— Come è fresca, tranquilla, allegra! — gli mormorai dopo un poco, all’orecchio, guardando la signora. — Chi direbbe che ieri sera...
— Queste signore del bel mondo! — rispose l’ammiraglio, senza distogliere gli occhi dalle coppie. — Un bell’abito fa su loro l’effetto di una fanfara su noi soldati. Quando se lo sentono addosso dimenticano tutto. I dispiaceri, le malattie, gli anni....
Gli raccontai allora in succinto il colloquio che la signora aveva avuto con mia moglie alla mattina: ma quando gli dissi che la signora dubitava che suo marito fosse un po’ matto, un sorriso spuntò sulle sue labbra.
— Perchè sorride? — chiesi.
— Per nulla. Così! — rispose.
E ammutolì di nuovo, guardando le danze, mentre io avviavo un discorso sull’argomento discusso durante il pranzo. Quando, a un tratto, la macchina, fischiando roca, sorda, lungamente, annunciò a tutti noi, ormai quasi dimentichi, che il confine ideale tra le due metà della terra era superato! Le coppie si sciolsero: la signora si levò: tutti corremmo a precipizio sul ponte: dalle viscere profonde, dai ripostigli reconditi della nave, uomini e donne sbucarono, nella terza classe, sui due ponti della prima, per vedere il «Cordova» navigare nell’emisfero boreale: delle grida di gioia risuonarono nella notte.... Ma la notte era, come al solito, oscura; in cima ad essa le stelle brillavano con il consueto silenzioso splendore: nè più lento nè più veloce il «Cordova» fendeva con un fragor di cascata l’immensità delle acque, di cui appena si intravedeva qualche lembo. Noi avevamo mutato emisfero, ma nulla era mutato nel mondo: gridavamo all’Universo la nostra esultanza dal fondo della notte, in mezzoall’Oceano, entro la minuscola conchiglia di ferro che ci portava: ma la faccia dell’oscura immensità non si corrugò neppure di un impercettibile fremito!
A poco a poco, uno per volta, dopo aver guardato in alto, in basso, a destra, a sinistra più volte; dopo esserci convinti che se noi avevamo mutato emisfero, nulla era mutato intorno a noi, incominciammo tutti a disperderci per il vapore, ai tripudi della sera. E dopo qualche tempo la mia signora ed io ragionavamo in un cantuccio del ponte di passeggiata ed io le ripetevo quel che il dottore mi aveva detto di Maddalena e le trasmettevo la sua preghiera, quando sopraggiunse la signora Feldmann. Si sedè accanto a noi: incominciò vari discorsi banali — necessari preamboli — sul tempo, sul mare, sulla serata: poi a un tratto, e improvvisamente, mi chiese se a New-York non fosse venuta alle mie orecchie, intorno a suo marito, nessuna notizia o voce o diceria, che potesse illuminarla. Risposi la verità, di no, cioè: e poi le chiesi, scherzosamente, se suo marito rassomigliava davvero a Nerone.
— Lasciamo in disparte — dissi — la crudeltà: ma Nerone era un uomo debole, incerto, pauroso. Un banchiere sarà quel che lei vuole: un avvoltoio o un predone: ma dell’energia deve averne....
La signora era intenta, in quel momento, a distendere con le due mani un lembo del suo bianco velo sul ginocchio sinistro.
— Lo crede, lei, davvero? — disse lentamente, alzando gli occhi e guardandomi con un fine sorriso.
— Per Bacco! se lo credo! — risposi, con un fare un po’ dottrinario. — I banchieri sono i condottieri del mondo moderno!
— Per loro scienziati, che vedono lo cose dall’alto, in grande.... Ma per le mogli che debbono viverci insieme, giorno e notte.... non so.
— Ma vuol negare che siano uomini di polso i Morgan, i Rockefeller, gli Underhill....
— Quanto a Underhill, — interruppe essa subito con impeto — quello, sì, era un grande uomo.
— Lo ha conosciuto lei? — chiese la Gina. — Noi dovevamo far colazione con lui, a New-York, tre mesi prima che morisse. Poi non ricordo più che cosa successe, che ce lo impedì.
— Underhill — rispose la signora — era un amico di casa.
— Una delle banche — dissi allora io, rivolgendomi a mia moglie — che hanno aiutato Underhill a riorganizzare il «Great Continental», è la banca Loeventhal. Quella di cui il signor Feldmann è uno dei direttori.
— E che uomo era? — chiese allora la Gina. — Il signor Otto Kahn ci ha raccontato che era un uomo così interessante!
— Un uomo straordinario! — rispose risolutamente la signora. — Intendiamoci però: «il n’était pas homme du monde pour un centime». Non avrebbe saputo distinguere questa toilette dagli abiti di quella signora americana, moglie di quel giovane.... Ma quante volte l’ho detto a mio marito: quello, sì, è un uomo.
— Quello, sì, è un uomo, — pensai tra me. — E il marito allora che cosa era?
Le chiesi quando avesse conosciuto l’Underhill.
— Quindici anni fa — rispose. — Un giorno mio marito viene da me e mi dice di mandare un invito a pranzo al signor Riccardo Underhill. Non avevo mai sentito questo nome; e gli chiesi chi era. «Uno stock-brocker, mezzo morto di fame», mi rispose. «Lo zio vuole a tutti i costi che lo inviti». Stock-brocker, era, sì: ma morto di fame, no, lo seppi poi: aveva già un patrimonio, piccolo a paragone di quello di mio marito e piccolissimo a paragone di quello che ha lasciato ai figlioli: ma insomma l’aveva messo assieme da sè, perchè era di famiglia modestissima.... Ma mio marito ha sempre spregiato molto gli uomini più poveri di lui, quando non sonodisposti ad essere i suoi servitori: questo è uno dei difetti che mi sono sempre più spiaciuti in lui.
— Ne ha parecchi, suo marito, di difetti; e lei non è una moglie indulgente, «tant s’en faut!» — dissi scherzosamente.
— Lei vuol dir sincera, — mi rispose con un fare veramente candido.
— Sincera e severa, mi pare.
— Me lo diceva sempre anche mia madre, — rispose. — Ma io sono fatta così.
— Nè mi stupisce. Questa specie di sincerità severa si ritrova spesso nei santi, nei sovrani, nei principi, nei grandi signori, nelle donne troppo belle e troppo adulate....
— E per qual titolo sarei io ammessa nel numero delle persone provviste di questo temperamento? — mi chiese con un sorriso malizioso.
— Proceda per esclusione. È lei una santa? una regina? una principessa? No. Dunque....
— Ma spero che riconoscerà che è una virtù.
— Conforme.
— Conforme che cosa?
— Queste persone — risposi — amano con ardore la giustizia e la rettitudine, di solito. Il che è bene: il male è che qualche volta in questo amore del giusto c’è un tantinello di orgoglio e di prepotenza. Perchè non le pare che un po’ di orgoglio e di prepotenza sia necessaria, per credersi capace di giudicare in ogni occasione e senza appello i propri simili?
— Grazie del complimento — rispose. — Lei mi dice che sono una donna vana, sciocca e prepotente.
— Vana e sciocca, no. Orgogliosetta e un po’ prepotente.... Non so.... Mi riserbo.... Vedremo. Torniamo intanto a Underhill. Suppongo che ebbe l’onore di essere invitato a pranzo da lei, dopo che fu eletto presidente del «Great Continental».
— Per l’appunto. Lei sa che Underhill, a quel tempo, nessuno dei magnati della finanza americana avrebbe acconsentito a trattarlo come un pari.
— Non aveva — dissi — mai amministrato che piccole ferrovie, sebbene le avesse amministrate assai bene....
— Sicuro. E nessuno da principio ce lo voleva a quel posto. Mio marito naturalmente era uno dei più accaniti. Ma lui tanto disse e tanto fece, che la spuntò. Allora i principali interessati nella ferrovia diedero ciascuno un pranzo per festeggiare la pace. Io però non mi sono mai occupata degli affari di mio marito, e quindi non avevo dato gran peso alle sue parole.... Ma due giorni prima del pranzo, incontrai per l’appunto Otto Kahn. Lei lo conosce, credo. La banca Kuhn Loeb era anche essa impegnata nell’impresa del «Great Continental» e parlando gli dissi che avrebbe pranzato da me tra gli altri un certo Underhill. «Un certo Underhill!» mi rispose ridendo. «Ma tra pochi anni quell’uomo sarà il Napoleone della finanza americana!» Sa che cosa disse mio marito, quando gli ripetei questo discorso? «Kahn è matto!» Ma questo è niente: il più buffo fu poi.... Quando ci ripenso....
E scoppiò in una allegra risata.
— Lei che vede in ogni banchiere un eroe.... Stia a sentire. Poco dopo il pranzo, un giorno, mio marito ritorna a casa con una faccia.... Era fuori di sè. Avevo appena avuto il tempo di domandargli se si sentiva male, che si mette a gridare: «Lo dicevo io che era pazzo, pazzo, pazzo!» E dava dei pugni sul tavolo, saltava da una poltrona all’altra, rovesciava i libri: pazzo era lui, non Underhill. Perchè alludeva a lui. E sa che cosa era successo? Si figuri: Underhill era partito zitto zitto per fare un giro sulla «Continentale» e vedere un po’ quel che si poteva fare per assestare quella ferrovia fallita da tanti anni: per due settimane silenzio, non aveva datanotizia di sè: quando alla fine, dopo due settimane, ecco arriva un telegramma così concepito: «Mi occorrono trenta milioni di dollari». E per trenta milioni di dollari mio marito vaneggiava a quel modo!
— Andava però per le spiccie, quell’Underhill — non potei a meno di osservare.
— E aveva ragione, — mi rispose essa, subito, con forza. — Se i banchieri non sanno arrischiare il loro denaro, a che servono?
— Ma pretenderebbe lei forse che gli dovessero spedire i centocinquanta milioni come erano stati chiesti, a volta di telegrafo?
— Non dico questo — rispose ridendo. — Ma un po’ di slancio, di ardire, di fiducia ci vorrebbe. Invece! Io non conosco invece gente più paurosa. E il più pauroso di tutti era proprio mio marito! Bisognava vedere, quella volta.... Underhill dovette venire a New-York, parlare, persuadere, spiegare.... Mio marito era addirittura esterrefatto: per quindici giorni non dormì, non mangiò, tanto era agitato: anche gli altri, bisogna dire, titubavano tutti: persino lo zio, che pure, quello è un uomo serio. Avevano tutti una tremarella.... che la ferrovia fallirebbe di nuovo tra due o tre anni. E tre anni dopo si spartivano parecchie centinaia di milioni....
— E Underhill era diventato un grande uomo, — aggiunsi io.
— Se lo meritava, perchè il merito era suo e soltanto suo.
— Non dimentichiamo però che la fortuna ci ha messo anche lei il suo zampino.... Proprio allora incominciò il rincaro dei cereali. La prosperità tornò in quelle regioni, che la crisi del’93 aveva devastate. Anche la guerra delle Filippine lo ha aiutato. Se si fosse sbagliato....
— Ma non s’è sbagliato: il suo genio aveva indovinato che i tempi mutavano.
— L’aveva proprio indovinato? O s’è buttato avanti,un po’ alla cieca, tentando l’ignoto, come si fa di solito?
— Non ne dubiterebbe se l’avesse sentito a discutere con mio marito. È una cosa curiosa — aggiunse poi dopo un momento di riflessione. — Mio marito è un pozzo di scienza. Bisognava sentire, quando dimostrava che i territori del «Continental» dovevano restare per secoli deserti! Quando parlava, anche a me, che sono una povera donna ignorante, pareva impossibile che non avesse ragione. E invece.... Come lo spiega, lei, questo fatto?
Invece di spiegarlo, le rivolsi una domanda intorno agli studi del marito. Poichè la signora mi pareva in vena di confidarsi, volli avventurare una prima domanda intorno alle cose di famiglia. Rispose infatti, e con pronta e quasi ingenua franchezza.
— Ha studiato — disse — in Germania, a Bonn, non so per quanto tempo: e poi a Parigi all’«Ecole des sciences politiques et morales».... Pare che fosse bravissimo negli studi: e non ne dubito, perchè in fondo è nato, credo, più professore che banchiere. Suo padre glielo diceva sempre. Anche adesso non è felice che in mezzo ai libri o quando può scrivere qualche articolo per una rivista di economia politica.
— Anche adesso?
— Se sapesse! — rispose alzando le mani con un gesto di sbigottimento. — Quanto legge e quanto scrive! Nemmeno addormentarsi può, sè non ha un libro o una rivista. Quando ripenso ai primi anni di matrimonio e quanto mi hanno fatto piangere quei maledetti libri! Perfino in viaggio portava con sè una cassa di libri. E nel transatlantico, a Parigi, negli alberghi, nelle «villes d’eau», appena insediato anche per otto giorni, subito apriva la sua cassa e giù a leggere e a scrivere.... A quanti teatri, musei e divertimenti ho rinunciato, perchè proprio per lui era un sacrificio troppo grande di togliersidal suo tavolo! «Ce n’était pas folichon, je vous assure....» Poi, a poco a poco, mi ci sono abituata!
E sospirò. Mi parve allora, di poter ormai avventare una domanda addirittura indiscreta e:
— Non era allora un marito molto tenero, mi pare, — dissi.
Ma a questa domanda subito sentii la signora farsi a un tratto ritrosa e quasi sgusciarmi di mano.
— Ma no, ma no — disse lievemente arrossendo. — Federico è il modello dei mariti.
E poi subito ritornò al discorso primitivo.
— Underhill invece era un uomo semplice; poco colto, quasi direi.... un gran bambino! Eppure egli indovinava, e mio marito no, non ostante tutti i suoi studi e non ostante tutti i suoi libri. Io non ho mai capito il perchè.... Eppure mio marito è intelligente.
— L’intuizione, signora, è un dono di Dio: l’erudizione è uno sforzo dell’uomo.
Tacque un momento, sopra pensiero, poi, a un tratto:
— Sa che cosa dissi un giorno a mio marito? Indovini.
E si mise a ridere.
— Underhill era più vecchio di mio marito, non so di quanti anni.... Ebbene gli dissi che Underhill mi sembrava un giovane di venti anni, e lui un venerando vegliardo di novanta.
— Un bel complimento, per Bacco! — dissi non senza una certa meraviglia.
— Difatti mi tenne il broncio per tre giorni. Eppure anche questa volta avevo ragione.
— Come sempre!
— Non mi canzoni. Avevo ragione, perchè mio marito è così pessimista e diffidente sempre! E l’altro invece era tanto ottimista, fiducioso, allegro....
— Americano, cioè, mentre suo marito è europeo.Ma lei ora mi ammira nella persona dell’Underhill quell’America che l’altro giorno mi trattava di barbara. Quel coraggio, quell’impeto, quell’energia sono appunto le qualità....
— Degli Americani? — interruppe pronta, scrollando le spalle, con un atto di spregio. — Lo crede anche lei, come tanti Europei? Perchè gli Americani fanno tanti quattrini? Come se fosse una cosa difficile far dei denari!
— Un pochino, direi, signora. Pur troppo, anzi! — risposi ironicamente.
— Ma se ne ha fatti tanti perfino mio marito, in America! — ribattè.
Quest’accanirsi spietato mi irritò e:
— Almeno, — protestai a difesa dello sconosciuto marito — se non gli cascano in casa dal cielo i milioni a suo marito!
— Ma no, ma no — rispose pronta e come un po’ impazientita. — Sa scegliere gli uomini: ecco il suo segreto. Gli uomini dotati di quelle qualità che a lui mancano. Li odia: ma li sa sfruttare; e sopratutto sa nascondere le sue debolezze dietro le loro spalle. In questo è intelligente.... Come in tutto il resto, del resto. E così ha fatto credere a molti di essere una specie di Napoleone della finanza, e quel che è più curioso alla fine se ne è persuaso anche lui.... Proprio come Nerone credeva di essere un grande artista! Vede dunque che rassomiglia proprio a Nerone! Se sapesse come dimentica presto, quando una impresa è riuscita, che egli ha sconsigliata.... Un giorno, dopo il trionfo di Underhill, gli ricordai le sue disperazioni per il famoso telegramma dei trenta milioni. Che furia mi fece, sapesse!...
— Altro che ininterrotta concordia! — pensai tra me. Ma alle ultime frasi così chiara la meraviglia trasparì dai miei occhi, che la signora ammutolì a un tratto, e:
— E che? — disse. — Avrei forse dovuto tacere?
— No, non dico questo — risposi un po’ impacciato. Poi soggiunsi: — Ma perchè lei gli ricordava queste cose?
— Perchè? Oh bella! Perchè era giusto.... Le par giusto che un uomo si attribuisca il merito che spetta ad altri?
— Non dico che sia giusto; ma....
E tacqui guardandola.
— Ma che ma! — rispose con un sorriso tra fiero e scherzoso, levando con energia la piccola e bella testa. — Pensa lei forse che io sia una persona accomodante? Transazioni, ipocrisie, menzogne? Mai. E forse per questo avevo ragione di non volerlo sposare: e feci male a cedere ai miei genitori.... Ma ero così giovane!
— Ah! — dissi questa volta senza recondita intenzione. — Lei non voleva dunque sposarlo....
Di nuovo la signora arrossì un poco: ma invece di rispondermi si levò e raccogliendo il suo velo intorno alle spalle:
— Domando scusa, — disse — ma bisogna che me ne vada. Incomincio a sentire l’umido della notte....
Ci alzammo anche noi, mentre io dicevo a me stesso:
— Ho bell’e capito adesso, perchè tuo marito vuol fare divorzio! Non è un quesito difficile, no!
E mentre in piedi ci salutavamo vidi più da vicino il suo vezzo. Allora, così per dire, tanto per prendere commiato:
— Signora, — dissi — devo dirle che queste sue perle, non meno della persona che le porta, sono l’oggetto dell’ammirazione di tutti. Un gioielliere che è a bordo dice che dovevano appartenere a qualche principe indiano....
Non dimenticherò, sinchè campo, la scrosciante e sconcertante risata che rispose al ben tornito complimento.
— Non lo indovina, perchè rido? Ma queste perle sono false! Ho una collana come questa, vera quella; ma è a Parigi, al «Crédit Lyonnais». Sei mesi fa sono tornata in Brasile sola: e non ho voluto portare con me i miei gioielli.
— Capisco ora! — esclamai, rammentandomi in quel momento di Lisetta e del suo piede imprudente. Ma mi ripresi e ammutolii a tempo.
— Che cosa capisce? — chiese incuriosita la signora.
— Capisco.... Capisco che questo vezzo imita il vero meravigliosamente.
Ma la signora fece una osservazione più profonda.
— Che cosa vuol dire l’idea! Non bisognerebbe portare che perle false. Se il mondo vi fa credito di una ricchezza sufficiente a comperarle vere, le crede vere anche quando sono false: se non vi fa credito, le crede false anche quando sono vere....
E se ne andò.
— Io direi — dissi volgendomi alla Gina — che essa detesta suo marito.
Ma in quel momento sopraggiunse il Cavalcanti.
— Venga, venga — disse, — Ferrero! Il Rosetti ha ripresa con l’Alverighi la discussione sul progresso che avevamo appena incominciata questa sera. Mi pare che questa volta l’avvocato abbia trovato pane per i suoi denti!
Passammo sull’altro fianco della nave. A mezzo del ponte di passeggiata, non molto lungi dalle scale che salgono al ponte superiore, sotto la pioggia melodiosa di suoni e concenti che cadeva dal salone di sopra, dove avevano ricominciato a danzare, il Rosetti, l’ammiraglio, l’Alverighi sedevano a cerchio.
— No, no, no! — fu la prima frase che udii avvicinandomi, e parlava piuttosto concitato l’Alverighi, mentre la Gina si sedeva nella sedia che levandosi per venire a noi il Cavalcanti aveva lasciatavuota ed io ed il Cavalcanti avvicinavamo due sedie. — Non si possono paragonare popoli e civiltà, e quindi misurare il progresso nè con dei criteri morali — è questo l’errore della signora Ferrero — nè con dei criteri estetici, è questo l’errore del signor Cavalcanti; perchè un mistico giudicherà progresso la distruzione dell’impero romano operata dal Cristianesimo, mentre un nemico del nome cristiano la giudicherà una catastrofe: e a Chicago o a Pittsburg c’è chi pensa che son più belle le maniere, le vesti, i gusti americani che tutte le vantate eleganze parigine: e sfido lei o chiunque a trovare il mezzo di convincere questi galantuomini di errore.... Tutte queste cose, l’ha detto lei e non io, ciascuno le giudica seconda il suo interesse. Dirò di più, anzi: giacchè a proposito della Francia siamo venuti a discorrere di civiltà raffinata. Io penso che l’idea di una civiltà che sia raffinata deve essere sradicata dai cervelli con il ferro e con il fuoco. Una civiltà raffinata, se non è vizio, è menzogna, illusione, ciarlataneria.
Uscivan di corsa in quel momento e in tumulto, dalla porticina che si apriva sul vestibolo del refettorio, vociando e ridendo clamorosamente, i due mercanti astigiani, la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, altri passeggieri: le signore trascinate riluttanti e ridenti, sotto braccio, dagli uomini. La festa equatoriale tripudiava fervida nella nave che a passo lento ed eguale attraversava, infaticabile, la notte infinita. Tacemmo per lasciarli passare.
— Si divertono! — mormorò l’ammiraglio.
E il Rosetti:
— Allora — disse — non ci sarebbe, secondo lei, nessuna differenza che si potesse vantare come miglioramento e progresso, per esempio, tra la pittura di un baraccone da fiera e la Trasfigurazione; tra Gasparone e San Francesco; tra Nerone e un filosofostoico; tra le vesti della cameriera di bordo e quelle della signora Feldmann; tra il vino che bevono gli emigranti e lo Champagne che abbiamo bevuto questa sera, tra la carne delle razze che l’Argentina ha selezionate con tanta cura negli ultimi anni, e le mandre che una volta essa affidava nella pampa alla grazia di Dio? Eppure l’altra sera lei diceva l’opposto, a proposito delle carni argentine.
Questa obiezione colse di sorpresa l’Alverighi, che rispose un po’ impacciato:
— Non dico questo, non dico... Non esageri... Ogni affermazione va presa con un certo discernimento.... Non così proprio alla lettera.... Con un certo buon senso. Se no, dove si va a finire?... Sì, anche nelle arti e nella morale un certo progresso è possibile: ma, come ho a dire? È più lento e meno continuo. Le differenze si percepiscono a grandi distanze, dopo molto tempo.... Non so se mi spiego chiaramente.
— Lei vuol dire, se ho inteso bene, che non si è ancora trovato un calcolo infinitesimale che misuri le differenze minime del bello e del buono? Che quindi non è possibile distinguere che le differenze vistose; che al di là di una certa perfezione nè il più nè il meno non si discernono più; i gradi delle qualità si confondono; ogni cosa può essere giudicata egualmente bella o buona. Che la Trasfigurazione sia più bella del baraccone da fiera o lo Champagne migliore del vino comune, nessuno lo nega: ma non è possibile decidere invece se è più bella la Trasfigurazione o l’Amore sacro e profano, se è più buono lo Champagne o il Bordeaux....
— Benissimo, benissimo, proprio così! — interruppe con vivacità l’Alverighi. — Il che può forse anche spiegarci perchè gli uomini abbiano consumati tanti secoli a perfezionare le arti, le religioni, le leggi nei loro covi antichi prima di uscir fuori alla conquista della terra. Urgeva, in principio e sopratutto, dirozzarsi un po’... Forse la storia non si è sbagliata, quantoio credevo, in principio. Ma ora? Ma ora? io mi domando ogni mattina e ogni sera, se per caso noi dormiamo o sogniamo o vaneggiamo tutti quanti. Nessuno dunque si accorge che la nuovissima storia del mondo è incominciata il giorno in cui in America l’uomo ha imparato a sfruttare gli spazi immensi, a coltivare le pianure sterminate, a camminare alla volta degli orizzonti infiniti? L’ho detto, ma vedo che giova ripeterlo: sino a un secolo fa, prima che si inventasse la macchina a vapore, la ferrovia e tutte le altre macchine mosse dal vapore e dall’elettricità; sinchè l’uomo aveva dovuto lavorare con le sue braccia e camminar con le sue gambe o con quelle di alcuni animali poco più veloci, l’umanità scompariva nelle grandi pianure; si addensava per necessità sulle estremità esili e sui margini filiformi della terra. Ecco, signora Ferrero, la ragione per cui le civiltà antiche fiorirono su territori piccoli e sterili; mentre le parti più fertili della terra, proprio quelle su cui la razza umana avrebbe potuto pullulare e moltiplicare all’infinito le ricchezze del mondo, erano quasi deserte. Ora il miracolo è avvenuto: e lei, ingegnere, non mi stia a ripetere che non è vero che i grandi Stati dell’Europa non si curano più di proteggere le arti, poichè la Francia raffina le eleganze di una civiltà squisitissima.... Di queste eleganze il mondo non sa che farsene: in America l’uomo ha imparato a misurarsi con i continenti: l’uomo deve ora conquistare l’Asia, l’Africa, l’Australia.... Devii il Niger e lo getti nel Sahara, la Francia, piuttosto che conservare le tradizioni della buona cucina o della cultura classica! Questo è il vero progresso; e può essere misurato: superfici coltivate, cavalli vapore, popolazione, numero e potenza di macchine, velocità di treni, statistiche mercantili: importazione ed esportazione.... Che quattro è il doppio di due, nessuno lo metterà in dubbio, per Bacco!
Il Rosetti ascoltava serio e attento, pizzicandosi la rada barbetta tra il pollice e l’indice: tacque un istante, quando l’altro ebbe finito, guardandolo: poi placido e a voce bassa:
— Dunque, se ho bene inteso, noi non avremmo del progresso altro che un concetto quantitativo, che vada per numeri. Traduco le sue idee, se le ho ben capite, nel linguaggio dei filosofi. Le qualità delle cose, come la bellezza e la bontà, non sono capaci di misura precisa e quindi neppure di confronti sicuri. Ma il progresso suppone sempre un più od un meno, quindi....
— Proprio così — disse l’Alverighi vivacemente. — Siamo d’accordo.
— E quindi, — proseguì il Rosetti — sinchè gli uomini si erano proposti di raffinare la civiltà, cioè di migliorare la qualità delle cose: la squisitezza dei piaceri, la bellezza delle arti, la santità della religione, la giustizia delle leggi; l’idea del progresso fu vaga; il mondo procedè lento ed incerto, perchè le differenze infinitesime del bello e del buono non si percepiscono più, e al di là di una certa perfezione i gradi si confondono?
— Benissimo, — interruppe l’Alverighi — benissimo. E invece l’idea del progresso divenne norma sicura di azione il giorno in cui l’uomo si è accinto a conquistare la terra. L’ho detto e lo ripeto: che due e due fanno quattro, e che quattro sia il doppio di due, nessuno lo metterà in dubbio.
— È vero — riprese il Rosetti. — Il segno più vistoso del progresso sarà allora l’incremento delle ricchezze, perchè le ricchezze si possono misurare facilmente e con molta esattezza. Progresso è dunque il produrre di più. E definiremo progresso anche il consumare di più?
L’Alverighi dovette presentire, in questa domanda, una insidia: perchè invece di rispondere diritto, divagò chiedendo:
— Non capisco.... Che cosa intende di dire?
— Che il saper produrre di più sia progresso, mi è chiaro. Ma il consumare maggiormente? C’è qui la signora Ferrero che dice di no; e quel che la signora ripete adesso, lo avevano già detto anche gli antichi. Per gli antichi, non è vero, Ferrero? ogni incremento del lusso e dei bisogni sapeva di corruzione: la parsimonia, la semplicità, l’austerità erano virtù universali ed eterne. Tutta la argomentazione della signora Ferrero contro le macchine prende le mosse, mi pare, da questo principio antico: l’incremento dei bisogni è male. E il principio potrà esser discusso: ma è lei pronto a sostenere l’opposto, che il consumare di più sia sempre segno di progresso? Che, per esempio, chi beve un fiasco di vino a colazione ed uno a pranzo è uomo più perfetto di colui che ne beve solo mezzo bicchiere? O che l’ozioso il quale spreca mezzo milione all’anno val più del laborioso artigiano, il quale non può spendere ogni anno che le poche migliaia di lire guadagnate faticando? O che noi siamo da più dei romani, solo perchè noi fumiamo il tabacco, beviamo il thè, il caffè, il cognac, la Benedectine, la Chartreuse, la Strega e tanti altri liquori ignoti ai personaggi di Ferrero?
— No, non lo penso — rispose l’Alverighi.
— È chiaro dunque — rispose il Rosetti — che solo il crescere di certi bisogni è progresso. E questi bisogni, li vogliamo noi chiamare legittimi? Progresso è dunque accrescere la ricchezza, e quindi conquistare la terra, nella misura in cui ricchezza e conquista servono a soddisfare dei bisogni legittimi. Se noi volessimo conquistare la terra per abbandonarci su di essa ad un’orgia sfrenata, la conquista non sarebbe progresso, non è vero? Quindi mi dica quale è il criterio per distinguere i bisogni legittimi dagli illegittimi, i progressivi da quelli che non sono tali....
Solo dopo un momento di silenzio l’Alverighi rispose, di nuovo impacciato:
— Rispondere.... così.... «stans pede in uno» non è facile. Una formola generale.... Forse sarebbe più facile rispondere caso per caso.
— Ma come fa lei a giudicare ogni singolo caso, se non ha chiara in mente una norma? — chiese il Rosetti.
L’Alverighi tacque un istante, perplesso; poi a un tratto e un po’ brusco:
— Ma insomma, — chiese, — dove vuol andare a parare con tutto questo armeggio?
— Voglio conchiudere — rispose — che la signora Ferrero aveva ragione, quando affermava che le macchine non sarebbero state inventate se i nostri bisogni non fossero cresciuti a tal segno che le mani non bastano più a soddisfarli. Ma lei immedesima le macchine con il progresso. Io faccio allora un passo avanti, e dico che l’inventar macchine non è un progresso che nella misura in cui quelle macchine servono a soddisfare bisogni, come abbiamo detto? legittimi — mi pare. Occorre dunque sapere distinguere i bisogni legittimi dai vizi. Ma come si può fare? È evidente che succedo per i bisogni lo stesso che per le bellezze. Bello è quel che mi piace; o che io ho interesse a considerare come tale. Allo stesso modo a ciascuno sembra legittimo, nobile, degnissimo di esser soddisfatto ogni bisogno che sia forte in lui o che egli abbia interesse a diffondere. Ho quindi paura che anche l’idea di progresso sia una idea rovesciabile o una illusione, come la bellezza, che dipende dall’interesse. Ciascuno se la foggia a modo suo, come gli piace. Per un filosofo il mondo progredisce quando cresce il numero delle teste che si interessano ad problemi della metafisica; per un calzolaio, quando diminuisce il numero dei piedi che vanno scalzi. Lei ha detto che noi non siamo da più dei Romani solo perchè fumiamo e beviamodel thè: ma non so se un mercante di tabacco o di thè sarebbero dello stesso parere. Lei ha dimostrato che la nostra epoca è la più progressiva della storia: si potrebbe rovesciare il suo ragionamento e dimostrare che noi decadiamo. Lei diceva poco fa che la Francia è vecchia e gli Stati Uniti sono giovani. E se, capovolgendo la tesi, io dimostrassi che è meglio esser vecchi che giovani, se la Francia è vecchia?
— Sarei proprio curioso di assistere a un simigliante spettacolo — disse tra incredulo, sarcastico e impazientito l’Alverighi.
— Se non fosse troppo tedioso per tutti.... — rispose il Rosetti.
Protestammo tutti che no: il Rosetti si schermì un po’ mentre l’Alverighi aspettava tacendo. Alla fine il Rosetti si decise e incominciò:
— Gli Stati Uniti sono giovani, dunque: difatti crescono a vista di occhi: in cinquanta anni si sono impadroniti di un continente vasto come l’Europa; e non riposano ancora: infiltrano il Messico e il Canadà; hanno ghermito in un baleno, di là dal Pacifico, le Filippine, sorvegliano il Giappone e adocchiano la Cina. La Francia invece! Vive sul suo piccolo territorio come il rigattiere nella sua piccola bottega, fabbricando che cosa? dei busti, dei cappellini, dei profumi, dei pettini, dei gioielli e altre simili frivolezze femminili, per non parlare di altre risorse che.... Basta: ci intendiamo. Coltiva le arti, è vero: e ammettiamolo, pure, in modo mirabile: ma insomma da un popolo di quaranta milioni il mondo ha diritto di esigere qualcosa di più che statue, quadri e mobili eleganti, specialmente quando questo popolo possiede un così vasto impero. Ma che fa la Francia delle sue colonie? Le cova amorosamente con gli occhi: ma non osa di toccarle come un amante timido; fa mille progetti, li abbandona, li ripiglia, poi alla fine si risolve a eseguirne uno: ma con quanta prudenza,santo Iddio! Di qui a mill’anni forse quell’impero sarà un impero. Se ci fossero gli Americani, invece! La Francia si spopola, e gli Stati Uniti sino un milione di uomini hanno ricevuto in un anno dall’Europa e dall’Asia e hanno dato lavoro a tutti! Sorvoliamo, se vi piace, sull’indisciplina che si infiltra in tutti gli ordini sociali, sul vizio dell’ubriachezza, sull’incremento di delitti: ma e i conflitti religiosi e filosofici? In America religioni, sette e dottrine vivono accanto in pace; Chicago, la città del grano e dei porci, ha persino convocato a congresso, nel cuore delle immense e pingui pianure dell’ovest, le religioni del mondo. Nella nuova Bisanzio, invece, i cattolici, i protestanti, gli ebrei, i frammassoni, i liberi pensatori, i socialisti, gli anarchici rissano furiosamente dalla mattina alla sera intorno a Dio, alla giustizia, allo stato, alla morale, ai principii dell’educazione: segno che la Francia non ha più nè religione, nè giustizia, nè stato, nè morale, nè educazione; e non l’ha perchè invecchia; perchè invece di uscire arditamente nel mondo alla gran gesta nuova degli uomini che è la conquista della terra, si rincantuccia ad ascoltare una infinita turba discorde di intellettuali gelosi, orgogliosi e fanatici, che disputano rabbiosamente intorno a questi problemi insolubili! L’America no: l’America conquista il mondo: opera e tollera, non discute e perseguita!
— Tutte cose che mi paion vere, anzi verissime! — disse l’Alverighi.
Il Rosetti riaccese il sigaro spentosi nel discorrere; e mentre agitava nell’aria il fiammifero per smorzarlo:
— Verissime? — rispose. — Aspetti un momento: e gliele rovescio tutte. Non negherò che gli Stati Uniti abbiano fatte grandi cose: ma con quali mezzi, se non vi dispiace! Quegli ottanta o novanta milioni di uomini, quanti sono? hanno bisogno di stare al largo.Nove milioni di chilometri quadrati, un territorio grande più che l’Europa, anzi neppur questo basta: rosicchiano il Messico e il Canadà, hanno prese le Filippine e adocchiano l’America del Sud. Alla grazia, che appetito! Un po’ di discrezione, signori, vien voglia di dire: non ci siete voi soli, nel mondo, se non vi dispiace; guardate la Francia, quante cose essa sa fare sopra un territorio di poco più che cinquecentomila chilometri quadrati: vasto appena quanto uno dei vostri Stati. Intanto nutre quaranta milioni di uomini: senza prodigalità americane, certamente: ma quando mai lo spreco fu da lodare? E non li nutre soltanto: ma mantiene viva e vigorosa la più completa tra le culture del mondo, perchè non le manca nessuna delle parti che insieme compongono una civiltà: nè la letteratura, nè l’arte, nè la scienza, nè la filosofia, nè il diritto, nè la gentilezza del costume e dei modi, nè le armi, nè l’agricoltura, nè l’industria, nè il commercio, nè il denaro e la banca. Procede a incivilire i nuovi territori troppo lentamente, si dice: ma non c’è motivo di farne meraviglia o rimprovero; perchè essa non sfrutta solo terre, miniere e mercati, ma cerca di incivilire davvero, mutar cioè idee e sentimenti. Ma che dico sulla terra? Anche nel cielo la Francia apre nuove vie all’uomo. Chi ci ha insegnato a conquistare il firmamento e non con il volo degli areoplani soltanto, ma anche con la volontà ed il pensiero? Sicuro. Giudicate come volete la separazione delle Chiese dallo Stato: ma nessuno negherà che tutti gli ardimenti e le novità del passato scolorano a petto di questo, buono o cattivo che sia, lo dirà l’avvenire.... Poichè con quella legge, per la prima volta nella storia del mondo, un popolo si è tolto di sotto al protettorato di Dio e ha osato incoronarsi sovrano di sè medesimo! No, la Francia non conosce la tolleranza americana, e va lodata per questo: biasimata invece per la sua tolleranza deve esserel’America dove nessuno si cura delle altrui credenze e tutti vivono in pace, perchè tutti prepongono i beni materiali ai beni ideali. La tolleranza americana è figlia del materialismo. L’indisciplina — si dice — l’alcoolismo, il numero dei delitti e dei divorzi.... Ma la vita è una cascata turbinosa e non una elegante fontana di giardino: il disordine, come voi lo chiamate, non è che l’impeto stesso con cui essa si muove dal passato al futuro. Del resto vorremmo noi piuttosto ritrovare nel gran territorio dell’America settentrionale otto o dieci Francie e ciascuna con la sua Parigi: o preferiremmo che in tutta l’Europa stesse al largo da sola un’altra America popolata di ottanta o novanta milioni di uomini? È vero che gli Americani hanno conquistato in mezzo secolo un continente grande come l’Europa: ma l’hanno conquistato, lasciandosi alle spalle degli immensi deserti. Quanto più sicura, anche se più lenta, di questa frettolosa e sommaria conquista, la conquista dell’Europa, fatta a passo a passo, senza lasciare vuoto o incoltivato, alle spalle, neppure un palmo di terra! No: l’americano abbozza e non può che abbozzare. Per finire alla perfezione una civiltà ci vogliono dei popoli preparati diversamente! Naturalmente la popolazione non cresce molto e non può crescere, in Francia, come non cresce e non può crescere in nessun paese di alta civiltà, come non cresce, ad esempio, nella nuova Inghilterra. Non basta contarli gli uomini: occorre anche pesarli....
A questo punto irruppero di nuovo sul ponte, gridando e schiamazzando anche più di prima, ma precipitando dalla scaletta del ponte superiore, i due mercanti astigiani e il codazzo che li seguiva, ingrossato. Di nuovo fummo costretti a tacere.
— Mi pare che abbiano alzato tutti il gomito — disse il Cavalcanti.
E solo quando furono dileguati il Rosetti, sorridendo, riprese:
— E su questo metro, a volere, si potrebbe continuare per un pezzo! Insomma dubito assai che si possa definire il progresso; perchè ogni progresso guardato a rovescio è regresso. Chi non vuole ammettere che il sandalo è mal fatto, può sempre dire, come Leo, che è sbagliato il suo piede. Leo ci ha dato, senza saperlo, un piccolo saggio di filosofia del progresso....
L’Alverighi non rispose: e per la prima volta prese la parola l’ammiraglio che sino ad allora aveva ascoltato attentissimo, ma in silenzio.
— A me pare tuttavia — disse — che un criterio sicuro per misurare il progresso ci sia....
— E quale? — chiese il Rosetti.
Ma il condurre a termine una disputa di tanta ampiezza, in mezzo ai tripudi della festa equatoriale, era impresa troppo difficile. In quel momento sopraggiunse il Vazquez: e ci disse che erano le undici e mezzo; che egli desiderava finire la giornata del passaggio bevendo «una copa» in compagnia «de los savios del Cordova»; ci invitava perciò a sospendere i dotti ragionamenti che avevano durato un bel pezzo e ad andare con lui nella sala da pranzo. Dopo qualche esitanza e vari complimenti cedemmo all’invito, seguendolo. Alla mensa di mezzo riccamente imbandita il Vazquez fece sedere alla sua destra la Gina: poi disse che il posto di sinistra era riserbato alla signora Feldmann, se l’ammiraglio volesse esser così cortese da cercarla per la nave e invitarla: l’ammiraglio acconsentì, pur dichiarando di ignorare se fosse ancora in piedi ed uscì: noi ci sedemmo a piacere. Nel mezzo della tavola infiorata si ergevano parecchie bottiglie di Champagne, circondate da molte vivande fredde: tra le quali carni e frutta della terra argentina che l’accorto ospite aveva per amore della patria lontana disposte con arte tra le altre vivande: quelle lingue di bue in scatola, che sono una delle ghiottonerie più prelibate dell’Argentina: parecchie scatole della deliziosa marmellata di mele cotogneche gli Argentini chiamano «membrillo»: delle magnifiche e grossissime pesche sciroppate, che venivano da Mendoza. Chiacchierammo aspettando la signora Feldmann, che venne di lì a un momento, a braccio dell’ammiraglio — invece di coricarsi, come aveva divisato, spaventata dal caldo e dal chiasso si era rifugiata in un cantuccio del ponte superiore a leggere — e appena essa si fu seduta, le bottiglie detonarono e incominciò la cena. Il gustarne che facemmo ci trasse a discorrere delle vivande argentine: tutti le lodammo e non per cortesia, ma sinceramente; lieto e inorgoglito il Vazquez ci ringraziò, come fanno spesso gli Americani quando sono contenti degli elogi tributati alla loro patria, mostrandoci i tesori dell’Argentina: quegli infiniti tesori che essa abbandona così volentieri a quanti osino venire da lungi a farle una dolce violenza soltanto.
— Sono le più belle pesche del mondo, non è vero? — diceva in spagnuolo. — Ebbene vogliono sapere quanto guadagna il mio amico che coltiva queste pesche? Il conto è presto fatto.... Ogni albero di sei anni produce circa seicento pesche: dieci pesche per scatola fanno, per ogni albero, sessanta scatole. Ogni scatola, quel mio amico, la vende mezza piastra. Il che fa trenta pesos di reddito lordo per albero. Piantando trecento peschi per ettaro, e ci stanno al largo, abbiamo un reddito di novemila pesos: un po’ meno di ventimila franchi. La spesa necessaria a coltivarle e prepararle ammonta a circa la metà: il profitto dunque, per ogni ettaro, è di diecimila franchi. Diecimila franchi! Non c’è coltivazione al mondo più lucrosa: nè l’alfalfa, nè il grano, nè il lino....
Questo discorso elettrizzò l’Alverighi, che:
— Tranne l’uliveto, però, tranne l’uliveto — corresse: e ci raccontò come nella provincia di Mendoza un ettaro di uliveto poteva fruttare perfino tredicimila franchi.
Il Vazquez confermò, aggiunse: chi mosse domandee chi fece delle osservazioni: i nuovi discorsi furono appiglio all’Alverighi a rinvigorire di più vistose pennellate il quadro della prodigiosa opulenza argentina, che il suo amico aveva incominciato a tracciare sobriamente: e così a poco a poco, in mezzo a un cinguettare francese, italiano, spagnuolo, noi vedemmo il filosofo italiano voltato in agricoltore e l’agricoltore argentino rimasto quel che era nato, deporre ai nostri piedi, come in una visione, i tesori della vasta repubblica. Con prolissità imaginosa e ineguale il primo, con l’enfasi succinta e dignitosa propria dei signori di lingua spagnuola il secondo, ci descrissero ambedue la nuova terra promessa: ci trasportarono a volo sulla pampa infinita, cui è limite l’irraggiungibile linea dell’orizzonte sempre eguale; tra i campi di alfalfa, sui quali la falce taglia e ritaglia ogni anno, sin dove l’occhio giunge, l’erba dalle foglioline d’oro; in mezzo al fervore delle mietiture, nelle estati ardenti, quando la Cerere transatlantica vuota il grembo ricolmo di spiche sulle provincie di Buenos-Aires, di Santa Fè e di Cordova; e da villaggio a villaggio, mentre le trebbiatrici rombano, i mietitori cantano e i convogli carichi di grano si avviano lenti verso il mare, corre come un tripudio di vittoria: ci mostraron da lungi i floridi vigneti di Mendoza, le verdi boscaglie tucumanesi della canna da zucchero, i secolari boschi di quebracho così duri alla dura bipenne: ci introdussero nella melanconica solitudine verde delle vasteestancias, dove sugli alti e cupi boschetti di eucaliptus, sulle ruote dei solitari mulini a vento giranti lontane, sui bassi tetti dispersi delle stalle e sull’azzurro tremolare delle lagune passa alto, lento e nero sul grande cielo turchino, il volo silenzioso dei grandi stormi di uccelli. E sfilarono pure innanzi a noi, condotti quasi a mano e chiamati per nome, gli orgogli dell’Argentina: quel talshorthorndel signor Alfredo Martinez de Hoz, quel tale Holmer II, razza diHereford, del signor Perreyra Iraola che, non so più in quale esposizione, avevano debellati tutti i concorrenti inglesi: i progenitori delle nuove razze che l’Argentina alleva per il mondo, famosi per la eccellenza ed il prezzo: quel tal celeberrimo toro che fu pagato da un argentino centodiecimila franchi, quarantamila franchi più che non sia mai stato pagato dall’origine del mondo e in tutto il mondo nessun animale cornuto: il famoso cavallo «Diamond Jubilee» pagato a re Edoardo VII da Ignazio Correas un milione di lire: la cabaña di quei milledugento montoni Lincoln di purissimo sangue, tra i quali il signor Covo voleva, nelle stalle del signor Wright, scegliere i campioni più belli; ma eran tutti così belli che li comprò tutti, scrivendo sull’atto uno chèque di cinquantamila lire sterline. A poco a poco fummo tutti arraffati da questo vortice pulverulento di milioni: presto la conversazione trapassò al rincaro — o come si dice in America — allavalorizzazionedelle terre, alle fortune fatte dormendo tranquillamente dai savi che seppero posare a tempo il capo sopra una zolla della madre terra: e non in Argentina soltanto, ma in Brasile e nell’America del Nord: e chi citò un fatto e chi un altro e chi un altro ancora. Io solo tacevo: e pensavo.... Era l’effetto dei discorsi fatti in tutta quella lunga giornata? Era l’effetto dell’avere spensieratamente bevuto e il solito fenomeno che un primo principio di ebbrezza suol far nascere in me, disponendo l’anima a un melanconico senso della nullità di tutte le cose? Era effetto insieme della filosofia rimestata in quel giorno e del troppo Champagne bevuto? Non so: ma mi pareva che, volgendomi a guardare dalla fine di quella lunga giornata equatoriale, alla luce dei discorsi che avevamo tenuti in quei dì e nei precedenti, il mondo intero si allontanasse come nel crepuscolo di un sogno.... Che cosa era quell’equatore che noi avevamo tutto il giorno desiderato? Una linea immaginaria.Tracciare con la mente una linea immaginaria, desiderarla, sforzarsi di raggiungerla, tripudiare per averla oltrepassata, quando nessun mutamento è stato operato nell’universo.... Ma che altro sono la gloria, la potenza, la felicità, il sapere? Che è la vita, se non un eterno passaggio dell’equatore, un continuo sforzarsi per raggiungere qualche linea immaginaria; immaginaria la bellezza, immaginaria la verità: immaginario il progresso, immaginario tutto, anche.... In quel momento, per caso, la signora Feldmann mi guardò, proprio mentre con la mano toccava sul petto nudo le perle; e sorrise. Gesto usato come il sorriso: ma non so perchè, il gesto e il sorriso mi parvero in quel momento alludere discretamente, e per me solo che solo potevo capire, alla falsità delle perle. Sì: anche la bellezza era dunque illusione.... E perciò pure illusione l’amore? Mi sentivo l’anima tra oppressa e beata, triste e gioiosa: ascoltavo distrattamente i discorsi e non ristavo dal bere: mentre il mondo continuava ad avvilupparsi in una mistica nebbia.... Quando a un tratto, l’Alverighi, come spesso accade agli Europei arricchiti in America, fu preso dalla smania di incitare alla ricchezza i neghittosi rimasti in Europa, raccontando e quasi gridando in piazza le proprie fortune.
— Ma questo è nulla, a confronto di quel che abbiamo fatto e faremo, il signor Vazquez ed io, nella provincia di Mendoza. Lo dica lei, signor Vazquez.
E il signor Vazquez, composto e dignitoso, raccontò che quattro anni prima egli e l’Alverighi avevano comprato nel territorio di San Rafaele, da un inglese, centoventimila ettari ancora incolti tranne mille ettari, sui quali passavano però tre ferrovie e che li avevano comprati per cinque milioni: un milione all’acquisto: il rimanente in quattro anni. Avevano poi domandato e ottenuto il diritto di acqua, a condizione di scavare un certo numero di canali e di mettere le terre a coltivazione, in dodici anni.Ma a questo punto l’Alverighi, impaziente forse perchè il Vazquez parlava troppo lento e pacato, lo interruppe, continuando egli:
— Ci siamo addirittura dissanguati, signori miei: sì, dissanguati: lui cioè no, perchè è più ricco molto di me, ma io sì: mi son cacciato nei debiti sino agli occhi; ma non importa! Abbiamo scavati i canali e abbiamo incominciato a spezzettare ventimila ettari in piccoli lotti.... A quest’ora li abbiamo già venduti: duecentocinquanta lire l’ettaro: abbiamo dunque pagata tutta la terra e ci restano centomila ettari.... Un bell’affaruccio, non è vero? Ma non siamo che al principio del principio: il bello verrà tra qualche anno: andiamo appunto a Parigi a cercare i capitali per fare altri canali e le strade, per iniziare alcuni pueblos: faremo una società: e poi spezzeremo la proprietà in piccoli campi per venderli a chi vuol coltivare la frutta.... Cinquanta milioni, vogliamo cavarne: e creeremo la California dell’Argentina! Ma perchè, ma perchè gli uomini si scervellano tanto in Europa per guadagnar poche migliaia di franchi, arzigogolando tanti espedienti? Perchè si contentano di raccogliere le briciole del banchetto sotto la tavola, quando tanti posti sono ancora vuoti alla mensa di onore? Vengano in Argentina, vengano tutti; per tutti c’è posto, laggiù; comprino terre; son milioni sicuri, come è sicuro che domani il sole si leverà! Non c’è rischio: il mondo avrà pur sempre bisogno di grano, di carne, di lana: l’Argentina non teme nulla: succeda quel che vuol succedere, le terre continueranno a crescere di valore, sinchè noi che le abbiamo comperate o i nostri figli diventeranno per lo meno miliardari.... Che paese! Che paese! E lei ingegnere, lei che è stato ed ha fatto fortuna in America, pensa che il progresso è una illusione? Una illusione quando si vedono di queste cose? di questi portenti? di questi miracoli? Neghi il progresso, se le piace, quanto vuole: ma oggi io, l’ultimo eil più oscuro degli uomini, perchè sono emigrato in Argentina, io posso aver la gloria dei sovrani antichi. Io farò quel che fecero Alessandro, Cesare, Augusto, Costantino; io fonderò una città, sì una città nel mezzo di quel terreno; e le darò il mio nome! Sarà da principio un pueblo: poi ingrandirà a città; e poi, chi sa? un giorno sarà una capitale. E si chiamerà Alveriga!
Non so perchè, ma questo discorso, pieno di tanti particolari concreti, mise in fuga quella dolce illusione e quel soave stordimento che il mondo fosse tutto un bel sogno. Una realtà massiccia, solida, greve e quasi brutale apparve a un tratto, in mezzo ai mistici fumi dello Champagne, simile ad un iceberg nella nebbia: la ricchezza. E mi sentii inquieto e come a disagio in faccia a me stesso.
Il giorno seguente, uscendo dalla cabina verso le dieci — nessuno fu mattiniero quel giovedì — incontrai sul ponte di passeggiata l’ammiraglio. Gli raccontai in succinto i discorsi fatti con la signora Feldmann, e gli esposi, un po’ cautamente da prima, le riflessioni maturate nella notte e durante la mattina. Come cioè quel pronto e spietato sparlar del marito con il primo venuto non mi piacesse e mi facesse un po’ diffidare delle smanie di cui ero stato testimone il martedì sera. L’ammiraglio sorrise; e poi:
— Sa perchè — disse — ieri sera ho riso, a sentire che la signora Feldmann dubita del cervello di suo marito? Perchè parecchie volte, a Rio, il signor Feldmann mi ha detto che sua moglie era un po’ pazza!
E non aggiunse altro: ma le parole e più il tono con cui furono dette mi confermarono, come supponevo da un pezzo, che l’ammiraglio fosse meglio informato delle scissure della famiglia che non dicesse: cercai quindi di farlo parlare.
— Ma lei è dunque amico della famiglia Feldmann? — chiesi.
Mi rispose che aveva conosciuto il marito, quando aveva condotta a New-York l’armata brasiliana — i Loeventhal erano i banchieri del Brasile — e che quando era venuto a Rio il Feldmann aveva cercato di praticarlo molto, forse perchè era uomo che le grandi dignità e posizioni abbagliavano assai. Mi raccontò pure che il padre del Feldmann era un banchiere di Varsavia originario di Francoforte; e che cugino del Loeventhal, già stabilito a New-York, era stato da questo indotto, ai tempi della guerra di secessione, a concorrere ai prestiti dell’Unione; che questi prestiti erano stati il principio di altri e maggiori affari; che il giovane Federico, mandato presso i Loeventhal a impratichirsi delle cose americane, era poi rimasto in America. Mi disse infine che il Feldmann aveva accettato da un consorzio di banche e dal governo l’incarico di studiare quel che l’America settentrionale potrebbe tentare nella America meridionale, per prepararsi ad entrar nella diplomazia della repubblica: «un altro capriccio di mia moglie» diceva il marito: «una delle tante fantasie di mio marito» diceva la moglie. Quando però tentai di farlo parlare intorno alle intime cose della famiglia, ripetendogli la domanda già fatta alcuni giorni prima, chiedendogli se marito e moglie andavano, sì o no, d’accordo, mi rispose che lo pensava: ma con la stessa imprecisione che mi sapeva di reticenza.
Mentre indugiavamo, passeggiando, in questi discorsi, sopraggiunsero il Cavalcanti e l’Alverighi.
— Ammiraglio, — gridò l’Alverighi appena lo vide, — midica, mi dica quale sarebbe secondo lei il criterio sicuro del progresso? Il mio buon amico Vazquez capitò, ieri sera, cinque minuti troppo presto!
L’ammiraglio, che mi parve da principio un po’ impacciato da questa irruente curiosità, si schermì alquanto; poi alla fine, arrossendo come uno scolaro timido che deve subire un esame:
— Ma il mondo — disse — è un ordine.... Tutto vi obbedisce a leggi immutabili; i pianeti che girano nello spazio! la palla che esce dalla bocca del cannone! la pianta che cresce! l’elica che girando spinge questa nave! l’uomo, il suo pensiero, i popoli, le civiltà!... A leggi immutabili ma oscure, nascoste, difficili a scoprire: quindi l’uomo da principio si imaginò che l’universo fosse un caos di forze capricciose; e perciò ebbe paura, sragionò, inferocì, commise ogni sorta di follie e di violenze. Fu ignorante, egoista e crudele. Ma i pianeti non hanno aspettato che Newton e Keplero nascessero, per girare secondo le leggi di Newton e di Keplero. E così l’uomo obbedisce alle leggi della sua natura, anche quando le ignora: male e con molti falli finchè le ignora, meglio e con maggiore precisione a mano a mano che le conosce: quindi anche alla legge del progresso, che lo spinge a passare dall’egoismo all’altruismo, dal disordine all’ordine, scoprendo le leggi che regolano il meraviglioso ordine dell’Universo. Prima crea le scienze matematiche, poi le scienze fisiche e chimiche, poi le scienze biologiche; scopre le leggi del numero e dello spazio, del movimento, della materia e della vita. Ora si accinge a far l’ultimo passo.... Sta cioè investigando le leggi della natura umana, e della vita sociale, per ridurre ad ordine anche il caos delle passioni e degli egoismi, la famiglia come lo Stato.... «Ordine e progresso» sta scritto sulla bandiera gialla e verde del Brasile.
— Augusto Comte, Augusto Comte! — dissi sorridendo. Avevo riconosciuto il semplice e ingenuo spirito d’ordine dell’America latina, nel fervore con cui l’ammiraglio annunciava al mondo il governo universale della scienza.
— Lei immedesima dunque scienza e progresso — osservò il Cavalcanti.
L’ammiraglio assentì: aggiunse che le conoscenze scientifiche si potevano sommare, cosicchè c’era anche un criterio quantitativo del progresso: tanto è vero che oggi uno studente di liceo è un fisico più dotto di Galileo e un chimico più sapiente di Lavoisier. L’Alverighi non consentì nè fece osservazioni; osservò solo che le ricchezze dell’America sono state e sono il più possente motore del progresso scientifico. Ragionammo poi di Augusto Comte.
— A proposito, — interruppe l’Alverighi — il signor Cavalcanti mi ha detto che a Rio de Janeiro si pratica il Culto dell’Umanità fondato dal Comte. Ci sarebbe perfino un tempio, costruito ad imitazione del Pantheon di Parigi....
L’ammiraglio accennò di sì: il Cavalcanti disse che la repubblica è stata fondata in Brasile dai comtisti: io raccontai che a Rio avevo visitato in Rua Benjamin Constant il piccolo tempio dell’Umanità, ragionando piacevolmente di molte cose con il gran sacerdote, il signor Texeira Mendes. La campana ci chiamò alla colazione; alla quale il Rosetti non era presente: ragionammo quindi di cose frivole, prima; e poi di Maddalena e di Antonio. La mia signora era scesa nella terza classe, la mattina, per vedere Maddalena e raccomandarle di badare al medico più che al marito: ma con scarso effetto. Essa ci raccontò che Maddalena si era a sua volta lagnata del dottor Montanari, ripetendo parola per parola le accuse già mosse da Antonio: come cioè il medico non le desse nessuna medicina, si divertisse per farle dispetto a isolarla dai suoi compagni di viaggio. «Sono forse unacarcerata?» aveva detto. Si ragionò un po’ degli stolidi errori in cui il popolo si incaponisce nelle cose della medicina, della pervicacia con cui diffida dei dottori.... Ma il dottore insistè a sostenere che Antonio voleva far morire sua moglie: il Cavalcanti chiese per qual ragione Maddalena fosse così docile e sottomessa al marito: la mia signora raccontò che anche prima di andare in America Antonio comandava a bacchetta; e Maddalena, o per debolezza, o perchè avvilita dalla sua colpa, ne subiva la volontà prepotente. Ma qui tutti furono d’accordo nel dichiarare che Maddalena era una sciocca, perchè insomma, sì, aveva commesso un errore: ma non per questo era giusto cadesse, vita natural durante, nella schiavitù del marito, il quale abusava veramente troppo della sua ipocrita magnanimità. L’opinione si fece più avversa ad Antonio: cosicchè neppure l’Alverighi aprì bocca per difenderlo. Solo la mia signora osservò che Antonio aveva sempre trattato benissimo, senza parzialità, come il suo, il figlio altrui; e infine pregò il dottore di somministrare qualche droga, anche inutile, a Maddalena, tanto per accontentare in lei l’ubbia popolare dei farmaci. Finita la colazione, e dopo aver saputo che a mezzogiorno eravamo arrivati al terzo grado e ventiduesimo minuto di latitudine settentrionale, al ventisettesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine, ci ritirammo alla siesta.
Quando uscii verso le quattro mi parve che il «Cordova» rullasse un poco: non ci badai: e incontrato il dottore, scesi con lui nella terza classe per parlare con quella siciliana, vittima delle amorose smanie dell’intendente paulistano. Era una donna di forse trenta anni — si chiamava Orsola — bruna, alta, piuttosto bella, poveramente vestita; ma aveva una faccia dura e in quella degli occhi mobili e inquieti, che non mi piacquero. Invitata dal dottore mi raccontò prolissamente e con innumerevoli divagazioni,parentesi e ripetizioni, in un italiano infarcito di dialetto e di portoghese, la sua storia. Le chiesi perchè non avesse ricorso al console italiano, e mi rispose che non potevano uscire dalla fazenda, perchè erano sorvegliati; che non avevano potuto scrivere perchè erano ambedue analfabeti; che non avevano potuto far scrivere da qualche loro compagno di fazenda perchè tutti avevano paura. Le chiesi perchè non si fossero fermati a San Paolo, a far valere le proprie ragioni, invece di imbarcarsi precipitosamente: mi rispose che se non fossero scappati sarebbero stati accusati di furto e di truffa per i debiti che l’intendente ingiustamente imputava loro. Tentai di dimostrarle che anzi, almeno se le cose erano proprio andate come essa diceva, l’intendente avrebbe potuto passare egli un brutto quarto d’ora! Ma non ci fu verso: a lei lo aveva detto l’oste del villaggio vicino alla fazenda, che stava in Brasile da trenta anni: e i miei argomenti si spuntarono contro tanta autorità.
Risalii sul ponte di sopra, perplesso. Le risposte erano state pronte, i particolari precisi, le diverse parti del racconto legate a dovere: eppure.... Il racconto, non so perchè, mi metteva in sospetto. Ma mentre, pensando a queste cose, salivo la scalette di prua, mi accorsi che il vapore rullava e beccheggiava con forza. Guardai l’Oceano: non era in furia, nè schiumante di marosi, ma dondolava pacato, molle, gonfio, in valloncelli e montagnole, che non avevan forza di rompersi. Eppure il vapore si moveva come in tempesta: onde non fui punto sorpreso, quando la cameriera, passando, mi avvertì che la mia signora si era sentita male. Corsi alla sua cabina; le feci sorbire un certo farmaco contro il mal di mare che le aveva prescritto nella traversate dall’Havre a New-York il medico della «Savoie», efficacissimo; stetti presso di lei sinchè si assopì. Uscii quindi sul ponte di passeggiata, cheera deserto; salii sul ponte delle imbarcazioni, sperando trovarci qualcuno: e difatti, dalla parte di babordo, sotto vento, vidi seduti a cerchio l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi: una quarta sedia stava vuota tra di loro. Al primo sguardo, di lontano, dai gesti e dai volti, capii subito che discutevano animatamente; e di fatti:
— Ma che la scienza sia falsa, poi, falsa per sua natura! — diceva l’ammiraglio con impeto, quasi con sdegno, mentre io occupavo la sedia vuota. — Le pare a lei, signor Ferrero, che il mondo sia un gran disordine e che la scienza sia falsa? — aggiunse, scorgendomi, e a modo di saluto.
— Alla grazia, che rovesciamento! — pensai tra me.
Il Cavalcanti mi raccontò come un’ora prima incontratisi tutti tre con il signor Rosetti erano ritornati sul discorso fatto alla mattina intorno alla scienza; e che allora il signor Rosetti aveva chiesto all’ammiraglio se egli credeva, come il popolano, che la scienza fosse vera, incominciando poi un discorso, per dimostrare che egli era di questa opinione perchè seguace di Augusto Comte: e che Augusto Comte aveva avuto il torto di non calcare la via aperta dal sommo Kant e di non studiare le facoltà dello spirito prima di adoperarle a scrutare il grande mistero; e quindi aveva commesso l’errore di accettare il mondo quale glielo presentavano i sensi: proprio come fa il contadino e l’operaio. Ma poi non aveva potuto terminare la sua dimostrazione, perchè si era sentito indisposto e si era ritirato.
— Ed io ne seguirò il nobile esempio — disse all’improvviso l’Alverighi, che era stato (oh meraviglia!) sino allora zitto zitto. — Questo è un mare impossibile.
E salutatici, se ne partì in fretta.
— Ci voleva il mal di mare — disse sorridendo l’ammiraglio — per farlo star zitto!
Si alzò, si avvicinò al parapetto: guardò l’Oceano, scosse la testa.
— È quello che i marinai del suo paese chiamano il mare a giardinetto.... Il mare morto, l’avanzo di una tempesta. Guardi l’onda come batte di traverso, sul fianco, nella parte posteriore, dove negli antichi velieri mettevano dei fiori, il giardinetto. Soltanto gli stomaci forti resistono.... Mi rallegro con il suo. Ma la sala da pranzo sarà deserta, questa sera.
Esplorò un istante l’Oceano e il cielo, con l’occhio indifferente e sicuro del marinaio avvezzo a coteste vicende. Poi volgendosi verso di me, d’improvviso:
— Ma dica, signor Ferrero: delle idee di quella fatta sono discusse sul serio, oggi, dai filosofi?
Pago della dottrina del Comte, l’ammiraglio non aveva cercata altra filosofia. E come ebbi fatto cenno di sì con il capo, mi guardò un istante tacendo, scosse la testa, alzò le braccia, e poi:
— Ferrero, Ferrero! — disse. — Da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico: noi non ci raccapezziamo più!
All’ora del pranzo anche il Cavalcanti era scomparso; e l’ammiraglio ed io desinammo soli con il capitano. Mi coricai presto: mi alzai tardi al mattino del venerdì e sino all’ora di colazione oziai tra il ponte deserto e la cabina della mia signora, chiacchierando con lei, leggicchiando, osservando il mare: il «mare morto» come l’aveva definito l’ammiraglio. Aggettivo felice, perchè quel fluttuar senza rompersi e spumeggiare rendeva proprio l’imagine di un mare senza vita. Feci anche una visita al Rosetti, cui raccontai lo sbigottimento dell’ammiraglio; e gli chiesi se veramente egli avesse affermato che la scienza era falsa: ma scherzò intorno alle cose dette da lui, senza spiegare il suo vero pensiero. A mezzogiorno, dopo una colazione solitaria, giungemmo all’ottavo grado e dodicesimo minuto di latitudine, al venticinquesimogrado e trentottesimo minuto di longitudine. Mi ritirai per la siesta; e solo verso le quattro e mezzo uscii, annoiato e rassegnato ad aspettare che il mare si tranquillasse per ripigliar gli interessanti ragionamenti; quando verso le cinque, salendo tanto per far qualche cosa sul ponte superiore, ebbi la sorpresa di vedere, tranquillamente seduta sopra un seggiolone e intenta a scrivere in un quinterno, la signora Feldmann.
— Ma bravissima! — esclamai. — Tutti malati, e lei no!
— Non le ho detto — mi disse sorridendo e tendendomi la mano — che io ero nata per correre i mari?
Barattammo poche frasi banali; poi improvvisamente deponendo la matita sulla carta:
— «Monsieur Ferrero, vous qui savez tant de choses», — mi disse, sottolineando le parole con un grazioso sorriso.
— Mi vuol domandare un piacere — pensai, mentre mi sedevo e respingevo con la modestia obbligatoria il complimento.
Difatti essa riprese:
— «Vous devriez me rendre un service».... L’ammiraglio la sa lunga intorno a mio marito, ne sono sicura: ma a me non vuol dire niente. Lo faccia cantare lei. Voi, uomini, sapete come si fa, tra di voi....
— L’ha indovinato — dissi tra me.
Ma avendo già invano scandagliato l’ammiraglio finsi di dubitare: aggiunsi che vedrei, proverei, tenterei: finchè incoraggiato dalla sua, avventurai finalmente a mia volta una domanda indiscreta ma necessaria.
— Ma insomma — chiesi risolutamente — andava lei d’accordo con suo marito, sì o no? Perchè non mi è riuscito ancora di capirlo: e questo è, mi pare, il punto capitale. E chi può scioglierlo meglio di lei?
Temevo di metterla in qualche impaccio; invece mi guardò attonita.
— Ma se glielo ho già detto — mi rispose. — Federico è stato sempre il modello dei mariti o io non credo di essere stata una cattiva moglie....
Assunsi dunque un fare un po’ dottrinale.
— Signora, lei parla con uno storico e la storia sa leggere perfino nei pensiero dei morti. Si imagini, poi, dei vivi! Questo che lei mi dice adesso non lega con troppe altre cose che lei ha raccontate a me o a mia moglie....
E le rammentai tutto quel che essa aveva detto di suo marito a me o alla mia signora, dicendole che uno storico da quegli acerbi rimproveri argomentava profonde scissure nella famiglia, come l’alpinista indovina nella montagna i crepacci dal colore della neve.
Mi ascoltò, attentissima e guardandomi fissa, come volesse ricevere il mio pensiero per il doppio canale delle orecchie e degli occhi: poi, come chi dopo alquanto stento e travaglio a un tratto capisce:
— Ma i guai — di subito esclamò — sono incominciati soltanto dopo che andammo ad abitare in Madison Avenue!
La risposta era di tanta semplicità, che a mia volta non seppi replicare se non chiedendole un po’ ironicamente dove abitava prima.
— Nella 56ª strada, all’est, vicino al Parco.
— E dalla 56ª strada a Madison Avenue suo marito ha mutato pelle allora?
— Altrochè! — mi rispose. — Si figuri, per esempio.... Io adoro due arti, la pittura e la musica: e di queste, modestia a parte, un po’ m’intendo. Per esempio: quando entro in una esposizione o in un museo, un’occhiata in giro e basta: il quadro bello della sala, lo scopro subito. Ebbene: sinchè abitammo nella 56ª strada, mio marito non vedeva i quadri che per gli occhi miei. «Non voglio visitarmusei ed esposizioni che in compagnia di Isabella», diceva sempre. E con quanto piacere io facevo la sua educazione: e insieme facevamo delle economie: e quando avevamo messo in disparte un gruzzolo, via insieme in Europa a comprare! Dopo Madison Avenue, ahimè, l’incanto fu rotto perfino nell’arte: lo scolaro si ribellò.
— Con infinita jattura del bello!
— Non rida, depravatissimo scettico! — protestò rabbiosetta. — Se sapesse quanto ho pianto io, invece! — Soggiunse poi sospirosa: — Fu in Madison Avenue che mio marito incominciò a sragionare come quel signore che parla sempre lui.... Ogni settimana mi usciva in una nuova pensata, bislacca e impossibile, che non legava con le precedenti. Un giorno andava matto per le vecchieboiseriesinglesi: un altro giorno spasimava per le ceramiche giapponesi; un altro non c’erano più al mondo che gli avori francesi, poi veniva la volta delle maioliche di Faenza e della pittura francese del ’30. E comperava a casaccio, roba bella e brutta, vera e falsa. Quanta ne ha comperata, di falsa! Spesso poi, dopo averla comperata si accorgeva di non saper dove collocarla; o era preso da una subita avarizia; non voleva pagare la dogana americana, e me li lasciava in un deposito in Europa. Ne abbiamo tanta di roba, sparsa qua e là, ai quattro venti! «Quando so che è mia, mi basta: che bisogno ho di vederla tutti i giorni?» ripete spesso, quando me ne lagno. Le dico solo questo, perchè lei capisca le mie pene.