Chapter 7

Se ci facciamo a valutare i risultamenti delle ripetizioni contro il Campanella, troviamo le seguenti cose. Riuscirono: assai meno gravi e quasi insignificanti le testimonianze del Soldaniero, già prima poggiate essenzialmente sopra vaghi detti e congetture; abbastanza chiaramente false le deposizioni del Lauriana, già dettate da suggestioni ed ingrossate per bestiale scempiaggine; pur sempre molto gravi e compromettenti le testimonianze del Pizzoni, già date senza dubbio per doppiezza e speranza d'impunità; non meno gravi, comunque attenuate di molto, le testimonianze del Petrolo, già rese per eccessiva timidezza piuttosto che per malvagità; sempre più favorevoli e giustificative da ogni lato le testimonianze di fra Pietro di Stilo, già prima niente affatto lievi per avveduto apprezzamento de' tempi, de' luoghi e delle circostanze. Riuscirono poi unanimi le dichiarazioni di mala condotta de' primi processanti da parte dei frati d'ogni colore, ma se esse giungevano ad infondere gravi dubbî sulla legittimità del processo fondamentale di Calabria, non potevano giungere a scuotere la convinzione che molte eresie aveano dovuto essere manifestate dal Campanella almeno ne' discorsi confidenziali, poichè, mentre p. es. il Pizzoni diceva che «mille errori del scrittore» erano corsi nel suo esame, e il Petrolo diceva che «le cose furono fatte sotto sopra», in fondo entrambi confermavano in tutto o in gran parte le loro testimonianze precedenti.

Ecco ora i particolari degli esami ripetitivi contro il Pizzoni. Essi si fecero immediatamente dopo quelli del Campanella ed occuparono due sedute, il 23 e 24 agosto: furono ripetuti, il Soldaniero (in due volte), il Lauriana, Valerio Bruno e il Petrolo.—Il Soldaniero disse di avere già conosciuto il Pizzoni qualche tempo prima che confermasse le eresie di fra Dionisio, perchè veniva spesso in Soriano; che quando vi venne con fra Dionisio, in due giorni successivi confermò le eresie che costui diceva, cioè che il Sacramento dell'altare non era vero, che egli se n'era servito per un uso osceno, e che i sette peccati (sic) erano stati fatti per ragion di Stato, rimettendosi in tutto il resto all'esame primitivo giacchè non se ne ricordava. Persistè nell'asserire che ne avvertì il Priore ed il Lettore fin dal 1ogiorno, e poi, nel 2ogiorno, procurò che que' frati fossero cacciati dal convento, affermando che il Pizzoni avea detto potersi sempre mangiar carne, ed avea lodato il Campanella e lesue opinioni eretiche, ond'egli congetturò che tutti e tre que' frati si avessero comunicate le eresie tra loro. Inoltre confermò di aver narrato il fatto a fra Domenico e poi a fra Gio. Battista di Polistina, e dietro dimanda d'ufficio, attestò che credeva costoro uomini da bene; disse di non conoscere lettere scambiate tra il Pizzoni e il Campanella, e infine dovè dichiarare di essere stato processato, secondo lui falsamente, per l'omicidio di due fratelli Soldaniero parenti suoi. Quanto alle cose contenute negli articoli del fiscale, disse che non si ricordava se il Pizzoni avesse o no parlato dell'esistenza di Dio e della Trinità, che avea parlato del potersi mangiar carne ogni giorno, e che egli riteneva avergli discorso di eresie in que' due giorni per insegnargliele!—Il Lauriana disse di aver conosciuto il Pizzoni da oltre sei anni, non averlo mai visto fare o dire qualche cosa contro la fede, e solo averlo udito dire, a proposito di un libro del Campanella, che alcune delle cose scritte in quel libro gli parevano buone ed altre no, mentre esso Lauriana non le riteneva buone, perchè erano contro S. Tommaso, non già contro la fede. Confermò che in Pizzoni il Campanella e il Pizzoni stettero insieme sette giorni, e che quando il Campanella parlò di eresie era presente anche fra Dionisio. Disse di non sapere che il Pizzoni avesse professate le eresie del Campanella, di sapere che costoro si scrivevano ma di non averne mai visto i caratteri, infine di non essere a sua notizia che alcuno avesse minacciato il Pizzoni e procurato fedi false contro di lui. Quanto alla materia degli articoli del fiscale, sopra ognuno di questi rispose o di non averne udito nulla o di non ricordarne nulla.—Valerio Bruno disse di aver conosciuto il Pizzoni in Soriano, ma non avergli mai parlato; di aver udito dal Soldaniero, quando lo fece cacciare dal convento insieme con fra Dionisio, che avea detto mille cose contro la fede, ma non avere saputo nulla di particolare. Non avea saputo nemmeno che avesse detto potersi mangiar carne ogni giorno. Così non potè dare alcuna notizia precisa, e su ciascuno articolo rispose non saperne nulla.—Finalmente il Petrolo disse di aver conosciuto il Pizzoni da due anni, ma non aver mai trattato con lui, di sapere che il Campanella era stato in Pizzoni e che gli era amico, onde si visitavano l'un l'altro; di non potere dir nulla delle opinioni di lui non avendolo trattato. Confermò che alla Roccella, un giorno o due prima della cattura, avea visto lettere venute al Campanella e scritte in cifra, che il Campanella gli disse provenienti dal Pizzoni e da non potersi intendere che tra loro due; dietro dimande d'ufficio, disse dapprima che la lettera in cifra non avea sottoscrizione, di poi che non sapeva se avesse sottoscrizione e che egli non la lesse nè poteva leggerla; (si ricordi che di questa cifra esisteva in processo la sola sottoscrizione del Pizzoni e del Campanella, vergate di mano di fra Cornelio). E in somma non potè dare la benchè menoma notizia delle cose che s'imputavano al Pizzoni, e fu negativo in tutto, dicendo che avea solo congetturato che il Pizzonie il Campanella fossero amici intrinseci, perchè si scrivevano in cifra tra di loro.

Come si vede, le prove testimoniali contro il Pizzoni si andavano attenuando in un modo sensibile. Il Petrolo e Valerio Bruno non attestavano quasi nulla, mentre il fatto della cifra, deposto e conformato dal Petrolo, poteva riguardare la congiura, non l'eresia, e quel tanto che in genere deponeva Valerio Bruno si fondeva nella deposizione del Soldaniero. Il Lauriana disimpegnavasi straordinariamente bene, con ogni probabilità guidato dallo stesso Pizzoni attenuando le cose già deposte. Il Soldaniero medesimo attestava meno del solito, e d'altronde, continuando a sostenere che il Pizzoni era stato presente in due giorni a' colloquii di fra Dionisio con lui e che egli era ricorso al Priore e al Lettore contro quei frati, cose, specialmente in riguardo al Pizzoni, già ben provate false, non poteva punto conciliarsi la fede de' Giudici. E si può dire che il peggior testimone rimasto a carico del Pizzoni era il Pizzoni medesimo, che con le sue tante rivelazioni contro il Campanella, e col fatto, già ben provato falso, dell'essere ricorso contro costui al P.eGenerale e al P.eVisitatore, infondeva grave sospetto che veramente avesse trattato di eresie col Campanella, egli che n'era stato uno degli amici più intimi ed operosi; di tal che la furberia e doppiezza che gli erano naturali, eccitate dalle pressioni inique di fra Cornelio, mentre tanto nocquero al Campanella, nocquero non meno a lui medesimo.

Ci rimane a dire degli esami ripetitivi contro fra Dionisio. Essi si fecero il 26, 28 e 29 agosto, aggiungendovisi anche una ripetizione supplementare nell'ultima seduta. Furono esaminati il Bruno, il Soldaniero, il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo e fra Pietro di Stilo.—Valerio Bruno (26 agosto) disse di conoscere fra Dionisio da un anno, di non avere mai parlato con lui, e di crederlo un uomo dabbene e buon cristiano (singolare credenza mentre andava di nuovo a farlo dichiarare eretico). Attestò di avere solamente udito dal Soldaniero che avea detto «alcune cose contra Dio,... non so che per raggione di Stato, e contra li sette peccati mortali»; inoltre, nel corso degl'interrogatorii, disse di avere anche udito dal medesimo Soldaniero, quando due volte ricorse al Priore e al Lettore contro di lui e del Pizzoni, che avea parlato della Trinità, dell'abuso osceno dell'ostia, del disegno di predicare una nuova legge; per altro dichiarò pure che in que' giorni avea predicato in Soriano, «et li gentilhomini dicevano che predicava buono, mà io non sò quel che si dicesse, mà mi pareva che parlasse de le cose di missere Domine dio, è che parlasse bene». Aggiunse di aver veduto discorrere tra loro alla tavola fra Dionisio e il Soldaniero, ma discorrevano piano, e non sapeva quel che dicessero, nè sapeva «che tra di loro venessero a parole»; di poi dichiarò che fra Dionisio non avea mangiato carne, e avea detto al Soldaniero «Signore, cammarati, perchè non è peccato mangiarecaso, ova, e latticini, e niente più occorse» (chiare contradizioni con le deposizioni precedenti). Dimandato d'ufficio se avesse veduto in Napoli il Soldaniero da che trovavasi in carcere, rispose di averlo veduto due volte e di averne solamente avuto conforto, con dire che stesse allegramente, e di averlo poi veduto anche dopo di essere stato esaminato ma senza parlargli. Infine, venendo agli articoli del fiscale, riaffermò le cose dette negl'interrogatorii, e di nuovo attestò di non sapere che fra Dionisio avesse detto esser lecito il mangiare carne ogni giorno indifferentemente.—Il Soldaniero (nella stessa seduta) confermò di aver veduto a Soriano per la prima volta in giugnetto, cioè in luglio, fra Dionisio che gli «fece de basciamano» e rimase a Soriano due giorni, aggiungendo di non averlo mai più veduto in sèguito se non carcerato, a Gerace, a Monteleone, sulle galere, e poi in Napoli, dove trovandosi lui ammalato a letto, esso Soldaniero lo avea guardato dalla porta, senza entrare nella camera. E ripetè ciascuno de' detti e fatti di fra Dionisio contro la fede, presente ed accettante il Pizzoni (poichè ciascuno interrogatorio gli dava modo di ricordarsene), e disse che que' frati aveano definito «impressioni di testa» i voti e le divozioni, come pure i miracoli, che aveano detto essere stati istituiti i Sacramenti dalla Chiesa «ad trahendum ad se»; del resto, nel ripetere ciascuno de' capi da lui deposti, per maggior cautela si riferì sempre al primo esame, dicendo anche una volta, «non esca da queste carceri se quanto ho detto nel mio esamine non è vero». E confermò di averne avvertito il Priore ed il Lettore, ma dovè non di meno attestare che fra Dionisio, ad istanza di un Rutilio di Pucci, predicò, e a lui parve che predicasse dottrine cattoliche (non era stato dunque cacciato a sua istanza dal convento). Non mancarono poi i Giudici di rivolgergli gl'interrogatorii dati espressamente per lui, se cioè avesse visitato, assistito, cibato con le mani sue e fornito di danaro a prestito fra Dionisio, mentre costui trovavasi infermo, per riconciliarsi con lui: il Soldaniero rispose negativamente su tutto. Infine, su ciascuno articolo, non occorre dire che ripetè quanto negl'interrogatorii avea dichiarato.—Il Pizzoni (28 agosto) disse di aver conosciuto fra Dionisio fin da che era studente del Fiorentino, e di essere poi stato suddito di lui nel convento di Nicastro: aggiunse che gli era divenuto nemico da che esso Pizzoni ne avea riconosciute le eresie, onde ne avea avute mille minacce. Confermò quindi avergli fra Dionisio in Pizzoni manifestate quelle medesime eresie, che tre o quattro giorni dopo anche il Campanella gli manifestò, e che esso Pizzoni poi espose al Visitatore e scrisse al Generale, servendosi del Lauriana, il quale così venne egli pure ad averne notizia. Addusse taluni degli argomenti co' quali combattè fra Dionisio, affermando che per quelle così dette verità, mentre erano eresie, non si poteva dir savio il Campanella, dal quale fra Dionisio le faceva derivare; narrò come costui finì per dargli dell'asino, ed egli lo scacciò dal convento,ricordando una quantità di circostanze, di tempo, di luogo, d'occasione (che poteva bene citare a modo suo poichè non c'era stato presente alcun altro). Venne così confermando ciascun capo di accusa a misura che gl'interrogatorii li riducevano alla sua memoria; e sugl'interrogatorii dati espressamente per lui rispose, che veramente fra Dionisio aveva persi alcuni scritti sull'Apocalisse e gliene aveva chiesto conto, mentre egli non ne sapeva niente, che non aveva fatto fuggire fra Gio. Battista di Polistina quando fra Dionisio cercava di farlo carcerare, che costui mentiva quando diceva essere lui stato espulso da un convento per delitti e furti, che nel luglio 99 erano andati insieme ad Arena e quindi avevano di necessità dovuto conversare tra loro, che in Stilo fra Dionisio e il Campanella aveano perfino dormito insieme e quindi erano intrinseci amici. Sugli articoli del fiscale si riferì a quanto avea detto sugl'interrogatorii, talvolta anche a quanto avea detto negli esami precedenti, ripudiando ciò che non aveva udito o visto (come p. es. il fatto del pugno dato al crocifisso, del quale veramente avea parlato il Soldaniero) e tornando a ripetere che l'esame di Calabria era stato falsificato dal Visitatore e da fra Cornelio, i quali aveano preso anche danari dal Pisano e dal Caccia e gli aveano fatti rimanere ingannati, come costoro dicevano in Monteleone alla presenza di molti frati e secolari mentre stavano tutti in una carcere. Conchiuse col dire che egli aveva inteso di sgravare la sua coscienza, e non di gravare quella degli altri indebitamente.—Il Lauriana (nella seduta medesima) disse di aver conosciuto fra Dionisio da quattro anni, perchè era stato suddito di lui in Nicastro, e di esserne rimasto in Pizzoni scandalizzato per una proposizione da lui detta contro l'Eucaristia; ma ostinatamente disse di non ricordarsi di tale proposizione, e se ne riferì al primo esame, come fece anche per tutta la serie degl'interrogatorii senza che i Giudici avessero mai potuto cavarne alcuna spiegazione. Dietro dimanda d'ufficio, disse che il Pizzoni gli aveva fatto scrivere al P.eGenerale una lettera in cui gli pareva «più presto de sì che altramente» che si fosse fatta menzione di fra Dionisio, parlandosi di ribellione e di cose di S.toOfficio. Sugl'interrogatorii speciali per lui, disse che il Pizzoni lo aveva una volta mandato a vendere per sei ducati un libro di prediche a fra Vincenzo Perugino, il quale non lo volle, ed egli non ricordava che fra Vincenzo avesse detto che erano prediche di fra Dionisio; che egli aveva una volta avuto penitenze da fra Dionisio; che nel convento di Pizzoni, per salire alla cucina, si doveva passare per la cella del Vicario; sul resto si riferì al primo esame. Finalmente sugli articoli del fiscale si riferì del pari al primo esame, poichè non ricordava alcuna cosa.

Continuarono il 29 agosto gli esami ripetitivi contro fra Dionisio.—E dapprima il Petrolo disse di avere, fin da quando era novizio, conosciuto fra Dionisio, ed averlo poi veduto due volte in Stilo di passaggio, oltrechè in Stignano, l'ottava del Corpo di Cristo,quando fece una predica sul SS.moSacramento che non si poteva sentire più bella «et tutti la laudorno» (la predica egli menzionava, il pranzo in casa Grillo no). Disse di non aver mai udito eresie dalla bocca di lui, ma solamente udito da fra Pietro di Stilo che egli, fra Dionisio, aveva dette al Lauriana alcune parole contro il SS.moSacramento, oltrechè aveva commesso qualche peccato di carne della peggiore specie. Rispose quindi su tutti gli interrogatorii negativamente: e dietro dimande d'ufficio disse che fra Dionisio era veramente amico del Campanella, ma egli non sapeva che il Campanella gli avesse comunicato eresie, nè aveva mai detto che il Campanella discorresse di eresie alla scoperta, mentre invece ne discorreva in modo che solamente qualcuno poteva intenderle. Sugli articoli del fiscale rispose del pari negativamente.—Fra Pietro di Stilo disse di aver conosciuto fra Dionisio ed averlo veduto tre volte in Calabria, due volte in Stilo ed una volta in Briatico quando andava contro fra Gio. Battista di Polistina; e dichiarò di averlo ritenuto sempre un ciarliero e vendicativo, ma non cattivo nelle cose di fede. Dimandato di ufficio se avesse almeno udito dire qualche cosa contro di lui in materia di fede, rispose che una volta il Lauriana gli cominciò a dire qualche cosa contro di lui, «ma non finì»; ed avvertito di non dir bugie, rispose che non aveva potuto comprenderlo (oramai fra Pietro era in vena di difender tutti, anche tirandola un po' troppo). Insomma non ebbe nulla a dire contro fra Dionisio, eccetto che era «scaccione, ciò e chiacchiarone», e riuscì negativo su tutti gl'interrogatorii e così pure sugli articoli: segnatamente sull'ultimo articolo, che diceva avere fra Dionisio creduto, insegnato o cercato d'insegnare tutte le opinioni eretiche del Campanella, egli rispose di non aver mai udito dire tali cose contro la fede da niuno di loro. Ed aggiunse, spontaneamente, che stando in Pizzoni ed avendo udito frati e secolari sparlare di fra Dionisio pe' suoi discorsi di cose lascive, avendogli anzi Claudio Crispo detto che pure nel discorrere la prima volta col Soldaniero si era comportato egualmente e costui n'era rimasto scandalizzato, egli nel passare per Soriano andando ad Arena, poichè il Soldaniero l'interrogò circa il Campanella e gli disse che fra Dionisio era un cervellino, lo pregò di tacere quanto fra Dionisio gli aveva detto, essendo nella natura di lui il ciarlare con tutti, ed intese di alludere a' discorsi di cose lascive; (così volle sopprimere la circostanza dell'aver lui portato una lettera del Campanella al Soldaniero, e veramente la tirò un po' troppo).—Da ultimo il Soldaniero, e successivamente Valerio Bruno, vennero entrambi interrogati in via supplementare sul fatto dell'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni dal convento di Soriano per parte del Priore e del Lettore. Il Soldaniero confermò che nel secondo giorno in cui que' frati gli aveano parlato di eresie, il Priore, dietro il suo reclamo, li cacciò entrambi, e poi gli disse, «che ti pare, non te l'ho fatti sfrattare?» ed egli rispose, «havete fatto bene». Valerio Bruno confermòegli pure che que' frati furono cacciati nel secondo giorno in cui il Soldaniero avea parlato al Priore ed al Lettore, ed aggiunse che gli aveva veduti partire; (ma oltrechè il Priore e il Lettore lo negavano, era stato pure da entrambi questi testimoni affermato che fra Dionisio aveva fatta una predica in Soriano, e ciò non si accordava coll'espulsione).

Evidentemente anche per fra Dionisio le prove testimoniali riuscivano sempre meno gravi in questi esami ripetitivi. Fra Pietro di Stilo deponeva a favore di lui, e il Petrolo non l'accusava menomamente. L'accusava bensì il Lauriana, ma costui, che non sapeva più dar conto di nulla, era stato già dichiarato testimone falso dal Pizzoni medesimo che ne aveva diretto i passi. Non rimanevano dunque contro fra Dionisio che il Pizzoni e Giulio Soldaniero con Valerio Bruno: tuttavia il Pizzoni si andava scovrendo di una morale assai disputabile, ed intento solo ad accusare gli altri per iscusare sè medesimo; il Soldaniero poi non poteva riuscire ad accreditarsi, mentre sosteneva essergli state fatte tante confidenze in materia di eresie durante una prima visita di fra Dionisio (bisognava conoscere a fondo il modo di agire di costui per ammetterlo), ed oltracciò confessava di aver prima confabulato co' Polistina nemici capitali di fra Dionisio, continuava a deporre fatti indubitatamente falsi come l'espulsione di fra Dionisio e del Pizzoni dal convento, e mostrava abbastanza chiaramente di avere indettato il suo fido Valerio Bruno (come il Pizzoni avea fatto col Lauriana) e spintolo a deporre ciò che ad esso Valerio non constava, per far risultare più credibili le proprie deposizioni. Nè occorre dire che la condotta iniqua de' primi processanti, entrambi devoti alla fazione de' Polistina, accertata anche dal Pizzoni testimone del maggior peso contro fra Dionisio, faceva apparire per lo meno esagerata la colpabilità di costui e di tutti gli altri inquisiti.

Siffatti apprezzamenti, che sorgono spontanei nell'animo di chiunque sia fornito di una dose anche discreta di equanimità, non potevano non sorgere nell'animo del Vescovo di Termoli, che al rigore di un vecchio Commissario del S.toOfficio sapeva accoppiare un senso squisitissimo di giustizia. E ci è rimasto di lui un documento che lo dimostra abbastanza bene, rivelandoci ciò che l'agitava a questo periodo della causa: poichè precisamente alla fine del volume che comprende il processo offensivo e ripetitivo, in uno de' folii esuberanti rimasti in bianco, troviamo un quadro di note ed appunti che egli redigeva intorno alla colpabilità di ciascuno inquisito, note ed appunti incompleti e in qualche tratto vergati con parole tanto abbreviate da rendersi poco intelligibili, ma in somma esprimenti le diverse contradizioni, inverosimiglianze, falsità, ed accuse rimaste infondate, che emergevano dalle deposizioni raccolte. I lettori troveranno questo quadro tra' Documenti[189]: d'altrondevedremo in sèguito, dopo il processo difensivo, ciò che il Vescovo scriveva a Roma intorno alla causa, e il concetto che in ultima analisi se n'era formato.

Non appena esaurite le ripetizioni, nello stesso giorno 29 agosto 1600 i Giudici deliberarono di devenire alla spedizione della causa e al processo difensivo: pertanto disposero che fosse subito inviato al S.toOfficio di Roma una copia del processo tanto informativo che ripetitivo; e sappiamo che l'8 settembre questa copia fu mandata al Nunzio dal Vescovo di Termoli insieme con una sua lettera, e che nella stessa data il Nunzio la trasmise al Card.ldi S.taSeverina, accompagnandola con un'altra lettera sua, in cui partecipava le sollecitazioni che spesso riceveva da' ministri Regii desiderosi di potere spedire la causa della ribellione[190]. Diremo ora anche qui, innanzi tutto, in che modo si procedeva nelle difese. Un decreto fermava che ciascuno inquisito avesse una copia del processo (copia repertorum), ma senza nome e cognome di coloro i quali aveano deposto, «secondo lo stile del S.toOfficio»; che inoltre fosse avvertito aver facoltà di scegliersi un Avvocato e procuratore a suo piacere, bensì persona cognita ed approvata dalla Curia, fornita de' requisiti necessarii, e con ciò un termine di tanti giorni per fare ogni e qualunque difesa, se intendesse e volesse farne: questo decreto era da' Giudici medesimi partecipato di persona a ciascuno inquisito, che facevano tradurre al loro cospetto separatamente. Scelto l'Avvocato, o dall'inquisito, o in mancanza dai Giudici, d'ufficio, costui recavasi nella casa di qualcuno de' Giudici a prestare il giuramento nelle mani di lui, inginocchiato, toccando i Santi Evangeli e promettendo di fare «le giuste difese» del tal di tale secondo lo stile del S.toOfficio. Il Notaro e Mastrodatti consegnava allora al più presto le copie de' reperti a ciascuno inquisito, e redigeva sempre un atto di questa consegna e del seguìto ricevimento in presenza di quattro testimoni (i soliti carcerieri e carcerati) decorrendo dalla data di quest'atto il termine per le difese: talvolta pure, sia d'ordine de' Giudici, sia dietro spontanea deliberazione dell'inquisito, redigeva o autenticava una dichiarazione, in cui l'inquisito manifestava di volersi difendere, ovvero di non volersi difendere riposando nella giustizia e pietà dei Giudici, ed avendo per rato, fermo e valido quanto essi ordinerebbero, ciò che poteva farsi anche durante lo svolgimento delle difese. Mettendosi d'accordo coll'Avvocato, allorchè voleva difendersi, l'inquisito redigeva e presentava una serie di così dette eccezioni ossia articoli, in ciascuno de' quali eccepiva, poneva e voleva provare un dato fatto in sua discolpa, affermando per solito ogni volta che esso era vero, verissimo, come constava a coloro che lo sapevano o l'avevano udito: e quasi sempre cominciando dai fatti della sua buona vita fin dalla tenera età, passava, mano mano,a' fatti delle inimicizie che aveva incontrate, alla mala condotta e speciale odiosità de' testimoni che intendeva o supponeva aver deposto a suo carico[191], alla falsità ed erroneità delle imputazioni fattegli, a tutti gl'incidenti che spesso si verificavano durante i processi. Oltracciò dava una lista di testimoni a difesa, indicandone anche la residenza, i quali dovevano essere esaminati sopra tutti o sopra alcuni determinati articoli. Dal canto suo il fiscale, sugli articoli presentati, faceva ed esibiva i suoi interrogatorii, ed istantemente chiedeva che i testimoni fossero esaminati prima sopra di essi e poi sugli articoli: gl'interrogatorii erano preceduti dalle solite ammonizioni, ed esigevano le solite informazioni sulla persona del testimone, e poi le informazioni su' fatti posti negli articoli con tutte le relative circostanze, terminando con un appello alla diligenza de' Signori Giudici. In somma si teneva la via medesima del processo ripetitivo ma all'inversa: gli articoli erano presentati dall'inquisito assistito dal suo Avvocato, e gl'interrogatorii erano presentati dal fiscale; e però questi ultimi erano sempre redatti senza tante sottigliezze e con molto maggiore concisione. Dobbiamo anche dire che i Giudici talvolta cassavano qualche articolo contenente fatti già enunciati in altri articoli, e il processo presente ce n'offre un esempio; inoltre non accoglievano mai tutti i testimoni dati se erano assai numerosi, come sovente accadeva, ma ne sceglievano un certo numero a loro piacere. S'intende poi che l'Avvocato non assisteva alle sedute del tribunale, ma poteva all'occorrenza fare una comparsa e più tardi presentare una vera e propria Difesa scritta, come ne conosciamo in gran numero pervenute sino a noi[192]. Figurava poi sempre quando esauriti gli esami testimoniali e consegnatane una copia all'inquisito, costui era citato«ad dicendum», e neanche nel tribunale ma nella casa di abitazione di uno de' Giudici. Quest'ultima circostanza mostra sempre più chiaramente che non l'inquisito ma il suo Avvocato presentavasi allora in nome di lui, era interrogato se dovesse dire altro e potea forse presentare anche una Replica scritta; ma non apparisce che fossero ammesse le arringhe.

Come dicevamo, il 29 agosto i Giudici deliberarono che si procedesse alle difese; nello stesso giorno fecero tradurre alla loro presenza, l'uno dopo l'altro, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Pizzoni, il Lauriana, il Bitonto, fra Paolo della Grotteria, e a ciascuno di essi separatamente parteciparono la loro deliberazione, assegnando per le difese il termine di otto giorni; poi si recarono alla carcere di fra Dionisio, che trovavasi ammalato a quel tempo, e parteciparono anche a lui la loro deliberazione e il termine stabilito di otto giorni. Sappiamo infatti che fra Dionisio fu ammalato una prima volta nell'agosto del 1600: ce lo mostra un conto di spese che vedremo più tardi fatte pe' frati inquisiti, e che contiene la nota delle medicine fornite a fra Dionisio dallo Speziale del Castello Ottavio Cesarano, con l'indicazione de' giorni in cui esse vennero fornite; e fu in questo frattempo che il Soldaniero vide fra Dionisio, gli prestò qualche assistenza e forse anche gli chiese perdono pe' travagli procuratigli coll'opera sua, come fra Dionisio asserì e il Soldaniero negò negli esami ripetitivi. Dobbiamo intanto notare che pel Campanella non fu tenuto lo stesso procedimento, senza dubbio a motivo della sua pazzia, ma ebbe in sèguito un Avvocato: per fra Pietro Ponzio poi non vi fu provvedimento alcuno, giacchè davvero in questa causa, come in quella della congiura, nulla gli si potè addebitare, all'infuori dell'intima amicizia col Campanella, provata specialmente con la scoperta delle conversazioni notturne tenute tra loro.

Il 5 settembre nel convento di S. Luigi il Vescovo di Termoli, presente anche l'Auditore del Nunzio Antonio Peri, ricevè il giuramento del dot.rCarlo Grimaldi Avvocato del Pizzoni; il 15 settembre ricevè ancora, egli solo, quello di Gio. Filippo Montella Avvocato del Petrolo, di fra Pietro di Stilo, del Lauriana, di fra Paolo e del Bitonto; il Montella nello stesso giorno prestò giuramento anche nelle mani del Vicario Arcivescovile, ma, non si saprebbe dire perchè, venne più tardi sostituito dal Rev.dodot.rScipione Stinca, il quale prestò giuramento il 13 ottobre, e trovasi qualificato «avvocato deputato» per la difesa de' frati suddetti. Alla mancanza del Montella, seguita dalla deputazione dello Stinca, si deve forse riferire un memoriale de' frati al Vescovo di Termoli per dimandare un Avvocato, memoriale senza data, ed inserto nel processo un po' a caso, dopo le difese di fra Dionisio[193]. NessunoAvvocato si trova nominato per fra Dionisio, comunque in una lettera, da lui scritta nell'inviare taluni articoli a' Giudici, si legga che non avea «potuto accapar dal suo Avocato la compilatione di tutti gli articoli... per la lunghezza del processo et occupationi d'infiniti altri negotii di detto suo Avocato». Il 17 settembre fu consegnata a fra Dionisio la copia de' reperti della sua causa secondo lo stile del S.toOfficio, e il giorno seguente una copia analoga fu consegnata al Pizzoni; di poi (15 e 18 ottobre) fu consegnata allo Stinca la copia de' reperti della causa de' diversi frati che egli doveva difendere. Aggiungiamo che ancora più tardi (31 ottobre) fu prestato il giuramento dal dottore di leggi Gio. Battista dello Grugno in qualità di Avvocato difensore del Campanella, certamente «Avvocato deputato» anche lui, comunque di una simile qualificazione non si trovi alcun ricordo[194]. Dobbiamo dire che l'opera di questi Avvocati nel presente processo apparisce anche meno del solito. Vedremo mancanti del nome dell'Avvocato non solo gli articoli di fra Dionisio, che forse li compilò da sè, ma anche quelli del Pizzoni, ne' quali per altro la mano dell'Avvocato si rivela da qualche errore materiale circa le persone, errore che l'inquisito non avrebbe certamente commesso; pel Campanella poi vedremo una comparsa del procuratore rimasto anonimo, ma vedremo anche qualche altro atto in cui il nome dell'Avvocato non manca; infine per gli altri frati vedremo che non ci fu occasione di comparsa dell'Avvocato, perchè non si fece nulla.—Ci crediamo pertanto nel dovere di dare qualche notizia intorno a' suddetti Avvocati. Carlo Grimaldi era un dottore non ispregevole; pervenne all'ufficio di Giudice della Gran Corte della Vicaria nel 1622-23, come è attestato anche dal Toppi[195]. Il dot.rScipione Stinca è stato da noi già incontrato una volta nel corso di questa narrazione, sotto le forche preparate pel povero Maurizio, che egli ebbe ad assistere nell'estremo momento. Apparteneva ad una famiglia illustre per magistrati, nella quale figurava tuttora il dot.rOttavio Stinca, che abbiamo pure avuta occasione di nominare qual difensore del Duca di Vietri, ed avremo occasione di nominare ulteriormente a proposito di qualche altra singolare persona la quale verrà in iscena più tardi. Era Avvocato e sacerdote, come tanto spesso accadeva a quei tempi: nel processo è detto «Presbyter Neapolitanus» e possiamo aggiungere che era ascritto all'ordine de' Cappellani Regii, poichè abbiamo trovato il suo nome nell'elenco di que' Cappellani, ripetuto dal 1595al 1603, nelle scritture della Cappellania maggiore esistenti nel Grande Archivio[196]. Quanto al dot.rGio. Battista dello Grugno Avvocato del Campanella, egli era un uomo ancor più distinto. Nominato lettore delleInstituta e glosenel pubblico studio di Napoli, in sèguito dell'ingresso di Giulio Berlingieri nella Congregazione de' Gerolamini (31 8bre 1598), fu poi promosso alla letturaDe Actionibus, vacata per morte di Gio. Maria Cossa, con provvisione raddoppiata in omaggio alla sua persona (ult.odi febbr. 1601); ed in tale qualità morì verso la fine del 1604, avendo a successore Ottavio Limatola, come ci risulta da' documenti sparsi nelle medesime Scritture della Cappellania maggiore[197]. Bisogna dunque riconoscere che le difese de' frati, e massime del Campanella, non si trovavano affidate a dottori di poco conto; solo si può dire che la ricerca di essi fu laboriosa, poichè durò circa due mesi, e forse, oltre il Montella, parecchi altri rifiutarono il carico di queste difese; d'altronde occorre anche vedere se vi attesero con diligenza, e su questo punto li giudicheremo all'opera.

Il 30 settembre si diè principio agli esami difensivi per fra Dionisio, co' quali si aprì il 3ovolume del processo dell'eresia. Egli aveva scritto a' Giudici di non aver potuto ancora ottenere dall'Avvocato la compilazione di tutti gli articoli a sua difesa, e di averne intanto formato da sè un certo numero, pregando che sopra di questi venissero esaminati «alcuni carcerati, quali per essere stati habilitati facilmente partiranno per la Calabria»; ed è superfluo dire quanto sia per noi degna di nota siffatta circostanza, poichè ci rivela lo stato del processo della congiura pe' laici a quel tempo, e il destino di taluni tra loro, i cui nomi si leggono nella lista de' testimoni dati da fra Dionisio contemporaneamente a' suoi articoli. Appena sette furono gli articoli allora presentati da fra Dionisio, e con essi poneva e voleva provare la falsità delle deposizioni del Lauriana, e così pure del Soldaniero e di Valerio Bruno. Intorno al Lauriana, egli affermava, che costui avea già detto nelle carceri di Squillace e poi in quelle di Gerace, presenti molti, di essersi esaminato contro fra Dionisio ed altri, deponendo falsamente in materia di eresia e di ribellione persuaso dal Pizzoni, e di volersi ritrattare per scrupolo di coscienza; che poi nelle carceri di Napoli si era consigliato circa tale ritrattazione con un dot.rDomenico Monaco egualmente carcerato, il quale gli avea detto che ritrattandosiavrebbe avuta la corda e sarebbe stato mandato in galera; che quando in Napoli ratificò il primo esame, rimproverato da molti a' quali avea detto di essersi esaminato falsamente, avea risposto, «che sempre c'era tempo per accomodar la conscientia, ma non sempre c'era tempo d'evitar la corda, et la Galera, et che più facilmente si potea accomodar con Dio, che con gl'huomini, et officiali»; che dopo ciò, quando nelle litanie si giungeva al versoa falsis testibus libera nos Domine, tutti guardavano in faccia al Lauriana e ridevano, ed egli arrossiva, e quando toccava a lui dir le litanie, ometteva quel verso con grandissimo riso di tutti; che infine avea negli ultimi giorni cercato perdono ad esso fra Dionisio, facendosi più volte chiudere per questo nella stessa carcere con lui dal carceriere. Intorno al Soldaniero e Valerio Bruno affermava, che il Soldaniero, egualmente per ottenere il perdono delle falsità deposte contro di lui, gli avea fatto visite, servigi, regali e prestito di danaro; che inoltre teneva continuamente presso di sè Valerio Bruno suo servitore, e poteva presumersi avergli fatto deporre il falso, essendosi da entrambi dichiarato ne' rispettivi costituti che non aveano mai parlato tra loro, mentre a tutti era noto il contrario. Sopra siffatti articoli dava per testimoni, variamente sopra ciascuno di essi, oltre fra Pietro di Stilo e fra Paolo, Geronimo Marra, Francesco Salerno, Nardo Rampano, Cesare Bianco e tutti gli altri carcerati di Catanzaro, Giuseppe Grillo di Oppido, Domenico Monaco il dottore, Aquilio Marrapodi suo servitore e il carceriere. D'altra parte il fiscale (sempre D. Andrea Sebastiano) presentava i suoi interrogatorii al n.odi 18, preceduti dalle solite ammonizioni, e contenenti le informazioni di rutina e le informazioni su' fatti asserti negli articoli[198].—I Giudici si limitarono ad esaminare Geronimo Marra, Francesco Paterno (o forse Salerno) e un Minico Mandarino, tutti giovani sarti di Catanzaro carcerati per la congiura; e li udirono su tutti gl'interrogatorii e tutti gli articoli indifferentemente, impiegandovi la sola seduta del 30 settembre. Le deposizioni di costoro non diedero alcun risultamento serio. Nessuno sapeva nulla; nessuno avea veduto nulla. Il solo Geronimo Marra dichiarò di avere udito in Napoli il Lauriana, dopo di essere stato esaminato, dire ad alcuni carcerati, «quando uscirò, Dio provederà all'anima», ma senza aver capito a quale scopo avesse dette tali parole[199]. Perfino intorno a Valerio Bruno rimase assodato che stava in una camera diversa da quella del Soldaniero, ma non si giunse a sapere nemmeno se facesse l'ufficio di servitore presso di lui (i guai sofferti aveano resi quei testimoni più che riservati).

Una lunga interruzione si verificò dopo questa seduta, la qual cosa reca un po' di meraviglia, mentre non si può negare che finoallora si era proceduto con la più grande celerità, e se molto tempo si era impiegato nello svolgimento del processo, ciò era accaduto unicamente per l'intrinseca qualità della procedura, che nelle cause di S.toOfficio era sempre scrupolosamente osservata. Bisogna dire che i Giudici ebbero a persuadersi non poter convenire questi esami sopra articoli in numero ridotto, dopo i quali si era costretti a fare nuovi esami sopra articoli in numero completo. E in tal guisa riesce di spiegarsi che il Notaro e Mastrodatti Prezioso, d'ordine del Vescovo di Termoli, il 6 ottobre si recò presso fra Dionisio, gli chiese formalmente se volesse o no difendersi, ed innanzi a testimoni rogò un atto in cui fra Dionisio dichiarò che voleva ed effettivamente intendeva fare le sue difese, e si sottoscrisse confermando tale sua volontà[200]. Ma senza dubbio non potè presentare le sue eccezioni od articoli se non a' primi del mese consecutivo, poichè si venne agli esami sopra di essi soltanto il 6 novembre. Verosimilmente fu sollecitato anche il Pizzoni a voler presentare i suoi articoli, essendo scorso da un pezzo il termine assegnato di otto giorni, ciò che era sempre tollerato dal S.toOfficio, ma non poteva poi durare indefinitamente; così, mentre si menavano innanzi gli esami difensivi per fra Dionisio, si fecero ancora quelli pel Pizzoni. E certamente l'Avvocato del Campanella, non appena prestato il suo giuramento il 31 ottobre, dovè essere sollecitato del pari; giacchè poco dopo fu presentata al tribunale una comparsa, con la quale si diceva essere il Campanella pazzo, non potersene fare le difese, chiedersi un termine per provare la pazzia; e nello stesso giorno 6 novembre, quando cominciarono gli esami difensivi per fra Dionisio, cominciarono pure gli esami informativi sulla pazzia del Campanella. Sicchè dal 6 al 16 del mese venne simultaneamente esaurito tutto ciò che rifletteva la difesa degl'inquisiti principali: ma per procedere ordinatamente, sarà bene narrare prima gli esami difensivi per fra Dionisio, che erano stati già in parte iniziati, poi gli esami difensivi pel Pizzoni, che rappresentano il contrapposto degli anzidetti, infine gli esami informativi sulla pazzia del Campanella.

Le eccezioni od articoli, che fra Dionisio definitivamente presentò in sua difesa, ascesero nientemeno al numero di 58; e noi pur troppo non possiamo dispensarci dal darne conto, tanto più che in sostanza vi si comprendono le difese di tutti gli altri frati all'infuori del Pizzoni e del Lauriana, non escluso il Campanella che per la pazzia rimaneva ecclissato[201]. Con le sue eccezioni fra Dionisio affermò i suoi titoli di onore, cominciando dalla tenera età e passando a' tempi della vita monastica, ricordando pure l'andata presso Clemente VIII come procuratore della città di Nicastro per la faccenda dell'interdetto, e la premura spiegata per «manifestar l'innocenza del sangue del P.eM.oPietro Pontio suo zio uccisoproditoriamente da alcuni monaci», come potea rilevarsi dagli Atti esistenti nella Corte del Nunzio, onde si acquistò le inimicizie di tutti gl'inquisiti e loro parenti, e massime de' due Polistina. Affermò che costoro, d'accordo col Priore di Soriano eccitarono il Soldaniero contro di lui, e fecero circondare di birri il convento per costringere il Soldaniero ad accettare l'indulto offertogli da fra Cornelio altro suo nemico, e così poteva intendersi l'inverosimiglianza dell'avere esso fra Dionisio confidate a un tratto tante gravissime cose al Soldaniero. Che costui era di pessima vita e cattivo cristiano al punto di persistere tuttora nella scomunica inflittagli in Calabria, teneva per servitore Valerio Bruno nelle carceri di Napoli e dichiarava di non aver mai parlato, ed avea più volte cercato perdono ad esso fra Dionisio narrandogli i particolari del fatto di Soriano; che mentre era impossibile accordare la cacciata di esso fra Dionisio da Soriano e la predica contemporaneamente permessagli dal Priore, dovea notarsi aver lui deposto dopo il Pizzoni, quando da fra Cornelio gli fu detto che il Pizzoni l'aveva nominato come uno de' capi della congiura. Che esso fra Dionisio avea nella predica di Soriano, a santo e pio fine, parlato di qualche fatto esecrabile commesso contro il SS.moSacramento, per mostrare l'infinita pazienza di Dio; che lo stesso Valerio Bruno avea con più persone lodata la predica di lui in Soriano, dicendo che era riuscita a farlo piangere, la qual cosa non gli era mai accaduta; che se il Priore e il Lettore di Soriano avessero deposto di aver cacciato esso fra Dionisio dal convento, risulterebbero mendaci, poichè gli aveano permesso di predicare e non aveano partecipato nulla a' superiori. Che il Pizzoni gli era nemico, atteso il furto degli scritti per lo quale esso fra Dionisio l'aveva svergognato; che era sempre stato amico de' nemici di lui, ed avea fatto fuggire il Polistina, procurando che fra Pietro di Stilo l'avvertisse, quando esso fra Dionisio cercava di farlo carcerare; che era sempre stato di pessima vita, soggetto a penitenze per molti furti (citato uno per uno), affetto da mal francese etc., scappato in pianelle, senza cappello e senza cappa dal Capitolo di Catanzaro per fuggire la prigionia, obbligato a circondarsi di fuorusciti per salvarsi dalle vendette di coloro che aveva offeso con le sue disonestà. Che nella causa della congiura, negando dapprima l'esame di Calabria, il Pizzoni aveva espressamente affermato di aver detto anche in materia di eresia molti mendacii, amplificati ed accresciuti da fra Cornelio e dal Visitatore, e nella fossa in cui fu posto avea pure scritto sul muro di esservi stato posto perchè si volea che dicesse bugie, come tuttora potea vedersi, ma poi persuaso dal Lauriana confermò di nuovo il primo esame. Che aveva scritto al Campanella, entro il suo breviario, essere state da lui deposte le eresie per eccitare gelosie di giurisdizione tra il Papa e il Re, ma essere risoluto di ritrattarle, e due cartoline di questo genere furono prese dal Sances sul Campanella, quando costui fu tormentato. Che veramente il Pizzoni avea praticatocol Campanella più lungamente di esso fra Dionisio, ed avrebbe potuto piuttosto il Pizzoni dire a lui, che lui al Pizzoni, le cose del Campanella; e poi a molti avea dichiarato essergli state da fra Dionisio dette le eresie non assertive marecitative tantum; e poi nel vespro di quel giorno di luglio in cui parlarono tra loro in Pizzoni, esso fra Dionisio fu visto parlargli sdegnato e bravarlo, poichè gli dimandava conto del furto degli scritti (lato questo il più debole della difesa per essere stato troppo spinto). Che il Lauriana gli era nemico perchè creatura del Pizzoni, perseguitato fin dal P.ePietro Ponzio pe' suoi vizii e disonestà, complice del furto degli scritti che cercò di vendere al P.ePerugino, scacciato da esso fra Dionisio dal convento di Nicastro per le turpi relazioni con fra Fabio nipote del Pizzoni; che avea scritto due lettere ad esso fra Dionisio chiedendogli perdono, come l'avea pure chiesto a voce a traverso un foro esistente tra le carceri rispettive, ed inoltre l'avea chiesto anche a Ferrante Ponzio per lettere delle quali esibiva una in data 10 ottobre 99. Che nelle carceri aveva tenuta corrispondenza col Pizzoni ed animatolo a star saldo sulle cose deposte, perchè si trovassero uniformi nelle falsità, come fu provato durante il processo, rimanendo anche convinto di averlo falsamente negato; che avea fatto sapere a molti essere stato costretto a deporre il falso da fra Cornelio e dal Visitatore; che sopratutto avea falsamente deposto essersi trovati in Pizzoni al tempo medesimo esso fra Dionisio e il Campanella, mentre esso fra Dionisio vi era stato molti giorni prima; che avea detto a molti volersi ritrattare, cercando anche perdono a fra Pietro Ponzio, e poi consigliato da un Domenico Monaco non l'avea fatto ed aveva indotto il Pizzoni a non farlo; che n'era stato rimproverato da molti, ed era ritenuto falso testimone e deriso nel dir le litanie; che avea chiesto anche negli ultimi giorni perdono ad esso fra Dionisio infermo (come negli altri articoli già dati precedentemente). Che il Visitatore gli era stato sempre nemico, perchè esso fra Dionisio avea dovuto presentare al Papa memoriali contro di lui nelle quistioni de' Riformati e poi nel tempo de' torbidi di S. Domenico di Napoli; che aveva in Calabria forzato i testimoni a deporre contro esso fra Dionisio, e l'aveva condannato a gravi penitenze negandosi sempre a perdonarlo. Che fra Cornelio gli era nemico per fatti personali occorsi tra loro (già narrati altrove); che si era perciò unito a' Polistina, insieme co' quali avea sedotto e forzato il Soldaniero a deporre come avea deposto, procurandogli l'indulto. Che il Petrolo gli era nemico, perchè riteneva derivati da esso fra Dionisio tutti i suoi travagli, e perciò, come si era espresso con molti, l'aveva conciato a dovere ne' suoi costituti[202]; oltracciò nell'altrotribunale si era dapprima disdetto, dichiarando che il Campanella l'aveva indotto ad imitare il Pizzoni nell'esporre eresie per sottrarsi alla furia secolare; che poi, al pari del Pizzoni, non era rimasto saldo in tali assertive, ed entrambi rimproverati per questo da molti carcerati aveano detto esservisi determinati pe' maltrattamenti del fisco e le visibili propensioni de' Giudici. Che fra Pietro di Stilo gli era egualmente nemico, perchè creatura del Polistina, che si diè premura di far fuggire quando esso fra Dionisio cercava di farlo carcerare; nè avea voluto andare al convento di Nicastro dove era stato assegnato quando esso fra Dionisio vi si trovava Priore. Che infine per tutto il tempo, in cui esso fra Dionisio era stato carcerato, ognuno avea dovuto persuadersi esser lui vittima di falsità fatte deporre dal Visitatore, da fra Cornelio e dallo Sciarava, ed essere cosa impossibile in lui la colpa specialmente di eresia.

In prova di così numerose affermazioni, fra Dionisio diè testimoni non meno numerosi, oltre 60 individui, secolari ed ecclesiastici[203]. Alcuni tra loro erano individui liberi dimoranti in Napoli, ed altri già carcerati e rimasti in Napoli, come p. es. Tommaso d'Assaro, Pietrantonio Tirotta, Cesare Forte[204]; altri già carcerati e tornati in Calabria, come D. Marco Petrolo, D. Minico Pulerà, Gio. Francesco Paterno e Geronimo Marra, su' quali ultimi abbiamo così la data precisa della liberazione; altri tuttora carcerati, sia per le cause presenti, sia per cause diverse come vedremo più sotto. Vi erano poi egualmente tra' testimoni frati disseminati in tutti i conventi di Napoli, come pure dimoranti in Calabria e in altre provincie, perfino in Siena e in Venezia. Ognuno de' testimoni era indicato per la prova di determinati articoli; ed oltracciò erano prodotti diversi documenti, e date le indicazioni per averne altri de' quali gli articoli facevano menzione. Così troviamo inserte nel processo, al sèguito delle difese di fra Dionisio: la procura originalein pergamena fattagli dalla città di Nicastro per trattare anche presso il Papa la faccenda dell'interdetto; la lettera del 10 ottobre 99 scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio, per iscusarsi delle falsità deposte insieme col Pizzoni contro fra Dionisio, e pregarlo che trovasse modo di farlo venire a nuovo esame per ritrattarsi; e poi una fede dell'Università di Fiumefreddo sulle eccellenti predicazioni ed opere di carità fatte da fra Dionisio in quella terra; inoltre le fedi di Gio. Luca de Crescenzio de' P.iMinistri degl'infermi e di D. Eligio Marti Cappellano della galera S.taMaria, già confortatori di Gio. Battista Vitale e Gio. Tommaso Caccia sul punto di essere giustiziati, attestanti che da costoro si era dichiarato aver deposto il falso per forza de' tormenti dati dallo Sciarava[205]. A questi documenti si aggiunsero poi quelli che il Vescovo di Termoli, sulle indicazioni date da fra Dionisio, venne procurando sopratutto dall'altro tribunale; ma allora si era già agli esami difensivi, e di essi conviene oramai occuparci.

Naturalmente non tutti i testimoni dati da fra Dionisio furono chiamati all'esame, ma soltanto i frati inquisiti (all'infuori del Pizzoni e del Lauriana), parecchi carcerati per la causa della ribellione, tra' quali il Contestabile, il Di Francesco, Geronimo padre del Campanella e il Barone di Cropani, dippiù quattro carcerati per altre cause, e con tutti costoro il carceriere. Su' quattro carcerati per altre cause ci crediamo in dovere di dare qualche notizia speciale; troveremo due di loro celebrati dal Campanella nelle sue poesie, da doversi considerare come suoi amici ed anche benefattori, e per parte nostra non avverrà mai che un amico e benefattore del povero filosofo rimanga in alcun modo trascurato; d'altronde importa pure conoscere un po' addentro le qualità de' testimoni, per essere in grado di valutare la fede che le loro testimonianze possono meritare. Essi furono: Cesare Spinola, D. Francesco Castiglia, fra Antonio Capece cav. Gerosolimitano, Domenico Giustiniano marinaro. Cesare Spinola nel suo esame si dichiarò genovese, dell'età di 30 anni in circa, celibe, benestante tale da potere spendere 100 scudi al mese: senza dubbio egli era uno di que' numerosi Spinola, che al pari di moltissimi altri Liguri ammassavano ricchezze con le loro speculazioni e facevano continui acquisti di rendite in Napoli. Di altrettali Spinola l'Archivio di Stato fornisce una serie infinita al cadere del secolo 16.o, anche con frequenti omonimi; ma per fortuna col nome di Cesare se ne trova solamente uno detto «q.mStephani q.mBartholomaei», e varii documenti lo mostrano abitante dapprima in Genova, dove stava anche una sua sorella a nome Antonia, monaca in S. Silvestro de Pisis, possidente del pari di varie rendite acquistate dal padre, massime sulla gabella della seta ma anche sopra altri cespiti. Da uno de' documenti raccolti Cesare apparisce inoltre parente, forse cugino, del Marchese AmbrogioSpinola, essendo insieme col Marchese erede di una parte delle facoltà di Lorenzo Spinola; da altri documenti apparisce sotto la tutela di alcuni suoi parenti nel 1588, ed abitante già in Napoli nel 1602, circostanze tutte che rispondono a quelle notate nel processo[206]. Ci rimane tuttora ignoto il motivo della sua prigionia: ma sappiamo che nel 1599 un Cesare Spinola trovavasi affittatore del feudo di S. Nicola, e con ogni probabilità era appunto il Cesare del quale si è discorso, avendo sempre avuto i genovesi di ogni ceto il lodevole costume di lanciarsi nelle speculazioni[207]; nè è difficile intendere che per quistioni insorte, col metodo spiccio di quel tempo, egli fosse stato imprigionato. Vedremo che di poi il Campanella in un suo Sonetto, fra mille lodi, lo ringraziò anche della difesa che di lui avea fatta. Quanto a D. Francesco di Castiglia, era costui uno de' tanti spagnuoli che facevano la loro carriera nelle provincie napolitane, ma era nato a Verona, ed avea già i suoi 40 anni: ne' RegistriOfficiorum Viceregumlo troviamo nominato Capitano di Rossano pel 1594, poi Capitano di Ostuni pel 1598[208]; e mentre era al governo di Ostuni fu carcerato in Lecce e tradotto nel Castel nuovo di Napoli; il Campanella lo lodò non solo come un alto personaggio, ciò che era quasi di obbligo con uno spagnuolo, ma perfino come poeta, cantore delle Donne sante e de' suoi cocenti amori, della vinta Antiochia e dell'abominio che si meritavano le Corti false e bugiarde (dopo di averne persa la protezione). Quanto a fra Antonio Capece, la sua storia è molto brutta: il suo esame ne dice poco o nulla, ma ce l'insegnano ampiamente moltissime Lettere esistenti nel Carteggio del Nunzio, ed anche qualche documento de' Registri Curiae dell'Archivio napoletano. Era uno de' tanti Cavalieri di Malta, che profittando delle guarentigie giurisdizionali cominciavano per fare i prepotenti, e poi ben presto finivano per fare gli assassini di strada insieme co' compagni a' quali erano costretti ad appoggiarsi. Di nobile famiglia napoletana, dimorante nel vicino paesello di Melito,aveva appena 26 anni e già fin dal 9 marzo 1595 trovavasi carcerato in Castel nuovo perchè le carceri del Nunzio erano malsicure per lui, essendosi distinto per molti e gravi delitti, omicidii, scarcerazione violenta di detenuti, svaligiamento del procaccio di Puglia, ricatti, furti ed assassinii al passo tra Melito ed Aversa, furto e ricatto di notte nella stessa città di Napoli in casa di Ascanio Palmieri fuori la porta del pertuso (quella che fu poi detta porta Medina e non ha guari è stata diroccata): fuggito una volta dalle galere mentre lo traducevano a Malta per esservi giudicato, nel 1598 era riuscito a fuggire anche dal Castel nuovo con un altro carcerato del Nunzio, Cesare d'Assero clerico, ma semplicemente «perchè il carceriere havea lassata la porta aperta et egli voleva buttarsi alli piedi di S. S.tà», siccome scrisse a Roma quando fu ripreso in Gaeta e ricondotto in Castel nuovo; e poichè tutti i suoi compagni nelle scelleraggini, i quali aveano testificato contro di lui, erano stati prontamente appiccati dalla Corte Regia e non potevano più farsi gli esami ripetitivi per convincerlo, il Nunzio lo teneva così in carcere senza sapere cosa dovesse farne[209]. Ci affrettiamo a dire che la Musa del Campanella non si mosse per lui. Finalmente quanto a Domenico Giustiniano, sappiamo dal processo che era un povero marinaro di Scio, preso da' turchi all'età di 7 od 8 anni e divenuto così maomettano, poi tornato in grembo alla madre Chiesa, ed in espiazione della colpa di rinnegato già da 10 anni in carcere, con otto grani al giorno pel vitto: il suo contegno ce lo mostra un uomo semplice ed ingenuo, senza ombra di fiele, e sì che egli poteva ben raccontare quanto fosse dura la via del paradiso; dimenticato nel carcere, quivi morì il 28 marzo 1607, come si legge ne' libri parrocchiali del Castello.

Il 6 novembre si tenne la prima seduta, ed ecco le deposizioni che si raccolsero[210]. D. Francesco di Castiglia disse correr voce tra i carcerati in generale che i frati si accusavano l'un l'altro; avere udito che Valerio Bruno teneva pratica col Soldaniero ma non averlo visto; aver saputo direttamente dal Soldaniero che era stato assediato nel convento di Soriano e forzato a dire ciò che gliera stato domandato.—Di poi fu interrogato Giulio Contestabile, che riuscì un testimone di grande importanza. Egli disse avere udito da molti, e li nominò, che il Lauriana avea lasciato intendere di essersi esaminato contro il Campanella e fra Dionisio per istigazione del Pizzoni e per timore di D. Carlo Ruffo, Carlo Spinelli, Sciarava, fra Cornelio; aver lui medesimo veduto in Calabria, mentre fra Cornelio esaminava, que' secolari assistere con molta distinzione alle sedute e interrogare; avere più tardi saputo che il Lauriana volea ritrattarsi in Napoli, e non l'avea fatto per consiglio di un dottore; esser vero che tutti lo ritenevano testimonio falso e che arrossiva quando nelle litanie si dicevaa falsis testibus; aver veduto lui stesso il Lauriana entrare nella camera di fra Dionisio, e così pure il Soldaniero più volte, avendogli costui inviato anche regali e fatto fare il pranzo da Valerio Bruno che lo serviva sempre, come ben sapeva perchè era compagno di stanza del Soldaniero. Aggiunse essere stato presente, quando Cesare Spinola disse al Soldaniero non dover procurare tanta rovina a que' frati, e il Soldaniero si scusò raccontando come era stato costretto di deporre contro fra Dionisio dopochè fu circondato il convento in cui stava per opera de' Polistina e del Priore; avere lui stesso udito il Soldaniero lamentarsi, perchè i frati l'aveano ridotto nelle mani del diavolo e non poteva ritrattarsi senza essere appiccato; aver veduto l'indulto concesso al Soldaniero da Carlo Spinelli coll'intercessione di fra Cornelio, e sapere che trovavasi depositato alla banca di Barrese. Aggiunse aver saputo in Napoli direttamente tanto dal Pizzoni quanto dal Petrolo, che in Calabria fra Cornelio diceva loro doversi dare soddisfazione a' Giudici laici, che essi aveano dovuto deporre eresie per isfuggire da' secolari e tentare di esser chiamati a Roma, e che «per verità tutto era stato inventione»; aver saputo anche dal Di Francesco suo cognato, carcerato insieme col Pizzoni in Gerace, che fra Cornelio «con bravate, e con bone parole lo suggerì ad esaminarsi contra non so chi frati». Conchiuse aver dovuto giudicare, dietro le cose sapute dal Soldaniero, dal Pizzoni e dal Petrolo, che erano state dette molte falsità (e vede ognuno di qual peso riusciva una simile testimonianza da parte del Contestabile, convertito oramai in deciso difensore de' frati).

Il 7 novembre s'iniziò la seconda seduta col cavaliere fra Antonio Capece[211], il quale disse aver veduto una volta un frate rossetto, compagno del Visitatore di Calabria, venire a visitare il Lauriana nel carcere, e costui ricordargli che avea deposto quanto egli avea voluto, e dimandargli qualche somma de' danari che erano stati contribuiti da' conventi di Calabria, ricevendone buone parole e nove carlini; aver poi saputo dallo stesso Lauriana che era sicuro di aver la corda, ma non se ne curava per amore del Pizzoni suo maestro, che lui veramente non conosceva nulla di quanto aveadeposto, ma l'avea deposto per liberarsi dalla Corte temporale e non essere «inforcato et fatto in pezzi», e si voleva veramente ritrattare; essersi ritenuto pubblicamente che si sarebbe ritrattato, ma non lo avea fatto dietro consiglio dato dal dot.rMonaco, presente Domenico Giustiniano; essere state una sera omesse da lui nella litania le parolea falsis testibus, ed avergli fra Pietro di Stilo detto «che non si vergognasse ma che le dicesse» (vigile ed accorto sempre quel fra Pietro); essere corsa pubblicamente la voce che avea chiesto perdono a fra Dionisio per le deposizioni fatte contro di lui. Aggiunse aver veduto il Soldaniero visitare e servire fra Dionisio ammalato, presenti anche il Contestabile, fra Pietro Ponzio e il carceriere. Inoltre aver veduto una lettera che fra Pietro Ponzio diceva scritta al Pizzoni dal Lauriana; avere udito lui stesso il Pizzoni da una fossa parlare al Lauriana in latino e perciò non averlo capito; aver saputo dal Pizzoni medesimo, che andava in quella fossa per non aver voluto confermare l'esame di Calabria fatto per uscire dalle mani de' laici e tutto falso; aver saputo dal Pizzoni e dal Lauriana che il Visitatore e fra Cornelio li avevano esortati a confessare per dar soddisfazione a' Giudici secolari, «che poi passata quella furia sarebbero andati in Roma per il S.toofficio è llà si saria accomodato ogni cosa» (testimonianze per certo troppo esplicite, e troppe volte poggiate su notizie raccolte direttamente).—Di poi Cesare Forte di Nicastro, conciatore di pelli, carcerato per la congiura[212], confermò avere udito tra i carcerati che il Lauriana si voleva ritrattare ma un Domenico Monaco lo sconsigliò; essere ritenuto testimonio falso, rifiutandosi a dire le parolea falsis testibus, onde i carcerati ne mormoravano; su tutto il resto disse non saper nulla.—In sèguito Cesare Spinola[213]attestò aver veduto un giorno fra Dionisio e il Lauriana in alterco, aver domandato allora al Lauriana come mai nel Castello «non c'era cane nè gatto che lo potesse vedere, et alhora fra Silvestro rispose Dio perdoni à chi n'è causa», e dietro le sue insistenze gli palesò esserne stato causa il Pizzoni che gli avea fatto deporre quanto avea deposto. Aggiunse di sapere che il Soldaniero aveva parlato a fra Dionisio quando costui era ammalato, e che aveva a' suoi servigi Valerio Bruno; di avere una volta veduto il Soldaniero tornare dall'esame col viso infuocato, ed avergli detto «non più contra questi poveri frati, che tante cose? et esso rispose, che voi che io faccia? per Dio che non posso far di manco per trovarmi haver detto contra di essi monaci», e raccontò il fatto dell'essere stato circondato in un convento ed obbligato da un monaco a deporre contro fra Dionisio per non essere consegnato alla Corte; ond'egli, lo Spinola, volgendosi al Contestabile che era presente, ebbe a dirgli in disparte «mira che anima negra». Aggiunsedi conoscere che il Soldaniero aveva avuto l'indulto da Carlo Spinelli, ma non conoscere ad istanza di chi (testimonianze tutte gravi anche per la loro provenienza da un uomo non volgare).—Venne quindi la volta di Domenico Giustiniano, il quale dichiarò avergli un giorno il Lauriana dimandato consiglio, dicendo «che non havea faccia di comparere avanti di fra Thomaso Campanella perche si havea esaminato falsamente contra di lui, e detto milli falsità»; avergli lui risposto essere in obbligo di dire la verità, ma temendo il Lauriana che avrebbe la corda, essersi deciso consultare qualche letterato; «e così chiamassemo un giovane nominato Gio. Vincenzo mezzo monaco il quale non si volse impacciare, chiamassemo poi Domenico Monaco Dottore, et fra Silvestro li proposse il caso, et il dottore li disse, Io te hò ditto più volte che tu debbi star saldo alla prima esamina che altramente sarrebbe andato in una galera». Confermò avergli il Lauriana detto che i suoi superiori l'aveano forzato a deporre in quel modo, essere da tutti ritenuto falso testimone, avere una volta nelle litanie omesse le parolea falsis testibus, onde fra Pietro di Stilo lo rimproverò e tutti ne risero. Aggiunse di sapere che il Pizzoni e il Lauriana erano stati più mesi insieme nella carcere civile, ma non sapere che si fossero concertati o no fra loro (testimonianze rese ancora più gravi dall'ingenuità della persona).—Infine Giuseppe Grillo, che già conosciamo, dichiarò essere stato presente allorchè nelle carceri di Gerace il Lauriana si scusò con fra Pietro Ponzio perchè non si era ritrattato, dicendo che «esso era andato con animo di disdirsi pensando di trovare solo la Corte spirituale, mà che ci era anco presente Carlo Spinello et l'Avvocato fiscale Regio, è che lo spaventavano solamente à guardarlo». Confermò tutto il resto intorno allo stesso Lauriana, ma solamente per detto di altri. Confermò che il Lauriana e così pure il Soldaniero e Valerio Bruno aveano parlato con fra Dionisio, ciò che avea visto egli medesimo.

L'8 novembre fu dapprima interrogato, senza il formulario solito, il carceriere Alonso Martines di Medina del Seco[214], il quale disse: «frà Dionisio Pontio stette male à morte, et il sig.rDon Giovanni Sanges mi ordinò che io li dovesse dare un compagno, et che dovesse lassar aperta la porta dela priggione nella quale era il detto frà Dionisio»: e quindi vi entrò più volte il Soldaniero, che con le proprie mani imboccava fra Dionisio quando mangiava, e diceva di farlo per carità; vi entrò pure Valerio Bruno, che portò a fra Dionisio da parte del Soldaniero «qualche regalillo di frutta», ed anche il Lauriana, che una volta rimase a parlare con fra Dionisio per un'ora. Egli vide tutto ciò, e quando erano partiti il Soldaniero e il Lauriana, fra Dionisio gli disse, «guarda costoro, si sono esaminati contra di me, et adesso mi vengonoà dire che non si erano essaminati contro... niente» (non disse dunque che gli avessero dimandato perdono, ma d'altro canto perchè il Soldaniero specialmente negava con tanta ostinazione la visita fatta?).—Nardo Rampano di Catanzaro, sarto, carcerato per la congiura, disse essere stato sempre compagno del Lauriana nelle carceri di Squillace e poi anche in quelle di Napoli, avere udito più volte fra Pietro di Stilo in Squillace dare del falsario al Lauriana, che «piangeva e diceva che lo lassasse stare con li guai suoi»; aver veduto ancora in Napoli venire alle mani il Lauriana ed il Petrolo, il quale anche dava del falsario al Lauriana. Confermò tutto il resto circa il Lauriana, ed aggiunse inoltre di avere lui stesso udito il Pizzoni parlare dalla fossa col Lauriana «per un pertuso che risponde fuori, et parlavano latinamente» e dopo tre giorni il Pizzoni fu tolto dalla fossa e rimase da basso per più di due mesi in compagnia del Lauriana che lo governava; (senza mettere in dubbio l'orribile condotta del Lauriana, bisogna pur dire che tutti i frati d'ogni colore, eccetto il Pizzoni, seppero organizzare una vera crociata contro di lui).—Di poi Marcello Salerno di Guardavalle, sarto, carcerato egualmente per la congiura, confermò di avere udito tutte le voci che correvano su' fatti del Lauriana, tra le altre «che un certo dottore chiamato Dominico era stato la salute di frà Silvestro et la ruina dela causa». Aggiunse di aver udito prima fra Dionisio e il Lauriana quistionare e gridare tra loro e poi quietamente parlare insieme; aver veduto anche il Soldaniero visitare fra Dionisio. Non potè pertanto attestare di aver veduto in Squillace il Lauriana dimandare perdono a fra Pietro Ponzio per le falsità dette contro fra Dionisio, perchè allora esso Marcello aveva avuta la corda e stava male; attestò solamente di averlo udito dire da altri carcerati, come pure di aver udito che il Lauriana era stato sedotto a deporre in quel modo da un frate chiamato fra Cornelio. Aggiunse che veramente il Lauriana e il Pizzoni erano stati in un medesimo carcere più mesi; (nulla di nuovo, ma una concordanza notevole).—Quindi Cesare Bianco di Nicastro, domestico, carcerato come sopra, confermò le voci che correvano intorno al Lauriana, che tutti lo dicevano falsario, aggiungendo prudentemente, «quanto à me lo tengo per religioso da messa di S. Domenico». Attestò di aver veduto lui medesimo il Soldaniero ed anche Valerio Bruno parlare con fra Dionisio; ricordò di avere già deposto circa la lettera che il Lauriana avea mandata al Pizzoni; negò di avere udito il Lauriana dire che ci era tempo ad accomodare la coscienza, avendolo invece saputo per detto di altri carcerati; conchiuse dicendo, «fra Dionisio publicamente si tiene per homo da bene come lo tengo io, è per buon religioso, è predicatore, et publicamente si è ditto, è si dice particolarmente tra li carcerati che le cose che li sono state apposte sono state falsità»; (una testimonianza simile da un uomo piuttosto prudente merita di essere considerata).—Venne poi esaminatoGeronimo padre del Campanella[215], che questa volta si disse di Stilo, calzolaio, costretto a vivere col carlino al giorno che a lui dava la Corte (come agli altri compagni poveri), e dichiarò di non saper nulla su quasi tutte le dimande che gli furono fatte. Attestò che dicevasi il Lauriana essere falsario, aggiungendo «et esso se lo sape». Attestò che avea veduto il Lauriana visitare fra Dionisio e parlargli, come pure il Soldaniero, non così Valerio Bruno, il quale serviva di cucina il Soldaniero; (il povero vecchio era sempre di molto cattivo umore).—Successivamente venne esaminato Gio. Battista Ricciuto di Monteleone, orefice, che dichiarò del pari non saper nulla su quasi tutti i punti e volle barcamenarsi. Disse il Lauriana ritenuto «appresso di alcuni per buono et appresso di alcuni altri non»; aver recitato la litania «giusta», ma lui, Gio. Battista, non saper «lettera»; non sapere se il Lauriana avesse visitato o no fra Dionisio, ma la camera di costui essere rimasta aperta a tutti. Quanto al Soldaniero fu più esplicito; l'avea veduto in camera di fra Dionisio, avea veduto Valerio Bruno servirlo, avea saputo da costui l'indulto accordatogli.—Finalmente Tommaso Tirotta, già servitore del povero Maurizio e carcerato e tormentato per questo, dovè rispondere solo intorno al Soldaniero e a Valerio Bruno: e disse aver conosciuto l'uno e l'altro fin da quando stavano ritirati nel convento di Soriano, sapere che il Bruno serviva il Soldaniero anche nel Castello, sapere che il Soldaniero avea visitato fra Dionisio, non sapere che il Bruno l'avesse egualmente visitato ed anche servito, poter attestare aver lui medesimo, Tirotta, cucinato due polli per fra Dionisio nel focolare del Soldaniero col consenso di costui (testimonianza insignificante per questa causa).

Il giorno seguente, 9 novembre, si cominciò ad interrogare i frati[216]. E dapprima fra Paolo confermò che il Lauriana da tutti era stimato falsario, ricordando specialmente che così l'avea chiamato pure il Petrolo nel venire alle mani tra loro. Disse aver udito in Gerace perfino da' birri, ma non dal Lauriana, che costui avea detto volersi ritrattare e poi non l'avea fatto per timore, aggiungendo, a dimanda d'ufficio, che lo Spinelli e lo Sciarava erano presenti agli esami e minacciavano, ed il Capitano di campagna era anche presente e insolentiva, come avea provato egli stesso e parimente il Petrolo. Confermò aver udito in Gerace e in Monteleone che il Lauriana non conosceva nulla di quanto avea deposto, ma l'avea deposto per timore di fra Marco e del suo compagno, i quali dicevano volerlo consegnare alla Corte secolare se non confessava. Dichiarò aver veduto nella carcere di fra Dionisio, in colloquio con costui, il Lauriana, e così pure altra volta il Soldaniero; d'avervi veduto egualmente Valerio Bruno, che era servitore del Soldaniero,tanto che pur in que' giorni, essendo il Soldaniero passato al Castello dell'ovo, gli preparava il pranzo e glie lo mandava aggiungendo che da Valerio era stato detto di aver udito quanto avea deposto non da fra Dionisio ma dal Soldaniero. Attestò che trovandosi in Pizzoni, vide fra Dionisio venuto per ricuperare certi scritti dal Pizzoni e sdegnato verso costui uscire dalla Chiesa dove gli avea parlato (testimonianza troppo tardiva e quindi sospetta). Attestò le cattive qualità del Pizzoni, i furti, il mal francese, le disonestà che gli erano addebitate. Disse di sapere che in Pizzoni, quando vi fu fra Dionisio, non c'era il Campanella; confermò che fra Pietro di Stilo non era amico di fra Dionisio, ed invece lo era del Polistina; (così fra Paolo si mostrava ben diverso da quello di prima, ma perciò appunto non poteva conciliarsi molta fede).—Successivamente fu interrogato fra Pietro di Stilo, che abbondò moltissimo ne' particolari, profittando della circostanza per far entrare nelle difese in un modo anche più largo la persona del Campanella, sicchè la sua deposizione riesce di una importanza straordinaria. Dichiarò aver saputo direttamente dal Lauriana, in Squillace e in Monteleone, che avea deposto «tutto buggie ad instantia di frà Cornelio, è di frà Gio. Battista de Pizzoni», ed espose l'occasione a questo modo: «io dissi à fra Silvestro, come è possibile che tu che sei inimico di frà Dionisio perche ti persequitò per conto di frà fabio in Nicastro.... et tù sempre sei stato lontano da frà Thomaso, che essi ti habbiano communicato queste cose à te, et à me che ero amico di fra Thomaso, e paesano, non habbia ditto niente, Et fra Silvestro alhora mi disse, non per Dio, io mai seppi queste cose, mà me l'ha fatto dire il maledetto frà Gio. Battista da Pizzoni, in servitio del quale hò posto l'onore, è molte volte in pericolo la vita, Et io dissi come è possibile che si hai deposto contra frà Dionisio, et il Campanella ad instantia di frà Gio. Battista, che tu poi habbi accusato fra Gio. Battista, esso mi rispose che quelli doi ciò è il Campanella, è frà Dionisio li dovesse nominare come in effetto li nominai, et io da me aggionsi fra Gio. Battista per terzo, massime che frà Gio. Battista mi havea ditto di haver udito heresie dal Campanella, è da frà Dionisio» (rivelazioni molto sottili). Attestò che pure alla presenza di molti di Catanzaro il Lauriana disse di aver deposte falsità, ed esso fra Pietro glie ne fece rimprovero. Attestò di aver saputo dal Dottore Monaco il consiglio dimandatogli dal Lauriana; disse che uguale consiglio fu dimandato al Giustiniano e poi ad esso fra Pietro medesimo, onde ebbe a rispondere, «che si havea detto la verità stasse saldo, et moressero li tristi, è si havea detto la falsità mirasse a sè, è che li testimonii falsi condennorno il figliolo di Dio alla morte». Confermò che il Lauriana era falsario, anche perchè avea deposto di avere udito eresie da fra Dionisio, dal Campanella e dal Pizzoni, «e non dimeno, egli disse, frà Dionisio non è stato mai in Pizzoni con frà ThomasoCampanella, perche io era in Pizzoni in questo tempo, et l'haveria saputo si ci fusse stato», indicando testimoni, per sapere la verità, fra Paolo e il Pizzoni medesimo. Confermò aver fatto un appunto al Lauriana durante le litanie, quando si giunse alle parolea falsis testibus, poichè «parve che à fra Silvestro s'ingroppasse, è non potesse dire». Attestò che un giorno fra Dionisio e il Lauriana vennero a briga tra loro per le falsità, e poi la sera li vide discorrere insieme, come il Lauriana medesimo gli disse l'indomani. Attestò aver veduto più volte il Soldaniero parlare con fra Dionisio; quanto a Valerio Bruno, aver saputo lo stesso da carcerati. Dichiarò aver saputo da Giulio Contestabile che il Soldaniero gli avea detto essere stato da fra Cornelio forzato a deporre, ma attestò averlo poi saputo anche direttamente ed ecco in quale occasione: «al Soldaniero dissi che frà Gio. Battista di Pizzone se li raccomandava per amore di Dio, et Giulio rispose che non li volea perdonare, mà roinarlo, perche esso fù il primo che accusò il Soldaniero che con trenta persone voleva uscire in campagna per la ribellione, et che li rencresceva bene di haver detto contra frà Dionisio, perche la sospittione che havea contra frà Dionisio che se la tenesse con Eusepio suo inimico non era stata vera, è disse di haver fatto il debito suo verso frà Dionisio in camera di frà Dionisio, ma che al Pizzone lo voleva convincere col detto di valerio bruno suo servitorede loco, et tempore, perche da quello servitore faceva dire quel che lui voleva, è questo sarà il servitio che voglio fare à fra Gio. Battista, Et dopò questo biastemò San Gio. Battista, S. Giovanni evangelista, è Santo Cornelio, Et soggionse se venessero persone che havessero questi nomi io non li crederia mai, ne tan poco voglio credere à questi Santi per tali nomi, perche questi, ciò è frà Cornelio del Monte, e Maestro Gio. Battista Polistina, sono stati causa, che hò perso l'anima, la robba, e dubbito che perderò la vita, Et poi cacciò una carta reale, è disse questa mi costa un'anima, è tre mila docati, et confortandolo io che saria remesso, mi rispose questo è l'indulto, et maledicì quando mai fu indultato, et che era meglio per esso che fosse stato alli passi» (rivelazioni sempre più sottili ed anche abbastanza teatrali, un pochino inverosimili trattandosi non di un uomo semplice ma di un capo di fuorusciti qual era il Soldaniero). Dichiarò inoltre avergli lo stesso Soldaniero affermato, che i fatti esecrabili commessi contro l'ostia consacrata erano stati narrati da fra Dionisio nella predica di Soriano a pio fine (unico testimone fra Pietro su questo articolo tanto scabroso); avergli dippiù Valerio Bruno lodato grandemente quella predica. Accettò di aver fatto molto opportunamente fuggire il Polistina quando era perseguitato da fra Dionisio (con che si accreditava come testimone a favore di costui), e confermò ad una ad una le accuse di furto, malattie e «cose di donne» addebitate al Pizzoni, mostrandosi personalmente informato di tutto. Riconobbeche il Campanella avea trattato molto col Pizzoni, ma disse di non poter entrare a giudicare se dovesse ritenersi più probabile che il Pizzoni avesse manifestate a fra Dionisio opinioni del Campanella, o invece il contrario. Affermò di avere tanto lui quanto il Petrolo saputo dal Pizzoni che fra Dionisio avea parlato di eresie disputativamente, e soggiunse essergli stato detto dal Pizzoni, nelle carceri di Monteleone, che volea ritrattarsi di quanto avea deposto contro fra Dionisio e il Campanella, allegando «molte raggioni per le quali esso havea confessato la prima volta, è fra l'altre... il timore della morte, e la speranza di libertà, l'odio che havea con frà Dionisio, et l'occasione dela soversione delle cose, che alhora pareva che il mondo tutto andasse sotto sopra» (non si poteva dir meglio); al quale proposito ritornò sulle minacce fatte da D. Carlo Ruffo, da fra Cornelio, dal Visitatore, da Ottavio Gagliardo, e ricordò quello che costoro aveano fatto contro lui medesimo. Ma la lunghezza di questo esame obbligò i Giudici a rimandarne il sèguito ad altra seduta.


Back to IndexNext