbe quando avvenisse qualche sciagura. Tutti i testimoni ne' tormenti negano di essersi accordati con fra Tommaso intorno alla repubblica; adunque fra Tommaso fu solo a volerla, ciò che è impossibile, e così essi lo assolvono, e «mostrano fra Tommaso aver detto questo nella sua confessione pel minor male, sotto l'impressione del tormento, macerato dal carcere, dalla fossa e dall'inedia».

Ed ecco la conclusione: «Meglio è che sia messo in custodia fino al tempo della predizione sua, sì che il popolo ne vegga la falsità, ovvero si penta acciò non accadano i mali quando siano veri; come avvisava Geremia... Che se avvenga danno al Regno, egli si offre di risarcirlo al doppio; poichè della morte sua il Regno non rimane edificato ma scandalizzato, laddove si verifichi qualche sciagura, come apparisce dalla perdita delle navi sofferta[129].La morte è una cautela di mali futuri, non già de' passati: a ciò meglio provvede il carcere in materia di predizioni e novità». E ripigliando le sue considerazioni sul processo aggiunge di non dover morire, perchè non è ribelle nè di 1anè di 2aintenzione, perchè non è convinto, perchè seguendo il fato predisse e desiderò preparare un bene da un male; e le inimicizie, tra tutti quelli che volevano ciò, mostrano non esservi stato tra loro alcun proposito di ribellare, poichè la cospirazione esige l'unione degli animi e molta confidenza, e tra loro non ve ne fu; vi fu abuso delle predizioni da parte di taluno. La ribellione non venne dimostrata con qualche atto, ma solo concepita nell'intenzione; null'altro il fisco può provare dal processo, ma non si può provarlo nemmeno dalle parole di fra Tommaso agli altri, poichè egli poteva altro dire ed altro intendere; ma dalle parole sue nel tormento non si prova l'intenzione di ribellare, bensì il contrario, e però contro di lui non c'è nulla. Finisce chiedendo i suoi libri e la facoltà di essere esaminato, e dimostrando che non si deve seguire il Palermitano, il quale dice che nel caso di delitto di ribellione il clerico ha da essere consegnato alla Curia secolare, poichè le teoriche di costui non sono soltanto erronee ma perfino eretiche[130].

La «2aDelineatio» è rappresentata dagli Articoli profetali. Sono 15 articoli ne' quali il Campanella mostra la necessità di occuparsi de' segni e delle profezie, espone e giustifica quanto avea raccolto in tale materia, ed infine ricorda anche i segni speciali visti in Calabria, onde era stato condotto a determinare l'inizio delle imminenti mutazioni nel 1600 e nel primo settenario del nuovo secolo. Andremmo troppo in lungo nel volerne dar conto; e trattandosi di cose le quali riescono a chiarire il punto di partenza della sua azione, ma non propriamente la sua azione ne' fatti della congiura, crediamo bene potercene dispensare. Egli li scrisse in aggiunta alla sua 1aDifesa, per dimostrare «che non si era infinto allo scopo di covrire un male», come appunto ivi dichiarò; non rappresentavano quindi propriamente una difesa, ma un allegato della difesa, e questo si rileva anche dalla loro intestazione. Il Campanella si proponeva di svolgerli innanzi a' Giudici coll'aiuto del libro sulla Monarchia de' Cristiani e del libro sul Regime della Chiesa, l'uno in potere del Card.lS. Giorgio, l'altro lasciato in Stilo; e chiedeva questi libri, e si protestava della nullità degli atti se i libri non fossero dati, come si legge appunto nella fine degli articoli.

Dobbiamo ora fare qualche commento su queste Difese, e segnatamente sulla 1adi esse. Lasciando da parte la forma, notiamo che varii tentennamenti appariscono ne' concetti medesimi espostidal Campanella, ed in ultima analisi non è assolutamente negato il fatto di un disegno partecipato con sollecitazioni a diversi aderenti, banditi e non banditi, di un concerto per far la repubblica nei monti, avvalendosi di mutazioni in vista ed aiutandosi con le armi e le prediche; ma questo fatto è semplicemente attenuato e fornito di spiegazioni, il cui valore doveva senza dubbio riuscire quistionabile assai nella mente de' Giudici. D'altronde non si vede efficacemente combattuto il cumulo di testimonianze raccolte contro di lui, ma anch'esso appena attenuato e fornito di spiegazioni non sempre felici; sicchè non è pienamente negata la reità, ma solo rimpiccolita al punto da respingere per essa la pena di morte ed ammettere la pena del carcere indefinito. Mentre si propone di sostenere che non abbia cospirato, comincia col dimostrare che «non fu mosso a cospirare nè dall'ambizione nè dalla malevolenza, ma guidato dalla profezia»; intende di provare non esservi stato concerto, e frattanto parla di «coloro i quali aderirono a lui con retta intenzione», e spiega che «volle servirsi de' banditi non come nemici del Re, ma come uomini armati convertendoli al bene, e propose di servirsi anche di uomini probi non banditi»; ed è superfluo insistere sul buio fitto della natura delle mutazioni, della condizione della repubblica da fondarsi, del Regno sacerdotale unico «utile al Re prima che al Papa», dell'essersi mosso a preparare la repubblica «per istinto divino e perchè spettava a' Domenicani il prepararla», e parimente degli scopi singolari affibbiati a tale repubblica. Non riesce poi certamente a combattere i testimoni dicendoli «complici e scelleratissimi», giacchè l'esistenza del reato veniva con ciò tristamente ribadita, e per la giurisprudenza del tempo nel reato di Maestà anche i complici valevano a convincere; nè riesce esatto dicendo che «tutti ne' tormenti aveano negato di essersi accordati con fra Tommaso intorno alla repubblica» e però fra Tommaso sarebbe stato il solo a volerla, mentre invece taluni erano risultati confessi di avervi direttamente o indirettamente aderito. E guardando alle obiezioni avverso ciascun testimone, debolissime riescono p. es. quelle fatte al Petrolo, e quanto al Pizzoni, niente di serio prova l'enumerazione delle sue scelleraggini ed infamie passate, le quali non aveano mai impedito che fosse corsa tra lui e il Campanella una grande intimità; nè prova molto la ritrattazione da lui fatta ma non mantenuta, e l'essere stato bilingue prova tutt'al più che gli avea mancato di fede, denunziandolo in un reato nel quale erano complici, ma non che il reato era stato da lui inventato. Quanto al Caccìa ed al Crispo, non riescono facilmente ammissibili le spiegazioni date per mostrare la loro inimicizia verso di lui, mentre egli si era mantenuto in istretta relazione con loro, e massime con l'ultimo avea tenuto una corrispondenza scritta, assai compromettente e caduta nelle mani del fisco; quanto al Pisano ed al Vitale, è vero che costoro non aveano mai parlato con lui, ma aveano pur troppo parlato co' due suoi più attivi compagni, fra Dionisioe Maurizio, l'uno lasciato dal Campanella assolutamente nell'ombra, l'altro posto sotto una luce orribile; d'altronde, circa le ritrattazioni avvenute per taluni di costoro in punto di morte, esse a quel tempo nemmeno godevano molto credito, sapendosi che erano troppo spesso dovute alle istanze de' superstiti, e alla credenza che fosse opera cristiana e meritoria l'aiutarli. Quanto a Maurizio, l'inimicizia di costui non riesce concepibile, mentre in tanti tormenti sofferti non aveva mai nominato il Campanella, e le storie postume di tale inimicizia, come il movente delle ultime rivelazioni da lui fatte, appariscono asserzioni inventate pe' bisogni della causa: sul fatto medesimo dell'avere Maurizio deposto che il Campanella non avea voluto il soccorso de' turchi, fatto ripetuto costantemente dal Campanella, c'era un po' di equivoco, giacchè Maurizio avea con lealtà deposto di essere spontaneamente andato presso i turchi, non già che il Campanella fosse propriamente contrario alla dimanda di questo soccorso, mentre invece egli appunto ne avea fatto sorgere il pensiero. Ma del resto lasciando anche da parte tutte le testimonianze di questi «complici e scelleratissimi», c'era la testimonianza dello stesso Campanella, la Dichiarazione scritta in Castelvetere, suggellata dalla confessione orale in tortura; e il Campanella nella sua Difesa accenna appena a questa confessione, la quale era sempre della più alta importanza, giacchè, pur quando avesse potuto dimostrare di non essere stato convinto, gli rimaneva ancora a dimostrare di non essere stato confesso; egli si limita a dire, col solito tentennamento, una volta che «dalla sua confessione si provava solo che non avrebbe fatta la repubblica se non quando fosse avvenuta mutazione», ed un'altra volta che «dalle sue parole nel tormento non si provava l'intenzione di ribellare, bensì il contrario», laonde questo lato importantissimo della difesa apparisce deficiente. Infine torna anche inutile per lui ricordare che i primi Giudici erano nemici e venali, quando le imputazioni risultavano confermate innanzi a' successivi; inutile far notare che lo Sciarava si era servito di tormenti gravissimi, quando la giurisprudenza concedeva di potersene servire nel caso di lesa Maestà; inutile distinguere il reato commesso e il reato semplicemente voluto quando la giurisprudenza nel caso di lesa Maestà assegnava la pena medesima all'uno ed all'altro; inutile discutere le condizioni in cui si poteva consegnare il Clerico alla Curia secolare, quando il Breve Papale aveva conceduto che le si consegnassero quelli «legittimamente convinti o confessi». In conclusione le Difese del Campanella non avrebbero potuto distruggere l'imputazione fattagli, perchè la sua causa disgraziatamente era insostenibile con efficacia. Gli Articoli profetali da lui scritti, senza contare quello serbato in petto concernente la Monarchia a lui profetizzata dall'astrologo, valevano bene a dimostrare che egli penetrato di certi principii superiori aveva agito in conseguenza di essi: ma non era stata per anco fatta a que' tempi la grandiosa scoperta dellaforza irresistibile, e l'operasua, comunque ricinta di certe condizioni, non era e non poteva essere che una congiura, un disegno di ribellione, e i Giudici non avrebbero potuto profferire altra sentenza che quella di consegna alla Curia secolare. Egli medesimo si contentava allora di ciò che lo rese scontento in sèguito, quando il caso glie lo fece ottenere, di esser messo in custodia fino all'avveramento della predizione sua; e si sa che il tempo ne era definito sino ad un certo punto, lasciando un margine più che largo, come rilevasi chiaramente dalla stessa edizione posteriore de' suoi Articoli profetali. Dopo tutto ciò può ognuno formarsi un criterio intorno alla colpabilità del Campanella nel delitto appostogli; a noi essa apparisce manifesta.

Ci rimane a parlare dell'Appendice o Lettera «ad amicum pro Apologia», scritta, come abbiamo veduto, subito dopo le Difese. Quale oggi la possediamo, essa trovasi in coda a ciascuna delle tre copie ms. degli Articuli prophetales, ultima ricomposizione, che si conservano in Roma nella Casanatense, in Napoli ed anche in Madrid nelle rispettive biblioteche nazionali. Il Berti fu il primo a scovrirla nella Casanatense, e nel 1878 ne diè un sunto molto preciso, giudicandola documento valevolissimo a smentire l'esistenza della congiura. Noi la diamo per esteso, nella lezione della Casanatense e in quella di Napoli, giacchè ognuna di esse è molto scorretta e può l'una correggersi con l'altra, raccomandando a' lettori di percorrerla nella sua integrità: essi la giudicheranno probabilmente, come noi la giudichiamo, un documento apologetico, al pari delle lettere del 1606-1607 e della Narrazione che il Campanella scrisse tanto più tardi, per giustificarsi alla meglio e in tutti i modi, i quali d'altronde non escono dall'ordine de' modi da lui adottati e ripetuti sempre; nè sfuggirà certamente la concordanza de' concetti in essa svolti con quelli svolti nella Difesa. Diciamo d'un tratto che la Lettera apparisce scritta ad un compagno di carcere similmente frate, con ogni probabilità a fra Dionisio, durante la causa della congiura, dietro il risentimento di costui perchè le mutazioni previste non erano succedute o erano succedute a rovescio, ed anche perchè avea confessato di voler predicare la repubblica. Ma eccone una rassegna particolareggiata. Il Campanella vi ricorda aver detto che dall'anno 1600 in poi sarebbero succedute grandi novità, ed afferma che sul negozio di Calabria l'amico dovea sdegnarsi non già contro di lui ma contro sè stesso, che avea parlato di ciò che meno comprendeva. Che egli vide una cometa marziale la quale correva dall'oriente all'occidente, ed argomentò che sarebbe venuta gente estranea contro i Reggitori della Provincia, ma non potè vedere che razza di gente si fosse, e vennero i Capitani Regii e desolarono il paese (infatti venne Carlo Spinelli avverso a De Roxas Preside della Provincia, ma di questo pronostico sbagliato da cima a fondo avrebbero potuto forse rimanere capacitati i Giudici, non mai l'amico suo). Ed estendendosi ne' prodigi apparsi «che poteano muovere ogni savio a parlare», dice che nelle sue predizioninon tocca questo Regno più che lo stesso mondo, di cui preconizza la fine (veramente nella Dichiarazione avea ammesso di aver predetto le mutazioni pel Regno di Napoli), ed annunzia la fine del mondo e la Santa repubblica aspettata da' profeti, da' filosofi e dalle genti; e dice che l'amico non può far difese se egli non parli ai Giudici, la qual cosa non si permette (ma pure fino ad un certo punto ne aveva parlato a' Giudici ed anche dettato uno scritto per uso del Sances). Predice all'amico che la congiunzione magna gli sarà fatale e non potrà sfuggire agli spagnuoli, che gli sovrasta la morte ne' 38 anni di età, come a sè stesso sovrasta ne' 43, e quindi gli raccomanda di trovar mezzi perchè la causa sia finita prima di tre anni (donde si dovrebbe inferire che la lettera fosse stata scritta dopo la sospensiva prodottasi nella spedizione della causa, vale a dire dopo il 12 aprile, ma bisogna sempre tener presente che si ha sott'occhio un esemplare della lettera rifatta). Passa a giustificarsi dell'aver confessato di voler predicare la desiderata repubblica, se fatalmente fosse avvenuta la rovina del Regno e della Provincia, raccogliendone i residui su' monti: io, egli dice, non ho confessato eresia nè ribellione, ma di aver voluto profittare di un male volgendolo in bene; così non furono i Veneti ribelli all'Impero, quando percossa Aquileia da Attila ripararono nelle lagune e costituirono una nuova repubblica libera dall'Impero. E poi dice che spettava a' Domenicani predicare tale repubblica, e lo dimostra co' testi ecclesiastici, con S. Vincenzo Ferrer, S.taCaterina, l'Apocalisse, e cita fra Rusticano, Savonarola, M.oCatarino, il B.toRaimondo etc., e nota che quelli i quali tengono la fede per ragion di Stato giudicano che essi pure abbiano parlato per acquistare uno Stato, ma chi crede per ragione Divina li difende con Davide e S. Paolo. Aggiunge che egli è umiliato troppo, che tutti sono umiliati e flagellati troppo, che egli meritava un premio, che quelli che non credono nelle sue predizioni se ne avvedranno, e qui cita S. Pietro, Isaia etc. concludendo che le profezie si adempiranno, e raccomandando a tutti di agire virilmente e sollevare il loro cuore.—Che questa lettera si debba ritenere diretta a fra Dionisio, come il Berti ottimamente afferma sebbene non ne dica le ragioni, apparisce dal vederla scritta ad uno che si era sdegnato coll'autore, che avea già prima parlato a sproposito, che era in pericolo di non potere sfuggire agli spagnuoli, circostanze tutte riferibili appunto a fra Dionisio. Vi sarebbe solo da obiettare che avendogli il Campanella predetta la morte a 38 anni, nel tempo della congiunzione magna, vale a dire nel 24 10bre 1603 come ci lasciò scritto anche nelle Poesie, fra Dionisio avrebbe dovuto nel 1600 avere 35 anni di età; e sebbene ci facciano difetto le notizie intorno a ciò, mancandone sempre tutti i costituti suoi, l'età di 35 anni nel 1600 non può dirsi probabile per lui, tanto più che conosciamo avere allora il germano fra Pietro l'età di 31 anno, e l'altro germanoFerrante 29[131]; tuttavia fra le moltissime scorrezioni di entrambi i manoscritti questa potrebbe esser una, e invece di 38 dovrebbe forse leggersi 35. Ma ciò che non persuade si è, che in una lettera confidenziale occorresse esporre tutte quelle giustificazioni estranee a' rimproveri che erano stati mossi, e ripetere tutte quelle profezie e citazioni che fra Dionisio e gli altri compagni aveano dovuto udire già troppe volte, come lo mostrano le deposizioni fatte da alcuni di loro in Calabria. Bisogna quindi dire che in ultima analisi, come gli Articoli profetali delle biblioteche sono certamente un'edizione posteriore rifatta ed ampliata degli Articoli scritti al tempo de' processi, così la lettera che sta in appendice a quelli Articoli dev'essere un'edizione rifatta ed ampliata della lettera scritta dapprima, e quindi un'edizione adattata alle circostanze dell'autore a' tempi ne' quali essa venne rifatta. Vedremo che gli Articoli profetali vennero rifatti nel 1607, con la speranza che sarebbero stati presentati ad alti personaggi, de' quali il Campanella sollecitava l'aiuto; e così l'Appendice avrebbe servito presso costoro, ripetendo gli argomenti che si trovano addotti nella «1aDelineatio defensionum» e poi nelle lettere del 1606-1607, svolti di nuovo in sèguito nella Narrazione; laonde bene a ragione dicevamo trattarsi di un documento apologetico non dissimile da tutti gli altri che si conoscono, e da doversi apprezzare co' criterii medesimi co' quali i detti documenti vanno apprezzati.

Nulla abbiamo poi a dire circa la ricomposizione del libro dellaMonarchia di Spagna; ci basterà solo far avvertire che essa venne eseguita realmente nel corso del processo dell'eresia, essendo rimasta sospesa la spedizione della causa della congiura, e continuando il Campanella a dimostrarsi pazzo.

Ma non c'ingolferemo nel racconto del lungo processo dell'eresia, senza parlare de' premii che da un pezzo i denunzianti e i persecutori della congiura dimandavano, il Vicerè sollecitava, e il Governo di Madrid venne accordando mano mano e senza alcuna fretta. «Non era negotio questo da passar irremunerato; furono riconosciuti non solo dal Conte, ma anche da S. M.tàin molte maniere»: così scrisse il Capaccio vissuto a que' tempi, discorrendo di Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia[132]. Disgraziatamente i RegistriMercedumrimastici nell'Archivio di Stato, ne' quali insieme con le ricompense si sogliono trovare specificati i servigi, cominciano solo dall'anno 1606; ma altre categorie di scritture forniscono anche notizie di concessioni fatte a questi due sciagurati, ricordando il loro servigio speciale della scoperta della congiura. Per Fabio di Lauro, ne' RegistriSigillorumin data di aprile 1600, troviamouna grazia fatta a sei individui che avevano assassinato fra Maurizio Barracco, altra nostra conoscenza, sicuramente dietro la sua intercessione o «nominatione» come allora si diceva, «stante lo servitio fatto in scoprire la congiura tentata in Calabria, in deservitio de Dio et de sua M.tà» etc.[133]: ma troviamo pure in data del 3 gennaio 1602 e 3 aprile 1604 una licenza d'arme per lui con altri tre compagni, la qual cosa potrebbe indicare che era obbligato a guardarsi da qualche vendetta[134]. Per Gio. Battista Biblia poi, abbiamo veduto essergli stato ucciso il fratello Marco Antonio fin dal novembre o dicembre 1599: questo Marco Antonio, dapprima sostituto credenziere, era stato in sèguito nominato percettore della gabella della seta di Catanzaro, con privilegi notati per le esecutorie fin dall'ultimo di febbraio e 12 maggio 1595; ed ecco Gio. Battista Biblia succedergli in questo ufficio con privilegio notato per l'esecutoria il 16 dicembre 1600, ma naturalmente concesso alcuni mesi prima[135]. Oltracciò i RegistriPrivilegiorumce lo mostrano con la data del 12 giugno 1602 insignito del titolo e grado di nobiltà, trasmissibili a' suoi discendenti: e in siffatta occasione troviamo menzionato «il singolare servizio» di avere partecipato al Sovrano «la congiura e perfidia di taluni della stessa città di Catanzaro»[136]. È del tutto verosimile che la medesima onorificenza, con qualche altra lauta carica, abbia avuta egualmente Fabio di Lauro, e lo confermerebbe il fatto, che alcuni anni dopo il Campanella, nelle sue lettere del 1606, parlò de' «revelanti falsi fatti cavalieri»; ma non ci è riuscito trovarne i documenti. Lo stesso ci è avvenuto per Gio. Geronimo Morano, pel quale le ricompense doverono essere certamente più laute: possiamo soltanto dire che egli non si mosse da Catanzaro e continuò a spadroneggiarvi, ma vi fu gravemente avversato dagli Spina. È certo poi che da Madrid, allorchè si trattava di pure lettere di complimenti, queste non si facevano troppo attendere, ma allorchè si trattava di ricompense sode, queste venivano con comodo e dopo maturi consigli.E p. es. il Principe della Roccella non tardò ad avere, in data de' 27 aprile 1600, una lettera del Re, pubblicata dall'Adimari nella Storia della famiglia Carafa e ripubblicata dal Baldacchini, con la quale Filippo III diceva che avrebbe nelle occasioni tenuto presente l'avviso avuto dal Vicerè «de la promptitud con que acudistes à la defensa de las cosas de Calabria, en la ocasion dela venida dela Armada Turquesca el año passado, y el cuydado con que os empleastes en atajar la coniuracion que algunos tratavan en aquella Provincia». Ma, utilitario qual era, il Principe si fece anche cedere dal Conte di Condeianni D. Gio. Battista Marullo le difese di Bianco e Condeianni involte in una grossa vertenza col Fisco, e iniziò una favorevole transazione su questo capo, inoltre chiese un comando di gente d'arme (titolo di alto onore, con buon soldo, senza obbligo di servizio); scorse allora molto tempo, ma infine ottenne, oltre la transazione desiderata, un posto di Consigliere del Collaterale, con la promessa che dandosi l'occasione sarebbe stato tenuto presente pel posto di Capitano di gente d'arme[137]. Quanto a Carlo Spinelli, fatta una dimanda formale, con l'esposizione di tutti i suoi meriti, e tra gli altri quello della diligenza e premura usata «en acquietar y guardar la provincia de Calabria dela armada del Turco y alboroto que alli occurrìo el año passado», onde sollecitava o la proprietà del comando della cavalleria che teneva interinalmente, o l'aumento della pensione di. D.ti400 che godeva, sempre con la facoltà della trasmissione a vita a un suo nipote, dovè attendere che il Vicerè e il Consiglio Collaterale dessero il loro parere sulla dimanda. I lettori troveranno ne' Documenti da noi raccolti la lettera Regia con la quale veniva ordinato l'invio di tale parere[138]; ed aggiungiamo che non prima del 4 settembre 1601 fu accordato allo Spinelli il posto di Capitano della cavalleria pesante, «avendo per aggiunto con futura successione D. Scipione Sanseverino Marchese di S. Donato suo pronipote da sorella» che egli nominò[139]; così questo giovane cavaliere, Marchese dal 1598 e subito promosso Duca il 20 settembre 1602, favorito dallo zio Spinelli e dal padrigno Reggente Costanzo, divenne sempreppiù scapestrato e prepotente, nè a caso parliamo di lui, dovendo incontrare anche la sua sorella nel corso di questa narrazione. Maggior tempo ancora dovè attendereD. Carlo Ruffo, per vedere accolte le dimande fatte: abbiamo intorno a lui solamente il Privilegio col quale gli si concede la dignità e il grado di Duca di Bagnara, con la circostanza dell'averlo dimandato; esso è in data del 19 gennaio 1603[140]. Come si vede, D. Carlo saltò da Barone a Duca, pe' meriti suoi, di tutta la sua famiglia e de' maggiori, secondo l'espressione del Privilegio; e il Campanella fu pur troppo la causa principale di tante grandezze.

Naturalmente non venne dimenticato lo Xarava e neanche fra Cornelio. Documenti rinvenuti nell'Archivio di Napoli ci mostrano che il Conte di Lemos propose immediatamente lo Xarava al posto di Consigliere del Sacro Regio Consiglio di Capuana, non appena vi fu una vacanza per la morte di D. Alonso Ximenes; ma in Madrid si affacciarono dubbî sulla sua capacità, integrità e prudenza, il Re volle esserne bene informato, e per quella volta fu nominato Consigliere il Ruiz de Baldevieto, del quale accadrà pure di dover parlare in sèguito[141]. Nel frattempo vacò un altro posto di Consigliere per la morte di D. Francisco Bermudez de Castro, e l'ebbe l'Avvocato De Leonardis, stato già promosso a Fiscale della Vicaria; ne vacò poi un terzo pel passaggio di D. Pietro De Vera a Presidente, ed allora lo Xarava, recatosi personalmente a Madrid, potè essere nominato Consigliere, ma ciò avvenne non prima del 14 aprile 1603[142]. Vedremo che al nuovo ufficio agevolò ancora la via un altro avvenimento, che eccitò sempre più a' rigori verso i frati incriminati, a' quali rigori lo Xarava si offrì in un modo perfino strano: per ora aggiungiamo che tanto più tardi, nel 1615, ottenne ancora una pensione annua di D.i300, e sempre venendo annoverati tra' meriti i servigi resi in Calabria da Avvocato fiscale[143]. Quanto a fra Cornelio, anch'egli dovè aspettare, ma impaziente qual era, d'accordo col Vicerè e con le commendatizie di Carlo Spinelli, nel marzo 1601 si recò a Madrid, e vedremo che subito fra Dionisio lo fece conoscere a Roma, essendosi ritenuto che avesse intrapreso tale viaggio per dar notizia al Governo dell'andamento del processo dell'eresia già in corso, nel quale si trovava a ridire sul conto suo, e sul conto di fra Marco da Marcianise come di tutti coloro i quali aveano tenuto mano o a perseguitare o a giudicare i frati; se non che, oltre questo scopo, dovè esservi anche l'altro di sollecitare almeno una pensione, ed è certo che finì per ottenerla. Loabbiamo desunto da due documenti raccolti tra diversi altri nell'Archivio di Torino, essendo stato fra Cornelio il protagonista di un incidente che avvenne parecchi anni dopo e che accenneremo in breve. Trovavasi Vicerè di Napoli il 2oConte di Lemos, e fra Cornelio era ben veduto da lui: con lettere commendatizie del Card.lAldobrandini, e con un atteggiamento di suddito fedele a casa Savoia, progettò un matrimonio tra il Re di Spagna e Maria di Savoia terzogenita del Duca Carlo Emmanuele; in giugno 1613 impegnò nella faccenda l'Agente del Duca in Napoli Melchiorre Reviglione, e ne fece fare la proposta al Conte di Lemos, offrendosi di andar lui in Spagna, giacchè essendo «pensionato del Re» nessuno avrebbe mai potuto intendere lo scopo del viaggio, che sarebbe stato attribuito ai suoi particolari interessi. La guerra pel Monferrato assopì la faccenda, ma nel novembre 1616 fra Cornelio se ne andò a Roma per parlarne al Ministro di Savoia, l'Abate Scaglia Conte della Verrua, al quale già si era offerto prima quale agente di fiducia mandandogli una cifra e qualche lettera di poca importanza: l'Abate non lo ritenne altrimenti che un furbo, desideroso di assicurarsi in Madrid la pensione, posta in pericolo dall'essere succeduto il Duca di Ossuna al Conte di Lemos, mentre egli trovavasi «da tanto tempo pensionato dal Re»; infine poi fra Cornelio, divenuto già gottoso, non volle contentarsi di 300 ducati d'oro fattigli offrire dal Duca pel viaggio, ma a noi basta che sia accertato il fatto della pensione già ottenuta da antica data[144]. Così non a torto poi il Campanella ebbe a mettere innanzi i tanti premii che il Re avea dati; e s'intende che per un servigio di quel genere i premii erano un fatto naturalissimo, ma veder premiato e notoriamente premiato anche fra Cornelio giudice di S.toOfficio, senza che il Nunzio Aldobrandini se ne fosse mai curato in alcun modo, non può non dirsi un fatto veramente scandaloso.

Dobbiamo aggiungere ancora qualche parola sulla promozione avuta egualmente dall'Avvocato De Leonardis, di cui il Campanella poi nella Narrazione disse che avea «più presto avvocato contra per diventar Consigliero». Non pare che l'appunto possa qui dirsi fondato. Oltrechè abbiamo testualmente la Difesa scritta dal De Leonardis, ed ognuno è in grado di valutarla, sappiamo che egli non diventò Consigliere a un tratto, ma prima passò all'ufficio di Fiscale della Vicaria, e più tardi all'ufficio di Consigliere; percorse quindi la carriera giudiziaria comune, nella quale non poteva incontrare obiezioni, giacchè era universalmente riconosciuta la sua cultura e la sua buona morale, come l'attestano varie scritture del tempo. Non siamo riusciti a trovare nell'Archivio di Stato il Privilegio della sua nomina ad Avvocato Fiscale, dove avrebbe veramentepotuto esservi qualche parola di ricordo de' suoi meriti speciali anche per la causa degl'incriminati della congiura, giacchè il Governo spagnuolo non si sarebbe fatto scrupolo di parlarne; abbiamo soltanto trovato l'esecutoria di tale Privilegio in data del 2 novembre 1601. Ed abbiamo poi trovato anche il Privilegio della nomina a Consigliere in data di Valladolid 3 aprile 1602, la comunicazione fattane al Consiglio in data del 1omaggio, e l'annotamento dell'esecutoria in data dell'11 ottobre detto anno; nè il Privilegio reca alcuna menzione del servizio prestato nella causa della congiura, come s'incontra p. es. in persona dello Xarava[145]. Dopo ciò possiamo venire all'esposizione del processo dell'eresia.

SÈGUITO DE' PROCESSI DI NAPOLI E DELLA PAZZIA DEL CAMPANELLA.

B.—Processo dell'eresia (maggio 1600 a settembre 1602).

I. Rammentiamo innanzi tutto, circa l'eresia, che dapprima il Papa avea manifestato di volere a Roma gl'incriminati o sospetti in tale materia finita la causa della congiura (4 10bre 1599); ma in sèguito, vista senza dubbio l'impossibilità della cosa, giacchè il Governo Vicereale non si sarebbe lasciato trarre di mano i frati che il processo della congiura mostrava colpevoli, avea spedito ordine mediante il Card.ldi S.taSeverina che se ne occupasse il Nunzio, con ogni probabilità perchè il Vescovo di Caserta Ministro della S.taInquisizione Romana nel Regno trovavasi assente, in compagnia del Vicario Arcivescovile della Curia napoletana, il quale presedeva il tribunale diocesano di S.toOfficio (4 febbraio 1600)[146]; il Nunzio poi, che molto volentieri ne avrebbe fatto di meno, vista la profonda dottrina del Campanella, il quale sviluppava tante profezie e produceva tante citazioni in suo favore, scrisse subito al Card.lS. Giorgio, ed anche al Card.ldi S.taSeverina, che «se pur tal negotio dovea spedirsi qua» in Napoli, reputava necessario l'intervento di qualche persona pratica e buon Teologo (11 febbraio). Così scorse ancora un certo tempo, sino a che non fu disponibile l'uomo capace di stare a fronte del Campanella secondo le preoccupazioni del Nunzio, e solo verso la fine di aprile si potè costituire il tribunale per l'eresia, associando a' due Giudici prima designati il Vescovo di Termoli. Era costui quel fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola Domenicano, che abbiamo già visto Commissario generale del S.toOfficio sin dall'ottobre 1592 e durante i processi avuti in Roma dal Campanella nel 1594-1595, divenuto molto benevolo verso il filosofo in tale occasione e senza dubbio assai competente ed opportuno nel caso attuale. Malamente designato dal Fontana col nome di «frater Albertus Tragnolus» e poi anche con quello di fra Alberto Drago[147], così ritenuto dall'Ughelli e dopo di lui anche da Quétif ed Echard[148], malamente credutoFirenzuola e non Tragagliolo dal Capialbi[149], egli cognominavasi Tragagliolo ed era nativo di Firenzuola nel Piacentino: avea già funzionato da Commissario del S.toOfficio in Faenza, in Genova, in Milano, quando venne chiamato Commissario generale in Roma da Clemente VIII; poi dietro la morte di Mons.rFrancesco Scoto fu promosso al Vescovato di Termoli, secondo il Fontana e l'Ughelli il 29 novembre 1599, ma certamente provvisto diexequatursoltanto all'ultimo di febbraio 1600, con esecutoria in data degli 8 marzo, come risulta dalle scritture esistenti nell'Archivio di Napoli[150]. Può dirsi con sicurezza che si pensò a lui per la causa del Campanella più che all'ultima ora, essendogli stata mandata a Napoli la nomina di Commissario della causa dopo la sua partenza da Roma; ond'egli assai probabilmente non giunse nemmeno a vedere la sua Chiesa, obbligato ad un lavoro assiduo pel processo di cui andiamo ad occuparci, fino al tempo della sua morte, che avvenne disgraziatamente otto mesi dopo, succedendogli nel carico di giudice D. Benedetto Mandina Vescovo di Caserta. Quanto al Vicario Arcivescovile, abbiamo già avuta occasione di rilevare che teneva detto officio il Rev.doErcole Vaccari (ved. pag. 44): qui dobbiamo aggiungere che per le molteplici e gravi faccende della Curia Arcivescovile erano allora i carichi distribuiti a più persone in qualità di Vicarii, e nelle scritture del tempo, oltre il Vaccari, designato «Vicarius generalis capitularis et locumtenens in spiritualibus», troviamo il Rev.doCurzio Palumbo, designato «Vicarius generalis Monialium et locumtenens in civilibus»; e vedremo nel processo figurare da giudice o «congiudice» prima il Vaccari con la qualità di Delegato, poi il Palumbo con la qualità di subdelegato, poi ancora il Rev.doAlessandro Graziano successo al Vaccari dopo la morte dell'Arcivescovo Card.lGesualdo.

Il 18 aprile 1600, alle istanze del Nunzio, il quale in data del 14 aveva ancora mostrato di non sapere dove S. S.tàvolea che si trattassero le materie appartenenti al S.toOfficio, il Card.ldi S.taSeverina rispondeva, avere S. S.tà«per satisfare a cotesti Signori et Ministri Regii» risoluto che la causa spettante al S.toOfficiosi trattasse in Napoli dal Nunzio, dal Vicario Arcivescovile e dal Vescovo di Termoli, il quale da tre giorni era partito per Napoli, onde egli dirigeva al Nunzio medesimo la lettera scritta per lui; e soggiungeva essere intenzione di S. S.tà, che procurassero di terminar presto la causa, ma ne inviassero a Roma un breve Sommario, coll'avviso su' meriti del processo, e col parer loro intorno alla spedizione, prima di dare la sentenza. Analogamente egli scriveva pure al Vescovo di Termoli ed al Vicario Arcivescovile, aggiungendo al Vescovo, che per essere persona «molto ben pratica, et anco informata delle altre cause conosciute in questa santa Inquisitione contra il Campanella, ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia l'anno 1591», non gli diceva altro, bensì offriva di mandargliene le scritture se lo reputasse necessario: dalle quali parole risultano chiariti assai bene gli antecedenti così del Vescovo di Termoli come del Campanella, e chiarita la posizione giuridica in cui il Campanella veniva a trovarsi, cioè la posizione direlapso, qualora le nuove accuse di eresia fossero state provate. Siffatte lettere leggonsi nel processo di Napoli, 2ovolume dell'intero processo, costituendone i primi atti[151]. Sappiamo poi dal Carteggio del Nunzio che egli vide il Vescovo di Termoli il 5 maggio, e in tale data gli consegnò ad un tempo la lettera del Card.ldi S.taSeverina e il processo di Calabria portato da fra Cornelio fin dal novembre e giacente presso di lui. Così al Vescovo di Termoli veniva in realtà «deferita ogni cosa», come il Nunzio ebbe a dire più tardi, ed egli, presa stanza nel convento di S. Luigi dell'ordine de' Minimi di S. Francesco di Paola, posto presso Palazzo Reale, si diede con molta alacrità a compiere il suo mandato. Gli altri colleghi si occuparono della causa piuttosto con la semplice loro presenza, ed il Nunzio, benchè figurasse come il principale tra' Giudici, nemmeno della presenza sua onorò largamente il tribunale; egli aveva pur allora ottenuto dal Papa di passare la Pasqua rosata nella sua Chiesa di Troia, ove non apparisce che si fosse mai recato fino a quel momento, e nel dichiararsi pronto a trattare la causa, riservavasi di voler andare a Troia per la Pasqua, la quale si celebrava il 22 del mese, come ci mostrano diverse scritture del 1600.

Il 10 maggio, in una camera del Castel nuovo, si diè principio agli esami, continuandoli poscia il 15, il 17, il 19, il 26, il 28; ma fin dalla 3aseduta, in sostituzione del Nunzio assente intervenne l'Auditore di lui, il Rev.doAntonio Peri fiorentino: come Notaro e Mastrodatti, servì sempre, dal principio alla fine della causa, Gio. Camillo Prezioso, uno de' vecchi Notari della Curia Arcivescovile, che figura nella più gran parte de' processi del tribunale diocesano della fine del 1599 e principio del 1600[152]. Fu esaminatodapprima il Pizzoni. Confermando in termini generali quanto avea deposto innanzi al Visitatore in Calabria, egli aggiunse che era stato più volte da parte del Campanella minacciato di farlo trovare in maggiore intrigo se non si ritrattasse specialmente sulle materie di S.toOfficio, una 1avolta in Gerace mediante fra Pietro Ponzio che avea ricevuta per questo una cartolina da fra Tommaso, una 2avolta alla presenza di fra Paolo della Grotteria in Bivona, quando erano per imbarcarsi, mediante un soldato del capitano Figueroa, una 3avolta in Napoli mediante lo stesso fra Pietro Ponzio, che avea ricevuto per questo nuove lettere da fra Tommaso. Aggiunse pure che nell'udire la lettura del suo esame in Napoli (certamente a proposito della congiura), si era avveduto trovarvisi detticompliciquelli che egli aveva indicati comefamiliaridel Campanella, verosimilmente consapevoli delle opinioni eretiche di lui, e ripetè che costoro erano fra Pietro di Stilo, il Petrolo, fra Paolo della Grotteria, il Bitonto, il Jatrinoli. Ripetè l'occasione con la quale nel luglio scorso il Campanella aveagli parlato delle sue eresie, e come fra Dionisio, due giorni prima, gli aveva esternato le medesime eresie dicendogli di tenerle per vere. Aggiunse infine, che aveva rimproverato e cacciato il Campanella da Pizzoni, aveva informato di ogni cosa per lettera del 1oagosto il Generale in Roma, ne aveva anche informato di persona il Visitatore in Soriano il 28 agosto. Tale fu la deposizione del Pizzoni, che egli non potè sottoscrivere e dovè soltanto crocesegnare, trovandosi col braccio offeso dalla tortura avuta nell'altro tribunale[153]. Persistente nelle accuse contro il Campanella, aggravandone la responsabilità col fatto delle minacce, egli cercò di scusare sè medesimo con la cacciata del Campanella da Pizzoni e con gli avvisi datine a' superiori.—Vollero allora i Giudici udire su tale asserzione il Visitatore ed anche fra Cornelio, il quale era già tornato da Roma a Napoli in quel tempo (circostanza probabilmente ignorata dal Pizzoni). Entrambi, l'un dopo l'altro, nella 2aseduta del tribunale, il 15 maggio, ricordando qualche faccenda trattata col Pizzoni in Soriano, negarono di aver avuta quivi da lui alcuna notizia delle cose del Campanella[154]. Aggiungiamo che poco dopo il Vescovo di Termoli dovè pure interrogare per lettera il P.eGenerale Beccaria, poichè se ne trova nel processo la risposta in data del 12 giugno dal convento di S. Tommaso, vale a dire da Napoli, dove a que' giorni era venutopel Capitolo generale che vi si tenne, e dove qualche mese dopo, il 3 agosto, morì col compianto de' cittadini e in voce di santità e di miracoli. Non contento delle reminiscenze proprie, il P.eGenerale volle consultare anche quelle del suo P.ecompagno, e venne a dichiarare che non si era mai avuta dal Pizzoni lettera alcuna contenente l'avviso asserto[155]. E per verità così il Visitatore come il Generale, al menomo avviso, non avrebbero potuto mancare di provvedere immediatamente contro il Campanella e fra Dionisio; e già riesce manifesta la pessima via in cui il Pizzoni si era posto e si manteneva.—Frattanto, nella stessa seduta, fu esaminato pure il Petrolo. Costui volle che gli si rileggesse la deposizione fatta in Calabria, e trovò solamente a ridire che non avea deposto con quelle precise parole che erano state scritte. Ripetè ad una ad una le eresie udite dal Campanella, quasi tutte quelle deposte in Calabria, dicendo di averle udite nel passeggiare con lui a' Lanzari presso Stilo, nel mese di maggio, e ripetendo i nomi de' frati e secolari co' quali il Campanella dava segni d'indevozione e parlava delle sue opinioni, ma non tanto apertamente, sicchè a lui non constava che fossero veramente complici; ripeteva pertanto di aver saputo da fra Pietro di Stilo che il Lauriana gli aveva dette certe parole pronunziate da fra Dionisio in dispregio dell'eucaristia. Inoltre si dichiarò egualmente minacciato dal Campanella perchè si ritrattasse, una 1avolta per via dal Campanella in persona che gli disse «per Deum oportet te retractare alioquin agam ut mecum moriaris», una 2avolta in Monteleone per mezzo di Cesare Pisano, una 3avolta in Napoli parimente dal Campanella in persona dalla finestra della carcere[156]. Come ben si vede, anche costui non faceva che aggravare la posizione del Campanella cercando di salvare la propria, e quanto alle minacce avute, noi ci siamo già manifestati nel senso che poterono esservi, dovendo il Campanella sentirsi esasperato contro questi suoi scempiati compagni, i quali avevano dapprima udito benevolmente le sue opinioni, si erano anche impegnati a propagarle, e poi le avevano manifestate a' Giudici rigettandone sopra di lui tutta la responsabilità.

Il 17 maggio, 3aseduta del tribunale, in cui cominciò ad intervenire l'Auditore Antonio Peri invece del Nunzio, si procedè all'esame del Campanella; ma egli, già mostratosi pazzo innanzi che si desse principio alla causa, continuò a mostrarsi tale. Gli si deferì il solito giuramento, ed egli non diè segno di capire; gli si disse di lasciare le finzioni, poichè altrimenti, per avere la risposta precisa, si sarebbe ricorso a' rimedi opportuni, vale a dire alla tortura, e gli si offerse il Diurno, sul quale avrebbe dovuto giurare toccandolo, ma egli rispose «voletemelo legere» continuando a mostrare di non capire; allora fu rimandato alla sua carcere[157].E si passò a fra Pietro di Stilo, il quale, con fina ironia, disse che non avrebbe voluto mancare di dire la verità per uomini quali il Campanella e fra Dionisio, mentre dal volgo erano allora chiamati inimici di Dio e del Re; negò di aver mai parlato con alcuno delle opinioni del Campanella, e solo ammise di averlo lodato come sapiente quale era stimato da tutti, affermando che un gran numero di persone di ogni ceto accorreva a vederlo, e ripetendo i nomi de' più particolari amici di lui, il Vua, Marcantonio Contestabile e il Prestinace (tutti già posti in salvo), il Caccia «quale fu squartato dalle galere, et Giulio Contestabile quale veneva più presto per il fratello che per il Campanella» (non più dichiarato intimo amico costui, ora che si trovava in pericolo ed erano già sbolliti i primi rancori). E noverò tra loro anche il Soldaniero, cui egli avea portata una lettera del Campanella, continuando a negare di aver mai saputo ciò che quella lettera contenesse, negando anche di aver saputo mai che fra Dionisio fosse stato in relazione col Soldaniero. Egualmente negò di aver mai persuaso o tentato di persuadere alcuno (cioè il Soldaniero) che non rivelasse le opinioni eretiche di fra Dionisio, che volesse credere alle opinioni di costui, e che andasse dal Campanella. Quanto poi alle opinioni eretiche del Campanella, disse di aver solamente saputo da alcuni birri i quali accompagnavano i prigioni, che il Campanella diceva di esser profeta e negava l'inferno e il paradiso, ma direttamente egli avea da lui udito soltanto che vi era poca differenza tra' peccati di lussuria ritenuti assai diversamente gravi (attenuazione notevole). Sempre dietro dimande, ripetè che il Campanella gli avea due volte detto di dover essere monarca, come gli era stato vaticinato pure da un astrologo; e in quanto a sè, ripetè di aver detto per burla voler prendere moglie, e di non aver mai sognato che avesse a predicare contro la fede[158]. Così, evidentemente, fra Pietro continuava a non negare ciò che riusciva impossibile negare, e difendendo sè stesso si sforzava di difendere in pari tempo il Campanella, attenuando perfino le cose altre volte da lui medesimo deposte.—Si venne allora all'esame anche di fra Silvestro di Lauriana, di fra Paolo della Grotteria, di fra Giuseppe Bitonto. Il Lauriana disse non aver altro a dire se non che pativa continue minacce da parte del Campanella ed egualmente di fra Dionisio perchè si ritrattasse, rivelando che costoro continuamente si scrivevano cartoline, e che qualora si facesse ricerca sulle persone di fra Pietro e di Ferrante Ponzio, forse si troverebbe qualche cosa; onde i Giudici fecero fare immediatamente questa ricerca sulla persona di fra Pietro che era in Castel nuovo, mentre Ferrante era in Castello dell'uovo, ma non si trovò nulla. Inoltre, dietro interrogazioni, il Lauriana affermò di essere andato col Pizzoni presso il Visitatore, per denunciare i fatti del Campanella, dopochè il Campanella era stato nel loro convento;e disse di non sapere propriamente che persona fosse il Pizzoni, non avendolo avuto in pratica, ed attenuò di molto ciò che altra volta avea dichiarato a carico di lui, dicendo che mentre leggevano insieme un libro del Campanella, il Pizzoni, da lui interrogato, avea risposto che alcune cose del Campanella gli piacevano ed altre no (scuse sicuramente concertate tra loro). Fra Paolo poi disse non occorrergli dire altro, e negò di aver mai saputo tentativi di qualche carcerato verso altri carcerati perchè revocassero le deposizioni fatte; negò di aver mai trattato cosa alcuna col Campanella; affermò che quel libretto di cose superstiziose, trovato sulla sua persona, era stato in suo potere due giorni soli, e spiegò che avea avuta la condanna alla galera per aver minacciato il P.eProvinciale Pietro Ponzio, il quale fu poi ucciso mentre egli già trovavasi alla catena. Finalmente il Bitonto disse che avea bensì visitato due volte il Campanella, di cui era familiare, ma senza avere avuto nemmeno agio di trattenersi con lui; nominò quelli che aveano in sua compagnia visitato il Campanella, e li dichiarò tutti uomini dabbene, all'infuori del Pisano, che era tristo e volle accompagnarlo senza potersene liberare, ed abitò con lui otto giorni (contraddicendo con ciò la sua prima deposizione); disse pure non aver mai udito eresie da alcuno, ma solo nelle carceri avere udito dal Pizzoni e dal Lauriana che il Campanella e fra Dionisio aveano sparse eresie, e fattagli l'osservazione che sapevasi nel tribunale aver lui applaudito a certi discorsi eretici e segnatamente alla proposizione che la Messa si celebrava per bere ancora una volta, egli rispose di non saperne nulla[159].

Dobbiamo qui aggiungere che nella stessa data del 17 maggio venne presentata al Vescovo di Termoli una denunzia contro il Campanella da parte di fra Agostino Cavallo di Cosenza. Sappiamo che costui era Provinciale di Calabria in quell'anno[160], ed avea dovuto venire in qualità di definitore del Capitolo generale che allora celebravasi in Napoli, al pari di fra Giuseppe Dattilo egualmente di Cosenza, stato già Provinciale due altre volte ed appartenente alla fazione del Polistina. Fra Agostino consegnò al Vescovo di Termoli una scritta in cui esponeva che, avendo udito essere stata a lui affidata la causa del Campanella, per disgravio della sua coscienza gli faceva conoscere che il Campanella già da dieci anni in circa, stando in Cosenza, avea stretta amicizia con un ebreo chiamato Abramo, sospetto negromante e possessore di spiriti familiari, amico stretto anche di fra Dionisio; che col detto ebreo erasi il Campanella partito da Calabria, e di tutto ciò poteva aversi notizia anche da fra Giuseppe Dattilo.—L'indomani, d'ordine del Vescovo di Termoli, il Prezioso andò a raccogliere la deposizione di fra Agostino, ed alcuni giorni più tardi raccolse pure quella di fra Giuseppe Dattilo.Fra Agostino confermò la pratica dell'ebreo col Campanella in Cosenza, in Montalto, in Altomonte (sic), di dove poi essi se ne andarono insieme a Napoli, con tutte quelle particolarità da noi già esposte a tempo debito in questa narrazione: confermò pure la pratica dell'ebreo con fra Dionisio in Catanzaro, notando che era corsa voce essere stato poi quell'ebreo giustiziato in Napoli come spia del turco, ed aggiungendo che allora dicevasi aver lui vaticinato al Campanella la Monarchia del mondo e che era stato lui, l'ebreo, la rovina del Campanella. Fra Giuseppe Dattilo fu meno esplicito: attribuì la scoverta di ogni cosa a fra Domenico di Polistina, e disse che a relazione di costui rimproverò in quel tempo il Campanella, perchè volea svestirsi dell'abito religioso, ciò che poi non fece, ma solamente se ne andò con l'ebreo a Napoli; disse che non si ricordava bene se fosse partito con sua licenza o no, e che in Calabria era corsa voce essere stato l'ebreo «brugiato in Roma per ordine del Santo officio». Quanto alla pratica dell'ebreo con fra Dionisio, non ne fece parola (e veramente il fatto era più che dubbio). I lettori troveranno ne' Documenti la denuncia e le deposizioni dei due frati[161], e leggendole sentiranno forse, come noi lo sentiamo, il sospetto che a quelle rivelazioni tardive potè dare la spinta fra Domenico di Polistina più volte in esso citato, tanto più che dalle parole e da' concetti di que' frati, comunque pezzi grossi dell'ordine, si rileva manifesta la loro melensaggine, della quale i nemici del Campanella, e ancor più di fra Dionisio, aveano tutto l'interesse di profittare. È difficile intendere che fra Agostino, così tenero della sua coscienza, avesse aspettato dieci anni a sgravarsela, e che fra Giuseppe Dattilo, così smemorato, avesse potuto ricordare la voce corsa che l'ebreo era stato bruciato dal S.toOfficio, senza che qualcuno si fosse data la premura di eccitarne gli scrupoli e ravvivarne la memoria: del resto c'è anche da sospettare che costoro si mostrassero melensi per progetto, trovandosi ascritti alla fazione del Polistina, e volendo farsi credere ingenui.

Dobbiamo d'altra parte aggiungere che il Vescovo di Termoli si era presto messo in corrispondenza con Roma, dando ragguaglio al Card.ldi S.taSeverina di ciò che veniva rilevando negli esami de' frati, e di ciò che gli riusciva sapere anche per vie estragiudiziarie; poichè con una premura lodevolissima, oppostamente all'incuria sempre addimostrata dal Nunzio, cercava la luce dovunque, non solo dagl'inquisiti, ma anche da fra Cornelio, dallo Sciarava, perfino da Fabio di Lauro, oltrechè da D. Pietro de Vera, parlando loro privatamente. Abituato a quelle ricerche diligentissime che si adoperavano nel giudicare le materie di S.toOfficio, colpito dalla feroce prepotenza de' Giudici Regii e dalla condotta per lo meno deplorabile de' Giudici ecclesiastici nella Calabria, consapevole degli odii feroci e criminosi che campeggiavano segnatamentenell'ordine Domenicano al quale egli stesso apparteneva, forse anche trasportato dall'ammirazione e dalla benevolenza che da un pezzo nutriva pel povero fra Tommaso, non credè mai di aver fatto abbastanza per iscoprire la verità, e vedremo che, fino alla sua morte, egli, tanto pratico nelle cose giudiziarie, rimase perplesso e dubbioso su tutto. Delle sue lettere non conosciamo che i punti più notevoli, i quali vennero inserti negli ultimi Sommarii de' processi, e senza le date che pure favorirebbero tanto più la buona nozione dell'argomento; laonde non possiamo riportarli, come vorremmo, a proprio tempo e luogo, ma ci vediamo obbligati a riunirli tutti in un fascio al sèguito degli atti compiuti da quel Vescovo. Conosciamo per altro le date delle prime lettere, che furono il 12 e il 19 maggio[162]. Il 12 maggio il Card.ldi S.taSeverina gli mandava il Sommario del processo, o meglio de' processi ecclesiastici di Calabria (di Monteleone, di Gerace ed anche di Squillace), Sommario compilato nel S.toOfficio di Roma dal Rev.doProcuratore fiscale, che era quello stesso Giulio Monterenzio, il cui nome figura anche ne' documenti del processo di Giordano Bruno: infatti oltre la lettera di S.taSeverina ne abbiamo un'altra posteriore di questo Monterenzio, che spiega un dubbio sorto sopra un punto del suo Sommario, ciò che dimostra pure la diligenza grandissima con la quale il Vescovo di Termoli attendeva alla causa[163]. Nella stessa data, due giorni dopo la prima seduta del tribunale, il Vescovo scriveva al Card.ldi S.taSeverina partecipandogli senza dubbio che la trattazione della causa era già cominciata: il 19 maggio poi, due giorni dopo che il Campanella chiamato all'esame erasi mostrato pazzo, egli scriveva la sua 2alettera, con la quale manifestava di credere che la pazzia del Campanella fosse simulata, che il Nunzio da molti giorni l'avea fatto sorvegliare ed avea saputo che parlava assennatamente, che stimava doversi venire alla tortura «pro praecisa responsione» (secondo la giurisprudenza del tempo); ed aggiungeva essere a sua notizia che il Campanella non temeva la tortura, e che la pazzia era nata da che il P.eGonzales, confessore di alcuni tra' carcerati, prima della sua venuta a Napoli, aveva esortato il Campanella ad aver cura dell'anima perchè il corpo era spedito[164]. Come mai questi ultimi fatti, di ordine assolutamente riposto, erano venuti a notizia del Vescovo di Termoli? Vedremo fra Pietro di Stilo, assai più tardi, esporre ai Giudici la circostanza delle esortazioni e riprensioni del P.eGonzales; è chiaro quindi che il Vescovo non rifuggiva dall'informarsi dell'andamento delle cose da' frati medesimi, mostrandosi con loro Giudice severo ma tutt'altro che inumano.

Si ripigliavano intanto più e più volte gli esami de' frati, e poi si passava a quello de' testimoni. Nel medesimo giorno, 19 maggio, si esaminavano ancora fra Paolo, il Bitonto, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Lauriana[165]. Fra Paolo fu interrogato di nuovo circa quel libretto di cose superstiziose, e richiesto del motivo pel quale vi si leggeva un segreto per non confessare alla corda, onde si poteva dedurre che egli temesse di averla a soffrire; fu interrogato ancora su' detti e fatti del Campanella, su' frati i quali si erano congregati in Pizzoni, sull'impegno preso di dover predicare contro la fede al tempo della ribellione. Ed egli in fondo negò ogni cosa, nominò i congregati in Pizzoni, e all'ultima dimanda rispose «son frate semplice et non intendo Latino, come volea predicare»?—Il Bitonto fu interrogato circa la sua conoscenza con Felice Gagliardo e con Cesare Pisano, l'andata in Messina con Cesare, i discorsi fatti in tale occasione, la consacrazione di diverse ostie e lo scellerato abuso fattone, come pure circa il motivo pel quale avea lasciato l'abito e tolta la corona al tempo della sua cattura. Ed egli, qualificando il Gagliardo, come il Pisano, tristissimo uomo, ricordando le circostanze per le quali avea dovuto trovarsi con loro, negò energicamente tutti i fatti criminosi che se gl'imputavano; e addusse una sua malattia e il trovarsi in una vigna, per ispiegare il fatto dell'abito e della corona, conchiudendo sul fatto dell'ostia consacrata, «mi potete fare mettere nel foco e farmi ingiottire così come datum, et abiron, se mai hò ditto, ne fatto tal cosa».—Il Petrolo fu esortato a dire la verità, se gli fossero piaciute le opinioni del Campanella, mentre l'aveva tanto spesso udito parlare di eresie ed aveva continuato sempre a trattarlo, fino ad associarglisi nella fuga travestito quando era ricercato dal S.toOfficio, e poi trovavansi nel processo tante cose contro di lui da doversi ritenere convinto. Ed egli si scusò sopra ciascuno addebito, persistendo pur sempre nel sistema di denunziare senza parsimonia i detti e fatti del Campanella, onde ripetè che fra Tommaso presso la Roccella gli avea detto essere stato da lui mandato Maurizio presso i turchi, come pure esser baie le credenze sul fico mangiato da Adamo, e in Squillace avea detto a un capo di squadra non trovarsi morte ma mutazione di essere, conchiudendo, «in altro son grandissimo peccatore, ma contra la fede non hò peccato».—Fra Pietro di Stilo fu esortato egualmente a dire la verità, se fosse stato consapevole de' fatti e detti del Campanella contro la fede ed impegnato a predicare in questo senso a tempo della ribellione, ciò che rendevasi credibile, essendo lui intimo del Campanella e di fra Dionisio, ed avendo anche esortato qualcuno (intendasi il Soldaniero) a non rivelare ed anzi a credere quelle eresie, come constava nel processo. Ed egli negò di aver mai saputo cosa alcuna del Campanella contro la fede, negò di essere amico di fra Dionisio,mentre era invece amico del Polistina, confermando che fra Dionisio era scelleratamente abituato a parlare senza ritegno della più turpe lussuria, ed egli avea rimproverato il Campanella perchè conversava con lui; inoltre negò di aver mai parlato con alcuno in lode del Campanella se non per cose di filosofia.—Da ultimo il Lauriana fu interrogato sul motivo pel quale avea suonate le campane all'armi quando i ministri del S.toOfficio erano venuti a catturare certi imputati, e fu eccitato a dire la verità, mentre era tanto amico del Campanella e di fra Dionisio da doversi ritenere non pure consapevole ma complice delle loro eresie ed impegnato a predicarle, come era noto per deposizioni. Ed egli si scusò, dicendosi suddito del Pizzoni ed obbligato ad eseguirne gli ordini ricevuti dietro erronei apprezzamenti; fece avvertire che non era letterato e quindi non era capace di predicare, ed aggiunse che avea comunicato al Pizzoni quanto gli era accaduto di sapere, che aveva pure scritta una lettera dettata dal Pizzoni per dar notizia al P.eGenerale della ribellione e di alcune cose di S.toOfficio, che aveva egli medesimo portata questa lettera alla posta di Monteleone. In tal guisa procedevano gli esami, condotti con molta perizia e conoscenza della causa, come risulta da' documenti; questi mostrano inoltre lo studio che il Vescovo di Termoli vi faceva, notando al margine di essi non solo i punti più importanti, ma anche i raffronti con gli esami anteriori, le menome varianti e le cose che gli sembravano inverosimili.

Si produsse allora un primo incidente tra' parecchi che in questa causa si verificarono. Fra Pietro Ponzio, sulla cui persona era stata fatta una ricerca di corrispondenze provocata dal Lauriana, si pose con tanto maggiore accanimento, egli e fra Dionisio, a sorvegliare il Lauriana e il Pizzoni, che tenevano corrispondenza tra loro. Il Lauriana trovavasi nella carcere da basso con più di venti individui, ed il Pizzoni stava in una delle carceri superiori con Gio. Angelo Marrapodi, Geronimo Conia e Marcantonio Stanganella: Aquilio Marrapodi, giovanetto quattordicenne, figlio di Gio. Angelo, serviva questi ultimi ed anche il Lauriana, fra Pietro e fra Dionisio, ed eludendo la vigilanza de' carcerieri portava le corrispondenze; un giorno fra Dionisio lo sorprese, gli tolse una lettera che teneva nascosta in petto, lettera senza firma e senza indirizzo, ma scritta certamente dal Lauriana al Pizzoni. Con essa il Lauriana diceva di avere inviate prima altre lettere, raccomandando di lacerarle, e di aver fatto capitare a fra Francesco da Tiriolo (che ricordiamo aver visto carcerato per la causa della congiura e già liberato) alcuni memoriali da doversi presentare; infine raccontava minutamente l'ultimo esame cui era stato sottoposto. La lettera fu mandata da fra Dionisio, mediante lo stesso Aquilio, a fra Pietro Ponzio, e da costui fu presentata al Vescovo di Termoli, qualificandola «un concetto importante pel progresso della presente causa»; immediatamente,il 26 maggio, il tribunale venne ad occuparsene[166]. Fu interrogato fra Pietro, che disse avere avuta la lettera da quel servitorello, e crederla scritta dal Lauriana al Pizzoni. Fu interrogato in genere il Lauriana, che negò ogni cosa. Fu interrogato Aquilio, che affermò di servire suo padre ed anche que' monaci pei quali comprava cose da mangiare; affermò di aver portato lettere di secolari alla posta ma non di monaci, aggiungendo con grande disinvoltura, «se si trova che habbia portato pur un viglietto di questi monaci, voglio che mi sia tagliata la testa». Gli fu presentata allora la lettera, dimandandogli se sapeva leggere e scrivere; ed egli disse di saper «legere quando la lettera è bona et un poco scrivere», ma affermò di non conoscere quella scrittura. I Giudici, per convincerlo, fecero subito venire fra Pietro, il quale gli ricordò che avea portato biglietti e lettere del Lauriana e del Pizzoni, e n'era stato rimproverato da lui ed anche da un altro carcerato, Cesare Bianco; ed Aquilio dovè confessare ogni cosa, e licenziato fra Pietro, richiesto perchè non avesse detto prima la verità, con non minore disinvoltura rispose che non se n'era ricordato, aggiungendo di aver portato un'altra volta al Pizzoni un biglietto che il Lauriana gli avea detto essere memoriale, che non credeva di essere stato veduto ma che Cesare Bianco l'avea realmente rimproverato; e dietro altre dimande rispose che il Pizzoni non potea scrivere (aveva la spalla offesa), ma che con lui stavano suo padre e il Conia e lo Stanganella, i quali sapevano scrivere. I Giudici vollero ancora interrogare Cesare Bianco, che era di Nicastro e trovavasi carcerato per la congiura, e costui confermò di aver visto il Lauriana dare il biglietto pel Pizzoni e di averne mosso rimprovero ad Aquilio: e fatto venire il Lauriana lo confrontarono con costui, ed egli giunse a dire, «Dio mi mandi alle pene dell'inferno se mai hò fatto tal cosa», e licenziato il Bianco e richiamato Aquilio, confrontarono il Lauriana anche con lui, e il Lauriana continuò sempre a negare, e rimasto solo e presentatagli la lettera, disse che non avea fatta tale scrittura, che essa non era di mano sua ed egli non avea comunicato il suo esame ad alcuno. Ma le notizie dell'esame erano precise, e potevano essere state date solo o dai componenti il tribunale, o da lui, che aveva in tal guisa tradito pure il segreto solito ad imporsi dal tribunale ad ognuno che si esaminava: rimase quindi ben provato che il Pizzoni e il Lauriana si concertavano tra loro, per esimersi dalla responsabilità che più o meno aveano comune con gli altri frati da loro accusati; erano perciò sospetti, ed anzi falsi, se non in quanto agli altri, certamente in quanto alle persone proprie.

Nella stessa seduta fu esaminato di nuovo il Pizzoni[167]; e prima di tutto gli si dimandò se avesse mai ricevuto lettere e memorialidal Lauriana, ed egli rispose negativamente. Si volle allora che ripetesse le circostanze in cui il Campanella gli avea parlato delle profezie e delle rivoluzioni che dovevano accadere, e dicesse come e perchè fra Dionisio gli avea già parlato prima dell'eresie medesime ripetutegli in seguito dal Campanella, opponendo essere inverosimile che, mentre il Campanella indignato di non poter avere da lui fuorusciti a sua divozione aveva esclamato «ben mi fu detto da M.oGio. Battista (Polistina) che tu sei un traditore», si era tuttavia lasciato andare a rivelargli tante eresie e tante empietà; inoltre gli si dimandò se conoscesse complici degli errori del Campanella e di fra Dionisio. Evidentemente si voleva cogliere il Pizzoni in qualche contraddizione, ma egli imperturbato ripetè le circostanze di que' discorsi, e l'occasione avutane dall'essere stati ricordati i travagli patiti in Roma dal Campanella, e le opere composte da lui; disse che la qualificazione di traditore, secondo l'avviso di M.oGio. Battista di Polistina, gli fu data dal Campanella dopo i discorsi della ribellione e dell'eresia e non già prima; infine dichiarò di non conoscere complici.

Il 29 maggio si ritornò ad esaminare il Lauriana ed il Petrolo[168]. Al Lauriana si dimandò dapprima se si fosse risoluto a dire la verità sulla faccenda della lettera mandata al Pizzoni, ed egli rispose di averla detta la verità. Poi gli si dimandò una quantità di circostanze in cui avea dovuto udire le eresie del Campanella e di fra Dionisio, e se le avesse udite anche da altri, e come si fosse accorto che il Pizzoni vi partecipava, e se veramente fosse stato dal Pizzoni esortato a credere le eresie del Campanella, secondochè avea dichiarato nel primo esame sostenuto in Monteleone e ratificato in Gerace. Ed egli ripetè soltanto la scusa già data altra volta su quest'ultimo fatto, ma per tutto il resto disse sempre di non potersene rammentare, e si riportò costantemente al suo primo esame; «vedete llà ala mia esamina che llà lo trovareti».—Quanto al Petrolo, gli si dimandarono diversi chiarimenti sulle cose dette negli esami sostenuti in Calabria, e massime come e dove il Campanella dicesse le sue eresie a frati e secolari, come fosse egli venuto a conoscere la cifra che il Campanella e il Pizzoni adoperavano tra loro, come e dove ed a chi il Campanella esponesse le rivoluzioni che doveano accadere e le profezie che vi si riferivano, e quando ed a chi dicesse di voler predicare la libertà. E il Petrolo ripeteva le cose già deposte, conformando sempre che il Campanella non parlava di eresie agli altri così liberamente come faceva con lui, ma per motti e in diversi luoghi; che alla Roccella avea vista la cifra in una scrittura, la quale il Campanella gli disse essere una lettera del Pizzoni; che le profezie e le rivoluzioni erano state esposte dal Campanella dapprima nella Chiesa di Stilo, predicando all'altare sopra una sedia, ed a lui solamente il Campanella aveadetto, «par che queste profezie parlino di me»; infine che non ricordava dove, e quando, e con chi il Campanella avesse detto voler predicare la libertà.


Back to IndexNext