IV.

Ma il Cavalcanti a questo punto interruppe improvvisamente e con un impeto insolito in lui:

— Ma allora lei vuole ridar vita, essere, corpo ai generi letterari, alle scuole artistiche, alla precettistica convenzionale delle varie arti, che i nostri vecchi dovettero studiare e subire.

— E perchè no? — chiese sorridendo il Rosetti.

— Perchè? Ma perchè la bellezza è una cosa infinita, come lei stesso riconosceva. Perchè la bellezza ha infinite forme ed espressioni, quindi regole e leggi senza numero, che non si possono nè formulare nè insegnare nè codificare; o si sentono o non esistono. Queste limitazioni e i principii che ne nascono e le regole che si possono cavare da questi principii sono tutte arbitrarie....

— Naturalmente — rispose il Rosetti. — Ogni arte deve sempre svolgere con logica rigorosa i principii da cui muove; ma questi principii non sono enon possono essere mai necessari. Se no, come si spiegherebbe che tutte le scuole d’arte e tutti i generi letterari fioriscono un po’ e muoiono tutti, prima o poi? Se una scuola o un genere posasse sopra principii assolutamente necessari, sarebbe eterna, imperitura, immortale.

— Ma se la scelta è arbitraria, — ribattè il Cavalcanti, — perchè dovremmo noi farla? perchè dovremmo affermare che è il bello, quel che del bello è solo una forma? Perchè dovremmo formulare delle regole e leggi là dove deve imperare libera l’ispirazione? Ogni regola d’arte è per sua natura convenzionale....

— Naturalmente, — rispose di nuovo il Rosetti.

— Ma come? Ma come? Lei dice naturalmente? Ma chi dice convenzionale dice l’opposto del bello, la morte dell’arte. Il bello è la verità, è la sincerità, è la libertà.... È la più comoda e fiorita delle vie per cui l’uomo cammina verso la Vita! L’interesse — ora lo capisco finalmente e sciolgo il nodo che mi aveva così a lungo infastidito — è ciò che spinge una scuola, una epoca, un popolo, la «volontà grande», come lei dice, a isolare tra i molti che si offrono un principio di bellezza, a limitarlo; cioè a proclamarlo il primo, anzi l’unico. Agli architetti del barocco faceva comodo che i contemporanei giudicassero bello solo lo stile loro, come ogni popolo ama credere che la sua letteratura è la prima del mondo.... Gli interessi sono come le liane delle foreste del Brasile, che attorcigliano il Tronco della Vita e tentano di strozzarlo!

— E quindi — interruppe l’Alverighi — ho ragione io di dire che la macchina e l’America rendono un gran servigio al mondo, purificando l’arte dagli interessi che l’inquinavano.

— Senza dubbio — riprese il Cavalcanti. — E quindi mi par chiaro, appunto perchè la bellezza è infinita, che noi dobbiamo non già limitarci; ma proprioall’opposto, cercare di scappar fuori dalle limitazioni entro cui gli interessi cercano di chiuderci; quindi dalle regole arbitrarie delle scuole, dai pregiudizi convenzionali delle chiesuole, dalle voghe effimere dei tempi....

— Libertà quindi! — rincalzò l’Alverighi. — Sono contento, signor Cavalcanti, di averla persuasa.

— Ma certamente! — rispose il Cavalcanti. — L’arte è una specie di unica lingua, eterna e universale, che ciascun popolo e tempo scrive con i suoi caratteri. Da paese a paese, di mezzo in mezzo secolo, mutano quelli che Sainte-Beuve chiamava «les modes de sensibilité»: le voglie, i gusti, le forme, l’alfabeto insomma con cui gli artisti trascrivono la bellezza; ma l’arte è unica, come la bellezza: e quindi tutti cercano e tutti trovano in siti diversi lo stesso tesoro; e quindi non ci sono più arti, molte scuole, differenti stili, ma un’arte sola, una sola scuola, un unico stile dal Giappone alla Francia, dai tempi antichi ad oggi, chi sappia intenderli; e perciò noi dobbiamo cercare di capire tutte le arti, tutte le scuole, spogliandole ad una ad una delle differenze apparenti di cui i tempi ed i luoghi e gli interessi le vestono: levandoci quanto è possibile al di sopra del tempo e dello spazio, per intendere la lingua comune dell’umanità, la eterna e assoluta bellezza! Si ricorda quel che dissi, quando discutevamo di «Amleto»? Mi dispiace di dovermi ripetere e gliene chiedo scusa: ma questo mi pare il solo vanto di cui gli Americani possono gloriarsi a petto degli Europei, in arte.... Noi non siamo esclusivi come gli Europei, noi cerchiamo di aver nervi per tutte le arti, di capire e di ammirare tutto.... Mi vien quasi voglia di gridare «terra terra», come Colombo, o «thalatta, thalatta», come i Greci di Senofonte. Non avendo null’altro da fare, noi ci siamo messi a discutere a casaccio, intorno al bello. Ciascuno di noi ci aveva, sì o no, pensato qualche volta, in un momento di distrazione.E ciascuno ha detto quel che gli passava per il capo, lì per lì.... Ne abbiamo dette delle grosse, quindi! Che le nostre ammirazioni estetiche erano tutte interessate.... Che la macchina purificava l’arte dagli interessi e dava all’uomo la libertà del gusto! Pareva non ci fosse modo di intendersi: quando ecco, lei pronuncia, ingegnere, una parola, una parola sola: «limitandosi»; e attraverso questa parola brilla sui nostri paradossi il raggio della verità, che ci mette tutti d’accordo. Sì: l’uomo cerca la bellezza infinita: perchè nella breve ora che gli è concessa egli aspira a vivere la maggior somma di Vita che può. Ci aspira, anche a costo di litigar di continuo: non siamo forse al mondo per litigare? Ma gli interessi lo trattengono alle forme momentanee e caduche in cui ogni artista si esprime, come queste fossero la bellezza totale e assoluta. E quindi egli si divincola; tenta di rompere e di tagliare intorno al tronco dell’arte le attorciglianti liane degli interessi; rovescia i limiti che impediscono allo spirito di soffiar libero come il vento sull’Oceano; cerca la libertà, che è il cammino più sgombro e spedito alla meta ultima del suo lungo viaggio: la Vita!

Queste cose furon dette con eloquenza: piacquero a me come a tutti, ma non sorpresero me, che subito ci riconobbi quella singolare mischianza di filosofia tedesca un po’ brumosa, di misticismo orientale, e di latino amore del bello, del lucido e del preciso, che empiva la mente del mio amico. E quando il Cavalcanti ebbe finito ci volgemmo tutti verso il Rosetti, come invitandolo a rispondere. E lentamente, dopo un istante, il Rosetti rispose:

— Forse ha ragione — dicendo. — Ma vorrei saper da tutti voi una cosa.... Mi sapreste dire se Omero ha esistito o no?

Se Omero era esistito! Ma per quale ragione quella ombra veneranda ed antica compariva a quel modo, di sorpresa, su quel vapore che navigava nella notte l’Oceano, a domandarci conto dei dotti dubbi di un secolo sofistico proprio lì, in quella stanzetta fumosa di tabacco, tra il tavolo a cui i mercanti astigiani e il dottore di San Paolo giuocavano a tarocchi, bisticciandosi ogni tanto; e il tavolo in cui il Vazquez, silenzioso e raccolto, teneva banco di macao con diversi passeggeri? Quale insidia preparava il Rosetti all’avversario? E nessuno, naturalmente, rispose.

Il Rosetti guardò per un momento in faccia il nostro silenzio: poi chiese se alcuno di noi avesse letto il libro di Michele Bréal «Pour mieux connaître Homère». Nessuno l’aveva letto. E allora ci disse come il Bréal affermi in quel libro che Omero favoleggia di un mondo eroico, cavalleresco e avventuroso di convenzione, come l’Ariosto o, se volevamo un esempio più recente, come il Cyrano de Bergerac: che gli Eroi e gli Dei omerici sono personaggi di maniera o tipi letterari, alla pari dei paladini del Bojardo e dell’Ariosto o come i pastori di Teocrito e di Virgilio; che il secolo che compose i due poemi possedeva già una civiltà raffinata ed una cultura antica, se prendeva diletto di storie composte con artificio così squisito, come il Cinquecento si dilettava del Bojardo e dell’Ariosto.

— Tuttavia — obiettai io a questo punto — il mondo che Omero descrive è rude, selvaggio, primitivo. Non conosce la scrittura; il ferro è raro....

— Ma per quanto io mi ricordo, — rispose il Rosetti — nemmeno l’Ariosto parla mai della moneta.I suoi paladini corrono per il mondo, senza un soldo in saccoccia. Conchiuderesti tu per caso, che ai tempi dell’Ariosto la moneta non esisteva in Italia? Ti serviresti tu, storico, del «Furioso» come di documento, per descrivere le condizioni dell’Italia al principio del Cinquecento? L’«Iliade» e l’«Odissea», come il «Furioso», ci trasportano nel gran paese delle fiabe....

— Ma come e da chi e stato allora creato questo mondo imaginario? — insistei io.

— Io non me ne intendo, sai — rispose. — Ragiono così, con il buon senso.... Ma al lume del buon senso direi che dovrebbe esser stato creato da letterati e poeti.... Poichè è un mondo letterario e poetico.... Non ti pare? Come i nostri poemi cavallereschi. Insomma dei poeti raccattarono nella via le rozze canzoni popolari, che tramandavano forse, sfigurato, il ricordo di antichi avvenimenti, come nel Medio Evo le canzoni del ciclo carolingio: le trasportarono nelle case dei ricchi mercanti greci dell’Egeo e dell’Asia Minore, che anche quelli smaniavano di tradurre la quantità in qualità: e così a poco a poco da un poeta all’altro si formò il «genere» o la «maniera», ed una scuola o corporazione di poeti che ne conservavano e tramandavano le regole, i tipi e perfino la lingua convenzionale. Perchè io non me ne intendo: ma a me pare che il Bréal abbia ragione: il cosidetto dialetto omerico non fu mai parlato; era una lingua convenzionale, letteraria, forse in parte arcaica, come quella dei trovatori, fabbricata apposta dai poeti per far parlare degnamente gli Dei e gli Eroi. Che Dei e che Eroi sarebbero stati, se avessero parlato come noi parliamo in questofumoir? Si formò dunque il genere; e ad un certo momento un atto della «volontà grande», che aveva preso corpo in una scuola, lo impose a tutti — pubblico e poeti — come un modello. Sinchè di poeta in poeta un bel giorno apparve un genio;e si chiamò proprio — chi lo crederebbe? — Omero; e guarda che curiosa combinazione!, nacque, visse, morì, scrisse i suoi libri proprio come tutti gli altri autori, con la penna, l’inchiostro e la carta, cominciando dal primo verso e facendo punto all’ultimo; ma infondendo in quel genere convenzionale una vita portentosa. Perchè il convenzionale non è per necessità, sempre falso, vuoto, morto, come molti pensano e anche lei, Cavalcanti, diceva poco fa. No: è una linea interna isolata a far contorno. Limita, non soffoca; e quindi può essere verissimo e vivissimo! Ne volete un esempio più chiaro? Lei, avvocato, l’altra sera rovesciò a proposito della scultura greca il giudizio corrente. Questo dice che la scultura greca sarebbe un’arte ideale; lei disse che è un’arte sensuale. Io direi che non è nè ideale nè sensuale: è convenzionale. Delle forme del corpo che siano belle, ce n’è un numero stragrande, grazie al cielo: i Greci ne scelsero alcune per raffigurare gli Dei dell’Olimpo; si limitarono quindi, ma scegliendo nel vivo, tanto è vero che è facile anche oggi rintracciare nella strada, vivi e ambulanti e vestiti di panno, gli esemplari sui quali sono state imaginate le Veneri, le Giunoni, gli Apolli e via dicendo.... Non ammiriamo ogni momento le forme giunoniche di una donna, o il tipo apollineo di un uomo? Un atto della «volontà grande» impose poi ai Greci di scolpire e e riscolpire sempre quei tipi, quasi direi depurandoli e concentrandoli. Quei tipi dunque sono convenzionali, sì, ma vivi; anzi più vivi degli esemplari ambulanti che possiamo incontrare, almeno sotto lo scalpello dei grandi scultori. Del resto se c’è qualcuno che dubiti che il genio di Omero fu il frutto maturo di una matura civiltà, ebbene: legga i poemi Indiani, Firdusi, i Nibelunghi, la Chanson de Roland; e poi paragoni....

Questa interessante digressione ci aveva sviati dal primo oggetto. Io rammaricavo dentro di me che questeconsiderazioni fossero fatte da un dilettante e non da uno scienziato, perchè se no non sarebbero state scevre di buon senso. L’Alverighi ascoltava senza aprir bocca ma con manifesto interessamento, come gli piacesse volgere un istante il capo dal fondo della Pampa ove si era smarrito, agli studi degli anni lontani. Il Cavalcanti approvò: disse che a quella luce il mistero dei due solitari poemi si chiariva mirabilmente; e dichiarò Omero il primo maestro dell’arte del comporre: arte che i Greci hanno insegnata ai Latini, i Latini quasi soltanto agli Italiani e ai Francesi; perchè i Tedeschi e gli Anglosassoni sono in quella ancora novizi. Ma quando il Cavalcanti ebbe finito di dar corso al suo entusiasmo:

— Dunque — disse all’improvviso il Rosetti — l’«Iliade» e l’«Odissea» sono il primo grande monumento letterario della nostra civiltà. Ma come spiega lei allora che davanti a questo monumento gli uomini siano stati colpiti da una specie di subita cecità? Questa opera, sulla quale anche i miopi possono vedere, tanto è largo e profondo, il marchio del genio, di un genio potente, che ha vivificata una «maniera» antica: come mai si è potuto credere che questa opera non avesse nessun autore, fosse nata senza padre, misteriosamente, da sè, sulle labbra del volgo? Se degli archeologi affermassero che la Venere di Milo non è stata scolpita da nessuno, ma che l’ha fatta l’anima popolare accozzando insieme frammenti di differenti statue; e pretendessero di farla a pezzi per ritrovare questi rottami, non li chiuderemmo in un manicomio? Eppure non hanno forse tentata la stessa operazione sui poemi omerici i valentuomini che hanno osato lacerare e sfilacciare questa meravigliosa tela, tessuta dal genio, per ritrovare i brandelli sdruciti della misteriosa «Ur-Ilias»? Cose da pazzi, come dice il nostro dottore. Ma questi pazzi non sono stati messi nel manicomio: anzi sono stati stipendiati dagli Stati, incaricati di insegnarenelle Università, coronati ed accolti dalle Accademie, venerati dal pubblico come pozzi di dottrina.... E passino ancora i popoli che non hanno imparata, come dice lei, l’arte del comporre! Ma l’Italia, come me lo spiega lei? L’Italia che aveva raccolta la grande tradizione di questa sublime «maniera»; dove son nati Virgilio e Ludovico Ariosto? Che l’Italia abbia salariati dei filologi per insegnare nelle pubbliche scuole queste pazzie? Ma l’Italia, forse, per caso, da mezzo secolo in qua, è stata di nuovo dominata dai barbari?

Ridemmo tutti e il Rosetti con noi: bevve un sorso di Champagne, riaccese il sigaro e continuò:

— Dunque, dell’«Iliade» e dell’«Odissea» noi non possiamo affermare categoricamente nulla: se son favole o storie vere; rabberciamenti o capolavori; prime furie di una giovane barbarie o ultimo frutto di una civiltà matura; se siano stati scritti in una lingua parlata o in una lingua letteraria; e neppure — il che è più bizzarro — se siano stati o no scritti! Perchè a me pare che il Bréal abbia ragione: anzi.... Io credo addirittura che anche il radioso specchio di queste due splendide fiabe, come il poema dell’Ariosto, si increspa ogni tanto al lieve sorriso dell’ironia. I contemporanei dovevano capirle al volo, tutte le allusioni di cui sono piene! Per esempio: quelle concioni popolari che son descritte nell’«Iliade», non sarebbero per caso una satira delleecclesiedelle città greche, della democrazia o per parlare alla moderna del parlamentarismo antico? Sarà una idea bislacca, la mia: ma nessuno mi cava dal capo, che Tersite è la prima caricatura del demagogo, fatto da un poeta che parteggiava per i signori: se potessi usare la parola, direi che è il socialista del tempo, maltrattato da un poeta con tanto di coda. Così almeno pare a me. Ma i sapientoni continuano, e continueranno per un pezzo a ripetere che Omero non è esistito mai e ha scritto il suo poema in untempo in cui la scrittura non era conosciuta! E come decidere chi ha torto o chi ha ragione? Speri tu, Ferrero, che un giorno o l’altro qualche papirologo ritrovi la fede di nascita di Omero? E il litigare non serve a nulla, signor Cavalcanti, sebbene noi siamo al mondo per questo. Un argomento decisivo non c’è. Congetture sono quelle come queste, di più o meno verosimiglianza; e ciascuno può pensarla come crede.... Quindi l’«Iliade» e l’«Odissea» sono due indovinelli oscuri, che ciascuno può sciogliere a modo suo: e sì che sono state lette, ammirate, tradotte, chiosate, emendate, imparate a memoria, adorate per tante generazioni.... Come spiega lei, signor Cavalcanti, questo singolare fenomeno?

Fece una pausa: il Cavalcanti non rispose, e allora:

— Forse perchè — continuò il Rosetti — lo spirito può soffiar libero attraverso i poemi omerici, come il vento sul mare, ora forte ora tenue, ora da ponente ora da levante, ora a mulinello?... Lei ha detto che per capire e godere davvero un’opera d’arte necessita liberarci da quei criteri convenzionali del bello che i contemporanei devono sempre, più o meno, subire, perchè imposti da interessi potenti. Non c’è quindi poeta al mondo che noi dovremmo godere meglio e più di Omero: nelle cui pagine fosse più facile decifrare, sotto i caratteri del tempo, l’unica lingua, eterna e universale, del bello, come la chiama lei, signor Cavalcanti. Perchè l’«Iliade» e l’«Odissea», noi non sappiamo con certezza nemmeno se e quando e come furono composte: imaginarsi se potremo giudicarle con i «nervi» dei contemporanei, secondo le loro idee convenzionali del bello, ammesso pure che ne avessero! Ed ecco che, potendo giudicare e godere disinteressatamente e con pienissima libertà, avendo quindi innanzi a noi sgombro e piano quel che lei, Cavalcanti, chiama il Cammino dellaVita, noi non ci raccapezziamo più: non sappiamo più nemmeno affermare con sicurezza se quei poemi che noi leggiamo stampati furono scritti. Ma allora un’opera d’arte diventerebbe forse un indovinello ambiguo dalle mille soluzioni; e non riusciremmo più a distinguere se è un capolavoro o un rabberciamento; e potremmo affermare di quella le cose più opposte e più strane, perchè ci smarriremmo nel labirinto dei ragionamenti rovesciabili, quando noi non abbiamo nessuna misura, sia pur convenzionale, ma obbligatoria e sicura per giudicarla? L’unica lingua, eterna e universale, della bellezza, che noi vogliamo decifrare, sarebbe un geroglifico inintelligibile? Considerata a questa stregua la questione omerica non sarebbe più soltanto un passatempo di eruditi disoccupati: sarebbe un fenomeno terribile di cecità mentale. Noi non comprendiamo più il primo capolavoro della nostra letteratura: e non lo comprendiamo più perchè abbiamo voluto farcene giudici senza legge alcuna, regola o criterio comune. Sarebbero dunque questi i mirabili effetti della libertà, nella quale voi vedete il principio animatore dell’arte futura: dell’arte che vuol solamente dilettare, lei, avvocato; dell’arte che aspira alla bellezza totale e assoluta, lei, signor Cavalcanti? Nella libertà non si moltiplicherebbero dunque solo i germi delle discordie, il che non sarebbe un male irreparabile, poichè se i signori Feldmann non vanno d’accordo possono fare divorzio? Perderemmo noi per caso, diventando liberi, anche il lume degli occhi, la facoltà di discernere il bello dal brutto? Sarebbe questo un male maggiore: perchè come posso godere un’opera d’arte, se non sento fortemente che è bella?

L’obiezione era forte. Il Cavalcanti esitò: tentò dapprima una risposta un po’ confusa: disse poi che nei due poemi non si capiva più per l’appunto la parte convenzionale.

— Ma l’episodio di Andromaca o il ritorno di Ulisse — conchiuse — no:di quelli nessuno uomo di giusto e di cultura dubiterà, che siano due raggi dell’eterna bellezza. Le convenzioni sono momentanee e caduche: ma in ogni opera d’arte c’è — ci deve essere — una favilla della bellezza assoluta, universale ed eterna: se no — lo dissi l’altro giorno e chiedo scusa di ripeterlo — come si spiegherebbe che innanzi a tante opere d’arte, impreparati, ignoranti, senza preconcetti, spinti da un bisogno prepotente, noi gridiamo che sono belle, sentiamo un brivido di piacere immediato, libero, spontaneo!...

— Quindi — rispose pronto il Rosetti — abbandoniamoci a occhi chiusi alla corrente del sentimento.... Ma che cosa le rispose l’Alverighi, l’altra sera? Che il bello è un piacere senza bisogno, e perciò incerto e oscillante. Una opera piace a me e agli altri no: oggi mi piace, domani non mi piace più: spesso non so dire se mi piaccia o mi spiaccia: mi volgo allora alla ragione per chiarire il dubbio e la ragione si burla di me: ogni opera d’arte è un enigma insolubile, come l’«Iliade» e l’«Odissea». Queste sono verità parlanti. No: noi non possiamo godere un’opera d’arte, se non siamo in grado di sentire che è bella: e sentir che è bella, sentirlo davvero, sicuramente, fortemente, in permanenza, senza esitazioni, non lo possiamo, se non possediamo un modello indiscutibile a cui paragonarla. Un modello, sicuro. La definizione prima della bellezza, da cui ogni arte deve prendere le mosse; le regole che il ragionamento può cavare da quella definizione, si materiano sempre, o in un singolo modello, come furono l’«Iliade» e l’«Odissea» per Virgilio e per gli antichi quando ragionavano del poema epico: o in diversi esemplari di scuole non troppo diverse, come la pittura italiana fu per lungo tempo: ma il modello ci vuole, ed è convenzionale e limitato come la definizione del bello e le regole d’arte che esemplifica; non necessario quindi e mutabile; ma finchè c’è deve esseraccettato come la misura indiscutibile. Ma che cosa ci racconta tutta la storia dell’arte se non lo sforzo e la lotta incessante per creare, imporre e rovesciar dei modelli? Molti si chiedono oggi stupefatti perchè gli scrittori romani imitarono con tanta pedanteria i greci.... Perchè tutte le letterature moderne abbiano perduti tanti secoli a ricopiare i latini, che avevano copiati i greci.... Ma per un popolo o per un’epoca che si accingono a creare una letteratura od un’arte, la difficoltà maggiore, il travaglio più aspro che spesso rende vani i più lunghi sforzi, non è il generare degli uomini di genio. Di questi la natura dovrebbe essere su per giù egualmente feconda dappertutto e in ogni tempo, almeno per quel poco che possiamo giudicare. Riuscire a creare o trovare il modello, al quale riconoscere i capolavori: ossia riuscire a sapere quel che si vuole come bello: questo sì che è difficile e qui sta la vera bravura. E il trovare un modello, bell’e pronto in parte almeno, visibile e tangibile è davvero una grande comodità. Perchè la antica Grecia è così famosa? Perchè ha creati — nella letteratura, nella scultura e nell’architettura — alcuni modelli e misure, che hanno servito a molte epoche e a molti popoli.... Frughiamo un po’ nella nostra coscienza: e non sarà difficile renderci conto che in ogni nostro giudizio d’arte è sottinteso un confronto. Quando noi diciamo che una opera d’arte è bellissima, o bella, o mediocre, o scadente; e lo diciamo non per sfogliare il piacere o la noia momentanea che un’opera d’arte può averci arrecata, ma per esprimere una convinzione maturata, ferma, sicura, noi intendiamo di dire che quell’opera d’arte è più o meno bella di un’altra o di altre, che in quel momento adempiono per noi l’ufficio di modelli. E difatti come si affina il gusto delle singole persone, dei popoli, delle generazioni? Conoscendo molte opere d’arte, appartenenti alla stessa famiglia; e cioè confrontandoletra di loro. Come le opere d’arte degradano o ascendono nella opinione degli uomini? Per modelli: secondo muta cioè il modello. Prima di Giotto, c’erano dei pittori che parevano perfetti ed erano i modelli; dopo, fu modello Giotto e quelli arrozzirono; ma ai tempi di Tiziano e di Raffaello neppur Giotto era più un modello. Virgilio ci pare un po’ freddo: perchè? Perchè lo paragoniamo ad Omero. So l’«Iliade» e l’«Odissea» si fossero perdute, l’«Eneide» sarebbe giudicata perfetta. E questa infine è pure la ragione per cui mi par dubbio, signor Cavalcanti, che noi possiamo aver nervi differenti per tutte le arti, e distendere all’infinito la nostra facoltà di comprendere, così da riceverci dentro la infinita bellezza. Se noi non possiamo godere fortemente una opera d’arte senza paragonarla ad un modello, noi potremo godere e capire tante forme d’arte quanti modelli potremo conoscere e possedere con la mente. E un uomo, di sicuro, potrà, con lo studio ed il tempo, rendersi padrone di molti modelli; ma di tutti quelli che esistono e possono esistere.... Non so: mi par difficile. Insomma, per conchiudere: io non credo che lei sia nel vero, signor Cavalcanti, quando paragona le tradizioni, le regole, le convenzioni o anche gli interessi mondani che limitano il genio degli artisti e il gusto del pubblico alle liane delle sue foreste, che avvinghiano e strozzano gli alberi robusti. No: alla mente come al corpo ogni resistenza e quindi ogni limite è un appoggio ed ogni appoggio è una resistenza e quindi un limite: il pesce nuota contro corrente e l’uccello come l’areoplano volano contro vento; il vento e l’acqua si oppongono, sì, ma sostengono: l’uomo non crea il nuovo che vincendo l’attrito di una tradizione, non conquista la libertà che schiantando i legacci di una regola. Togliete di mezzo regole o tradizioni: non c’è più nè libertà nè novità: la libertà assoluta è per la mente quel che il vuoto per l’uccello: non può volare....Tante prove se ne potrebbero citare.... La moda, per esempio.... Che cosa è la moda, se non una limitazione convenzionale? Innumerevoli foggie del vestire possono piacere a ognuno di noi: ma per sei mesi noi conveniamo di riconoscere il primato a quel piccolo numero: ci limitiamo quindi a sceglier solo fra quelle, perchè se no, disgraziati i fabbricanti e i mercanti! La moda dunque dimostra che persino in tempi pieni d’anarchia come i nostri, una regola convenzionale del bello, una legge del gusto e della scelta, sia pur mutevole due volte all’anno, è necessaria, se si vuole che un’arte possa servire il pubblico....

— Ma la moda — interruppe il Cavalcanti — è un’arte secondaria, alla quale occorrono macchine e capitali ingenti. Le grandi arti spirituali non hanno bisogno di muovere tanti interessi e tanto denaro.

— È vero — rispose il Rosetti: — ma esse pure abbisognano di un certo pubblico fedele che le sostenga, con l’ammirazione e con il denaro. E questo pubblico non può sostenerle, se non accetta senza discutere i principii da cui quelle muovono.... Ma volgete gli occhi intorno: e poi ditemi se il male di cui soffrono nei nostri tempi le arti non è uno, uno solo: la mancanza di regole, principii, e limiti? Arte e pubblico non debbono più oggi fare i conti nè con la Corte, nè con l’Aristocrazia, nè con la Chiesa, nè con la Censura, nè con una critica, che pretenda di imporre regole di scuola: perfino dalle leggi del pudore e della decenza ci siamo affrancati, dopo esserci ribellati a Dio, al Re, alla sintassi, alla prosodia e al buon senso! Viva la libertà, dunque. E così il pubblico come gli artisti dovrebbero usarne, per osare i supremi ardimenti! Invece si intimidiscono a vicenda, inquieti di sentirsi in un vuoto senza appoggio. Il pubblico aspetta, pronto a piegarsi, come uno stelo al vento, se lo spirito spira: ma ahimè lo spirito non sa più decidersi a soffiare nè da oriente nè da ponente: invano il pittore, lo scultore,il musico, il decoratore, il fabbricante di mobili, il poeta, il romanziere spiano quel che il pubblico che non vuol nulla, vuole; e si chiedono smarriti: che soggetto, che stile, che genere, che scuola — in una parola, che modello — scegliere? I tempi li indicano tutti: cioè nessuno. E allora? E allora gli abili imparano l’arte di procacciarsi onori e ricchezze, gabbando il mondo. I matti e i ciarlatani cercano di intimidire il pubblico osando sfrontatamente, imponendogli come bello in nome del progresso, il nuovo, quel che non rassomiglia a nessun modello conosciuto, come se anche l’arte avesse l’obbligo di far sempre delle cose nuove e non solamente delle cose belle. Gli artisti sinceri e d’ingegno non sono rari: ma ciascuno vuole aver la sua formola d’arte, e la grida al mondo sola vera e perfetta: e non difettano mai a nessuno gli argomenti per sostenerla che paion buoni, sinchè egli solo parla e il vicino non glieli rovescia, per dimostrare che la formola vera e perfetta è l’opposta, cioè la sua. Qualche gran genio apparisce ogni tanto in questa Babele, e se riesce ad imporsi, a capirsi esso stesso e a farsi capire da un pubblico che basti a sostenerlo almeno per un certo tempo, può far cose grandi davvero, in questa libertà illimitata; ornare, libero come è, dei capolavori. Ma capolavori vaganti nel vuoto, come quegli iceberg che navigano solitari sull’Oceano, che l’acqua li sostiene e nel tempo stesso ne rode le fondamenta: e possono capovolgersi da un momento all’altro; e qualche volta sono pericolosi a chi li incontra navigando. Lei aveva ragione, avvocato, di lamentare l’orgoglio smodato degli artisti e dei letterati moderni, a confronto della modestia di un tempo: ma donde nasce questo orgoglio se non dalla solitudine senza legge in cui creano? Ogni artista e letterato omai crea l’opera sua liberamente, sulle formole che egli ha scelte, quasi senza maestro, senza modelli, senza regole; e quindi se riesce, si illude facilmente di essere un Dio checrea dal nulla un mondo ideale. Quando invece spesso ha solo raffazzonati alla meglio vecchi modelli, guastandoli! Insomma nessuna epoca ha risvegliate tante formule antiche e tentate tante formule nuove di bellezza, per riuscire a imbruttir di più questo povero nostro mondo. Poichè i tempi in cui i modelli si perdono o si confondono perchè ce ne son troppi, e con i modelli le misure fini e precise del tragico, del comico, dell’epico, del grandioso, dell’elegante, della grazia, del fasto e via dicendo; quei tempi non gustan più che il violento, il difficile, il vistoso, il massiccio, il raro, lo strano, l’enorme, lo strabiliante: i drammi che fanno venir la pelle d’oca, le farse che fanno smascellar dalle risa, la letteratura oscura e carica di erudizione, la lirica che bisogna leggere con l’enciclopedia alla mano; le decorazioni luccicanti o addirittura abbaglianti; gli edifici che sbalordiscono per la mole e per la ricchezza dei marmi. Abbiamo riso, sentendo annunziare i tempi in cui New-York sarà più bella di Parigi agli occhi di tutti. Badate, però! L’America è più ricca dell’Europa; può profondere, se vuole, maggiori tesori per costruir moli macchinose e sontuose, quale è la nuova stazione della Pensilvania Railroad a New-York! E se gli edifici di questa fatta diventassero per i nostri tempi orbi di modelli il sommo vertice della bellezza? Se gli Americani facessero nel mondo moderno quel che già fecero i Romani nell’antico: che alla fine offuscarono i monumenti dell’architettura greca con la mole, il peso e la ricchezza? Avrò torto: ma a me una bella rosa par più bella della più bella orchidea. Ma le orchidee sono strane e rare e durano a lungo, mentre le rose sono comuni e vivono poche ore: e perciò le orchidee sono più pregiate delle rose. La rarità, che è un concetto quantitativo, si insinua nel giudizio della bellezza, quindi lo inquina, e lo falsa, poichè la bellezza è qualità pura, come disse lei, l’altra sera, avvocato. Anzi io credo che il solocriterio che può servire a paragonare alla meglio tra loro le forme della bellezza sia questo. Un’arte o una scuola o uno stile son tanto più perfetti quanto più si avvicinano allo stato di qualità pura: quanto meno ricorrono, per suscitare l’ammirazione e dar piacere, ad elementi quantitativi. Ma queste sono sottigliezze; e il pubblico, oggi specialmente, ha troppe altre brighe per il capo! E quindi, poveretto, fa quel che può: ma quando non gli capita di ammirare per terremoto, a furore di popolo, per contagio frenetico, non si raccapezza in questa Babele: è diffidente e indifferente; paventa di scambiare una mistificazione per un capolavoro o un capolavoro per una mistificazione: di solito segue il romore, ma poi, per non sbagliarsi troppo, dimentica volentieri quel che ha ammirato; e quando può, cerca di trarsi d’impaccio dicendo che una opera d’arte è «interessante». Avete mai posto mente all’abuso che noi facciamo di questo aggettivo? Interessante è una parola neutra; è un piccolo rifugio a mezza strada tra il bello e il brutto; è una scappatoia comoda per una epoca che non osa e non sa più giudicare, perchè non ha più nessun «étalon de mesure», come dicono in Francia: questo è bello, questo è brutto....

Sorrisi a sentir queste parole, e interruppi il Rosetti per raccontare che la parola «interessante» era stata anche per me, in America, una comoda scappatoia, ogni qual volta ero stato richiesto di un parere su cose, che non mi sentivo in grado di giudicare conoscendole troppo poco; o che alla prima occhiata almeno non mi parevano così stupende come ai miei gentilissimi ospiti. Sempre mi ero cavato d’impaccio, dicendo che quella tal cosa era «very interesting» o «muy interesante». Ma raccontando questa storiella presi lo slancio a irrompere in un campo più vasto, verso il quale mi spingevano le meditazioni della sera precedente e la conversazione filosofica della mattina con il Cavalcanti; ed esposiuna obiezione che ruminavo da qualche tempo, e con la quale ripigliavo ed amplificavo il pensiero del brasiliano.

— Ingegnere, — dissi, — che le definizioni elementari del bello, da cui ogni arte prende le mosse, debbano esser poste ed imposte da un atto di volontà mi par vero. Ma non mi pare invece che noi possiamo fermarci come fa lei, all’atto di volontà, come all’ultima Thule o alle colonne d’Ercole del Pensiero umano.... Bisogna fare un passo avanti e decidere quest’altro punto: se le cose diventano belle perchè e dal momento in cui noi le vogliamo per tali; o se le vogliamo, perchè sono belle. È chiaro — mi sembra — che in questo sta il tutto; e da questo dipende se aveva ragione lei, prima, quando pezzo per pezzo ci ha demolito sotto gli occhi il mondo intero; o se ha ragione adesso che tenta di legarne insieme i rottami, con la volontà. Se le cose diventano belle solo perchè noi le vogliamo, aveva ragione lei di dire che lo spettacolo del mondo non è che la lanterna magica degli interessi; e ha ragione quel tale calzolaio di Piazza Vendôme di cui ci parlò l’Alverighi; nonchè il vedantismo. La varietà del mondo allora è una illusione: quindi spegniamo i lumi e andiamo a letto, perchè l’operare e il lottare sono vane cose. Ma se la varietà del mondo è il sale della vita, il principio del progresso, la fonte della felicità, lei deve ammettere che i nostri giudizi estetici non possono essere solo l’effetto di forze estrinseche, che operano sulle nostre passioni, come su della cera: quali gli interessi che lei enumerò l’altro giorno; quali le regole convenzionali, le limitazioni arbitrarie, i pregiudizi che noi imponiamo con tutti i mezzi che ci son buoni per far fare agli altri quel che vogliamo noi; quali la moda, la suggestione, quel bisogno così umano di urlar con i lupi e di belar con gli agnelli.... No: di fronte a queste forze estrinseche, deve stare una forza intrinseca, incoercibile,che ora resiste ora seconda le forze esterne come l’àncora e la corda i moti violenti del mare; che ora accetta come bello quel che gli interessi o le convenzioni o la moda dichiarano tale, ora resiste, freme, si ribella.... Se no, perchè Apollo ci avrebbe incitato a trattenere i Titani di ferro? Noi stiamo discutendo da qualche giorno in qual misura noi dobbiamo resistere alle macchine, a che punto rifiutare l’abbondanza che esse ci vogliono prodigare: ma potremmo noi resistere e rifiutare, se per fare l’abbondanza, le macchine non si sforzassero di farci ammirare come belle delle cose che sono brutte e come buone delle azioni che sono cattive: e se il sentimento nostro non si ribellasse, sia pure con troppa foga qualche volta, come quando è mia moglie che parla? Dunque è chiaro: giunti con la nostra indagine all’atto di volontà, non possiamo fermarci: bisogna che discendiamo più giù, fino alla profonda forza intrinseca che muove l’atto di volontà, se vogliamo lacerare il gran velo, conoscere l’anima eterna dell’arte!

Questo mio primo discorso filosofico non dispiacque al Cavalcanti che, sempre gentile quanto amante delle sottigliezze, mi aveva incoraggiato, mentre parlavo, con cenni del capo e sorrisi. L’Alverighi invece dichiarò francamente alla fine di non aver capito una parola di quanto avevo detto. Il Rosetti mi guardò un poco; poi:

— A te dunque — ripetè lentamente — non basta di sentirti dentro spinto a volere: tu vuoi voltarti indietro a veder il braccio e la forza che ti spingono.... — Fece una pausa; e poi: — Ma e se ciò non fosse possibile? Se l’uomo fosse così costituito dalla natura o da Dio, come ti piace, che non potesse nel tempo stesso sentir la spinta e voltarsi indietro a vedere il misterioso braccio che lo muove? sentir la voce che lo incita alle spalle, e volger la faccia verso il volto che parla? Se il braccio si fermasse e la vocetacesse nel momento preciso in cui l’uomo si volge? Se l’uomo fosse Orfeo e non potesse trarre dall’Inferno la sua Euridice, trovare il cammino che conduce alla verità, alla bellezza, alla virtù, se non a condizione di non voltarsi mai indietro?

Tacque guardandomi: ed io stavo per rispondere, quando trasse l’orologio di tasca; e:

— Ma è mezzanotte, — disse. — Il tempo passa. Se andassimo a letto: e continuassimo domani? Almeno se questi discorsi non vi annoiano troppo. Perchè ci sarebbero tante cose da dire....

E così decidemmo. Ma nel levarci:

— Dai casi della signora Feldmann, siamo arrivati ben lontano e saliti ben in alto, — disse l’ammiraglio.

— Tutto è in tutto — rispose sorridendo o stringendosi nelle spalle il Rosetti.

Il seguente giovedì doveva condurci sino alle porte del mondo antico. Entreremmo nel Mediterraneo verso sera. Si compiva dunque in quel giorno una tappa solenne del lungo viaggio: solenne e gradita, perchè l’ultima. Dallo stretto di Gibilterra, il «Cordova» navigherebbe spedito alla meta in tre giorni. Ma il Cavalcanti ed io non alludemmo neppure, quella mattina, nei nostri discorsi, al prossimo passaggio di Gibilterra: chè quasi tutta la mattina grigia e piovosa ragionammo, sul ponte di passeggiata, intorno ai discorsi della sera precedente.... Sul vivo e sensitivo ingegno del Cavalcanti, i ragionamenti del Rosetti avevano fatta profonda impressione. Egli mi diceva di non aver più replicato nella seconda partedella discussione, a tal segno quei discorsi l’avevano soggiogato parendogli quasi di udire, per la prima volta e chiare, cose che egli avesse sempre confusamente pensate. L’imparare sarebbe dunque proprio, come diceva Platone, un risvegliarsi di reminiscenze lontane? Trapassammo poi a ragionare dell’obiezione che io avevo mossa: il Cavalcanti di nuovo l’approvò: io la chiarii e precisai — avevo su quella meditato a lungo — dicendo che il Rosetti mi pareva in procinto di impigliarsi in una contradizione mortale. Aveva affermato che la Bellezza sarebbe alcunchè di convenzionale: una opinione umana dunque, momentanea e caduca, come per molti filosofi del secolo XVIII le istituzioni e i costumi, senza fondamento assoluto ed eterno. Ma poi imponendo all’uomo con quella sua mistica frase di camminare come Orfeo, intendeva senza dubbio dire che i principii dell’arte non devono essere troppo discussi, quasi fossero cosa divina. Contradizione sulla quale intendevo di appoggiarmi e far leva, per costringere il Rosetti a disdirsi. Ma il Rosetti non uscì dalla cabina, durante la mattina; e quindi ci fu forza pazientare. Barattai invece qualche parola, poco prima della colazione, con l’ammiraglio. Mi raccontò che la signora si era alquanto rimessa; ma aveva incominciato a farneticare supposizioni e piani fantastici; e per esporglieli già quattro volte l’aveva fatto chiamare, dalla sera precedente! A colazione ricomparve per la prima volta la signora Yriondo: conferma definitiva che il marito, a poco a poco, riconosceva il suo errore e guariva. Ragionammo di Gibilterra e del passaggio, e il Rosetti ci disse che avrebbe continuato il discorso dopo la siesta....

Verso le quattro e mezzo infatti, il Cavalcanti ed io già passeggiavamo sul ponte basso, ragionando e soffermandoci ogni tanto a guardare il mare e la terra. Poichè eravamo in vista della terra. Avevamo a mezzodì raggiunto il 35º grado e il 7º minuto dilatitudine e il 6º grado e 53º minuto di longitudine: e navigavamo ormai a tutto vapore verso le colonne d’Ercole, scorgendo a destra, lontane, nella nebbia rada e fulgente, le basse coste collinose del conteso Marocco; di fronte, nere e più vicine, le montagne entro cui stavano nascoste le porte varcate un giorno da Prometeo e Vulcano fuggenti l’antica storia del mondo. E in vicinanza della terra l’Oceano, per tanti giorni sonnacchioso deserto e monotono, pareva a un tratto come animarsi e schiarirsi, sotto il soffio di un gagliardissimo vento che investiva il vapore, sommoveva il piano del mare e aveva aperti immensi squarci azzurri nel grigio velo di pioggia, che la mattina copriva il volto del mondo. Cosicchè sull’Oceano infuriava, spettacolo nuovo, una meravigliosa tempesta in pieno sole: chè fitti fitti, tutti eguali, sin dove l’occhio giungeva, sino al Marocco, sino alle montagne dello stretto, sino alla nebbia cupa che a sinistra chiudeva l’Oceano, balzavano dal fondo azzurro e cupo del mare i marosi enormi, alti e lunghi, verdi e simili a liquide muraglie di smeraldo e d’oro; sostavano un momento scintillando; poi si ritorcevano su sè medesimi per sciogliersi in cento cascate d’argento nel mare azzurro, dal quale ribalzavan poi verdi e d’oro: ressa infinita che ci assediava da ogni parte, ma non nemica. Perchè la nave rompeva di prua quelle onde, e attraversava quel mare in convulsione, dritta e salda come fondesse un placido lago, senza beccheggiare o rullar neppure poco. Anche i più delicati tra i passeggeri potevano quindi contemplare la tempesta al sicuro: difatti erano tutti usciti in mezzo al vento, fuorchè — almeno sino a quell’ora — il Vazquez, l’Alverighi, il Rosetti e la signora Feldmann.

Finalmente, verso le cinque, mentre in mezzo ad altri passeggeri guardavamo con i binoccoli la terra vicina e il capo Spartel, il Rosetti comparve sorridente, fumando, incappottato. Io subito mossi il discorso,deliberato a cercar che il Rosetti più si impigliasse nella sua contradizione:

— A me dunque — dicendo — non basta di ammirare un’opera d’arte: voglio sapere anche perchè è bella.

Ma in capo al ponte, a prua, una raffica di vento ci investì, ci fece alzar le mani ai berretti, mi imbavagliò. Solo quando avemmo voltate le spalle alla prua e al vento potei continuare.

— Lei mi dice: quest’opera d’arte è bella, perchè rassomiglia a quel tale modello. Ma da questa risposta spunta subito un’altra dimanda: il modello è poi bello davvero e perchè? Lei mi dirà: perchè la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà grande della mia epoca me lo impongono come tale. Ma la risposta non mi acqueta: la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà della mia epoca possono sbagliarsi; tanto è vero che ora giudicano bella ora brutta la stessa opera d’arte: e una volta o l’altra debbono cadere in errore. Dunque se voglio essere sicuro di non sbagliarmi, io debbo poter giudicare i modelli, sapere onde scaturisce e in che consiste questa bellezza misteriosa, che nel modello c’è e ci deve essere, se il modello deve avere forza imperativa su me, su lei, su tutti.

— Da Dio — interruppe reciso e improvviso il Rosetti.

— Da Dio? — esclamai, — chè questa risposta, in bocca al signor Rosetti, proprio non me l’aspettavo. — Sì! — aggiunsi poi sorridendo — Dio è stato per molti secoli la mistica fontana dei valori; ma....

E tacqui, credendo di essermi spiegato.

— Ma? — interrogò invece il Rosetti, come se non avesse capito.

— Ma, signor Rosetti.... Lei sa meglio di me in che secolo noi viviamo.... Dopo Kant e la Critica della Ragion Pura.... Dopo la Rivoluzione Francese....

In quel momento tre onde strisciarono e si fransero,una dopo l’altra, con immane fragore, lungo i fianchi del «Cordova». Ci fermammo alcuni istanti a guardare quella fragorosa tempesta di smeraldo e di oro, di zaffiro e d’argento. Il via vai, il gridio, il gesticolare crescevano intorno a noi, a mano a mano che la porta del mondo antico avvicinava e se ne vedevan più nitidi gli stipiti; ma l’orizzonte a ponente incupiva; i grandi squarci azzurri nel cielo si restringevano e il chiarore del giorno incominciava a velarsi. Quando prendemmo a passeggiare, il Rosetti si volse a me, e con una smorfia sardonica:

— Critica! — disse. — È una parola che mi piace poco! Parola greca germanizzata! Incrocio di levantino e di tedesco!

La mia meraviglia cresceva. E chiamando a raccolta le disperse reminiscenze dei miei studi filosofici, avevo incominciata una difesa della critica filosofica: ma il Rosetti non mi lasciò continuare a lungo; chè afferrandomi per il braccio:

— Lo so, lo so, — vivamente interruppe — quel che vuoi dire. L’incredulità moderna sarà un bene, sarà un male: ma se noi non avessimo esercitato il nostro pensiero in mille prodezze, perfino a distruggere Dio pretendendo di dimostrarlo, la nostra mente sarebbe ancora bambina, e noi saremmo oggi al punto dei Mussulmani; non avremmo scoperta l’America e non ci troveremmo qui a ragionare tranquillamente di queste cose, in questo castello natante, a guisa di semidei, come disse all’equatore il nostro avvocato. A proposito oggi non lo si vede: dove si è rintanato? Ragion per cui qualunque sia l’autorità che decide: questo è bello, noi ringraziamo cortesemente: ma subito rispondiamo di voler sapere perchè è bello....

Mi parve fosse giunto il momento di scoprire le mie batterie.

— Per l’appunto — risposi. — Perchè se lei afferma che i principii del bello son tutti arbitrari econvenzionali, fattura umana quindi, momentanea e caduca, come può poi pretendere che l’uomo li adori come principii divini e rimproverargli di volerne scoprire la ragione ultima e il significato profondo? Ma se sono fattura sua e se gli appartengono! Perchè dunque non potrebbe l’Estetica....

Ma il Rosetti, interrompendomi di nuovo:

— L’Estetica! Altro incrocio di levantino e di tedesco! Mi piace poco.

Un po’ risentito:

— Ma insomma — dissi — oggi non le piace nulla. Non la Critica, non l’Estetica. Si può sapere che cosa le piace, allora?

In quel momento, arrivando alla passerella di prua, scorgemmo a destra il capo Spartel ormai così vicino che ai suoi piedi si vedevano i marosi rincorrersi sulla riva lunghi, sottili e bianchi.

Il Rosetti si fermò: guardò: e come distraendosi:

— Gli antichi — mormorò — favoleggiarono che Anteo fu seppellito ai piedi del capo Spartel, in quelle grotte là.... Anteo che simboleggia l’indomabile energia dell’uomo. Ma perchè farlo morire sulle sponde dell’Atlantico? — Poi rivolgendosi a me, invece di rispondermi: — Per secoli e secoli dunque — disse — Dio fu il sostegno eterno e inconcusso delle cose contingenti: la necessità incondizionata a cui la mente umana ascendeva per la scala infinita delle cause; la guida, la regola, la misura suprema. Non era lecito però di voltarsi a guardarne il volto! Egli stesso lo aveva proibito. «Videbis posteriora men, faciem autem meam videre non poteris». Ma l’uomo è curioso e ribelle: incominciò a sbirciar con la coda dell’occhio; a speculare e a ragionare sulla essenza e sugli attributi di Dio: si ingarbugliò, gli parve e non gli parve di discernere qualche cosa; tentò di veder meglio e volse un po’ di più il capo: si ingarbugliò ancora di più in un ginepraio di ragionamenti sottili; finchè un giorno, non sapendopiù se quel che vedeva e non vedeva era la faccia di Dio, se quella che sentiva e non sentiva era la voce di Dio, si voltò in pieno.... Comparve Kant. Ma il volto divino era sparito. L’uomo non vide più neppure, come Mosè, le spalle di Dio: gli spazi infiniti, in cui risuonava la voce, ammutolirono....

Questo biblico discorsetto era tanto inaspettato sulla bocca del Rosetti, che non potetti trattenermi dall’interrompere:

— Ma vuol lei forse imputare a Kant l’incredulità moderna? Questa ha ben altre cause: lo ha detto anche lei poco fa....

In quel momento le lampadine elettriche si accesero sul nostro capo, fioche nell’ultimo chiarore del giorno: avevamo ormai imboccato lo stretto e andavamo nell’imbrunire, per acque cupe e mosse, sotto torbido e basso cielo, costeggiando le coste europee che intravedevamo nel crepuscolo oscure e confuse, senza discernere dall’altra parte il Marocco. Il Rosetti tacque un istante guardando le luci: poi d’improvviso, rivolgendosi a me e con un rapido trapasso:

— Dunque — disse — siamo d’accordo. La Rivoluzione Francese, altro che la caduta di una antica dinastia o un rivolgimento di istituzioni! Fu il nuovo assalto dei Titani all’Olimpo. Fu il più formidabile atto di volontà che la storia racconti. Fu l’atto di volontà che rovesciò quasi tutti gli antichi «étalons de mesure», le tavole dei valori che l’uomo adorava da secoli e ne impose delle nuove. Fu la battaglia campale data dall’uomo a Dio, per rovesciarlo dal trono. Da secoli l’uomo molestava con la guerriglia dei filosofi e degli scienziati le comunicazioni tra la terra ed il cielo; ed ecco a un tratto i battaglioni si levarono e via, difilati, all’assalto! E Dio fu ridotto a forma di fantasma filosofico: sui gradini del suo trono si sedette il pensiero dell’uomo, ma come nel Giappone di un secolo fa, loshogunai piedi del trono del Mikado, in apparenza ministro,in verità sovrano e sommo motore della vita tutta quanta: dell’arte, della morale, del diritto, della educazione, della politica, e perfin di sè stesso. Perchè a poco a poco, sentendo di muovere tutte le cose e non sentendosi più mosso da nessuna spinta superiore, uno strano, tormentoso e sublime delirio invase il pensiero dell’uomo: volle anche vedersi a muovere sè stesso e quasi direi guardare la propria faccia senza specchio. E l’effetto ultimo di questo delirante impero delloshogun, noi lo abbiamo veduto in questa lunga navigazione. Non avendo niente altro da fare, abbiamo discusso un po’ di cose serie; e volevamo sapere se New-York è bella od è brutta, ma l’Estetica non ce l’ha saputo dire: volevamo sapere che cosa è il progresso, e non ne siamo venuti a capo; se le macchine sono utili o dannose, se la scienza è vera o falsa, se la ricchezza è buona o cattiva, se l’America è da più o da meno dell’Europa; e non ci siamo raccapezzati. Chi diceva di sì, e chi di no. Ragionamenti rovesciabili dappertutto. Lo spirito gira su sè medesimo per vedere la propria faccia: e gira, gira, gli piglia il capogiro....

Il ragionamento del Rosetti serpeggiava tra gli scherzi di una sottile ironia, come una biscia tra l’erba, che si vede e non si vede.... Disperando di colpirla, tentai di nuovo di tagliarle la strada:

— Ma insomma non divaghiamo. Torniamo al punto. Pensa lei, sì o no, che quel che noi chiamiamo il Bello sia una opinione umana, mutevole da luogo a luogo, di tempo in tempo?

Accennò di sì, soggiungendo prontamente:

— E non la Bellezza solo; ma anche la Verità e la Morale.

L’avversario si allargava sul campo, invece di serrare le fila contro l’attacco: esitai un momento innanzi a questa mossa inaspettata: poi decisi di colpire là dove già prima miravo.

— E allora, ripeto: come può lei rimproverare all’uomodi cercare la ragione di tutte queste diverse e mutevoli opinioni? Perchè una ragione ci sarà pure.... Se lei ammettesse che l’arte è una emanazione di Dio, capirei.... Del resto lei stesso l’altro giorno ci ha dimostrato che ammiriamo le opere d’arte per interesse. Che cosa ha fatto allora se non voltarsi indietro, e cercar di scoprire la ragione per cui quel che par bello a me sembra brutto a lei o viceversa? E se lei si è voltato, perchè vuol poi che gli altri guardino fissi innanzi a loro, come dei soldati alla rivista?

Il Rosetti mi guardò sorridendo e:

— Tu non capisci, allora? — mi chiese.

— No, non capisco.

— E neppur lei, Cavalcanti?

Mi prese per il braccio, fece cenno al Cavalcanti di seguirlo: ci trasse ambedue al parapetto. Nelle acque sconvolte dello stretto, intorno alla nave, saltellava un grosso branco di delfini: apparivano con il muso in alto, come guardandoci: si tuffavano e riapparivano saltando, torcendosi, guizzando argentei nelle onde cupe, a guisa di piccoli e graziosi saltimbanchi del mare che seguissero correndo il «Cordova» per fare i loro agili e sveltissimi giochi sotto i nostri occhi. I parapetti della terza classe erano infatti gremiti al gratuito spettacolo, pieni di grida e risate. Anche il Rosetti parve un momento prendere diletto di quelle graziosissime bestie; poi:

— Osservate — disse — l’Atlantico, che si vuota per questo canale nel Mediterraneo! Come ribollono le acque dello smisurato Oceano, nella stretta delle montagne! Eppure, questo fiume che noi fendiamo tra due monti, non è forse quello stesso infinito Oceano che abbiamo valicato per due settimane, senza raggiungerne il termine? Ma si rimpicciolisce, freme e ribolle perchè non può d’un colpo vuotarsi nel Mediterraneo attraverso l’angusto canale. Ebbene: questo canale è l’imagine dello spirito umano:angusto canale anch’esso di un Oceano infinito. La bellezza è una cosa infinita, come ha detto lei, Cavalcanti; e non la bellezza solo, ma anche la verità, anche il bene. E lo spirito umano è limitato. Ogni uomo, ogni scuola, ogni epoca, non possono capire che una particella del vero: non possono creare e capire che alcune tra le infinite forme del bello; non possono praticare che alcune delle innumerevoli virtù umane, come in ogni istante del tempo solo una onda dell’Oceano può versarsi per questo canale nel Mediterraneo. Io non riesco a raffigurarmi l’Universo, se non quando me lo imagino come una realtà che chiamo infinita, per dir che ci soverchia da tutte le parti; e noi minuscole creature umane, perdute in quella non possiamo sfiorarne, alterarne, vederne e capirne a volta a volta che delle particelle piccole piccole.... Certamente tra tutte queste infinite forme della Vita l’uomo non ha nessun motivo intrinseco di scegliere l’una piuttosto che l’altra.... L’ha detto lei, Cavalcanti; e credo avesse ragione.... Ma abbracciarle tutte non può, perchè il suo spirito non è capace abbastanza: e quindi deve scegliere anche senza motivo, limitarsi cioè. Necessità contradittoria, non è vero?, lei diceva, Cavalcanti. Come si può scegliere senza motivo? Eppure bisogna. E in questa contradizione, a cui non si sfugge, giace forse la segreta ragione di quella lotta eterna tra il divino e l’umano, tra il finito e l’infinito, tra il contingente l’assoluto, tra il caduco e l’eterno, tra il convenzionale e l’imperativo, che travaglia e travaglierà il mondo. La bellezza, la verità e la virtù sono assoluti, eterni, divini, infiniti, imperituri; non c’è nessun dubbio su questo punto; è inutile sofisticare; son verità necessarie. Il Vero è vero, e non può essere falso: il Bello è bello, e non può essere brutto; il Bene è bene e non può essere male: questi sono quasi direi gli assiomi della vita, che se non si ammettono non si può vivere, come non si può studiare la geometriasenza quegli altri assiomi che sapete! Ma i limiti che per la piccolezza della sua mente, del canale per cui trapassa, l’uomo deve porre a sè medesimo per intendere qualche parte di questa infinità, sono contingenti, momentanei, umani, arbitrarî, convenzionali: dipendono dalle circostanze: sono posti e tolti anche dagli interessi mondani, di cui tanto abbiamo parlato; si possono spostare, rimuovere, allontanare, avvicinare, allargare, restringere. Ma aboliti non possono essere mai — questo fu il suo errore, Cavalcanti — perchè se no la mente umana, priva di appoggio, vacilla, si smarrisce nell’illimitato, fraintende e confonde. Salite su questa specola; e come chiaro discernerete di lassù sotto di voi tutto l’immenso travaglio del mondo e della storia, che non è se non il travaglio tragico ed eterno di questa limitazione, arbitraria e pur necessaria! Per quale ragione infuria nel mondo sin dai suoi lontani cominciamenti e non potrà finire mai la guerra delle dottrine, delle religioni, delle sette, dei principii, delle idee, delle civiltà, delle leggi, delle classi, degli Stati? Per quale ragione in ognuna delle infinite contese che infiammano il mondo, gli uni si precipitano sugli altri o con le armi in pugno, o con l’ingiuria sulle labbra, o con l’odio nel cuore, tutti egualmente certi di aver ragione, di esser nel vero, di difendere la buona causa? Dove cova quella antica febbre mediterranea, dalla quale l’Alverighi si è illuso di mettersi in salvo emigrando, e cioè lo spirito di discordia eterno tra gli uomini, i quali pur vogliono tutti e dovunque le medesime cose? Onde nasce l’immenso malinteso della storia, che non potrà chiarirsi mai? Come si spiega che un essere provvisto di ragione come è l’uomo, pure in tante questioni non riconosca altro giudizio che quello della spada? Perchè la guerra è la suprema ordalia dei diritti e dei principii in lotta e non s’è trovato ancora nessun areopago o tribunale o corte di giustizia — neppure la Corte dell’Aja — innanzialla quale interporre appello dai suoi ciechi e sanguinosi giudizi? Come accade che mutando luogo e tempo la bellezza imbruttisca, la verità si falsi e la virtù si corrompa; eppure non si possa mai sapere in quali di questi luoghi e tempi l’uomo aveva ragione, quando e dove invece errava? Per qual ragione l’opera dell’uomo è un’immensa fatica di Sisifo, che ogni generazione ricomincia, sognando ogni volta di trovar finalmente la verità, la bellezza, la virtù imperitura? Da quella specola voi vedete e capite!... Ogni uomo, ogni tempo, ogni popolo è prigioniero nei principii limitati e convenzionali della Verità, della Morale, della Bellezza, in cui gli fu forza di chiudersi: e chiuso in quelli, non vede, perchè gli manca il modello a cui riconoscerli, nei principii in cui gli altri uomini si chiudono, forme diverse della bellezza, della verità e della virtù; scambia per bruttezza, menzogna e colpa le altre particelle di quello stesso infinito bene che egli si gode: compiange, odia o disprezza come barbari, diversi, da meno di sè, tutti gli uomini che stanno fuori del suo carcere: anzi si sforza di ghermirli e trascinarli nel suo carcere, come il ciclope nella sua caverna, nel tempo stesso in cui è spinto ad evaderne egli stesso. Ogni principio umano — non dimentichiamolo mai — è limitato e perciò esauribile: quindi tutti devono essere periodicamente rinnovati. L’infinito pesa sull’angusto canale della nostra mente, come i flutti dell’Atlantico fanno ressa in questo stretto che noi attraversiamo; e ci sforza a trapassare da una verità, da una bellezza, da una virtù ad un’altra, senza mai ripigliar fiato, senza tregua mai o riposo. Ma il trapasso è smarrimento, dolore, delirio, perchè intorno al carcere di un principio esausto, ronzano angeli e diavoli; e gli angeli cantano che fuori si distendono i mistici campi dell’assoluto, dove l’uomo può vagar libero, addormentarsi, risvegliarsi per prati che non hanno nè sentieri nè confini, ma fiori senza numeroe di tutte le bellezze e sboccianti nell’ora che non declina mai di una eterna primavera.... Ma i diavoli sussurrano invece al prigioniero che quel carcere fu edificato dalla iniquità, dalla stoltezza e dalla tirannia dei suoi simili: osi evadere e potrà rifare il mondo senza limitazioni, principii e convenzioni; sedersi, Minosse di un nuovo giudizio universale in mezzo alla storia, chiamando innanzi al suo tribunale tutti gli Stati, le Arti, le Religioni, le Dottrine, le Leggi e i Costumi del mondo. E il prigioniero, a sentir queste canzoni degli angeli e questi sussurri dei diavoli, si esalta, infuria, delira, scuote le inferriate delle prigioni.... E allora costruisce New-York. E allora inventa le macchine. E allora crea la Critica e l’Estetica....

Ma il Cavalcanti lo interruppe a questo punto sorridendo:

— Insomma, l’Estetica non trova grazia innanzi a lei. Eppure....

— E come potrebbe trovarla? — rispose scherzosamente il Rosetti. — Anche questo oltraggio, dopo tanti altri, dovevano dunque fare all’Italia i barbari? Non scherzo: ragiono sul serio. Ma ditemi dunque: abbiamo sì o no prodigata al mondo tanta bellezza in tante forme, da San Marco a Palazzo Vecchio, da Giotto a Tiepolo, da Donatello al Vela, dal Palestrina al Verdi, da Virgilio ed Orazio al Manzoni, che dopo tanti secoli e tante rapine e distruzioni e dilapidazioni, quel che si è conservato basta ancora a sbalordire anche il secolo delle macchine? Sono o non sono venti secoli che ci affatichiamo a vuotare sulla terra l’infinito della bellezza, tentandolo da tutte le parti; e non siamo che al principio?... Ed ecco un bel giorno, comparisce in mezzo a noi il professore Giorgio Federico Hegel dell’Università di Berlino; e cavando dalla sua testa un suo criterio, indice il giudizio universale dell’arte passata presente e futura: e ci cita innanzialla sua cattedra.... E questo popolo, invecchiato nell’arte, non si è messo a ridere? E non ha detto all’illustre professore che anche un filosofo è matto se vuol giudicare alla stregua di una misura sua l’arte del mondo, come sarebbe matto chi volesse vuotare l’Atlantico nel Mediterraneo, attraverso lo stretto, in un minuto; perchè il criterio di questo illustrissimo signor filosofo sarà acuto, ampio, ingegnoso, profondo, portentoso, trascendente, sublime, iperbolico, come vi piace, ma è e resterà personale? Che un filosofo serio dovrebbe tutt’al più, in queste materie, imitare Aristotele e non osar di più? Aristotele aveva dato fondo a mezzo l’universo: ma quando nel suo gran viaggio venne alla letteratura stette contento, con esemplare modestia, di ricevere dai suoi tempi, e non pretese dettarglieli, i criteri convenzionali, limitati, momentanei di perfezione, che la «volontà grande» della Grecia aveva scelti nell’infinito della Bellezza per giudicar la tragedia, per esempio: e da quelli dedusse un codicetto di regole. Come Gian Battista Alberti, quando compose il suo libro sull’Architettura....

— Allora l’Estetica — interruppe il Cavalcanti — dovrebbe, secondo lei, solamente raccogliere e formulare regole d’arte. E per insegnarle, suppongo: quindi all’arte occorrono anche scuole.

— E nelle quali — soggiunse pronto il Rosetti — non si insegni solo, come si fa ora nei Conservatori e nelle scuole di Belle Arti, timidamente, quasi vergognandosene, la tecnica manuale di questa o di quell’arte. Ma scuole che insegnino il bello, inculchino certi principii di arte.

— Ma di questo passo si va difilati alla Bellezza di Stato — rispose sorridendo il Cavalcanti. — Se occorrono scuole del bello, anche lo Stato ne deve fondare: quindi dovrà esserci una scultura, una letteratura, un teatro di Stato, come la «Comédie Française»!

— Sicuro — rispose il Rosetti con un fare un po’ malizioso. — Ogni modello, appunto perchè è arbitrario, deve essere imposto da una autorità: da un ordine sociale, da una scuola, da una religione, da uno Stato: se no, ciascun uomo cercherà di farsi da sè il suo modello, e allora abbiamo visto quel che succede. O meglio: non si sa più quel che può succedere: può succedere perfino che New-York diventi la più bella città del mondo e il «Mercante di Venezia» un capolavoro. Nessuno si raccapezzerà più. L’uomo ha sempre bisogno di un buon Cicerone, che lo accompagni nel mondo e gli comandi: ammira, questo è bello; questo è brutto, chiudi gli occhi e volta le spalle. Non la accettiamo anche adesso, nel secolo della libertà, questa autorità imperiosa nella moda? Perchè non è punto vero che ognuno oggi si veste secondo gli garba, come dice l’avvocato. Una potenza invisibile — i grandi fabbricanti di panno e i grandi sarti — governa dispoticamente il regno della moda, fa e modifica il gusto ogni anno, impera agli uomini e alle signore, ci impone dei criteri di eleganza, convenzionali sì ma indiscutibili, almeno per sei mesi: come quello — me l’hai raccontato tu, Ferrero, mi pare — per cui la signora Feldmann escludeva dai beati regni dell’eleganza il nostro avvocato, perchè ha osato portare una giacca nera e dei calzoni turchini. Non domandare il perchè, caro mio: non si discute con la moda: si obbedisce! E quando noi la accettiamo nel vestire, la rifiuteremo, questa autorità, nelle altre arti? No, l’autorità è necessaria: e non vedo per qual ragione non debba esercitarla anche lo Stato con le scuole. Almeno se non si vuole che a dar regola e norma al gusto non restino più che i mercanti di quadri, i direttori dei teatri, gli editori e — Dio ci scampi — i professori di Estetica e i critici dei giornali. Perchè son proprio queste le nuove autorità che nascono nei regni della Bellezza in mezzo alle rovine delle antiche: Corti,Governi, Accademie. L’Alverighi ha potuto gridarci nelle orecchie: libertà, libertà! Libertà sia pure: ma e poi? La pittura — per esempio — fu per secoli ancella della Chiesa e dello Stato. Dopo la Rivoluzione, si cacciò anch’essa in capo il berretto frigio e scese in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti dell’Ispirazione e del Genio.... E che cosa le è capitato? Che ora è in pericolo di passare nel servidorame dell’Oro. I mercanti di quadri, oggi, sono la potenza segreta e insindacabile che, per mezzo delle Esposizioni, dei giornali, dei critici, del denaro speso con arte, fanno la reputazione degli artisti, creano la voga delle scuole; come le Accademie una volta: per guadagnarci, naturalmente. Vi meravigliate? Ma una forza che governi il gusto del pubblico è necessaria; e poichè le antiche autorità sono cadute....

— Ma lei — interruppe il Cavalcanti — mi risuscita a poco a poco tutto il vecchio mondo, che credevamo di aver distrutto!...

Il Rosetti non parve udirlo; e come continuando il suo pensiero:

— Noi abbiamo — disse — derisa New-York: ma che cosa facciamo noi, Italiani, che abbiamo edificati i più bei palazzi e le più belle chiese del mondo, per insegnare all’America a costruire delle belle città?... Io mi domando spesso quando l’Italia sentirà vergogna dell’incuria in cui languirono le sue scuole di architettura o dell’incoscienza con cui ha lasciati escludere per definizione i letterati dalle scuole di letteratura, sotto pretesto di scienza! Che dei barbari poco letterati abbiano inventate le scienze filologiche, tanto per dar qualche cosa da fare alle Facoltà di lettere, si capisce. Ma l’Italia! L’Italia, che possiede la più antica e ricca letteratura di Europa! Le Facoltà di lettere dovrebbero essere focolari di cultura letteraria: organi per conservar vivo il gusto e le tradizioni della grande prosa, della grande poesia, della grande storia, dei generi letterari più celebri!E Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, nel secolo delle macchine e dei giornali da un soldo!

— Dei professori di poesia, però! — ripetei io, scherzosamente.

— Ti fanno ridere? Eppure, eppure.... Ma è vero: dimenticavo: l’uomo non si rassegna più a star prigioniero entro principii convenzionali e limitati; misura di continuo la piccolezza del suo carcere alla stregua delle sue voglie, dei suoi sogni, dell’infinito: farnetica continuamente di evadere per la breccia di formole universali. Ma ahimè! le formole universali sono — o personali, — come quelle di Hegel; o vuote, come quelle di Kant. E allora si inquieta, fruga, investiga: invece di abbandonarsi alla forza che lo spinge a volere il bene, la bellezza e la verità, si volta indietro a veder chi sospinge e chi parla, a rischio di fermarsi ogni momento. E alla fine gli vien fatto di scoprire in molteplici interessi mondani, nella imposizione di una autorità, nella forza di una tradizione la ragione della limitazione; e allora scambia questo limite momentaneo e caduco con l’essenza stessa dell’Arte, della Verità e della Morale. L’interesse è la trave fradicia con cui la filosofia moderna tenta di puntellare la sconquassata struttura delle nostre certezze: ma invano! Ridotto il mondo a un sistema di interessi, l’uomo si ribella contro tutte le autorità, le tradizioni, le regole.... Cerca al di là di queste la Verità, la Giustizia, la Bellezza e non trova che una vasta e grigia nebbia; smania dunque e si agita tormentosamente, senza più dar retta alla invisibile voce che gli grida dal fondo dei secoli: «Crea opere d’arte e non far dell’Estetica; scopri nuovi veri e non confonderti troppo con la gnoseologia; opera fortemente e non voler verificare se la storia si è sbagliata o ha avuto ragione»....

Ma a questo punto e in malo punto, un improvviso scoppio di urla, di fischi, di grida, un vociare confuso, l’accorrere frettoloso di parecchi marinai interrupperoquesto strano e malioso discorso. Il Rosetti si tacque: il Cavalcanti fece una smorfia annoiata; io, un gesto d’ira. «Che succede?» ci chiedemmo, avviandoci verso la passerella. Dalla quale guardando in giù subito riconobbi Orsola, dimenantesi e urlante in mezzo a uomini e a donne che la trattenevano e un’altra donna a me sconosciuta, la quale a pochi passi da lei piangeva in mezzo a un gruppo di emigranti: poi lì vicino, due uomini, avvinghiati così che non se ne discernevano le faccie e che si picchiavano, o meglio uno d’essi picchiava l’altro che si difendeva male; e intorno una calca di emigranti, nella quale chi gridava, chi urlava, chi sghignazzava, chi si dava l’aria di voler separare i due contendenti. Mentre discendevamo, due muscolosi marinai si fecero largo, e abbrancati i due litiganti, li separarono: vidi allora che il percotitore era il giovane abruzzese, e il percosso il suo amico Antonio: ma scesi che fummo ci trovammo in un pandemonio. Orsola era una furia, e vomitava ingiurie in siciliano, in italiano e in portoghese contro la donna che piangeva — una donna piacente di forse quarant’anni, vestita con molta pulizia e non senza una certa eleganza — mentre l’abruzzese, non meno infuriato di lei, chiamava Antonio con il nome proprio di un animale provvisto di corna; e gli gridava: «Ti voglio almeno strangolare!» e Antonio, pallido, rabbiosamente freddo rispondeva: «Fannullone, pezzente, straccione, morto di fame». In quella sentii squillare lontano, sul ponte superiore, la campana del pranzo. Tentai di chieder a qualcuno che cosa fosse successo: ma due non mi risposero. «Si sono picchiati», disse laconicamente un terzo, come chi non vuol essere seccato da altre domande. Erano tutti troppo intenti — e ostilmente — in Antonio e non mi badavano.... «È un pezzente, perchè non ha venduta sua moglie», gridò a un tratto una voce. Un tumulto di risa, di grida, di fischi salutò questa risposta.«Bravo! — Vergogna! — Non è mica un postribolo questo! — Va a far altrove il tuo mestiere! — Fuori, fuori!» si gridò a destra e a sinistra. Io mi chiedevo perchè tutte quelle persone fossero così inviperite contro Antonio, che la fronte escoriata e il naso sanguinante cercava di stagnare il sangue con la pezzuola; e stavo per accostarmi ad Antonio e parlargli, quando sopraggiunsero due ufficiali: uno strapazzò energicamente Orsola e l’altra donna e le fece trascinar via da due marinai, con molte grida, stento e fatica: un altro mandò Antonio all’infermeria e l’abruzzese nel dormitorio: poi con parole imperiose disperse la folla. Ci ricordammo allora di aver udito la campana del pranzo suonare, e risalimmo senza aver saputo nulla.

— Ma che cosa è successo? — chiesi all’ufficiale, che saliva con noi.

Alzò le spalle.

— Uno dei soliti litigi.... Per ragioni di femmine.


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