V.

— È il diritto! — risposi.

La signora aveva ascoltato questo discorso in silenzio, sorridendo come al solito, non però nel solito modo, tutta lampi vivi e scoppi schietti di allegria, ma con una insistenza immobile delle labbra che mi parve quasi sforzata ed assente. Ma i servi incominciavano a sparecchiare: l’Alverighi e il Cavalcanti uscirono, per fumare un sigaro sul ponte, prima di incominciare la discussione: uscirono anche l’ammiraglio e la signora, parlando sottovoce tra loro. Eravamo intesi che ci troveremmo nel salone superiore alle nove. Alle nove infatti, scherzando e sorridendo sulla sorte del sempre sventurato «Amleto», salivamo tutti, anche la Gina, che, sentendosi bene, voleva ascoltare la discussione, al salone superiore, piccolo, basso, roseo, elegante, scricchiolante e tremolante con la gran mole su cui posava. Non so chi aveva disposto intorno ad un tavolo, a semicerchio, parecchie sedie, e nel mezzo, di fronte proprio al tavolo, una poltrona: questa fu assegnata, senza discussione, alla signora Feldmann: — «Συνἐδριον κατασκευἀσωμεν», come dice Platone, — mormorò il Rosetti: ci sedemmo tutti a caso, con un sussiego di serietà non scevro di qualche ironia; e quando ebbe ottenuto il necessario silenzio, il barbaro, l’Alverighi, al tavolo, con dinanzi aperto il volume, incominciò a parlare.

— Tanto per cominciare, la prima scena è inutile. Provatevi a leggere la tragedia saltandola, e vedrete! Ma che bisogno c’era di far apparire nella prima scena lo spettro a Orazio, a Marcello e a Bernardo, se questi subito dopo, nella seconda, raccontano la apparizione ad Amleto? La prima scena è inutile, non solo; ma indebolisce la scena capitale dell’atto, quella in cui lo spettro del padre apparisce ad Amleto: perchè lo spettatore lo ha già visto, il terribile fantasma....

E si fermò un istante, guardando il Cavalcanti, come per aspettare se obiettasse. Ma il Cavalcanti tacque.

— La seconda scena, invece, mi piace — proseguì l’Alverighi. — Il re fa una bella parlata agli ambasciatori che spedisce in Norvegia; poi Laerte domanda licenza di ripartire per Parigi: indi il re e la regina si rivolgono ad Amleto che assiste all’udienza vestito a lutto, taciturno e cupo. Amleto entra in iscena bene, con un pezzo di vigorosa poesia:

Seems, madame! Nay, it is: I know not seems....

Seems, madame! Nay, it is: I know not seems....

Seems, madame! Nay, it is: I know not seems....

e poi nel monologo:

O! that this too too solid flesh would melt.

O! that this too too solid flesh would melt.

O! that this too too solid flesh would melt.

Sebbene le imagini con cui Amleto esprime il suo dolore siano tutte strambe, contorte, barocche, di pessimo gusto, appestate dal più brutto secentismo....

E ascese questa progressione retorica di aggettivi, alzando la voce ad ogni scalino e guardando di nuovo il Cavalcanti, che neppur questa volta si mosse.

— Orazio, Marcello, Bernardo, — continuò, — raccontano l’apparizione ad Amleto; e Amleto vuol parlare allo spettro. Arriviamo senza inciampi alla terza scena; è una scena secondaria che dovrebbe preparare i futuri episodi d’amore: Laerte prima e Polonio poi parlano ad Ofelia dell’amore di Amleto avvertendola di stare all’erta. Possiamo sorvolare. Ma eccoci alla scena quarta e qui ricominciano i guai. Amleto, Orazio, Marcello arrivano sugli spalti per aspettare lo spettro: nel vicino castello squillano trombe e tuonano cannoni: il re gozzoviglia.... E Amleto allora che fa? Fa una lunga tirata sull’intemperanza e sui vizi degli uomini.... Ben collocata, davvero. Me lo spieghi lei, di grazia, signor Cavalcanti, se Shakespeare è un insuperabile pittore di anime: per qual ragione Amleto fa proprio in questo momento questa predica al colto e all’inclita? Non aveva altro di meglio da fare?

Ma anche interrogato per nome, il Cavalcanti tacque.

— Le par che fosse il momento quello, per il poeta, — insistè l’altro — di voltare il suo loquace burattino verso il pubblico e di mettergli in bocca questa cicalata proprio nel momento in cui Amleto dovrebbe aspettare, con l’anima carica di dubbii angosciosi, l’ombra del padre ucciso? L’avrebbe fatto parlar così, lei, in un suo dramma? Mi risponda di grazia: sì o no?

Se il Cavalcanti amava meglio, anzichè discutere, assistere allo spettacolo interessante delle altrui discussioni, sapeva tuttavia, quando occorreva, — era un diplomatico, non dimentichiamolo — argomentare sottilmente in contrasto. E allora incominciò, non potendo più senza scortesia opporre il silenzio a quelle aperte domande forse anche sentendo, come tutti l’avevamo sentito ai primi colpi risoluti di quella critica violenta ma non sciocca, che la discussione era seria quanto bastava perchè non si potesse volgerlain burla, come avevamo fatto sino allora, almeno nel nostro pensiero. Ma parlò da principio come chi è sforzato mal suo grado.

— Amleto — egli disse — non è un uomo come lei e come me.... È uno spirito vagabondo e fantastico.... Si abbandona ai suoi pensieri e questi lo sospingono qua e là.... Dice quel che pensa così.... come gli viene in mente; ma non ragiona mai a filo di logica....

— Ma ragiona o sragiona? — ribattè pronto l’Alverighi. — Lei esita? Perchè di qui non si scappa; o ragiona....

— Ragiona, sragionando — interruppe, brusco, il Cavalcanti, come chi si decide a saltare un fosso che gli attraversa la via. — Sembra, che divaghi, eppure un nesso in tutto quello che dice, c’è; nascosto, ma c’è; solamente non è facile scoprirlo....

L’Alverighi sorrise ironico.

— Un nesso che c’è e non si vede! Sarà: ma non capisco. A ogni modo ritorneremo sulla questione tra poco.... a proposito della pazzia. Sulla fine dell’atto non ho niente da ridire; la scena dello spettro è potente. Atto secondo: Amleto incomincia a simular la follia. Poichè Amleto si finge pazzo: su questo punto almeno saremo d’accordo, spero?

— Sì e no — rispose con una certa esitanza il Cavalcanti.

— Come? sì e no? — interruppe impetuoso l’Alverighi. — Ma se Amleto stesso dice a più riprese agli amici e lo ripete alla madre, che finge? E poi come va che questo personaggio tanto vivo e tanto vero non si sa poi nemmeno con sicurezza se sia pazzo o no....

— Il carattere di Amleto — rispose il Cavalcanti un po’ impacciato — è complesso e profondo, e perciò anche involuto ed oscuro. Chi ne intende una parte e chi un’altra; e quindi ognuno può farsene un suo concetto. Per questa ragione appunto piace,interessa, attira tanti.... E poi i simulatori della follia sono sempre un po’ pazzi davvero. È cosa dimostrata, ormai. Il genio di Shakespeare ha divinato....

Ma l’Alverighi, che già mentre il Cavalcanti parlava, aveva incominciato a far dei segni di diniego impazienti:

— Ma che dice, ma che dice! — interruppe alla fine. — Shakespeare sarebbe allora anche un precursore di Cesare Lombroso? E perchè no, del telegrafo e dell’areoplano? Anche questo ci aspettiamo un giorno o l’altro, da lor signori, ammiratori di Shakespeare. Vuol sapere che cosa è questo profondo carattere di Amleto e la sua pazzia? Glielo dirò io. Il carattere di Amleto è un pasticcio fatto di cose diverse e incompatibili l’una con l’altra; e la pazzia un rottame dimenticato in mezzo al dramma per negligenza. Lei sa che Shakespeare ha tratto il suo dramma da Saxo Gramaticus. Ha letto mai, lei, Saxo Gramaticus? Ebbene lo legga: vedrà che Amleto è bambino, quando suo padre è ucciso: e quindi il suo racconto si capisce, è chiaro, è logico, è umano. Lo zio usurpa al fanciullo il potere; Amleto è trasportato da amici del padre in un lontano castello; cresce, sa che lo zio lo tien d’occhio, e per ciò si finge scemo: scemo, non pazzo: per rassicurare l’usurpatore, che non rivendicherà un giorno il trono; per salvare la pelle sua e vendicar quella del padre.... La successione al trono insomma è la ragione per cui Amleto fa le viste di essere idiota.... e sfido chiunque a dimostrare che questa ragione non sia ragionevole. Ma ecco sopraggiunge un genio sovrano, il principe dei poeti, uno spirito universale e caccia le mani nel vecchio racconto.... Gesummaria, che disastro! Mi fa ammazzare il padre, quando Amleto è già un uomo; e tutto il dramma, così semplice e umano del cronista, diventa un rebus indecifrabile. Perchè il re non è Amleto invece dello zio?Tolta di mezzo la lotta per la successione, a cui il poeta non accenna mai, anche la simulata follia doveva sparire; invece è rimasta: perchè? Probabilmente perchè si prestava a scene bizzarre che facessero smascellar dalle risa il popolaccio della platea, come lo spettro gli faceva venire la pelle d’oca. E per questo Shakespeare l’ha fatto comparire e ricomparir sulla scena....

L’Alverighi parlava ad ascoltatori ancora mal disposti, sebbene meno che da principio. Ma quando egli disse queste cose, sentimmo tutti che nessuno avrebbe saputo rispondergli. E nessuno infatti — nemmeno il Cavalcanti — rispose. L’Alverighi si godè un momento, roteando lo sguardo, la sua prima vittoria; poi continuò:

— Quanto al secondo atto io noterò solo che esso è composto di parecchie lunghe scene: la chiacchierata con Polonio, in cui Amleto fa il matto, la conversazione con Rosencrantz e Guildenstern, la lunga discorsa con i comici. Ma di tutte queste scene la ragione non si capisce che all’ultimo momento, nel monologo finale, quando Amleto accusa sè stesso di non saper agire; e dichiara di voler finalmente far qualche cosa per scoprire il vero. Insomma la situazione è questa: Amleto è perplesso: non sa se lo spettro gli abbia raccontato il vero: come accertarsi che quella apparizione non sia una insidia del demonio? E ricorre all’astuzia degli attori. Benissimo! Questa è materia tragica davvero. Che atto meraviglioso poteva darci un poeta grande davvero, che avesse annunciata prima, e poi, a poco a poco, colorita e svolta questa situazione! Il divino Shakespeare invece ha trovato il modo di guastar tutto: la situazione non apparisce agli occhi del lettore che alla fine dell’atto: e appena apparisce è già subito risoluta in pochi versi, che cascano insieme con il sipario sul capo del lettore e dello spettatore, come una mazzata! Dagliela come viene, dicono a Roma!Ed eccoci al terzo atto — proseguì sfogliando rapidamente molte pagine del libro.

Ma a questo punto mi parve di sentire oscillar leggermente la sedia. Guardai le tende delle finestre; ondeggiavano come il vento le movesse, sebbene tutte le finestre fossero chiuse. Il vapore entrava in mare mosso.

— Il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern — proseguiva intanto l’avvocato, — confabulano intorno alla follia di Amleto. Si decide di tentar la prova di Ofelia. Tutti escono, fuori che Ofelia. Amleto entra, pronunciando il famoso monologo: «To be or not to be». Bellissima disquisizione filosofica intorno al suicidio, non c’è che dire: ma io sarei molto curioso di sapere per qual ragione il poeta l’ha messa in bocca al suo personaggio proprio in questo punto. Per dipingerne la diuturna malinconia? Concedo che questa tesi si potrebbe sostenere. Al suicidio Amleto allude nel suo primo monologo (e l’Alverighi sfogliò a ritroso il libro):

Or that the Everlasting had not fix’dHis canon ’gainst self-slaughter....

Or that the Everlasting had not fix’dHis canon ’gainst self-slaughter....

Or that the Everlasting had not fix’d

His canon ’gainst self-slaughter....

Ma allora questo tremendo pensiero dovrebbe ritornare ogni tanto, nei discorsi, se è sempre lì, presente allo spirito. Invece, dopo il primo accenno e dopo questa dissertazione, silenzio completo.... Dunque anche questo è un lampo che illumina all’improvviso, per un momento, la tragedia; e poi, buona notte! Insomma Amleto si ricorda di esser lui ogni tanto; e qualche volta anche, smemorato come è, si sbaglia: ed è un altro. Del resto, se saltiamo per un momento la famosa scena della rappresentazione, un altro esempio curioso della mania che hanno tutti i personaggi di Shakespeare di filosofare a vanvera, ce lo somministra il re. Dopo la rappresentazione questa perla di re delibera di far la festa a Amleto e ne dà l’ordine: dopo la qual bellissima pensata,si sente preso a un tratto dalla tenerezza e vuol pregare: ma non può, poverino, chè si sente sullo stomaco quel peccataccio del fratricidio, e rammarica di averlo commesso, e si dispera di non sentirsene pentito: poi per consolarsi trangugia anche lui una buona pozione di filosofia; e disserta sulla preghiera, sul rimorso, sulla incorruttibile giustizia di Dio: sinchè si decide a pregare, sperando consolazione e conforto. Intanto i suoi sgherri si preparano a uccidere Amleto: a questo altro peccatuccio, il re non ci pensa neppure, nei suoi pentimenti, perchè se lui si pentiva anche di questo, come faceva a terminare il suo dramma il divino William?

Ma questo ultimo strazio di una opera d’arte a lui cara ebbe la virtù di risvegliare finalmente nel Cavalcanti il sonnecchiante dialettico.

— Ma no, ma no, — disse con un accento insolitamente concitato — non è così che si fa la critica di un capolavoro. Lei applica ad Amleto le regole della poetica di Aristotele, i canoni della tragedia greca. Secondo Aristotele, lo so, le tragedie di Shakespeare apparterrebbero al genere peggiore, l’episodico, come Aristotele lo chiama: ma io protesto che è arbitrario e prepotente applicare i canoni fatti per un’arte ad un’altra, posteriore, diversa, maturata in altro tempo. No: l’arte non è una sola, mai: prende forme diverse: muta di continuo: è antichissima e sempre nuova. Ci fu il dramma greco; ebbe le sue regole; voleva unità d’azione, semplicità di intrecci, rapidità di svolgimenti, graduazione di effetti, proporzione di parti.... E dei caratteri semplici, evidenti, perspicui, da vederci attraverso come a un cristallo. Ma perchè abbiamo la fortuna di possedere dei capolavori immortali in questo genere d’arte, non ci sarà arte fuori di quei capolavori? Shakespeare descrive le passioni violente, i caratteri squilibrati, le anime barcollanti nella sublime vertigine dell’infinito. Tutti quelli che lei chiama difetti,bisogna considerarli da questo punto di vista, e allora son pregi, e che pregi! Sicuro: le sue imagini sono spesso contorte e strane, ma perchè egli vuol dipingere stati d’animo convulsi e tempestosi. Lei dice che nel secondo atto la situazione è risoluta ad un tratto, in pochi versi, alla fine, senza preparazione adeguata; ma certo, perchè tale per l’appunto è l’arte di Shakespeare: non ha sfumature: scoppia ogni tanto in un gran lampo improvviso che sfolgora in grembo all’infinito e si spegne; è pieno di sorprese e sussulti....

— Come l’America, — pensai, ricordando i discorsi della signora.

— Il poeta che vuol dipingere le grandi bufere dell’anima — continuava il Cavalcanti — non può scrivere come Virgilio o come Racine. La prima scena del primo atto è inutile, dice lei; anzi all’opposto: il lettore ha già visto lo spettro, ha già tremato e quindi aspetta con ansia maggiore che lo spettro ricomparisca, non più a degli estranei ma al figlio. In un dramma greco questa scena sarebbe ridondante, siam d’accordo: ma in un’arte come quella di Shakespeare la ridondanza è necessaria; non è un difetto, è un pregio. Lei dice che i personaggi ragionano a vanvera.... E quante volte non ragioniamo noi a vanvera nella vita? Nella vita c’è forse solo l’ordine, la simmetria, la pace, la misura? No: c’è anche il turbine, la guerra, il caos, la montagna, il ghiacciaio.... Non lo dimentichi; l’ammirazione di Shakespeare si è diffusa insieme con la passione dell’alpinismo e non per caso!

Non avevo mai sentito il dolce Cavalcanti parlar con tanta foga. L’ultima parte però del suo discorso non era stata ascoltata con attenzione così piena come la prima; perchè il pubblico incominciava a sentir le oscillazioni della nave, a agitarsi e a distrarsi. Mi domandai un momento se le ondate del marenon spazzerebbero via, dal salone, tra poco, filosofia e filosofanti. L’Alverighi intanto che, strano a dirsi, aveva ascoltato questo discorso sorridendo con palese compiacimento, chiuse il libro che aveva innanzi, lo gettò in disparte, e:

— Alla fine! — esclamò. — Ce n’è voluto: ma ci siamo. Benissimo! Lei ha ripetuto a proposito di Shakespeare proprio quello che io avevo detto di New-York. Se ne ricorda? Che la natura non è fatta a squadra: e che perciò lo sproporzionato, l’ineguale, il violento possono e debbono essere ragione di bellezza, come sono forza della vita.... New-York è a petto delle architetture classiche proprio ciò che Shakespeare è a petto di Sofocle. Non si potrebbe ammirar l’uno e spregiar l’altra senza peccare di incoerenza. Quindi quando lei mi obiettò che l’armonia, la proporzione....

Ma il Cavalcanti non lo lasciò continuare.

— Adagio! Lei corre troppo! — interruppe reciso. — Chi nega che ci sia un’anima di nuova bellezza anche nel disordine selvaggio di New-York? Io no. Ma io non voglio per questo negare, come fa lei, la bellezza delle vecchie città dell’Europa. Per questa via non la seguo. La bellezza non è una sola; è multiforme; anzi è una cosa infinita. Io penso che lo spirito umano è capace di creare infinite bellezze; e perciò non bisogna imporgli condizioni, barriere, restrizioni o regole arbitrarie; ma sforzarsi invece di acquistare una infinita capacità di capire e ammirare, come infinita è la capacità di creare. Io ammiro Sofocle e Shakespeare, Shakespeare e Molière, Rossini e Wagner, senza sforzo, anzi raddoppiandomi dall’uno all’altro il piacere. Lei sorride? Lo so: noi Americani saremmo i provinciali della cultura moderna, perchè restiamo così, a bocca aperta, dinanzi a ogni cosa bella. Ebbene vi dirò allora che in questo almeno gli Europei avrebbero molto, ma molto da imparare da noi. Io venero l’Europa comemadre e maestra: ma non capisco perchè essa si ostini a voler empire di discordie e di guerra anche le regioni dei cieli, anche l’eterna serenità dell’Olimpo.... Per qual ragione non può essa affermare o ammirare una verità o una bellezza senza negarne o spregiarne un’altra? Come accade che ogni scienziato, filosofo, letterato o artista che sia, nel vecchio mondo, appena gusta i frutti dell’albero sacro, si crede l’unico; e smania di fare il deserto intorno a sè; e vuol dondolarsi nell’infinito, da solo, a cavalcioni del piccolo frammento del tutto che è suo; e diventa un dio iroso e crudele, che cerca di annientare e nega tutto ciò che è fuori di lui: il potere, di cui non fa parte; la ricchezza, se non la possiede; la tradizione, se è un uomo nuovo; la scienza, se è un artista o un filosofo; la filosofia e l’arte, se è uno scienziato; la giovinezza, quando è vecchio: il futuro, poichè egli vive nel presente? Perchè laggiù ogni ingegno, appena è fatto adulto, vuol provare a sè e agli altri la sua forza nascente, facendo una strage? Precipitarsi su quanti accanto a lui lavorano lo stesso campo, come su nemici mortali? Assalire le dottrine tutte che divergono dalle proprie, le scuole a cui non è ascritto, le tendenze da cui dissente, come se la varietà fosse un pericolo mortale nel regno del pensiero e della bellezza? No: noi Americani pensiamo che la verità è un tesoro nascosto, come l’oro della Vecchia Montagna che abbiamo visitata con l’amico Ferrero, nella dura roccia della ignoranza; che ogni uomo non può raccoglierne se non qualche pagliuzza con fatica infinita: perchè dunque rischiare di perdere l’oro, per rissare intorno al miglior modo di estrarlo, come voi fate? Noi vogliamo che lo spirito umano adorni il mondo con quanta maggiore bellezza può; e troppo della bellezza rispettiamo ogni forma — diteci pur barbari per questo, o orgogliosi Europei — per non sentirci tenuti a lasciar tutte le arti e tutte le operedel genio umano esser belle a modo loro; per osar di sforzarle a una bellezza impossibile e di nostro capriccio. Se questa è barbarie, d’esser barbari noi siamo fieri, o uomini del vecchio mondo!

La filosofia aveva per un istante sedati i moti del mare. E tutti prorompemmo, Europei e Americani, in applausi e grida di bravo! Questo soffio di profondo, sincero, universale amore del vero e del bello, che spirava dall’America, dal Brasile, dalla città adagiata in grembo alla foresta vergine, ci aveva tutti commossi. Ma gli applausi e le grida avevano interrotta la conversazione; e due camerieri, che da qualche tempo aspettavano in disparte, ne approfittarono, per entrar nel circolo, posare sul tavolo dell’oratore due vassoi carichi di bicchieri e accingersi a cavare i turaccioli di parecchie bottiglie di Champagne. Chi offriva era il signor Vazquez, un amico dell’Alverighi che viaggiava con lui. Era costui un uomo di cinquanta anni, piccolo e grassoccio; e apparteneva a quel ceto di ricchi possidenti argentini, intelligenti, industriosi, intraprendenti, che l’Europa così poco conosce e che da mezzo secolo, prevalendosi abilmente della copiosa immigrazione e del rincaro delle terre, vanno gettando un mantello di floride coltivazioni sull’immenso corpo della repubblica, ancor quasi ignudo mezzo secolo fa. Il Vazquez nella provincia di Mendoza possedeva terre accanto a quelle dell’Alverighi: e andava con lui in Europa per trovar mezzi a irrigarle e nel tempo stesso per tentare di aprire spacci di carne agghiacciata nei paesi dell’Europa continentale, che ancora si cibano di sola carne paesana. All’irrompere dei camerieri entro il nostro circolo parecchi si levarono in piedi; si alzò pure l’Alverighi e venne in mezzo a noi, mentre i camerieri incominciavano a mescere; ma lì fu subito aggredito di fronte, saettato da destra, bersagliato a sinistra.... La signora Feldmann gli dichiarò che aveva capito abbastanza bene, ma che la scena dellospettro, recitata da Mounet Sully alla Comédie Française, era meravigliosa; l’ammiraglio diceva che, a posto o fuori di posto, il famoso monologo era uno dei più bei squarci di poesia; la Gina difese Ofelia; il Cavalcanti cercò di spiegare con nuovi argomenti le contradizioni di Amleto.... E tutti parlavano con veemenza, quasi come chi ritorce un’offesa personale.

— L’ammirazione di Shakespeare è proprio ormai una religione universale — pensai.

Invano infatti il bersagliato critico cercava di rispondere a tutti, chè tutti parlavano ad una volta, l’uno troncando spesso con una nuova obiezione la risposta fatta all’altro. Stanco alla fine l’Alverighi si svincolò da quella ressa e voltosi al Vazquez alzò un poco il bicchiere che teneva in mano:

— È proprio squisito — dicendo in spagnuolo — questo vino.

Sorridendo il Vazquez mostrò di gradire il complimento: ma uno dei mercanti astigiani che, forse attratto dall’odore del vino, era comparso allora allora in mezzo a noi insieme con il dottore, rivolgendo il discorso in italiano all’Alverighi:

— È eccellente — concesse. — Non lo nego: io conosco però del Canelli che non ha nulla da invidiare a questo.... Lei non ci crede? Già, perchè è un vino italiano! Ma glielo vorrei servire con una fiammante etichetta francese....

— Tutti i popoli — disse con fare sprezzante l’Alverighi — vogliono ora fabbricar dello Champagne: anche gli Argentini! È il solo prodotto cattivo dell’agricoltura argentina.

— Insieme con la carne in gelo — aggiunse imprudentemente il dottore.

Non l’avesse mai detto! Chè subito il Vazquez e l’Alverighi protestarono la carne agghiacciata essere la migliore del mondo; e se ne accese una discussione, che in pochi minuti divampò furiosa. Anche Shakespeare fu messo in disparte! E chi sa quanto tempola nuova discussione avrebbe durato, se per fortuna ed in buon momento, inflettendosi d’improvviso a babordo, la nave non avesse fatto barcollare i disputanti e ruzzolar dal tavolo sul pavimento due bicchieri. Al rumore che fecero i cristalli infrangendosi ci voltammo tutti; l’ammiraglio uscì per dare un’occhiata al tempo; il mercante astigiano e qualcun altro lo seguì; la signora Feldmann ritornò a sedersi; gli altri a poco a poco la imitarono, tranne l’Alverighi che rimase in piedi, appoggiato e mezzo seduto sul tavolo, con le braccia conserte; e dopochè l’ammiraglio ritornando ci ebbe annunciato che ne avremmo sino all’alba, la discussione ricominciò per iniziativa del Rosetti, che sino ad allora non aveva aperto bocca.

— Io desidererei sapere — egli disse — una cosa: se lei ammira, sì o no, «Amleto». Perchè questa è la sola cosa che non ho capita. Ieri lei ha sostenuto che New-York è la più bella città del mondo; questa sera ci dice che la sua architettura può essere raffrontata a un dramma shakespeariano; ma dopo aver fatto una critica spietata di questo dramma. Se «Amleto» è un brutto dramma, anche New-York dovrebbe essere una brutta città, mi pare....

Il Rosetti, che aveva davvero capita l’argomentazione dell’Alverighi, la colpiva in una congiuntura vitale. Ma l’Alverighi sorrise con un fare sicuro, come chi ha pronta la risposta:

— Benissimo, ci siamo — egli disse, incrociando le braccia. — Lei ha ragione: questo è il punto capitale. Il signor Cavalcanti cita come esempio l’americano che ammira le due forme opposte dell’arte, quando ci sono, mentre l’europeo ne ammira una e disprezza l’altra; io penso invece che ciascuno deve esser libero di far quel che gli piace: ammirarne una sola, tutte e due, nessuna. Ieri sera ho sostenuto che New-York è la più bella città del mondo, così, per spirito di contradizione: ma riconosco che chivoglia può sostener l’opposto con argomenti egualmente buoni.

E qui si volse al Cavalcanti.

— Io le chiesi ieri sera in nome di qual principio o criterio lei poteva affermare che New-York è brutta. Orbene: ci vuol poco a vedere che questo principio o criterio non c’è: che di un’opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, che è bella e che è brutta, che è un capolavoro ed un orrore. Per esempio: uno scrittore è limpido e chiaro? Se lo voglio vilipendere, lo accuserò di essere superficiale, dozzinale e giornalista. Uno scrittore è oscuro? Dirò che è profondo, trascendente, pieno di sensi arcani, se lo voglio ammirare. Viceversa: se un poeta, se un romanziere, se un musico profondo quanto l’Oceano che traversiamo, mi è a noia, chi mi potrà impedire di accusarlo di esser pesante, oscuro, involuto? Il carattere di Amleto è oscuro e contradditorio, dico io. Ma che!, mi risponde lei. È profondo. La prima scena di «Amleto» è superflua, io dicevo, anzi dannosa, perchè smorza l’effetto della scena seguente, in cui lo spettro del padre apparisce al figlio. Lei mi ha risposto: anzi l’accresce, preparandola: è quindi necessaria. L’ultima scena del secondo atto è difettosa, perchè, aggiungevo io, non è preparata. Anzi, mi ha replicato lei, perchè non preparata, sorprende e quindi commuove maggiormente il lettore. Nel ragionamento mio la preparazione una volta era un difetto e una volta un pregio: nel suo invece inversamente era un difetto e un pregio l’impreparazione. Ieri sera ci accapigliammo per New-York e Parigi, come stasera per «Amleto»: ma è chiaro che in tutte le arti, l’armonia della composizione, la studiata proporzione delle parti può esser tacciata di compassata freddezza: viceversa, un’arte impetuosa, traboccante, ineguale può esser giudicata barbarica, lutulenta, grossolana. Petrarca e Victor Hugo: Racine e Shakespeare: Parigi e New-York. Insomma chiunque abbia unpo’ di cervello non è mai a corto di buone ragioni per dimostrare che quel che gli piace è bello e quel che gli dispiace è brutto. Ne vuole una ultima prova? Ho qui la traduzione dello Shakespeare fatta dal Rusconi; alla fine di ogni tragedia c’è il giudizio degli Schlegel: stia a sentir che cosa dicono di «Amleto».

— Roba vecchia, gli Schlegel! — interruppe il Cavalcanti. — Se lei cerca il vero Shakespeare negli Schlegel!

— Poco importa — replicò l’Alverighi. — Ogni critico che sopraggiunge crede di esser lui il primo a capire e a scoprire il suo autore; per me valgon tutti egualmente, cioè zero; ma in questo caso c’è un fatto che non è una opinione: ed è che gli Schlegel sono stati i grandi impresari della gloria di Shakespeare in Europa, un secolo fa. Stia dunque a sentire quel che dicono cotesti signori. «L’Amleto è unico nella sua specie: è la tragedia del pensiero. Ispirata da meditazioni profonde e non mai compiute» (cioè, direi io, senza capo nè coda) «sul destino umano e sulla buia confusione degli avvenimenti terrestri, essa eccita le medesime meditazioni nell’animo dello spettatore. Un’opera tanto difficile somiglia a quelle equazioni irrazionali che non si possono mai sciogliere, e in cui resta sempre una frazione di grandezza sconosciuta». Non esprimerebbe lo stesso pensiero, ma nella forma inversa, chi dicesse che la tragedia è spropositata, incomprensibile e assurda? Continuiamo. «Nessun pensatore che lo esamini potrà concordare interamente con quelli che lo precedettero nella sua maniera di considerare il senso di ciascuna parte e la loro congiuntura». In altre parole: oscurità e imprecisione. «Ciò che sopratutto deve recar meraviglia è, come un’opera, ove son tanti disegni nascosti e la cui base giace in tanta profondità, sembri fatta, a prima giunta, per piacere alle moltitudini». Un nemico direbbeche «Amleto» è un drammaccio da arena diurna, lardellato a caso di tirate filosofiche. E lo dice anche il nostro critico, sul finire del giudizio, ma a modo di elogio, perchè a lui questo pasticcio indigesto di fattacci sanguinari e di filosofia fuori di posto, gli piace! «Il poeta si perde con il suo eroe in un labirinto di pensieri che non hanno nè capo nè fine, e il cielo medesimo sdegna di rispondere, per mezzo degli avvenimenti, alle domande che gli vengono rivolte.... I colpevoli è vero, sono alla fine puniti, ma solo per una specie di caso....» Cioè le azioni e i discorsi sono nel dramma egualmente incoerenti ed assurdi. Chi si contenta, gode!

E chiuse il libro di colpo.

Il Cavalcanti tacque un istante, quasi per accertarsi che l’Alverighi aveva finito; e quindi:

— Ebbene? E ne conchiude?.... — interrogò, breve e tranquillo.

— Che cosa conchiudo? — replicò un po’ impazientito l’Alverighi. — Ma quante volte lo devo ripetere? Ne conchiudo che quella che noi chiamiamo la bellezza delle cose non è una loro qualità intrinseca ma una nostra opinione; e che quindi non c’è autorità al mondo che possa decidere se New-York è bella o è brutta....

Il Cavalcanti si strinse nelle spalle e:

— Perchè i nostri ragionamenti sul bello — disse — sono fallaci? Ma lei dimentica, mi pare, che l’arte è un sentimento, non una idea o una teoria.

Volgendo a caso in quel momento gli occhi, vidi la signora Feldmann che, appoggiato il gomito destro sul ginocchio, reclinata la fronte sulla palma della mano, le aveva fatta del braccio colonna; e l’ammiraglio la guardava. Intanto il Cavalcanti continuava.

— Non le è mai capitato, vedendo un quadro, ascoltando una musica, leggendo una poesia, osservando un paesaggio, impreparato, non prevenuto, sgombroda ogni preconcetto, di sentirsi prorompere dal fondo dell’anima il grido: quanto è bello! Non ha anche lei provata, davanti al camposanto di Pisa, al colonnato di San Pietro, guardando l’«Amor sacro e profano», leggendo una lirica di Victor Hugo, una gioia, una delizia, un rapimento, quasi un breve delirio di piacere, pronto, impensato, intimo, spontaneo, liberissimo? Ma la bellezza, è quella; è quel non so che, che nelle opere d’arte, in certi oggetti della natura, ha la virtù di suscitare in noi, immediatamente, questo fremito di piacere. Lei stesso del resto dicendo che bello è quel che piace, non ha forse ammesso che la piacevolezza è l’essenza dell’arte? Lei mi chiederà perchè questi oggetti e queste opere hanno questa virtù. Mistero! In che consiste propriamente questo piacere? Mistero! Ma il piacere che noi proviamo non è una illusione; chiunque ne può far fede: è una delle poche cose di cui noi possiamo esser sicuri, appunto perchè è un sentimento: perchè noi non conosciamo la vita se non in quanto la sentiamo.... Il ragionamento può chiarire o annebbiare il sentimento del bello, come ogni altro sentimento; non può nè generarlo nè spegnerlo. Ragionate quanto volete; il piacere che io sento davanti alla Venere di Milo, lo sentirò sempre. E sinchè lo sentirò se altri ragiona, argomenta, sofistica il pro ed il contro intorno alla bellezza di Venere, pazienza! La autorità, io la porto dentro di me, infallibile! Lei è un filosofo; e non occorre che queste cose gliele spieghi a lungo....

— Io non sono un filosofo, sono un uomo che non ha tempo da perdere, neppure a bordo del «Cordova» — replicò un po’ brusco l’Alverighi. — E perciò, senza tante circonlocuzioni, le dico: siamo d’accordo: il bello è un quid che ci dà un piacere, quasi direi per immediato contatto.... Ma che piacere è questo piacere? «That is the question», come dice proprio Amleto; e io non mi contento di rispondere, come falei: mistero! Io mi domando: è forse quel piacere che nasce dal bisogno? No. Un bisogno innato o acquistato per abitudine è anch’esso un quid che genera piacere e dolore: piacere quando è soddisfatto; dolore quando non è soddisfatto. Ora l’arte ci dà piacere quando la possiamo godere, ma non soffriamo invece, quando ci manca: quindi non è un bisogno; e per questo anzi gli uomini la amano tanto, perchè può esser fonte di piacere sempre, di dolore mai. Non le pare?

Il Cavalcanti mi parve esitare.

— Se però — osservò con una certa titubanza — lei leva di mano a un grande scultore il suo scalpello, o chiude in carcere un poeta senza penna e carta....

— No, non intendo questo.... All’artista che crea, l’arte è lo strumento della propria bravura: ne ha dunque bisogno, come il banchiere ha bisogno di denaro e il maestro di equitazione di cavalli.... Io parlo di chi gode l’arte. Supponga un uomo che sia ammiratore fervidissimo di Dante e nello stesso tempo arrabbiato fumatore come è, mi pare, il signor Rosetti; e che sia condannato al carcere per sei mesi con l’alternativa: o senza sigari o senza Dante.... Che cosa sceglierà?

Ridemmo tutti; e il Rosetti osservò scherzosamente che il fumare era più che un bisogno, era un vizio!

— Altra prova — continuò l’Alverighi. — Che cosa si giudica in arte: la qualità o la quantità? Il giudizio estetico è il giudizio qualitativo per eccellenza: non tiene conto mai della quantità: sempre, dovunque, in ogni arte una cosa bella avrà più pregio che cento brutte. Ma chi non sa che l’uomo discerne e gusta meglio le qualità delle cose, a mano a mano che glie ne scema il bisogno? Più ho fame, e meno fo differenza tra un rozzo pan di soldato e il più prelibato pasticcino: anzi vorrò piuttosto un grosso pane di soldato che uno squisitoma minuscolo pasticcino. Se nell’arte noi giudichiamo solo la qualità, se non teniamo mai conto della quantità è chiaro che non ne abbiamo bisogno. L’arte è dunque un piacere senza bisogno: ne gioisco, quando posso goderne, non soffro se ne son privo. Siamo d’accordo?

Infervorato nel suo discorso, l’Alverighi non si accorgeva che oltre il Cavalcanti, solo il Rosetti, impassibile come sempre, stava attento: gli altri non più, parte perchè un poco affaticati dalla sottigliezza di queste ultime controversie, parte perchè distratti dai movimenti della nave e dalla signora Feldmann, che si era di nuovo ridrizzata e sulla cui faccia si leggeva la stanchezza che precede il sonno. Non appena quindi il Cavalcanti ebbe assentito, senza badare agli altri, parlando a lui, subito l’Alverighi continuò:

— Appunto perchè l’arte è un piacere senza bisogno, un piacere disinteressato e libero, il piacere dell’arte è incerto, vago, nebuloso. Quando ho fame e mangio, sono sicuro che il mio pane è squisito. Il piacere che provo quando appago un bisogno è così intenso, che non dubito di quel che sento. Quanti dubbi invece, quando cerco di accertare che sorta e qualità di piacere certi oggetti e certe opere dell’uomo suscitano in me, perchè sarebbero «belle»! A certi momenti lo sento, quel piacere, a certi altri no, e questo mutamento non riesco a capire da che dipenda; qualche volta invece dubito se lo sento o non lo sento; mi par di sì, mi par di no; faccio uno sforzo per chiarire me a me medesimo e non ci riesco. Non di rado m’accorgo che non sono d’accordo con i miei simili: talora lo sento io e i miei amici, no; o viceversa. Lei mi dirà che occorre chiudersi in sè; intrinsecarsi, come diceva un mio vecchio professore di filosofia; ma quanti sono gli uomini capaci di ammirar soli una opera d’arte, disprezzata da tutti gli altri? Urtata dall’altrui disparere,l’opinione mia vacilla; ho bisogno di puntellarla; e come posso puntellarla, poichè il sentimento è oscuro, se non ragiono? Ed ecco che l’incertezza del sentimento mi spinge a cercar di ammirare per ragionamento. Inquieto e scontento, afferro la lampada della ragione e con quella scendo nel fondo tenebroso della mia coscienza, per illuminare me stesso, a sapere se veramente quel che sento è bello! Disgraziatamente la ragione si burla di me; la sua lampada gira di continuo e mi confonde gli occhi con un barbaglio saltellante di ombre e di luci; le sue risposte sono ambigue come quelle della Sibilla; io non capisco più nulla....

— Mi pare che l’onda si faccia più grossa, — disse a questo punto, sottovoce, la signora Feldmann all’ammiraglio, aprendo a fatica gli occhi ormai quasi socchiusi dal sonno.

L’ammiraglio la guardò: le mormorò qualche parola all’orecchio; si volse a guardare il Cavalcanti.... Avrei detto che stava per levarsi e interrompere la discussione; quando il Rosetta mosse una breve domanda:

— Ma quale sarebbe allora, secondo lei, l’ufficio della critica?

— Critica ed estetica? — rispose l’Alverighi. — Ma sono mestieri buoni per i ciarlatani, i quali hanno la faccia tosta di dare ad intendere che essi sanno ciò che è bello e ciò che è brutto....

Ma a questo punto l’ammiraglio ruppe gli indugi, perchè la signora Feldmann cascava dal sonno. Trasse l’orologio e:

— Signori, — disse, — sono le undici e mezzo. Non abusiamo della pazienza di queste signore. Abbiamo due settimane di tempo per terminar questa discussione.

Ci levammo tutti; ma l’Alverighi raggiante di gioia. Gli si leggeva in faccia l’esultanza di aver potuto finalmente sfogarsi, e vittoriosamente sfogarsi: perchèegli era rimasto, sino all’ultimo, padrone del terreno. Scendendo infatti la scala dietro l’ammiraglio, che dava il braccio alla signora Feldmann, lo udii dirle:

— Eppure, pur troppo, è così, signora: in Brasile lei incontra già qualche giovane che giudica New-York più bella di Parigi. Non sono molti, no, ancora, ma....

E non aggiunse parola. La signora sbadigliò.

— Ma perchè doveva nascer proprio in quella testa e a Rosario, sulle sponde del Paranà, questa idea? — mi chiedevo, poco dopo, spogliandomi.

E nella piccola cabina rivedevo con gli occhi della mente il magno fiume fluir lento e giallo, sotto il grande arco azzurro del cielo, nella pianura solitaria, tra le sponde lontane e basse, verdi e deserte, a destra e a sinistra. Che l’Alverighi avesse ragionato meco a lungo, sulle rive del Paranà, delle ricchezze dell’America e del progresso del mondo, non mi meravigliava: strano invece mi pareva che avesse ragionato, e non male e originalmente, dell’arte e della bellezza a bordo del «Cordova». Poichè tra le molte e bizzarre cose dette da lui quella sera, una verità, risplendeva allora, a ripensarci, così semplice e così luminosa ai miei occhi, che non potevo capacitarmi come a nessuno fosse venuta in mente prima che a lui. Invano infatti frugavo nei ripostigli della memoria, se per caso qualche gran luminare della filosofia paesana o straniera non l’avesse già scoperta da un pezzo: no, in nessun libro antico o moderno mi era accaduto mai di leggere un simile pensiero: eppure era vero, verissimo, che l’arte è un piacere senza bisogno,di solito incerto, vago, malsicuro, oscillante: che oggi lo sento, domani no: che all’uno pare, all’altro non pare: che va e viene misteriosamente: e gli uomini invano si sforzano di precisarlo, di chiarirlo, di metterlo in comune con il ragionamento, spiegando e giustificando altrui quel che sentono e perchè lo sentono. E vero era anche che di ogni opera d’arte la ragione può dimostrar quel che essa vuole: che non ci è mezzo alcuno di definire tra due contendenti ostinati nessun litigio intorno al bello ed al brutto.... Spensi il lume e ripensai a lungo a queste cose: e a poco a poco, la gloria di tanti capolavori ammirati, il ricordo del piacere ricevuto da tante opere del genio umano, i canoni e i principii d’arte professati di solito con prepotente alterigia parvero sciogliersi in una ondeggiante incertezza, che si distendeva come una nebbia sulla faccia del mondo, confondendo ogni cosa. Effetto forse, non dei soli discorsi dell’Alverighi, ma anche, dell’ozio senza rimorsi che mi ammolliva, e del vino offerto copiosamente dal Vazquez; chè il vino sembra aver su me lo strano potere di affievolire la certezza dei pensieri più saldi, di distaccarmi quasi direi dalla realtà delle cose, di incalzare la mente all’infinito di perchè in perchè verso l’introvabile ultimo appoggio e sostegno di tutte le cose!

— No, — conchiusi anch’io — noi non possediamo nessun metro per giudicare la bellezza delle cose: tutte le misure che crediamo di avere fabbricate sono fallaci, soggettive, illusorie. Bello è quel che piace. L’arte non contiene altra verità che questo vago, mutevole e soggettivo piacere senza bisogno.... La formola è ingegnosa, anche se viene da Rosario....

Il mattino dopo, quando, verso le otto e mezzo, uscii dalla cabina il mare era calmo e il tempo sereno. L’ammiraglio aveva indovinato. Ma il ponte era ancora deserto. Il «Cordova» era un vapore piccolo a paragone dei moderni colossi oceanici: stazzavameno di cinquemila tonnellate e non poteva ricevere più che settanta passeggeri di classe, come si dice nel gergo marinaresco; anzi in quel viaggio ne ospitava soltanto una trentina. Poca brigata, quindi, e vita, se non beata, tranquilla: scarso il giuoco e poco rumoroso: raramente protratte oltre le due del mattino le veglie: innocente e languido il corteggiare. Passeggiai un po’ di tempo, solo, ripensando alle discussioni del giorno prima, alle mie farneticazioni della sera: poi entrai nel refettorio dove l’Alverighi faceva colazione, mentre i camerieri, in giacca di tela bianca, ordinavano la sala.

— L’America si è fatta onore, ieri sera — dissi scherzando. E non senza una punta di ironia, gli chiesi come, in mezzo alle sua faccende, a Rosario sul Paranà, nei suoi vagabondaggi attraverso l’Argentina avesse ancora avuto il tempo e la voglia di meditare sul bello assoluto, sui bisogni che generano piacere e sui piaceri senza bisogno....

Sorrise furbescamente; e:

— Io? — disse. — Ma queste cose le ho imaginate tra venerdì sera e sabato mattina.... Laggiù, non ho tempo.... Ma venerdì sera mi stizzì di sentirvi tutti a dire che New-York è brutta, brutta, brutta! Sarebbe poi la fine del mondo, anche se fosse brutta? La mangiamo noi forse, la bellezza? E ho voluto mettervi tutti nell’impaccio.... Ora a voi saltarne fuori. Ma quanto è facile fare una teoria filosofica! Se fosse così facile far dei milioni!

In terra ferma non avrei lasciata passar senza protesta questa uscita. Ma l’ozio senza rimorsi mi ammolliva: feci vista di non sentire; e continuai a scherzare: quando a un tratto deviando il discorso:

— A proposito, — disse — sa che quel signor Rosetti è un uomo intelligente? Abbiamo ragionato ancora un po’ prima di andare a letto; e mi pare che siamo d’accordo.... Lei lo conosce, credo....

Gli raccontai allora in succinto la vita del Rosetti.Nato a Forlimpopoli in Romagna, nel 1840, era stato preso nel 1860 dalla prima leva militare che il governo italiano aveva indetta negli Stati pontifici, e mandato a servire a Torino, nell’arma del genio, nella vecchia caserma di via dell’Arcivescovado, dove aveva conosciuto mio padre, che anch’esso allora serviva. Aveva potuto, pur servendo, iscriversi nella scuola di applicazione, e, nel 1865, poco dopo essere stato congedato dall’esercito, si era laureato ingegnere; ma subito era stato chiamato dal governo argentino che allora cercava in Italia professori per la sua nuova Scuola Politecnica; e a Buenos-Aires, per venti anni, dal 1865 al 1885, aveva insegnate le scienze fisico-matematiche nel Politecnico e la fisica nel Collegio Nazionale; avendo a scolari quasi tutti gli uomini che oggi governano l’Argentina, e compiendo importanti lavori di ingegneria. Aveva dunque potuto accumulare un ragguardevole patrimonio, e a quarantacinque anni ritornare in Europa, riccamente pensionato dalla gratitudine del governo argentino; disporre la sua vita con decorosa e signorile semplicità — una casa a Milano, una bella villetta a Bellaria, presso Rimini; — e poi darsi liberamente agli studi, aggiungendo alle matematiche e alle scienze fisiche, la storia, l’archeologia e la filosofia; leggendo libai di ogni qualità e sopratutto meditando per conto suo, fuori degli interessi mondani e delle dotte congreghe, sugli uomini e sulle cose del mondo. Io l’avevo conosciuto a Milano, nel 1897, — il Rosetti era cognato di Ernesto Teodoro Moneta: egli mi aveva voluto bene ed io lo avevo ricambiato di pari affetto, ammirandone la profonda bontà, la dolcezza e serenità imperturbabili, la incomparabile semplicità e saggezza, e quel sapere egualmente schivo di fare sfoggio o commercio di sè....

— È uno degli italiani — conchiusi — che hanno fatto maggiormente amare e rispettare l’Italia laggiù.Ed è un filosofo, ma a modo suo e d’altra specie che tutti noi uomini di pensiero e di penna. Noi viviamo ormai sulle nostre idee come il pastore sul suo gregge e dobbiamo mungerle ogni mattina e tosarle ogni tanti mesi. Egli invece è libero e disinteressato....

— Quanto è grande la virtù dell’America! — esclamò subito, pettoruto, l’Alverighi. — Lo vede? Perchè se fosse rimasto in Europa, sarebbe anche lui, oggi, un animale da soma o da tiro, in qualche pubblica amministrazione. E poi dicono in Europa.... — Tacque un momento, e quindi: — Abbiamo ragionato un po’ anche della discussione di ieri sera, prima di andare a letto. E mi ha dato ragione.... Anzi sa come mi ha proposto di chiamare i giudizi estetici? Rovesciabili. Mi ha detto che di ogni opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, perchè i giudizi estetici sono tutti rovesciabili. Sicuro. La formola mi piace. Il bello e il brutto si possono capovolgere l’uno nell’altro come si vuole: ogni pregio può diventare un vizio ed ogni vizio un pregio, purchè il ragionamento lo rovesci. Ben trovata, per Bacco!

Mi domandò infine come mai il Rosetti si trovasse sul «Cordova». Gli spiegai che ritornava in Argentina ogni due o tre anni per certi suoi interessi; e che questa volta aveva aspettato il «Cordova» per far da Rio a Genova il viaggio con me.

Lasciato che l’ebbi, e non avendo trovato nessun conoscente, oziai sino all’ora di colazione per i due ponti, leggicchiando, guardando il mare, rimuginando questi pensieri, chiacchierando con i passeggeri, che a poco a poco uscivano dalle cabine, tutti ormai in abiti estivi. Mi fu dato così di udire il Levi, il mercante di gioie, dir nel vestibolo della sala da pranzo a tre signore:

— Sicuro, pare che sia proprio la moglie di un miliardario. L’avevo detto io del resto.... se ne ricorda lei?... venerdì sera. Già noi gioiellieri.... Datecile perle o i diamanti di una donna e vi diciamo subito chi è!

Parlavano della signora Feldmann, naturalmente, e sognavano: perchè il Feldmann era, sì, un abilissimo finanziere e direttore di una potentissima, banca di New-York, un uomo denaroso, quindi; ma non avevo inteso nessuno a New-York assegnargli uno di quei patrimoni giganteschi del nuovo mondo, che gli uomini del vecchio si compiacciono di ingrandire ancora in imaginazione, forse per consolarsi della piccolezza dei propri averi! Ma non mi stupii che la mia tacita predizione del giorno prima si avverasse. Altre storielle incominciavano a girare per il vapore; poco prima di colazione, la moglie del dottore e la bella genovese mi dissero, serie serie, che le calze che la signora Feldmann portava costavano mille lire il paio!

A colazione così il Cavalcanti come il Rosetti mancavano; e ci perdemmo in discorsi frivoli. Dopo colazione e prima della siesta, mentre fumavamo, trassi in disparte l’ammiraglio e gli raccontai quel che si diceva sul conto della signora Feldmann. Si mise a ridere, e:

— Non le sembrano, tutta questa gente, dei bambini con tanto di barba che giocano: questa pantofola è un cannone, questa granata una principessa, questa seggiola un palazzo?

Tacque un istante, poi repentinamente:

— Signor Ferrero, — disse — da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico; noi non ci raccapezziamo più.... Le ricchezze dell’America hanno fatto dar di volta ai cervelli.... Turbato tutto nel mondo: l’equilibrio delle fortune, come l’equilibrio delle idee.... Ha veduto, ieri sera? Piuttosto di ammettere che New-York è una brutta città, quell’avvocato è pronto a dar fuoco al mondo intero! Perchè l’America è ricca, New-York non può essere brutta. Ma io mi guardo intorno trasecolato. Nessunodunque si ricorda più che gli uomini sentono di appartenere a una nazione, perchè parlano la stessa lingua, leggono nelle scuole gli stessi classici e ammirano gli stessi grandi uomini? Dove andremo a finire se il primo venuto può dire che la scultura greca è brutta e New-York bella? C’è forse nazione senza storia e senza letteratura? I grandi uomini sono i nostri santi, oggi: chi vuol dare a ogni uomo la libertà di giudicare come gli piace i capolavori dell’arte e della letteratura, semina l’anarchia!

Mi volsi a guardare il mio interlocutore non senza meraviglia. Come mai un ammiraglio — e americano e così taciturno di solito, per giunta — pensava e diceva con tanta semplicità delle cose così inaspettate e profonde? Erano tutti filosofi, a bordo del «Cordova», anche gli ammiragli? Non dissi nulla; ma ripensai a queste gravi parole cascate come dal cielo, durante la siesta.... E subito caddi in un dubbio grande e forte.... Come imporre a tutti il giudizio medesimo, quando manca un criterio universale del bello? Dubbio così forte che, non potendo scioglierlo, lo esposi verso le cinque al Cavalcanti sul ponte di passeggiata a babordo. Fremente a perdita di vista di piccole onde bianche, l’Oceano già deponeva, all’avvicinarsi della sera, il fulgente velo del pomeriggio, incupendo; lo splendore del giorno pareva salire in alto, raccogliersi negli spazi celesti, ripieni di una gioconda serenità, sfolgoranti in ogni parte di nuvole chiare, rosse, dorate: appoggiati alla ringhiera noi discorrevamo, a voce bassa, sotto il vento che a intervalli soffiava vigoroso sui nostri capi, tacendo ogni tanto per guardare, tra quella luce che s’incielava e quell’ombra che affondava nel mare, la solitudine delle acque, che defluiva come un fiume alla nostra sinistra. Il Cavalcanti ascoltò i miei detti; poi:

— Certo — disse — ammirar la bellezza di un’opera d’arte vuol dire sentirla; e chi la vuol sentire davvero,non deve ragionare troppo. L’ammiraglio dice bene; e l’avevo detto anche io, ieri sera, con parole diverse. Tuttavia non posso non riconoscere — per quanto ieri sera l’abbia combattuto — che anche l’avvocato ha ragione, in una certa misura. L’uomo è naturalmente trascinato dai suoi infiniti dispareri intorno al bello a cercare le ragioni di quel che sente: e allora incominciano i guai. A furia di voler scavare e frugare sotto le fondamenta della casa in cui viviamo, per vedere se posano sul solido, noi rischiamo di far cascare la casa: lo so. Ma come si fa? L’uomo ha bisogno di sapere. E poi frugando e scavando scopre tanti tesori nascosti....

Il Cavalcanti tranquillava le sue inquietudini con il comodo aforisma di cui tanto usa ed abusa l’ottimismo moderno: l’universo si controbilancia! Ma non rassicurò me. Pensai che ci sarebbe stato tanto ma tanto da ridire su questo argomento! Ma impegnare una discussione ripugnava alla mia crescente pigrizia: e ci rinunciai! Un soffio di vento si precipitò tra di noi sibilando, ci assordò, disperse le nostre parole, sembrò quasi strapparci l’uno dal fianco dell’altro; sinchè mugolando si perdè sul mare inquieto. Parve allora a noi come se ci accostassimo di nuovo l’uno all’altro, ma un po’ storditi dalla raffica non ripigliammo subito il discorso. Il Cavalcanti contemplava silenzioso il mare; poi facendo con il discorso un salto repentino:

— Acqua, nuvole, vento! oggi come ieri, come domani, come sempre — disse accennando l’orizzonte. — Sempre quel circolo chiuso, eguale a sè medesimo in ogni parte, tutto instabile e mobile! Non pare anche a lei che l’Oceano impicciolisca in quel circolo? Curioso fenomeno, però! L’acqua anima tutti i paesaggi terrestri, perchè è il principio mobile in mezzo alle forme immutabili delle montagne e delle pianure. Ma nell’Oceano, quando le forme immote della terra sono uscite dalla vista, questo muoversiincessante delle onde rassomiglia all’eterna immobilità di un deserto. No: l’Oceano non è una immensità viva, ma una solitudine morta, perchè muta sempre e non v’è nulla in esso che resti immutato.

Tacemmo di nuovo: piccoli soffi di vento svolazzavano intorno a noi; le nuvole si accendevano nell’alto dei cieli di fiamma più viva e il deserto del mare maggiormente incupiva; dalle terze classi giungevano dei canti, che il vento poi disperdeva. Mi voltai. Il ponte era vuoto; un ufficiale lo attraversava frettoloso; poco lungi da noi, un marinaio lento e senza rumore spennellava di bianco il tetto. Raccontai allora al Cavalcanti che meraviglia avessi provata a sentir l’ammiraglio filosofare a quel modo.

— Ma non ne indovina la ragione? — mi chiese, sorridendo, il Cavalcanti. — Su via, rifletta un poco, lei che è stato a Rio.... L’ammiraglio è un comtista!

Osservammo allora che c’erano a bordo parecchi passeggeri provvisti di studi e cultura; il che trasse me a parlar del Rosetti e a ripetere al Cavalcanti ciò che avevo già raccontato la mattina all’Alverighi. Indi il discorso trapassò agli altri compagni di viaggio. Il Cavalcanti li teneva tutti d’occhio: nè me ne meravigliai, perchè l’osservar mosse e figure era per lui che scriveva romanzi un passatempo gradevole e un buon esercizio. Parlammo dunque dei mercanti astigiani prima e poi di quella giovane coppia che avevamo incontrata sul ponte la prima sera, lui grassoccio, piccolo e bruno, lei magra, alta e bionda. Il Cavalcanti mi raccontò che il giovane era un argentino di Tucuman, recatosi tre anni prima a studiare ingegneria nell’Università d’Ithaca....

— Nello Stato di New-York? — interruppi. — E che bisogno aveva di correre fin lassù per imparare a fabbricar delle case?

— Glielo ho chiesto anche io, ieri. Abbiamo conversatoinsieme una mezz’ora, in inglese. E sa che cosa mi ha risposto? Gli Stati Uniti sono il paese che negli ultimi trenta anni ha trionfato nelle industrie e negli affari....

Ripensai alla frase dell’ammiraglio: «il mondo da venti anni non gira più sull’asse antico....», mentre il Cavalcanti continuava a raccontarmi che il giovane, andato in America a cercare il sapere, ci aveva intanto trovata una moglie: una giovane, che essa pure studiava ad Ithaca. Ritornavano allora a Ithaca, dopo aver fatto visita alla famiglia di lui. Trapassammo infine alla signora Feldmann. Io gli riassumetti ciò che essa mi aveva raccontato di New-York; e gli dissi di non poter capacitarmi che fosse maritata da ventidue anni. Egli mi rispose che, avendola vista solo qualche volta, lei e suo marito, a Rio, a ricevimenti, poteva dirmi solo che aveva una figlia maritata e doveva esser più vicina ai quarantacinque che ai quaranta. Quando ad un tratto:

— Che gatta ci covi, come dite voi Italiani? — esclamò. — Suo marito è sparito da Rio all’improvviso, tre mesi sono; lei è partita da un giorno all’altro, come chi scappa.... Se no, non viaggerebbe sul «Cordova». E poi, per qual ragione ieri la signora le ha fatto tante domande intorno ai divorzi americani? Non vorrei che lei, senza saperlo, le avesse suggerito il modo di sciogliere alla chetichella le catene coniugali....

— Per questo non c’è pericolo — risposi. — Ho esagerato, ieri sera.... Dei divorzi a quel modo se ne fanno in America, tra gli immigrati, randagi e mezzo anonimi. Ma una signora appartenente alle alte classi.... Non credo che potrebbe evadere dalla prigione del matrimonio per quella via....

— Davvero? — chiese il Cavalcanti. — A ogni modo interrogherò il Guimarâes. L’ammiraglio deve sapere: è amico intimo della famiglia....

Così favellavamo sul ponte deserto, chini sul fiumeOceano, tra i soffi intermittenti del vento che ogni tanto pareva strapparci di bocca le frasi e i pensieri, per disperderli in furia, simili a foglie, sulle mobili onde del mare. Ma a questo punto il Cavalcanti si ricordò che a quell’ora ignorava ancora quanto cammino la nave avesse percorso il dì precedente. Andammo dunque a tribordo, dove cinque o sei passeggeri giuocavano, strillando e ridendo, alle piastrelle: leggemmo sull’apposita carta geografica che in quel giorno, a mezzo del giorno, eravamo giunti a 16 gradi e 4 minuti di latitudine, cioè all’altezza di Sant’Elena e a 37 gradi e 22 minuti di longitudine: facemmo alcuni giri intorno al ponte; e già stavamo per lasciarci, quando alzando gli occhi verso ponente:

— Guardi, guardi, Cavalcanti, — gridai, — laggiù all’orizzonte! Le Alpi!

Il vento in quel momento taceva; e a ponente, dolcemente grigia sotto l’immenso rosseggiare del vespro, sorgeva dalle acque simile alle Alpi tante volte osservate — unica bellezza! — in Torino al tramonto dalla piazza d’Armi, una lunga catena di monti, dentata di punte, di picchi, di cuspidi senza numero, sormontata a sinistra dalla grande piramide aguzza di una montagna più alta: monti di nebbia e di fiamma, oscuri e lucenti, levatisi al soffio leggero del vento, per un’ora, sul confine del dì e della notte; catena sconosciuta, che nessuno dei piccoli uomini randagi sull’Oceano aveva salutata prima o saluterebbe dopo di noi; ultima frontiera della solitudine oceanica ed ultima tappa del sole nel suo viaggio solitario verso i regni della notte. Sorpresi, abbagliati, quasi commossi da quella sfolgorante illusione, apparsa all’improvviso sul mare e sul cielo, a ricordarci la terra, sostammo ammirando. Ed ecco, di nuovo, il vento soffiò sulla solitudine oceanica, lungo e tristo, e a quel soffio le prime stelle della sera, picciolette e timidette, palpitarono quasi accendendosi sull’estremo chiarore del giorno; e nell’ombrache da ogni parte avanzava, le lontane montagne e gli ultimi splendori del tramonto sfolgorarono più vivi; e per un momento l’anima mia rabbrividì di un fremito oscuro come se il vento spirasse, come se le stelle scintillassero, come se i fuochi del tramonto riverberassero dalle profondità dell’infinito. Poi il vento di nuovo tacque, di nuovo soffiò: di nuovo il giorno morente parve riaccendersi al suo soffio per oscurarsi poi al suo tacere; la catena delle misteriose montagne avanzarsi nella luce verso di noi e allontanarsi verso la notte, in cui doveva sparire.

Contemplato a sazietà quel meraviglioso capriccio della luce e del vento, ci separammo per prepararci al pranzo. Ma uscendo dalla cabina, dopo essermi ripulito, incontrai finalmente il Rosetti, che non avevo ancora veduto nella giornata. Discorremmo un po’ della discussione della sera precedente: e mi confessò che dava ragione all’Alverighi, perchè tutti i giudizi estetici, il bello e il brutto sono rovesciabili; si possono capovolgere a piacere. Il che trasse me a mia volta a ripetere a lui quel che l’ammiraglio mi aveva detto: chi concede agli uomini la libertà di giudicare i capolavori della letteratura e dell’arte, semina l’anarchia. Ma il Rosetti mi guardò sorridendo; e:

— Alla grazia, — disse — che paura! L’anarchia, addirittura! E perchè no la strage e il saccheggio? Già questi benedetti soldati! Appena mettono i piedi fuori dall’uscio della caserma....

— Se però i giudizi estetici si possono capovolgere — interruppi — ogni uomo dotato di intelletto potrà, mi pare, spregiare l’opera che altri considera un capolavoro, senza che si possa dimostrare chi ha ragione e chi ha torto. E allora ha ragione l’Alverighi: non vedo come si possa imporre nemmeno l’ammirazione di Dante o di Raffaello, in un’epoca che discute tutto liberamente, anche Dio....

— Ma Dio, poveretto, — mi rispose, sempre sorridendo, il Rosetti, — non dispone più nel mondo moderno nè di baionette nè di una cassa ben fornita. E senza oro e senza ferro, neppur Dio riesce a mantenersi in credito in mezzo a questa nostra perversa razza umana. L’arte invece....

— Ha delle baionette e dell’oro — di nuovo interruppi sorpreso — per mantenersi in credito? E quali? E dove? E quante?

Ma in quella suonò la prima campana del pranzo.

— Frattanto, — proseguì il Rosetti, — occorre andare a desinare. E tu sai che a tavola non mi piace di ragionare. Dopo pranzo, vedremo!

Il pranzo fu queto e tranquillo. Il dottor Montanari si lagnò degli emigranti: consigliando quanti credono nella bontà del popolo a fare un viaggio transatlantico in terza classe.... Ci disse, tra altre cose, che tra quelle povere vittime della iniqua borghesia commesse alle sue cure «molti ce ne sono che hanno il portafoglio meglio fornito del mio, che sarei un grasso borghese!» Terminato il pranzo ci disperdemmo. Una mezz’ora dopo, l’Alverighi ed io passeggiavamo sul ponte fumando e godendo la notte; ed io gli riferivo le oscure cose che il Rosetti mi aveva dette prima del pranzo, quando ecco il Rosetti ci venne incontro. Si mise in mezzo a noi, passeggiando sul ponte; e fatti pochi passi si volse all’Alverighi.

— Io vorrei — disse — porle un quesito a proposito delle cose dette da lei ieri sera, se lei me lo permette.... Lei ha dimostrato, ieri sera, che nè il sentimento nè la ragione non riescono a somministrarci una misura del bello che valga per tutti, che sia obbligatoria e universale....; e che quindi — questa conclusione non è sua, è mia ma spero che lei la approverà — è una prepotenza volere imporre agli altri il giudizio nostro su questa o quella opera d’arte. E la sua dimostrazione anche ame è parsa inoppugnabile, pur essendo semplicissima. Senonchè se, come lei dice giustamente, l’arte è un piacere senza bisogno, quindi non solo subiettivo, ma vago, poco sicuro, che va e viene, che si può sentire e non sentire, a seconda del temperamento, dell’educazione, del secolo, della generazione, del giorno, dell’ora, e perfino del minuto e dell’accidente, del caffè bevuto o del pranzo bene o mal digerito, se perciò è una prepotenza volere imporre agli altri la propria opinione: come spiega lei allora che ognuno pretenda che quel che sembra bello a lui debba parer bello a tutti gli altri, e voglia imporre altrui il giudizio che è così poco sicuro in lui stesso? Perchè, badi, io non voglio dire che così debba essere, come qualche filosofo dice e sostiene.... Io dico solo che così è: che, a torto o a ragione, gli uomini hanno anche questa ubbia. Si guardi dattorno, e se ne convincerà. Quante volte due persone che discutono intorno ad un’opera d’arte non finiscono di andar sulle furie? E invece di star ciascuno contento al suo parere, come sarebbe ragionevole, ognuno vuol che l’altro gli dia ragione, e lo compiange, lo canzona, lo maltratta, lo ingiuria; e qualche volta anche si sente pizzicare le mani; e una maledetta voglia di rompergli il capo, per versarci dentro la sua ammirazione. Della quale poi, se richiesto, non saprebbe render conto in modo soddisfacente....

L’Alverighi pensò un momento e poi:

— Ma è naturale. I critici e gli esteti hanno tante volte detto o gridato che chi non ammira e non odia quel che ad essi piace e non piace, è un imbecille, che il pubblico, poveretto, si è inferocito.

— La spiegazione è ingegnosa, — rispose il Rosetti: — ma un po’ vaga e semplice. Io vorrei, se mi permette, proporgliene un’altra.

— E io son tutte orecchie.

— Ieri sera — riprese il Rosetti — la discussioneintorno ad «Amleto» fu per un momento interrotta da una discussione intorno alle carni agghiacciate dell’Argentina. Non rammento più chi disse che queste carni sarebbero cattive; e lei e il signor Vazquez protestarono. Dunque la stessa persona sosteneva che delle opere di Dante, di Sofocle o di Shakespeare si può pensare che sono brutte e belle; ma non voleva poi ammettere che si possano professare le due opinioni opposte intorno alle braciuole e ai filetti argentini. Il che, a parlare schietto, mi pare un poco strano. Perchè io riconosco, sì, che il sentimento del bello è incerto ed oscuro; ma non per ammettere che siano sicure e chiare le sensazioni del palato. Le ossa di Emanuele Kant fremerebbero nel sepolcro! Ora per qual ragione lei mi permette di giudicare a mio talento Shakespeare, e vuole invece poi impormi la sua opinione sulle braciuole argentine?

L’Alverighi si mise a ridere.

— La ragione mi par semplice e chiara.... Io ho delleestancias, e molte azioni di un grandesaladerodi Buenos-Aires, in minor numero è vero del Vazquez.... Se tutti nel mondo saranno ghiotti delle carni dell’Argentina, noi guadagneremo molti quattrini.... Anche per questo, andiamo in Europa!

— L’interesse dunque — rispose il Rosetti. — E non potrebbe succedere alcunchè di simile nell’arte?

— Nell’arte! — esclamò stupefatto l’Alverighi.

— Quello a cui io alludo non è forse un interesse solo — rispose il Rosetti: — ma sono molti e diversi interessi. Vediamo un po’. Innanzi tutto non c’è forse l’interesse nazionale? Ogni popolo mi sembra avere bisogno di ammirare un certo numero di scrittori e di artisti, per inorgoglirsi della propria grandezza. Non sarebbe forse questa la ragione per cui ogni Stato impone, con le scuole, l’ammirazione di certi classici? L’ammiraglio ha ragione: non c’è nazione nè patria senza una letteratura; e non esisteletteratura, senza glorie canonizzate ufficialmente. Ma non si ammirano, voi mi direte, soltanto opere d’arte paesane. È vero: ma perchè altri interessi ci muovono. Ammiriamo gli scrittori e gli artisti dei popoli amici, che ci possono aiutare; dei più forti, che si fanno temere: oppure ammiriamo scrittori e artisti forestieri pur di screditare scuole ed arti nostre più antiche, avversate per una qualche ragione, specialmente in tempi di guerre civili. La lotta tra il romanticismo e il classicismo, in Francia e in Italia, ne sarebbe forse una prova... Vi dirò di più: io credo che nel mondo dell’arte, possono molto anche gli interessi materiali. Ogni arte nutre molte persone; e queste devono sforzarsi di mantenere o di far venire in credito, come capolavori, certo opere, sotto pena di perdere il pane. Per esempio: oggi in tutte le lingue si traducono opere di tutte le lingue; pare a voi che questo gusto cosmopolita sia una pianta cresciuta da sè? Io direi che l’hanno coltivata gli editori, i traduttori e i critici che ne divorano i frutti non sempre saporiti. Il medesimo si potrebbe dire della musica e della pittura. I mercanti di quadri, per esempio....

Il Rosetti parlava lucido, semplice, pacato, con quel tono leggermente ironico che amava usare sopratutto quando parlava sul serio. E l’Alverighi ascoltava attento e in silenzio.

— Tuttavia — obiettò egli a questo punto — mi par difficile di negare che noi ammiriamo disinteressatamente almeno certe opere d’arte. Non si vedono forse dovunque uomini e donne spendere denaro, tempo, fatica per accreditare uno scultore, un pittore, un musico ancora oscuro, forestiero, lontano, che non hanno neppure veduto; per far conoscere autori morti da anni e da secoli? Quale interesse li moverebbe?

— Un interesse politico o pecuniario, no di certo — rispose il Rosetti. — Ma tra gli interessi io nonsarei alieno dall’annoverare anche i capricci della vanità. L’arte, la letteratura e in una certa misura anche la scienza servono oggi ai pochi, come il lusso, le decorazioni e i titoli di nobiltà, per distinguersi in mezzo alla folla comune degli umani. Riuscendo a far ammirare uno scrittore o un artista misconosciuto dagli altri, costoro vogliono proprio che vinca il punto e la prova l’artista? O non vogliono piuttosto vincerlo essi; per aver la gioia di credersi e sentirsi più intelligenti dei propri simili? Questa opinione di solito sembra esser tanto più piacevole, quanto meno è fondata....

— È certo, per esempio, — osservai io, — che molti applaudiscono Shakespeare in teatro per rispetto umano e non per convinzione. Parecchi me l’hanno confessato, specialmente in Francia.

— Sicuro — proseguì il Rosetti. — C’è forse dell’amor proprio in quantità, in tutte le nostre predilezioni artistiche. Come è, per esempio, che un’opera d’arte riesce anche oggi ad essere largamente ammirata? Quando un piccolo numero di ammiratori influenti se ne innamora; vale a dire impegna il suo amor proprio nel puntiglio di farla ammirare dagli altri, di sopraffare le eterne esitanze e incertezze dei più che non sanno giudicare, gridando loro nelle orecchie che quell’opera è un capolavoro. Naturalmente questo capriccio della vanità di solito è passeggero: ma gli interessi che impongono uno scrittore o un artista all’ammirazione del mondo non sono tutti così precari: anzi in generale io direi che la fama di un artista o di uno scrittore sarà tanto più duratura quanto più l’interesse che lo impone è stabile e forte. I grandi uomini fortunati sono quelli alla cui gloria provvede addirittura lo Stato!

L’Alverighi ascoltava meditabondo; e a questo punto interruppe come parlando a sè più che all’interlocutore:

— Ammireremmo noi ancora Virgilio e Pindaro,nell’anno di grazia in cui viviamo, se i professori di greco e di latino, da un capo all’altro dell’Europa, non fossero stretti in un formidabile sindacato per la conservazione degli studi classici e del proprio stipendio!

— Insomma, — conchiuse il Rosetti, assentendo con il capo — chiunque frughi un po’ nelle pieghe della sua coscienza, si accorgerà che noi ammiriamo le opere d’arte, quasi sempre, per preconcetto; perchè vogliamo ammirarle; e vogliamo ammirarle perchè siamo spinti da un interesse, o politico o nazionale o religioso o intellettuale o professionale o di amor proprio. E allora ci suggestioniamo, ci arrovelliamo, ci cantaridizziamo quasi direi! Gli interessi però non possono imporre l’ammirazione, se non dispongono di una forza sufficiente. Quindi nessuna bellezza artistica o letteraria può reggersi a lungo sulle altezze della gloria, se non è sostenuta da una delle grandi forze o autorità che governano il mondo. O da una religione, che la consacri con la sua santità. O da uno Stato, che la imponga con le scuole. O da unacoterie, da una classe, da un partito, che con la influenza, il denaro, i sofismi dei critici e degli esteti obblighi la gente che vorrebbe badare ai fatti suoi ad ammirare. O da un popolo che abbia persuasi gli altri di essere da più di loro. O da una ondata di entusiasmo, da un contagio di suggestione che travolga le menti.... Ma guai all’arte o alla fama, sostenute da un interesse impotente! Cadrà, perirà, sparirà!


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