A pranzo, da principio, non ragionammo che della zuffa. Ma il capitano non pranzò con noi, quella sera, non volendo lasciare il ponte del comando sinchè la nave era nello stretto: cosicchè le prime notizie precise intorno alle ragioni di quel subbuglio ci furon portate dal dottore, che giunse un po’ tardi, dopo aver medicato Antonio. Ci raccontò che la mischia era cominciata da un alterco tra Orsola e quell’altra donna che noi avevamo vista piangente; che era poi quella certa Maria cui Antonio, secondo il dottore, faceva la corte. Le due donne si erano bisticciate e alla fine accapigliate, perchè Orsola andava raccontando a destra e a sinistra che Maria eral’amante di Antonio; e Maria che Orsola era una fannullona in fuga per i debiti! Maria aveva lavorato in una fazenda vicina a quella di Orsola; e che apparteneva allo stesso padrone.
— Questi sono i teneri affetti — conchiuse — del popolo sovrano, come dicono i socialisti. Cose da pazzi! È inutile; dite quel che volete, ma il popolo è cattivo e l’emigrazione lo peggiora. Non si può vivere a cavalcioni dell’Atlantico: bisogna decidersi! O di qua o di là, una, buona volta!
Io chiesi allora per qual ragione si fossero picchiati anche Antonio e l’abruzzese, che martedì erano ancora amici, e per qual ragione il pubblico fosse così ostile ad Antonio. Mi rispose che Antonio aveva difesa Maria e l’abruzzese Orsola; e quanto all’impopolarità di Antonio:
— Lo tengono — disse — in quel conto che merita.... Quella storia della moglie non piace. Per quanto l’America li abbia tutti guasti e corrotti....
— Ma come l’hanno saputa? — chiesi io.
Si strinse nelle spalle:
— Tutto si sa, alla fine!
Ma l’argomento di quelle baruffe pareva al Cavalcanti e a me sbiadito, a petto dei ragionamenti della giornata. Lo lasciammo presto per ritornare a questi.
— Avvocato, avvocato, — disse il Cavalcanti all’Alverighi, — ma dove è stato lei, oggi? Che bella occasione ha perduto!
— Siamo alle porte dell’Europa, — rispose l’altro ridendo. — E devo pensare ai casi miei.... Tutto il giorno abbiamo lavorato, con il signor Vazquez, al rapporto per i banchieri di Parigi!
E di fatti, durante il pranzo, confabulò quasi solamente e sottovoce con il signor Vazquez, in spagnuolo, ogni tanto tirando fuori da una tasca o dall’altra delle carte, mostrandole al suo amico o scrivendoci sopra con la matita. Cosicchè prestò scarsaattenzione al discorso che il Cavalcanti avviò allora di nuovo.
— Dunque siamo d’accordo, ingegnere. L’arte muove sempre da un principio limitato, e in questo senso convenzionale. Forse qualche grande artista privilegiato, ogni tanto, crea dei principii che gli sono propri, ed ha tanta forza da imporli, solo o quasi, ai contemporanei ed ai posteri.... Dante, Michelangelo, Victor Hugo, Rodin.... Ma sono pochi.... E non l’arte sola, del resto. Anche il diritto, per esempio. Ferrero l’altra sera ha un po’ canzonato il diritto. Ma ci pensavo questa mattina: il diritto, la legalità, l’ordine non sono forse convenzioni limitate? Intorno al giusto e all’ingiusto non finirebbero più le dispute e i dubbi: se un atto della «volontà grande» come lei dice — Dio o lo Stato — non ponesse e imponesse dei principii limitati e convenzionali del giusto, che sinchè sono in vigore valgono come misura indiscutibile della ragione e del torto. A noi pare strano che le monarchie assolute riconoscessero al re il diritto di governare per la sola ragione che si supponeva fosse figlio di suo padre. Ma e i principii su cui posa il regime parlamentare? sono forse più ragionati? Un uomo o un partito diventano capaci di governare uno Stato, solo perchè la maggioranza del Parlamento dice di sì? Ma ogni uomo e partito si reputa in buona fede il più degno di governare: e bisogna pur stabilire una regola per scegliere, se non si vuol decidere a pistolettate. E la diplomazia che cosa fa? Che cosa facciamo noi se non stiracchiare e sofisticare certi principii convenzionali — diritto internazionale, si chiama, tanto per dargli un bel nome — sinchè un atto di volontà, una guerra cioè, non ce ne impone di nuovi? Così pure il Galateo, il Cerimoniale, il Codice Cavalleresco, le decorazioni, i titoli, le Accademie.... Siamo dunque d’accordo. Senonchè, ingegnere, mi permetta di ricordarle che tutti questi principii, essendo limitati,si esauriscono e quindi devono essere ogni tanto rinnovati. Non fo che ripetere le sue parole.... Ogni popolo dunque deve ogni tanto risvegliare le sue formule: estetiche, morali, giuridiche. Orbene: non sarebbe questa la ragione per cui ogni tanto noi cediamo alla tentazione, come diceva lei, di voltarci indietro a vedere la forza che ci muove? I nostri tempi sono più plastici degli antichi: perchè? Paragonate le civiltà, indiavolate come la nostra, che abusano, se volete, di filosofia e di critica, con la stagnazione delle società mussulmane, in cui lo spirito critico e filosofico non ha potuto nascere. Lo spirito critico, e la filosofia che ne è l’organo, sarebbero insomma la prima fonte del progresso....
— Sì, se il progresso esistesse. Ma si ricorda quanto abbiamo disputato invano, per sapere che cosa è? — disse il Rosetti, levandosi.
Il pranzo era terminato. Prendemmo cappotti e berretti, ed uscimmo a fumare sul ponte. I marinai ci dissero che eravamo in pieno Mediterraneo: ma invano guardammo per rendercene conto nella notte oscura e impenetrabile. Non faceva però troppo freddo; e incappottati potemmo piacevolmente passeggiare conversando, il Rosetti, il Cavalcanti ed io: chè l’Alverighi era partito con il Vazquez. E il Cavalcanti riprese il suo discorso, osservando che senza dubbio non era facile definire il progresso; ma non gli pareva potesse mettersi in dubbio che la plasticità dei nostri tempi fosse una virtù a paragone delle rigide civiltà antiche. Quindi noi abbiamo ragione di definire progresso la facilità in cui siamo venuti di creare e accogliere nuove verità e forme di bellezza, idee e principii nuovi di morale; accrescendo la varietà del mondo, che il Rosetti aveva detto essere la ragione stessa del progresso.
— Sì e no — rispose lentamente il Rosetti. — Sì, se le forme e i principii nuovi prendono posto accantoagli antichi: no, se li cacciano via, come vecchi servitori fatti inabili dall’età....
La frase non era chiara e chiedemmo dilucidazioni. Il Rosetti continuò:
— Se il progresso non è una illusione, dovrebbe esser qualche cosa, una forza o una legge, per cui il mondo sarebbe come il vino: migliorerebbe con il tempo. Ora io non riesco a imaginare come il tempo possa migliorare il mondo, se non quando penso che l’uomo scopre o crea senza riposo, di generazione in generazione, nuove Bellezze, nuove Verità e nuove Virtù: cosicchè le generazioni seguenti possono possedere e conoscere un numero maggiore di modelli, se sanno conservare tutti o in parte quelli che le generazioni precedenti crearono. Solo così, mi pare, noi riusciamo a saldare insieme, nel principio del progresso, la quantità e la qualità. Perchè «multa renascentur quae jam cecidere», come dico Orazio: idee, sentimenti e forme d’arte? Perchè, per non citar che un esempio, Teocrito ha potuto rinascere in Virgilio; Teocrito e Virgilio nel Tasso e nel Guarino; e tutti e quattro nei poeti pastorali francesi del secolo XVIII? O per qual ragione tanta parte dell’antica morale ebraica rivisse nelle prime sette protestanti? Perchè un principio esaurito è come una terra spossata; può ripigliare vita e vigore, dormendo qualche secolo; purchè se ne conservi il ricordo. Quindi più tardi uno nasce e meglio capiterà in questo basso mondo; perchè troverà nella tradizione un maggior numero di modelli e principii addormentati aspettanti il risveglio. Lei mi dirà che non tutti i principii d’arte e di morale possono rimetter foglie e frutti tali e quali. È vero. Noi non potremmo riedificare nè il Partenone nè il Pantheon nè il Duomo di Siena, nè il Camposanto di Pisa, nè il Palazzo Vecchio, nè il Colonnato di San Pietro. E tanto meno poi potremmo rifare la città antica o l’impero romano o il Cristianesimo o la RivoluzioneFrancese. Ma noi possiamo capire, ammirare, studiare, inspirarci a tutti questi monumenti, come comprendiamo e godiamo la ceramica greca e la cinese, anche se non sappiamo più rifarle: ma noi abbiamo trasfuso nelle nazioni moderne il patriottismo, l’amore civico, l’eroismo della città antica; quel rispetto della legge e quell’odio della prepotenza che i giuristi hanno infiltrato a poco a poco nel sangue turbulento dei barbari; la misericordia, la dolcezza, l’orrore dei diletti crudeli, insegnato da Cristo; il sentimento dei diritti dell’uomo, creato dalla filosofia del settecento e dalla Rivoluzione Francese. Dunque il progresso non sta solo nel crear nuove verità, nuove arti o nuove virtù, ma anche nel conservarle di generazione in generazione, — e il conservarle dovrebbe essere (e si volse a me) il principale vostro ufficio, signori storici — nella misura del possibile almeno. Il conservare dunque, e non, come oggi si crede dai più, il distruggere sarebbe condizione necessaria del progredire. Perchè se gli antichi principii sono tolti di mezzo, c’è trapasso, ma non guadagno o progresso, non essendoci modo di dimostrare che i nuovi sono da più degli antichi....
— Ma allora — obiettò il Cavalcanti — per progredire occorre non già limitarsi, ma allargare i limiti, lo stretto, il canale quanto più si può....
— Naturalmente: perchè l’infinito preme sull’angusto canale della nostra mente e lo sforza. Allargare i limiti, sì: distruggere le sponde del canale, no, però....
— Sia pure — replicò il Cavalcanti. — Ma lei viene ora a darmi ragione: noi dobbiamo sforzarci, perchè l’arte progredisca, di aver nervi per tutte le arti e tutte le scuole; di distendere quanto più possiamo.... la nostra, facoltà di capire e di godere, con tutti i mezzi, anche con l’Estetica quindi.
— Con discrezione e discernimento, le dissi l’altro giorno e le ripeto oggi.... Conservare e conoscerequanti più modelli è possibile, sì. Ma non crearne troppi e troppo in fretta; nè mutarli troppo spesso; nè farsene un bersaglio, per divertirsi a rovesciarli e a raddrizzarli; nè scoprire ogni sei mesi il modello impareggiabile che rinnoverà il gusto del mondo; e non figurarsi neppure che un’opera d’arte possa e debba diventare un modello solo perchè oggi ci arreca piacere o magari ci manda in visibilio; sopratutto non confondere i modelli: non paragonare un dramma a un modello lirico, una scultura a un modello musicale. Il bello nasce da una limitazione;ergo, ogni modello non vale e i confronti non son possibili che per opere e fra opere le quali prendano le mosse dalla medesima definizione prima e limitata del bello. Paragonate tra di loro le architetture classiche, le gotiche, le barocche; non le barocche con le gotiche o con le classiche. Occhio all’Estetica dunque: e non diamo retta all’Alverighi che vuol che l’arte sia solo un godimento dispendioso, come lo Champagne e i sigari d’Avana. Anche nell’arte c’è la plebe e ci sono i grandi.... C’è un’arte spicciola, caduca, il cui ufficio è dilettare e servir di passatempo; la commedia divertente, il romanzo che si legge in treno o in campagna, il concerto, il disegno del mio vestito.... Ha il còmpito suo anche quest’arte; e per questa riconosciamo pure agli uomini quel diritto che l’Alverighi rivendicava per il nostro secolo in tutte le arti: il diritto di godersi il bello ciascuno come gli piace; e l’uomo distenda quanto vuole la sua capacità di capire e godere; e l’Estetica abbia diritto di vita e di morte! Ma ci sono pure i modelli: i capolavori nei quali si sono fatti luce, suono, marmo, parola i differenti principii del bello, creati di secolo in secolo; che servono come termini di paragone e misure per giudicare; e quindi mantengono viva la bellezza raffinando il senso del più bello e del meno. In questi — ricordiamocelo sempre — l’arte non è più un passatempo: è un limite come la morale;uno dei tanti limiti che fanno il mondo infinitamente diverso e vario, e che sono quindi la ragione del vivere e del progredire. E innanzi a questi, adagio! Innanzi a questi chiederei ai nostri tempi di non ricapirli per la prima volta e rivelarli finalmente al mondo di nuovo ogni sei mesi; di non servirsene come specchio della propria vanità, ciascuno per credersi ammirandoli a modo suo più intelligente dei propri simili. No: i modelli devono essere ammirati con modestia, con disinteresse e con illuminato spirito di disciplina nazionale: e i nuovi aggiunti agli antichi con una certa discreta ponderazione, sopratutto se stranieri, perchè non capiti insomma di raccogliere un Pantheon farraginoso di Dei disparati o incoerenti. Non dimentichiamo che una cosa è godere un’opera d’arte, e un’altra canonizzarla come modello; perchè il piacere che un’opera d’arte ci arreca spesso è mutevole, incerto, personale, impuro; e l’ufficio del modello invece è stabile. Per dare un esempio: noi abbiamo discusso l’altro giorno intorno a Shakespeare: non voglio decidere chi ha ragione e chi ha torto, tanto più che di deciderlo il mezzo non c’è: io dubito però che i paesi latini siano stati un po’ troppi corrivi ad aprirgli le porte del Pantheon dove stanno i modelli e a collocarlo accanto a Sofocle, Dante, all’Ariosto o al Molière. Perchè insomma ha degli squarci mirabili sì: ma, ma.... Tanti ma ci sarebbero! Lasciamo andare.... Insomma, è un po’ greggio. Che il «Mercante di Venezia» per esempio o «Re Lear» siano due capolavori, da mettere accanto alla «Divina Commedia» o al «Furioso».... Come italiano, questo non mi sentirei di affermarlo.... Per conchiudere: vediamo di non smarrirci nell’illimitato, per la troppa smania di progredire! Perchè — l’ho già detto, mi pare, marepetita juvant— se si affastellano troppi modelli diversi o se si mutano troppo spesso o se si confondono, nessuno ci serve più; perdiamo la misura concui giudicare e quindi il criterio per scegliere: ci riduciamo a dover accettar tutto, senza saper distinguere — come qualche volta, ho paura, capita all’America.... Molti principii, sì; ma non troppi: mi pare la regola del progresso artistico....
Da un pezzo ruminavo una obiezione. Onde, appena il Rosetti ebbe finito:
— Ma anche la morale — dissi — progredirebbe, quando diversi principii e modelli si mescolano, sia pure con discrezione? Ne dubito. Le epoche, le civiltà, i popoli moralmente più forti non sono quelli che sanno limitarsi? che pongono con un atto vigoroso di volontà una sola virtù, come la suprema misura, del merito: l’eroismo cavalleresco, i Giapponesi d’una volta; la carità e l’umiltà, i Cristiani dei primi secoli; l’abnegazione civica, i Romani, e via dicendo: e da quella deducono le regole della condotta — limitate ma imperative: buone o cattive, giuste od ingiuste, poco importa: si applicano e nessuno osa aprir bocca? Nelle epoche invece in cui molti principii morali si mescolano, gli uomini sono spinti dalla diversità loro a volgere il capo, a cercar la ragione degli uni e degli altri.... Come nell’arte, dalla diversità degli stili e delle scuole: ma nell’arte sono con lei: questo sforzo, almeno in una certa misura, giova, perchè allarga il gusto e la facoltà di godere: ma nella morale invece non confonde le idee e non snerva la volontà, come si vede oggi? Molte virtù sono opposte: ed una epoca come la nostra, che vuol essere severa e misericordiosa, eroica ed umana, non saprà più essere nulla! Più il canale si allarga, e più la corrente indebolisce, langue, ristagna....
— Leggi allora — replicò il Rosetti — il Protagora. L’hai già letto? Ebbene ti ricordi la pagina in cui Socrate dimostra a Protagora che la virtù è una sola? Socrate è qui un po’ sofistico, come gli capita spesso nei dialoghi di Platone.... Ma insommaquel che dice mi par vero in parte almeno: perchè mi sembra proprio vero che tutte le virtù siano parti e organi di una virtù sola, che perciò può dirsi la virtù unica ed infinita: la Giustizia. Per parlare più alla buona: un uomo, per essere giusto davvero, dovrebbe raccogliere in sè tutte le virtù, limitando quelle che sono opposte le une con le altre: esser coraggioso e prudente, riflessivo e appassionato, severo e misericordioso, parsimonioso e generoso, duro e indulgente, eroico ed umano; dovrebbe inoltre essere e temperato e savio e intelligente e leale e fedele e verace e laborioso e onesto e istruito.... Direi anzi che il progresso si sforza di confondere e quasi di annullare tutte queste disperse virtù nella Giustizia, come i mezzi nel fine: perchè più si allarga l’impero della Giustizia nel mondo, e minor bisogno c’è di ogni singola virtù da sola. Scema la prepotenza, e quindi c’è meno bisogno di coraggio per combatterla; ci son meno colpe da punire o da perdonare, e quindi occorre meno severità e meno misericordia.... E via dicendo.... Non è forse vero che, per esempio, la tua Roma potè fare la prima grande codificazione del diritto dopochè una lunga pace ebbe mescolati insieme molti e diversi principii morali, sviluppando il sentimento della Giustizia a scapito delle virtù parziali? E così direi pure si spieghi come accade che gli uomini lamentano tanto la decadenza morale del mondo e il mondo invece sta sempre zitto.... Si lamentano, perchè vedono decadere questa o quella singola virtù parziale; e non si accorgono che mentre queste, mescolandosi, si stemperano quasi e si assottigliano, la Giustizia ingrandisce.... Insomma: la Giustizia è la virtù finale; e le altre virtù sono virtù strumentali: quindi le epoche e le civiltà che possono sacrificare le virtù strumentali alla finale, sono le più perfette e anche le più fortunate.... Dico: quelle che possono; perchè il mondo in cui viviamo è un turbulento pianeta, pieno di guerre, di rivoluzioni,di catastrofi, di torbide passionaccie, di interessi obliqui. E ogni tanto capitano dei tempacci oscuri, in cui altro che alla Giustizia! Popoli, stati, classi, partiti, uomini devono badare alla pelle!... In quei tempi si fa quel che si può: allora tu hai ragione: chi si sa limitare in una virtù parziale, buona arma alla offesa o alla difesa, serrar lo stretto e far violenta la corrente, quello ha ragione!
Tacque: due volte percorremmo su e giù in silenzio il ponte deserto, lungo il muggito invisibile del mare squarciato, intravedendo dai vetri i passeggeri seduti nelle sale, gesticolanti muti nella luce.
— «Tout cela se tient», — disse, dopo un poco, il Cavalcanti.
— E il progresso intellettuale? — aggiunsi io. — Avrà pur esso la sua formola e regola....
— Sicuro. Questa: l’uomo impara sempre, anche sbagliando: perchè non c’è errore quando c’è sincerità. Ogni errore sincero è una verità....
— Ma che cosa dice, ingegnere? — esclamai, quasi sussultando. — Ma allora sarebbero vere tutte le opinioni che sembrano tali a una generazione. Non ci mancherebbe altro! Pensi alle conseguenze! Non c’è fola o pazzia di cui l’uomo non sia stato convintissimo e persuasissimo.... ad un certo momento.
— E tutte furono vere — rispose sorridendo il Rosetti. Ma non mi lasciò il tempo di protestare, chè afferrandomi il braccio: — Parzialmente e limitatamente vere, però! — soggiunse. — La verità, come la bellezza, è un sentimento personale: che si estrinseca in un sentimento comune, obbligatorio, imperativo, per via di una limitazione....
La formola era oscurissima, e glielo dicemmo. Ma il Rosetti:
— Vedrò di spiegarmi chiaro e spero di conchiudere — disse. Poi volgendosi a me: — Io non mi ricordo più che giorno è oggi: lo chiedo a te: tu mi rispondi: giovedì. Ma a rigor di logica io avreiil diritto di dubitare della tua risposta, perchè tu potresti sbagliarti: e quindi pure il diritto di verificare la tua risposta, consultando per esempio il calendario che è nel refettorio. Ma anche il calendario potrebbe ingannarmi, puta caso se il capo dei camerieri avesse dimenticato di levare il foglio questa mattina: io avrei dunque il diritto di accertare questo punto, interrogando il cameriere. Ma costui potrebbe ingannarmi o ingannarsi: e via dicendo.... Ammesso pure che io giungessi a stabilire con sicurezza che oggi è giovedì, avrei allora il diritto di domandarmi che cosa è un giovedì. Una divisione del tempo. Ma il tempo si può dividere? E che cosa è il tempo?... Tu vedi dunque che il solo quesito: «che giorno è oggi?» potrebbe condurmi in capo al mondo o nei più impervii e oscuri abissi della metafisica, se io volessi inseguire il dubbio che mi fugge innanzi sinchè mi regge il fiato. Ma io non lo inseguo.... Quando tu mi hai risposto «oggi è giovedì», io ho lasciato i dubbi fuggir per l’infinito a loro posta: e mi son persuaso. È giovedì! Il sentimento della verità, la persuasione, è nato dunque in me da una limitazione, perchè ho limitato il dubbio; limitazione non necessaria, provvisoria, perchè da un momento all’altro potrebbe sopravvenire un fatto — un altro discorso, un altro calendario — che mi obbligherà a ricredermi, cioè a trasportare più lontano il limite del dubbio. Per qual ragione l’atto di volontà che interrompe il mio dubitare scatta appena tu mi hai risposto: «è giovedì»? Se anche volessi, non saprei sciogliere questo quesito; e questa è già una buona ragione perchè non mi ci provi. Ma in questo mistero mi par di discernere chiaramente una cosa sola: che una specie di opinione pubblica — o volontà grande — mi obbliga, ad un certo punto, dal di fuori, sotto pena di passare per matto, a non dubitare più. Se a proposito del dubbio «che giorno è oggi?» io facessi una inchiesta infinita e mi mettessia specular sul tempo, tutti mi consiglierebbero di consultare un psichiatra. Solo i malati di follia del dubbio e i bambini si divertono a smarrirsi nell’infinito saltando di «se» in «se» e di «perchè» in «perchè»....
— E io, quando ho bevuto troppo — pensai.
— Dunque — continuò il Rosetti — quel sentimento della verità che noi chiamiamo persuasione, è nato in me da una limitazione arbitraria, provvisoria e imposta a me in parte almeno anche da una volontà estrinseca. Quindi è una verità provvisoria e limitata. E tali sono — limitate e provvisorie — tutte le verità, anche le dottrine reputate più sicure delle scienze che sembrano più fondate sull’evidenza. No, la scienza non è falsa, è vera; ma non può scoprire che verità provvisorie: perchè sia che noi vogliamo sapere, che giorno è oggi o come è fatta la materia o come i pianeti si muovono o come lo stomaco digerisce o quel che successe venti secoli fa a Roma, non può nascere in noi persuasione se la mente ad un certo segno non cessa dal dubitare: e questo segno non è mai necessario, definitivo, immutabile, perchè in parte almeno è tracciato da forze estrinseche; dalla volontà di un’epoca o di una civiltà, talora; talvolta dalla stessa limitazione delle forze umane. Per quale ragione si vede ogni dotto ed ogni generazione di dotti fermarsi, cercando il vero, ad un certo punto? E giunti a quello non dubitano più, non vedono più i fatti che li contradicono, son sordi ai dubbi che qualche solitario mette innanzi troppo presto? Perchè soltanto quando una nuova generazione sorge, il dubbio ricomincia ad operare negli spiriti e l’ultimo limite del sapere può essere trasportato più lontano? Perchè l’intelligenza degli uomini e delle generazioni è limitata. Ed ecco per qual ragione le verità nascono le une dalle altre; ed ogni figlia nascendo uccide la madre che l’ha partorita e morirà a sua volta partorendone un’altra; ecco perchènoi possiamo affermare che ogni opinione la quale è stata sinceramente creduta vera per qualche tempo dal genere umano e lo ha fatto pensare, e ha figliato, era provvisoriamente e in parte vera; possiamo affermare che le idee di cui ci serviamo, ci servono e ci sono comode perchè sono vere, almeno parzialmente e nella parte in cui ci servono, e non già che sono vere perchè ci fanno comodo e servono. La geometria di Euclide serve a misurar la terra, perchè è vera: ed è vera sebbene non possa dimostrare gli assiomi da cui muove; e non li può dimostrare, questi assiomi, perchè anche la geometria deve a un certo punto cessar di dubitare e di frugare e di indagare e di chieder «perchè?» se vuole misurare la terra e non già diventare il venerato ma inutile piedestallo di glorie accademiche. Lo so: anche intorno a questo si può, volendo, sottilizzare, dubitare, inquisire, frugare, rimestare sino all’infinito; e gli spiriti inquieti e sottili che se ne dilettano abbondano oggi! La gnoseologia è alla moda! Io non me ne intendo; ma ragionando così all’ingrosso direi che il nostro pensiero è spinto dall’orgoglio, dalla curiosità, da un certo suo ardore generoso, come un pallone dal gas e dal vento, a vagabondare e sperdersi nell’infinito: ma la volontà è il robusto canape che lo trattiene in vista della terra.... Quindi se si suppone che fuori di noi una realtà esiste; che la verità è il sentimento mediante il quale a poco a poco noi quasi direi palpiamo e riconosciamo la realtà in cui viviamo, come un cieco le cose, via via nei singoli punti che la nostra mente tocca, uno dopo l’altro; se alla nostra smania di dubitare di ogni cosa o di voler tutto spiegare noi vorremo porre almeno il limite di questa ipotesi che non mi pare poi troppo irragionevole, mi sembra che noi possiamo collocarci da noi medesimi nell’Universo, in un posto abbastanza sicuro e comodo per volgere intorno, modestamente, gli sguardi, senza presumeredella nostra ragione sino al punto di volerla perfino negare e annientare!
Tacque. Io volli tentare ancora una obiezione.
— Sia pure. Ma come si potrebbe dire che il sistema tolemaico è parzialmente vero? Del sistema copernicano, questo, lo capirei; ma del tolemaico no: è interamente falso.
— Se tu lo paragoni al sistema di Copernico, sì, ma no, se lo paragoni ai miti cosmici dell’antico politeismo che esso ha confinato nel regno delle favole: al mito di Atlante che regge sulle spalle il mondo, per esempio. Paragonato a questo mito, il sistema tolemaico conteneva una verità parziale e provvisoria: e cioè che questa gran notte fiammante di astri, che si distende sul nostro capo, è un tutto legato insieme, e che in questo tutto ci sono dei corpi che si muovono, secondo una certa legge. I Greci impicciolirono troppo l’universo? Si sbagliarono di grosso nel descrivere le posizioni e i movimenti rispettivi di questi corpi celesti? Poco importa: pensate alle fole che gli uomini avevano collocate per migliaia di anni nel firmamento, e vedrete che smisurato passo nell’infinito, verso la verità, fece la nostra mente, escogitando quella teoria. Raffrontate l’idea che è provata falsa a quella che la precedette e che essa ha sbugiardata, non a quella che la seguì o da cui fu convinta di errore, se volete scoprire quel che essa ha insegnato alla nostra ignoranza; se volete persuadervi che gli uomini con il tempo e studiando imparan davvero e imparano sempre, anche quando si sbagliano. Poichè non imparerebbero nulla, se le verità non stratificassero; se ogni generazione non facesse un passo innanzi nella realtà che la circonda; se tutte fabbricassero dei castelli in aria o disegnassero degli arabeschi convenzionali sulla faccia dell’universo. Se il sole può girare intorno alla terra e la terra intorno al sole, a nostro capriccio, come ci fa più comodo, nonc’è progresso ma semplice passaggio e oscillazione e altalena da Tolomeo a Copernico, sul pernio dell’interesse e per una spinta estrinseca. Ma se con Copernico la mente umana ha fatto invece un altro passo nelle vie dell’infinito verso la verità, allora essa non potrebbe retrocedere se non con uno strappo e laceramento di sè medesima; allora la verità conquistata impedisce all’uomo di cercare il suo comodo ed utile in credenze che oppugnano quella: allora la gendarmeria celeste del politeismo antico non potrà più ritornare a dominare gli spazi infiniti; e il firmamento — si avvicinò al parapetto, si fermò e guardò in alto il cielo — ridiventa il primo e sublime sillabario in cui i nostri occhi hanno imparato a decifrare l’oscuro alfabeto della natura; la prima palestra ove il pensiero umano si è esercitato alla conquista della terra; il primoperchè? scritto dalla natura a caratteri di fuoco sul tetto dell’universo affinchè tutti gli uomini lo leggessero e si sforzassero di scioglierlo; il primo degli enigmi con cui essa ci attira sulle vie dell’infinito verso quella meta che ogni sera crediamo di avere raggiunta e recliniamo al sonno il capo stanco, lieti che il viaggio sia terminato; ma risvegliandoci poi al mattino freschi e riposati, vediamo che si è allontanata di nuovo, e ripigliamo l’eterno viaggio.... La Verità!
Non meno luminosa delle costellazioni che il Rosetti ci additava, rifulse ai nostri spiriti, nella notte oscurissima, questa risposta! Vinti ambedue tacemmo, camminando con in mezzo il Rosetti: io quasi lieto di averlo visto inchiodare di nuovo il sole — e con tanta scioltezza di braccio — al centro dell’Universo! Ma avevamo fatti pochi passi in silenzio che il Cavalcanti, fermandosi d’improvviso, verso il mezzo del ponte:
— Ingegnere, ingegnere, — disse a un tratto e vivacemente — ma alla sua parola mi par di veder rinascere e rivivere, qui sulle soglie del mare antico,quel mondo mediterraneo che anche io avevo dubitato talora — e Ferrero lo sa! — fosse spento e sepolto! Ma questa austera disciplina del pensiero, che vuol limitarsi per generar nel finito, con forza sicura e precisa, a simiglianza di chiari e definiti modelli, una dopo l’altra, le arti, i veri, le leggi, i costumi; e che non presume di risalire alla ultima fontana di tutte le cose, di sconfinar nell’infinito, di toccar il vertice dell’assoluto, di dar fondo all’universo.... Ma non è questo il pensiero che ha generata l’antica civiltà della Grecia e di Roma, quella dell’Italia e dei paesi latini sino alla Rivoluzione Francese? Il seme onde è nata la epopea, la tragedia e la scultura greca, la estetica e la morale di Aristotele, la politica e il diritto di Roma, l’arte italiana del Medio Evo, la filosofia della Chiesa cattolica, la scienza di Galileo, la religione di Pascal e il teatro di Racine e di Molière? Limitazione, concentrazione e disciplina: tale non è la forza intima di quelle prodigiose civiltà antiche i cui venerabili avanzi riempiono di stupore anche noi, lontani nipoti, pur superbi come siamo delle nostre ricchezze? Ed ora capisco, capisco! Quale immane sconvolgimento arrecò nel mondo la scoperta dell’America, la Rivoluzione Francese, la macchina, l’irrompere dei barbari nel campo dell’antica cultura!
Ma a questo punto il Rosetti si lagnò di sentirsi un po’ stanco, perchè avevamo camminato assai: ci pregò perciò di sederci. Ci sedemmo infatti a mezzo del ponte, su tre sedie, con la faccia alla notte ed al mare.
— E il mito di Prometeo e di Vulcano? — disse poi, d’improvviso, il Rosetti, dopo un momento di silenzio, sorridendo maliziosamente. — Lo abbiamo noi dimenticato? Ahimè: io temo invece che il mare in cui le sembra di entrare, il mare sulle cui rive Omero cantò e Fidia scolpì e Aristotele meditò; il mare che Roma incorporò nella sua grandezza; il maresu cui veleggiarono gli Apostoli spargendo la parola di Cristo; il mare in cui Venezia remota specchiò i suoi marmi; il mare che fu insanguinato dalle guerre della Croce e della Mezzaluna; il Mediterraneo degli antichi e dei poeti, è ahimè!, ho paura, un museo devastato dai barbari.... Gli Dei non hanno dato ascolto ad Apollo; e il vaticinio si avvera: unico Dio, anche sulle rive dell’antico Mare dalle cui schiume è nata Afrodite, ormai impera il Fuoco. Sì, certo: arricchire per arricchire è roba da pazzi — come dice il nostro dottore. Non occorreva esser Salomone, per confutare i brillanti sofismi dell’Alverighi. Eppure i nostri tempi vogliono arricchire per arricchire, lo vogliono e basta, come disse l’avvocato: anzi non vogliono ardentemente altra cosa. «Qua grano, ferro, lana, cotone, oro, argento, non sonetti e quadri, per saziare i popoli e le genti!» ci ha gridato in faccia, un giorno, a noi tutti esterrefatti, l’avvocato Alverighi. Una bestemmia ci parve, ed è e sarà sempre, a chi ripensi le glorie dei tempi che furono: ma volgiamoci invece verso le fameliche moltitudini che corrono su e giù per le vie del mondo, che fanno ressa alle porte delle città, delle officine, dei cantieri, delle banche, degli uffici, e nei porti dell’Europa da cui si salpa verso l’America.... Non stancarti, Ferrero, di ripetere queste cose alla tua signora, che vuole scrivere un libro contro le macchine.... C’è oggi genio, filosofia, religione, partito, Stato — potentato umano o divino — che se la senta di affrontare questa fiumana di cupidigie e di ritorcerla verso le sorgenti? Che non sia sicuro, se lo tentasse, di essere travolto come un rottame di ghiaccio nei gorghi del Niagara invernale? Il mondo la vuole, questa vana abbondanza; e vuole che progresso sia l’accrescere la ricchezza; e quindi la potenza e la velocità di tutte le macchine a cominciar dai transatlantici, come dice il Vazquez: lo vuole e basta. A dimostrare che questa definizionedel progresso è arbitraria, contradittoria, rovesciabile, come tutte le definizioni del resto: ci vorrebbe poco. Ma a che gioverebbe? Essa sta incrollabile nella mente dei moderni come la colonna Vendôme.... Persuadete il Vazquez, se vi riesce, che è in errore!
— E quindi — sospirò di nuovo il Cavalcanti — l’America, la Rivoluzione Francese, la macchina hanno rimbarbarito il mondo....
— Hanno generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla a ogni passo — rispose il Rosetti. Poi tacque, per un istante pensoso, guardando la notte, mentre il mare squarciato ripigliava a muggire, invisibile. Riparlò poi lento, lento: — L’America, la Rivoluzione Francese, la macchina.... La signora Ferrero l’aveva già detto.... Vi ricordate invece lo strano discorso dell’avvocato, quella sera in cui ci raccontò la sua vita? La storia si è sbagliata sino alla scoperta dell’America! Ma che cosa è dunque successo nel mondo, dopochè abbiamo scoperta l’America, se delle persone intelligenti e istruite possono affermare, le une che abbiamo finalmente trovata la nostra via, le altre che l’abbiamo smarrita? Ma che cosa ha fatto Cristoforo Colombo; e dobbiamo, sì o no, collocarlo in paradiso? Sì, certo: Cristoforo Colombo fece un passo ardito.... Oltrepassò un limite! Il limite era piccolo, piccolo.... Ma la nostra civiltà l’aveva sempre rispettato: per secoli e secoli, come disse l’avvocato, essa si era rintanata in questa buca del Mediterraneo — termine invalicabile del mondo le Colonne d’Ercole che abbiamo attraversate poco fa.... Ed ecco, un giorno, l’«uomo più che divino», lo varcò, questo limite, e sconfinò nell’Atlantico con poche navi.... Il Caso o la Provvidenza o la Ragione della storia vollero che nell’anno in cui Cristoforo scopriva l’America, avesse diciannove anni Copernico, che di là a qualche tempo doveva, da una piccola città della Polonia, saltare i termini tracciatida Aristotele e da Tolomeo all’Universo e sconfinare anche lui, ma con la mente, nell’infinito..... Cosicchè nel corso di poche generazioni, l’Europa vide — tra stupefatta, pavida e esultante — pochi arditi oltrepassare i due termini che l’antichità aveva considerati inviolabili; e non soltanto non perire, ma ritornare con un ricco bottino di terre e di astri.... E allora molti si slanciarono — c’era da aspettarselo! — sulle traccie dei primi sconfinatori; e nuove terre emersero da ogni parte sull’Oceano; nuovi astri apparirono da ogni parte nell’infinito; nuove idee, nuove ambizioni, nuove cupidigie nacquero nelle menti dalle prime avventure e dalle prime vittorie. La terra era dunque più vasta e più ricca, l’ingegno dell’uomo più possente, che gli antichi non avevano pensato? Senonchè più gli uomini si facevano arditi o ambiziosi sconfinando sul globo e nell’Universo, e più si sentivano impacciati da altri limiti: tracciati questi non più sulla terra, e nello spazio, ma tra uomo e uomo e nella mente di ognuno; e che sorgevano fitti fitti da ogni parte, a indicare i confini del Vero e del Falso, del Bene e del Male, del Bello e del Brutto. Quanti erano e tutti inviolabili! La Famiglia, la Scuola, lo Stato, l’Accademia, gli Antichi, la Tradizione, il Costume, la Povertà, la Legge, il Patibolo, il Re, Aristotele e Dio: Dio soprattutto, il più antico augusto ed universale dei Limiti! Lei ha ragione, Cavalcanti: limitazione, concentrazione e disciplina: il mondo visse sino alla scoperta dell’America entro questo triangolo: e il mondo antico, che è stato l’oggetto dei tuoi studi, Ferrero, fu, a confronto del moderno, sopratutto un mondo chiuso, limitato cioè da tutte le parti. Il che potrebbe spiegare all’Alverighi, per qual ragione la storia si sarebbe sbagliata sino alla scoperta dell’America; e perchè gli antichi fecero morire Anteo, il vecchio mondo, sulle sponde dell’Atlantico. Ma comepotevano gli antichi dilagare sulla terra tutta quanta, chiusi come erano da ogni parte in quei limiti? Approfondire, dovevano per necessità, non potendo allargarsi: creare arti, filosofie, religioni, non potendo conquistare la terra! Ma man mano che le navi salpavano a scoprire o a popolare nuovi paesi, e i cannocchiali frugavano gli spazi siderei, e le prime ricchezze dell’America giungevano in Europa, e le nuove ambizioni e cupidigie si rinfocolavano negli animi, la mente dell’uomo prendeva coraggio a osservare, ad uno ad uno, anche i limiti posti a segnare i confini del Bene e del Male, del Vero e del Falso, del Bello e del Brutto: se erano saldamente piantati, se non si potessero trasportare altrove e collocarli meglio: tutti e anche — anzi, sopratutto — quello che era il più universale, il più antico ed augusto dei limiti: Dio! L’uomo incominciò a bramare non più solo la Ricchezza, ma anche la Libertà; inventò le macchine, perfezionò le scienze; osò chiedersi se il nuovo, solo perchè nuovo, non fosse migliore dell’antico; farneticò di bellezze ancora non vedute che non rassomigliassero a nessun conosciuto modello, ordini sociali che si reggessero al di fuori di ogni limitazione convenzionale e in cui il dovere diventasse diritto; pretese di rendere a sè medesimo ragione di tutto, anche di sè e del suo pensiero; immaginò parecchie filosofie sottili, che sotto pretesto di collocarlo nel posto di onore, trasportassero ai confini dell’infinito rivelato da Copernico, là dove non potesse disturbare nessuno, il più universale antico ed augusto, ma anche il più incomodo dei Limiti.... Gli antichi non si erano sbagliati e la Chiesa sapeva quel che si faceva, condannando Giordano Bruno e Galileo: Dio doveva passare un brutto quarto d’ora, il giorno in cui il vortice dell’infinito travolgerebbe la terra come un granello di polvere! L’uomo insomma cominciò a diventar ricco e sapiente: e per ciò superbo, ambizioso, intrattabile e insaziabile,come ha detto la tua signora.... Sinchè un giorno.... Che terremoto! Al suono della «Marsigliese», sulle rovine della Bastiglia, sui campi di Marengo e di Austerlitz, l’opera iniziata da Colombo e da Copernico, continuata da Galileo, da Descartes, da Voltaire, da Rousseau, da Kant fu compiuta: l’uomo si levò, strappò e rovesciò tutti i limiti antichi, e i nuovi li piantò egli con le sue mani; a suo piacere, e non solo a sè medesimo, ma anche alle autorità del Cielo e della Terra, che sino allora glieli avevano imposti: li piantò radi radi e bassi bassi a sè medesimo, fitti fitti ed alti alti intorno allo Stato: limitò da tutte le parti l’autorità e liberò sè più che potè; quanto a Dio, seguì il consiglio dei suoi grandi filosofi. Lo traslocò ai confini dell’infinito! E allora incominciò la straordinaria avventura di cui noi siamo testimoni: ricca, sapiente e libera; armata di fuoco e di scienza; padrona di tanta parte della terra e in questa di un continente così vasto e ricco come l’America; non impacciata quasi più da alcun limite, non dallo spazio, non dal peso, non dalla materia e dalle sue leggi che essa ha vinte con le sue scoperte e le sue macchine, non da Dio che ha deportato nell’infinito per restar essa sola signora della piccola terra, la civiltà nostra sconfina da tutte le parti, travolta come da una ebbrezza dell’illimitato.... Sì, l’Alverighi ha ragione: ognuno di noi è un semidio a petto degli uomini che vissero al tempo di Dante e di Cesare. Noi abbiamo trasecolato a sentire la storia dell’Underhill e del Feldmann. Passi ancora per Underhill: quello lì, almeno, era un uomo indiavolato, un d’Artagnan degli affari. Ma l’altro! Che un uomo pauroso, incerto, sofistico — ultimo rampollo di una vecchia razza randagia — rincantucciato nel suo studiolo di New-York, arzigogolando, scrivendo, telefonando e telegrafando, abbia potuto raccogliere in pochi anni tante ricchezze! Neppur sua moglie riesce a capacitarsene; equasi quasi protesta! Ma il miracolo è oggi la trama della esistenza quotidiana. Noi viviamo tutti nel mondo delle fiabe e dei miti. Io getto una lettera in una buca; e con quella piccola spinta la fo volare in capo al mondo. In una stazione un convoglio pesantissimo aspetta; e un uomo solo, muovendo con un dito una leva, se lo trae dietro, docile docile. L’uomo che sgolandosi non riesce a farsi sentire a cento passi, stacca un manubrio e parla e intende a mille miglia. Ognuno di noi compie oggi cento miracoli al giorno; e in che modo e per qual ragione? Perchè abbiamo osato oltrepassare tutti i termini, innanzi ai quali i nostri padri avevano indietreggiato. La terra oscura e fredda, in cui i nostri padri accendevano a fatica qua e là pochi focolari, divampa oggi tutta come un vulcano dai mille crateri; arde il fuoco in ogni parte, pronto a tutti i nostri bisogni e capricci, ad esuberanza, quasi senza limite; e i miracoli si moltiplicano; e l’abbondanza dei beni è così grande che alla ripartizione ne tocca a tutti più del meritato, anche se molti riscuotono meno del desiderio e perciò si credono derubati. Ma che cosa sono i cento milioni del signor Feldmann e i cinquecento di Underhill, se non particelle delle spoglie opime conquistate sfruttando illimitatamente, con il fuoco, l’America? Senza le ferrovie, non si potrebbero mettere a frutto paesi così immensi come l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti; chi possiede le ferrovie è laggiù un sovrano, l’arbitro dei tesori, il depositario delle chiavi della prosperità. Le ricchezze del signor Feldmann confermerebbero dunque tutt’al più quel che ho sempre pensato: che gli Stati d’America — nel Nord e nel Sud — hanno commesso un grave errore abbandonando le ferrovie ai privati invece di farne la proprietà della nazione come in Europa sono le strade. Ma io divago.... Dicevo dunque.... Ah sì: oggi ognuno di noi è proprio un semidio, come vuole l’avvocato. E all’uomo, inebriatodi questa potenza, chi oserebbe affermare che accrescerla ancora e con la potenza la ricchezza non sia bene, e quindi progresso? E che il pane abbondi, che il fuoco abbondi, che abbondino l’oro ed il ferro; che noi possiamo attraversare più veloci lo spazio con il pensiero e con il corpo? Senonchè, senonchè.... Ecco che un periodo nasce; una contradizione spunta; un tormento incomincia. L’uomo che ha oltrepassati tutti i limiti, non rischierebbe per caso di smarrirsi nell’illimitato? Se tutte queste cose sono un bene e progresso, e se noi le vogliamo, noi dobbiamo esser disposti a pagarle; a pagare le rapide fortune che alcuni di noi — il Feldmann e l’Alverighi, per esempio — stanno facendo; a pagare la velocità del treno, dell’automobile, dell’areoplano, del telegrafo; a pagare tutte le profusioni e tutte le comodità del mondo moderno — la luce, il calore, il fresco, la notizia pronta al nostro desiderio — a prezzo di quella mediocrità che invade tutte le cose.... Se gli uomini desiderassero ancora nelle case, negli arredi, nelle vesti, quella studiata bellezza che la lunga disciplina della mano aveva saputo infondere sino alla Rivoluzione Francese, come potrebbe diluviare sul mondo la abbondanza dozzinale e spicciativa della macchina? Le orde sbarcate da ogni parte di Europa, impazienti di conquistare il vello d’oro, avrebbero potuto ampliare così rapidamente alle foci dell’Hudson, in cinquanta anni, la città che noi non sappiamo decidere se sia bella o brutta, se avessero voluto osservare scrupolosamente le regole architettoniche formulate da Giovan Battista Alberti? Nel secolo del progresso tutti si lagnano che tutto decade: gli operai, gli insegnanti, i soldati, i pubblici funzionari: e perchè? Perchè ne cresce la quantità. Per soddisfare questo insaziabile secolo e per tener dietro alla corsa del progresso, occorrono oggi tanti operai, tanti maestri, tanti soldati, tanti funzionari che i padroni come gli Stati non possono più sceglierecon rigore: devono accettare insieme buoni, mediocri e cattivi; e quindi i buoni, che sempre son pochi, si perdono in mezzo ai più, che sono sempre mediocri. La quantità vince la qualità. Deteriori dunque il mondo purchè progredisca.... Ma sino a qual punto? Sino a che punto dobbiamo noi pagare la quantità a prezzo di qualità? Sinchè ogni differenza di qualità tra le cose si riduca ad esser la più piccola che si possa imaginare? In altre parole: deve esserci un criterio qualitativo che sia la misura della quantità: o per parlar più alla buona, deve esserci un limite ai desideri degli uomini e alla quantità delle ricchezze: e se ci deve essere, quale è? Un limite estetico? Un limite morale? Quali sono i bisogni legittimi; o a che punto incomincia lo spreco? Apollo lo chiede in mezzo alle rovine dell’Olimpo cantato da Omero; e non ai congressi dei filosofi, ma alla volontà della nostra epoca. Noi dovremmo volere un criterio per distinguere il consumo legittimo dallo spreco e dall’orgia, volere un limite della quantità: volerlo e basta. Ma, ahimè, noi abbiamo oltrepassati tutti i termini; e là volontà dei nostri tempi vacilla nell’illimitato; non sa risolversi; vuole e disvuole: a volte rammarica addirittura che una melmosa abbondanza copra il mondo guastando le arti, le fedi, le virtù del passato e quasi bestemmia il progresso: ma poi non sa frenar le sue voglie e si ributta nell’orgia. Onde noi non possiamo godere le immense ricchezze accumulate; e queste van diventando la nostra croce. Ed eccolo il segreto e spietato tormento dei due mondi tra cui navighiamo e di tutta la civiltà delle macchine: è questa incertezza, il non saper come distinguere spreco e consumo, la lotta continua e sempre indecisa tra la quantità e la qualità. — Tacque un istante, pensando; poi ripigliò: — Vi ricordate come l’altra sera io confrontai, discutendo del progresso, gli Stati Uniti e la Francia? Voglio ora confrontarli di nuovo,ma questa volta sul serio, per opporre l’uno all’altro i due tormenti e i due mondi: quantità e qualità. Sfogliate le statistiche dell’ultimo cinquantennio: confrontate quanti erano e quante ferrovie possedevano gli Americani cinquanta anni fa ed ora; e quanto oro, rame, ferro, argento, cotone, cereali, petrolio cavavano dalla loro terra e quel che fabbricavano.... È storia contemporanea o non sono addirittura i Saturnali della quantità? Si è veduto mai un popolo salir di corsa, a quel modo, a quattro a quattro, i gradini della fortuna? Eppure, eppure.... Eppure l’America non è soddisfatta. Ma perchè tanti vanno ripetendo in Europa che gli Americani non pensano che a far quattrini? Ma se non passa giorno che non tentino di creare qualche nuova religione; se non c’è modello di arte o di eleganza che non si sforzino di appropriarsi, di capire, di imitare — dai quadri italiani alle ceramiche giapponesi, dalle scuderie inglesi alle foggie parigine, dall’opera italiana a tutte le architetture del mondo, dalla tua storia romana, Ferrero, alle Università dell’Europa, dal vedantismo dell’India al socialismo e all’imperialismo dell’Europa, dallo spiritismo al sionismo, dall’intellettualità allo snobismo! Ma c’è forse paese al mondo, che si inginocchi con più mistico fervore innanzi alle divinità dell’Arte, della Scienza? Che sia tormentato da un più inquieto bisogno di migliorare tutte le cose; e che per migliorarle più solleciti, brughi, disturbi il Cielo e la Terra? Dove le classi medie spendano tanto denaro, faccian tanti debiti e si angustino di più per imitare i modi e i lussi dei ricchi? Per guardare attraverso qualche spiraglio socchiuso nell’Olimpo della ricchezza? Gli Stati Uniti sono la terra classica dello snobismo, ammettiamolo pure: ma per quale ragione? Perchè in mezzo alle loro faccende un bel giorno gli Americani hanno dichiarata la guerra alla Spagna? Che cosa cerca l’America con tanto affanno nelle idee mistiche, nelle guerre,nelle dottrine filosofiche, nelle istituzioni, nei costumi, nelle eleganze dell’universo e perfino nella «Christian Science», che Dio le perdoni! Che cosa cerca nelle botteghe degli antiquari d’Europa il signor Feldmann e con lui la turba dei ricchi americani che hanno fatto tanto rincarare le anticaglie del vecchio mondo? Un criterio di qualità! Perchè la quantità sola non basta, e sazia, e non la signora Feldmann soltanto, ma tutti gli uomini e quindi anche gli Stati Uniti. Perchè una civiltà non è che un sistema di criteri di qualità, di «étalons de mesure» come dicono in Francia. Perchè gli Americani, dopo avere con tanta foga e prestezza, tratta dalle viscere della terra quella immensa ricchezza, la devono anch’essi tradurre in qualità: in Bellezza, in Virtù, in Eleganza, in Sapienza, in Gloria, in Grandezza! Se no, era inutile produrla! Ma manca il punto d’appoggio: manca il tempo e la calma; ci son troppi modelli, e manca la discrezione e il discernimento che abbiamo visto essere la regola del progresso artistico; mancano insomma i limiti e quindi i criteri per scegliere, e l’atto di volontà e la forza sovrana che li imponga; non c’è ancora e credo non ci potrà essere sinchè il Fuoco sarà il solo Dio, tradizione, disciplina, continuità sì nel fare che nel godere; ma in tutto, nell’arte come nella politica, nella scienza come nella religione, delle voghe passeggere e furiose, delle febbri violente ed efimere, come quelle del signor Feldmann che irritano tanto la sua signora! Invano la quantità smania di tradursi in qualità sinchè non sappia limitarsi! Gli Stati Uniti ricevono da tutti i tempi e da tutto il mondo filosofie, arti, religioni, dottrine, idee, perchè ancora non sanno scegliere: come il signor Feldmann, che si è americanizzato, direi, più della moglie. Scavalchiamo ora l’Oceano; e vedremo la qualità che resiste per non sciogliersi tutta in quantità. Facendo la Rivoluzione, la Francia ha ferita a morte quell’anticaciviltà limitata che si sforzava di perfezionare la qualità più che di accrescere la quantità delle cose. L’ha ferita, è vero — non intenzionalmente, non dolosamente, direbbe un giurista — mirando e pensando ad altro, tanto è vero che essa ha sempre aspirato e aspira ancora — sola forse nel mondo — a valere e farsi valere più per la qualità che per la quantità.... Ma l’eccellente non si può moltiplicare così presto e facilmente e in così larga misura come il mediocre.... Ed ecco il popolo che non tremò innanzi all’Europa in anni, che osò sfidare Dio e insediare sul suo trono la Ragione, eccolo esitare, inquietarsi, quasi impaurirsi perchè i numeri ingrossano più rapidamente nelle statistiche dei suoi vicini che nelle sue; e non sa se decade o va innanzi agli altri; ora è fiero, ora si scoraggia; si sente solo a volte e si chiede: che fare? Resistere sino all’estremo contro l’universale trionfo della quantità? fare come gli altri, americanizzarsi? Quando nelle mie corse solitarie per il mondo capito a Parigi, spesso risalgo al tramonto la Avenue des Champs Elysées dal Louvre verso l’Arco del Trionfo.... Anche voi, credo, conservate indelebile nella memoria l’imagine di quell’ora.... Io mi ci sento come piccolo piccolo sopra una immensa via maestra della storia e del mondo; e mi pare che gli uomini che mi passano accanto su quella vengano da ogni parte della Terra, per recarsi a lontani ed arcani destini.... Ma sai tu qual pensiero spesso mi assale e mi inquieta, da qualche tempo, sui Campi Elisi, in mezzo a quel veloce e infaticabile trascorrere e balenare di moventi eleganze, sotto l’ultimo raggio del sole? Penso al ferro che Vulcano fucina in Germania! Un milione e mezzo di tonnellate nel 1870, due nel 75, tre nell’80, poco meno di cinque nel ’90, otto e mezzo nel ’900, undici nel ’905, poco meno di quindici nel 1910! Amici miei, tra Apollo e Vulcano, da quel giorno in cui Apollo pronunciò il suo discorso nell’Olimpo, è incominciata la guerra che infuriaoggi nel mondo. Chi vincerà? È il ferro un metallo prezioso davvero! Se ne fanno ferrovie e macchine: se ne fanno cannoni, navi e fucili. Ma ingombrare il mondo di ferro fino a scacciarne la bellezza e tutte le prove della propria eccellenza che la mente umana può fare, che altro è se non rimbarbarirlo? Chi vincerà, Vulcano od Apollo? La quantità o la qualità?
Tacque di nuovo. Soggiogati da questa luminosa concatenazione di profondi pensieri, noi pure tacemmo, quasi rispettando la sua meditazione. Sul ponte deserto, alla fioca luce delle lampade, passò, in punta di piedi, senza romore, un marinaio. L’Oceano riprese a scrosciare come una cascata nella notte. Quanto tempo passò? Alcuni minuti forse, lunghi e raccolti: sinchè il Cavalcanti a bassa voce, forse per sospingere di nuovo il discorso, quasi timidamente:
— Vulcano.... ho paura, — disse.
— Chi lo sa? — rispose lentamente il Rosetti. — L’avvenire è più oscuro di questa notte in cui navighiamo. Certo a giudicare da quel che si vede si direbbe che Vulcano sta per diventare il padrone del mondo.... Eppure.... Che di nuovo, come ai primi albori della storia, gli uomini ritornino ad adorare il Fuoco e soltanto il Fuoco.... no, non ci credo: non mi pare possibile. Solamente.... Solamente.... Apollo avrebbe bisogno di essere aiutato da un immenso atto di volontà di quelle moltitudini che oggi la spinta del progresso incalza a confondere il bello ed il brutto, il vero ed il falso, il bene ed il male, su tutta la faccia del globo, per arraffare i tesori della terra. — Fece una pausa, come esitando, poi: — Lo devo dire? Ed un atto di volontà che ponesse dei limiti.... dei limiti.... A che cosa? Prendo il mio coraggio a due mani: sinora ci ho alluso copertamente; non lapidatemi.... Che cosa è quella mancanza di convenzioni, di modelli, di regole, di principii, di tradizioni, di limiti intrinseci ed estrinseci a cui ho tante volteaccennato — nell’arte, nella filosofia, nella azione, nello spendere e nel desiderare — se non la libertà, che da un secolo trionfa in Europa e in America? La libertà promessa dalla Riforma, dalla filosofia del ’700, dalla Rivoluzione? Parliamoci chiaro: Apollo si velò il volto divino per vergogna e dolore il giorno in cui vide la Libertà governare i due mondi con il braccio di dinastie scettiche, di aristocrazie infrollite, di democrazie doppie, di parlamenti ignoranti: e l’Europa e l’America rette da Stati che tremano in cospetto di coloro a cui dovrebbero incuter terrore; e non osano più spendere mille lire che facciano scandalo al bottegaio del canto: e si lasciano rimbrottare da qualunque meccanico o tessitore arricchito che non sanno amministrare la cosa pubblica così bene come essi i loro fondaci; e spogli di pompe e di cerimonie come di rispetto e prestigio, impigliati in mille interessacci e affaracci, assoldano i barbari che distruggono l’«Iliade» e l’«Odissea», e non si vergognano di dichiararsi incompetenti nell’arte, nella filosofia, nella religione: ignoranti cioè ed inutili! Ma il Fuoco e la Libertà avevano stretta da lungo tempo una segreta alleanza, signor Cavalcanti. Tutte le dottrine, tutte le filosofie, tutte le scuole, tutti i moti politici e religiosi e sociali, che negli ultimi secoli hanno o rovesciati o allontanati quanto bastava perchè non dessero impaccio tutti i limiti antichi.... Mio Dio, quanti sono! Vien la vertigine a pensarci: il protestantesimo, la Rivoluzione Francese, le filosofie critiche, il romanticismo, tutte le guerre e le rivoluzioni minori del secolo decimonono, le teorie democratiche, le istituzioni parlamentari, le libertà politiche, le ferrovie, i battelli a vapore, i libri di Rousseau, l’emigrazione, l’America, le scoperte della scienza, la diffusione dell’a, b, c.... Tutte queste diavolerie hanno diffuso negli spiriti, a poco a poco, quella mobilità, quell’orgoglio, quel desiderio di cose nuove, quelle cupidigie o ambizioni, in mezzo a cuie per cui il Fuoco ha potuto fare quel tale subbuglio nel mondo, che tanto sbigottisce la signora Ferrero. Ma il Fuoco trionfante ha ripagata la Libertà, dichiarando pubblicamente l’alleanza.... Poichè esso accresce ogni dì la mobilità degli spiriti, il loro orgoglio, il desiderio del nuovo, la cupidigia, l’ambizione, la fretta; e quindi la smania di libertà, il bisogno di rovesciare a destra e a sinistra i limiti.... Augusto Comte è oggi poco meno che obliato, tanto che ci siamo messi tutti quasi a ridere incontrando qui a bordo un suo superstite seguace: e perchè? Perchè voleva creare una filosofia limitata, che si astenesse dal porre in dubbio almeno la verità della scienza e la realtà del mondo; una filosofia che potesse essere, come la filosofia di Aristotele e di san Tommaso, uno strumento di disciplina. Trionfano le filosofie illimitate, che discutono perfino se la scienza è vera o se il mondo esiste; la stessa macchina che servì agli increduli per dare l’assalto a Dio, serve ora ai credenti per diroccare la scienza; da tutte le parti pullulano gli spiriti inquieti e sottili che insegnano agli uomini a ragionare illimitatamente di tutto, anche a rischio di rimaner senza più nessuna guida nel mondo: nè la religione nè la scienza. Ma che ci possiamo fare? La filosofia ormai, protetta da Vulcano, osa deporre la maschera, di cui si era coperta prudentemente in secoli più pericolosi; esce dall’incognito e mostra ufficialmente la sua qualità vera di grande maestra dell’arte di saltare i limiti, sotto colore di guardarli dal di fuori e dall’alto.
Ma a questo punto non potei a meno di interrompere l’intenso ragionamento.
— Ma ricercando quale è — dissi — il valore della scienza, oggi, la filosofia non si sforza forse di difenderci contro una nuova impostura che ci minaccia? Tutto vuol essere e dirsi scienza oggi: perfino le farneticazioni della signora Eddy. Scienza cristiana,ma scienza! E in nome della scienza i barbari hanno proceduto a distruggere l’«Iliade» e l’«Odissea»; hanno dette tante corbellerie sulla antica storia di Roma! Lo disse del resto lei stesso l’altra sera: la scienza è diventata ilfactotumdel mondo moderno. Bisogna quindi limitarla o, se preferisce, delimitarla un pò.... Obbligarla, come tenta di fare il Bergson, a riconoscere che essa può studiare a fondo solo la materia inanimata.... Ma non cerchi, come fa, di accaparrarsi la vita e gli esseri vivi!
— È vero — rispose il Rosetti. — Ed è anche vero, in una certa misura almeno, quel che l’Alverighi ci ha ripetuto tante volte, a giustificazione della sua fuga in America, che l’oligarchia intellettuale dell’Europa non è scevra di prepotenza, di corruzione e di inganno: pur troppo! Ma credi tu che la filosofia di Bergson — che pure è un grande filosofo e ha riabilitata la filosofia come genere letterario, del che dopo Kant c’era bisogno — credi tu che sia un farmaco sufficiente? O che gioverebbe meglio, come propone l’Alverighi, americanizzare il mondo? Il male pur troppo ha una sede più profonda che non l’intelletto; e a curarla occorrerebbe non della filosofia, ma una virtù....
Tacque un istante: o cercasse la via di esprimere più largamente questo ultimo pensiero, o lo disturbassero i due mercanti astigiani che passavano frettolosi e incappottati, chiacchierando in quel loro consueto e triviale piemontese. Di nuovo l’Oceano scrosciò sotto di noi come una cascata....
— Una virtù? Quale virtù? — incalzò dolcemente, passato qualche istante di silenzio, il Cavalcanti.
E il Rosetti riprese:
— Non ostante la smodata cupidigia che congestiona le nostre anime, noi siamo migliori dei nostri antenati. Chi lo negasse, sarebbe ingiusto. L’ho detto poco fa: noi abbiamo mescolato non poche virtù pagane con parecchie virtù cristiane e con qualche virtùnuova; e quindi siamo più giusti, cioè più perfetti. I potenti abusano meno della propria forza, non solo perchè non possono, ma perchè non vogliono. Siamo forse un po’ più intemperanti, ma siamo anche molto più laboriosi. Insomma, a far le somme: non possiamo lagnarci.... Ma.... c’è un ma.... La lealtà. Nessuna civiltà ebbe mai maggior bisogno di porre un limite preciso alla libertà, di dir la bugia. Ricaschiamo sempre nella necessità di un limite. Poichè ho un bel predicare io, che l’uomo deve camminare verso l’avvenire senza voltarsi: non mi faccio illusioni, sapete: appunto perchè sono dei limiti e dei limiti convenzionali, sempre provvisori, l’uomo è di continuo in guerra con i principii su cui riposa l’ordine sociale e morale. Qualche volta apertamente: gli interessi e le passioni cercano allora di rovesciare i limiti con la violenza e passare — con le guerre, le rivoluzioni, le rivolte, le leggi marziali, le bombe, gli attentati, i delitti; più spesso, chè c’è meno pericolo, copertamente, con la sofistica. Perchè la sofistica non è mai morta delle ferite mortali che la logica le ha inferto in tanti memorandi duelli? Perchè tutte le epoche hanno patentato e coperto d’oro un corpo pubblico e ufficiale di sofisti, gli avvocati? Perchè Socrate potè pensar di fare una grande riforma morale insegnando agli uomini a ragionar bene? Perchè la sofistica è l’arsenale dove l’uomo cerca i mezzi per osservar i principii convenzionali quando gli riconoscono un diritto, di eluderli, fingendo di rispettarli, quando gli impongono un dovere. E se l’uomo si provvedeva largamente, in questo arsenale, quando i principii erano consacrati dalle religioni, immaginarsi adesso, che il mondo non è più bambino e ormai ha scoperto il segreto del giuoco! Lei ha ragione, Cavalcanti: noi siamo troppo vecchi e conosciamo troppe arti, troppe morali, troppe teorie diverse; la filosofia ci ha troppo smaliziati e ammaestrati tutti, anche quelli che non l’hanno studiatamai, a saltare i limiti sotto pretesto di guardarli dall’alto; lo spirito critico è troppo vivo; sopratutto noi siamo ormai troppo avvezzi a goderci la sfrenata libertà in cui viviamo! E lei aveva ragione, Cavalcanti, anche quando diceva che per questa ragione la nostra civiltà è così plastica, progressiva, vivace. Quindi più l’uomo invecchia, più ricco, sapiente, potente diventa, e più dovrebbe ruminare, ripetersi, inculcar ben bene nella mente questa regola suprema della saggezza: «Va, senza voltarti mai per guardare il braccio che ti spinge; credi nel principio che tu professi ed osservalo, come ti fosse imposto da Dio e fosse l’unico vero, l’unico bello, l’unico buono, la salute e la salvezza del mondo; non discutere, non sofisticare, non transigere; sii fedele sino all’estremo; a rischio della tua vita e della tua fortuna. Ma se il principio cade, rassegnati come se fosse una limitazione umana, convenzionale, arbitraria della infinita Verità, dell’infinita Bellezza, dell’infinito Bene, che continuano a fluir nella vita per il canale del principio che ha vinto! Legati da te stesso, così da non poterti sciogliere più, con la legge dell’osservanza interna, a non mentire e a tradire quando nessuno ti può imporre la verità e la fedeltà!» E invece sin dalla culla la quantità trionfante ci insegna a mentire. Sempre lì ricaschiamo, amici miei. Sì, la quantità trionfa oggi, grazie alle macchine, al fuoco, all’America: ma non può assumere apertamente, in proprio nome, il governo del mondo. Lo «zapatero le plus cher du monde», ha dovuto abbassare la sua insegna, perchè, neppure un tempo che confonde quanto il nostro, tutti gli «étalons de mesure» nella mediocrità, si acconcia a riconoscere per migliore una cosa perchè costa di più, a fare della quantità il criterio della qualità. «La pago più cara, perchè è migliore» — vuol convincer sè stesso, perchè se no crederebbe confessarsi sciocco! L’uomo ha bisogno, sempre edovunque, in qualunque luogo e tempo, di tradurre la quantità in qualità, anche quando non possiede nessun criterio qualitativo sicuro: e allora si ingegna; e nei casi disperati squalifica in nome della libertà i modelli, per non esser costretto a giudicar brutti gli orrori di cui la macchina ci è così larga, proprio come Leo per salvare i sandali se l’è presa con il piede. Brutti, i nostri vestiti? Ma chi vi dice che quelli del secolo XVIII fossero belli? A me piacciono più quelli di questi e non mi seccate! A questo gioco di bussolotti si riduce l’Estetica dell’Alverighi, che vi è sembrata così curiosa; e che del resto è l’Estetica che i nostri tempi praticano senza tanto ragionare, perchè è la più comoda, tutti i giorni. E quindi la quantità deve pigliar la maschera della qualità, falsificarla quanto basta a ingannare gli uomini, che là dove essi non si procurano che l’abbondanza, si procacciano anche la bellezza e la bontà. Ma ditemi un po’: che cosa sono tutti questi tappeti di Smirne, fabbricati a Monza; questi arredi indiani, fabbricati in Baviera; questi falsi Champagne americani, tedeschi, italiani; queste «nouveautés de Paris» fabbricate dappertutto; questi conigli che, in barba a messer Darwin, si trasformano in lontre in poche settimane, se non menzogne della quantità che ruba gli ultimi stracci alla qualità rovinata e scacciata? Chi non sa quanti inganni la chimica ha forniti all’industria? La quantità trionfante ha fatta della civiltà moderna una immensa scuola di menzogna: e perciò noi non possediamo più nessuno di quei delicati strumenti di verità e di fede — come il giuramento e l’onore — con cui le religioni e le aristocrazie raffrenavano l’uomo in segreto, lo costringevano a esser sincero quando poteva impunemente mentire, fedele quando poteva esser fellone.... Ed ecco nascere e farsi gravi, nella società moderna, difficoltà per risolver le quali si studiano dottrine, e istituzioni, e provvedimenti ma inutilmente, perchèdipendono dalla lealtà; e il sentimento, se esistesse, le scioglierebbe in un attimo. La oligarchia intellettuale dell’Europa per esempio, che l’Alverighi ha accusata, esagerando ma non senza qualche fondamento di verità, di ingannare il mondo: ma la cagione di questo male non è forse morale? Tutte le professioni sono rette da una morale particolare: l’ufficiale può essere dissoluto o far dei debiti ma non può esser vile e aver paura della morte, sotto pena di esser squalificato: il mercante può esser codardo, ma deve pagare i debiti: il prete deve serbar una condotta decente, almeno in apparenza.... E via dicendo. Solo l’uomo che scrive e che pensa non ha morale professionale: può esser codardo, bugiardo, dissoluto, sprecone: gli è concesso di aver tutti i vizi. Chi conosce la natura umana, non si stupirà quindi che molti approfittino piuttosto largamente di questa comodità. Quale dovrebbe essere la virtù professionale dell’uomo che scrive e che pensa? La lealtà. Il critico, lo scienziato, il filosofo, di cui fosse provato che per un interesse qualunque hanno affermato esser brutto quel che giudicavano bello, falso quel che credevan vero o viceversa, dovrebbero essere infamati come l’ufficiale che scappa. Supponete che la civiltà nostra riuscisse a inculcare agli uomini che la lealtà è la virtù elementare di tutti, e agli intellettuali che essa è la virtù loro professionale; e allora la scienza rinuncerebbe a simulare sulla vita un impero che non ha; affermerebbe essa stessa di essere un principio di verità sicuro, ma limitato; avrebbe scrupolo di illudere gli uomini che essa può essere il lorofactotume dar la salute, la giovinezza, la bontà, la vittoria, la ricchezza: o dimostrare che Romolo e Omero non sono esistiti! Nè gli uomini sarebbero costretti, per protesta, ad affiliarsi, come la signora Yriondo, alla «Christian Science»! I dotti verrebbero insomma tra gli uomini con anima pura, dicendo: «Molto abbiamo studiato e poco sappiamo: quel poco,eccovelo, è vostro, servitevene: ma non ci crediate dei maghi! Noi siamo degli uomini e la vita sfugge al nostro debole impero. Una pianta, un animale, un uomo, un popolo, una civiltà sono una sintesi di parti diverse; non si può distaccare una parte dalle altre, senza distruggere l’essere: il che vuol dire che la nostra scienza, per studiare la vita, la dovrebbe addirittura ammazzare, e che quindi non la può studiare che a volo, di sfuggita, per sorpresa. La vita è una grande caverna oscura, che noi possiamo guardarci dentro soltanto per un pertugio e spiraglio, da cui entrano insieme lo sguardo nostro ed il sole: se noi ci collochiamo troppo lontano dallo spiraglio non riusciamo a discerner quasi nulla nella caverna; ma se avviciniamo l’occhio di troppo, intercettiamo con il capo il raggio del sole e facciamo buio nella caverna, dove vogliamo guardare.... Bisogna dunque trovare il punto in cui, pur non intercettando il raggio del sole, noi riusciamo a vederci meglio: ma quel punto non è il medesimo per tutti gli uomini; ciascuno lo deve cercare da sè, e non può cercarlo che oltrepassandolo: quindi l’errore è continuo, la illusione incessante, il travaglio atroce: chè quando finalmente riesce ad un uomo di fermarsi in quel punto unico, che cosa vede? Delle ombre che si muovono in una penombra, e per un solo istante: chè subito il desiderio di veder meglio lo spinge ad avvicinarsi al pertugio sperando che quelle ombre si chiariranno, ma invano, perchè si annebbiano di più: allora egli subito si ritrae e retrocede ai di là del punto buono e non vede meglio: riprende ad avanzare e a retrocedere sinchè alla fine ritrova quel punto, per un solo istante però; chè il tormentoso travaglio di quella illusione e delusione eternamente rinascenti ricomincia....»
Tacque, trasse l’orologio:
— Per Bacco, — disse, — è mezzanotte. A letto, a letto.
E se ne andò. Passeggiammo — il Cavalcanti ed io — per un poco in silenzio, sul ponte, ambedue meditabondi. Poi il Cavalcanti mi disse:
— È un savio, per davvero. Che profondi pensieri!
— Sì — risposi. — Ma se egli ha ragione, non abbiam torto noi? Dico noi, per dire i nostri tempi. Egli ci ha tenuti sospesi tra i due mondi: ma ora vorrei sapere da che parte dobbiamo buttarci.... A destra o a sinistra? Mi vien voglia di rubare al dottore il suo ritornello: non si può star a cavalcioni di due mondi!