PARTE PRIMA.

PARTE PRIMA.

Ad uno ad uno, i vaporetti che da due ore ronzavano intorno al «Cordova» si allontanarono; e il «Cordova» restò per qualche tempo solo, fermo sulle àncore, in mezzo alla baia di Rio de Janeiro. Rivolto il viso verso la poppa, sul ponte di comando, dove il capitano della nave, il cavaliere Federico Mombello, aveva invitati la Gina e me a dar l’estremo addio alla città, io guardavo ancora una volta, aspettando che la nave salpasse, la azzurra e luminosa catena dei monti Tinguà, della Stella, degli Organi, che chiude a settentrione la baia; la erta corona di punte, di cuspidi, di obelischi, di denti, di creste che la sormontano; il fulgido e turgido festone di grandi nuvole bianche che in quel meraviglioso pomeriggio di primavera era appeso ai suoi fianchi: guardavo e pensavo che tra pochi minuti si chiuderebbe per sempre, nel volume della mia vita, uno di quegli episodi che non si ripetono.... Addio, addio per sempre, America, due volte visitata nei due emisferi: immenso mondo in cui ero entrato con così ardente curiosità; che avevo corso con tanta foga; dove avevo viste e intraviste tante cose ignote, sfiorita la primizia di un trionfo non ancora goduto da altri, asceso un gradino sulla scala della fortuna! Nell’ora della partenza quelle cento montagne, quellemille vette parevano spogliarsi della materia e del peso, evaporare in fulgide nuvole azzurre al contatto delle rilucenti nuvole bianche; e le nuvole bianche inghirlandavano le azzurre; e le azzurre reggevano disteso al sole il luminoso festone delle bianche; e le bianche e le azzurre si confondevano in un immenso splendore che empiva il cielo; come se dopo tante magnificenze della natura e degli uomini, l’America volesse rifulgere ancora una volta ai miei occhi — ultima magnificenza — in quella celeste muraglia di vapore e di luce. Onde me pungeva, in quel momento, non so se una tristezza soave o una melanconica gioia, soffusa di un vago sgomento. Sentivo che stava per trapassare sul mio capo un istante irrevocabile; che avrei potuto rifar quante volte volessi il viaggio d’America, ma non rifare mai più quel primo viaggio che allora finiva.

Una campana, dei segnali squillarono. Lenta lenta, a sinistra, sul fianco destro della nave, la costa su cui sorge Rio si mosse. Erano le cinque in punto. Addio, addio per sempre, ancora una volta addio, o prima o unica America, che non potrei rivedere mai più! E mi voltai verso prua. Una immensa conca verde, quasi tutta ancora soleggiata, si apriva dinanzi. Attraversavamo l’ultima parte della baia, il suo vestibolo verso l’Oceano, un lago azzurro, chiuso a levante e a ponente entro due montagne cupamente verdi e ricoperte di un fitto vello di folte foreste. Sospinti dall’irrevocabile precipitare dell’ultimo istante, spaziammo con la vista nella gran conca, vaghi di ricapitolarne ancora una volta le bellezze molteplici: a levante, a piè della verde parete dei monti, le estreme case di Niteroy nascosta in un seno e la divina spiaggia di Icarahy, sulla quale avevamo passato un così delizioso pomeriggio con Graça Aranha sotto il nembo dei profumi che il vento scuoteva su noi dalle vicine foreste; gli isolini e gli isolotti boscosi che si vedevano far capolino e rimpiattarsida ogni parte, uno dietro l’altro, quasi immensi cespugli natanti o cime di una gigantesca foresta sommersa; la verde parete montuosa di ponente e il Corcovado nel mezzo, che appuntava al sole la cuspide aguzza, ripido e scosceso come un precipizio: Rio infine, ai suoi piedi! Rio, la città, inghirlandata di palme e di avanzi della foresta millenaria; la città che tuffa i piedi nel mare e posa il capo sulla montagna, tra le selve; l’ultima delle grandi metropoli americane da me visitate, sulle sponde dell’Atlantico, nei due emisferi. Dovunque, in basso come in alto, dalla spiaggia a sommo della collina, a destra e a sinistra, singole case e branchi di case spuntavano, scomparivano, rifacevano capolino, si appiattavano di nuovo, tra cupi boschetti di grandi alberi o sotto altissime palme, i cui ciuffi sormontavano da ogni parte. Ripensai in quel momento a New-York; alla folle furia della città diabolica che, esasperata dalla ferrea cintura dell’indilatabile spazio, accatasta frenetica le moli per scalare le nubi. Ripensai alla opulenta Buenos-Aires, comoda e come discinta nell’immensa pianura, e che in quella si dilata, radente al suolo, con le contigue innumeri case romane di un piano solo, con le strade diritte e interminabili, simile ad una Pompei viva e infinita. Quanto diversa dall’una e dall’altra la metropoli che vedevo dal «Cordova» sbandarsi in riva al mare o sulla collina! La città che si adagia nella foresta della baia, antica come un’avola e bella come una giovane amante; e dei suoi pezzi più magnifici fa ventaglio contro il sole troppo ardente; e le fondamenta dei propri edifici intreccia con le sue radici secolari; e con lei respira i venti della montagna e dell’Oceano che quella fecondano; e la foresta si lascia vivere e crescere sul giovane corpo, facendosi da lei avviluppare quasi come da un’edera gigantesca: unica forse tra le città della terra che non fugga, inorridita come da una tentazione d’incesto, le carezze della madre natura!

Il «Cordova» intanto accelerava l’elica verso la porta della baia, che sta di fronte alle eccelse montagne del fondo; queste, il fulgore del giorno incominciando a velarsi, ripigliavano a poco a poco corpo e peso, incupendo; apparve a un tratto a sinistra, bianco in riva al mare azzurro e a piè della verde collina, il bel palazzo di Monroe, sotto la cui cupola avevo discorso di Roma antica; si avvicinò; lo vedemmo di fronte; si allontanò a destra: rivedemmo per l’ultima volta la bella passeggiata del Botafogo e il grande squarcio pietroso, grigio nella verde montagna, che la sovrasta. Poi montagne di orrenda stranezza si accostarono: il Pan di Zucchero, il monolito posto a guardia della baia, che ha verde il corpo e nero e calvo il capo: al di là del Pan di Zucchero il dorso di un gigantesco dromedario, le cime gibbose del Gran Gabbiano. Già per metà sotto l’ombra, Rio scompariva come in uno scorcio.... Addio, addio per sempre, unica città della terra nelle cui vie si sente e si gode la foresta: le sue smanie d’amore effuse nei soavissimi olezzi che invadono al mattino le case; le ombre meditabonde che essa offre invano ad ogni ora del giorno al frettoloso passante; la torbida arsura e la collera minacciosa degli imminenti cicloni; la sua saziata freschezza e la giovinezza rinata, dopo i torrenziali diluvi: le lunghe estasi immote dei silenzi silvani, sospesi nel meriggio sulle vie deserte: i sommessi e arcani sussurri, che le cime degli alberi mormorano tra di loro al tramonto all’altezza dei tetti: il tumulto dei venti, che investono e scuotono e fanno fremere con lo stesso soffio tronchi e rami, vetri e finestre! E di nuovo, in quel momento, e per l’ultima volta, mi parve di sentire o presentire, che lì in quel frammento della meravigliosa America apparsa ai primi esploratori, in quell’avanzo quasi intatto della più antica natura non ancora rifatta dall’uomo, qualcuno — non so chi — doveva non saprei, se godere o imaginare o musicare odescrivere in verso e in prosa, un inebriante idillio della natura e dell’uomo, dei sensi e dell’immaginazione, dell’amore e del pensiero; idea, o aspirazione, o fantasia germinante a fatica, che da parecchie settimane irritava il mio spirito e non riusciva a sbocciare!

Ma il «Cordova» era ormai in mezzo alla porta della baia, a piè dell’orrida e smisurata muraglia del Pan di Zucchero, piccolo come un insetto. Mi volsi a prua: già si vedeva l’Oceano, pronto a caricarci sulle spalle possenti per portarci al nostro destino: ma tra l’Oceano e noi si interponevano in orrenda mischianza nuovi mostri: le isole, gli isolotti, gli scogli, accovacciati come bestie, a guardia della porta. Passammo tra gli uni e gli altri; mi voltai verso poppa, per veder l’America sino all’ultimo istante: ed ecco a poco a poco — a mano a mano che la nave si allontanava — emergere dalle acque delle groppe, delle criniere, dei musi, dei corni, dei corpi dì animali, abbozzi informi di una confusa creazione, appena abborracciata nella rude materia dei monti, delle isole e delle scogliere. Il Pan di Zucchero si era voltato, ci guardava ora con la faccia deforme del «Gran Gigante di Pietra» intravisto dai primi navigatori; alla sua destra e alla sua sinistra si distendeva una parete di roccie, nera nel nimbo d’oro entro cui il sole l’avvolgea, scoscesa, precipitosa, irta di punte aguzze, scabra di orride sporgenze, spaccata ogni tanto da capo a fondo da enormi anfratti in cui si vedeva spumeggiare l’Oceano: una muraglia di granito formicolante di animali antidiluviani, di bestie fantastiche, di mostri, ora accoppiati insieme a due, a tre, a quattro, ora separati dal mare. Ma la nave affrettava sempre più il passo e il sole declinava all’occaso; a poco a poco le roccie, le isole, i mostri si confondevano e appiattivano in una muraglia nera, nella quale non si discerneva più che a fatica la porta della baia.... L’istante irrevocabile tra tutti stava per trapassare! Mi volsi ancora unavolta, per guardare a prua. L’orizzonte era soffuso di un rosso chiaror vespertino; e verso quel chiarore traeva la nave, con tutta la forza delle eliche, ma senza fretta, con passo eguale e cadenzato, alzando ogni tanto la prua, come un cavallo che scuota il capo al fastidio del morso. La nave ancora una volta aveva ritrovata la via nel vasto piano delle acque e risolutamente drizzata la prua verso il lontano destino; l’istante irrevocabile tra tutti — l’ultimissimo — era passato; di tante cose vedute, godute, vissute, dell’America insomma, non ci restava più che — pallido fantasma — il ricordo!

— È la più bella città del mondo. Il modello delle città future. L’urbs del ventesimo secolo....

Così diceva un’ora dopo, a pranzo, a mezzo di una animata conversazione, l’avvocato Arnaldo Alverighi: e non parlando, come il lettore potrebbe forse supporre, di Parigi o di Roma, ma di New-York. La sala da pranzo del «Cordova» aveva tre ordini di mense: una tavola lunga nel mezzo, a capo della quale sedeva il capitano; cinque tavole piccole a destra e cinque a sinistra, ciascuna capace di cinque persone. Alla tavola di mezzo, dove il comandante mi aveva assegnato il secondo posto alla sua sinistra — il primo era riserbato alla Gina, che era rimasta sul ponte — io mi ero, quella sera, ritrovato con parecchi amici del Brasile e dell’Argentina: a destra del capitano, al primo posto, l’ammiraglio José Maria Guimaraês, un vecchio asciutto e arzillo, sui sessantacinque anni, che il governo brasiliano mandava in Europa a comprar navi e cannoni; al terzo posto — ilsecondo era vuoto — un diplomatico e letterato pur esso brasiliano, il quale però portava un bel nome fiorentino di conio antico, molto diffuso nel Brasile, Cavalcanti: accanto a lui l’ingegnere Emilio Rosetti, e infine, dalla mia stessa parte, al quarto posto (il terzo era riservato al nostro figlio che allora già era a letto) l’avvocato Arnaldo Alverighi. Il Rosetti, che tornava da Buenos-Aires, era un mio vecchio e carissimo amico di Milano: l’Alverighi, l’avevo conosciuto a Rosario: il Guimaraês e il Cavalcanti a Rio. Avevo quindi presentato, dopo i primi convenevoli, il Rosetti e l’Alverighi, che venivano da Buenos-Aires, ai due brasiliani che si erano imbarcati con me, poche ore prima, a Rio: ovvia cortesia, ma il cui effetto fu che ben presto tutti e quattro — anzi tutti e cinque, il capitano compreso — mi furono addosso per farmi ricominciare a ritroso con i discorsi il lungo viaggio allora allora finito. Me lo aspettavo, del resto! Avevamo dunque ragionato un po’ del Brasile, dell’Uruguay, dell’Argentina; poi eravamo trapassati nell’altro emisfero; e tutti allora a interrogarmi ancora più curiosi. Avevo io vedute quelle favolose ricchezze del Settentrione? Quelle città smisurate? Quella indescrivibile vertigine di opere? Quei Titani, quei Semidei, quei Demoni del commercio, della banca, dell’industria? Sinchè eravamo venuti con il discorso alla metropoli americana che l’Alverighi, il Cavalcanti, l’ammiraglio e il Rosetti avevano tutti visitata. Ma qui presto una fierissima disputa si era accesa tra l’Alverighi che l’ammirava o gli altri tre che ne ridevano; avevamo discusso per un po’ in tumulto se New-York era una città bella o brutta; quando l’Alverighi, alla fine, aveva a un tratto, perentoriamente, quasi a sfida, proclamata New-York bellissima tra le città moderne!

— Ci siamo! — pensai. — Chi sa quale indiavolata baruffa mi scatena ora, quel benedetto avvocato!

Io solo quindi, che lo conoscevo, non mossi ciglio e non dubitai che dicesse sul serio: degli altri invece, il Rosetti si volse a me sorridendo: l’ammiraglio squadrò lo strano interlocutore come per leggergli sulla faccia se intendeva scherzare: il capitano, piegandosi verso di me, mormorò a mezza voce: «Non le pare un po’ troppo?»: ma incerti tutti se l’avvocato dicesse o no sul serio, nessuno rispose. L’Alverighi però non li lasciò a lungo nel dubbio.

— Un europeo — egli disse, — non può capire New-York. New-York è l’intestino dell’America che digerisce le immondizie di tutta la terra, i rifiuti dell’universo: e di quelli fa un sangue purissimo, che nutre un continente....

Ed entrato in questo intestino per la bocca della metafora, chi sa per qual via ne sarebbe uscito, se le braccia nude, le spalle ravvolte in un velo celeste, i cui lembi le svolazzavano ai fianchi, sfolgorante in una sfarzosa veste azzurra di gala, come venisse a un pranzo di cerimonia, non fosse comparsa a questo punto sulla porta una signora. Il capo dei camerieri accorse a lei e le fu guida fino al posto che tra l’ammiraglio e il Cavalcanti era vuoto: l’ammiraglio e il Cavalcanti si levarono in piedi, per ossequiarla, e la fecero sedere: ma la sala, una modesta sala dove poche signore pranzavano indossando le vesti della giornata, e che non si aspettava nè quel lusso nè quelle braccia nude, sbalordita smise tutta di pranzare e di discorrere, per rimirarla. Era giovane ancora — trentacinque anni le avrei dati, così a occhio — e in un piccolo viso ovale aveva degli occhi dorati e ridenti, una bella fronte candida, delle sopraciglia nere e sottili, un piccolo naso profilato e una piccola bocca rossa e fresca. Intanto essa, in cospetto della sala ammutolita e senza sentire il silenzio in cui l’aveva piombata, buttava a tergo il velo mostrando dopo le braccia le spalle nude e un magnifico vezzo di perle: poi il busto e la testa erette,appoggiata ai bracciuoli della poltrona, aspettando di esser servita, fece un cenno del capo e un sorrisetto a ognuno di noi a mano a mano che l’ammiraglio la presentava, mormorando un nome che non intesi: infine, questa cerimonia compiuta, prese a sorbire il brodo servitole dal cameriere, con la fretta di chi giunge affamato a mezzo del pranzo.

Il pranzo era stato sospeso per un istante. Ma ecco i camerieri accorsero con la terza portata: coltelli e forchette a poco a poco tinnirono di nuovo sui piatti; occhi e discorsi, per un istante sviati, ripigliarono la via dei loro oggetti consueti. Al nostro tavolo non l’Alverighi, messo un po’ in soggezione dalla bella sconosciuta, ma l’ammiraglio, che certamente la conosceva, ricominciò la conversazione. Parlando per la prima volta in francese (avevamo fin allora adoperato l’italiano, che i due brasiliani parlavano benissimo) con un certo fare malizioso e un accorto sorriso:

— Sa di che cosa stavamo ragionando, signora? — le disse. — Indovini! Di New-York. E il signore, — accennò l’Alverighi, ciò dicendo, — ci dimostrava che New-York è la più bella città del mondo! Sicuro: del mondo!

— New-York? — esclamò, riavuta dal primo stupore, la signora, — New-York?

E scoppiò in una risata squillante.

Sbirciai l’Alverighi con la coda dell’occhio: si rannuvolava! Ma l’ammiraglio continuò a far l’ingenuo.

— Dunque, lei, che ci vive da tanti anni, non è di questo parere?

— Ma ammiraglio, — protestò allora la signora tirandosi il velo sul collo, — lei sa che io ho orrore di tutte le cose che mancano d’armonia e di proporzione.

Ma l’Alverighi afferrò al volo queste parole e:

— Sicuro, — ripose. — A New-York voi trovatela Babele dell’architettura. L’Asia e l’Europa, il paganesimo e il cristianesimo, trenta secoli scomposti nei loro elementi e ricomposti a capriccio da un genio bislacco, ironico, folle, sublime. E proprio per questa ragione io adoro New-York. L’armonia e la proporzione sono l’estetica delle civiltà decrepite. La vita è scabra, ruvida, ineguale, violenta, come New-York. L’europeo non ci si raccapezza, in quella nebulosa incandescente; è naturale, perchè arriva da un pianeta spento; e si domanda, sgomento: ma dove sono? In Grecia? a Parigi? a Norimberga, a Bagdad, al principio del ventesimo secolo, al tempo dei Normanni, sotto lo scettro dei Faraoni? In una città vera o in una città astrale, edificata nel pianeta Marte o in un altro pianeta, da esseri conformati diversamente, più intelligenti e possenti?

Forse troppo occupata in quel momento a sorvegliare la scollatura dell’abito, la signora non rispose. Sottentrò il Cavalcanti. Che l’avvocato dicesse sul serio nessuno poteva più dubitare: ma non era questa ragione bastevole perchè nessuno dei suoi ascoltatori non sentisse la voglia di volgere la sua tesi in ischerzo. Mi parve infatti che il Cavalcanti volesse stuzzicare un po’ l’estro paradossale del suo interlocutore con insidiose domande.

— Dunque — egli disse — l’armonia e la proporzione sono l’estetica dei popoli decrepiti. Che cosa pensa lei, allora, della tragedia greca?

— Buona per il teatro dei burattini — rispose pronto, senza esitare un attimo, l’Alverighi.

— Ah! — esclamò il Cavalcanti come chi è percosso in pieno petto: nè disse altro. Poi, dopo un istante, soggiunse: — E la scultura greca?

— E la scultura greca? — gridò l’Alverighi riscaldandosi all’improvviso. — Quello sì che è un bel caso, per Dio! Basta visitare un museo e non essere un professore di archeologia, per capire che la scultura greca è un’arte sensuale, fiorita in untempo in cui una bella donna o un bell’uomo erano rari come le mosche bianche.

— Ma io credevo — obbiettò la signora — che i Greci non avessero sotto occhio che corpi bellissimi... Che così educarono il gusto!

— Se ci fosse stata abbondanza di belle donne in carne ed ossa, — replicò l’avvocato — i Greci non ne avrebbero fabbricate tante di marmo. No: quella è un’arte sensuale.

E non so se per riguardo alla signora o per poter esprimere il suo pensiero con minore fatica, continuò in italiano:

— Ma nossignori: a un certo momento, dei professori, degli archeologi, dei filosofi tedeschi si sentono presi anch’essi da una matta voglia di ammirar quelle appetitose nudità: ma come si fa, essendo regi impiegati di una devotissima maestà luterana? Ed ecco allora scoprono che quelle belle gambe, quelle belle anche e tutta quella altra grazia di Dio che sapete, sono l’incarnazione dell’idea. Ed ora anche nei paesi, dove pure una volta la gente sapeva distinguere anche al buio una donna nuda dall’assoluto, tutti vanno innanzi a quelle statue per adergere con l’anima all’ideale, quando invece....

E all’improvviso ammutolì, scrollando le spalle.

Tutti sorrisero, anche la signora, quando l’ammiraglio le ebbe riassunto sottovoce, all’orecchio, in francese, questo bizzarro discorso. Ma era facile capire che in tutti la meraviglia generata dai primi discorsi dell’avvocato cresceva, e con la meraviglia una specie di incertezza irritata: se conveniva discuter seriamente con quell’originale, prendersene gioco o voltargli le spalle arrabbiati. Io solo, che lo conoscevo, non ero nè stupito nè offeso; e quindi pur tendendo l’orecchio ai suoi discorsi, aguzzavo il cervello a sciogliere un quesito diverso: chi potesse essere la ignota signora che di rimpetto a me continuava ogni tanto a scoprire o a velare le bellespalle, ad ascoltare i nostri discorsi, pur saziando un vigoroso appetito con perfetta eleganza di movenze e volgendo intorno gli occhi di continuo ridenti. Vestiva, certo, riccamente: viaggiava sola, così almeno pareva: ma no, una attrice non era, di sicuro. Pareva conoscere da un pezzo l’ammiraglio, che la trattava con un fare quasi paterno ed esente da sospetti, perchè aperto, schietto e non disdicevole alla età di ambedue; era dunque probabile si fosse imbarcata a Rio. Ma aveva abitato a lungo a New-York, come aveva detto l’ammiraglio. Inoltre all’accento ed ai modi l’avrei giudicata francese. Le perle infine potevano essere argomento a supporre che fosse ricca molto; e la veste di gala, che praticasse di solito compagnie più eleganti della nostra. Chi era essa dunque? Ma invano ruminavo queste domande, mentre il Cavalcanti ricominciava a stuzzicar l’avvocato.

— Per passare allora ai tempi moderni, che pensa di Parigil’esteticadei popoli non decrepiti?

Aspettavamo tutti una nuova eresia. Invece.... Intuì l’Alverighi che il Cavalcanti lo punzecchiava maliziosamente agli estremi paradossi? O si sgomentò egli stesso dell’impegno di sostenere il già detto, dicendo di più? Certo è che lì, a quella domanda, si fermò di botto: e con una mossa improvvisa sfuggì traversalmente.

— Per carità! — disse mutando a un tratto faccia e tono, tra scherzoso e sarcastico. — Vogliamo dunque fare una discussione di estetica?

— E perchè no? — domandò il Cavalcanti.

— Ma io non sono un professore europeo.... — rispose l’Alverighi, assumendo un’aria compunta e desolata. — Sono un povero proprietario argentino: che tante cose ha da fare! Dueestanciasnella provincia di Buenos-Aires e trechacrasnella provincia di Santa Fé da completare. Centomila ettari nella provincia di Mendoza da irrigare. Un territorionel Paraguay, grande come una provincia italiana, di cui debbo far qualche cosa, alla disperata rivenderlo per il doppio di quel che l’ho pagato.... Nonchè, purtroppo, tre milioni di debiti da pagare. Sissignori: tre milioni, non uno scudo di meno. Niente paura, però: a un americano, tre milioni di debiti mettono l’allegria in corpo. È bello per un uomo poter dire: io, io solo ho fatti in tanti anni tre milioni di debiti, e li ho pagati: li ho fatti e pagati accrescendo la ricchezza del mondo.... Questa, signori miei, è la vera estetica dei tempi in cui viviamo!

— Questa è l’arte di far quattrini — obiettò asciutto asciutto il Cavalcanti. — Non è la scienza del bello....

A questo punto l’Alverighi tacque un istante, guardando l’interlocutore e sorridendo. Poi lentamente, sempre sorridendo e guardandolo, con un modo ambiguo tra il senno e lo scherzo:

— Lei ci crede, dunque, alla scienza del bello e del brutto?

— Ma certamente. La filosofia tedesca....

— E anche io, — interruppe l’altro, come chi si decide e precipita. — Ci credo anch’io: ma ad una estetica che ho inventata io, brevettata, infallibile, che si riassume in una regola sola: bello è quel che mi piace, brutto è quello che mi dispiace. Sissignori: New-York mi piace; perciò affermo che è la più bella città del mondo; e vi sfido tutti a provarmi il contrario. In nome di quale autorità? Da che cattedra o pulpito? In forza di qual principio? Ogni uomo ha conquistato oggi perfin la libertà di vilipendere i re e di rifare i conti a Domeneddio: vorrei vedere che qualcuno mi contendesse, a me, la libertà di proclamar bello quel che mi piace, senza il permesso della Facoltà!Allons donc!

Anche io, in quel momento, come tutti gli altri, tenevo gli occhi sull’Alverighi: su quel piccolo viso taurino dalla fronte scendente a piombo sotto i nericapelli ritti e fitti, dagli occhi vivi e grossi a fior della fronte, dalle guancie rosse sulla fascia nerissima della barbetta a due punte, ben ravviata, che risaliva per quelle a ricongiungersi con i capelli. E su quel viso rubizzo, aguzzo, acceso, deciso, beffardo, che mi ricordava i personaggi delle pitture etrusche, io leggevo che egli diceva sul serio, mosso da una convinzione profonda anche se strana. Ma leggevo pure in faccia ai miei compagni, che essi si andavano confermando che l’Alverighi o vaneggiava o si burlava di loro, sebbene proprio sicuro sicuro non ne fosse nessuno, nemmeno il Cavalcanti. Tanto è vero che, invece di rispondere a tono, il Cavalcanti ribattè di fianco e non senza una certa titubanza:

— Certo.... se si ammette che il gusto dell’armonia e della proporzione sono un segno di vecchiaia.... Allora è difficile dimostrare che New-York è brutta. Ma questa affermazione sua mi pare alquanto ardita.... Sarò forse decrepito anch’io.... Io credo che non solamente lei, signora, ma che tutti gli uomini sono naturalmente attratti ad ammirare quel che è armonico, leggero, proporzionato, ad odiare quel che è pesante, asimmetrico, scomposto....

— Lo crede lei? Davvero? Davvero? — esclamò con aria di sfida, l’Alverighi.

— Ma certo. In molti questo istinto può essere offuscato o pervertito: ma c’è. In tutti c’è....

L’Alverighi stava per rispondere; quando la signora che, intenta a rimettere in centro con la mano sinistra, gli anelli della destra, non aveva forse ascoltato le ultime frasi, li interruppe ambedue.

— Io desidererei sapere di Parigi, quello che lei ne pensa. Il signor Cavalcanti glielo aveva chiesto.

— È una città archeologica, il cimitero della decrepita civiltà dell’Europa.

— Parigi? — esclamò la signora, — Parigi? Perchè a Parigi non hanno ancora pensato a collocarei caffè nelle moschee arabe e le sale da pranzo nelle cattedrali gotiche?

— Hanno torto, a Parigi.

— Se Parigi è un cimitero, la sua New-York è una bestemmia. Solo dei barbari potevano fare un così orrendo scempio delle nostre architetture religiose.

— Ma signora, — ribattè l’Alverighi, — si è lei mai sentita offesa, pranzando in Europa sotto il tetto di una qualche posticcia pagoda cinese: per esempio al «Pavillon chinois» del Bois de Boulogne? Eppure anche questa è una profanazione. Lei mi dirà che l’architettura cinese ci è straniera: noi non sentiamo che la pagoda è un tempio. Ebbene: per la stessa ragione il vero americano può secolarizzare certe architetture religiose dell’Europa.

— Ma la Cina non ha scoperta, popolata e incivilita l’Europa come l’Europa l’America, — disse una voce nuova ed aspra: il dottor Montanari, il Commissario governativo per l’emigrazione, che era venuto a sedersi accanto al Rosetti a mezzo il pranzo.

L’Alverighi si voltò verso di lui, e pronto e sicuro come al solito:

— Ricordi storici! — disse. — Moneta fuori corso, oggi!

— Per voi, — ribattè l’altro duro, — non per noi. Agli Americani fa comodo di buttare in mare il fardello di gratitudine che devono all’Europa.

La discussione si riscaldava: si sentiva minacciar vicino il diverbio, come il temporale d’estate. Ma il pranzo era finito, e il capitano ne approfittò per levarsi. Anche la signora e l’ammiraglio, scambiata un’occhiata, si levarono. La discussione era dunque troncata. Uno dopo l’altro ci levammo tutti ed uscimmo.

Andai a vedere i miei, feci un giro per il ponte, poi entrai nel fumoir, con il deliberato proposito di ragguagliarmi intorno alla misteriosa signora. A un tavolo sedevano il dottor Montanari, il Cavalcanti e il Rosetti che, con un sigaro cavour in bocca e un mazzo di carte in mano, si accingeva a far dei solitari. Ma l’Alverighi quella sera aveva offuscata anche la signora. Discorrevano infatti dell’Alverighi.

— Sono quattro giorni che sputa sentenze — borbottava il dottore. — Non ha fatto altro, da quando siamo partiti. E sempre i suoi milioni in bocca. Cose da pazzi! Se continua così, pranzerò nella cabina.

— Perchè? — rispondeva dolcemente e sorridendo il Cavalcanti. — Io lo trovo curioso, invece. Lei lo conosce, non è vero, Ferrero?

Che il Cavalcanti sorridesse e il Montanari smaniasse a quel modo, non fu per me, che li conoscevo ambedue, meraviglia. Non ostante il suo bel nome toscano, il Cavalcanti era nato in quella che si potrebbe chiamare l’India del Brasile, in una provincia settentrionale, quasi sotto l’equatore, da una famiglia antica e cospicua ma impoverita; e nato a contemplare la natura e la vita assai più che ad operare nel mondo: perchè una dolce e quasi mistica indolenza ed un intimo orrore della farraginosa e insaziabile attività che ha creata nei climi temperati la civiltà moderna si univano in lui ad una finissima sensibilità e ad una intuizione meravigliosa, dando forma ad uno spirito tra poetico e filosofico, scevro di invidia e di orgoglio, semplice e benevolo, infinitamente vago di curiosare in tutte le cose, pocopugnace, e che pendeva assai al misticismo. E tale era rimasto, intatto e puro, pur scendendo in Rio, in mezzo all’affannoso via vai della civiltà moderna: dove, discepolo in letteratura del grande Machado de Assis e in diplomazia del barone di Rio Branco, egli aveva sfogate nella letteratura le sue mistiche inclinazioni e imparato ad operare in mezzo alle faccende del mondo, riuscendo rapidamente e facilmente a farsi largo in mezzo alla sua generazione, come il fratello suo più che amico Graça Aranha. A trentotto anni infatti, dopo aver varcato più volte l’Oceano per diverse missioni, se ne veniva ora in Italia, primo segretario della legazione del Brasile presso il Quirinale; ed era tra i giovani autori del Brasile il più celebre, per il suo famoso romanzo «La terra promessa». Ma il suo spirito, naturalmente benevolo, era stato ancor più addolcito da quella eclettica equanimità che è propria della cultura americana; parte perchè i paesi d’America, non possedendo una cultura antica, ricevono facilmente i frutti più diversi della cultura europea; parte forse anche perchè, come gli esplosivi, quando scoppiano all’aperto, fan più romore che danno, così tutte le idee, anche quelle che compresse in Europa da interessi, istituzioni e tradizioni debbono squarciarsi una via fra le rovine scoppiando, svampano invece, innocue fiammate, nei vasti e semivuoti paesi d’America. Quante volte a Rio, in quella gran foce per cui sbocca nel Brasile con i suoi bracci maestri e i piccoli rigagnoli il fiume della cultura mondiale, nella gigantesca libreria Garnier, all’angolo della Rua Ouvidor e dell’Avenida Centrale, quante volte avevo ammirato il ricco eclettismo della cultura brasiliana, chiacchierando tra le quattro e le cinque del pomeriggio, con José Verissimo, con Joâo Ribeiro, con Araripe, con Oliveira da Lima, con Machado de Assis, con Graça Aranha, con Souza Bandeira, con tutta l’Accademia brasiliana, nella immensa sala a piè degliscaffali che salgono, alti quattro piani, a toccare con il capo il tetto, fra le immani cataste dei libri scaricati dagli ultimi vapori d’Europa, in mezzo ai panieri che scendono, colmi di volumi, dai balconi disposti di piano in piano lungo le pareti! Romanzieri, poeti, critici, storici, essi ammiravano i classici e il romanticismo, la letteratura greca e la letteratura russa, Platone e Federico Nietzsche, Sofocle e Ibsen. Eclettico ed equanime anch’esso, il Cavalcanti non era uomo che le eresie dell’Alverighi e quegli eccessi di forma e di pensiero potessero, fuorchè per qualche istante, irritare a battaglia: lo incuriosivano invece a studiar quel fenomeno, per capirlo ed anche per sorriderne un poco, come aveva fatto a più riprese: ma leggermente, con dolcezza e carità umane, con sfiorante e non amara ironia.

Altro uomo, invece, il Montanari. L’avevo conosciuto nell’andata. Era romagnolo, di Faenza se ben rammento; e medico nell’armata; e patriota e monarchico, come i vecchi — poichè la Romagna essa pure si rammoderna — erano monarchici o repubblicani, patrioti o internazionalisti una volta, in Romagna: con furore di ghibellini e di guelfi rinati. Ma perciò appunto era anche disgustato dell’universo tutto quanto. Egli soffriva, come di una sventura propria, del progressivo decadimento della monarchia nei nostri tempi; egli fremeva ancora di orrore, dopo tanti anni, solo a ricordare che un anarchico arrivato d’America aveva osato levar la mano contro il Re d’Italia; egli non vedeva che un immane traviamento degli spiriti e quasi un alto tradimento del popolo intero, in quella formidabile spinta, che ogni anno muove tanti uomini della vecchia Europa a varcare l’Oceano. E dei vizi, della ignoranza, delle sventure, dell’incessante via vai di questa moltitudine, egli parlava con una asprezza che a molti pareva spietata: come non pochi in quel suo portamento eretto, rigido, soldatesco, in quel suo guardardritto negli occhi a tutti, in quel sorriso sardonico che increspava le guancie magre, rasate, incavate, in quel suo frequente rispondere agli argomenti altrui con sdegnoso silenzio, sentivano la provocazione di un’insolente alterigia. Ma a torto: chè quell’anima non era nè dura nè superba, ma esacerbata; esacerbata dalla cinica indifferenza con cui i tempi lasciano impolverarsi e tarlare quelle che erano state per le vecchie generazioni le sacre imagini dell’autorità sulla terra e nel cielo. Egli quindi odiava l’America; e brontolava contro tutto il resto del mondo sopratutto per disacerbarsi l’odio in cui ne aveva la parte nuova; contro l’Italia che pure amava sopra ogni altra cosa; contro l’Europa cui pure, almeno per dispetto dell’America, tributava un certo rispetto; contro quella moltitudine che accompagnava nei suoi erramenti dall’uno all’altro continente, imprecando, gridando, brontolando ogni minuto le sue tre parole favorite, l’intercalare imparato a Napoli e la suprema sintesi di tutta la sua filosofia della vita «cose da pazzi!»: ma a prò della quale pur faceva con zelo quel po’ che poteva.

Che costui avesse preso in tanta uggia l’Alverighi era naturale. Ma io conoscevo un po’ il facondo avvocato, e volentieri, seguendo l’invito del Cavalcanti, entrai nel discorso di lui.

— Sì, l’ho conosciuto a Rosario — risposi. — Fu il nostro Cicerone per tre giorni. È un italiano, un mantovano anzi, che ha fatto in pochi anni una grande fortuna in Argentina....

— Alla larga! — interruppe il dottore.

— Adagio, dottore, non precipiti così il suo giudizio — continuai. — Lei conosce la storia di quell’uomo? No? Ebbene, indovini un po’, se le riesce, a quale carriera l’avevano avviato i suoi in Italia.... Ne volevano fare un filosofo! Sicuro, un filosofo! Suo padre era un provveditore agli studi, intelligente, coltissimo, autore di parecchi pregiati lavori storicima povero e carico di famiglia. E il figliolo infatti a ventidue anni si laureò, non ricordo più in quale Università, con una tesi su Descartes e Spinoza; ma per imbarcarsi tre mesi dopo alla volta di Buenos-Aires.

— Strana idea per un filosofo — osservò il Cavalcanti.

— Stando a quello che egli mi ha raccontato, — proseguii — chi lo persuase fu uno dei suoi maestri, un vecchio filosofo, il quale ammirava molto l’America, sebbene la avesse conosciuta solo sulle carte geografiche. Batti oggi, batti domani, a furia di ripetergli che egli aveva troppo ingegno per fare il professore in Italia, che c’era troppa filosofia e troppo latino in Europa e troppo poco in America, quel sapiente non troppo savio — ce ne son tanti, tra i dotti! — riuscì a persuaderlo al gran passo. Un bel giorno il nostro giovinotto salpò da Genova, per andare a seminare la vecchia cultura dell’Europa nelle vergini terre d’America. Quel che fu nei primi tempi di questo filosofo, sbarcato a Buenos-Aires venti o venticinque anni fa, con poche migliaia di lire in tasca, non sto a raccontarlo a loro.

— Pur troppo — sospirò il Rosetti, — una cultura di lusso non è un capitale, con cui si possa tentar la fortuna in America. Gli Europei non la vogliono capire....

— L’Alverighi però — continuai — era un uomo. Nel pericolo egli capì qual’è l’àncora di salvezza nelle grandi tempeste della vita ai tempi nostri.... Il vestito! Neppur Dante o Galileo troverebbero oggi chi li aiutasse, se si riducessero senza un colletto di bucato e con un solo paio di scarpe rattoppate. Fece quindi tutti i mestieri per salvare le fondamenta fisiche e metafisiche della sua personalità morale: abito, soprabito e scarpe; mangiò pane asciutto e bevve limpida acqua di fonte; ma uscì sempre in pubblico vestito con eleganza. Riuscì insomma a nasconderea tutti la sua penuria, e quindi tutti lo aiutarono volontieri. A poco a poco si procacciò amicizie e protezioni: l’argentino è generoso: ottenne di insegnar l’italiano in un fiorente collegio della capitale: prese a scrivere nei ricchi giornali spagnuoli: si rifece studente di legge, strinse amicizia, nell’Università, con giovani di famiglie cospicue: si addottorò con brillantissimi esami; e rapidamente venne in fama di valente avvocato. È di fatti un grande oratore davvero. Infine si stabilì a Rosario, fece un ricco matrimonio, e come tutti in Argentina, appena ebbe del denaro, si buttò nelle speculazioni fondiarie....

— Abbandonando le filosofiche — punzecchiò il Cavalcanti. — Benissimo!

— Sì e no — risposi.

Ma proprio in quel momento l’Alverighi entrò nelfumoire senza guardarci andò a sedersi al tavolo accanto, dove due signori — due mercanti astigiani di vino, seppi poi — giocavano alle carte: troppo vicino perchè si potesse continuare a parlare di lui.

— Vogliamo uscire un po’? — propose il Cavalcanti.

Uscimmo tutti e quattro sul ponte di passeggiata, il più basso dei due ponti della nave, riserbati ai passeggeri di prima classe. La sera — una di quelle dolcissime sere, senza luna, senza vento, non calde, non fresche, che scendono talora in primavera, silenziose, ad addormentare per qualche ora in un sopore profondo i mari dei tropici — aveva tratti fuori molti passeggeri.

— Le nostre sedie sono dall’altra parte, a tribordo — disse il Cavalcanti.

E ci avviammo verso la passerella di prua, dopo che il dottore ebbe preso congedo da noi, per recarsi al suo servizio. Ma al momento in cui, giunti in fondo al ponte di babordo, stavamo per svoltare nella passerella, ci scontrammo con una giovane coppia che ne usciva. Ci traemmo in disparte; li vedemmo passarein silenzio, guardando diritti innanzi a loro; egli, basso e grassoccio, con grosse sopraciglia nerissime, camminava con un’andatura molle, restando un po’ indietro; lei alta, magra, ossuta, spigolosa si faceva innanzi impettita, rigida, con un portamento risoluto, quasi traendo a forza lui.

— Passeggeri di ronda! — mormorò il Cavalcanti. — Fanno dell’esercizio.

Passammo, percorrendo la passerella oscura, sul fianco destro della nave. Ma le sedie nostre erano illegalmente occupate. Per non disturbare gli usurpatori salimmo sul ponte delle imbarcazioni, deserto, silenzioso, male illuminato da poche lampade elettriche troppo distanti; e ci sedemmo sopra una panca bianca, nel fioco chiarore, di fronte al camino oscuro come la notte, da cui esalava in densi turbini negri, a confondersi con le tenebre, il silenzioso respiro della nave; a piè delle grandi barche bianche issate sui parapetti, che parevano dormire; tra le bocche da vento che, rigide e taciturne, aspiravano la fresca e vivida notte; sotto le grosse funi che, tese per ogni verso, tremolavano sommessamente nelle pesanti fibbie di ferro, sfiorate da un soffio invisibile. Tutte le cose tacevano, quasi sollecite di non turbare il sonno primaverile del mare; anche il grave ansar delle macchine esalava lassù dal profondo come un murmure vago e lontano; sopra di noi silenzioso anch’esso e oscurissimo, il cielo turbinava di miriadi di astri, simile a uno sterminato velo nero fiammante di gemme.... Per un momento tacemmo anche noi, come soggiogati dal silenzio improvviso in cui eravamo saliti. Primo riprese a parlare il Cavalcanti.

— Lei diceva, dunque....

— Pur troppo sì — continuai. — Il demonio dell’America è entrato anche in questo figlio di un povero provveditore italiano.... Ha già parecchi milioni e li vuol raddoppiare; poi vorrà triplicarli, quadruplicarli,sinchè avrà fiato; dormirà, sì e no, quattro o cinque ore sulle ventiquattro; fa tante cause, lui solo, quante quattro avvocati; compra, vende, ricompera, ipoteca terre in ogni parte dell’Argentina, nel Paraguay; non ha famiglia sebbene abbia moglie e due bambini; potrebbe costruirsi un palazzo e non ha focolare; è il nomade moderno, attendato nei «vagons-lits» e negli alberghi.... In quel mese che viaggiai nell’interno dell’Argentina, me lo sarò visto passare innanzi tre o quattro volte, come il treno o come il lampo, in città distanti migliaia di chilometri: arrivava la mattina da sud e via la sera a settentrione; ricompariva da levante per sparire dopo qualche ora verso ponente.... Eppure... Eppure.... Vada nella sua cabina; la troverà piena di libri; italiani, inglesi, francesi, gli ultimi pubblicati; letteratura, storia, politica, filosofia. Appena conseguita una certa agiatezza si sforzò di riallacciare il filo dei suoi studi interrotti, come poteva, naturalmente. Ma non ha mai smesso di leggere, in ferrovia, nei ritagli di tempo, a precipizio, spesse volte sfogliando e divinando più che leggendo....

— All’americana — osservò scherzosamente il Cavalcanti.

— All’americana, se vuole — io risposi. — Sebbene ormai, anche in Europa.... E non soltanto legge, ma pensa, come un bastimento va, quando c’è tempesta: a ondate, a sbalzi, a sussulti. Quella sua testa è come un gran tino; e dentro ci ribollono le reminiscenze degli studi fatti in Italia, gli stralci delle letture precipitose, i frammenti di quel che intravede, incontra, urta correndo all’impazzata attraverso il mondo, le speranze, le aspirazioni e gli interessi suoi. Ci ribollono in una curiosa filosofia, piena di idee assurde, stravaganti, puerili, originali, stupende, che è come del mosto in fermentazione: gonfia e sgonfia, ma si agita sempre. Bisogna vederlo a casa sua, tra un viaggio e l’altro, tra unprocesso penale e uno civile, tra una compra e una vendita di terreni, quando va nei clubs di Rosario, e lì tiene cattedra, espone, disserta, vorrebbe discutere e non può; chè quei bravi mercanti di grano lo ascoltano, sì, con pazienza, ma si arrendono prima ancora di combattere, e non l’hanno in conto di matto soltanto perchè.... Buon per lui che i suoi milioni fanno il contrappeso alla sua filosofia! No, no: mi sbaglierò; ma quell’uomo è un genio, a modo suo, ma un genio: un genio, come dire? — rinselvatichito nella Pampa....

Tacqui. Il Rosetti continuava a fumare, in silenzio. Solo dopo qualche istante il Cavalcanti a mezza voce, come parlando a sè stesso:

— In nome di quale autorità? — disse. — Da che cattedra? In forza di qual principio potremmo noi dimostrare che New-York è brutta a chi dice che è bella? Non c’è che dire: l’estetica è messa con le spalle al muro. «Hic Rodus, hic salta».

Una idea improvvisa mi balenò; e interrompendolo:

— Provi dunque a rispondere, domani, — dissi. — Ne nascerà una discussione sull’arte; e anche questo sarà un passatempo. Vedrà se non è pieno di idee ingegnose, questo speculatore in terreni....

Ma il Cavalcanti fece un gesto di spavento. Volevo io dunque convertir il «Cordova» in un’accademia di filosofia?

— E perchè no? — risposi. — Del resto se non ci pensa lei, ci penserà lui. Ne deve avere una voglia! Perchè a Rosario, poveretto, è una specie di Socrate disoccupato, ridotto a far dei monologhi.

Ragionammo un po’ del discutere in genere, e del discutere di filosofia, sinchè il Rosetti, che non aveva aperto bocca, si levò sorridendo.

— In fin dei conti, — disse — che cosa abbiamo da fare a bordo? Nulla. Dunque possiamo anche fare un po’ di filosofia.

Era tardi, e ci separammo. Anch’io, in quel lungo discorrere dell’Alverighi, mi ero scordato della signora. Me ne andai a letto, senza aver saputo nulla intorno a lei: nè chi fosse, nè onde venisse. La cabina era a due letti: uno per me, l’altro per il bambino: e mi coricai senza indugio, perchè ero stanco: stanco della lunga conversazione della serata: stanco delle ore passate sul ponte di comando a scambiar gli ultimi addii con l’America: stanco degli innumerevoli abbracciamenti e ringraziamenti barattati con gli amici, a bordo e alla banchina Pharoux; stanco della veglia protratta sino a tardissima ora la sera innanzi, dopo il banchetto offerto dall’Accademia brasiliana all’Hôtel Alexandra; stanco delle due rapide gite fatte nelle tre settimane precedenti a San Paolo e a Bell’Horizzonte; stanco infine della lunga via percorsa di festa in festa, di discorso in discorso, per tanto mare e per tante terre, da Genova a Buenos-Aires, da Buenos-Aires a La Plata, a Rosario, a Mendoza, a Cordova, a Tucuman, a Santiago dell’Estero, a Santa Fé, a Paranà, a Montevideo, a Rio, nell’interno del Brasile.... Spegnendo la luce, in quel momento, più voluttuosamente ancora che sui guanciali del lettuccio, io mi adagiavo nell’idea di potere alfine, dopo il trambusto di quei cinque mesi, riposare per quindici giorni in mezzo all’Oceano. Non ricevimenti più, non discorsi, non lettere, non telegrammi, non faccie nuove! Addormentarsi la sera senza pensare agli impegni del domani, e svegliarsi tra cielo e mare, fuori delle brighe del mondo e delle proprie faccende! Cogliere finalmente sull’albero della vita quel frutto ormai così raro che appena matura una volta ogni tanti anni: l’ozio senza rimorsi!

Il dì seguente, quando uscii sul ponte, riposato dal buon sonno della prima notte di mare, tra le otto e le nove, il Sole e l’Oceano, i due solitari compagni dell’immensità, scherzavano insieme da vecchi amici. Ancora una volta, quella mattina, come ogni mattina dal principio del tempo, essi si erano incontrati al ritrovo dell’alba; e ancora una volta di essersi ritrovati gioivano insieme, essi, gli eterni giovani, che sui volti radiosi non portano le rughe dei secoli e dei millennii, come nel primo giorno della creazione; il Sole profondendo l’Oceano di liquido oro e zaffiro; l’Oceano scintillando a perdita di vista, vivo e fermo. Pochi però quella mattina gioirono sul «Cordova» della gioia innocente del Sole e del Mare. Una straordinaria notizia correva per la nave, dal ponte di comando alle stive tenebrose, elettrizzandola. Me l’annunciò, verso le dieci, l’Alverighi che, interrompendo di leggere un libro — vidi poi che era uno Shakespeare — si levò e mi venne incontro sul ponte delle imbarcazioni, domandandomi con una certa concitazione:

— Ma è vero che quella bella signora di ieri sera è la moglie di un ricchissimo banchiere di New-York?

Risposi che non lo sapevo e che al fare e al parlare l’avevo piuttosto per francese: aggiunsi che l’abito indossato la sera prima faceva supporre praticasse di solito la società elegante; esser però singolare che una milionaria viaggiasse nel piccolo «Cordova»; e non, come vuole l’etichetta che vige anche in mezzo all’Oceano, in un vapore del suo rango: il«Mafalda» per esempio, se voleva un piroscafo del Lloyd italiano. L’Alverighi aggiunse che un negoziante di gioie, il quale era a bordo, un certo Levi di Venezia, aveva stimato che la collana della signora potesse valere un cinquantamila franchi! Poco dopo, il capo dei camerieri mi fermava nel vestibolo della sala da pranzo, e con un sorriso radioso di legittimo orgoglio, mi disse:

— Ma sa, che quella signora è la moglie di uno dei più ricchi americani del Nord?

— Ho capito — pensai. — Prima di sera sarà miliardaria. Tutti gli Americani del Nord lo sono!

Questa singolare diceria risvegliò in me la curiosità, che i discorsi della sera prima e il sonno della notte avevano un po’ illanguidita. Ma invano cercai le due sole persone che probabilmente avrebbero potuto ragguagliarmi: il Cavalcanti e l’ammiraglio. Nè l’uno nè l’altro era ancora uscito dalla cabina. Un incontro inaspettato mi distrasse di lì a poco di nuovo. Mi ero fermato, verso le dieci, a prua, vicino alla scaletta che scende alle terze classi, a osservare gli emigranti che, nel ponte inferiore, si affollavano, per l’ora del desinare, di faccia alla dispensa, aspettando. Quando ad un tratto uno degli emigranti, che stava solo in disparte, mi salutò. Risposi, supponendo fosse uno degli innumerevoli lavoranti italiani a cui avevo stretta la mano nel lungo viaggio: ma l’uomo si mosse, venne sino a piè della scaletta a capo della quale io mi trovavo, e mi domandò:

— E come sta l’ingegnere.... — pronunciando il nome di un mio zio.

Questo nome risvegliò di subito un ricordo lontano: fissai l’uomo, e:

— Ma tu sei Antonio! — esclamai scendendo la scaletta. — E che cosa fai qui?

Ed era proprio Antonio!, il più grande stolido e fannullone che avessi mai conosciuto; la disperazionedi quel mio zio, che aveva dovuto impiegarlo come fattorino nel suo studio, collocarlo come portinaio nella sua casa dove noi abitavamo, perchè gli era stato raccomandato con la più viva istanza da uno dei suoi più ricchi clienti, nelle cui terre era nato, figlio di contadini. Quando mio zio aveva dovuto assumerlo nell’ufficio, Antonio ritornava da un primo viaggio in America; ma nessuno di noi si stupì che non avesse fatto fortuna, chè non era buono proprio a nulla; e qualunque incarico ricevesse come fattorino o portinaio, lo fraintendeva o sbagliava, quando non lo dimenticava tutto: e la maggior parte possibile del giorno e della notte passava dormendo; e solo per schivar fatiche o trovar ragioni di sdraiarsi sopra o sotto le dolci coltri del letto, mostrava un certo ingegno. Cosicchè il giorno in cui aveva annunciato all’improvviso che ritornava in America, nessuno di noi si era sforzato a dissuaderlo; anzi.... Che l’America se lo pigliasse e per sempre! Mi ricompariva invece a un tratto innanzi, poco mutato dopo sei o sette anni, magro, con la fronte sfuggente e quell’incerto e insulso sorriso che mi spiaceva tanto, abbastanza ben vestito però e certo in migliore arnese che non gli avessi, al suo partire, predetto il ritorno.

— L’America è così ricca! — pensai. Ma mi parve incauto di interrogarlo con domande troppo stringenti sulla sua sorte, e gli chiesi solo se ripatriava per sempre.

Mi rispose che sperava di poter stabilirsi in Italia, dove aveva lasciato i figli: «i miei figli», egli disse. Quel possessivo mi rammentò che, partito la prima volta dall’America, dopo tre anni, lasciando in casa un figlio, Antonio ce ne aveva trovati, tornando, due; il secondo nato due anni dopo la sua partenza: e placidamente, senza far parola, aveva accettato come suo il figlio altrui! Mi trattenni dal sorridere, e ricordando che nel secondo viaggio egliaveva tratta seco la moglie, lasciando i bambini a una nonna, gli chiesi notizie di lei.

— Sta bene, — mi rispose tranquillamente; — è qui, con me: la vedrà: ma non la riconoscerà più; l’aria dell’America le ha fatto tanto bene!

E dopo qualche altro discorso lo lasciai, pensando che ritornava dall’America un po’ meglio in arnese, ma non già più in cervello.

A colazione parlammo soltanto della signora che, rimanendo nella sua cabina, ci lasciò liberi di ragionare a nostro piacere di lei. Dall’ammiraglio sapemmo finalmente che la ricchissima americana era invece proprio francese: figlia di un banchiere di Parigi, di nome Blum; che aveva sposato Federico Feldmann della banca Loeventhal e C. di New-York; e che da tre anni dimorava a Rio, dove suo marito dirigeva il «South American Syndicate», grossa impresa di ferrovie, banche e miniere, organizzata a New-York. Capii subito allora chi fosse, almeno per approssimazione: perchè avevo conosciuto il marito a New-York. Del resto della signora non si ragionò solo alla tavola di mezzo, ma anche alle altre, in tutta la sala; chè ogni tanto qualche faccia si voltava verso la poltrona ove essa avrebbe dovuto sedere. Cosicchè tra questi discorsi, anche a me era uscita di mente la discussione della sera precedente: quando a un tratto, poco prima del levar delle mense, l’Alverighi a bruciapelo chiese al Cavalcanti se ammirava «Amleto». E quando il Cavalcanti gli ebbe risposto che l’ammirava moltissimo:

— Ebbene, — disse, — vuol che le dimostri come due e due fanno quattro, che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna?

Ci guardammo in faccia, dicendoci senza parole «ricomincia». Il Cavalcanti rispose con un gesto rassegnato, che voleva dire: «Se ciò fa piacere a lei, si figuri!» Io indovinai subito che l’Alverighi voleva, come avevo supposto, riattaccar briga: ma perchèaveva scelto quel modo, quando ad «Amleto» nessuno aveva neppure alluso la sera prima? Non ci fu verso di saperlo.

— Ebbene, stasera, dopo pranzo, adempirò la mia promessa — concluse breve e asciutto l’Alverighi. — Ho portato con me uno Shakespeare. Lo volevo rileggere nella traversata. Ma lei, Cavalcanti, mi deve promettere di ribattere ogni argomento mio.

E non disse altro. Del resto anche il discuter intorno ad «Amleto» non era forse un passatempo? Le giornate son così lunghe e così vuote, in mezzo all’Oceano!

Restammo dunque intesi che la discussione su «Amleto» sarebbe fatta la sera, nel salone superiore. La colazione era terminata, e la siesta, necessario ristoro a chi naviga i mari dei tropici — quel giorno a mezzodì eravamo giunti a 23 gradi e 53 minuti di latitudine meridionale, a 39 gradi e 49 minuti di longitudine occidentale — ci disperse poi tutti nelle cabine. Non uscii sul ponte di passeggiata, che tra le quattro e le cinque; e uscendo, a sinistra della porta, tra questa e la scaletta per cui si saliva al ponte superiore, vidi seduti in cerchio, su sedie, seggioloni e seggioline, sette od otto passeggeri: i due mercanti astigiani; un dottore italiano di San Paolo con la signora, che ripatriavano; una bella genovese, alta e bruna, con due occhi neri, fulgidi, ombreggiati da folte sopraciglia, che andava a Genova per mostrare ai suoi genitori due sue creature natele a Buenos-Aires; parecchie altre signore. Tacevano, guardando tutti verso la scaletta, come aspettassero qualcuno: a un tratto, difatti, una signora scese rapida, sorridendo, fece col capo cenno di sì; e subito la genovese si levò e svelta anch’essa salì a sua volta in punta di piedi là donde l’altra era discesa. Ridiscese anch’essa dopo un minuto o due, e subito un’altra infilò la scala.

— Che vanno a far lassù, queste curiose? — mi chiesi.

Salii, e subito capii: verso prua, oltre le quattro barche issate sui parapetti, la signora Feldmann leggeva, distesa sopra un seggiolone a sdraio; e una dopo l’altra le signore salivano a vederla, le passavano accanto con quel fare impacciato proprio di chi si sforza di parere disinvolto, sbirciandola; e ritornavano poi alla scala girando intorno alle cabine sull’altro fianco della nave. Appoggiato al parapetto, tra due barche, guardai due o tre curiose passare; poi andai a salutare la signora, che non avevo ancora veduta in quel giorno. Al mio avvicinarsi, essa depose il libro sulle ginocchia, posandoci sopra la mano coperta di grosse gemme; alzò il capo e sorrise.... Ma io credetti, lì per lì, di non riconoscerla! Era pallida, invecchiata e quasi appassita. Seguendo storditamente il primo moto del pensiero, le domandai se fosse stata indisposta.

— «J’ai donc une mine affreuse, aujourd’hui?» — mi domandò pronta, con un sorriso malizioso.

Capii che essa si era di nuovo specchiata nel mio pensiero: tentai di riparar lo sbaglio con qualche complimento: aggiunsi che di solito il mare era poco amico delle signore.

— Io? — mi rispose. — Ma io non sto mai così bene come a bordo di un transatlantico. Ero fatta per correre i mari, io....

Mi sedei sulla panca vicina; incominciammo a discorrere, come si suole, un po’ a caso, del tempo, della navigazione, del vapore.

— È la prima volta che viaggio in un vapore così piccolo e lento, — essa mi disse, con disinvoltura e con garbo, come era necessario per avvertirmi subito che essa, nel mondo, di solito, stava più su dei suoi compagni di viaggio, ma senza parer di essere troppo infastidita da quella discesa, momentanea del resto. — Non si sta male, però — soggiunse. — I servitori sono educati e zelanti, la cucina è buona....

Passammo così a ragionare del mio viaggio nell’America meridionale; poi venimmo alla conversazione della sera precedente.

— Quante sciocchezze ha dette quel signore.... come si chiama? — essa disse con tono risoluto. — Sono proprio le stesse cose che ho sentite ripetere per ventidue anni da mio marito!

Che quella giovane signora — o che tale pareva — denunciasse spensieratamente ventidue anni di matrimonio, era cosa da meravigliarsene chi si sia: questa volta però non battei ciglio: osservai solo che simili discorsi si udivano di solito in bocca ad Europei arricchiti e non ad Americani.

— Ma mio marito — rispose — è europeo come me. È nato a Varsavia.

E mi domandò anzi se non l’avevo conosciuto a New-York. Le risposi che sì; che l’avevo conosciuto ad un pranzo, come tanti altri grandi finanzieri di New-York: come lo Schiff che aveva preso parte alla colazione del City Club; come Isacco Seligmann e Giacomo Speyer che avevano assistito al pranzo della Columbia University. La signora mi guardò in faccia con occhi più ridenti del consueto, quasi illuminati da una improvvisa vampa di interna allegria; e:

— «Ils sont drôles, n’est ce pas, les Américains? Quels barbares!» — mi disse. — Fanno a un pranzo una insalata di scienziati e banchieri, con una disinvoltura....

E si mise a ridere. Protestai non esser partigiano del divorzio tra il denaro e la cultura; e che perciò non ci vedevo alcun male: anzi.... Ma fece le boccuccie e con una mossa di grazioso disdegno protestò che banchieri e finanzieri eran la più tediosa gente da lei conosciuta. Non battei ciglio neppur questa volta, ma cresceva in me la sorpresa. Spregiar così, figlia e moglie di banchieri, la propria gente!

— Ho capito: — dissi — lei appartiene a quellascuola di Europei che considerano gli Americani come dei barbari, suo marito a quell’altra, che li ammira come il superpopolo.

E risolutamente difesi l’America. Dissi che a New-York, a Washington, a Filadelfia, a Boston avevo conosciuto una aristocrazia che tale poteva dirsi non per i titoli ma per le virtù: per l’educazione, per la signorile semplicità, per l’amore della cultura e il fervore delle aspirazioni disinteressate. Aggiunsi che a quella aristocrazia avrei piuttosto apposto a difetto il soverchio e talvolta chimerico fervore di queste aspirazioni, una certa timidezza e quel suo troppo grande rispetto della cultura e dell’Europa, per cui tra le idee che vengono dal vecchio mondo, l’America non si decide e quasi non osa di scegliere; se le piglia tutte, e quindi ne piglia troppe.... Conchiusi che, fosse effetto del protestantesimo radicale o della filosofia del secolo XVIII o di qualche altra ignota causa, l’America mi era parsa piuttosto, per certi rispetti, un paese mistico: ad ogni modo più mistico dell’Europa, di sicuro.

Mi aspettavo chi sa quante obiezioni e proteste; invece:

— È vero — rispose tranquillamente, come udisse cosa da lei sempre pensata e come le fosse uscito per intero di mente quel che aveva detto pochi minuti prima. — In America ci sono degli uomini deliziosi. Le donne mi piacciono meno.... Ho alcuni amici laggiù, di cui non saprei trovare il paragone tra i miei amici di Europa.

— E allora, — risposi, — di che si lagna? E perchè mi bistratta a quel modo gli Americani? Che le hanno fatto?

— Ma non mi hanno fatto nessun male: anzi!... — rispose. — Gli anni più felici della mia vita li ho passati in America....

— A che età è andata in America? — interruppi insidiosamente.

— Quando mi sono sposata, — rispose pronta, preferendo, come gli antichi, misurare il tempo con gli eventi anzichè dall’anno della salute di Nostro Signore. E continuò: — Sarei proprio un’ingrata se mi lagnassi dell’America e degli Americani. E non mi lagno....

— Un pochino, direi, però, — obiettai.

— Perchè osservo negli Americani certi difetti? Ma ne abbiamo tutti. Non pretenderà mica anche lei che gli Americani siano perfetti.

— Mi par però che me li tratti di barbari o quasi. Non le pare un difettaccio, dirò così, piuttosto grave?...

— «Pour des barbares, il est bien sûr qu’ils le sont....», — rispose ergendo il busto, guardandomi in faccia e piegando ad anfora le belle braccia sul capo, per riassettare con le svelte dita i pettini sopra la corona dei capelli, con il tono sicuro e naturale di chi dice cosa evidente di per sè. — Ma non ha visto lei come guastano le cose più belle?

E tacque, intenta a domare l’ultimo dei pettini, che resisteva alla pressione delle piccole dita.

— Per esempio? — dissi io.

— Per esempio, il Metropolitan; — rispose, ripigliando in mano il lavoro. — È un bel teatro; gli spettacoli sono magnifici.... Ma ecco, ad un tratto, bisogna infilare in fretta gli ermellini e le pelliccie, ravvolgersi la testa nella sciarpa, impugnare gli strascichi; e giù di corsa, per gli anditi angusti e le scalette ripide, sin nella trivialità di Broadway; a cercare affannosamente sui marciapiedi sudici, tra i cocchieri e gli chauffeurs che vociano, la propria vettura....

L’interruppi, osservando che il non aver edificato in New-York un teatro monumentale, non era ragione sufficiente a definir barbaro un popolo che aveva fatte tante grandi cose, sopra un così vasto continente.

— Ma tutta l’America — replicò — rassomiglia a una rappresentazione del Metropolitan, e all’architettura di New-York. Disordine babelico dappertutto; non una sfumatura, mai; trapassi sempre bruschi, repentini, violenti che rimescolerebbero il sangue anche ad un elefante. Ma non sentono dunque che cosa sia una stonatura, questi Americani?

L’osservazione, anche se espressa con forma un po’ bizzarra, non era sciocca. Non volendo però darle ragione, rammentai scherzando alla signora i discorsi fatti la sera precedente.

— Ma ieri sera anche lei ha udita, signora, la nuova parola dei tempi. L’America è lo specchio della giovinezza del mondo....

Tacque un momento, poi con forza, quasi con ira:

— Ho incontrati nella vita pochi uomini che mi siano più antipatici di quel.... Come si chiama? Chi è? E antipatico anche a lei, spero. Che villano rifatto! Ha osservato come veste?

E scoppiò in una fragorosa risata! Confessai che non ci avevo badato: parermi però che l’Alverighi di solito vestisse con eleganza.

— Ma non ha visto, ieri sera? — incalzò subito. — Aveva un tait nero e un gilet grigio incensurabili; e poi e poi.... un paio di calzoni turchino scuri....

E rise di nuovo. Mi strinsi nelle spalle e un po’ sarcasticamente:

— Badi, signora, che un giorno non le chieda in nome di quale autorità lei vuole impedirgli di appaiare il nero, il grigio e il turchino. Se però le dà fastidio il sentirlo, ho il dispiacere di dirle che parlerà ancora, e molto. Ieri sera ci ha demolito Parigi, la tragedia e la scultura greca; questa sera tocca a Shakespeare....

— Un americano difenderà dunque l’arte della vecchia Europa contro un europeo? — conchiuse, quando le ebbi raccontato quel che si era combinato a colazione. — Ma non importa: voglio assistere alladiscussione; mi servirà, se non altro, come esercizio di italiano.

Ragionammo ancora un poco; poi la salutai. Sull’altro fianco della nave, quasi interamente sdraiato sopra un seggiolone, come sopra un letto, stava l’Alverighi, anche egli intento a leggere un libro. Per terra, a destra e a sinistra, parecchi libri giacevano alla rinfusa. Mi trattenni un poco con lui, e vedendo che leggeva «Amleto» in una edizione inglese; ed aveva per terra a portata di mano la traduzione del Rusconi:

— Si prepara per questa sera? — gli dissi.

Raccattai da terra un dopo l’altro i libri che giacevano intorno a lui: erano la «Patria lontana» di Enrico Corradini, il «Libro di Versi» di Olindo Malagodi, l’«Evolution creatrice» del Bergson, le «Vues d’Amerique» di Paul Adam, il «Volonté et Liberté» del Lutoslawski. Osservai pure che questi libri erano gualciti, come se fossero stati molto maneggiati; ma che nel tempo stesso di nessuno tutte le carte erano state tagliate. Chiacchierai un poco con lui; poi gingillai sino all’ora del pranzo, scherzando ironicamente con gli altri amici sull’imminente macello di «Amleto» e pensando ogni tanto alla signora, alla vivacità e alle contradizioni dei suoi discorsi, a quella sua maniera di trattare cordiale e graziosa, a quel tono spigliato e sicuro, serio e frivolo nel tempo stesso, con cui parlava.

E quando finalmente la sera, in ritardo come al solito, la signora Feldmann venne alla mensa, indossando un altro abito di gala non meno sfarzoso ma questa volta tutto nero — cosicchè sul nero del tronco le spalle e il collo nudi abbagliavan più candidi — tutta la sala si volse a guardarla, ma con un movimento di occhi e di spirito diverso. Non si chiese già, stupita, come la sera precedente: «Chi è costei?» ma giuliva e ammirante sussurrò: «Eccola, finalmente!» I camerieri le stavan d’attorno in tre o quattro, non perdendola mai d’occhio un istante;tutti, anche l’Alverighi, le parlavano con un tono di ossequiosa premura: ed essa ascoltava, rispondeva, sorrideva, volgeva dall’uno all’altro dei convitati i begli occhi dorati, allegra e vivace come la sera precedente. Di nuovo era ringiovanita! Parlammo, come è naturale, della discussione imminente.

— È pronto lei? — avevamo chiesto, la signora ed io, al Cavalcanti, raccomandandogli di difendere bene Shakespeare contro i «barbari» dell’America.

Scherzammo un po’ intorno all’imminente discussione; si ragionò poi di cose di poco momento; sinchè, un po’ repentinamente, la signora Feldmann mi domandò se davvero negli Stati Uniti il marito possa fare divorzio all’insaputa della moglie, senza neppure avvertirla. Durante il mio soggiorno in America, il signor Gilder, allora direttore del «Putnam’s Magazine», mi aveva ragionato a lungo di questo argomento: ero quindi in grado di rispondere seriamente a questa domanda: ma siccome l’argomento si prestava, mi venne l’idea di sbizzarrirmi un po’ in paradossi ed esagerazioni.

— Altro che, se è possibile! — dissi. — L’America del Nord è la terra promessa dei mariti scapati. Mi ricordo, a bordo del «Savoie», un giorno, ho sentito dal mio lettuccio due emigranti che parlavano fuori, sul ponte, proprio sotto il finestrino della mia cabina. Uno era croato l’altro veneto; parlavano italiano, dunque, e il croato, un emigrante incallito, diceva all’altro che era un novizio: «Gran paese l’America! Ci si piglian tante mogli quante uno vuole!»

La signora sorrise e non disse nulla: invece l’ammiraglio:

— Ma non è possibile, — esclamò risentito. — In un paese civile....

— È invece una cosa semplicissima, — risposi con l’aria più candida. — Molti Stati permettono di chiedere il divorzio, se l’altro coniuge dimora in un altro Stato, con quello che nel diritto americano sichiama il «constructive service», cioè senza citazione personale, come si trattasse di un processo «in rem o quasi in rem» e non «in personam»: basta, per esempio, pubblicare la citazione nei giornali del luogo. Orbene: se la moglie risiede in un altro Stato o all’estero, il marito cita la moglie per via dei giornali; la moglie naturalmente non li legge; al giorno stabilito il marito comparisce solo soletto innanzi al Tribunale, ottiene la sentenza, e....

— Ma c’è una cosa al mondo più personale dello stato civile? — protestò l’ammiraglio.

— Lei dimentica — risposi — che l’America del Nord è una federazione di Stati. Imposta la citazione personale, il coniuge offeso dovrebbe citare il coniuge colpevole innanzi alla corte dello Stato dove costui risiede; il che vuol dire che il coniuge colpevole, mutando residenza, potrebbe scegliersi lo Stato e la legge sui divorzio più favorevole. Per evitare questo scoglio....

— Sono andati a dar di cozzo in quell’altro! Un bel guadagno! — interruppe brusco l’ammiraglio.

— Ammiraglio, — risposi — le leggi si possono paragonare ad automobili, che vanno per strade tortuosissime; guai se a certe voltate corressero difilate! Rovescerebbero! Del resto, si consoli. La suprema corte di Washington a riconoscere esplicitamente il divorzio come una procedura «in rem», non ci si è decisa mai. Anzi una volta, credo, ha affermato di non riconoscerla per tale. Ma poi, posto il principio, non ha osato trarne le conseguenze logiche; e allora c’è chi dice che, in forza di quella sentenza, i divorzi fatti con il «constructive service» non sono validi in tutta l’unione, ma solo nello Stato in cui la sentenza fu pronunciata. Cosicchè accadrebbe questo: che divorziati quando sono nello Stato, lui e lei ridiventano marito e moglie quando ne escono. Nello Stato ambedue possono sposarsi di nuovo; ma se escono dolio Stato ciascuno con il nuovo legittimoconiuge, commettono adulterio con lui, appena varcato il confine, se vanno per esempio da New-York a Filadelfia, che son distanti, come lei sa, due ore di ferrovia. Se uno dei coniugi, poniamo la moglie, abbandona lo Stato, il marito rimanendo nello Stato continua ad essere scapolo, ma viceversa ha una moglie; e la moglie, ridiventata tale, non ha marito, perchè lui è sempre divorziato. Insomma c’è una moglie senza marito e uno scapolo con moglie....

— Ma questo è un manicomio! — protestò l’ammiraglio.


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