Chapter 6

Continuarono gli esami nel giugno seguente, e in essi potè intervenire il Nunzio, essendo tornato in Napoli dalla sua Chiesa di Troia; ma dopo quattro sole sedute egli mandò di nuovo in sua vece l'Auditore Antonio Peri, che lo sostituì per tutto il rimanente dell'anno, sicchè nella più gran parte del processo offensivo, in tutto il ripetitivo, ed anche in quasi tutto il difensivo, il Nunzio non assistè menomamente. Dal suo Carteggio rilevasi che in questo ritorno da Troia egli potè vedere quale fosse la sicurezza delle strade, ed essere informato sopra i luoghi intorno alle criminose relazioni tra banditi ed ecclesiastici: non sarà inutile riportare qui un brano di lettera da lui scritta al Card.lS. Giorgio su tale argomento, poichè interessa conoscere pienamente i tempi e farsi un concetto giusto di quella abominevole miscela di frati, clerici e banditi, la quale non era propria della Calabria a' tempi del Campanella, ma comune a tutto il Regno anzi a tutto il mondo che diceasi civile, venendo dalle autorità ecclesiastiche riguardata in un modo per lo meno singolare[169]. «Le replicarò che quanto alla ricettatione de' banditi et al commercio che tengono con loro molti Clerici, et tutti i religiosi che stanno in certi Conventi, dove per il poco numero non si osserva regola alcuna, è necessario provedervi in qualche modo acciò non segua così spesso che le Chiese et i Conventi sieno violate da questi Ministri Regii (ecco il vero e proprio inconveniente agli occhi del Nunzio), che gridono alle stelle che dette Chiese et Conventi sieno ricetto di tristi et d'assassini come riscontro pur troppo vero, et al ritorno di Troia è bisognato che mi proveda di chi mi assicuri la strada, poichè la sera che arrivai ad Ariano intesi che poco avanti erano stati rubati due mercanti Raugei et menati via da una truppa di Banditi per farne ricatti, onde scrissi al Vicerè della Provincia che è il Conte del Sacco, il quale non solo mi mandò 20 Archibusieri ma venne ancora lui su la strada per aboccarsi con me, et mi fece gran querela di quanto hò detto, con soggiugnere che fra gli altri certi Monaci di M.teVergine che stanno à S. Guglielmo, luogo in quelle campagne[170], non solo raccettano, ma partecipano i loro furti, portano ambasciate fra di loro, et sono mezi alli ricatti» etc. etc.—Continuarono dunque gli esami coll'intervento del Nunzio, e il 7 giugno si udì per la 3avolta il Pizzoni, rimanendo dal suo esame occupata l'intera seduta[171]. Diremo in breve che, sempredietro dimande, egli dichiarò di avere udito una volta sola parlare di eresie e di ribellione tanto il Campanella quanto fra Dionisio; e redarguito, perchè nel primo esame avea detto di avere udito eresie dal Campanella in Stilo ed in Pizzoni, dichiarò che in Gerace non gli era stato letto il primo esame, e che il processo del Visitatore conteneva falsità. Addusse un altro motivo della sua andata a Stilo, un pagamento che dovea fare ad un frate, e ne fu redarguito da' Giudici. Narrò la sua andata a Stilo, seguita dall'altra ad Arena, insieme col Campanella accompagnato da' parenti armati. Disse di aver conosciuto già prima il Soldaniero, capo di banditi, che gli avea mandato una lettera minatoria, e di averlo poi visto passeggiare col Visitatore e fra Cornelio nel convento di Soriano il 28 agosto, ma di non sapere se egli fosse informato delle eresie del Campanella, sapere bensì che avea parlato con fra Dionisio; e redarguito, perchè nel primo esame avea detto che il Soldaniero era informato di tutto, dichiarò che fra Cornelio lo scrisse di sua volontà e poi non glie lo lesse. Negò di avere usato mai cifre col Campanella; confermò di avere scritto al P.eGenerale e di aver dettata la lettera al Lauriana; stretto dalle dimande dovè negare che il Campanella e fra Dionisio gli avessero in Pizzoni parlato di eresie alla presenza d'altri, e dichiarare che fra Dionisio non si trovò mai in Pizzoni in compagnia del Campanella (dovè quindi dare una grave smentita al Lauriana). Accettò di avere ordinato al Lauriana che suonasse le campane all'armi nel tempo della loro cattura, ma aggiunse di averglielo subito vietato quando seppe che trattavasi della venuta de' soldati del Battaglione. Confermò di aver prima parlato al Visitatore delle eresie udite, notando che vi era andato egli solo: ma i Giudici gli obiettarono che se avesse davvero parlato prima al Visitatore di quelle eresie estragiudizialmente, non gli sarebbe stato possibile il volerle poi occultare, quando fu tratto in giudizio innanzi al medesimo Visitatore; ed egli si scusò adducendo il terrore avuto perchè ognuno gli annunciava la morte, l'essergli stato quindi necessario che il Visitatore e fra Cornelio gli ricordassero ogni cosa con una nota scritta che tenevano nelle mani, aggiungendo pure che aveva fin d'allora avuto minacce dal Campanella per mezzo di Gio. Tommaso Caccia. Nè dopo tutto questo i Giudici ritennero esaurito l'esame del Pizzoni.

Il 17 giugno furono esaminati nuovamente il Lauriana, il Petrolo, fra Pietro di Stilo; il 20 giugno fu esaminato per la 4avolta il Pizzoni. Stretto dalle dimande, il Lauriana confermò che quando il Campanella si fece a parlare di eresie c'era anche fra Dionisio oltre il Pizzoni (ed in ciò per lo meno la memoria non l'assisteva bene). Citò due occasioni per le quali il Campanella avea manifestato eresie: l'una, l'essere stata condotta dal Casale di Vazzano a Pizzoni una donna spiritata, e il Campanella la giudicò pazza, e nel dopo pranzo disse, «mi portano innanzi queste donne spiritate e matte, et io non tengo che ci siano ne spiriti, ne diaboli,ne inferno, e ne paradiso»; l'altra, l'avere il Campanella letto un capitolo di Plinio in cui parlavasi della natura, onde disse che Dio era la natura con tutte le altre proposizioni altra volta deposte (singolare raffronto con ciò che avea pure già dichiarato il Caccia, ma attribuendolo al Pizzoni). Disse che fra Dionisio gli avea solamente parlato contro l'eucaristia, ma presente il Campanella e il Pizzoni; e che il Pizzoni non avea mostrato di credere all'eresie, ma di approvare alcune opinioni scritte dal Campanella in un suo libro, aggiungendo che in quel libro trattavasi di opinioni contro S. Tommaso.—Il Petrolo poi dovè rispondere ancora una volta intorno a' complici del Campanella; e continuò a dire che non ne conosceva, e che il Campanella non avea manifestato mai eresie formali in presenza di altri, sibbene si esprimeva per motti, de' quali fornì qualche esempio.—Infine fra Pietro di Stilo dovè dare chiarimenti intorno a ciò che il Campanella avea detto della elezione del Papa e de' miracoli; e fattosi leggere il primo esame cercò di attenuarne la misura, dolendosi anche di fra Cornelio che scriveva troppo diffusamente, ma conchiuse che confermava quanto nell'esame trovavasi scritto.—Ben più lungo fu l'esame del Pizzoni, che di nuovo occupò l'intera seduta. Sempre dietro dimande, dovè dichiarare in qual luogo fosse stato ammalato negli ultimi tre anni, e se in Stilo (che egli aveva taciuto nella sua rassegna) avesse avuto stanza anche il Campanella al tempo della sua malattia. Dovè dichiarare di nuovo se in Pizzoni, quando il Campanella parlò di eresie, fosse stato presente fra Dionisio; e dettogli che un testimone suo amico affermava che fra Dionisio c'era, fu costretto a smentirlo definitivamente, dicendo che quel testimone (il Lauriana) sapeva di tali cose quanto il muro della stanza, che quel testimone, alla presenza di quasi tutti i frati ed altri secolari, aveva in Monteleone confessato che non sapeva addirittura nulla nè di ribellione nè di cose di eresia, e che avea parlato per paura e per subornazione del Visitatore, di fra Cornelio ed anche di D. Carlo Ruffo, con la speranza di essere subito liberato anzi premiato, e la paura era stata tale che avrebbe deposto perfino contro suo padre; che quanto avea deposto eragli noto solamente per la lettera al P.eGenerale scritta di sua mano sotto la dettatura di esso Pizzoni. Intorno a tutte le altre citazioni di deposizioni testimoniali contrarie (riferibili segnatamente al Caccìa, senza che il nome di lui fosse pronunziato), egli dichiarò che doveano provenire da persone infami e bugiarde, o inimiche, o sedotte, ovvero anche da falsità di scrittura, dando per sospetto il Visitatore e fra Cornelio, ed affermando che in Monteleone il Pisano e il Caccìa se n'erano lamentati con gli altri prigioni, perchè gli aveano carpiti 100 scudi per uno ed altri donativi, con la promessa di sottrarli alla Corte secolare, e così gli aveano fatto dire quello che aveano voluto; inoltre il Caccìa avea dimandato perdono ad esso Pizzoni, per aver deposto dietro insinuazione di que' due frati, che gli dicevano essersiavute deposizioni del Pizzoni contro di lui, e poi anche dietro gli atroci tormenti sofferti mentre era travagliato dalla febbre. Negò di nuovo la cifra; confermò che il Lauriana gli avea detto essere rimasto scandalizzato, perchè il Campanella in una predica in Stilo aveva esclamato, «oh si mi fusse lecito estendermi in questa materia», parlando del governo de' Principi e Prelati, non già di eresia; infine ripudiò ad una ad una tutte le eresie che gli erano state addebitate.

L'indomani, 21 giugno, fu esaminato di nuovo il Bitonto, e poi, per la prima volta, fra Dionisio[172]. Il Bitonto dovè dar conto di ciascuno di que' molti fatti che avea deposti il Pisano, e che direttamente o indirettamente lo riguardavano (senza che il nome del Pisano fosse mai pronunziato): ed egli rispose costantemente «non ho mai inteso tal cosa», qualche volta anche «l'ho inteso da che son qua carcerato», ovvero «l'ho inteso quando so stato esaminato dalli giudici et in particolare in hierace», aggiungendo che quivi fu esaminato dal Vescovo e dal Visitatore, essendo presente anche Carlo Spinelli; e conchiuse che tutte quelle cose avevano dovuto esser deposte da qualche infame o nemico suo.—Si passò quindi a fra Dionisio. Costui, sempre dietro dimande, disse di aver saputo dal Sances e dal carceriere che era stato imputato in cose di S.toOfficio insieme col Campanella, e negò con la più grande energia di aver peccato nella fede. Diè una lunga lista de' suoi nemici, a cominciare da' Polistina e dagl'inquisiti per la morte dello zio M.oPietro, e venendo sino a fra Pietro di Stilo che disse creatura del Polistina, al Pizzoni finto amico nelle sue liti col Polistina e ladro di molti suoi scritti predicabili onde dovè infamarlo, al Lauriana partecipe del furto degli scritti ed incaricato della vendita di essi, oltrechè legato in nefande relazioni col nipote del Pizzoni, fra Fabio, e col Pizzoni medesimo, onde dovè scacciarlo dal convento di Nicastro dove esso fra Dionisio trovavasi Priore. Negò di aver mai trattato con qualche ebreo in Cosenza, dichiarando spontaneamente che a tempo di quell'ebreo, allorchè venne eletto il P.eGenerale Beccaria (cioè nel 1588), egli trovavasi in Napoli, nel convento di S.taCaterina a formello, e che seppe in Napoli da una lettera di suo zio M.oPietro avere il Campanella avuto conversazione con quell'ebreo di cattiva fama in Cosenza, essere fuggito in compagnia di lui da Calabria ed avere arrecato questa fuga grande scandalo, onde gl'ingiungeva di non avere più relazione col Campanella; dichiarò anche, dietro dimande, di non avere mai più avuta notizia di quell'ebreo, nè occasione di parlare col Campanella, che non vide più per 7 od 8 anni dopo quel tempo. Negò assolutamente di avere mai avuto scandalo dal Campanella per cose di fede, mentre pure avea cercato di chiarirsene, poichè dicevasi che avea diavoli, comandava diavoli e credeva poco: aggiunse di aversaputo da lui che era stato inquisito nel S.toOfficio per un Sonetto bruttissimo contro la fede e contro Cristo, quale Sonetto gli recitò, che l'accusatore era stato condannato in galera ed esso Campanella liberato senza abiura, non avendo mai voluto accettare di avere abiurato, mentre di poi in Napoli ebbe a sapere che l'abiura c'era stata (onde dovrebbe dirsi che pure tra loro amici intimi si manteneva l'equivoco, confondendo l'esito di processi diversi). Tale fu la prima deposizione di fra Dionisio, che egli non potè sottoscrivere per la tortura avuta nel tribunale della congiura, e che crocesegnò tenendo la penna stretta tra' denti.

Fu poi fra Dionisio esaminato di nuovo tre altre volte successivamente, il 20 e 28 giugno, ed il 13 luglio, continuando sempre ad intervenire agli esami non il Nunzio, ma l'Auditore di lui Antonio Peri. Il 26 giugno fra Dionisio cominciò dal dire spontaneamente che avea ricevute dal Lauriana due lettere, con le quali gli narrava l'esame sostenuto in Calabria e gli chiedeva perdono, avendolo a torto accusato di proposizioni eretiche contro l'eucaristia, a suggestione del Pizzoni e per uscire dalle mani de' secolari; che queste lettere gli erano state tolte da' carcerieri, ed egli riteneva dovessero trovarsi nell'altro processo; che da esse rilevavasi essere stato deposto dal Lauriana di avere udite le eresie in un discorso tenuto dal Campanella in Pizzoni con lui, fra Dionisio, e con fra Gio. Battista di Pizzoni, e tale fatto era la più grande menzogna, non essendosi lui fra Dionisio mai trovato in Pizzoni contemporaneamente al Campanella (il fatto era fondamentale, e il vederlo a notizia di fra Dionisio mostrava che le lettere c'erano state, salva la quistione di sapere se in esse si parlava realmente di accuse ingiuste e di domanda di perdono). Narrò poi, interrogato, le circostanze della sua cattura e di quanto gli era avvenuto ne' giorni consecutivi (ciò che fu da noi esposto a suo tempo). Fornì spiegazioni sulla sua lettera trovata presso fra Vincenzo Rodino, sulla sua conoscenza col Pisano, sull'andata con costui a Messina e sull'andata successiva col Campanella e col Bitonto a Castelvetere, dove il Pisano trovavasi carcerato pel furto di una giumenta del Principe, riconoscendo di aver voluto aiutarne la liberazione, ma semplicemente per l'onore della famiglia di esso. Fornì spiegazioni sul fatto dell'inglese che in Roma avea dato un pugno all'ostia consacrata, dicendo di averlo veramente narrato perfino dal pulpito «etiam cum lachrimis», per dimostrare la gran bontà e tolleranza di Dio: dichiarò di non aver mai conosciuto l'avvenimento del prete annegatosi con l'ostia, e ripudiò assolutamente il fatto osceno commesso con l'ostia, facendone rilevare l'inverosimiglianza. Infine negò di aver mai parlato in dispregio dell'eucaristia, e disse che le precise parole, con le quali gli si faceva tale dimanda, si trovavano nelle lettere del Lauriana (altra prova che tali lettere c'erano state); notando che in Pizzoni egli non potea dire tali cose, poichè c'erano soltanto suoi nemici e un vigliaccofuoruscito (certamente il Caccìa), il quale poi si disdisse nell'atto di essere giustiziato.—Il 28 giugno, esaminato per la 3avolta, fra Dionisio negò ad una ad una tutte le eresie e tutte le accuse che gli erano state apposte (dal Soldaniero, dal Lauriana, dal Pisano etc.) e che i Giudici gli vennero successivamente formolando, non senza dare qualche spiegazione in sua difesa. Così, a proposito del pugno da lui dato a un'immagine del crocifisso in Soriano, dichiarò che il Priore e Lettore di quel convento erano suoi nemici, che vi si trovava anche un gran fuoruscito a nome Giulio Soldaniero stato per tutta la quaresima in relazione con fra Gio. Battista di Polistina, ed egli avea temuto di essere ucciso o almeno bastonato da lui, e gli avea parlato sempre in pubblico. A proposito di altre eresie che si era deposto aver lui udite dal Campanella e lodate ed insinuate ad altri, dichiarò che il Petrolo, già da circa un mese, passando innanzi alla sua prigione si era avvicinato alla finestrina di essa e gli avea dimandato perdono, facendogli sapere che avea deposto essere stato detto dal Campanella, in presenza di lui fra Dionisio, che non c'era purgatorio nè inferno; onde temeva che questo potesse nuocergli, sebbene avesse pure aggiunto alla deposizione che il Campanella prima diceva le eresie a lui e poi le diceva anche agli altri, ma in modo che esso Petrolo non sapeva se gli altri le intendessero (e questo mostrava che veramente il Petrolo avea dovuto parlargliene). Infine negò di aver mai saputo che il Campanella si fosse proposto di predicare, e che egli medesimo dovesse predicare contro la Chiesa.—Il 13 luglio, esaminato per la 4avolta, dovè dar conto di altre eresie ed accuse, sulle quali non era stato ancora interrogato (quelle deposte da Maurizio per propria scienza o per detto del Vitale, come pure quelle raccolte nel processo di Squillace). Ed egli negò egualmente ogni cosa; ed a proposito del fatto dell'ostia che pretendevasi avere una volta consacrata e poi gettata a terra, disse di aver saputo da Maurizio, nel venire a Napoli, che tale fatto era stato deposto da Gio. Battista Vitale «credendosi schifare la morte almeno per alcuno giorno», e fece rilevare che il Vitale prima di essere squartato avea revocata quella deposizione (c'era quindi stato ad ogni modo un colloquio con Maurizio su tale fatto, salva rimanendo la quistione di sapere se Maurizio avesse realmente attribuito il motivo suddetto alla deposizione, ed anzi se vi fosse stata realmente una deposizione del fatto innanzi a' Giudici da parte del Vitale). Potè poi questa volta dopo cinque mesi, stando meglio co' suoi polsi, sottoscrivere il processo verbale dell'esame sostenuto.

Dobbiamo aggiungere che nella seduta medesima fu esaminato ancora Giulio Contestabile, qualificato non solo teste, ma anche principale, senza dubbio per avere troppo conversato col Campanella[173]. Egli disse di conoscere il Campanella e fra Dionisio, edi stimarli uomini tristi mentre erano inquisiti di cose triste; disse di sapere che il Campanella ora stato già prima processato per eresia, ma non sapere altro, e di avere due volte sole parlato col Campanella in Stilo, in casa sua, per la conchiusione della pace tra la famiglia sua e quella de' Carnevali; ma Geronimo suo fratello scrisse da Napoli che non volea si trattasse con persona già processata per eresia, ed avendo lui divulgata la lettera, il Campanella gli divenne nemico. Dichiarò di non aver mai udito il Campanella parlare di Cristo nè di Mosè, e fece rilevare che in Stilo c'era un altro Giulio Contestabile figlio di Lucio, Maestro della confraternita del Rosario e perciò molto assiduo nel convento dei Domenicani (il fatto era vero[174], ma rappresentava una scusa grossolana).

Il 1oluglio fu interrogato Giulio Soldaniero, testimone importante, che si dovè far venire dalla Provincia. Il Carteggio del Nunzio ci mostra che egli non trovavasi più in Calabria, ma in terra d'Otranto, e che lo si fece venire per mezzo del Vescovo di Nardò; parrebbe pure dall'esame suo che fosse stato tenuto in prigione fin dal marzo, sicuramente ad istanza del S.toOfficio. Lo stesso Carteggio ci mostra che appunto per lui la trattazione della causa soffrì un ritardo nelle prime settimane di luglio; poichè alla sua venuta era stato rinchiuso in Castel dell'ovo, e quando si volle esaminarlo, si trovò il solito intoppo del non esserci ordine alcuno del Vicerè, onde il Nunzio ebbe a fare istanza che o si desse quest'ordine o si conducesse il prigione in Castel nuovo[175]. Vedremo in sèguito che si fece venire anche il suo fido Valerio Bruno, ed entrambi furono rinchiusi in Castel nuovo insieme co' frati inquisiti. Il Soldaniero, dietro dimande, disse che era stato esaminato da fra Cornelio, e successivamente dal Vescovo di Gerace, dopo di aver mandato il Priore di Soriano al Visitatore per rivelare le cose dettegli da fra Dionisio; e ripetè talune di queste cose, affermando che quando vennero dette o fatte, era presente e consenziente il Pizzoni, e tutto proveniva dal Campanella. Invitato ad esporre ciò che fra Dionisio gli avea detto di provenienza del Campanella, non seppe dire più nulla e si richiamò all'esame precedente, poichè non se ne poteva ricordare. Aggiunse di aver visto in sèguito fra Pietro di Stilo, che gli raccomandò di non dir nulla di quanto gli avea detto fra Dionisio, ma egli già avea raccontato tutto al Priore e Lettore di Soriano: non potè ricordarsi se fra Pietro gli avesseparlato di eresie, ma negò di aver ricevuto lettere del Campanella. Disse che avea raccontato pure ogni cosa a fra Domenico e fra Gio. Battista di Polistina e costoro se ne maravigliarono, che vide fra Dionisio una sola volta (prima avea detto due volte), e parlò al Priore ed al Lettore perchè lo cacciassero dal convento[176].

Ma il fatto più importante della seduta del 18 luglio fu il tormento della corda dato al Campanella per un'ora, fatto ricordato poi da lui medesimo nella sua Narrazione, là dove dice: «el Campanella sendo impazzito hebbe un'hora di corda, e restò per pazzo quando era il Tragagliola». Già fin dal 12 maggio, dietro la richiesta del vescovo di Termoli, il Card.ldi S.taSeverina avea scritto: «quanto al particolare che ella avvisa, che fra Tomaso Campanella si finge pazzo, et non vuol giurare ne rispondere à quello, che se gli domanda, le dico che S. S.tàrimette all'arbitrio di Monsignor Nuntio e di V. S., e del Generale Vicario Archiepiscopale di dargli la corda per havere da lui la precisa risposta, con avvertire di non interrogarlo de' capi del negotio principale per non debilitare le ragioni del Fisco». Adunque, dopo il Soldaniero, venne introdotto il Campanella[177], e questa volta egli toccò il libro su cui fu invitato a giurare, ma fin dalla prima dimanda che gli venne diretta rispose in modo strano ed incoerente. «Volsero pigliare fratimo, et poi si concitorno tutti contra di me, et mi hanno spogliato, et mi ritrovo in questo modo, et hò fatto tanti libri, et poi me li hanno cambiati» etc. Era sempre vestito da secolare, col suo cappello nero tra mano, e diceva: «questo cappello è tutto stracciato, et tutte queste veste che hò sopra sono stracciate»; e volle coprirsi il capo ma l'aguzzino glie lo scoprì, onde egli si rizzò contro l'aguzzino dicendo, «guarda costui che mi vuol levare il cappello», e soggiunse «bisogna che venghi il Papa et sbroglia queste cose» etc. Fu quindi fatto condurre alla stanza del tormento e là venne spogliato e ligato alla corda, con le proteste che il S.taSeverina avea raccomandate: ed elevato in alto cominciò a dire «hoimè che moro, ah traditori, figlioli di cornuti, bagascie, mi hanno ammazzato, madonna santissima aiutami». Rinunziamo a continuare questa atroce rassegna di dolori, che d'altronde i lettori troveranno nel relativo Documento: solo diremo che il povero Campanella, talvolta furioso, talvolta abbattuto, ingiuriava o invece blandiva chiedendo pietà, e spesso invocava il Papa o a lui si appellava, nota dominante per tutto il tempo della sua pazzia; allorchè si rivolse a qualcuno de' Giudici in particolare, per muoverlo a misericordia, si rivolse sempre al «frate», cioè al Vescovo di Termoli. Tra le svariate dimande fattegli vanno notate le seguenti: quanto tempo fu carcerato in Roma, se era stato visitato da qualche medico nelle carceri,come si chiamava il Commissario del S.toOfficio in Roma al tempo in cui fu carcerato, ed anche, con ludibrio indegno, cosa avrebbe avuto di buono a pranzo, e dopo di avergli due volte minacciato il polledro, che dimandasse qualche grazia. E il Campanella, obbligato allora appunto a soddisfare a' suoi bisogni naturali stando sospeso alla corda, replicò all'ultima domanda che lo lasciassero... fare; nè rispose mai a proposito, e tra' diversi suoi detti incoerenti nominò il Marchese d'Arena, dicendo che «se havesse fatto (sic), non pateria questo», nominò Paolo Campanella, che avea disegnato una figura di S. Rocco, nominò Cicco Vono, qualificandolo suo nemico. Infine, scorsa un'ora, venne definitivamente deposto e sciolto, e secondo l'uso gli aguzzini gli ricomposero le braccia, quindi lo rivestirono e lo ricondussero nella sua carcere.

Subito dopo furono esaminati Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella[178]. Geronimo si dichiarò di Stignano, dell'età di circa 65 anni, e dovè rispondere intorno alla causa della carcerazione di suo figlio, intorno a un libro che costui avea scritto ed egli avea lodato come superiore anche a quello degli Apostoli, intorno alle divinazioni fattegli sull'avvenire degli altri figli, intorno al rifiuto di predicare espressogli da fra Tommaso e motivato col non voler fare l'ufficio di saltimbanco, intorno al pranzo di Stignano in casa Grillo, dove egli avea fornite vivande ed avea dovuto udire eresie da fra Dionisio. Il povero vecchio disse di sapere solamente che suo figlio era stato carcerato da Carlo Spinelli, o per detto d'altri che avea scritto un libro in Napoli, mentre quanto a sè egli non sapea leggere nè scrivere, soggiungendo, «alhora tutti mi dicevano beato et hora tutti mi dicono sfortunato». Quanto alle divinazioni, disse che suo figlio era stato quattordici anni fuori di Calabria, ed al ritorno appena lo riconosceva per padre, trattando solo con Principi e Signori, come il Principe della Roccella e il Marchese di Arena; quanto poi al rifiuto della predicazione, disse che veramente avea pregato fra Tommaso di accettare l'offerta fattane da que' di Stilo col compenso di 200 ducati, «per aiutare alcune figlie femine che hò è sono pezzenti», ma fra Tommaso non volle, dicendogli che sapeva quel che si faceva. Accettò di aver visitato fra Dionisio in casa Grillo, ma negò di aver fornite vivande, aggiungendo, «non hò per me, et hò nove tra figlie et nipote femine»; negò pure energicamente di avere udito discorsi eretici, ed aggiunse, «si fra Dominico (Petrolo) lo dice, fatime mettere un chiappo al collo et impendere». Da ultimo s'inginocchiò innanzi a' Giudici e disse, «Signori, siamo tutti spersi per povero regno, et si questi monaci hanno fatto male, vi prego, castigateli per amore di Dio»: con ciò, s'intende, egli volea dire che facessero presto, perchè così sarebbe presto tornato a casa sua ove l'attendeva una frotta di giovani donne rimaste nell'abbandonoe nella miseria; e il suo desiderio era naturalissimo, ma faceva dimenticargli che tra' monaci i quali avrebbero dovuto essere gastigati, e non lievemente, c'era anche il migliore de' suoi figliuoli.—Molto più breve fu l'esame di Gio. Pietro Campanella, che si dichiarò di 28 anni in circa e di mestiere calzolaio. Gli chiesero se avesse mai udito suo fratello fra Tommaso parlare di rivoluzioni da dover accadere nel 1600; ed egli rispose che poche volte gli avea parlato e non mai di tali cose. Al pari di suo padre, non sapendo scrivere, segnò con una croce il processo verbale dell'esame.

Il 20 luglio venne il Campanella ricondotto innanzi a' Giudici, e continuò a mostrarsi pazzo[179]. Non voleva rimanere nella sala di udienza, si tirava indietro, e poi cominciò a baciare certe figure disegnate nel foglio del Calendario. Gli si fecero dimande strane; quante sorelle aveva, dove trovavasi il suo padre carnale e da quanto tempo non l'aveva veduto, se possedeva il breviario etc. poi lo si avvertì di cessare dal fingersi pazzo. Ed egli nominò più sorelle, Costanza che era Badessa, Emilia maritata, Giulia da doversi maritare con Michele Castellano; parlò del padre in modo incoerente, ricordò che gli aveano presi tutti i suoi libri, accennò ad una «Signora grande», a soldati che l'aveano perseguitato, ad una sua fuga di 20 miglia. Lamentavasi per avere le braccia addolorate in sèguito della tortura, e da ultimo disse, «dammi da bere frate, quattro confortini (confortatori) negri negri vengono ogni sera et mi ammazzano...». Dal processo verbale si rileva che avrebbe sottoscritto l'esame, se non avesse avuto le braccia debilitate.

Fu di poi, nella stessa seduta, interrogato nuovamente il Soldaniero, quindi Giuseppe Grillo; inoltre furono richiamati fra Dionisio ed il Pizzoni, per dare qualche chiarimento[180]. Al Soldaniero si fecero molte dimande; come mai fra Dionisio avesse cominciato a parlare con lui contro la fede mentre non c'era mai stata familiarità tra loro, se fra Dionisio fosse venuto a Soriano egli solo o in compagnia di qualcuno, come si fosse comportato il Pizzoni in quella circostanza, in quale giorno si fosse mangiato carne, a quale scopo que' frati gli avessero dette tante eresie. E il Soldaniero narrò di nuovo i particolari della venuta di fra Dionisio a Soriano, ed affermò che questa accadde di martedì, nel quale giorno, avendo precedentemente riportata una ferita di archibugio, egli non mangiava carne per divozione alla Madonna dell'Idria (cioè di Costantinopoli), ma fra Dionisio mangiò carne ed eccitò lui a mangiarne; non potè poi ricordarsi se il Pizzoni fosse presente, ma dichiarò che gli pareva di sì, e che costui confermava le opinioni di fra Dionisio, dicendo che erano opinioni del Campanella. I Giudici gli feceronotare che nella prima deposizione avea detto non essere stato presente il Pizzoni, essere avvenuto il fatto in giorno di venerdì, non avere fra Dionisio mangiato carne (l'aveva solamente desiderata per mangiarla), e che badasse quindi a non dire menzogne: egli rispose più volte che non se ne poteva ricordare e si rimetteva al suo primo esame, conchiudendo che le eresie gli erano state raccontate perchè le credesse.—Giuseppe Grillo, fatto venire dal Castello dell'ovo in cui era rinchiuso, dietro dimande, dichiarò di aver conosciuto anteriormente fra Dionisio e gli altri frati che poi vennero a pranzo in casa sua in Stignano, e di averne buonissima opinione, ma non così Cesare Pisano che vide allora per la prima volta; dichiarò che durante il pranzo fra Dionisio avea detto doversi «rengratiar Dio di tante gracie che ci fà e cose simile», ma non avea detto nulla contro la fede, perchè egli «saria ricorso da superiori», ed anzi lo stesso fra Dionisio fece poi un sermone in Chiesa, in Stignano, presenti tre dottori e moltitudine di popolo, e fu lodato assai. Avvertito di non dir bugie, il Grillo soggiunse che avea detto la verità; che dal Petrolo, per mezzo del figlio di Desiderio Lucane, gli era stato raccomandato di volersi esaminare in favor suo; che da Mario Flaccavento come pure da Felice Gagliardo e Camillo Ademari, prima di venire dal Castello dell'ovo, gli era stato raccomandato di voler dire che in Stignano si era mangiato carne in giorno di venerdì o sabato, e che egli stesso l'avea mangiata inavvertentemente, poichè così trovavasi affermato in processo, e non dicendo così anche lui, avrebbe avuto la corda, ma egli avea risposto di non voler dire la bugia (tanti erano impegnati a non far alleviare la posizione degl'inquisiti, o invece tanto era furbo questo giovanotto che inventava sollecitazioni per procurarsi credito).—Si fece poi venire fra Dionisio, per sapere in che giorno fosse stato in Soriano, e se il Pizzoni vi fosse stato con lui. Dietro varii tentennamenti di reminiscenze, egli conchiuse che vi fu col Pizzoni il mercoledì, e il Pizzoni si partì subito pel suo conventino poco distante da Soriano, che in quella sera si mangiò co' frati, e l'indomani, giovedì, si mangiò nel dormitorio col Priore, col Lettore, con alcuni spagnuoli, ed anche con Giulio Soldaniero.—Da ultimo si fece venire il Pizzoni per udirlo sullo stesso fatto, ed egli lo negò assolutamente (senza dubbio a torto); e dietro dimande disse che non era mai stato a Soriano con fra Dionisio, che non aveva mai confermato eresie nè biasimata l'astinenza dal mangiar carne per divozione, e che questa era un'infamia in suo danno da parte di fra Dionisio e del Campanella conformemente alle loro minacce!

A questo punto si erano già raccolti esami sufficienti per poter passare dal processo informativo, che dicevasi pure offensivo, al processo ripetitivo: difatti il 31 luglio, sull'istanza del Procuratore fiscale, la Corte emanò i suoi Decreti in questo senso, ed abbiamoragione di credere che non poco v'influì Mons.rNunzio, il quale era spesso sollecitato dal Vicerè a terminare la causa dell'eresia, acciò si potesse procedere alla spedizione di quella della congiura. Ma il Vescovo di Termoli, che avea realmente studiata la causa ed era abituato alla ricerca della verità senza transazioni, scorgendo un cumulo di circostanze poco atte a rassicurare la sua coscienza, volle che fossero interrogati dal tribunale il Priore e il Lettore di Soriano, fra Domenico da Polistina e così pure Valerio Bruno, inoltre fra Gio. Battista di Placanica e fra Francesco Merlino già interrogati dal Vescovo di Squillace in Calabria: e però fin dal 18 luglio avea con una sua lettera commesso a quel Vescovo di mandare tutti que' frati in Napoli, e di chiarire con nuovi esami alcuni punti del processo già da lui fatto nell'anno precedente; ed il Vescovo eseguì la commissione con ogni sollecitudine, procurando la comparsa de' frati al tribunale di Napoli ed inviando poi anche l'Informazione supplementare da lui presa, che per tal modo trovasi inserta nel processo di Napoli. Come si rileva dai documenti che fanno parte di questa Informazione, il Priore di Soriano era già venuto in Napoli chiamatovi dal P.eGenerale, e fra Domenico da Polistina, funzionante da compagno del Provinciale di Calabria, fu da costui immediatamente inviato; a fra Gio. Battista da Placanica e a fra Francesco Merlino fu fatto dal Vescovo di Squillace, con la comminatoria di molte e gravi pene, precetto di presentarsi al tribunale in Napoli, l'uno nel termine di 20, l'altro nel termine di 25 giorni; al Lettore di Soriano fu fatto un uguale precetto, col termine di 30 giorni.—Si ebbe quindi una serie di altri esami, alcuni de' quali si compirono mentre già il processo ripetitivo faceva il suo corso: noi li poniamo tutti qui in continuazione degli esami precedenti, senza attenerci con rigore assoluto alla cronologia de' diversi atti processuali, per non intralciare di troppo il corso della nostra narrazione.

Ed in prima l'8 e l'11 agosto, nel convento di S. Luigi ove risedeva il Vescovo di Termoli, furono esaminati e riesaminati fra Giuseppe d'Amico Priore di Soriano e fra Domenico di Polistina[181]. L'esame del giorno 8 fu fatto innanzi all'intero tribunale. Fra Giuseppe d'Amico, dietro dimande, disse che fra Dionisio e il Pizzoni vennero insieme a Soriano, un giorno di giovedì al tardi, ed allora nel convento trovavasi pure il Soldaniero, uomo di mala vita, che Mons.rdi Mileto non voleva fosse cacciato, come anche Valerio Bruno, servitore del Soldaniero ed egualmente fuoruscito; che il Pizzoni l'indomani se n'andò al suo convento di Pizzoni, d'onde tornò il sabato con Claudio Crispo e si diresse tosto ad Arena ove trovavasi il Campanella; che fra Dionisio, rimasto il venerdì a Soriano, partì egli pure il sabato per Arena, poco dopo ch'era partito il Pizzoni, dicendo di temere che costui conducesse il Campanella aPizzoni mentre egli volea condurlo a Soriano, e poi l'istesso giorno tornò a Soriano e vi rimase la domenica per farvi una predica, dopo la quale definitivamente se ne partì. Disse che, appena giunto, fra Dionisio dimandò del Soldaniero, e si recò in camera di lui e vi si trattenne un pezzo in colloquio, e ciò accadde nel giugno o luglio 99; che da otto a quindici giorni dopo, il Soldaniero parlò ad esso fra Giuseppe della ribellione, ma solo nel mese di agosto gli raccontò diverse eresie dette da fra Dionisio; che poi, trovandosi esso fra Giuseppe presso il Visitatore in Monteleone, quando già la congiura era scoverta e fra Dionisio era fuggito con una cavalla presa nel convento, riferì ogni cosa al Visitatore ed al Provinciale, ed avvertì al suo ritorno il Soldaniero di quanto avea fatto; che il Soldaniero allora gli rispose di dover essere esaminato, perchè avrebbe deposto anche di più, ma non aveva mai pregato lui che cacciasse fra Dionisio dal convento. Aggiunse che il Soldaniero non gli aveva mai discorso del Pizzoni come fautore di eresie, bensì come sollecitatore perchè «si havesse voluto trovare con l'intentione loro», e solo di fra Dionisio gli raccontò le diverse eresie, che egli si fece a ripetere; (così era certo l'armeggio per la ribellione da parte di tutti costoro insieme col Campanella, ma la faccenda dell'eresia era imputabile solo a fra Dionisio, che veramente ne faceva professione almeno come di un'arma di guerra).—Quanto a fra Domenico di Polistina, costui confermò che agli 8 o 9 di agosto dell'anno precedente, dopo l'incontro avuto col Campanella in Davoli, la sua fuga da quel posto per minacce di banditi e il suo arrivo in Soriano, seppe dal Soldaniero che fra Dionisio gli aveva esposto un gran numero di eresie, il fatto osceno contro l'ostia etc., eresie che fra Dionisio e il Campanella doveano predicare al tempo della ribellione, ed egli poi ne parlò a fra Cornelio del Monte; che del Campanella non seppe al di là delle cose dette, e con fra Cornelio non parlò del Campanella per conto dell'ostia consacrata (così fra Cornelio risultava falso, ma rimaneva pure a vedere se non era falso in ciò fra Domenico, e fino a qual punto costui fosse stato informato dal Soldaniero o viceversa). Aggiunse poi, spontaneamente, che il Campanella molti anni prima avea voluto uscire dalla Religione, e si era detto pubblicamente che avea lasciato la Calabria in compagnia di un certo Abramo ebreo o caldeo; (era sempre lui fra Domenico che evocava tale fatto, e questa volta per detto altrui, non per propria scienza).—Il nuovo esame di costoro, l'11 agosto, fu fatto innanzi al solo Vescovo di Termoli. Fra Domenico da Polistina narrò qualche circostanza di poco valore relativamente al suo incontro col Soldaniero. Fra Giuseppe d'Amico aggiunse che, parlando della ribellione col Soldaniero nell'agosto, ebbe a vedere nelle mani di lui una lettera del Campanella scritta di suo pugno, giacchè ne conosceva il carattere, la quale finiva col dire al Soldaniero che su quanto gli avea discorso fra Dionisio, se ne rimetteva al suo luogotenente fra Gio. Battista di Pizzoni; (cosìfra Giuseppe parlava sempre de' soli fatti della ribellione, ma è pur vero che non avrebbe potuto parlare de' fatti di eresia laddove fossero stati a sua notizia fin da principio, mentre non si era curato di denunziarli per tanto tempo). Infine, dietro dimanda, depose che il Campanella, quando si partì dalla Calabria, diceva di partirsene per la persecuzione che soffriva dal Provinciale di quel tempo P.ePietro Ponzio, e si disse che era partito con un Abramo, ebreo molto scienziato ma che esso fra Giuseppe non avea veduto; (nessuno dunque avea veduto questo ebreo, ma è pur vero che a nessuno conveniva ammettere di averlo veduto).

Di poi, il 21 agosto, fu interrogato in Castel nuovo Valerio Bruno[182]. Costui disse che era stato per circa un anno col Soldaniero nel convento di Soriano, che avea là veduto fra Dionisio rimastovi due giorni, durante i quali venne pure il Pizzoni, e che li avea veduti cacciare entrambi dal Priore a richiesta del Soldaniero, scandalizzato perchè gli avevano palesate molte eresie, le quali egli si fece a ripetere. Disse che fra Dionisio e il Soldaniero aveano mangiato insieme un giorno di martedì o venerdì; giorno in cui il Soldaniero si asteneva dalla carne per voto fatto in sèguito di un colpo di archibugio ricevuto, ed egli avea udito fra Dionisio maravigliarsene; che non seppe altro di ciò, ma poi l'indomani, essendo venuto il Pizzoni ed avendo confermato le eresie dette da fra Dionisio, ad un'ora o due in circa di giorno udì il Soldaniero che «comminciò a gridare che cose son queste che mi dite, à par mio dite queste cose, è comminciò à chiamare il Priore, Padre Priore venite, cacciati questi»; che il Priore il quale nella sera precedente avea cercato di scusare fra Dionisio dicendo che era briaco, ed avea raccomandato al Soldaniero, per amore di Dio, l'onore della Religione, finì per accorrere insieme col Lettore ed altri e così cacciarono que' due frati. Insomma, accumulando circostanze in modo abbastanza comico, questo furfante procurò di rendere sempre più credibile il suo racconto, ma avvertito da' Giudici che era caduto in qualche contradizione e che badasse di non dire bugie, cominciò lui a turbarsi veramente e ad esclamare «misericordia Signore, per l'amor di Dio, che questa cosa hà un anno che è passata che non mene ricordo;... io non son dottore, facilmente si può pigliare et errare una parola, habbiatimi compassione Signore». Infine dichiarò di non avere udito egli stesso, nè da altri all'infuori del Soldaniero, cose contrarie alla fede provenienti da fra Dionisio e dal Pizzoni; (evidentemente Valerio Bruno si era messo anche questa volta d'accordo col Soldaniero, per appoggiarne le deposizioni).

Vennero in sèguito da Calabria fra Gio. Battista da Placanica e fra Francesco Merlino, e il 30 agosto e il 2 7bre, quando già il processo ripetitivo faceva il suo corso, e furono sottoposti al primoesame e all'esame ripetitivo nel solito convento di S. Luigi presso Palazzo: venne egualmente fra Vincenzo di Lungro Lettore di Soriano, e poco dopo, il 7 7bre, fu egli pure esaminato nel medesimo convento innanzi all'intero tribunale[183]. I due primi riuscirono di speciale interesse circa la persona del Campanella, l'altro circa la persona di fra Dionisio e i fatti di costui in Soriano. Fra Gio. Battista di Placanica disse di stare «di mal cervello, ciò e, di mal memoria», e si riferì costantemente all'esame già fatto dieci mesi innanzi in Squillace; fu interrogato su' concetti che il Campanella aveva espressi intorno all'immortalità dell'anima, alla fornicazione, alla scomunica, alle cerimonie de' turchi, alle religioni claustrali, e in genere non se ne seppe più di quanto se n'era saputo prima; può dirsi che fu esplicito solamente nell'attestare che il Campanella parlava della fornicazione in modo da sembrare che quasi dicesse non esser peccato, ed oltracciò nell'attestare che non potè avere nè dal Vescovo di Squillace nè dal P.eProvinciale la licenza di confessare e predicare in Monasterace. Nell'esame ripetitivo in sostanza disse di aver conosciuto il Campanella quando esso era novizio in Placanica, non aver mai udito direttamente da lui cose di eresie, aver solamente udito da lui dire «che inferno, che inferno» nel parlare a' suoi discepoli e segnatamente a Fulvio Vua e Giulio Contestabile, come pure che gli atti carnali non erano peccati tanto grandi quanto si ritenevano, poichè «Dio havea fatto il membro genitale...» per usarne.—Fra Francesco Merlino, nel primo esame, riferendosi lui pure all'esame sostenuto in Calabria, disse di avere solamente udito dire che il Campanella negava i miracoli fatti da Mosè, che avea mangiato più volte carne in giorni proibiti e segnatamente una porchetta insieme co' banditi in Pizzoni, che teneva con sè il demonio, e per arte diabolica conosceva tutto quello che sapeva; disse pure, a proposito del disprezzo della scomunica, che egli si trovava studente in S. Domenico di Napoli, quando il Campanella dimorava pure in questa città presso Mario del Tufo, e che venuto un giorno in S. Domenico il Campanella fu preso e tradotto nelle carceri del Nunzio, essendosi allora dato per motivo della carcerazione che aveva spiriti, ma essendosi poi saputo che ci erano altri motivi, e in ispecie che parlando della scomunica per coloro i quali estraevano libri dalla libreria avea detto, «come è questa scomunica, che, si mangia»? Nell'esame ripetitivo poi dichiarò, che avea cominciato a conoscere di vista il Campanella nel convento di Placanica, di cui esso Campanella era figlio, che in sèguito l'avea conosciuto in Napoli, quindi di nuovo l'avea visto in Calabria, essendosi più volte visitati, che non sapeva che avesse detto eresie, che altri aveano palesate più cose contro la fede da lui dette o fatte, le quali egli si diè a ripetere; che in Stilo passava per uomo onesto, che si era detto essere partitodalla Calabria coll'ebreo Abramo, ed avere la sua scienza per arte diabolica, ma egli non credeva questo, avendo conosciuto «che hà bello ingegno et hà studiato assai». Inoltre che si era detto «che esso si voleva fare nominare il Messia della verità», ma di questa, come di altre cose, si parlò dopo la carcerazione, e più di una volta fece notare tale circostanza, dicendo, «molte cose sono state dette subito che questi fratri furono presi, et non so come uscessero», (ben si vede che in fondo il Campanella non riusciva aggravato di troppo da tali deposizioni).—Quanto a fra Vincenzo, Lettore di Soriano, egli narrò la venuta di fra Dionisio e del Pizzoni in Soriano con lievissime differenze dal modo in cui l'avea narrata il Priore fra Giuseppe: soltanto aggiunse di più, che quando fra Dionisio andò momentaneamente ad Arena per condurre il Campanella a Soriano, il Campanella non volle venirvi; inoltre che veramente, 4 o 5 giorni dopo la dipartita di fra Dionisio, il Soldaniero gli disse che fra Dionisio era venuto a trattare della ribellione contro il Re, avendo molti Signori per lui, e gli disse pure che fra Dionisio non credeva a nulla, comunicandogli il fatto del pugno dato al crocifisso e il fatto osceno contro l'ostia perpetrato da fra Dionisio medesimo, cose «approbate da fra Dionisio come cose del Campanella». Negò assolutamente che il Soldaniero avesse comunicato al Priore i detti e fatti contro la fede, se non dopo un mese o dieci giorni in circa; e per quanto i Giudici avessero insistito con le loro dimande, negò che il Soldaniero avesse mai parlato di tali cose mentre fra Dionisio era in Soriano per farlo cacciare dal convento, come pure che avesse attribuite le eresie anche al Pizzoni, dichiarando che il Soldaniero «ben diceva, che frà Thomaso Campanella, frà Dionisio Pontio, frà Gio. Battista di Pizzoni, frà Silvestro di Lauriana, frà Pietro de Stilo, et frà Dominico di Stignano erano tutto una cosa insiemi, mà non mi parlò di heresie contra frà Gio. Battista predetto». (Si sarebbe tentati di credere che il Pizzoni, per essersi stretto a fra Dionisio e al Campanella, dovea dapprima venire spietatamente involto nel medesimo destino loro, ma avendo poi fatto il suo orribile voltafaccia, questi frati di Soriano, appartenenti alla fazione del Polistina, doveano oramai proteggerlo: intanto per fra Vincenzo il Campanella riusciva egli pure imputabile delle peggiori cose contro la fede, e il Soldaniero rimaneva per entrambi que' frati scoperto).

Mentre in Napoli si facevano questi esami, in Squillace nello stesso tempo, dall'8 agosto all'8 7bre, il Vescovo esauriva la sua Informazione supplementare, la quale riguardava interamente la persona del Campanella. Mediante i diaconi selvaggi della sua Corte citò ciascun teste a comparire personalmente innanzi a lui, sotto le solite gravi pene ecclesiastiche, in brevissimi termini: ed egli medesimo nel suo Palazzo, col suo Vicario Sir Agazio Colobraro e coll' Auditore Andrea Mantegna, procedè a quasi tutti gliesami[184].—Eccone un sunto. Vespasiano Vosco dottore di Girifalco dichiarò, che dopo la carcerazione del Campanella udì nella piazza di Squillace dire pubblicamente che costui riteneva Cristo essere un semplice eremita e Maria Maddalena sua concubina.—Gio. Battista Rinaldis dottore di Guardavalle dichiarò di aver saputo dalla sua suocera Dianora Santaguida, vedova di Ottavio Carnevale, che fra Scipione Politi le aveva detto che il Campanella «per stratiare et burlare li patri cappoccini, mentre andavano in Chiesa, li dicia dove andati, ad adorare un appiccato».—Marcello Fonte di Stignano confermò di aver saputo da Geronimo padre del Campanella, che costui non volle predicare in Stilo dicendo di non voler fare l'officio di Cantimbanco.—Il Rev. Scipione Ciordo di Camini confermò di avere udito da alcune persone del suo paese che il Campanella diceva «che la buggera (la fornicazione) non era peccato».—Fabio Contestabile di Stilo confermò che gli era stato detto dal Campanella di pigliarsi spassi e piaceri quanto più poteva «che del resto è pensiero di chi è».—La Sig.raDianora Santaguida di S.taCaterina (questa sola innanzi all'Auditore Mantegna espressamente inviato) dichiarò che da Luzio Paparo suo parente avea saputo di aver lui udito dire che il Campanella diceva, «non vi ca (int.non vedi che) adorano uno impiso»; dichiarò che non avea saputo questo fatto da fra Scipione Politi, poichè costui non era venuto in casa sua, ma nello studio di suo figlio, separato dalla casa sua; aggiunse che l'aveva poi comunicato a Marcello Contestabile suo nipote.—Marcello Contestabile di Guardavalle raccontò ne' seguenti termini un discorso avuto con sua zia la Sig.raSantaguida, a tempo della persecuzione fatta da Carlo Spinelli e dall'Avvocato fiscale; essa disse, «o Marcello figlio mio, secondo si intende questo fra Thomaso che vene a S.toNicola alli monaci è peccato non me e abrusciato, et io le disse S.razia che cosa passa, et la detta mi rispose dicendomi figlio mio io tremo de dirti questi paroli, et raggionandomi disse credi Marcello che uno homo da bene che sta sotto parte illoco, nominando il nome ma non mi si ricorda come lo nominò ma per quanto mi ricordo mi pare che lo chiamò mastro Jacopo, et disse che quello l'havea detto che lo detto fra thomaso solia venire in S.toNicola monesterio de dominichini di detta terra, et illà con li monaci facia banchetti et dopo si faciano portare uno leuto et sonavano et detti monaci et altri seculari ballavano et che... (un luridume da non riportarsi)... et detta donna me lo dicia con gran modestia sugiungendo che lo detto pure li disse che lo detto fra Thomaso raggionando di Jesu Christo disse, dati credito ad uno che morio impiso, et di questa parola spaventati io et la detta mia zia dicendone Jesu Jesu Vergine maria mi levai» etc.—Jacopo Squillacioti di S.taCaterina (il mastro Jacopo della Santaguida) negòassolutamente di aver mai saputo e detto alla Sig.rail lurido fatto che la modesta e pia donna riferiva, e cosi pure qualche concetto eretico che il Campanella e suoi compagni avessero in qualunque modo espresso: unicamente attestò avere udito dire «che era venuto a S.toNicola delli dominichini uno fra Thomaso, et diciano li genti di S.taCatherina che non guardava hom' in faccia ma sempre si guardava la ungnia».—Fu questa l'Informazione supplementare di Squillace, dalla quale sicuramente non emerse nulla di nuovo, e se qualche aneddoto venne in luce, esso fu smentito sul nascere; può dirsi di più che rimase quasi sempre infruttuosa la ricerca della provenienza de' fatti in quistione, e sopratutto la ricerca delle persone presenti allorchè essi erano stati enunciati, oggetto principale dell'Informazione, per quanto dalle interrogazioni ivi registrate è lecito argomentare.

II. Possiamo ora occuparci del processo ripetitivo, per lo quale, come abbiamo fatto avvertire più sopra, la Corte fin dal 31 luglio 1600 aveva già emanati i suoi decreti. E gioverà innanzi tutto dire in che consistevano le ripetizioni, e in qual modo vi si procedeva secondo la giurisprudenza del tempo. Le ripetizioni concernevano essenzialmente i testimoni del fisco. Il Procuratore fiscale, che compariva in dati momenti senza assistere alle sedute della Corte, facendo lo spoglio degli esami raccolti compilava tanti Articoli, capi, o posizioni, esprimenti tanti fatti o detti incriminabili da' quali emergeva il delitto onde si intitolava la causa. Questi articoli egli redigeva ed esibiva per far constare chiaramente il delitto, e in ciascuno di essi poneva, offriva, e voleva e intendeva provare ciascun fatto o detto, ciò che per altro era stato ed era vero, pubblico, notorio, pubblica voce e fama, e però egli, il fiscale, protestava di non ritenersi costretto ad una prova superflua! Presentando gli articoli conditi di un simile noioso formulario, faceva istanza e chiedeva che si venisse alla ripetizione; e la Corte, veduti gli atti e l'istanza del fiscale, emanava un Decreto, col quale ordinava la consegna di una copia degli articoli all'imputato, e stabiliva un termine entro il quale l'imputato dovea formare e produrre gl'Interrogatorii da farsi a' testimoni del fisco sopra quegli articoli, ed anche dimandare un Avvocato e procuratore, dichiarando che in contrario si sarebbe proceduto alla ripetizione de' testimoni senza interrogatorii; per solito la Corte deputava pure fin d'allora,ex nunc prout ex tunc, un Avvocato e difensore di ufficio quando prevedeva che l'imputato non l'avrebbe chiesto da sè, ed infine ordinava di notificare ogni cosa all'imputato. Nello stesso giorno il Mastrodatti faceva la consegna degli articoli e la notificazione del termine con la deputazione dell'Avvocato, e ne redigeva un atto in presenza di quattro testimoni, ordinariamente carcerati e carcerieri. Quindi l'Avvocato presentava a nome dell'imputato gl'interrogatorii da rivolgersi a' testimoni contro gli articoli, e faceva istanzaed umilmente chiedeva che i testimoni prima di esaminarsi su ciascuno articolo rispondessero a quegl'interrogatorii, in contrario con riverenza protestava. Quest'interrogatorii erano preceduti rutinariamente da alcune ammonizioni che si doveano fare a ciascun testimonio, cioè, di essere obbligato a dire la pura e semplice verità, sotto pena di scomunica ed altre molte e gravi pene, di tener presente che si commetteva falsità non solo col proferire il falso ma anche col tacere il vero, e che commettendo, Dio non voglia, la falsità, era sempre tenuto a restituire la fama. E non meno rutinariamente esigevano che ciascun testimone dicesse il suo nome, cognome, padre, madre, patria, esercizio, a spese di chi vivesse, quanto possedesse, se fosse solito confessarsi e comunicarsi, e presso quale confessore e in quale chiesa e da quanto tempo l'avesse fatto, se fosse stato mai scomunicato, e da quanto tempo e per quale causa: e poi, se conoscesse l'imputato, da quanto tempo e per quale causa, se gli fosse amico o nemico e perchè, se ci avesse mai conversato intrinsecamente e quale opinione ne avesse circa le cose della fede; e poi, venendo a ciascuna imputazione, se avesse udito qualche volta parlare l'imputato del tale argomento e in che senso, e con quali parole, e in qual luogo, e in qual parte di quel luogo, e con quale occasione, e in presenza di chi, e quante volte, e in quale ora, giorno, mese ed anno, e se determinatamente o d'improvviso, e se con assenso o con dissenso del testimone, e in caso di dissenso, con quali parole questo fu espresso e quali risposte ebbe etc. etc. etc. Ci rimangono saggi d'interrogatorii che costituiscono veri monumenti di fecondità in sottigliezze, e sempre allo scopo di far trovare qualche contradizione ne' testimoni, o di stancare interroganti ed interrogati e prender tempo. Era poi anche in facoltà dell'Avvocato di aggiungere qualche speciale interrogatorio, oltre quelli calcati sugli articoli, e perfino d'indicare qualche persona speciale cui quell'interrogatorio aggiunto dovea rivolgersi: d'altra parte, è quasi superfluo il dirlo, i Giudici non mancavano quasi mai di rivolgere di tempo in tempo a ciascun testimone, oltre la detta doppia serie di dimande, qualche loro particolare dimanda d'ufficio.

In tal modo fu iniziato e condotto anche il processo ripetitivo nella causa del Campanella e socii. Procuratore fiscale fu il Reverendo Andrea Sebastiano, fiscale della Curia Arcivescovile, che trovasi nella massima parte delle scritture processuali di quel tempo, avendo poi avuto a successore nel 1603 il Rev.doSilvestro Santorello: egli diede gli articoli soltanto contro ciascuno de' tre imputati principali, il Campanella, il Pizzoni e fra Dionisio, incolpandoli tutti egualmente «de haeretica pravitate et atheismo»; ma vedremo che durante la causa svanì l'ateismo e rimase unicamente l'eretica pravità. Il tribunale emanò tre Decreti, uno per ciascuno de' tre imputati, assegnando il termine di soli 4 giorni perchè si producessero gl'interrogatorii, ma veramente tollerò che questi fossero prodotti fin 16 giorni dopo, come si vede accaduto appuntopel Campanella, essendo stati gl'interrogatorii in nome suo presentati il 16 agosto. Nel Decreto relativo al Campanella si disse: «atteso che fra Tommaso Campanella simula o sembra simulare la pazzia, i Signori giudici, senza deliberar nulla sopra di ciò, perchè la giustizia non patisca danno in qualche parte e per abbondanza di cautela, decretarono che ad esso fra Tommaso Campanella venga assegnato d'ufficio come si assegna per curatore ed avvocato il Rev.doAttilio Cracco»[185]. Questo medesimo Cracco fu assegnato per Avvocato e difensore al Pizzoni e a fra Dionisio, nel caso in cui costoro non avessero da loro medesimi chiesto un Avvocato e procuratore. Per quanto ci consta da diverse scritture di quel tempo, il Rev.doAttilio Cracco era l'avvocato officioso quotidiano nelle cause del S.toOfficio in Napoli, salvo l'assistervi o no con la debita diligenza; così nel corso di questo medesimo processo troviamo una supplica di fra Dionisio a' Giudici perchè provvedessero a far andare presso di lui il Cracco che non ci andava. Da una nota confidenziale, scritta da costui a piè di un atto del processo, rilevasi che egli era compare del Mastrodatti Prezioso e certamente coll'avvocatura di officio faceva la sua carriera nella Curia: difatti in una scrittura del 23 luglio 1615, durante l'Arcivescovato del Card.lCarafa, essendo Curzio Palumbo Vicario delle Monache e Commissario delle cause di S.toOfficio, troviamo il Rev.doAttilio Cracco Canonico ed Avvocato fiscale.

Ecco ora con la maggior brevità possibile i particolari degli articoli e degl'interrogatorii dati per ciascuno de' tre inquisiti, contro i quali si fece il processo ripetitivo.—Contro il Campanella furono dati dal fiscale non meno di 20 articoli, riproducendo anche tutte le scritture, atti e processi formati contro di lui[186]. Co' 20 articoli, corredati delle formole sopra esposte, il Fiscale volle provare avere il Campanella detto apertamente e pubblicamente: che non c'era Dio, che la Trinità era una chimera, che Cristo non era Dio ma un pezzente, che l'ecclissi del sole a tempo della passione di Cristo non fu miracolosa nè universale, che la risurrezione di Cristo non fu vera e il corpo di lui, al pari di quelli di certi legislatori, fu rubato, che Maria non rimase vergine, che nell'Eucaristia non c'era il corpo di Cristo ed essa fu istituita per semplice commemorazione, che i Sacramenti erano invenzioni di uomini ed istituiti per ragione di Stato, che i miracoli di Cristo non erano veri ed ognuno potea farne, e Mosè passò il mare profittando del flusso e riflusso e Lazzaro risuscitò per finzione, che era una stoltezza adorare il crocifisso, che non c'era purgatorio nè paradiso nè inferno e le anime tornavano nel nulla, che l'anima era mortale, che non c'erano i diavoli, che egli volea predicare una nuova legge migliore di quella de' Cristiani, che il peccato era tale inquanto così credevasi dagli uomini e non era peccato quello che commettevasi di nascosto, che gli atti venerei non erano peccati e la Chiesa avea fatto male a proibirli, che le Sacre Scritture erano invenzioni degli Apostoli ad oggetto d'introdurre la fede di Cristo, che era lecito cibarsi di carne in ogni tempo, che egli sapeva fare miracoli o poteva farli, che la legge de' turchi era migliore di quella de' Cristiani. Come si vede, egli presentò i fatti emersi dai varii processi, accogliendoli con tutta la larghezza possibile e così come erano stati deposti. Naturalmente anche l'Avvocato riprodusse le cose medesime per conto suo negl'interrogatorii con tutto il formulario d'uso; nè aggiunse alcuna cosa di proprio per combattere le accuse, ma invocò la dottrina, bontà e religione de' Signori della Corte, notando che in simili casi conveniva che essi fossero non solo giudici ma anche patroni per indagare la verità[187].

Quanto al Pizzoni, gli articoli del fiscale contro di lui furono solamente 4, volendo provare aver lui detto, creduto ed anche tentato d'insegnare, che non c'era Dio, che non c'era Trinità, che era vano astenersi dal mangiar carne, ed in complesso tutte le eresie che si pretendevano dette dal Campanella, per lo che aveva con costui una cifra secondo la quale si scrivevano scambievolmente. E l'Avvocato si attenne alle stesse cose negl'interrogatorii, e per l'articolo in cui si affermava avere il Pizzoni professate tutte le eresie del Campanella volle che ogni testimone dicesse: se conosceva che il Pizzoni e il Campanella fossero familiari tra loro e da quali segni l'avea rilevato, se aveva mai udito costoro parlare di cose contro la fede e di quali cose, dove, e quando, e alla presenza di chi, e in modo aperto e chiaro o piuttosto oscuro, se aveva poi riferito ad altri queste cose, e a chi, e dove, e quando, e con quale occasione e a quale scopo, se infine conosceva quali fossero le opinioni del Campanella e che le esponesse etc. etc. Diede dippiù altri interrogatorii aggiunti, volendo che ogni testimone dicesse se era stato persuaso da qualche giudice a deporre contro il Pizzoni, segnatamente perchè il Pizzoni avea deposto contro di lui, se sapeva che fossero state scambiate lettere tra il Pizzoni e il Campanella, e cosa esse contenessero e in quale carattere fossero scritte, se sapeva che il Campanella e fra Dionisio avessero minacciato il Pizzoni e procurate fedi testimoniali false, se sapeva che il Pizzoni fosse stato lettore e predicatore di buone dottrine cattoliche o si fosse mai detto il contrario, se infine esso testimone era stato mai inquisito, processato e condannato, e da chi, e dove e per quale causa.

Da ultimo, quanto a fra Dionisio, vi furono per parte del fiscale 17 articoli, volendo provare aver lui detto, creduto ed insegnato o tentato d'insegnare: che non c'era Dio, che la Trinità era una chimera... insomma quasi tutte le cose affermate contro ilCampanella, aggiuntovi il fatto osceno in dispregio dell'ostia che sarebbe stato da esso fra Dionisio perpetrato, e con la conchiusione dopo tanto lusso di articoli, che aveva tenuto, creduto, insegnato o tentato d'insegnare tutte e ciascuna delle opinioni eretiche le quali si pretendeva aver tenute, credute e insegnate il Campanella. È superfluo dire che l'Avvocato seguì puntualmente il fiscale negl'interrogatorii; ma bisogna notare che aggiunse un'altra quantità d'interrogatorii divisa in tre gruppi, l'uno circa la persona del Pizzoni, l'altro circa la persona del Lauriana, il terzo circa la persona del Soldaniero. E col 1ovolle che fosse il Pizzoni interrogato sopra più fatti: se esso Pizzoni fosse stato amico o nemico di fra Dionisio ed essendogli nemico come mai avesse fra Dionisio potuto comunicargli tanto gravi eresie, se fosse vero l'aver rubato molti scritti e prediche di fra Dionisio e l'essersene costui lagnato co' superiori, se avesse fatto fuggire fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava di farlo carcerare per l'omicidio del P.ePonzio, se fosse stato mai cacciato da qualche convento in cui fra Dionisio era Priore, se nel luglio 99 incontratosi con fra Dionisio in Stilo avesse cercato di parlargli e fra Dionisio vi si fosse rifiutato, se avesse dimorato più a lungo col Campanella ed avutane maggior conoscenza in paragone di fra Dionisio. Col 2ogruppo d'interrogatorii volle che il Lauriana dicesse: se esso Lauriana avesse cercato di vendere a fra Vincenzo Perugino certi scritti, che fra Vincenzo non volle comprare avendo conosciuto che apparteneano a fra Dionisio, se fosse stato mai suddito di fra Dionisio e da costui pubblicamente gastigato ed espulso dal convento per mala vita, se nel convento di Pizzoni ci fosse un passaggio per la cella del Vicario volendo andare alla cucina, se in Pizzoni fra Dionisio fosse stato prima o contemporaneamente al Campanella. Infine col 3ogruppo d'interrogatorii volle che il Soldaniero dicesse: se esso Soldaniero fosse andato nella camera in cui trovavasi carcerato fra Dionisio per parlargli, avendogli pure fatto visite, assistenza, spese, e prestato danaro quando fra Dionisio era infermo, allo scopo di conciliarsi con lui; inoltre se nelle carceri gli avesse rivelate le deposizioni fatte contro di lui, e divulgate alcune circostanze deposte nel suo esame.

Evidentemente gl'interrogatorii aggiunti, pel Pizzoni e per fra Dionisio, venivano da costoro medesimi suggeriti all'Avvocato con lo scopo di prepararsi il terreno alle difese. E così pel povero Campanella, che continuava a mostrarsi pazzo, non vi furono interrogatorii aggiunti, ed invece di essi vi furono le semplici raccomandazioni a' Signori Giudici.

Il 21 agosto 1600, nella seduta medesima in cui si faceva l'esame informativo di Valerio Bruno, procedevasi alle ripetizioni, cominciando da quelle contro il Campanella, che furono in breve esaurite nelle sedute successive del 22 e 23, aggiungendovisi una ripetizione supplementare il 29 agosto. Furono ripetuti il Soldaniero,il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, fra Pietro di Stilo; la ripetizione del Petrolo ebbe bisogno di un supplimento, per chiarire alcuni punti su' quali non parve di avere avute risposte da poter contentare[188]. Ad ognuno di costoro si lesse dapprima, con le debite ammonizioni, ogni singolo interrogatorio, di poi ogni singolo articolo «della parte avversa», a meno che la persona del testimone non vi fosse del tutto estranea, aggiuntavi pure qua e là qualche dimandaex officio; e però nel processo si trovano inserti prima gl'interrogatorii con le ammonizioni e poi gli articoli, secondo l'ordine col quale doveano rivolgersi al testimone per averne le risposte. I lettori intenderanno che noi non potremmo in alcun modo riferire tutta la serie di queste risposte, le quali veramente dànno una quantità notevole di notizie, onde simili atti processuali riescono sempre di una grande importanza: moltissime notizie, da essi rilevate, hanno servito di base alla nostra narrazione degli antecedenti del Campanella, della congiura ed anche de' primi atti del processo; qui terremo conto essenzialmente delle cose che riflettono i punti più cospicui della causa.

Il Soldaniero (21 agosto) dovè dichiarare che era stato una volta scomunicato «per havere preso alcuni ribelli in chiesa» senza dire se fosse stato assoluto; e vedremo che pure di questo fatto si servì poi fra Dionisio per infermare la validità della sua testimonianza. Del rimanente continuò a dire che non aveva mai conosciuto il Campanella, non aveva mai ricevuta da lui alcuna lettera, e ne aveva avuta relazione solo da fra Dionisio, dal Pizzoni e da fra Pietro di Stilo, il quale ultimo non gli disse nulla del Campanella contro la fede, mentre i due primi gli dissero che il Campanella era uomo d'importanza, poteva fare miracoli, poteva risuscitar morti (null'altro che questo). Continuò a dire che mandò il Priore di Soriano a rivelare ogni cosa al Visitatore, e dichiarò di non avere avuta niuna promessa per deporre nel modo in cui depose. Naturalmente, non avendo mai conosciuto il Campanella, non potè attestare niuna delle cose affermate ne' 20 articoli del fiscale.—Il Pizzoni (22 agosto) ripetè le solite cose. Aveva conosciuto il Campanella da lungo tempo, ma solo quella volta che lo vide in luglio, lo udì parlare di eresie. Accennò (abbastanza goffamente) alle argomentazioni con le quali si era sforzato di ribattere le eresie che il Campanella aveva proferite, ed alla lettera che scrisse al P.eGenerale, con l'opera del Lauriana, per informarlo di tutto; aggiunse che non potè fare altra dimostrazione contro di lui, perchè egli era accompagnato da tre o quattro banditi, come il Caccia e Marcantonio Contestabile; (sempre senza riguardo alcuno verso il Campanella e solo intento a salvare sè medesimo con la menzogna). Confermò che al suo esame innanzi a fra Cornelio era presente D. Carlo Ruffo, che quell'esame conteneva molti errori enon gli era stato letto come era stato scritto. Sopra ciascuna eresia, che avrebbe udita dal Campanella, molto spesso si riportò agli esami fatti, non ricordandosi bene (circostanza da notarsi), ed infine aggiunse che quando parlava degli esami fatti, intendeva parlare di quelli fatti in Napoli, perchè in quelli fatti in Calabria ci erano «mille errori del scrittore».—Il Lauriana (nella seduta medesima) disse che conosceva il Campanella da due anni, e pel rimanente non fece che risponder sempre, «vedete al mio esamine che sarà llà,.. non mi posso ricordare,.. vedete llà all'esamine». Aggiunse infine, «queste cose le mantenerò in faccia à fra Dionisio et à fra Thomaso»; ed allora i Giudici gli fecero l'obiezione naturalissima, «come potrà sostenere quelle cose che dice di non sapere e non ricordare»; ed egli, «io lo sostenerò perchè essi l'hanno detto»; e i Giudici, «quali sono queste cose che i predetti dissero»; ed egli, «stanno scritte all'esamine, vedetelo llà»; e i Giudici, «dica le cose che si contengono in detto esame»; ed egli, «io non me ne ricordo»! Confermò del pari che a Monteleone D. Carlo Ruffo fu presente all'esame; e poi, venendo agli articoli, sul primo, cioè che il Campanella aveva detto non esservi Dio, rispose, «vedete l'esamine che mi pare che lo dica, et esso havea un libro in mano, che trattava de Deo, et si chiama Plinio»; su tutti gli altri rispose che non se ne ricordava, appellandosi continuamente al suo esame.—Il Petrolo (23 agosto) disse di avere conosciuto il Campanella prima che fosse frate, «che esso era prevetello», e poi negli ultimi due anni. Quindi, molto diffusamente, citando una quantità di circostanze, confermò ciascuna delle cose che avea deposte contro di lui. Narrò le pressioni sofferte la prima volta da parte di fra Cornelio per farlo deporre, la lettura fattagli privatamente dell'esame del Pizzoni per avere da lui le deposizioni medesime; e poi la presenza di D. Carlo Ruffo, del Capitano di campagna e di molti birri, nell'esame di Gerace, le pressioni ivi sofferte da parte di fra Cornelio per fargli sottoscrivere un esame che conteneva più di quello che aveva detto, l'andata alla stanza della tortura con lo Sciarava, le violenze di costui che prendendolo pel petto l'obbligò a sottoscrivere; onde si rimise all'esame fatto in Napoli «perchè quello di Calabria non fu scritto come egli diceva». Intanto venne ripetendo le eresie che il Campanella gli aveva espresse in discorsi confidenziali, negando quelle non deposte da lui e taluna malamente scritta in Calabria, come pure le diverse esagerazioni accumulate su quelle da lui deposte (che il fiscale aveva tratte dalle deposizioni del Caccia, del Pisano etc.).—Fra Pietro di Stilo (nella seduta medesima) dicendo che si era confessato al P.eGonzales, aggiunse che costui faceva a tutti belle esortazioni, ed andava spesse volte dal Campanella e gli faceva «brutte riprensioni». Narrò la sua conoscenza col Campanella «da che era figliolo», accennando anche ad un progetto di matrimonio tra un fratello suo ed una sorella del Campanella, che poi non siconcluse «per questi romori». Confermò di non aver mai udito il Campanella parlare contro la fede, e di averlo solamente dovuto rimproverare come superiore del convento, ammonendolo che non praticasse tanto con secolari. Espose assai minutamente le circostanze verificatesi nel suo primo esame in Squillace, ricordando le dimande fattegli e le risposte date, e il non essersi voluto scrivere il processo verbale, e l'essere stato minacciato di consegna alla Corte Regia da parte del Visitatore e più ancora di fra Cornelio, presenti i birri della Corte; poi le cose medesime verificatesi in Gerace, presenti il Capitano di campagna e i suoi soldati, e l'avergli fra Cornelio mostrati certi ferri co' quali voleva fargli stringere il petto, e d'altra banda l'avergli promesso libertà se dicesse di avere udito eresie dal Campanella, aggiungendo che fra Cornelio aveva preso molti danari da' conventi ed altre robe da' particolari per fornirne gl'inquisiti, e intanto nessuno avea ricevuto nulla. Intorno alla Trinità, a' Sacramenti ed in ispecie all'Eucaristia, e così pure intorno alle Sacre Scritture, non solo negò che il Campanella ne avesse parlato male, ma attestò che alle volte disputando con dottori e con Cappuccini, alle volte predicando in Chiesa, ne aveva parlato sempre bene; del resto egli disse, «io non mi intendo di queste cose perchè son ignorante». Intorno all'ecclissi avvenuta a tempo della morte di Cristo rispose, «sò che il Campanella parlava di stelle, de lune, di clisse, è di terremoti et di tutte le scientie del mondo, è mi parevano cose curiose, è buone, mà dela oscuratione fatta à tempo dela morte di christo non ne sò niente»: intorno a' miracoli poi, pur negando che il Campanella avesse parlato de' miracoli di Cristo come era stato malamente scritto in Gerace, ammise che una volta, mentre il Campanella diceva che le opere sue si potevano comprovare con miracoli, avendo taluno, che forse era il Prestinace, argomentato in materia di miracoli, il Campanella mostrò di sprezzare quegli argomenti ed accennò ad una certa «elevatione di mente». Passando agli articoli, fin dal 1odisse, «poi che il fiscale dice questo, et è comprobato dalla Santa Chiesa che il Campanella è tenuto per uno heretico, vi dico che per l'avenire lo voglio tenere anchora io per heretico, ma però di queste cose contenute in questo articolo non ne sò niente»; ed egualmente per tutti gli altri articoli disse non saperne niente.—Infine il Petrolo (29 agosto) fu esaminato di nuovo, per dare chiarimenti intorno ad alcune cose che aveva ammesso per dette dal Campanella ovvero enunciate in modo confuso, e segnatamente intorno alle superstizioni che c'erano nell'Eucaristia, intorno all'ecclissi a tempo della morte di Cristo, intorno all'essere stato il sacramento dell'Eucaristia istituito per ragione di Stato. Ed egli, negando quest'ultima proposizione, che disse di non intendere ed attribuì totalmente a fra Cornelio, negando che il Campanella avesse mai parlato di quella tale ecclissi ed ammettendo invece che avea detto essere il sole calato alcune miglia, dichiarò di non ricordarsi dellesuperstizioni che c'erano nell'Eucaristia. Ed aggiunse: «per l'amore di Dio, le Signorie Vostre non habbiano tanto riguardo alle cose fatte in Calabria, perchè le cose furono fatte tanto imbrogliate, è sotto sopra che non si potria dire»; e ricordò avere un prete di Gerace detto che loro frati si cavavano gli occhi l'un l'altro, ed essere stati dal Mesuraca dati 100 scudi a fra Cornelio perchè processasse mortalmente il Campanella ed egli potesse così guadagnarsi il taglione dalla Corte Regia, narrando di nuovo tutte le circostanze della fuga e cattura sua insieme col Campanella per opera del Mesuraca.


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