Chapter 14

Veniamo ora all'esito del processo della congiura per gli ecclesiastici. Anche da questo lato dobbiamo dire innanzi tutto, che il tribunale Apostolico non solo rimase aperto, ma tenne pure altresedute, dopo che ebbe liberati i 12 inquisiti presi per sospetti senza fondamento, e trattate le cause di tutti gli altri ecclesiastici incriminati, riservando la spedizione di esse fino a che ciascuno, o come principale o come testimone, avesse esaurito il suo còmpito nel processo dell'eresia. Così per Giulio Contestabile, visto nel corso di quest'ultimo processo che egli risultava non più incriminabile come principale ed era stato già più volte interrogato qual testimone, dopo il suo ultimo esame del 15 novembre 1600 il tribunale dovè immediatamente riunirsi per spedirne la causa della congiura, e sappiamo che emanò una sentenza di condanna a cinque anni di esilio da Napoli e da entrambe le provincie di Calabria. Tale esito della sua causa trovasi notato in coda del Riassunto degl'indizii compilato contro di lui[391]; e che la sentenza abbia dovuto essere pronunziata appunto nel novembre 1600, si desume da' documenti relativi all'espiazione della pena assegnatagli. Infatti una lettera del Card.lS. Giorgio al Nunzio, in data del 15 novembre 1602, fa conoscere che il Contestabile avea supplicato S. S.tàdi rimettergli per grazia tre anni di esilio che gli rimanevano da scontare, avendone giàscontati due, e S. S.tàvolea sapere qual fosse l'opinione del Nunzio intorno a ciò[392]. Fermandoci un momento a questo punto, dobbiamo indispensabilmente notare che circa tale condanna il tribunale non chiese a Roma la risoluzione da doversi prendere, ed anzi non ne diede nemmeno partecipazione alla Curia, come si può desumere dal non vederne fatto alcun cenno in questo senso nel Carteggio del Nunzio: eppure il Breve avea prescritto di procedere «usque ad sententiamexclusive»; sicchè bisogna dire esservi stato un tacito abuso da parte del tribunale e una tacita acquiescenza da parte di Roma. Ciò forse diè poi motivo o pretesto al Campanella di credere che il Breve avesse prescritto di procedere «usque ad sententiaminclusive», come egli scrisse in una Lettera del 1624 a Cassiano del Pozzo pubblicata dal Baldacchini, dolendosi perchè nella persona sua non aveano neanche osservato il Breve che così prescriveva: ma invece è certo che il Breve avea la parolaexclusive(noi l'abbiamo riscontrata tanto nella copia che se ne conserva in Firenze quanto nella copia che se ne conserva in Simancas), e bisogna pur dire che coll'abbandono di tale riserva divenne tacitamente compiuto in fatto, mentre non stava in dritto, l'abbandono degli ecclesiastici all'influenza del Governo Vicereale, essendo questa predominante per l'apatia del Nunzio verso di loro. Tornando ora alla grazia chiesta dal Contestabile a S. S.tà, dobbiamo dire che il Nunzio, in data del 22 novembre 1602, rispondeva che non stimava conveniente alcuna grazia prima che il negozio fosse finito, «perchè, diceva, come viene rimproverato da questi Ministri Regii la tardanza in tale speditione, non nevenisse rimproverato anche questo»[393]: e per verità in Roma non si teneva abbastanza conto dell'irritazione non del tutto ingiusta del Governo Vicereale, e deve anzi notarsi che nella stessa Lettera suddetta del Card.lS. Giorgio il Contestabile era indicato al Nunzio quale «bandito da V. S. di Calabria et di Napoli», come se D. Pietro De Vera non fosse esistito. Nè l'opinione del Nunzio valse a nulla. Non appena deliberata da Roma la sentenza da doversi pronunziare nella causa dell'eresia, il Card.lS. Giorgio nella data medesima scrisse al Nunzio essere cessato il rispetto che si opponeva alla grazia chiesta dal Contestabile, poichè nella Congregazione del S.toOfficio era stata «spedita la causa del Campanella»; il Nunzio naturalmente rispose, che quando non si era mostrato favorevole alla grazia perchè il negozio non era finito, aveva inteso dire che dovesse aspettarsi la fine del processo della congiura, nel quale il Contestabile era stato condannato, ma che poi se ne rimetteva a quanto in Roma si stimasse meglio[394]. E si può ritenere per fermo essersi in Roma stimato meglio accordare la grazia, poichè troppo vive furono le insistenze del Card.lS. Giorgio, troppo potenti le raccomandazioni delle quali godeva il Contestabile; nè occorre dire come il Governo Vicereale dovesse rimanere disgustato ed anche sospettoso relativamente agli altri giudicabili, massime relativamente al Campanella, vedendo che da un momento all'altro poteva esser concessa da Roma una grazia la quale rendeva frustranea ogni condanna, mentre esso avea tanto penato perchè alla determinazione di questa condanna avesse preso parte un Giudice di sua fiducia.

Dopo il Contestabile venne la volta di D. Marco Antonio Pittella, che scappato già in Calabria fu poi ripigliato e tradotto a Napoli verso il marzo del 1601: in tale data il tribunale dovè riunirsi di nuovo e procedere allo svolgimento di questa nuova causa, la quale compì nell'aprile seguente, come rilevasi da una lettera del Nunzio che abbiamo pure avuta altrove occasione di menzionare[395]. Potremmo dire in breve che questa causa procedè e finì come quella del Contestabile, cioè con una tortura e con una condanna a 5 anni di esilio; ma appunto perchè si tratta di una causa finita con una condanna, gioverà sapere come e perchè essa si ebbe. Oltre il Riassunto degl'indizii contro il Pittella, ci è pervenuta pure la Difesa scritta per lui dallo stesso Regio Avvocato de' poveri Gio. Battista de Leonardis che difese il Campanella: questa Difesa del Pittella non solo ci fa intendere le accuse del fisco, ma anche rischiara tutto lo svolgimento della causa[396]. Si ricorderà che il Pittella a Davoli accoglieva in casa sua Maurizio e poi il Campanella ed altriincriminati di congiura. Esaminato affermò che Maurizio veniva in una casa la quale egli avea data in fitto ad un Astolfo Vitale parente di lui, e quanto al Campanella egli non lo conosceva: fu sottoposto ad oltre un'ora di corda e non confessò nulla; infine ebbe il decreto per le difese. Il fisco pretese che dovea dirsi colpevole di conversazione con Maurizio e col Campanella e di ricetto di Maurizio, sciente la ribellione e preparato a prendervi parte dietro la testimonianza del Vitale, convinto sciente e non rivelante dietro le testimonianze del Vitale e di Maurizio; e questa volta il Leonardis, avendo una buona causa per le mani, fu piuttosto audace nel farne la difesa. Dopo di aver ricordato che la conversazione e il ricetto si effettuarono in agosto e che il Bando proibitivo fu emanato il 17 e 18 settembre, il Leonardis fece anche notare che quel Bando, emanato da un Giudice laico, non poteva colpire il Pittella clerico; che la deposizione del Vitale, testimone unico e socio nel delitto, non provava nulla e non avrebbe dovuto neanche bastare a far dare la tortura, tanto più che era stata fatta innanzi ad un Giudice laico, tanto più che era controbilanciata da un'altra testimonianza in contrario fatta da Maurizio capo di quella fazione; che per altro il Pittella con la tortura sofferta si era scolpato di tutto; che il Vitale e Maurizio, socii nel delitto ed infami, non potevano convincere nemmeno nel delitto di lesa Maestà, tanto più che erano stati esaminati in un foro laico ed incompetente, non ripetuti nel foro ecclesiastico, nè poi il Pittella, clerico, era obbligato a rivelare la ribellione contro il Principe di cui non era suddito. Malgrado tutte queste ragioni, il tribunale lo condannò a cinque anni di esilio da Napoli e da entrambe le provincie di Calabria, come avea fatto pel Contestabile, verosimilmente ritenendolo del pari sospetto di complicità nella progettata ribellione. Ognuno troverà senza dubbio un po' grave questo giudizio e la relativa condanna, poichè il Pittella avea per sè la testimonianza decisiva di Maurizio in punto di morte, attestante che egli non era nella congiura come gli altri, nè mostrava di goderne come gli altri; si vede bene quindi che il tribunale Apostolico non avea punto smesso il suo rigore, comunque il tempo trascorso avesse dovuto calmare i furori primitivi. Nè occorre dire che esso riteneva sempre la tentata ribellione qual fatto vero ed indiscutibile, mentre condannava il Contestabile e il Pittella a quel modo, donde è facile desumere abbastanza chiaramente come avrebbe trattato il Campanella e gli altri frati più compromessi. E possiamo oramai occuparci appunto di costoro.

Il Campanella e gli altri frati, avuta la condanna per l'eresia ed esauriti tutti gli Atti relativi a questa condanna, nel febbraio o tutt'al più nel marzo 1603 avrebbero potuto vedere spedita la loro causa della congiura. Ma da una parte avvenne allora un mutamento di Vicerè, succedendo il 3 aprile a D. Francesco de Castro D. Alonso Pimentel d'Herrera Conte di Benavente, e sempre, fin dalle prime notizie di prossima mutazione, gli affari d'ogni generesolevano rimanere più o meno incagliati; d'altra parte sopraggiunse direttamente, nello stesso tribunale per la congiura, una difficoltà inaspettata. D. Pietro de Vera, già divenuto sin dall'aprile 1601 pro-Presidente del Sacro Regio Consiglio per morte di Vincenzo de Franchis, poi dal 16 10bre 1602 passato a Presidente per la promozione di Fulvio Costanzo a Reggente di Cancelleria[397], comunque in età più che matura, era preoccupato del non aver discendenza e trattava un matrimonio. Non era questa veramente la prima volta che a D. Pietro fosse venuto tale pensiero; il Residente Veneto, che non si lasciava sfuggir nulla ed anche di siffatte cose teneva informato il suo Governo, nel 1598 (25 7bre) scriveva che D. Pietro era sul punto di sposare la figlia di D. Hernando Mayorca già Segretario di più Vicerè, il quale, egli diceva, «prima non avea che la penna» ed allora, morendo, lasciava alla figlia 50 mila duc.tidi dote, ad un figlio 15 mila duc.tidi entrata. Ma poi non se ne fece nulla, ed al tempo al quale siamo pervenuti, come accade col progresso dell'età, D. Pietro non andava più in cerca di ricca dote ma di bellezza e gioventù, ed aveva intavolate trattative con la figliastra appunto del Reggente Fulvio Costanzo, D.aLivia Sanseverino, sorella di D. Scipione che abbiamo visto Marchese e poco dopo Duca di S. Donato (confr. pag. 115): era questa, come dice un manoscritto di Ferrante Bucca che l'aveva probabilmente conosciuta, «la più bella e bizzarra dama dell'età sua», e quasi non occorre dirlo, D. Pietro fu tutto occupato a vagheggiare la sua Diva andando allegramente incontro alle solite conseguenze[398]. Un altro motivo tenne pure distratto D. Pietro in questo tempo, la morte di suo zio Francesco de Vera, Ambasciatore di Spagna a Venezia, ond'egli dovè partire per quella città: un documento rinvenuto nel Grande Archivio ci fa conoscere che D. Pietro sottoscrisse il contratto di nozze il 29 aprile, ed una lettera rinvenuta nel Carteggio del Residente Veneto ci fa conoscere che partì per Venezia il 30 aprile[399]. Con queste circostanze e questedate si può intendere una lettera del Nunzio, nientemeno del 18 luglio 1603, nella quale faceva sapere a Roma (dove non apparisce punto che si pensasse tuttora al Campanella) che subito dopo la spedizione della causa di S.toOfficio egli non aveva mancato di sollecitare il suo collega D. Pietro per la spedizione della causa della congiura, ma senza riuscirvi mai; che avendo avuta notizia della partenza di lui per Venezia, l'aveva sollecitato di nuovo ed aveva pure sollecitato il Vicerè, tanto più che i frati ne facevano istanze continue, ma gli si era risposto non essere possibile far nulla prima dell'andata, bensì tutto si sarebbe fatto al ritorno; che infine essendo D. Pietro tornato, e trovandosi prossimo a sposare, fra 10 o 12 giorni, la figliastra del Reggente Costanzo, egli non avea mancato di muovergli il dubbio che siffatta mutazione di stato poteva recare impedimento alla funzione di Giudice de' frati, e gli si era risposto che non dicendo il Breve dover essere clerico non coniugato, non appariva impedimento alcuno. Ora su tale quistione il Nunzio chiedeva gli ordini di S. S.ta[400].

Gli ordini, al solito, tardavano a venire da Roma, e per sollecitarli il Nunzio scrisse ancora il 1o, il 15, il 29 agosto, inoltre il 12 settembre, e a quest'ultima data aggiunse esser venuta nuova che fra Dionisio trovavasi coll'armata turca; ma poi ebbe a sapere che in Roma già aveano avuta da altro fonte una tale nuova, ed anzi l'avevano partecipata al Duca di Sessa Ambasciatore di Spagna ed Agente di Napoli[401]. Il fatto merita bene di essere considerato, ed importa fermarci alquanto sopra di esso: un dispaccio del Bailo Contarini, da noi trovato nell'Archivio di Venezia, ci mostra che n'era rimasto anch'egli colpito, e torna impossibile immaginare che non ne dovesse rimanere colpito il Governo Vicereale. Il Contarini scriveva, che col Cicala si erano imbarcati due uomini del Regno, concertatisi con lui per guidarlo a «svaligiare» un posto di quel paese; inoltre era venuto un frate già carcerato col Campanella per complicità nella congiura e poi fuggito di prigione. Costui, trattenutosi segretamente sulle galere di Malta, nella fazione di Lepanto avea trovato modo di venirsene a Costantinopoli, avea preso l'abito di turco «come haveva anco il cuore», avea «havuto ricapito in casa del Cicala», diceva di conoscere in Calabria oltre 300 affiliati alla setta maomettana e tra essi alcuni di conto, predicava in italiano a' giovani rinnegati «facendo assai danno con la sua lingua», affermava «che presto uscirà anco di prigione il predetto Frate Campanella et ch'ancor lui venirà qui; il che se riuscirà, per esser anch'esso molto litterato, risulterà à grandissimo prejudicio della religione christiana»; aggiungeva poi il Contarini, che «oltre di questi» si erano imbarcati pure due soldati di Malta fuggiti in Lepanto, i quali fattisi turchi offerivanoal Cicala l'isola di Gozo etc.[402]. È agevole comprendere quanto siffatte notizie dovessero aumentare nel Governo Vicereale il sospetto e l'avversione pel povero Campanella. Possiamo affermare con sicurezza, che il Governo Veneto trasmise a Napoli, come era solito, le notizie della prossima venuta dell'armata turca con due uomini del Regno accordatisi col Cicala, e non disse una sola parola del frate già carcerato col Campanella, del quale d'altronde il Bailo non avea distintamente detto che si era imbarcato del pari: questo abbiamo rilevato dagli ordini de' Savii del Consiglio, registrati ne' così detti Codici-Brera che si conservano nell'Archivio Veneto[403]. Ma il Governo Vicereale avea pure informazioni proprie direttamente da Costantinopoli e in brevissimo tempo, onde non si può affatto dubitare che gli fossero egualmente pervenute le notizie relative a fra Dionisio, tanto più che era già preoccupato dell'amicizia intima di lui col Cicala, siccome ci mostra una Lettera Regia da noi rinvenuta nel Grande Archivio di Napoli[404]; nè occorre dire come per siffatte cose dovesse sentirsi rimescolato. Esso era stato sempre persuaso che questi frati aveano già iniziati i loro disegni di ribellione e di eresia col mettersi d'accordo co' turchi, segnatamente col Cicala, ed è facilissimo intendere l'impressione che dovea fargli il contegno di fra Dionisio dopo la fuga, la sua andata tra' turchi, l'apostasia, l'intimità col Cicala, la venuta con l'armata nell'ordinaria escursione di essa verso il Regno, l'annunzio misterioso della prossima libertà del Campanella che sarebbe andato del pari a Costantinopoli. Come fin da principio, così anche adesso il Campanella era danneggiato dall'imprudenza, dalla loquacità, dalle vanterie di fra Dionisio, il quale non si smentì mai in tutta la sua vita; e bisogna sommare anche queste circostanze con tutte le altre, per intendere il contegno del Governo Vicereale verso il povero frate, ritenuto sempre pericoloso per la sicurezza e la fede del Regno. Vedremo più in là che fin dal momento in cui giunse la notizia dell'imbarco di fra Dionisio sull'armata turca, il Campanella fu rinchiuso in un carcere molto più duro.—Poniamo intanto qui che il Cicala in quest'anno, come ne' tre precedenti, non potè compiere alcuna impresa contro la Calabria, ed anzi fu notevolmente disgraziato: gioverà conoscere quanto avvenne tra napoletani e turchi in detto periodo di tempo. Dopo l'inutile venuta in Calabria nel 1599, egli uscì di nuovo da Costantinopoli in luglio 1600 con 30 galere, portando scale, zappe e badili, con l'intenzione, per quanto fu riferito, di scendere a Cotrone, sicchè venne spedito a quella volta il Priore di Capua D. Vincenzo Carafa:e il Cicala mandò, come allora si diceva, «due lingue» cioè due galere a prender lingua, a ricevere e dare notizie in Puglia e in Calabria, e scrisse anche al Vicerè, il 14 settembre, che passerebbe nella fossa di S. Giovanni, «quando non per altro, per sbarcare il Sig.rCarlo suo fratello escluso dal possesso del Ducato di Nixia»; ma un grosso temporale lo colse alla Vallona, e lo costrinse a ritirarsi in Costantinopoli, dove rientrò a' primi di dicembre. Anche Arnaut Memi, in settembre, apparve con tre galere in vista di Brindisi, ma forse per la ragione medesima non si mostrò più: invece Amurat Rais, uscito da Biserta più presto, ebbe a soffrire la perdita di una galera presagli da D. Garzia di Toledo, e tornò per vendicarsene e se ne vendicò pur troppo in Calabria. D. Garzia, a' primi di agosto, scorrendo con sei galere le coste del capo Bianco vi aveva incontrate tre galere di Biserta, ne aveva presa una facendo 110 schiavi e liberandone altrettanti, e secondo lui avrebbe preso anche la capitana se i suoi artiglieri avessero fatto fuoco a tempo: Amurat, tornato con sei galere e con una scorta di rinnegati calabresi, a' 23 settembre sbarcò a Cetraro presso Scalèa, vi uccise il Principe di Scalèa nostra vecchia conoscenza con altre 27 persone, e rimbarcò a suo comodo portando con sè 30 prigioni e il corpo del Principe[405]. Nel 1601 poi, al 1odi luglio, il Cicala uscì da Costantinopoli con 35 galere che giunsero per via fino a 60, e con queste potè prendere qualche nave; ma avendo, il 22 ottobre, spedito da Navarino verso la Calabria tre galere per lingua, ed essendo stato informato che la costa era molto ben munita, alla fine di dicembre rientrò in Costantinopoli senza aver nulla tentato. Nel 1602, parimente in luglio, uscì con 37 galere che sempre si accrescevano per via, col proponimento di danneggiare la Calabria o la Puglia, e però senza ritardo, fin da' primi di luglio fu mandato per Governatore di Calabria ultra D. Garzia di Toledo: alla fine di agosto apparve al capo di Otranto l'armata divisa in due squadre e diretta verso la Calabria, ed a' primi di settembre, giunta nella fossa di S. Giovanni, ne sbarcarono circa tre mila uomini, ma furono respinti con la perdita di 5 de' loro; poi l'armata si diresse a Reggio e vi perdè circa 100 uomini, si rivolse indietro e tentò di sbarcare al Bianco, luogo del Principedella Roccella, e vi soffrì la perdita di circa 100 morti e 30 prigioni, infine spiccò 10 galere da quest'altra parte della Calabria e vi furono incontrate dalle galere di Genova, sicchè doverono anch'esse desistere da ogni impresa. Se ne tornò quindi il Cicala anche prima del solito a Costantinopoli, in novembre, e vi fu universalmente biasimato, tanto più che al tempo stesso giunse la nuova che i napoletani aveano fatta una diversione in Algieri e presa Bugia nell'ottobre. Da ultimo nell'anno presente 1603 egli uscì di nuovo in luglio con 37 galere che poi si accrebbero sino a 60, ma dovè in agosto liberarsi di parecchie di esse andate a male per vetustà, ed impazientito le fece vendere in Negroponte, rinunziando a tutti i suoi progetti e contentandosi di rimanere nell'Arcipelago a dar la caccia alle navi che andavano in cerca di grani: così fra Dionisio non giunse nemmeno a vedere le coste della Calabria, e il Cicala, compiuti i servizii annuali in Salonicco, in Scio, in Alessandria, rientrò a' primi giorni dell'anno seguente in Costantinopoli. Aggiungiamo che quivi era pur allora morto il Gran Signore «senza precedente male», come scrisse il Bailo Contarini, e succeduto Achmet giovanetto a 13 anni; e con suo dispiacere il Cicala dovè abbandonare il capitanato marittimo, inviare la moglie e la suocera al Serraglio e recarsi come generalissimo in Persia.

Giungeva frattanto, il 19 settembre, la risoluzione di S. S.tàcirca il dubbio sorto pel matrimonio di D. Pietro de Vera[406]. S. S.tànon credeva conveniente che un coniugato giudicasse cause di persone ecclesiastiche; ordinava quindi al Nunzio che «per sè solo» conoscesse, spedisse e terminasse per giustizia le dette cause, ma contentavasi che D. Pietro lo assistesse nel conoscerle e spedirle, rimanendo «la totale giuridittione» presso il Nunzio. Pur troppo Roma mostrava di non avere il sentimento esatto della situazione, o piuttosto dava un'altra fra le tante prove di voler mantenere senz'altro riguardo «la superiorità ecclesiastica», con quella insistenza che sovente è stata detta fermezza, ma che evidentemente si sarebbe dovuta dire incorreggibilità. Vi era prima di tutto una notevole contradizione con la teorica ogni giorno professata dai Vescovi e sostenuta sempre da Roma, che i clerici coniugati dovessero ritenersi quali veri e pretti clerici, con tutte le immunità e prerogative ecclesiastiche; il Governo non aveva mai voluto riconoscerlo, ed avrebbe avuto torto a pretenderlo in tale circostanza; ma poteva Roma sconoscerlo? In fin de' conti poi, dopo sforzi non lievi, bene o male, da Roma si era ottenuto che una persona di fiducia del Governo sedesse e giudicasse nel tribunale Apostolico per la congiura; ed ora, nel momento decisivo, profittando di una circostanza che non poteva punto menare a tale conseguenza, si ordinava che quella persona sedesse ma non giudicasse, mentre uno de' principali imputati, fuggito dalle carceri senza sapersi come, si era unitoa' turchi e veniva con essi ad offesa del Regno, strombazzando che l'altro imputato sarebbe uscito dalle carceri egualmente e presto! Ma qualora al Nunzio fosse parso bene assegnare al Campanella una pena relativamente mite, si dovea perfino sottostare al ludibrio che l'uomo di fiducia del Governo si trovasse presente a tale decisione? Ci affrettiamo a dirlo: se il Governo si fosse seriamente preoccupato di questa ipotesi, avrebbe avuto torto. Il Nunzio, come si rileva da tutto il suo Carteggio, era pronto a dare mille volte il Campanella al braccio secolare. Egli era convinto che il Campanella fosse colpevole e non aveva per costui, al pari di Roma, il menomo sentimento di pietà: gli fosse pure apparso innocente, per un Nunzio il bisogno supremo era quello di mantenere le buone relazioni tra i due Stati, attendere al ricupero delle grosse entrate della Camera Apostolica e al riconoscimento della «superiorità ecclesiastica» senza guardare troppo pel sottile in tutto il resto. Ma gli uomini di Stato professavano allora strettamente la massima che abbiamo vista enunciare dal Conte di Lemos, «per non errare, fa mestieri ritener sempre il peggio». Il Campanella era pure una forza potente, come avea ben dimostrato col riuscire ad eccitare in tanto poco tempo gli animi di molta gente in Calabria; a Roma poteva essersi formato il pensiero di tenere viva ed in mano sua questa forza per ogni evenienza futura, e poteva esser questo il significato del volere che la pena inflitta al Campanella per l'eresia fosse da lui scontata nell'alma città. Varie altre ipotesi avrebbero potuto ancora affacciarsi alla mente del Governo Vicereale, ammesso che faceva mestieri ritener sempre il peggio. Ma poi, in ultima analisi, perchè doveva esso rinunziare alla sua influenza con tanti sforzi conquistata in tale causa? Come potea riconoscere in modo assoluto la superiorità ecclesiastica anche pe' delitti di lesa Maestà, ciò che si era sempre negato a riconoscere? Senza alcun dubbio, agl'incessanti motivi di sospetto e di diffidenza venivano ad aggiungersi il risentimento e il puntiglio giurisdizionale, e bisognerebbe dimenticare tutta la storia napoletana per credere che questo risentimento e puntiglio avrebbero potuto rimanere senza conseguenze; evidentemente c'era più che non bisognasse per far ricorrere il Governo a' propositi più atroci, a fine di non lasciarsi sfuggire di mano il Campanella.

Il Nunzio non tardò a comunicare al Vicerè la risoluzione di S. S.tà, ed il 26 settembre potè ragguagliare il Card.lBorghese su quanto avea fatto[407]. Egli avea mostrato a S. E., che la risoluzione presa «non alterava quello che era stato fermato co' suoi antecessori in tal negotio»; D. Pietro de Vera «doveva intervenire a tutto quello che si trattava in detta causa; solo si voleva che non apparisse più come giudice». Arrestandoci un momento su queste parole del Nunzio, osserviamo che egli non interpetravafedelmente la risoluzione Papale, e la rendeva nel fatto assai meno amara; poichè ammetteva che D. Pietro sarebbeintervenuto a tuttoe bastava chenon apparisse giudice, mentre S. S.tàavea ritenutonon conveniente che giudicasse, ed ordinato al Nunzio checonoscesse spedisse e terminasse la causa per sè solo. Il Vicerè, che sicuramente avea avuto notizia della risoluzione originale di S. S.tà, mediante gli ufficii non mai interrotti della fazione Cardinalizia attaccata a Spagna, potè mostrarsi sereno, ma nel tempo medesimo dovè sentirsi preso sempre più da diffidenza; d'altronde era per lui molto facile vedere che a nulla avrebbe giovato il rinfocolare una quistione già pregiudicata da un solenne pronunciato del Papa, e conveniva meglio farlo cadere senza strepito, opponendovi la forza d'inerzia: ciò spiega il suo contegno nel momento, quale lo espresse il Nunzio nello scrivere a Roma, ed anche il suo contegno ulteriore, quale lo vedremo nello svolgimento successivo della faccenda. Secondochè scrisse il Nunzio, egli «mostrò di restare in pace», ma per non essere informato del fatto richiese che glie ne fosse lasciata memoria; rappresentava dunque la parte dell'ingenuo, e voleva intanto poste in iscritto le parole del Nunzio che già costituivano un guadagno. Da parte sua il Nunzio potè ancora scrivere a Roma, «non vedendo in questo quello che si possa opporre, spero che il negotio andrà per i suoi piedi»: con ciò egli mostravasi ingenuo davvero, mentre pure ricordava quale fiera lotta giurisdizionale vi era stata per costituire il tribunale, e sapeva che il Governo Vicereale non era punto avvezzo a cedere facilmente in queste lotte; ma forse rappresentava egualmente la parte dell'ingenuo con Roma, dando larghe speranze per non avere richiami sul modo in cui aveva interpetrata la risoluzione di S. S.tà. E quasi sentisse il bisogno di far bene intendere la sua interpetrazione, conchiudeva, che con D. Pietro aveva fin allora trattatounitamentee così procurerebbe di trattare per l'avvenire, acciò il negozio si tirasse avanti. Dalle quali parole può rilevarsi che egli intendeva un po' meglio le circostanze, e può rilevarsi ancora che avrebbe fatto terminare la causa condannando senz'altro il Campanella, giacchè D. Pietro non si sarebbe certamente pronunziato per un'assoluzione.

L'indomani, 27 settembre, il Nunzio scrisse la memoria chiestagli dal Vicerè: nel suo Carteggio n'è rimasta la minuta che noi pubblichiamo[408]. Dopo di aver fatta la storia particolareggiata di tutti i precedenti, egli terminava con lo specificare sempre meglio che S. S.tàsi contentava che D. Pietro intervenisse ad ogni cosa «eccetto che al sententiare» aggiungendo, «il che alla sustanza del negotio non vuol dir nulla, perche saremo d'accordo come siemo stati sin'adesso, et quello che concordemente si fermarà si esseguirà, sì che l'effetto sarà il medesimo come le dissi à bocca; desidero dunque che ella commetta al medesimo che intervengaquanto prima». Da tutto ciò il Vicerè potea desumere anch'egli ben chiaramente, che per parte del Nunzio il Campanella sarebbe stato senza alcun dubbio condannato; ma o si serbò diffidente o non volle passar sopra alla quistione giurisdizionale, e veramente si ha motivo di ritenere l'uno e l'altro concetto, per intendere l'ultimo periodo del processo. Così tanto nel Vicerè quanto in D. Pietro de Vera si vide una mollezza, una fiaccona, da doversi dire che già si era deciso di opporsi a Roma col non far nulla: e non è dubbio che D. Pietro trovavasi nello stadio più acuto dell'«attender solo a star allegramente innamorato della propria moglie» come ci lasciò scritto il Bucca; ma se il Vicerè avesse voluto, D. Pietro avrebbe adempito all'ufficio suo.

Il 3 ottobre, e poi il 9, e poi ancora il 17, il Nunzio faceva sapere a Roma, che il Vicerè avea commesso a D. Pietro di andare a vederlo, che D. Pietro non era venuto ed il Vicerè avea detto che vi sarebbe andato ad ogni modo, che poi D. Pietro avea mandato a fare le sue scuse con l'assicurazione che sarebbe venuto nella prossima settimana[409].—Ma in che modo fu appresa in Roma l'interpetrazione data dal Nunzio alla risoluzione di S. S.tà? Il 24 ottobre il Card.lBorghese, partecipando al Nunzio che la lettera del 26 settembre era stata letta in Congregazione innanzi a S. S.tà, diceva laconicamente, «in risposta non mi occorre altro, se non ch'ella si regoli conforme a quel che sopra di ciò per ordine della S.tàsua le fù scritto». Riesce impossibile vedere in queste parole un consentimento; tutt'al più vi si potrebbe vedere un'acquiescenza, ma vi si trova ad ogni modo ripetuto l'ordine di adempiere alla risoluzione quale era stata trasmessa[410].

Finalmente in data del 7 novembre il Nunzio fece sapere a Roma essersi dato ordine che i frati, i quali avevano avuto il termine alle difese avessero l'Avvocato e il Procuratore, per poter poi finire il negozio coll'intervento del Sig.rD. Pietro de Vera[411]. Non apparisce qui chiaramente che D. Pietro abbia preso parte nella decisione di dare quell'ordine, ma parrebbe piuttosto di no. È superfluo intanto ripetere che l'Avvocato e il Procuratore occorrevano solamente per intimar loro la citazionead dicendum, necessaria nel momento in cui il tribunale dovea riunirsi per sentenziare; ma le difese erano state già fatte pel Campanella, rinunziate dagli altri rimanenti frati. Si potrebbe credere che allora veramente l'Avvocato avesse dovuto cominciare l'adempimento dell'ufficio suo, e perfino che la Difesa scritta del De Leonardis abbia a ritenersi composta nel periodo al quale siamo pervenuti: ma oltrechè la procedura del tempo non giustificherebbe tale credenza, il titolo diadvocatus pauperumaggiunto al nome del De Leonardis basta adeliminarla; poichè abbiamo già visto l'Avvocato De Leonardis promosso a Fiscale, e successivamente anche a Consigliere il 3 aprile 1602, sicchè egli era già Consigliere in tal tempo, e qui possiamo aggiungere che l'ufficio di Avvocato de' poveri si teneva da Gio. Geronimo di Natale, con esecutoria di Privilegio notata il 21 giugno 1602[412]. Adunque, come è stato detto altrove, le difese doveano dirsi compiute, e l'intervento dell'Avvocato rappresentava una quistione di forma più che di sostanza[413].

Dopo il 7 novembre 1603 si verificò una lunga interruzione perfino nelle notizie riguardanti la causa: e questo non può spiegarsi in altro modo, che ammettendo un'assoluta noncuranza di D. Pietro de Vera nell'adempimento del suo ufficio, naturalmente col consenso segreto del Vicerè. Le lettere del Nunzio non offrono più alcun cenno del Campanella fino al 23 luglio 1604; manca veramente un registro ossia un fascicolo di queste lettere, ma la mancanza si estende appena dal 4 maggio al 5 luglio 1604, e la lettera del 23 luglio, nella quale si ricomincia a parlare del Campanella, è concepita in modo da fare intendere che non se n'era mai più parlato da lungo tempo. Anche le lettere di Roma non offrono nulla per tutto il suddetto periodo; nè può supporsi che nella raccolta di esse vi sia qualche lacuna concernente il Campanella, poichè se da Roma fosse venuta la menoma richiesta di notizie intorno a lui od intorno alla causa de' frati in generale, il Nunzio non avrebbe potuto mancare di rispondere, e nel modo in cui sono registrate le lettere o meglio le minute delle lettere del Nunzio, la risposta si sarebbe dovuta trovare. Ciò mostra bene quanto pensiero si davano del Campanella in Roma, e quanto siano andati lungi dal vero i biografi, i quali hanno ritenuto che in Roma volevano assolutamente trarre il Campanella da Napoli, e che il S.toOfficio con la sua condanna, concepita nel senso che conosciamo, aveva avuto principalmente quello scopo. Frattanto è certo che un nuovo aggravamento si era verificato nelle condizioni del Campanella. Il silenzio serbato per tanto tempo dal Nunzio, e poi la solita necessità d'ingarbugliare taluni fatti da parte del filosofo, hanno contribuito del pari a rendere oscuro questo periodo della sua prigionia: ma le deposizioni di Felice Gagliardo in punto di morte, e un altro documento da noi trovato in altre scritture d'Inquisizione, ci mostrano indubitatamente che il filosofo venne separato da' frati suoi compagni e rinchiuso con maggiore durezza nel torrione del Castel nuovo; altri documenti poi, allegati al processo di eresia, ed anche alcune notizie date in sèguito dal filosofo medesimo, ci fanno argomentareche tale trattamento più duro dovè essergli inflitto nel luglio o agosto 1603, sebbene egli, per procurarsi la commiserazione di Roma e dissimulare varie circostanze sfavorevoli, abbia esposte le cose in modo da far intendere che l'avessero tradotto nel Castello di S. Elmo in una fossa, la qual cosa accadde veramente più tardi, con ogni probabilità appunto nel luglio dell'anno successivo.

Ecco distintamente quanto era avvenuto al Campanella da che l'abbiamo lasciato, cioè dagli 8 gennaio 1603, giorno in cui gli fu letta la sentenza avuta nel processo di eresia. Egli continuò a rimanere per circa sei mesi nelle carceri comuni del Castel nuovo, in relazione co' frati, e segnatamente con fra Pietro di Stilo, unico suo confidente oramai dopo la liberazione di fra Pietro Ponzio, in relazione del pari con Felice Gagliardo, che da molto tempo bazzicava anche troppo co' frati: ed abbiamo avuta occasione di dire che ebbe una visita del Marchese di Lavello cui consegnò la sua opera dellaMetafisica, ma dobbiamo aggiungere che dal 25 febbraio al 15 aprile di quest'anno ebbe anche occasione di far la conoscenza di alcuni Signori tedeschi venuti nelle carceri del Castello, uno de' quali divenne da tale data suo amicissimo e caldo protettore. Il Conte Giovanni di Nassau avea fatta in incognito un'escursione a Napoli per curiosare la città, seguito da due gentiluomini, Cristoforo Pflugh e Geronimo Tucher, e dal domestico Giovanni Winckes, inoltre accompagnato da Gio. Ottavio Gonzaga che aveva al suo sèguito Uberto Caroni di Bozzolo. Visitata la città i viaggiatori si trovavano oramai in partenza, quando un dispaccio da Roma del Duca di Sessa avvertì erroneamente che un figlio, o nipote, o fratello del Conte Maurizio di Fiandra ribelle al Re di Spagna, con un sèguito di Cavalieri francesi era venuto in Napoli; il Vicerè diede immantinente ordine di catturarli. Il Conte col suo domestico era già partito in precedenza e fu raggiunto a Sessa, gli altri furono rinvenuti ancora in Napoli, tutti furono tradotti nel Castel nuovo[414]. Al Gonzaga, parente del Duca di Mantova, che dimostròessersi accidentalmente trovato in compagnia de' tedeschi fu concesso di tenere per carcere, insieme col Caroni, la casa del Principe di Conca; al Nassau col suo domestico fu assegnata nel Castello una carcere separata, agli altri furono assegnate le carceri comuni, ma certificato l'equivoco mediante un'informazione presa da D. Pietro de Vera, furono poi rilasciati con molte cortesie equivalenti a scuse[415]. Durante la prigionia il Campanella si strinse in grande amicizia sopratutto con Cristoforo Pflugh, latinamente Flugio, il quale parrebbe che appartenesse alla celebrata ed opulenta famiglia de' Fuggers negozianti di Augusta e divenuti Baroni di Kirchberg e Veissenhorn, più conosciuti in Italia col nome di Fuggheri e Foccari; ma avrebbe dovuto rabberciare il suo cognome e dichiararsi Sassone per rimanere incognito, e riesce allora notevole che perfino dopo molti e molti anni, a tempo della redazione delSyntagmail Campanella abbia continuato a chiamarlo «Flugio», come riesce notevole che a tempo della prigionia in Castel nuovo sia stato di religione protestante. Da alcune parole che leggonsi nel Carteggio del Turaminis, Agente Toscano, parrebbe che al pari degli altri suoi compagni di carcere egli dimorasse allora in Siena, forse ad oggetto di studio, e questo nemmeno si accorderebbe troppo coll'età del Cristoforo Fugger che conosciamo dall'opera del Custos[416]. Ad ogni modo non sembra dubbio che egli appunto abbia fatto conoscere il Campanella a' Fuggers, come certamente lo fece conoscere a Gaspare Scioppio, onde queste poche notizie su' Fuggers non saranno state inutili, avendo ancora ad incontrarli nel corso della nostranarrazione. Una lunga lettera posteriore del Campanella diretta allo Pflugh e da noi pubblicata, riferibile all'anno 1607, ci fa conoscere che tanto lo Pflugh quanto il Conte Giovanni s'interessarono molto della sua sorte, e promisero di aiutarlo presso i Principi di Germania, che lo Pflugh specialmente si affezionò a lui, ascoltò le sue meditazioni filosofiche e religiose chiamandolo Mastro, gli giurò che avrebbe avuto pensiero della sua libertà, ne ebbe l'opera della filosofia (senza dubbio l'Epilogo, e probabilmente anche altre opere tra le quali laMonarchia di Spagna); mostrò poi una volta al Campanella un libro di spiriti che il Campanella derise, e videro anche insieme certe donzelle, che dalle finestre invitavano il Campanella a scherzi più che egli non avrebbe voluto (certamente le donzelle abitanti ne' piani superiori del Castello, a taluna delle quali il Campanella avea diretto e forse dirigeva ancora poesie più o meno vivaci); infine liberato dalla carcere ed andato a Roma si convertì al Cattolicismo, onde al Campanella balenò la speranza che glie ne sarebbe derivato un gran bene presso la Curia, avendo lui influito su tale conversione, e poi, col procurargli l'aiuto di altri suoi potenti amici e più tardi anche quello dello Scioppio, diè motivo di fargli concepire speranze sempre maggiori[417]. Le deposizioni di Felice Gagliardo, fatte al S.toOfficio in punto di morte, compiono la conoscenza di questo incidente. Lo Pflugh ed il Tucher andarono a stare nella camerata del Gagliardo, il quale insegnò loro le orazioni cattoliche poichè dubitavano di essere stati presi come eretici; ma fecero anche, tutti insieme, certe pratiche di negromanzia per rendersi invisibili ed uscire così dal Castello, secondo i precetti di Gio. Wierio, avendone procurato il libro De Menomachia daemonum (sic) e trattane anche una copia[418]. Fu questo certamente il «libro di spiriti», che lo Pflugh mostrò al Campanella, e, come si vede, il Gagliardo trovavasi già molto avanti negli sperimenti di negromanzia e nella evocazione de' demonii.

Ma dopo circa sei mesi il Campanella dovè essere separato dagli altri frati e posto nel torrione del Castello, come risulta da più documenti. In primo luogo le medesime deposizioni anzidette del Gagliardo ce ne danno notizia precisa, rivelandoci in pari tempo fatti della maggiore importanza, capaci d'illustrare non solo tale periodo della prigionia ma anche il tema difficilissimo delle credenze riposte del Campanella con qualche tratto della sua vita intima: e sebbene al Gagliardo non si possa menomamente accordareuna cieca fede, massime poi nelle condizioni in cui si trovava al momento di deporre questi fatti, vedrà ognuno se essi non concordino con le notizie che abbiamo da altri fonti indubitabili[419]. Il Gagliardo disse, che essendosi già dato alla negromanzia, esercitata pure con taluni de' frati prigioni ed egualmente con altri, avea conosciuto il Campanella nel Castello, e nella carcere dove il Campanella stava, «al torrione», aveva appresa da lui segretamente l'astrologia, studiandola nelle Effemeridi del Magino, nell'Almanach, nel Cardano, libri che con altri ancora, e con gli scritti, un'amica a nome Oriana, dimorante sotto le carceri, con la quale il filosofo «faceva all'amore», conservava e poi porgeva mediante una cordicina dietro segnali convenuti, allorchè il filosofo li voleva: aggiunse, riportandosi evidentemente ad un periodo anteriore, che il Campanella non era affatto pazzo, ma tale si era finto per salvare la vita, che quando veniva gente estranea egli faceva pazzie, e poi con lui e con fra Pietro di Stilo, il quale gli era compagno, ridevano che avesse fatto credere di esser pazzo. Riferì inoltre che avendo più volte discorso da solo a solo col Campanella del testamento vecchio e del miracolo di Mosè al mare rosso, egli avea detto «che ne credesse solo quello che havea potuto essere naturalmente, et che l'altre cose che non potevano essere naturalmente non bisognava crederle, ancor che fussero scritte alla biblia» etc.; che poi gli aveva pure insegnato in Castello come dovesse adorare Dio, facendoglielo scrivere ed anche scrivendoglielo di sua mano, cioè a dire in piedi, col capo scoperto o coperto a volontà, guardando al cielo e recitando alcuni determinati salmi (ved. nel d.toDoc.) ma senza terminare col Gloria Patri etc., non credendo alla 2ae 3apersona della Trinità, ed invece dicendo: «Deo optimo maximo, potentissimo et sapientissimo, io te prego è supplico per lo fato armonia et necessità, per la potentia sapientia et amore et per te medemo, et per il cielo è per la terra et per le stelle erranti è fisse...». E gli aveva insegnato egualmente come dovesse adorare il sole e la luna, guardando in piedi, coperto o scoperto, fissamente il sole al nascere o al tramontare, e dicendo, «O sacro santo sole, lampa del cielo, patre della natura, portatore delle cose à noi mortali, conduttieri dela nostra Simblea» etc. per poi dimandare ciò che desiderava; ed alla luna, «Matre di tenebre» etc. etc. facendo lo stesso anche verso ciascun pianeta, le quattro parti del mondo e gli angeli che ad esse presedevano. Conchiuse poi il Gagliardo affermando, che con tali preghiere non aveva mai ottenuto nulla, che le eresie apprese dal Pisano e dal Campanella erano «capricci di huomini bestiali, dissoluti, senza fondamento di ragione alcuna», che il Campanella talora gli diceva certe cose e talora il contrario, e quando egli dimandava il motivo di queste contradizioni, gli rispondeva non esserestato inteso bene la prima volta. Naturalmente il Campanella, con la solita astuzia, faceva la parte del distratto: ci toccherà poi di vedere che alcuni cenni, datici da lui in qualche lettera ed anche in qualche opera, confermano sufficientemente le notizie deposte dal Gagliardo; ma già fin d'ora ognuno avrà senza dubbio ravvisato il riscontro che esse offrono con la legge naturale lodata dal Campanella, co' suoi principii metafisici, con le cose esposte nellaCittà del Soleed anche cantate nellePoesie[420]. Si ha quindi un gravissimo argomento per non dubitare del racconto del Gagliardo, della relazione del filosofo con D.aOriana, la quale evidentemente sarebbe la Dianora che abbiamo visto celebrata da lui con un Sonetto,non che dell'essere stati insieme contemporaneamente il Campanella e il Gagliardo «al torrione»; gioverà d'altronde ricordarsi che il Gagliardo dovè passare nel torrione appunto nel secondo semestre del 1603 e rimanervi fino al 2 marzo 1604, essendo stato quello il tempo delle sue strette col S.toOfficio, sicchè non ci manca nemmeno l'indizio della data.

Abbiamo poi anche un documento notevole raccolto in altre scritture d'Inquisizione, che attesta del pari essersi il filosofo, nel periodo anzidetto, trovato nel torrione del Castel nuovo separato dagli altri frati: è la deposizione di un carcerato della Vicaria in una Informazione presa contro fra Pietro di Stilo quando era già uscito dal carcere. Un Ciommo ossia Girolamo dell'Erario, dimandato se fosse mai stato in altre carceri oltre quelle della Vicaria, rispose di essere stato, precisamente verso il marzo 1604, nel Castel nuovo; e «prima (egli disse) fui posto in una fossa dove stetti per otto giorni, dopoi fui levato da la fossa, et fui messo alo torrione dove stava uno che si diceva fusse Campanella, et portava la chierica come portano li frati, non intesi di che ordine fusse, et il Carceriero, et Campanella dicevano che era Calabrese, et per un mese in circa dimorai à quello torrione con lo Campanella, è ci venevano altri carcerati, è poi ne erano levati. Et essendo stato con lo Campanella da un mese, fui messo dopoi ad un altra carcere di castello, dove trovai uno monaco che andava vestito da monaco con le veste bianche, che si chiamava frà Pietro, uno mastro Marco scarpellino...etc., et alla carcere di frà Pietro dimorai da un mese in circa, dopoi fui tormentato in castello per la causa mia, è fui messo al civile del castello, dove stavano diversi carcerati, tra li quali ci erano tre frati vestiti di bianco, che uno havea nome frà Paolo, deli altri non mi ricordo lo nome» etc.[421]. Questa separazione anche di fra Pietro di Stilo, questa differenza di trattamento, più duro per fra Pietro e meno duro per gli altri frati, meritano del pari di essere avvertite. Sorge naturalmente il pensiero che fra Pietro, l'amico intimo del Campanella, avesse dato motivo di richiamare sopra di sè l'attenzione del Governo: rimanga intanto assodato che nel marzo 1604 il Campanella trovavasi nel torrione, e non sembri puerile se facciamo avvertire che egli vi si trovava tuttora in abito laicale, riconoscibile solo pel suo capo raso e per la sua «corona»; qualunque fatto anche minimo della persona sua ci apparisce sempre memorabile.

Nè questo è tutto. Rammentino i lettori que' duc.ti200 inviati da' conventi di Calabria in sussidio de' frati, e la stentata distribuzione che ne faceva il Prezioso dietro ordini successividel Vescovo di Caserta: un ordine del 2 settembre 1603 assegna duc.tidue a ciascuno de' quattro frati carcerati, non più 5, mancandovi il Campanella: questo stesso si verifica in due altri ordini posteriori (27 febbraio e 9 giugno 1604). Non sarebbe impossibile che specialmente nel 1oordine del 2 settembre 1603 fosse corsa una pura e semplice dimenticanza del Campanella da parte di quel Vescovo, che se ne curava così poco e così male: egli vi dimenticò certamente fra Paolo della Grotteria, ma ve l'aggiunse subito come il documento mostra, e così avrebbe potuto aggiungervi nel tempo stesso il Campanella; laonde bisogna dire che il 2 settembre era già accaduto qualche cosa di nuovo per il povero filosofo, e non abbiamo bisogno di far notare come questa data collimi più che sufficientemente con quella del luglio o agosto che vedremo or ora da lui accennata. L'ultimo ordine di pagamento poi, l'ordine del 9 giugno 1604, fu provocato da due memoriali de' frati, e segnatamente uno di essi reca che «li poveriquattrofrati di S.toDomenico carcerati nel Regio Castello novo» si trovano ignudi ed affamati, senza il denaro della Corte da più mesi e senza alcuno indizio di prossima spedizione, onde supplicano che si dia loro quel poco danaro rimasto e si parli a S. E. per la spedizione della loro causa[422]; adunque nemmeno da questo lato figura più il Campanella, e parrebbe veramente che soli quattro frati fossero rimasti in Castel nuovo e che il Campanella non vi si trovasse più. Ma non è possibile passar oltre alla deposizione di Ciommo dell'Erario sopra riportata; e quindi persistiamo nel ritenere che il Campanella alle date suddette trovavasi anch'egli nel Castel nuovo, bensì ristretto nel torrione, toltagli qualunque comunicazione con gli esterni ed anche co' frati suoi compagni; questi non ne parlarono ne' memoriali presentati, essendo loro vietato di comunicare con lui, e forse pure avendo dovuto persuadersi, che a voler fare causa comune con lui non sarebbero mai più venuti a capo di nulla.

Vi sono infine i cenni datine dal Campanella medesimo in più lettere ed anche nell'opera dell'Atheismus triumphatus, che scrisse dopo questo periodo, sebbene, come abbiamo già detto, egli siasi ingegnato di fondere insieme il passaggio al torrione e quello alla fossa di Castel S. Elmo. In una sua lettera al Papa, in data del 13 agosto 1606, egli scrisse cosi: «Hor sono tre anni (e quindi verso il luglio o l'agosto 1603) havendo interrogato il demonio che si faceva angelo, e compariva ad una persona da me instrutta a pigliar l'influsso divino, al qual mi pareva disposto per la sua natività che mirai, rispose di tutti i regni che dimandai... (seguono molte rivelazioni singolari specialmente intorno a Venezia e a Roma). Io accorto che era diavolo in molti segni, et avvisando quella persona dicendoli che dimandasse segnali come Gedeone et altre industrie, promesse il diavolo darlipoi; ma comparse ad un signore in uno specchio, che trattava farmi fuggire, e lo fè che mi tradisse e rivelasse; e fui posto in questa fossa pur dal diavolo predettami». Ecco qui un disegno di evasione trattato e scoperto, che vedremo affermato anche dal Nunzio e che, naturalmente, ci occuperà di proposito; ma per ora lo mettiamo da parte. Al Card.lFarnese, pochi giorni dopo, il Campanella scrisse pure: «M'occorse ver la natività d'una persona, li dissi ch'era inclinata alla profezia, li donai il modo di disponersi all'influsso divino, e perchè egli era scelerato, li comparse il diavolo e dicea esser angelo, e ci donò avviso di molte cose future in molti regni del mondo e del Papato e di Venetia ch'ha a rovinare. Io poi dimandai segni come Gedeone; s'era Dio o angelo, ci li promesse, e perchè non insegnassi a colui a scoprir il diavolo, esso diavolo mi fece ponere in questa fossa con stratagemma stupenda che non posso scrivere». Egualmente al Card.lS. Giorgio riferì la cosa medesima, con poca differenza di parole e con questa circostanza di più, che il diavolo «fè capitar male quel pover'huomo», senza dirne altro[423]. Non occorre poi riportare testualmente i brani dell'Atheismus triumphatusallusivi allo stesso fatto, avendo avuta già da un pezzo occasione di riportarli (ved. vol. 1.opag. 21 in nota). Il Campanella in essi parla di «un astrologo moderato» spinto dalla superstizione di Aly Aben ragel, avido di sperimentare la dottrina de' Santi, che istruì un giovane incolto nel modo di pregare gli Angeli de' pianeti, lo dispose con le orazioni e le cerimonie, e il giovane cominciò a vedere cose mirabili, apparendogli uno spirito che si fingeva Angelo o luna, o sole, o Dio: l'astrologo per mezzo di costui ebbe risposte su cose gravissime, ma essendosi accorto che si trattava del demonio, si vide il falso angelo con inganni incredibili separare il giovane dall'astrologo e condurlo a morte violenta, oltrechè si vide un altr'uomo, che aspettava certe promesse fatte prima del caso del giovane, condotto a malanni atrocissimi etc. etc. Avremo in sèguito a commentare tutto questo garbuglio, ma già si vede manifestamente che si tratta qui delle relazioni passate tra il filosofo e il Gagliardo, con le preghiere al sole, alla luna, alle stelle, e con tutte le altre cose insegnategli mentre componeva appunto lasua opera diAstronomia, essendo l'astrologo e l'altro uomo, posti in iscena nell'Atheismus, una persona sola, il Campanella. Le lettere chiariscono i racconti dell'Atheismus, ed esse, come abbiamo veduto, ci menano al luglio o agosto 1603 quanto alle pratiche astrologiche fatte dal Gagliardo con l'assistenza del Campanella; d'altro lato il processo del Gagliardo ci mena al 2 marzo 1604 quanto alla separazione di lui dal Campanella, giacchè appunto in tale data egli fu liberato dal carcere, per poi tornarvi di nuovo ed essere condannato all'ultimo supplizio due anni dopo. Manifestamente quindi la data del luglio e agosto 1603 è quella del passaggio «nel torrione del Castello» dove il Campanella di certo si trovava tuttora il 2 marzo 1604, giacchè il Gagliardo difficilmente avrebbe mancato di dirne qualche cosa laddove ne fosse stato tolto prima: risulta perciò ben giustificata anche l'affermazione di Ciommo dell'Erario, d'averlo visto nel torrione in marzo 1604 separato dagli altri frati, e come il non trovare il Campanella contemplato negli ordini di pagamento della sovvenzione ai frati in data del 2 settembre 1603, e 27 febbraio 1604, non implica che egli fosse stato già tradotto a S. Elmo, così non l'implica nemmeno il non trovarsi contemplato in quello del 9 giugno 1604. Vedremo poi che non mancano altri argomenti per farci dire che il Campanella dovè essere tradotto dal torrione nella fossa di S. Elmo appunto verso il luglio 1604. E se vogliamo indagare perchè sia stato posto nel torrione in luglio o agosto 1603, ne troviamo facilmente il motivo, ricordando che appunto in tal tempo giunse la notizia dell'imbarco di fra Dionisio sull'armata turca, con le sue ciarle già narrate della prossima liberazione del Campanella. Il fatto della conversione di fra Dionisio alla fede maomettana, che recava un aggravio manifesto a' giudizii già gravi intorno alle imprese disegnate in Calabria, fu sentito dal Campanella al punto, da vederlo schermirsene con tutti gli argomenti, possibili ed impossibili, in ciascuna delle lettere che scrisse nel 1606-1607, non appena vide la necessità di far udire la sua voce direttamente ai personaggi altolocati. Il fatto poi egualmente grave dell'imbarco sull'armata turca, veleggiando verso il Regno, fu dissimulato dal Campanella costantemente, e col proposito suo di volerlo dissimulare si spiega benissimo l'aver confuso il passaggio al torrione del Castel nuovo, il disegno di evasione scoperto, il trasporto a Castel S. Elmo, tre avvenimenti affatto distinti e verificatisi in tre tempi diversi.

Veniamo appunto alla faccenda del disegno di evasione scoperto e del passaggio a S. Elmo. Come dicevamo, il Nunzio ne fece menzione egli pure nelle sue lettere a Roma. Dopo circa otto mesi di silenzio, ripigliando la sua corrispondenza, nella lettera del 23 luglio 1604 egli ritesseva la storia delle peripezie avvenute per la spedizione della causa; riproduceva il fatto del matrimonio di D. Pietro de Vera, ricordava la risoluzione presa da S. S.tàper tale circostanza, esponeva le sue sollecitazioni continue per venire«a qualche conclusione». E soggiungeva: «Ma l'essersi scoperto quà un certo Greco che praticava di fare scappare di Castello Fra Tommaso Campanella, come scappò Fra Dionisio Pontio et un'altro suo compagno, hà tenuto il negotio sospeso in modo, che non si è potuto trattar della sua speditione. Finalmente sabato passato fummo insieme, et quanto al detto Campanella S. E. l'hà fatto condurre nel Castello di S. Elmo, et non vuole che per ancora si tratti della sua speditione, crederò io, per quanto scuopro, per non haver interamente chiarito questa pratica che si teneva per la sua liberatone. Trattammo degli altri quattro che restavano» etc.[424]. Se non c'inganniamo, dal contesto della lettera del Nunzio appariscono due fatti non contemporanei, la scoperta di certe pratiche per far fuggire il Campanella, la quale avea per qualche tempo tenuto sospesa la spedizione della causa, e il trasporto del Campanella a S. Elmo del tutto prossimo alla data della lettera, per un motivo che il Nunzio mostra di supporre e che difficilmente persuaderà alcuno, giacchè per continuare a chiarire le pratiche dell'evasione non occorreva tradurre il Campanella a S. Elmo; dovè quindi esservi un altro motivo che il Nunzio volle dissimulare, e la cosa riuscirà confermata da quanto saremo per dire. Innanzi tutto cerchiamo d'indagare chi mai abbia potuto avere tanta pietà pel povero prigioniero da intavolare trattative di evasione, chi mai abbia potuto essere quel Greco che praticava di farlo fuggire, come pure in che data potè questo accadere.

Sappiamo dalle notizie sparse nel processo di eresia che molti venivano nel Castel nuovo, ed entravano col carceriere nella stanza del Campanella per vederlo quando era pazzo; ma evidentemente bisogna guardare un po' in alto per la faccenda in quistione. Senza dubbio ebbe a visitarlo più o meno spesso il Marchese di Lavello Gio. Geronimo del Tufo, ed abbiamo visto che «nel 1603» ci fu una sua visita ricordata nelSyntagma. Pertanto il Residente Veneto, in data del 3 febbraio 1604, riferiva al suo Governo, che pareva si andassero «risvegliando novi pensieri del Campanella che si trova in Castello per li trattati da lui maneggiati in Calabria», che era stato ultimamente di ordine del S.rVicerè «carcerato il Marchese di Laviello, di casa del Tuffo, sospetta alla Ecc.zasua che tenesse le mani in simili negotii», e che ad essi si attendeva con molta diligenza etc.[425]. Ecco un nome ed una data che fanno volgere a buon dritto la mente sul progetto di evasione stato scoperto: il Residente potè non essere informato della cosa a fondo, e tutto il suo Carteggio mostra che davvero non lo fu mai; ma non gli mancò la notizia di diligenze che si facevano, e di una carcerazione, che riesce del tutto naturale credere motivata da qualche indizio o sospetto di maneggio in tale faccenda.Anche il Gagliardo nelle sue ultime deposizioni ricordò l'avvenimento senza accennare a' motivi, ciò che mostra essere stato da lui pure ignorato il progetto di evasione e la scoperta fattane: ma riescono sempre notevoli i termini ne' quali si espresse, avendo ricordato che il Marchese «per un tempo stette carcerato in detto Castello»[426]. Considerando che il Gagliardo ne uscì nel marzo 1604, bisogna conchiudere che il Marchese ne fosse già uscito a questa data, e però vi fosse rimasto un mese o poco più: naturalmente tale circostanza mena a ritenere essersi avuto per lui un semplice sospetto ben presto chiarito senza solida base, oppure aver lui avuta una parte del tutto secondaria ed anche inconsapevole ne' maneggi per l'evasione. Chi dunque potè provvedervi? La mente ricorre subito a Cristoforo Pflugh, ed a' Fuggers de' quali abbiamo già dato notizia a proposito dello Pflugh; le promesse di Cristoforo, ed anche una parola del Naudeo, il quale nel Panegirico ad Urbano VIII, enumerando i tentativi fatti per la liberazione del Campanella, citò i «tot evanidos Fuggerorum ausus», ci aveano indotto a ritenere che con ogni probabilità i potenti mezzi di questa famiglia avessero potuto preparare l'evasione; le notizie poi dell'Epistolario del Fabre ora pervenuteci col nuovo libro del Berti, mostrando che in particolare Giorgio Fugger, dopo questo tempo, fissò perfino una somma di 10 mila ducati per aiutare la liberazione del Campanella, convalidano sempre più tale opinione[427]. Aggiungiamo inoltre che non deve recar meraviglia l'intervento pure di quel certo Greco che praticava di farlo scappare, secondo la notizia datane a Roma dal Nunzio. Il Carteggio Veneto ci mostra che da un pezzo trovavasi nel Castel nuovo un Pietro Lanza, bandito di Corfù, al quale facevano capo i parecchi Greci che venivano in Napoli con progetti di imprese da corsari contro i turchi. Il Lanza, già capo delle spie del Levante per conto del Governo Vicereale, si era dilettato di simili imprese perfino nell'Adriatico, che la Serenissima considerava come suo Golfo: dietro richiami del Residente il Vicerè Conte di Lemos lo rinchiuse nel Castel nuovo (6 novembre 1599), ma dandogli tutto il Castello per carcere e speranza di prossima libertà. Egli propose allora alla Viceregina, e costei accettò, di mandare due feluche in corso alla Vallona «nelle viscere de i stati da mare di quella Serenissima repubblica», come diceva lamentandosi il Residente, e nel marzo 1600 fu liberato per tentare l'impresa, essendo stato il suo ufficio già dato a un Jeronimo Combi: fatti i preparativi, il Lanza si unì con un Michele Protetri, egualmente bandito di Corfù e corsaro, venuto in Napoli a rilevarlo, e con lui si partì di notte segretamente (7 maggio 1602). Cercarono insieme d'impadronirsi di una nave Buduana nelle marine di Otranto,ma non riuscirono: il Lanza tornò a Napoli e dovè rientrare nel Castel nuovo (7 agosto 1602). Quivi egli non cessò mai di far progetti contro i turchi, lusingando le cupidigie spagnuole, e giunse a prevalere su Jeronimo Combi e ad avere diversi incarichi di spedizioni segrete: nè gli mancarono mai collaboratori levantini, specialmente Greci, che venivano in Napoli e si dirigevano appunto a lui nel Castel nuovo, con disegni di sorprendere senza pericolo, sicuramente, il tale o tal altro Castello turco e farvi ottima preda[428]. Riesce quindi del tutto verosimile che qualcuno di costoro siasi preso l'incarico di procurare la fuga del Campanella, e che inoltre rappresenti quel Signore il quale poi finì per tradirlo e rivelarne i disegni, secondo ciò che ne lasciò scritto il Campanella medesimo.

Volendo dunque determinare la data della scoperta delle pratiche di evasione, non ne avremmo altra più verosimile che quella della carcerazione del Marchese di Lavello, cioè il gennaio 1604; e sarebbe pure, naturalmente, di poco anteriore la data della comparsa del diavolo con le sue rivelazioni, e dello spavento incusso a quel Signore che rivelò il disegno della fuga. Potrebbe sembrare una grossa obiezione la difficoltà di una riunione di più individui, perfino con qualcuno estraneo, in una carcere dura: ma bisognerebbe non aver mai conosciuto la curiosità de' carcerieri, prigioni e visitatori di ogni genere, in fatto di cose soprannaturali, sempre supposte feconde di grandi guadagni, in grazia de' quali non c'è nè compromissione nè rischio che valga a trattenere. E se è certo che nel marzo 1604 il Campanella trovavasi tuttora nel torrione del Castel nuovo, bisogna dire che la scoperta delle pratiche di evasione non abbia avuta influenza sul mutamento di Castello, e bisogna trovare un altro motivo per ispiegare il passaggio a Castel S. Elmo. Ritenendo che questo passaggio sia avvenuto nel luglio 1604, in un tempo del tutto prossimo alla data della lettera con la quale il Nunzio faceva conoscere la avvenuta riunione del tribunale Apostolico, troviamo facilmente il motivo del trasporto a S. Elmo nell'essersi voluto dal Governo che il tribunale si riunisse per la spedizione della causa degli altri frati senza potersi occupare del Campanella, tanto più dopochè il Nunzio aveva insistitonel voler sentenziare egli solo; con ciò ci spieghiamo pure che il Nunzio abbia voluto dissimulare questo avvenimento rincrescevole, compiuto in dispregio di lui e della Curia. È chiaro infatti che dovendo il tribunale riunirsi, qualora il Campanella fosse anch'egli rimasto nel Castel nuovo, non si sarebbe potuto evitare, senza recriminazioni e contrasti, che il Nunzio lo avesse fatto almeno venire alla sua presenza, mentre egli trovavasi là rinchiuso qual suo prigione, a sua istanza e sotto la sua autorità, secondochè fin da principio era stato convenuto con Roma. C'imbatteremo poi, nel progresso di questa narrazione, in parecchie circostanze che riescono a confermare la data del luglio 1604, e non mancheremo di notarle a misura che si presenteranno. Vogliamo intanto far avvertire che la scoperta del progetto di evasione non diede propriamente motivo di far finire il processo del Campanella nella barbara guisa in cui finì, ma diede soltanto occasione di giustificare in qualche modo il sistema dell'inerzia che era stato deciso ed attuato già da molto tempo; quando vi fu pericolo di vedere questo sistema compromesso, si venne nella determinazione di allontanare il Campanella ordinandone il trasporto a S. Elmo.

Come abbiamo avuta occasione di dire, i quattro frati minori, mal ridotti, insistevano vivamente per la spedizione della loro causa, e tolta di mezzo la persona del Campanella, vennero finalmente i Giudici a riunirsi e ad occuparsene nella 2ametà di luglio 1604. D. Pietro de Vera, che per tanti e tanti mesi non si era prestato, si decise allora a prestarsi, ma sarà bene rilevare dalle parole testuali del Nunzio in qual modo: «Trattammo degli altri quattro che restavano, et l'uno, Fra Domenico da Stignano, come più colpevole, fummo d'accordo che si condennasse per tre anni in Galera, gli altri che restavano, attesa la purgatione fatta da loro con li tormenti, si licentiassero, con questo però che non potessino tornare in Calabria per tempo à beneplacito di S. S.tàEt quando si cominciorono à dettare le sentenze, scoprendo che in esse il Sig.rD. Pietro di Vera voleva esser nominato come prima, contradissi, et gli mostrai la lettera che tenevo. Rispose che non voleva risolversi sopra questo, senza parlarne prima con S. E., et se bene gli replicai che questo non serviva à niente, toccando à N. S.reil risolver sopra ciò, stette pur nel proposito, e mi chiese copia della lettera, et io glie la diedi, parendomi necessario metterla anche nel processo». Così veramente D. Pietro discusse e fu d'accordo col Nunzio, il quale si attenne all'interpetrazione che avea data alla risoluzione Papale; e fra Domenico Petrolo fu condannato a tre anni di galera «come più colpevole», sicchè fino all'ultimo momento venne ammessa la colpa; gli altri poi furono rilasciati solamente coll'obbligo dell'esilio dalla Calabria, ad arbitrio di S. S.tà«attesa la purgatione fatta da loro con li tormenti». Si vede qui ancora una volta con quanto poca attenzione il Nunzio si era occupato e si occupava di questa causa: per lacongiura il solo Petrolo aveva avuto il tormento, gli altri non ne avevano avuto punto, siccome mostrano anche due loro comparse altrove ricordate (ved. pag. 242); l'avevano bensì avuto per l'eresia e neanche tutti, essendone rimasto esente fra Paolo, ed il Nunzio confondeva insieme l'una e l'altra causa. Ma riesce notevolissimo quell'atteggiamento di D. Pietro nel voler figurare come Giudice, dopo che si era tanto parlato della risoluzione contraria di S. S.tà, come del pari l'atteggiamento del Nunzio nel volerglielo impedire. D. Pietro, Commissario Apostolico, per tanto tempo non si era curato di leggere la risoluzione Papale che lo riguardava, ed in ultima analisi volle prender consiglio dal Vicerè intorno ad essa: in tal modo egli mostravasi quello che realmente era, e che un Breve Papale non valeva a far cessare di essere, il rappresentante del Governo. Ed il Nunzio continuava a dar prova di una sorprendente ingenuità, obiettandogli che il parlarne al Vicerè «non serviva a niente, toccando a N. S.reil risolver sopra ciò». Fin allora dunque il Nunzio non aveva capito ancora, che i vincoli effettivi di D. Pietro col Governo erano ben superiori a quelli fittizii col Papa creati dal Breve, e tanto meno avea capito che le tergiversazioni di D. Pietro, negli ultimi tempi, non erano state spontanee ma prescritte dal Vicerè.

Quale fosse davvero l'opinione del Vicerè su quell'incidente, non si potè sapere prima di un altro paio di settimane. D. Pietro non si affrettò a parlare al Vicerè, o forse meglio, sollecitato dal Nunzio, il Vicerè diede ad intendere che D. Pietro non gli avea parlato ancora, e giunse fino a promettere, che non appena gli avrebbe parlato, la spedizione della causa sarebbe stata commessa «conforme a quello che comanda S. S.tà»; ma intorno al Campanella disse di nuovo, «bisogna lasciarlo star così per buon rispetto, per il tempo che sarà necessario».—Queste notizie trasmesse a Roma non vi fecero punto cattiva impressione; bastava che il comandamento di S. S.tàfosse per trionfare, il resto non importava nulla. Il 30 luglio[429]il Card.lBorghese partecipava al Nunzio, che a S. S.tàera piaciuta la risoluzione sua di non ammettere a congiudice il de Vera e farne capace il Vicerè, che ordinava si regolasse tuttavia conforme alle lettere scritte ne' mesi passati, nè gli occorreva altro. E pel Campanella? Nè S. S.tà, nè alcuno de' Cardinali componenti la Sacra Congregazione, innanzi a' quali la lettera del Nunzio era stata letta, si diedero il menomo pensiero di lui: al contrario di quanto si è finoggi creduto, a nessuno di loro importava che quell'infelice rimanesse a languire nelle carceri di Castel S. Elmo e la spedizione della sua causa fosse sospesa indefinitamente. Se vi era qualche ragione per la quale non conveniva tenerlo nel Castel nuovo, perchè mai non poteva il tribunale riunirsi nel Castel S. Elmo?

Ma verso il 7 agosto, dietro nuove sollecitazioni del Nunzio,il Vicerè non tenne più oltre nascosta la sua vera opinione sull'incidente. A questa data[430]il Nunzio faceva sapere a Roma, che avendo parlato di nuovo al Vicerè, l'avea trovato «diverso» da quello di prima, perchè gli avea detto che non potendo D. Pietro de Vera intervenire come Giudice, avrebbe scritto a Roma e nominato un altro il quale potesse intervenire. Aggiungeva che invano egli avea replicato al Vicerè non esser questo necessario, «perchè il fine principale di N. S.reera stato che intervenisse qualch'uno de' Ministri di S. M.tàacciò vedesse come passava la causa, la qual cosa era fatta» (!); dimandava quindi nuovo ordine, poichè aveva saputo dal Notaro della causa che gli Atti, le minute e le sentenze erano in mano del medesimo D. Pietro, nè egli poteva andare oltre «senza qualche turbatione», che non gli era parso di dover eccitare mentre la faccenda poteva avere altro rimedio.—Ma il rimedio non poteva essere altro oramai che quello di cedere, poichè si aveva manifesto torto: e nessuno vorrà ritenere che il Vicerè fosse stato mai diverso in cuor suo. Il Conte di Benavente aveva adottato un modo di procedere del tutto opposto a quello del suo antecessore Conte di Lemos. Per quanto costui si era mostrato attivo, insistente, premuroso, personalmente impegnato, altrettanto egli aveva preferito mostrarsi freddo, inerte, distratto, poco informato; e lusingando a tempo la vanità della Curia, mezzo di riuscita sempre sicuro, avea scansato i richiami sulla gravissima decisione da lui presa intorno al Campanella, e fatta anche essenzialmente terminare la causa per gli altri frati, rimanendo perfino le minute delle sentenze nelle mani della persona di sua fiducia. Così, salvata la sostanza, occorreva solo provvedere alla forma, ed egli poteva finalmente scovrirsi ed anche non aver fretta, mentre al Nunzio non rimaneva che zittire. Costui avrebbe potuto e dovuto gridare quando il Campanella venne tradotto al Castel S. Elmo a sua insaputa, ed avrebbe potuto e dovuto ricordarglielo la Curia vedendo che egli non se n'era dato pensiero: ma per appellarsi alle convenzioni stabilite col Governo Vicereale, bisognava non pretendere di trasgredirle.


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