Chapter 11

«Piangia Geraci, hor ridarà eterno,per ch'e guarito delo antiquo mali,hora che Gio. lonardo iju a lo inferno.Ridi Siderno, che Matteo Spetialidessi li cunti à lo amaro scadutoridimu tutti, riditi ho (sic) Casali.Non darà parapezzi[296]lu tributu,no sarà chiu Brombaci assassinatuhora che fu amazatu stu fallutu.Tu Condianni statti arritiratue fa allegriza d'ogni cantu e locuchi li frutti anderanno à bon mercatu.E vui massari fati festa e giocucu li sacculli vostri sempri chini (int. pieni),hora che Riggitan' e intra lu focu» etc.

«Piangia Geraci, hor ridarà eterno,per ch'e guarito delo antiquo mali,hora che Gio. lonardo iju a lo inferno.Ridi Siderno, che Matteo Spetialidessi li cunti à lo amaro scadutoridimu tutti, riditi ho (sic) Casali.Non darà parapezzi[296]lu tributu,no sarà chiu Brombaci assassinatuhora che fu amazatu stu fallutu.Tu Condianni statti arritiratue fa allegriza d'ogni cantu e locuchi li frutti anderanno à bon mercatu.E vui massari fati festa e giocucu li sacculli vostri sempri chini (int. pieni),hora che Riggitan' e intra lu focu» etc.

E continua così fino all'ultima strofa, con vituperii ed insolenze contro il povero morto, terminando coll'accertare che lo scaduto è andato all'inferno e che sarà da tutti ringraziato colui che l'ha ucciso; e il P.eCherubino, che in tutte le scritture del presente gruppo non trova «nihil contra fidem vel bonos mores» definisce la detta poesia «una facetia ridiculosa», mostrando bene che pure i Teologi qualificatori sottostavano all'influenza de' gusti del tempo. Seguono due lettere di un Don Gioseppe di Capoa al Gagliardo, l'una scritta «dala per me oscura selva li 22 di xbre 1600», l'altra da Reggio, convento di S. Francesco, gli 11 gennaio 1601: sono due lettere brigantesche, atte a chiarire molto bene i procedimenti de' fuorusciti di que' tempi, e massime a tal fine ci è parso bene riportarle tra' documenti[297]. D. Giuseppe di Capoa, come si rileva dalle lettere, era un capo di fuorusciti con 43 compagni, tra' quali Luzio fratello del Gagliardo ed altri «amici sui et del Sig.rVeronese che li comanda», tutti del resto in relazioni strette col Veronese, alla cui chiamata, dopo il 12 10bre, partivano sotto il comando di D. Giuseppe per Gerace senza saperne la causa; e D. Giuseppe, che avea pure nella banda un suo parente Andrea, unitosi con lui per avere ucciso Carlo Barone e figlio, teneva molto a non diventare un ladrone di strada, onde scriveva al Gagliardo, «ho dato licenza a Caporale Giulio et compagni per haver fattoun atto brutto, che si unirno con minichello et lutio il vostro, et hanno boscato molti migliara di scuti et volevano dar parte a me, ma per nessuno modo la volse, che tant'anni sono in campagna ho vissuto con le mie intrate, ne habbia dio ordinato tal furfanteria». Poi agli 11 gennaio, dietro la persecuzione da parte di un Auditore che faceva ogni sforzo per prendere que' fuorusciti, D. Giuseppe con tutti i 48 compagni erasi rifugiato nel convento di S. Francesco in Reggio, di dove scriveva la sua seconda lettera; ed avea già raccomandato al Gagliardo di scrivergli dirigendosi al cognato, ed allora raccomandava la lettera propria ad un tale, che non è nominato, con queste parole caratteristiche, «la gentileza d' V. S. et la protetione che come Cavaliere Cristiano tine (sic) de miseri gentilhuomeni travagliati attortamente dalla fortuna et dalla giustitia ne danno animo». Il Gagliardo avea scritto a D. Giuseppe che presto sarebbe uscito dal carcere, che un Cavaliere suo amico, in procinto di ottenere la commissione di capitano, aveva offerta a lui l'insegna (il posto di alfiere) per arrolar gente, che tutta la banda avrebbe potuto andarsene con lui alla guerra; e D. Giuseppe si dichiarava in ordine con tutti i suoi compagni, aspettandosi di essere guidato per questo, come allora si usava, e faceva esibizioni al Gagliardo, e si disponeva a mandargli sei canne di tabbì per un vestito da dovergli servire all'uscita dal carcere, ma anche con la franchezza del bandito gli diceva, «tutto quello che V. S. ha patuto lo meritava, per haver corso con il cervello suo balzano et non con consiglio di amici»; poi, all'ultima data, s'impazientiva e dichiarava di ritirare la sua parola se fra un mese il Gagliardo non avesse l'insegna, sottoscrivendo la lettera insieme con altri compagni, «Lutio Gagleardo suo fratello, Caporal Antonio Bregandi alias il Siciliano, Gio. bennardo Sdragona et Minichello Mullura»[298]. Non sapremmo direse la proposta di andare alla guerra, fatta dal Gagliardo a D. Giuseppe fosse stata un'invenzione del cervello suo balzano, ovvero un disegno fondato sopra un fatto positivo; ma dobbiamo attestare esserci noto da altri fonti che a quel tempo si trovava pure carcerato nel Castello dell'ovo Alessandro Piccolomini, 5oDuca di Amalfi, il quale dopo avere avuto già 12 anni di carcere per parte del Governo Vicereale ed una condanna a 10 altri anni da doversi espiare nel Castello di Aquila, dopo di avere avuto anche un processo di S.toOfficio, per bestemmie ereticali e ricerche di segreti e sortilegi, finito con la condanna all'abiura e ad un anno di carcere, chiedeva allora appunto la grazia di uscire dal carcere coll'obbligo di andare a servire nelle guerre di Fiandra; ed ebbe questa grazia dal Conte di Lemos e gli fu commutata la pena da Clemente VIII con rescritto del 6 gennaio 1600, sicchè riesce probabile aver lui appunto offerto il posto d'alfiere al Gagliardo[299]. Ad ognimodo riesce maravigliosa la fiducia del Gagliardo nella sua prossima liberazione, mentre nulla veramente poteva fargliela supporre. In ciò bisogna vedere un effetto della sua fantasia, della quale sono egualmente un parto le sue poche altre scritture di questo gruppo che dobbiamo ancora menzionare. E dapprima vi sono due prologhi di commedie (oltre una storia di S. Agata e S.taDorotea e un principio di racconto mitologico), che si mostrano infiorati di concetti non ispregevoli, certamente raccolti da trattati di siffatta materia, e che potrebbero pure rappresentare semplici ricordi di prologhi composti da altri e da lui recitati, ma sempre scritti col colore locale e con que' suoi curiosi modi calabresi[300]. Vi è poi unaLettera in versi italiani, in cui finge una Lucrezia o Cieca, (forse volea dire Ciecia da doversi intendere Zeza, vezzeggiativo di Lucrezia) innamorata di lui per averla udita recitare in una commedia, adoperatasi a trarlo in libertà, e finalmente rimastane ingannata, perchè egli con la scusa di andare a visitare le antichità di Pozzuoli se n'è partito per la Calabria; una specie di Didone abbandonata, invano confortata dalla sua nutrice Tolla (a que' tempi vezzeggiativo di Vittoria), che sfoga il suo affanno, e narra e rampogna e prega il seduttore che ritorni, stemperandosi in oltre 300 endecasillabi, qualche volta zoppi, non di rado privi di senso ovvero sconnessi, ma quasi sempre più o meno sonori, e diretti «Al S. F. G. dela C. di G.» (evidentemente Al Sig.rFelice Gagliardo dela Città di Gerace).

«Questi mesti sospiri è questi versida le mie proprie man vergt' e scritte (sic)coss' cantando, e sospirando muoredel bel Meandro in su l'herbose riveil bianco Cigno à la sua morte appressose cancellanti (sic) e malamente intesiseranno i tristi miei dolenti versifia solo (oime) perche sarà la cartadal proprio sangue mio machiata e lordaallor dovean l'invidiose parcheche dispensan l' vite de i mortalihaver finito d'avoltare il fusolo stame di mia vita all'hor potei (sic)chiudere in bella et honorata serai miei sì belli et honorati giorniquando te vidi in quella Real Salarapresentare in detti versi belliil pastor Ergasto».......

«Questi mesti sospiri è questi versida le mie proprie man vergt' e scritte (sic)coss' cantando, e sospirando muoredel bel Meandro in su l'herbose riveil bianco Cigno à la sua morte appressose cancellanti (sic) e malamente intesiseranno i tristi miei dolenti versifia solo (oime) perche sarà la cartadal proprio sangue mio machiata e lordaallor dovean l'invidiose parcheche dispensan l' vite de i mortalihaver finito d'avoltare il fusolo stame di mia vita all'hor potei (sic)chiudere in bella et honorata serai miei sì belli et honorati giorniquando te vidi in quella Real Salarapresentare in detti versi belliil pastor Ergasto».......

E così via via, prendendo raramente fiato e non giungendo neanche a dire l'ultima parola con tanto diluvio di versi. Il P.eCherubino dichiarò questa scrittura «litera amorosa,.. simpliciter enarraturamor unius ad alterum, neque miscentur aliqua, quae aliquo modo sapiant haeresim». Ci resta infine a menzionare ancora un'altra lettera che dovè essere stata scritta al Gagliardo, in caratteri molto grossi segnati con la matita o forse col carbone, da uno che stava nella segreta, in questi termini: «Patron mio V. S. me mandi per il Carceriero il suo pastor fido et la fida ninfa che non so quello mi fare il giorno, mandatime si avete alcuno altro spassatempo, il grinto voli ch'io amo scosse che vostra Matri ami o la cara del Carpio et il carniero del barone (gergo di convenzione tra carcerati), avisatime alcuna cosa et dite al Sig. Scipione (Scipione Moccia Auditore del Castello), e al sig. Gio. Paulo (ignoto) che si adattano al favorirme con il Sig. Castellano farne uscire de qua o farme unire con mio Compare» (notiamo che Orazio S.taCroce dicevasi compare del Gagliardo e trovavasi allora egli pure in segreta).—Così uno de' «passatempi» del Gagliardo era la poesia, un altro la negromanzia, e tutto ciò che di lui abbiamo potuto conoscere ci mostra che questo giovane a 22 anni, audace, pieno d'ingegno e di fantasia, potè poi realmente, nel trovarsi a contatto col Campanella in Castel nuovo, di venirgli accetto, guadagnarne la confidenza, averne comunicazione di cose le più intime che posteriormente si fece a rivelare in punto di morte; ma pur troppo senza ombra di coscienza, capace di tutte le improntitudini, egli può ispirarci fede limitatamente, e le sue assertive dovranno sempre essere vagliate con la più grande circospezione.

Non essendo le ultime scritture suddette del dominio del S.toOfficio, con le deposizioni del Figueroa e del Moya chiudevasi la lunga e noiosa informazione sulle scritture proibite. Noi abbiamo voluto esporla in tutti i suoi particolari, non solo per dar notizia di tutti gl'incidenti verificatisi durante il processo, singolarmente poi di questo che ci fece avere le Poesie del Campanella, ma anche per mettere in luce tutti gli elementi capaci di farci intendere le qualità del Gagliardo. Aggiungiamo che i colpevoli delle scritture proibite pervennero con le loro deposizioni a far cadere ogni cosa sulle spalle precisamente del Gagliardo, sicchè costui ebbe a darne conto egli solo: fu dunque stralciato questo carico dal processo principale e riunito agli altri della ferita inflitta in rissa a fra Dionisio e delle proposizioni eretiche, onde abbiamo veduto istituito quel processo secondario contro il S.taCroce e lo stesso Gagliardo, che avrebbe dovuto comprendere anche il Soldaniero e Ferrante Calderon (cfr. pag. 239-240). E per finirla intorno a questo processo, notiamo qui, che contro il Calderon dovè aprirsi un processo speciale, poichè non lo troviamo esaminato ulteriormente; contro il Soldaniero, non avendo lui osservato l'obbligo di rimanere in Napoli ed essendosene partito per la Calabria, si prescrisse una apposita informazione, si confiscò la cauzione data, si ordinò a' Cursori quarumvis Curiarum di citarlo a comparire fra tre giorni, sotto pena di essere dichiarato scomunicato oltrechè confesso e convintodel delitto appostogli, e fu carcerato di nuovo in Calabria ma dopo qualche tempo, sicchè avremo agio di parlarne con comodo; relativamente poi al Napolella, essendo stato perdonato dalla Marchesa della Valle, supplicò il Vescovo di Caserta per la sua liberazione, impedita dall'emparainterposta dal S.toOfficio, e l'ottenne (9 luglio 1602) con la fideiussione di 25 once d'oro prestata da un Michele Cervellone palermitano[301]. In tal guisa rimasero sotto il processo già istituito i soli S.taCroce e Gagliardo. Si ripigliarono dunque gli esami, il 12 luglio, cominciando dal S.taCroce, il quale si ricorderà che fin dal marzo era stato già esaminato intorno alla rissa e alla ferita inflitta a fra Dionisio (ved. pag. 241-42). Egli fu questa volta esaminato intorno alle cose della fede, e disse che si trovava «lo più maravegliato huomo del mondo» per tale imputazione, negando ad uno ad uno tutti i capi di accusa e qualificandoli invenzioni de' suoi nemici, vale a dire de' frati ed anche del Martines, al quale egli avea «fatto perdere le chiavi» perchè convivea pubblicamente con la cognata nel Castello ed angariava i carcerati con le estorsioni; d'altra parte fece intendere che sebbene in Calabria «li villani e rustici sogliono dire questa parola Santo diavolo, tutta volta li gentil homini e persone civile non lo dicono», ed espose i buoni principii che professava e le divozioni che faceva, ed affermò che prima della rissa pagava cinque grana alla guardia, come le pagavano anche gli altri carcerati, per essere condotto alla Messa. Ma nel giorno medesimo fu esaminato qual testimone il Bitonto, che ribadì la maggior parte delle accuse e diè pure cattive informazioni sul Gagliardo. Con tutto ciò il S.taCroce fu, come allora dicevasi, «abilitato» ad uscire dal carcere, coll'obbligo di tenere per carcere il domicilio che avrebbe indicato in Napoli e di dare per questo una cauzione di 25 once d'oro, che fornì un Rev.doD. Marcello Palermo (18 e 23 luglio): in sèguito trovò più comoda per lui una casa «nel fondico d'Eliseo alla carità dove si dice la pigna secca», e si rinnovò l'obbligo impostogli e la fideiussione del Palermo; deve dunque dirsi che per lui era finito egualmente con un'assolutoria il processo della congiura. Gli fu poi dato per Avvocato, a sua richiesta, il solito D. Attilio Cracco, e gli furono dati i capitoli del fisco col termine di due giorni per formare gl'interrogatorii (29 agosto): ma egli espose che tutto procedeva dalle inimicizie capitali contratte, con Alonso Martines per avergli fatto perdere l'ufficio, co' frati in generale a motivo della rissa, col Bitonto in particolare «perchè mandato da fra Dionisio alla casa di esso comparente fu, insieme coll'altro, autore di farlo trovare inquisito di ribellione»; e però dava la ripulsa a tutti i testimoni e chiedeva essere spedito secondo gli Atti medesimi(12 settembre). Ad istanza del fisco fu esaminato ancora il Martines già carceriere, il quale confermò le accuse principali, senza punto mostrarsi nemico del S.taCroce. Ma costui, prima che la causa fosse spedita, pensò bene di partirsene per la Calabria, come spessissimo facevano gli «abilitati», lasciando i fideiussori alle prese col fisco, e dando a questo, per siffatta via, un cespite ragguardevole di entrata. Furono allora esaminate dal Prezioso, per commissione del Vicario, Lucrezia Papa l'albergatrice con altre due donne (17 novembre), ed accertata la fuga del S.taCroce venne «incusata» la cauzione e carcerato D. Marcello Palermo, il quale, per la fideiussione prestata e per qualche altro conto che dovea saldare, riuscì appena a liberarsi nel principio dell'anno successivo, sborsando D.ti30, avuti, come egli disse, «per carità d'alcuno timoroso d'Iddio».—Quanto al Gagliardo, le cose andarono molto più in lungo, poichè si era commesso al Vescovo di Gerace l'esame di quel D. Pietro Manno, che egli avea nominato qual suo confessore pel tempo in cui trovavasi nel carcere di Castelvetere, (ved. pag. 255) e gli Atti relativi a tale commissione, benchè compiuti con la maggior sollecitudine, giunsero nelle mani del Vescovo di Caserta non prima del 1603, ed il processo potè proseguirsi e terminarsi stentatamente dal maggio 1603 al marzo 1604. Per tutto questo tempo non breve, il Gagliardo continuò a rimanere in mezzo a' frati; intanto la commissione data a Gerace risultò negativa, ed egli, esaminato dal Vicario Curzio Palumbo per delegazione dei Commissarii della causa principale, non mancò di profittare del trovarsi già fuori carcere, a quel tempo, fra Dionisio e il Bitonto, e scovrendo specialmente quest'ultimo cercò di scusarsi mercè una serie di garbugli sostenuti con una improntitudine singolare[302]. Narrò che al tempo del suo primo esame que' due frati gli consigliarono di negare ogni cosa, perchè altrimenti sarebbe stato bruciato dal S.toOfficio, ma volendo ora manifestare la verità, riconosceva che quelle scritture erano di mano sua nella più gran parte, avendole copiate per conto del Bitonto ed anche del Pizzoni (il morto), i quali gli davano in compenso un carlino al giorno e gli dicevano che erano cose di filosofia; e mostrategli le scritture, indicò specificatamente quali di esse, ed anche quali parti di esse, erano state copiate da lui e quali dal Bitonto, affermando di non sapere da chi fosse venuto ed a chi fosse stato poi restituito l'originale; ammise che la carta data al Napolella era stata scritta da lui, ma sotto la dettatura del Bitonto, il quale diceva essere un segreto contro la corda che volea mandare ad un suo amico, e poi gli «fece il tradimento» col sedurre il Napolella e suggerire a costui un secondo esame in contradizione del primo, acciò apparisse che era un segreto di tutt'altro genere avuto da esso Gagliardo, aggiunse che il Bitonto gli era divenuto nemico, perchèamoreggiava con una donna la quale stava sotto la loro carcere e corrispondeva con loro per un buco fatto al pavimento, ed egli aveva anche lui le sue pretensioni verso quella donna, e infine tutto era stato inventato da' frati, perchè egli si era esaminato contro fra Dionisio, il Campanella e il Bitonto, nella causa della ribellione. Negò poi di essersi vantato di aver segreti per corrompere le donne, di aver conosciuto carnalmente la suocera e la sorella della suocera trovando più dolce il concubito con le persone parenti, di aver lodato per questo la legge di Mosè (giusta le accuse originate dalla denunzia di fra Pietro Ponzio); negò inoltre di aver mai aderito alle eresie che da Cesare Pisano erano state annunziate nelle carceri di Castelvetere. Ed ebbe i capitoli del fisco, e gli fu assegnato il solito Avvocato Cracco; ma rinunziò alle difese, ed innanzi al Nunzio ed a' due Vicarii, Graziano e Palumbo, sostenne un'ora di corda senza rivelar nulla, onde fattane relazione a Roma, coll'assenso della Sacra Congregazione fu decretata per lui l'abiurade levi, l'imposizione di alcune penitenze salutari, e il rilascio in libertà dietro fideiussione, obbligandosi di non partire dalla città di Napoli. Tutto ciò fu eseguito; diedero per lui cauzione di 50 once d'oro Sigismondo Campo di Oppido e Tarquinio Granata di Tortorella, e così il 2 marzo 1604 potè uscire dal Castello nuovo, dovendosi dire già assoluto circa la congiura nel principio del 1602, dietro la grave tortura sofferta con esito egualmente favorevole. È quasi superfluo dire che senza licenza se ne partì per la Calabria. Ma avendo poi là commesso un omicidio, fu ricondotto in Napoli e quivi giustiziato due anni dopo, e in tale occasione venne a trovarsi di nuovo alla presenza del S.toOfficio, avendo voluto fare una deposizione in disgravio della sua coscienza; questa deposizione, molto importante per noi, ci darà ancora motivo di parlare di lui.

Possiamo oramai tornare a' frati, e innanzi tutto ci conviene dire, che durante l'informazione sulle scritture proibite giunse per loro la sovvenzione prescritta da Roma a' conventi di Calabria, ed attesa fin dal settembre dell'anno precedente; ma non ci volle poco per ricuperarla, e ne fu pure distratta una parte. Si era in marzo 1602; sapevasi che 200 Ducati erano giunti a Napoli con lettera di cambio nelle mani di un frate del convento di S. Domenico, e questo frate non compariva: il Vescovo di Caserta, in data 23 marzo, mandò un precetto al P.eArcangelo da Napoli priore di S. Domenico, perchè sotto pena di privazione del suo ufficio nel presente, e d'inabilità a qualunque altra dignità e prerogativa nell'avvenire, carcerasse in quel medesimo giorno il frate che avea ricevuto il danaro, e mandasse una fede dell'eseguita carcerazione da doversi trasmettere a S. S.tàin Roma. Con tutto ciò non risulta che il danaro fosse stato immediatamente ricuperato, giacchè, malgrado l'urgentissimo bisogno che se ne sentiva, si cominciò a disporne solamente il 23 maggio. A questa data il Vescovo di Casertaemise i primi ordini di pagamento, ed il Notaro Prezioso li eseguì, essendo stata a lui girata tutta la somma, posta in deposito nel Banco del Sacro Monte della Pietà; nella stessa guisa continuò a farsi di tempo in tempo fino al 9 giugno 1604, giorno in cui stava ancora in cassa un piccolo residuo della somma, e i frati reclamavano, il Vescovo ordinava, Prezioso nicchiava, e vi fu bisogno di un ordine al Prezioso sotto pena di scomunicaipso jure incurrenda! Tutti gli ordini di pagamento, le copie delle polizze di Banco, i ricevi di ciascuno de' frati co' nomi de' testimoni presenti, ed anche i memoriali de' frati medesimi ogni qual volta reclamavano la sovvenzione, furono riuniti in un fascicolo allegato al processo, che rappresenta il conto reso dal Prezioso ed è per noi di un'importanza grandissima: poichè esso non ci mostra solamente come e quando il danaro sia stato distribuito, ma anche ci fa conoscere le miserevoli condizioni de' frati e la condizione speciale del Campanella, il quale fu sempre riguardato qual pazzo, sicchè dapprima fra Pietro Ponzio e poi fra Pietro di Stilo riceverono per lui la rata che gli spettava; inoltre ci fa conoscere la data delle vicende successive de' frati rimasti in Castel nuovo, e così rilevare quando fra Dionisio e il Bitonto riuscirono a mettersi in salvo, quando fra Pietro Ponzio fu rilasciato, quando il Campanella fu segregato e posto in carcere duro. Circa la distribuzione del danaro, dobbiamo dire che esso non fu veramente impiegato tutto nei bisogni de' frati: per la massima parte fu loro distribuito, dando a ciascuno dapprima 8 ducati, poi 2, 3, 1 ducato etc., e nella distribuzione di 1 ducato fra Pietro Ponzio non volle ricevere tale miseria dicendo di non averne bisogno; fu anche pagata in due rate una somma per medicinali forniti a fra Dionisio infermo dallo speziale del Castello Ottavio Cesarano, ma una somma di D.ti14 e tarì 2 fu data al Prezioso per la copia degli Atti offensivi e difensivi mandati a Roma, ed anzi il primo ordine di pagamento fu per questa somma. Un ordine simile da parte del Vescovo di Caserta risulta indubitatamente biasimevole sotto tutti gli aspetti: egli non prese in benefizio suo, come avea già fatto altra volta fra Cornelio del Monte, ma destinò in benefizio altrui una somma che doveva esser sacra e non mai distratta dallo scopo pel quale era stata raccolta; d'altronde trasgredì le prescrizioni categoriche di un decreto Papale, che era stato emesso appena nell'anno antecedente. Le prescrizioni erano: che per le cause del S.toOfficio non si esigesse nulla da nessuno, e che si mandassero anchegratisa Roma gli Atti de' Segretarii, Cancellieri etc.; il Vescovo di Caserta non poteva ignorarlo[303].

Ma veniamo al processo, al cui compimento occorreva solo esaurire le ultime difese di fra Dionisio. Abbiamo già detto che il tribunale non lasciò di provvedere intorno a queste difese durante l'informazione sulle scritture proibite: esso fin dal 19 gennaio 1602 aveva assegnato a fra Dionisio un nuovo termine perentorio di 15 giorni; ma fra Dionisio chiese che gli fossero prima date le copie degli esami de' testimoni, come pure che gli fosse assegnato un Avvocato e procuratore, che fosse esaminato di nuovo il Petrolo, che fosse presa informazione sulla ritrattazione fatta dal Pizzoni in punto di morte. Il 6 marzo, quando fu chiamato all'esame sulle scritture proibite, egli rinnovò tali dimande con una comparsa e protesta scritta esistente in processo, dimandando di più che prima si vedesse nel tribunale «caritativo e santo dell'inquisitione» la falsità de' testimoni a suo carico, avendo questi medesimi deposto falsamente nella causa della ribellione, ciò che egli non avea potuto dimostrare in quella causa per la potenza del fisco. Così dicendo egli alludeva anche al Soldaniero, contro cui nella stessa seduta presentava le dichiarazioni scritte del Gagliardo, del Bitonto, di fra Pietro di Stilo e del S.taCroce, attestanti quasi tutte, che le scritture proibite erano state fatte trovare nella camera di fra Dionisio per astuzia del Soldaniero. Il 27 marzo, il tribunale assegnò per Avvocato il Rev.doAttilio Cracco, ordinò la consegna della copia degli esami testimoniali fatti in difesa di fra Dionisio e prescrisse al Cracco un termine di 10 giorni per venire innanzi a' Giudici, nel palazzo del Nunzio,ad dicendum. Il 30 marzo, non appena intimato questo decreto a fra Dionisio, costui mandò un memoriale a' Giudici, supplicando che facessero andare il Cracco presso di lui, poichè altrimenti il termine passerebbe invano, trovandosi infermo e povero, e non essendosi ancora vista la sovvenzione ordinata ai conventi di Calabria. Ma senza dubbio l'informazione sulle scritture proibite, riuscita più lunga di quanto potevasi credere, impedì a' Giudici di andare innanzi speditamente; d'altra parte fra Dionisio,il 15 aprile, presentò una nuova comparsa, per chiedere copia di altri esami che non trovava fra quelli consegnatigli (l'esame del Soldaniero in Gerace, e quelli del Priore e del Lettore di Soriano), come pure «lettere e monitorii contro coloro che tenevano o in qualsivoglia modo conoscevano la ritrattatione fatta dal Pizzoni»; nè prima del 19 aprile furono da lui presentati gli ultimi articoli di difesa scritti di sua mano, ma senza l'elenco de' testimoni da doversi esaminare sopra questi articoli[304]. L'indomani, 20 aprile, i Giudici ordinarono che fra Dionisio, o il suo Avvocato, tra due giorni presentasse la copia degli esami consegnatigli, perchè verificata la mancanza di quelli nuovamente richiesti ne fosse provveduto; inoltre che del pari fra due giorni presentasse l'elenco de' testimoni, pe' quali avea dimandate le lettere e i monitorii. Questo elenco fu presentato il 24 aprile, e con esso dovè presentarsi ancora la copia degli esami già consegnati e trovarsi vera la mancanza di quelli indicati: infatti si vede nel processo registrata la consegna de' documenti mancanti, tra' quali pure la confessione ultima di Cesare Pisano in punto di morte, che fra Dionisio richiese posteriormente, ed inoltre si vede registrata una seconda consegna finale di tutti gli esami raccolti a tempo del Vescovo di Termoli; la prima consegna reca la data del 31 aprile, la seconda quella del 18 maggio, sicchè solamente a tale data si potè davvero esser pronti, e il 21 maggio si potè passare agli esami testimoniali.

Gli ultimi articoli presentati da fra Dionisio non furono più di tre[305]. Col 1.oegli affermava che il Pizzoni venendo a morte, per disgravio di sua coscienza, avea detto in presenza di più e diverse persone aver deposto il falso contro fra Dionisio ed altri in materia di S.toOfficio e di ribellione, ed avere solamente aspettato, per ritrattarsi, che fosse posto in carceri ecclesiastiche. Col 2.oaffermava che il Petrolo avea dichiarato ad infinite persone volersi ritrattare su quanto avea deposto contro fra Dionisio ed altri in materia di S.toOfficio, voler mostrare tutta la radice della falsità del processo, ed avere perciò fatto due volte istanza a' Sig.riufficiali di essere riesaminato. Col 3.oaffermava che Giulio Soldaniero «per dar credenza alle falsità da lui deposte contro esso fra Dionisio» avea fatto mettere scritture proibite in una cassetta dentro la sua camera e poi fatta fare la ricerca dagli ufficiali, onde egli era stato chiuso in un torrione per sei mesi e il Soldaniero l'avea diffamato dovunque. Con questi tre articoli semplicissimi evidentemente fra Dionisio giocava una grossa partita; ed ecco i testimoni che egli dava per comprovarli. Sul 1.o, Alonso Martinesolimcarceriere (era stato licenziato, come si è detto altrove, appunto nel maggio), il dot.rMichele Caracciolo, D. Francesco di Castiglia,il clerico Masillo Blanco (Gio. Tommaso Blanch), il clerico Cesare d'Azzia, Gio. Francesco d'Apuzzo: ma il D'Azzia era stato già liberato dal carcere, e con diversi altri fu scartato dal Vescovo di Caserta, rimanendo solo il Castiglia, il Blanch, il D'Apuzzo, ai quali vennero poi aggiunti d'ufficio il Curato del Castello D. Gaspare d'Accetto e il Sagrestano D. Francesco della Porta, che aveano dovuto vedere il Pizzoni vicino a morire. Sul 2.oarticolo, oltre i suddetti, erano dati fra Antonio Capece (il cav.regerosolimitano), il Bitonto, fra Pietro di Stilo e il Petrolo; ma tra questi ultimi il Vescovo di Caserta accolse solamente il Petrolo e il Capece. Sul 3.oarticolo era riprodotta la dichiarazione scritta di Felice Gagliardo ed altri, coll'istanza che fossero esaminati i dichiaranti nel caso in cui non lo fossero stati ancora; ma il Vescovo di Caserta li ritenne già esaminati (la qual cosa era vera per alcuni e non per tutti) sicchè di tale articolo non si parlò più.—Vogliamo intanto, giusta il nostro costume, dar qualche notizia delle persone de' testimoni accettati, ciò che riesce indispensabile in questo momento di tanta importanza: trasanderemo quelli altra volta conosciuti, e diremo qualche cosa del Blanch e del D'Apuzzo, come pure del D'Accetto e del Della Porta che abbiamo bensì conosciuti ma un po' troppo alla sfuggita. Cominciando da D. Gaspare d'Accetto, le scritture della Cappellania maggiore che si conservano nel Grande Archivio, ed egualmente i libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, ci fanno conoscere i punti più notevoli della sua vita. Era di Massa Lubrense nel Sorrentino, ed a 50 anni, nel 1591, ebbe l'ufficio di Sagrestano della Chiesa del Castello, ufficio perduto da un D. Cesare Boffa, dietro un processo fattogli nel tribunale della Cappellania maggiore col titoloDe raptu et fuga uxoris Francisci Alugia militis: pertanto nell'anno medesimo D. Gaspare fu sottoposto anch'egli a processo, per l'omicidio in persona di un D. Gio. Carlo Coppola, che dovea sposare una nipote di D. Gaspare, non avea voluto più sposarla e fu trovato ucciso; ma ne riuscì assoluto, e nel 1592 trovasi già in funzione di P.eCura ne' libri parrocchiali. D'intelletto molto limitato, come lo mostrano gli Atti del processo del Campanella ne' quali prese parte, non apparisce punto inframmettente, e nel tempo di cui trattiamo tirava innanzi con una licenza annuale di poter confessare e amministrare gli altri sacramenti nel Castel nuovo, al pari di tutti gli altri ecclesiastici dello stesso ordine, mentre anche il Cappellano maggiore, D. Gabriele Sances fratello di D. Giovanni, sottostava a riconoscimenti temporanei da parte di Roma, in seguito di una fiera lotta giurisdizionale allora sorta. D. Gaspare tenne l'ufficio fino all'anno seguente, anno in cui morì. Quanto a D. Francesco della Porta, costui era della Diocesi di Oria, più svelto di D. Gaspare, e forse per questa ragione meno gradito: infatti non divenne P.eCura che verso il 1609, mentre alla morte di D. Gaspare, per decreto del Cappellano maggiore in data del 3 agosto, lo divenne D. Alessio de Magistro napoletano, «precedente(dice il decreto) la nomina nobis fatta da Maria de Mendozza moglie e procuratrice di D. Alonso de Mendozza Castellano del d.oCastello»; fino a tale punto si estendevano le ingerenze delle mogli de' Castellani[306]. Veniamo a Masillo Blanco ossia Gio. Tommaso Blanch, come leggesi sotto la sua deposizione. In questa egli si disse figlio del Barone di Olivito (int.Oliveto) dell'età di 19 anni, carcerato da oltre 13 mesi per un «preteso insulto» in persona di Ottavio Stinca (l'insigne avvocato che abbiamo avuto occasione di menzionare in questa narrazione); gli scrittori di cose nobiliari e sopratutto il Carteggio del Nunzio, ci dicono il resto[307]. Era uno de' più giovani figli di Francesco Blanch, 2oBarone di Oliveto, e di Lucrezia Capecelatro, la cui discendenza brillò moltissimo nella carriera militare: il terzogenito di costoro, Alfonso Blanch, si distinse più di tutti nelle guerre del Piemonte e morì in Fiandra, nell'assalto di Capelle, avendo sotto i suoi ordini il fratello Mario cavaliere gerosolimitano, che fu poi ucciso da' vassalli in Oliveto; il De Lellis non parla di questa brutta fine di Mario, ma ne parla il Nunzio nel suo Carteggio, perocchè il principale tra gli uccisori fu un clerico, ed opponendo le solite difficoltà delle prerogative ecclesiastiche il Vicario della diocesi non volle consegnarlo per più anni, finchè il Governo, stanco delle tergiversazioni, lo fece prendere e sommariamente impiccare. Forse nella difesa di questo clerico ebbe parte lo Stinca, onde i due fratelli Vincenzo e Gio. Tommaso Blanch, entrambi clerici per poter godere delle prerogative ecclesiastiche, gli fecero «un brutto assassinamento con ferite et in casa propria» secondochè scrisse il Nunzio a Roma; e il disgraziato dottore, un po' troppo tardi, si munì di licenza d'arme «con 4 suoi creati» come si legge ne' RegistriSigillorum[308]. Vincenzo Blanch riuscì a mettersi in salvo, ma Gio. Tommaso fu preso, e penò molto ad ottenere la remissione al foro ecclesiastico. Aggiungiamo che tanto Vincenzo, quanto Gio. Tommaso medesimo ed anche l'altro fratello Michele, finirono con abbracciare la carriera militare e vi si distinsero tutti. Vincenzo morì in Fiandra alla presa di Ostenda, Gio. Tommaso, divenuto Capitano d'infanteria, si segnalò nell'assedio di Vercelli, fu promosso Sergente maggiore nel Barese e sposò D. Anna Gattola: ma al tempo del quale trattiamo, essendo giovanissimo e spensierato, non farebbe meraviglia se si fosse accordato co' frati per assumere la parte che rappresentò nell'informazione della quale andiamo ad occuparci. Rimane a parlare di Gio.Francesco d'Apuzzo. Egli era di Acerra, avea 23 anni, trovavasi imputato nientemeno che di parricidio, ed avea già due volte avuta la tortura: nel Grande Archivio non manca intorno a lui un documento che conferma la specie dell'imputazione fattagli, la quale imputazione senza dubbio non lo raccomandava presso i Giudici menomamente[309].

Il 21 maggio, dal Vescovo di Caserta e dal Peri vennero esaminati tutti i testimoni[310]. D. Francesco di Castiglia depose aver veduto il Pizzoni poco prima che morisse, chiamato dal carceriere Martines insieme col Blanch e con un altro (il d'Apuzzo), ed avere udito dal Pizzoni che volea sgravare la sua coscienza, essendosi esaminato contro fra Dionisio e il Campanella perchè così gl'impose un monaco di cui esso deponente non ricordava il nome (fra Cornelio), a fine di declinare la giurisdizione laica e liberarsi; che perciò ne avessero fatta testimonianza scritta, avendone lui già discorso col Curato e con altre persone, ma esso deponente non volle intrigarsi in questa faccenda, tanto più che il Pizzoni diceva esservi altre persone che lo sapevano. Dietro dimande aggiunse che non era stato ricercato da fra Dionisio nè da alcuno de' fratelli Ponzii per tale testimonianza, e non ignorava quanto importasse far testimonianza falsa specialmente in materia di S.toOfficio. Nulla gli fu dimandato intorno alle dichiarazioni di volersi ritrattare fatte dal Petrolo.—Si passò al Blanch, il quale depose esser andato presso il Pizzoni infermo, richiesto dal Martines insieme con Gio. Francesco dell'Acerra, perchè il Pizzoni volea dichiarare di aver deposto il falso in Calabria e in Napoli contro fra Dionisio e il Campanella per sottrarsi al foro temporale; aver trovato nella camera del Pizzoni il Castiglia, ed aver udito dal Pizzoni che erano attesi perchè volea si facesse detta scrittura, la quale fu distesa da Gio. Francesco (d'Apuzzo) e sottoscritta da lui, dal Martines e dallo stesso Pizzoni ma con la mano sinistra, essendo storpiato a destra. Dietro dimanda aggiunse aver conosciuto il Petrolo, che più volte gli avea dichiarato voler ritrattare le sue deposizioni contro il Campanella e fra Dionisio, le quali erano false, ed aver presentato per questo un memoriale al Nunzio ed un altro al Papa; aggiunse pure esser morto il Pizzoni pochi giorni dopo fatta quella scrittura, la qualerimase in potere dello stesso Pizzoni, che volea darla al suo confessore perchè fosse presentata. È da notarsi che i Giudici non lo interrogarono sul contegno del Castiglia in quella circostanza.—D. Gaspare d'Accetto depose non aver mai trattato nulla col Pizzoni nè prima nè dopo l'infermità da cui fu colto; essere stato a Massa (suo paese nativo) ed al ritorno aver trovato il Pizzoni senza la favella; esser possibile che Don Francesco della Porta, il quale lo sostituì nell'ufficio di Curato, sapesse qualche notizia della dichiarazione per cui veniva interrogato.—Gio. Francesco d'Apuzzo disse essere stato condotto dal Martines presso il Pizzoni insieme col Blanch, e non ricordarsi bene se il Castiglia fosse venuto con loro o si fosse trovato già nella camera del Pizzoni; avergli il Martines detto che il Pizzoni si volea ritrattare per disgravio di coscienza e che ne facesse scrittura, ond'egli si pose a scrivere quanto il Pizzoni diceva, ed infatti diceva di ritrattare ciò che avea detto contro il Campanella e fra Dionisio, così in materia di eresia come di ribellione, avendolo detto per isfuggire il foro temporale; essere stata quella carta sottoscritta da lui, dal Blanch e dal Pizzoni (non più anche dal carceriere), «atteso francesco de Castiglia non ci si volse intromettere», ed essere rimasta quella carta in potere del Pizzoni, che diceva volerla dare al suo confessore. Dietro dimande aggiunse essersi lui offerto di fare questa deposizione, ed esserne stato quindi ricercato da fra Dionisio; aggiunse inoltre avere più volte udito dire dal Petrolo che si volea ritrattare di quanto avea deposto, e che avea dato più volte memoriali a questo fine.—D. Francesco della Porta disse aver confessato il Pizzoni solamente pochi giorni prima che morisse, avergli anche amministrata l'estrema unzione, ma non essersi mai parlato di ritrattazione tra loro, essersi invece parlato pel Castello di una scritta fatta dal Pizzoni vicino a morire; aggiunse aver udito che il confessore di questi frati Domenicani era un Domenicano vecchio.—Fu poi esaminato il Petrolo circa la sua pretesa volontà di ritrattarsi, espressa e comunicata a più persone, ed ecco l'importantissima deposizione che egli fece: «Signori, la verità è che io non posso vivere in queste carceri alle persecutioni che mi fanno li frati, non solo li carcerati, et altri dela religione, mà hanno sollevato tutta la Calabria contra di me, con dire che io habbia infamata la provintia è la religione con quello che hò deposto, et che per ciò io per defendermi et mantenermi, vado dicendo con li carcerati è con altri per posser vivere con poco di quiete, et per non essere offeso, che mi voglio retrattare sempre che haverò commodità, per mantenerli così in speranza perche non mi offendano, mentre stò quà, et anco che non facciano offendere li miei in Calabria, mà la verità è che non lhò ditto mai con animo di volerlo mettere ad effetto, perche quanto hò deposto avanti di Monsignor Vescovo di termole bona memoria è stata la pura è semplice verità. Et per questo non hò di che retrattarmi, et per amore di Iddio vi pregoche questo negotio stia secreto, perche altrimente pericolaria dela vita et dell'anima». E i Giudici ordinarono che di questa deposizione non si rilasciasse copia[311].—Infine fu esaminato il Capece sul 2oarticolo, sul quale era stato dato per testimone, vale a dire sulla volontà di ritrattarsi espressa dal Petrolo a più persone; e il Capece depose non saperne nulla.

Così quest'ultima difesa di fra Dionisio, che sarebbe stata utilissima egualmente al Campanella, non riusciva punto bene. Il 3.oarticolo non era neanche messo in discussione; il 2.oarticolo provocava la deposizione del Petrolo tanto brutalmente esplicita; il 1.oarticolo veniva infermato notabilmente dalle deposizioni del Curato e del Sagrestano male a proposito citati dal Castiglia. Da questo lato dobbiamo rilevare che il Castiglia, il quale veramente avrebbe potuto fare impressione su' Giudici, si mostrò abbastanza impacciato nella sua deposizione; ma ad ogni modo attestò il fatto essenziale, e non si comprende come i Giudici non si fossero creduti in obbligo di udire su quel fatto il Martines ed anche il Domenicano confessore del Pizzoni, che avrebbero potuto recarvi luce grandissima. Tuttavia bisogna ricordare che si era avuta una dichiarazione scritta per conto del Pizzoni vicino a morire, avendo lui voluta sgravare la sua coscienza per quegli scritti di fra Dionisio che si aveva appropriati (ved. pag. 200); e non avrebbe dovuto allora sgravare la sua coscienza, se veramente questa gli rimordeva, sul fatto tanto incomparabilmente più grave che era la sua falsa deposizione? E non avrebbe dovuto fra Dionisio dare per testimone quel Domenicano confessore del Pizzoni, che dicevasi avere avuta la dichiarazione scritta intorno a quel fatto? Relativamente al Petrolo, ben si apponeva fra Pietro di Stilo, che ne dubitava in modo assoluto nello scrivere alle persone di casa Prestinace; il Petrolo non ebbe neanche bisogno del tormento per confermare quanto avea deposto. Temè d'incorrere nell'accusa di falsa testimonianza col disdirsi, o veramente la sua coscienza non gli permise di disdirsi? Tutto sommato, riesce difficile non abbracciare questa seconda opinione; ad ogni modo egli non si disdisse nè sulla ribellione nè sull'eresia come si era sperato. Quando le copie degli esami raccolti furono date a fra Dionisio, costui, non trovando quella dell'esame del Petrolo, potè capire come la cosa fosse andata: non di meno il Campanella, dapprima nelle sue Lettere tanto spesso citate, più tardi nella Narrazione ed anche nell'Informazione, scrisse che «fatto poi processo nel S. Officio... tutti li testimoni si ritrattaro in utraque causa», come pure che «li monaci fur in S. Officio ritrattati o convinti di falsità». Per lo meno il Campanella non fu bene informato: solamente il Lauriana fu sufficientemente provato falso testimone, ma il Pizzoni e il Petrolo, i due testimonidavvero gravi per lui, non si poterono dimostrare ritrattati niente affatto, ed è superfluo notare quanto la cosa debba dirsi importante.

Il 24 maggio, il Vescovo di Caserta decretò che fossero consegnate a fra Dionisio le copie degli ultimi esami, ma tale consegna non fu eseguita prima del 18 giugno[312]. Per l'abitudine poi di quel Vescovo di trattenersi fuori Napoli durante i forti calori estivi, la causa de' frati non progredì nel luglio e nell'agosto. Soltanto si procedè a qualche Atto per Valerio Bruno, il quale con un primo memoriale al Vicario Palumbo, e poi con un secondo al Vescovo di Caserta (20 e 28 agosto) reclamò contro l'emparainterposta dal S.toOfficio alla sua liberazione mentre era stato «liberato dalle altre cause», e supplicò di essere spedito e abilitato. Il Vicario emise l'opinione che fosse di nuovo interrogato e poi spedito, e il Vescovo emanò da Caserta un decreto per l'abilitazione, la quale fu accolta anche dal Nunzio e dal Vicario generale Graziano e subito eseguita, con la fideiussione prestata dal padre del Bruno, e con l'obbligo di non partire da Napoli sotto pena di D.imille e della galera ad arbitrio de' Giudici: nella quale fideiussione una circostanza degna di nota si è, che dal Bruno venne indicata per domicilio legale la casa di Carlo Spinelli a S.taLucia a mare, donde si scorge che lo Spinelli non abbandonava coloro i quali gli aveano reso servigi. E stando pur sempre in Caserta, il 30 agosto, il Vescovo spedì un ordine in nome suo e dei suoi colleghi, perchè fosse citato fra Dionisioad dicendumnel palazzo del Nunzio, dove coll'Avvocato di lui sarebbe stata spedita la causa nella sua prossima venuta a Napoli[313]. Quest'ordine singolare, con l'assegno di un giorno non determinato, era un modo di mostrarsi obbediente alle ingiunzioni che venivano da Roma dietro le sollecitazioni che il Nunzio riceveva in Napoli dal Vicerè. Abbiamo infatti dal Carteggio del Nunzio che il Governo Vicereale non cessava di tener d'occhio l'andamento del tribunale di S.toOfficio, ed ogni qual volta ne vedeva sospese le sedute, ricominciava le sue lagnanze. Così il 2 agosto il Nunzio scriveva al Card.lBorghese (successo nelle cose dell'Inquisizione al Card.ldi S.taSeverina morto il 1.ogiugno 1602), che più volte il Vicerè gli avea ricordata la spedizione de' frati inquisiti di eresia «per che poi si potesse spedir anche il negotio della Ribellione trattato son già circa due anni», e il giorno precedente gli avea pure fatto scrivere dal suo Segretario Lezcano un biglietto in tale proposito; laonde pregava che si desse ordine a Mons.rdi Caserta di mandare a Roma le scritture e quanto si era fatto per la spedizione della causa. Il 9 agosto ripeteva le istanze, dietro sollecitazioni avute da D. Gio. Sances «Fiscale di permissione di N. S.renella causa della rebellione di Calabria»; e nella stessa data ilCard.lBorghese gli facea sapere, che scriveva contemporaneamente al Vescovo di Caserta di mandare «il resto delle scritture co' voti de' signori Congiudici», sicchè verso la metà di agosto pervenivano finalmente gli ordini di concludere, e il Vescovo di Caserta era obbligato ad occuparsene senza ritardo.

Dobbiamo aggiungere che in questo tempo fra Pietro Ponzio supplicò di nuovo S. S.tàperchè la sua causa fosse spedita, non essendosi in lui trovata alcuna colpa[314]. Il 17 agosto il Card.lS. Giorgio lo partecipava al Nunzio, richiedendolo a nome di S. S.tàche desse informazione sul caso di fra Pietro, e mandandogli perciò una copia del memoriale. In esso fra Pietro dolevasi di aver sofferto innocentemente tre anni di carcere, di essere più volte ricorso al Vicerè, al Nunzio, a D. Pietro de Vera senza aver mai ottenuto nulla, di trovarsi in carcere solamente perchè fratello di fra Dionisio, concludendo col supplicare S. S.tàche si degnasse «ordinare à Mons.rNuntio, et altri Giudici, che debbano con effetto provederlo di giustitia, giudicandolo secondo la sua propria colpa ò innocenza, et non secondo la ragion di Stato di Ministri temporali, la quale dopo tanto tempo dovria cessare». E il Nunzio, il 23 agosto, rispondeva come già altra volta (ved. pag. 212), che veramente fra Pietro era stato carcerato «più per essere fratello di fra Dionisio... che per delitto che si pretendesse contra di lui», ma «pe' suoi ragionamenti molto domestici» avuti di notte col Campanella, era stato ritenuto conscio del fatto e quindi da dover rimanere in carcere fino a che la causa fosse spedita: «intanto (egli aggiungeva) il Campanella si scoperse matto, et si fermò il negotio ne termini che si trovava, che veramente è alla fine, et si potrebbe ogni volta spedire, ma si è soprasseduto per la causa dell'Inquisitione»; questa si era protratta tanto che i Ministri Regii ne aveano molte volte fatto rumore, ma già al Vescovo di Caserta era stato ingiunto di procurarne la fine, e alla venuta di lui in Napoli dovea ripigliarsi, ed allora egli avrebbe procurata la spedizione di fra Pietro[315].

In fondo pel povero fra Pietro non c'erano che buone parole. Come già una prima volta nell'anno precedente, così anche questa volta il Nunzio promise e non attenne: benchè riconosciuto innocente, fra Pietro aspettò invano un provvedimento speciale per lui, e dovè rassegnarsi a vedere prima terminata la causa di eresia per tutti gl'inquisiti, tra' quali apparve egli pure compreso, mentre neanche il Nunzio nella sua lettera a Roma avea mostrato di essersene mai avveduto! Fortunatamente si era già ordinato di venire alla conclusione intorno all'eresia, per poi passare alla conclusione intorno alla congiura, ciò che ci resta appunto a narrare esponendo gli esiti de' processi.

V. Sarà bene pertanto occuparci delle opere scritte dal Campanella in questo lungo periodo di tempo, che comprende oltre due anni, dal maggio 1600 al settembre 1602: potremo così dare anche un qualche sollievo all'infinita noia inflitta a' lettori coll'esposizione del processo di eresia, inflitta veramente non per colpa nostra, ma per colpa de' Giudici. Come avea cominciato fin da' primi momenti dell'arrivo nelle carceri di Napoli, egli continuò a comporre poesie e prose, e per determinare nel miglior modo la data rispettiva, sarà bene dividere in due il periodo anzidetto. Nel 1o, che va dal maggio 1600 al 2 agosto 1601, data della ricerca di scritture fatta dagli ufficiali del Castello, egli senza dubbio compose tutte le Poesie che furono trovate presso fra Pietro Ponzio, all'infuori di quelle che abbiamo veduto costituire un primo gruppo riferibile al periodo antecedente; inoltre compose o meglio ricompose il libro dellaMonarchia di Spagna. Nel 2o, che va dal 2 agosto 1601 in poi, egli pose mano alle opere filosofiche, cominciando dal portare a compimento l'Epilogo di Filosofia, o la Filosofia epilogistica, che si ricorderà essere stata trovata sotto la finestra del suo carcere, buttata giù al momento in cui vi entravano gli ufficiali del Castello.

Al libro dellaMonarchia di Spagnaegli attese certamente con la maggiore assiduità, avendolo ritenuto molto giovevole per la difesa della causa della congiura: dopo gliArticoli profetali, probabilmente dalla 2ametà del maggio 1600, dovè esser questa la sua unica occupazione seria, onde potè poi aggiungere di seconda mano il ricordo del libro nelle Difese già ricopiate. Noi ci siamo spiegati a lungo altrove intorno alla data della composizione dellaMonarchia(ved. vol. 1o, pag. 146-47) e ne abbiamo anche detto qualche altra cosa parlando delle Difese (ved. qui pag. 99 e 113); non sentiamo quindi la necessità di discorrerne ulteriormente. Solo diremo, che prima del giugno 1601, data in cui fra Pietro di Stilo presentò le Difese al tribunale, il libro dovè essere stato già scritto e mandato a Stilo, per farlo trovare in quel posto e farne menzione appunto nelle Difese. Nè ci dissimuliamo che siffatto termine di un anno, impiegato nella ricomposizione di un libro da parte di un uomo come il Campanella, sapendosi non averne allora scritto alcun altro, riesce estremamente lungo, sicchè tanto più si avrebbe motivo di pensare che il libro sia stato davvero composto, non già ricomposto nel carcere; ma ricordiamo pure che per tutto l'anno il Campanella fu guardato di molto a causa della sua pazzia, finchè poi non ebbe a provarla col tormento della veglia. Del resto, come abbiamo già fatto notare altrove, importa poco che il libro sia stato composto nella fine del 1598 o nel 2osemestre del 1600, non essendovi gran differenza tra l'essere stato scritto quando si meditava una congiura o quando si voleva dimostrare che non c'era stata congiura; importa solo sapere che non fu composto dopo dieci anni di prigionia, e che fu ad ogni modo un libro di occasione,destinato ad addormentare od a placare la Spagna, onde non gli si può dare la significazione che gli è stata data, e bisogna trattenersi dal vedervi il saggio di una delle grandi aspirazioni del Campanella.

L'autore poi dovè certamente rivedere in sèguito questo libro, e per lo meno ritoccarne il proemio e la conchiusione, là dove, negli esemplari manoscritti che tuttavia se ne hanno in gran copia, esso reca l'indirizzo ora semplicemente a un D. Alonso, ora al Reggente Marthos Gorostiola, ed ora è sfornito di provenienza e di data, ora reca la provenienza dal conventino di Stilo e la data del dicembre 1598, aggiuntavi talvolta anche l'età dell'autore. NelSyntagma de libris propriistroviamo registrato che egli compose laMonarchiadapprima in italiano, e poi essa «giunse nelle mani di tutti, nella lingua italiana e nella latina, dalle collezioni di Gaspare Scioppio e di Cristoforo Flugio». Vedremo più in là che il Flugio fu presso di lui nel 1603 e ne ebbe certamente la Filosofia che il Campanella finì di scrivere dopo laMonarchia; non ci sembra quindi arrischiato l'ammettere che abbia avuta anche laMonarchiain siffatta occasione; lo Scioppio poi ebbe egli pure laMonarchiacon diverse altre opere verso la metà del 1607. Volendo prestar fede alSyntagma, bisognerebbe dire che il Campanella abbia voltata in latino laMonarchiainnanzi il 1607: ad ogni modo ci pare che le due date diverse della consegna di questo libro, il 1603 e il 1607, dieno la ragione del trovarlo indirizzato una volta semplicemente a D. Alonso, e un'altra volta al Reggente Marthos con tutte quelle altre sfolgoranti circostanze della provenienza e della data. Giacchè appunto nel frattempo, alla fine del gennaio 1604, come si rileva anche dal Carteggio del Residente Veneto, era trapassato il Marthos; avea quindi potuto il nome di lui esser posto in luogo di quello di D. Alonso, rimanendo così eliminata ogni reminiscenza del De Roxas, e fornita una prova più limpida dell'affezione dell'autore agli spagnuoli, se non presso il Governo Vicereale che lo conosceva bene, presso la Curia Romana, l'Imperatore, gli Arciduchi di Austria e il medesimo Re di Spagna, presso tutti i potenti Principi a' quali il povero filosofo ebbe a rivolgersi. Ma non vennero fatte nel libro altre innovazioni, e si può dire che le piccole varianti introdottevi sieno piuttosto dovute a' cattivi amanuensi, giacchè per lungo tempo l'opera, assai ricercata, corse solamente manoscritta tra gli eruditi; del resto un confronto qualunque de' diversi esemplari non è stato mai fatto, e varrebbe la pena di farlo così per questa come per ogni altra opera del Campanella rimasta lungamente manoscritta, poichè nelle varianti potrebbe rilevarsi meglio la mano dell'autore e scoprirsene anche l'animo o piuttosto i bisogni ne' diversi tempi successivi. Si conosce che laMonarchiafu pubblicata per le stampe dapprima in tedesco, senza indicazione di luogo, nel 1623, a cura di Cristoforo Besoldo, il quale l'ebbe certamente dal suo amicoTobia Adami cui fu consegnata dal Campanella con le altre opere sue nel 1613; molto più tardi fu pubblicata in latino, scorso un anno dalla morte dell'autore, in due luoghi e con più edizioni a breve intervallo (Hardevici 1640, Amsteleodami 1640 e poi ancora 1641 e 1643); quindi fu tradotta anche in inglese da Ed. Chilmead con pref. di Wil. Prinae in Londra 1649, ma nell'originale italiano fu pubblicata solamente a' giorni nostri a cura del D'Ancona in Torino 1854[316]. Una lettera inedita del Campanella, che noi pubblichiamo, ci mostra che l'autore fino agli ultimi anni della sua prigionia desiderò vivamente che l'opera, insieme con un'altra analoga, fosse data alle stampe, e ne fece dimanda al Vicerè[317]; ma sicuramente, allorchè fu libero, non dovè più gradirne la pubblicazione. Pertanto in Italia, durante la vita dell'autore ed anche dopo, se ne fecero molte copie manoscritte, ed ancora ne rimangono parecchie in varie Biblioteche, non meno di quattro in Napoli (tre nella Bibl. naz. ed una nella Bibl. de' PP. Gerolamini), una in Firenze, una in Lucca; e non meno di tre ne passarono a Parigi (Bibl. Naz. Ital. num. nuov. 875, 984 e 985) e una ne giunse pure a Londra (Mus. Brit. Egerton-collection no10,689) che reca essere stata eseguita «anno 1634 a quinto di Septembre». Non paia eccessiva tutta questa discussione, trattandosi dellaMonarchia di Spagna, che per lo meno riguarda troppo da vicino l'argomento nostro.

Aggiungiamo che si potrebbe credere essersi il Campanella in questo periodo occupato pure della revisione de' «Discorsi a' Principi d'Italia» etc. che tanta attinenza aveano col libro dellaMonarchia di Spagnae che furono menzionati egualmente nella sua Difesa. Ma ricordiamo che egli ne fece menzione dicendoli inviati a Massimiliano, e d'altronde, così come li possediamo, offrono la citazione di qualche opera scritta ancora più tardi; bisogna quindi rimandarne l'avvenimento della revisione a una data posteriore.

Venendo allePoesie, innanzi tutto dobbiamo dire che non può non recar maraviglia la loro quantità con indirizzi anche a personediverse, taluna delle quali persona veramente ufficiale, come p. es. la Sig.raD.aAnna che vedremo dover essere stata una parente di D. Alonso il Castellano, in un tempo in cui il Campanella mostravasi pazzo! Possiamo in verità rimandare le poche poesie con siffatto indirizzo al tempo posteriore all'amministrazione della veglia; ma neanche possiamo rimandarle tutte come vedremo, e dobbiamo ricordare che quel tempo non raggiunse due mesi, essendo circoscritto dal 4 giugno al 2 agosto, e la Musa doveva mostrarsi allora ben riluttante, sicchè un numero molto tenue è lecito assegnarne al detto bimestre; d'altronde sono anche troppe le poesie indirizzate a persone, specialmente del bel sesso, in rapporti più o meno diretti con la famiglia del Castellano, nè poi il Campanella dopo la veglia avea peranco cessato di mostrarsi pazzo. Bisogna dunque conchiudere che nel Castello, perfino presso il ceto autorevole, non mancarono persone pietose e ben disposte verso il prigioniero; nè egli mancò di procurarsene la benevolenza e mostrarsene grato, esaltandone le virtù, carezzandone anche la vanità, abbandonandosi perfino al genere erotico e lascivo, sempre col gusto de' tempi, non senza comporre versi egualmente per conto di altri, spesso per procurarsene qualche favore e sovvenzione nella squallida miseria in cui si trovava. Non farà quindi maraviglia se queste poesie riescano quasi tutte scadenti, di niun valore letterario, ma in compenso di molto valore storico; nè farà maraviglia se in quelle poche, le quali trattano soggetti più elevati, si notino principii politici e religiosi comuni, mentre l'autore avea bisogno di giustificarsi, e le sue poesie doveano circolare tra persone sovente attaccate al Governo, più sovente attaccate alla religione nel senso volgare. Si comprende agevolmente, che non potremmo fare una rassegna minuta di tutte queste poesie senza allungar troppo la nostra narrazione, ma si comprende pure che non possiamo passarcela di volo, dovendo rilevarne specialmente ciò che può chiarire la vita intima del Campanella, ed anche la vita riposta per quanto è possibile, in questo notevole periodo della sua prigionia.

Poniamo in primo luogo alcuni Sonetti profetali, che si trovano disseminati nel presente gruppo di poesie, come ne abbiamo visto disseminati anche nel gruppo appartenente al periodo anteriore, e menzionati nelSyntagmaquali Ritmi consolatorii, diretti a dar vigore agli amici. Uno di essi comincia col verso


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