PARTE SECONDA.
Come e quando la storia si fosse sbagliata, me lo riferì, la mattina dopo, il Rosetti, verso le nove. Mi ero destato tardi, quella mattina, e dopo essermi recato a raccontare alla mia signora i discorsi e i pianti della sera precedente, ero uscito sul ponte, a contemplare l’oriente abbagliante di vapori diffusi; il sole che, sebbene già alto e cocente, non aveva ancora lacerato totalmente il velo di argentea caligine in cui si ravvolge sovente all’uscire dai mari caldi; il fiume di fuoco che dall’orizzonte avanzava, corruscando, verso il «Cordova», per mezzo all’Oceano azzurro. Sul ponte avevo barattata qualche domanda con parecchi passeggeri, intorno all’equatore, che in quel giorno dovevamo passare. — Passeremo? A che ora? A mezzogiorno? Nel pomeriggio? — E infine sul ponte di sopra, a tribordo, avevo trovato il Rosetti.
— Dove sei scappato, ieri sera? — mi domandò, appena mi vide.
Conoscevo la sua discrezione; e glielo dissi senza reticenze.
— Peccato — esclamò, quando ebbi finito — che tu non abbia sentito l’elogio di Colombo!
Poichè la storia si era sbagliata sino alla scoperta dell’America, e chi l’aveva rimessa in carreggiata era stato proprio Cristoforo Colombo. Il Rosetti mi raccontòche, me partito, l’Alverighi si era maestosamente librato, per un quarto d’ora, sopra l’abisso dei secoli; affermando niente di meno che fino alla Rivoluzione Francese gli uomini avevano messo il carro innanzi ai buoi, ostinandosi a voler far bello e buono il mondo prima ancora di conoscerlo e possederlo tutto: ad assettare e adornare la casa, prima di averla costruita. Dalla Grecia che insegna al mondo a trattar lo scalpello e la penna, al Medio Evo, che edifica le cattedrali e i palazzi della più fantastica e multiforme architettura di tutti i tempi: dall’Egitto dei Tolomei, onde la bellezza ellenica illuminò degli ultimi sprazzi le case opulente del mondo mediterraneo; alla Roma dei Papi e a Venezia, che vestono di marmi, sete e velluti la loro potenza e fortuna; alla Francia del secolo decimottavo che eterna tre sovrani negli stili di quella sua arte decorativa impostasi al mondo: da Augusto, che protegge Orazio e Virgilio e rifabbrica di marmo l’antica città di mattoni; a Luigi XIV che protegge Racine e Molière; alla marchesa di Pompadour che si sforza di far Parigi capitale delle Eleganze: eternare una forma della bellezza non fu forse la maggiore ambizione e aspirazione di tutti i potentati del passato, non indegni della propria fortuna? E quanti sforzi per stabilire nel mondo il regno o della santità o della giustizia o di ambedue: dall’Impero romano che crea il diritto, al Cristianesimo che vuol mondarci dal peccato, alla Rivoluzione Francese che promette al mondo la libertà, la fratellanza e l’eguaglianza! Così gli uomini per tanti secoli cercarono in ogni parte uno specchio di perfezione che in nessuna esisteva: finchè sullo scorcio del quindicesimo secolo, finalmente! era apparso l’uomo «più che divino!» Di tale epiteto l’Alverighi aveva incorniciato Cristoforo Colombo. Cristoforo Colombo non scoprì solo l’America, ma ridonò all’uomo una seconda volta il globo terrestre già dato a lui da Dio, perchè glielo fece allafine conoscere. «A ogni passo che Egli faceva nell’Oceano, la terra si ingrandiva di un miglio, sotto i piedi dell’uomo» par che avesse detto, con linguaggio alquanto biblico, l’Alverighi. L’impresa di Cristoforo Colombo fa insomma alla fine intendere all’uomo il dovere di esplorare e di conquistare tutto il pianeta: ma a mano a mano che vide ingrandirsi da ogni parte la terra, l’uomo si sentì piccolo; onde nacque in lui timido da prima e prese poi vigore e ardimento strada facendo, il proposito di pareggiare le sue forze alla ampliata grandezza del mondo. Null’altro che questo proposito ardito e bello è quel che noi chiamiamo comunemente il progresso: e l’uomo lo aveva recato ad effetto, creando la scienza e la macchina. La conquista della terra per via della scienza e della macchina era dunque la grande gesta iniziata sotto nome di progresso nella storia del mondo, dopo la scoperta dell’America: e un lento ma inevitabile effetto di questo rinsavire della storia era il progressivo «disinteressarsi» dell’arte. Un tempo, prima che l’America fosse scoperta in mezzo all’Oceano e le macchine inventate, quando i popoli e le città e i sovrani gareggiavano tra loro a far ciascuno più bello il piccolo territorio in cui vivevano, anche un’arte sola, la pittura o la scultura o l’architettura, per esempio, potevano essere per un popolo fonte di guadagni copiosi, ragione importante di prestigio. Lo Stato, la Chiesa, i sovrani, le famiglie cospicue, gli uomini autorevoli si sforzavano perciò di imporre questa o quell’arte all’ammirazione di tutti. Oggi non più: noi vogliamo e dobbiamo conquistare la terra, con i capitali e le macchine; e nessuna autorità umana si cura dunque più di imporre agli uomini nessun modello di bellezza; e ogni uomo è fatto libero di crearsi da sè il modello suo, la sua misura, il suo criterio; e qui udì anche di giudicare che New-York è la più bella città del mondo. Molti uomini non si sono accorti ancora che le catene di questa anticaservitù spirituale sono cadute dalle loro braccia; e continuano a servire docilmente un tiranno che non esiste più; per questa ragione il Rosetti aveva potuto credere che gli uomini anche oggi domandino un padrone e un tiranno nelle cose dell’arte: ma chi non sa che tutte le autorità del mondo sempre sopravvivono un certo tempo a sè medesime nella paura degli uomini? E l’Alverighi aveva conchiuso che anche la bellezza, alla stessa guisa di tutti gli altri potentati umani e divini, si era per secoli imposta al mondo, come il Rosetti diceva, con le baionette e con l’oro: ma il suo tirannico impero era destinato a cader sotto l’invasione delle macchine e delle ricchezze dell’America, che libererebbero il mondo dall’ultima tirannide della vecchia Europa!
— Potrebbe aspirare a una cattedra di filosofia della storia, il nostro avvocato! — dissi ridendo. — Ma tutte queste belle teorie se le è forse fabbricate per rispondere a lei e a quel che lei aveva detto l’altra sera?
— Sì — rispose sorridendo. — E par che a preparare questa risposta abbia pensato questi due giorni, che si è tenuto in disparte....
— E che cosa hanno risposto, lei e il Cavalcanti? — aggiunsi.
— A questo punto ci siamo lasciati. Era tardi; e non avevamo passata la sera, come tu, a consolare delle belle signore.
In quella sopraggiunse Gina e mi disse che aveva allora allora, fatta una visita alla signora Feldmann, la quale poco prima l’aveva fatta pregare di salire nella sua cabina: chè essa era indisposta e desiderava vederla.... Poi esitò come incerta se parlare presente il Rosetti: ma quando le ebbi detto che il Rosetti era informato di ogni cosa, ci raccontò come la signora le avesse chiesto innanzi tutto se con la suggestione si poteva convertire l’amore in odio: e poi l’aveva interrogata intorno alla pazzia,al rammollimento cerebrale, alla vecchiaia e agli effetti suoi: confessandole di aver sempre dubitato che interamente sano di cervello il marito non fosse, sebbene essa non sapesse dire perchè. Forse essa non aveva mai capita l’indole e il temperamento del marito, che era un uomo singolare e curioso: soltanto una volta, e proprio ascoltando tanti anni fa, a Parigi, la mia lettura su Nerone, alla «Société de Géographie», le era parso di intravedere suo marito, e proprio in quell’imperatore debole, capriccioso, squilibrato, viziato dall’adulazione, dal potere, dalla ricchezza, dalla facilità di tutte le cose.
Mi misi a ridere. Una donna gelosa non esita dunque neppure a paragonare un banchiere americano a Nerone! Ragionammo un po’ di queste confidenze, che mi parevano contradire alquanto le affermazioni fatte la sera precedente sulla immutata concordia della loro convivenza. Ma mentre eravamo in questi discorsi ecco comparire, di corsa come al solito, e con un libro sotto il braccio, l’Alverighi: bianco vestito a nuovo, dalle scarpe alla cravatta, pettinato, fresco e arzillo....
— Ferrero, Ferrero! — gridò, appena mi vide, mentre si avvicinava a noi. — Perchè ieri sera se ne è andato proprio sul più bello? Ha tempo adesso? Le voglio ripetere quello che ho detto.
Ma ebbi appena il tempo di avvertirlo che era già fatto: chè la prima campana della colazione, squillando, ci disperse a precipizio nelle nostre cabine. Ci ritrovammo un quarto d’ora dopo nella sala da pranzo, presenti il Cavalcanti e l’ammiraglio che non avevo ancora visti nella mattina, ma non la signora Feldmann che non comparve: e divagammo da prima con i discorsi, un po’ a caso, sull’imminente passaggio dell’equatore.
— Quando entreremo nell’emisfero boreale?
— Nel pomeriggio, — ci aveva detto, incalzato dalle nostre domande, il capitano.
E tutti speravamo — non so perchè — che sarebbe tra poco, verso il mezzodì. Evocammo intanto dei ricordi. Il Cavalcanti era melanconico, e pieno disaudade, come sempre, quando si avvicinava all’equatore; perchè nel momento di uscire dall’emisfero nativo, rivedeva a un tratto, come in un miraggio, per vederli poi subito dileguare, i meravigliosi paesaggi equatoriali della sua terra nativa. Ma l’ammiraglio lo canzonò:
— Non abbia paura — disse a me. — Dimenticherà le foreste dell’Amazzonia e gli splendori dei tropici, appena passeggerà nel Bois de Boulogne. Come tutti i Brasiliani del resto!
Il Cavalcanti sorrise: ma continuò a divagare.
— Amo questo azzurro fulgore dei mari equatoriali. Mi ricorda il più bel mare della terra; il Mediterraneo di estate. Questo è un mare greco-latino..... Di qui dovevano passare i figli della Grecia e di Roma alla conquista del Brasile e dell’Argentina! Si ricorda invece, Ferrero, l’Atlantico del settentrione? Sempre piovoso, ventoso, grigio, torbido, gonfio.... Mare da Vikinghi: strada per le dure razze, che hanno popolati gli Stati Uniti: troppo aspra per noi, vecchie razze.
Irruppe allora l’Alverighi:
— Ed io invece passerò oggi sull’ombelico della terra, come direbbe un Omero moderno, per la dodicesima volta! E ogni volta più, qui sul confine dei due emisferi, nella vampa dei tropici, mi sento invaso da un tripudio, da una esaltazione, da un’ebbrezza indicibile, orgiastica, divina: sento di essere come un re potentissimo, un gigante di forza smisurata; un semidio.... Sì, un semidio! Quando penso a quegli uomini piccini piccini, in mezzo a cui vissero Giulio Cesare e Dante, che per tanti secoli si rimpiattarono come talpe nella buca del Mediterraneo, che non sapevano neppur quanto fosse grande il mondo! E quando invece contemplo me stesso inatto di banchettare tranquillamente, in questo natante castello di ferro, tra l’America, l’Africa, l’Europa, in mezzo a questa infinita pianura di acque, che nessun occhio umano aveva vista dal principio dei secoli, che era stata il selvaggio regno del vento e del sole sino a quattrocento anni fa.... No: noi che siamo nati dopo la scoperta dell’America, nel secolo delle macchine, noi non apparteniamo più alla stessa razza, che popolava prima la terra; noi siamo una superumanità....
— Ma noi non scriveremo più una seconda «Divina Commedia».... — sospirò il Cavalcanti.
— Pazienza! — rispose tranquillo tranquillo l’Alverighi. — Sarà poi un gran male, se progrediamo e conquistiamo la terra?
Ci guardammo in faccia; e: — Tocca a Dante, quest’oggi — fu il pensiero di tutti.
Ma l’Alverighi sorrise, con compiacenza.
— Vi scandalizzo, non è vero? Ma insomma: siamo sinceri: c’è uno solo di voi che sarebbe pronto a far getto o rinuncia di una sola delle comodità odierne — del solo servizio delle poste, per esempio, — purchè un nuovo Dante nascesse a comporre un’altra Commedia, umana o divina? Credete proprio sul serio che giovi oggi ancora lamentarsi e rammaricare, se a qualche rarissimo genio non riesce più di partorire il suo capolavoro immortale nella solitudine del suo orgoglio? Quando l’uomo inventa macchine più potenti e conquista la terra, il mare, l’aria; e con in mano questi ordigni miracolosi si accorge di diventare il mago sognato per tanti secoli nelle leggende; e la moltitudine chiede pane, companatico, istruzione, agiatezza, sicurezza, piaceri, aria, luce, libertà: tutti i beni di Dio, tutti gli anni di più? bastano forse a soddisfarla versi e quadri: o non occorrono capitali, e terre, e miniere, e macchine: macchine ogni anno più veloci, più possenti, più portentose....
— Per rimbarbarirla e farla insaziabile, — interruppe Gina a questo punto, improvvisa e recisa.
Tutti si volsero verso di lei, un po’ sorpresi sopratutto dal suo tono, aspro e quasi violento: anche l’Alverighi, sebbene egli non paresse lì per lì scorgere il pericolo che lo minacciava di fianco.
— Per edificare una civiltà più sapiente, più potente, più ricca, — rispose poi, dopo un istante, pacatamente.
— Più prodiga e pazza. Proprio quando la Rivoluzione Francese lo aveva liberato dalla tirannide dello Stato e della Chiesa, l’uomo si è dato schiavo in balia delle macchine.
— Schiavo delle macchine, l’uomo? — chiese l’Alverighi sorpreso, come chi non capisce.
— Sicuro. Quando le abbiamo fabbricate, non c’è scampo: dobbiamo farle muovere a qualunque costo, perchè se no irrugginiscono; e se non abbiamo bisogno di quel che esse fabbricano, tanto peggio per noi! Non son le macchine che servono i nostri bisogni: ma i nostri bisogni che devono servire le macchine!
— Ma, signora, — rispose l’Alverighi — vuol lei forse rimproverare ai nostri tempi il maggiore ben essere della moltitudine? Che il popolo finalmente si sfami; e non vada ignudo; e abiti in case più ariose; e prenda una certa dimestichezza con il sapone?
— Il dito mignolo di Leo! — rispose seccamente e un po’ ironica la Gina, alzando lo spalle: e aggiunse rivolta a me: — Ti ricordi la storia?
Assentii sorridendo: ma gli altri non capivano e chiesero spiegazioni.
— Ai bagni, un anno, — disse essa sorridendo, — nostro figlio vide certi sandali ai piedi di alcuni suoi amici che gli piacquero assai e li volle anche lui. Ma dovette aspettare alcuni giorni che fossero pronti: giorni d’attesa: li sognava persino! Finalmentearrivano: io vidi subito che al piede destro il puntale era un po’ corto e che il dito mignolo usciva fuori. «Ma che! Vanno benissimo!» gridò, e via di corsa saltando e gridando, come un matto, per mostrarli agli amici. Un po’ gridò, saltò e si pavoneggiò; ma poi, passata la prima gioia, incominciò a sentire il dito che gli doleva. Per un certo tempo resistè ma finalmente, il giorno dopo, non reggendo più, venne da me e serio serio: «Sai, mamma, i sandali vanno benissimo: ma il mio dito mignolo è troppo corto». Noi siamo oggi innamorati delle macchine, come Leo dei suoi sandali: e tutti i giorni imputiamo a noi i loro difetti: accusiamo il dito di essere troppo corto, perchè il puntale non è abbastanza lungo. Producono troppo? non è colpa loro: è colpa nostra che ci contentiamo di poco! Ci incalzano a lavorare e a vivere con tanta furia, che ci piglia l’affanno e perdiamo il respiro? Ma che: non sono esse che corrono all’impazzata: siamo noi, degli animali tardigradi e torpidi. Distruggono tradizioni, propagano vizi, dissolvono la famiglia? Ma nemmeno per sogno: siamo noi che siamo gente anti-diluviana, misoneista, nemica del progresso! Il dito mignolo è troppo corto!
Dante e l’equatore erano ormai dimenticati da tutti, anche dall’Alverighi. Ma nessuno capiva per qual ragione fosse apparso ad un tratto nella discussione e con tanto impeto un nuovo campione e a difesa di una così ardita teoria. Sentii che occorreva spiegare un po’ questi discorsi e queste allusioni di mia moglie; ed entrato di mezzo raccontai difatti come essa avesse alcuni anni prima fatti studi e ricerche intorno alle macchine, le quali però avevano quasi spaventato così suo padre come me, pendendo a conchiudere che la macchina lavorerebbe con maggiore dispendio sociale che la mano e che i progressi della grande industria meccanica sarebbero una calamità, specialmente per i paesi poveri. Avevamo — suopadre ed io — discusso a lungo con lei intorno a queste tesi e ai fatti che dovevano provarle: ma nè lei aveva persuaso noi, nè noi lei; finchè queste discussioni, e forse anche certe gravi difficoltà incontrate in alcuni punti più oscuri della questione l’avevano indotta a chiudere in un cassetto i suoi voluminosi quaderni di note.
— Se però sente parlar di macchine, — conchiusi — piglia subito fuoco anche adesso. Stia attento, avvocato, lei non sa a che cimento si mette.
Incuriositi da questo racconto, meravigliati dall’arditezza della tesi, e ormai dimentichi del precedente discorso, si volsero tutti verso la nuova interlocutrice invitandola a svolgere la sua teoria.
— Avanti, signora, — incoraggiò sorridendo il Rosetti. — Vediamo se convince anche me, che ho spesa metà della vita a insegnare la meccanica.
Ed ella, che aveva già finito di far colazione, stava appoggiata alla spalliera della sedia, con le mani in grembo, sorridendo, un po’ incerta e impacciata, come chi, slanciatosi troppo in principio, tituba poi quando se ne avvede. Sinchè si risolvè e si avviò con una certa esitanza da prima e rinfrancandosi poi, a mano a mano che procedeva nel discorso.
— Quello che io penso della macchina.... Dirlo non è facile, così, in poche parole.... Intendo sopratutto le macchine moderne, l’orgoglio dei nostri tempi, quelle mosse dal vapore o dall’elettricità. Orbene: perchè dopo averle fabbricate, dimentichiamo che sono fattura delle nostre mani e ci inginocchiamo davanti a loro! Perchè esse producono la ricchezza più velocemente e in maggiore abbondanza che le mani. Non è così? Ma allora è facile argomentare quel che occorre, perchè le macchine possano renderci servigio per davvero. Occorre innanzi tutto che abbondino le materie greggie: se no, che cosa trasformeranno? Secondo: che abbondi il capitale; perchè si richiede molto capitale per fabbricarle e metterlein opera. Terzo: che dell’oggetto fabbricato ci sia grande e urgente richiesta: vera carestia o quasi: se no, non ci sarebbe ragione di fabbricarne tanti, con tanta fretta, spesa e fatica. Mi sono spiegata chiaro? Carestia, dunque, ho detto. Ma può la carestia essere permanente, eterna, continua? Io direi di no: perchè in una maniera o nell’altra, presto o tardi, per necessità, qualunque sia l’oggetto desiderato, consumo e bisogno si devono adeguare.... O crescono i mezzi per soddisfare il bisogno o il bisogno scema: di qui non si scappa, parrebbe. Quindi la macchina non dovrebbe poter servire, a giudicare a lume di buon senso, che in tempi di straordinaria carestia, per soddisfare in poco tempo una richiesta grande e urgentissima. Per servire di continuo occorrerebbe che esistesse anche la carestia permanente....
Le premesse del breve discorso erano riuscite lucidissime a tutti: ma non così le conclusioni.
— La carestia permanente?... — disse l’Alverighi. — Ma neppur ora capisco. Lo ha detto anche lei che la carestia non può essere eterna!
— La macchina fa l’abbondanza, non la carestia — osservò l’ammiraglio.
— Anche questo — rispose la Gina — è un punto oscuro assai: chiarirlo non è facile.... Bisognerebbe forse che raccontassi la storia della macchina....
Fece una pausa, e poi risolutamente, sempre rivolgendosi all’ammiraglio: — Per qual ragione — disse — crede lei, ammiraglio, che la grande industria a macchina sia nata proprio in Inghilterra e proprio alla fine del secolo XVIII?
— Perchè sino allora — rispose invece dell’ammiraglio l’Alverighi — nessun popolo era stato così intelligente e ardimentoso da iniziare un tanto rivolgimento. L’America riconoscerà sempre all’Inghilterra questa gloria, anche quando l’avrà spogliata del suo impero industriale.
— E come spiega, allora — chiese la Gina — chenessun popolo d’Europa sia stato sino alla seconda metà del settecento più avverso alle macchine dell’Inghilterra? Il governo le proibiva, e gli operai le rompevano.... Perchè l’Inghilterra aspetta a convertirsi tra il 1770 e il 1790; e quando si converte si mette a filare e a tessere con le macchine non, per esempio, la lana, che in Inghilterra era un’arte antichissima, secolare, paesana, ma il cotone che era ancora un’arte dell’India? «Indiennes, bengalines, calicot», che è Calcutta: i nomi dicono chiaro donde venivano, nel seicento e nel settecento, i panni di cotone che si consumavano in Europa e nelle colonie d’America. La Francia e l’Olanda erano le nazioni che ne facevano il maggior commercio con l’India: non l’Inghilterra, che anzi, a certi momenti aveva perfino tentato di proibire ai suoi sudditi i panni di cotone, per proteggere i panni paesani.... Ma ecco in quel ventennio l’Inghilterra vince invece l’Olanda e la Rivoluzione lega le mani alla Francia: l’Inghilterra resta dunque padrona dei mari e allora la vediamo fare ad un tratto il suo repentino voltafaccia. Perchè? L’Inghilterra non è mai stata molto originale; lascia di solito gli altri provar le cose nuove; ma in compenso sa agguantare con risolutezza quando il momento è giunto. E l’Inghilterra capì allora che quelle macchine tanto odiate sino allora, che parevano dei sogni di menti bislacche, potevano servirle in quel momento unico e passeggero, se lo sapeva cogliere, a spogliar l’India di quella sua antica arte; a conquistare in pochi anni i mercati dell’America e dell’Europa, che erano stati sino allora clienti dell’India. E difatti subito, con diritti enormi, proibì l’esportazione dei tessuti dall’India: obbligò gli Indiani a venderle il cotone greggio; abolì tutti i divieti emanati prima contro il cotone; vuotò con questa violenza e fece la carestia nei mercati d’Europa e di America; monopolizzò la materia greggia. Nel tempo stesso portò alle stelle gli spregiati inventoridi macchine e li incoraggiò con ogni sorta di premi; vide infatti apparire tra gli altri Watt e Arkwright; moltiplicò le filature meccaniche, inchiodò al telaio di giorno e di notte, nelle città e in campagna, nelle case loro e in laboratori, uomini, donne, vecchi, fanciulli: si scervellò per inventar ogni sorta di macchine; e in pochi anni l’importazione del cotone greggio e l’esportazione delle stoffe quadruplicò, se ben ricordo. Nel 1815, quando l’uragano della rivoluzione dileguò, il mondo si ritrovò in grembo questa specie di nuovo mostro inaspettato — la grande industria a macchina — che era nato in mezzo a quella tempesta. Una delle più spaventose convulsioni della storia lo aveva vomitato all’improvviso sulla terra.... E avrebbe dovuto sparire, quando il mondo si ripacificò. Poichè insomma questo grande sforzo era stato fatto per sfrattare una situazione momentanea, insolita, quasi unica, che non poteva nè durare nè ripetersi.... Invece il mostro visse, anzi prolificò....
Ma in quel momento la macchina del «Cordova» fischiò, roca, bassa, rabbiosa.
— L’equatore, l’equatore! — gridammo, balzando in piedi, tutti, fuorchè il capitano che, deponendo pacatamente il tovagliolo, sorrideva e faceva cenno di no con il capo, mentre i camerieri si avvicinavano sussurrando ossequiosamente:
— È mezzogiorno!
Ma ormai la conversazione era stata scompigliata da quel fischio improvviso; chi si era levato non si sedette più: uno dopo l’altro si avviarono tutti verso l’uscio. Andammo quasi tutti a tribordo, ad aspettar che l’ufficiale venisse a segnare sulla carta il percorso, discutendo intanto animatamente intorno alle macchine. Ma — oh delusione — non eravamo giunti che a un grado e 29 minuti di latitudine, a 30 gradi e 11 minuti di longitudine! Non c’era quindi speranza di trapassare nell’altro emisfero prima di sera:ci disse l’ufficiale. L’ora era caldissima: sul sole si era disteso un velo di vapori sottile ed ardente: nell’immensa cerchia dell’orizzonte, le nuvole si accavallavano, facevano montagne, grigie alle basi, abbaglianti le vette: il mare e il cielo si scolorivano, nell’afa velata e annuvolata che pesava sull’Oceano. Ad uno ad uno, ci disperdemmo al riposo, nelle cabine, dopo aver convenuto che a pranzo, la sera, avremmo continuato il discorso intorno alle macchine.
La mia signora spesso mi aveva ripetuto che in questo secolo si può negar Dio, la patria, la famiglia, ma la macchina no; chè il dubitar della macchina sembra un folle ardimento non meno che l’oppugnare ancora la rotazione della terra o l’immoto stare del sole. Mi coricai per la siesta, pensando che essa aveva proprio ragione. Quella sua non premeditata interruzione era stata bastevole a suscitare di improvviso una nuova discussione, più animata ancora e più ardente delle precedenti.
Non ebbero difatti neppure la pazienza di aspettar la sera, come era stato inteso, per ripigliare la disputa. Quando, dopo essermi trattenuto un po’ nella cabina a riordinare le mie carte, uscii verso le quattro e mezzo sul ponte di passeggiata, vidi la mia signora, il Cavalcanti, il Rosetti e l’Alverighi, seduti a cerchio e già infervorati ad accapigliarsi pur sotto gli strali ardenti di cui l’Apollo equatoriale li saettava. Chè il sole aveva voltate le spalle al mondo; ed allontanatosi entro una grande nuvola cupa ed orlata di luce, lo illuminava invisibile di tra le nerefenditure e i bianchi spiragli di quella, lanciando a piombo sull’Oceano, di fianco e di sbieco nell’atmosfera, in alto verso il cielo, una immensa raggiera di colonne di luce: sotto le quali l’Oceano fremeva grigio e denso, e l’aria pesava anche più afosa che a mezzogiorno. Ma nessuno pareva accorgersene: nemmeno il Cavalcanti, il quale pur soleva lamentarsi che l’Oceano lo intorpidisse; chè con un certo tono risentito diceva all’Alverighi, il quale lo ascoltava arcigno:
— Le stoffe, i pizzi, i mobili, i libri, i ninnoli dei nostri nonni, li rivedremo noi mai più? Quando io osservo i nostri mobili, i nostri ori ed argenti, i panni che noi vestiamo; se capito in un sontuoso albergo o in una banca o in un grande transatlantico e lì guardo quei falsi marmi o quegli ori dozzinali che lo adornano; quando mi gingillo nel salone di sopra e rimiro gli stucchi grossolani e posticci che pretendono di abbellirlo o nelfumoiri fiorami d’oro su fondo rosso che ne fregiano le pareti: ebbene allora mi vien voglia di sorridere; mi par di rivedere i marmi, le statue, i gioielli del basso impero. Se li ricorda, lei, Ferrero, a paragone delle squisite eleganze del primo e secondo secolo? No, no: la macchina ci trasporta a braccia attraverso gli oceani tempestosi: è il portento, la meraviglia, la gloria dei nostri tempi; non sarò io che lo nego, di certo: ma la macchina ha anche fatto scempio delle eleganze che abbellivano ogni ora dalla vita ai nostri vecchi.... Stringi, stringi: a che si riduce la storia del cotone narrata dalla signora Ferrero? L’India è stata spogliata, depredata, derubata per mezzo delle macchine, in pochi anni, dai barbari dell’Europa, di una sua antica e nobilissima arte.... L’India l’aveva creata; e i barbari gliela hanno presa, armata mano! Se a lei par progresso, questo! No: in altre cose i nostri tempi progrediscono: ma decadono invece, quando imbruttiscono.
Ma a questo punto intervenne il Rosetti.
— E se discutessimo con un po’ d’ordine? La signora Ferrero aveva incominciato a spiegarci come la macchina si è imposta al mondo dopo esser nata per una specie di combinazione gigantesca, se si pensa che tra gli accidenti di questa combinazione c’era nientemeno che la Rivoluzione Francese. E voi l’avete interrotta, per discutere se la macchina è stata benefica o malefica.... Non sarebbe meglio prima di tutto sapere perchè l’espediente di un momento ha presa tanta radice? Poi si discuterà degli effetti della macchina; e del progresso anche, se volete....
Gli altri si tacquero, e:
— Perchè? — disse la Gina dopo un momento di esitanza. — Già l’ho detto poco fa. Perchè il mondo fu abbagliato dalla riuscita dell’Inghilterra nel cotone. Perchè in ogni paese ci fu chi sperò di arricchire inventando o fabbricando macchine. Perchè in Europa e in America, la forza delle tradizioni era stata indebolita dalla Rivoluzione e dalle Guerre dell’impero. Perchè c’era l’America, immensa e semideserta. Perchè infine dappertutto gli uomini avevano voglia, sotto pretesto di progredire, di fare un po’ di più il proprio comodo.
— Di non vivere più nella miseria e nell’ignoranza, lei vuol dire — interruppe l’Alverighi.
— Intendo dire che da poi che il mondo è mondo, si era sempre detto che fosse virtù il saper moderare i propri desideri, non stravolere.... Ci fu un tempo che la semplicità era la virtù dei santi e degli eroi. Ma da cento anni in qua, nossignori: la macchina vuol fare a tutti i costi dell’uomo un animale insaziabile. Perchè non scarseggi mai il lavoro alle macchine, tutti cercano oggi di persuadere il popolo che il suo primo e più santo dovere è il mangiare, bevere, fumare, muoversi, gozzovigliare, sprecare quanto più può e scimmiottar tutti i vizi dei ricchi. Poichè questo vuole, raccomanda, impone il progresso!
— La corruzione degli antichi è diventata il progresso dei moderni, come ci ha mostrato suo marito nel primo dei suoi discorsi di Rio — osservò l’ammiraglio.
— Sì. Ma Guglielmo non ha osato dire che la causa di questo capovolgimento.... Dirò come lei, avvocato, di questo rovesciamento, è la macchina: la macchina che ha bisogno di effettuare la impossibile contraddizione di una carestia permanente. Eppure mi pare evidente. Noi crediamo di essere più intelligenti dei nostri vecchi, perchè noi fabbrichiamo delle macchine e quelli no. Ma crede lei, avvocato, che a inventare delle macchine occorra poi un gran sapere e un genio sovrumano? Ma se il fondatore della grande industria a macchina è stato Arkwright, che era un barbiere! Gli antichi conoscevano la meccanica meglio di quel che si crede: eppure non fabbricarono molte macchine, e quelle poche quasi tutte per la guerra: perchè con le mani riuscivano a soddisfare i loro desideri ancora moderati; e quindi non venne a nessuno in mente la strana idea di fabbricare con tanta spesa e fatica delle rozze mani di legno e di ferro....
— Ma — obiettò l’ammiraglio — la macchina non sarebbe piuttosto l’effetto anzichè la cagione di questo incremento universale dei desideri?
— In parte, effetto, in parte causa. Succede sempre così.... Ci fu del resto un concorso di cause diverse.... L’ho detto e lo ripeto: la Rivoluzione Francese e le sue guerre avevano rallentati, in Europa e in America, tutti i freni: la religione, la tradizione, il buon senso. Senza la Rivoluzione Francese non ci sarebbe neppure la grande industria a macchina, probabilmente. Ma la macchina è nata dal disordine e lo partorisce. Guardi per esempio: tutti sanno che la grande industria arricchisce certuni e rovina molti altri, che oscilla sempre tra annate grasse e annate di rovina.... Perchè? Le buone, quelle in cuifa fortuna chi capita, sono le annate di carestia, quando le cose si vendono a caro prezzo: le annate invece in cui rinviliscono, perchè la macchina ha fatta, per un momento, l’abbondanza, sono mediocri o cattive e chi capita in queste peggio per lui! Quindi la macchina contradice continuamente a sè medesima, perchè, fabbricando molto e presto, fa l’abbondanza: viceversa non prospera che nella carestia. Questa è la ragione per cui la grande industria moderna è sempre occupata a scacciare via dal mondo l’abbondanza che essa ha partorita, a far la carestia permanente, moltiplicando le ricchezze; un paradosso impossibile, come lei intende; e per effettuarlo deve ricorrere agli espedienti più assurdi, impastoiarsi nelle contradizioni più strane: itrusts, i sindacati, i monopoli, le tariffe protettive, i premi di esportazione, la conquista delle colonie, lo spreco, la gozzoviglia, il lusso, il movimento perpetuo imposto come un dovere, prima del rispetto del padre e della madre, a tutti gli uomini, anche a quelli che non desidererebbero che di vivere in pace, come i Turchi. Insomma la smania del lusso cresce nel mondo a ondate; a ogni ondata nuova corrispondono alcuni anni di carestia passeggera; che sono poi i tempi in cui le cose si vendono care e molti fanno fortuna: e così tutti a lavorare di lima sui vecchi freni dei nostri desideri; e lima lima, sono tutti rotti, non ce ne è più o quasi: la ragione è scappata dal mondo, appena la macchina è entrata....
— In compagnia della bellezza.... — aggiunse il Cavalcanti.
— Ma ha condotto seco la ricchezza, la cultura, la libertà — disse l’Alverighi, con un tono sicuro e fermo. — Se gli uomini di oggi spendono assai, essi lavorano pure molto.... producono quel che consumano.
Ma la risposta fu facile.
— Producono e depredano. Non bisogna dimenticare che noi siamo così ricchi, in parte perchè invece di sfruttare ragionevolmente l’America la mettiamo a sacco: miniere, boschi, terre.... Sciupiamo pazzamente i capitali edonistici, come li chiamano gli economisti; le ricchezze naturali che non si rinnovano....
— Sciupiamo, saccheggiamo! Si fa presto a dirle, queste parole, signora.... — rispose l’Alverighi. — Ma e poi? e anche fosse vero? non a tutti è lecito andare a Corinto;pardon, saccheggiare un continente. Noi saccheggiamo le due Americhe, sia pure! Aggiunga, chè non mi fa paura di confessarlo, che saccheggiamo gli immensi territori della Russia; e non dimentichi neppure che, se Dio vuole, incominciamo a saccheggiare l’Africa e più la saccheggeremo in avvenire! Tanto meglio: perchè saccheggiando noi arricchiamo e progrediamo.... Ma insomma è vero sì o no, che noi siamo oggi padroni, all’ingrosso se vuole, ma padroni di tutta la terra, mentre tre o quattro secoli fa ne conoscevamo appena una piccola parte? È vero sì o no, che cogli occhi, con il pensiero, con il calcolo noi spaziamo nell’infinito, entriamo nelle molecole della materia e nelle viscere della natura? È vero, sì o no, che noi abbiamo con le macchine scorciato lo spazio e allungato il tempo, a dispetto della natura invidiosa e gelosa, che ci aveva date delle gambe troppo corte, un corpo troppo pesante e delle braccia troppo deboli? È vero, sì o no, che noi abbiamo scoperte le insidie più nascoste delle malattie? È vero, sì o no, che noi voliamo come gli uccelli e camminiamo sott’acqua come i pesci? Tutto ciò può o non può definirsi progresso? E avremmo in così poco tempo conquistata la terra, l’infinito, il mondo degli invisibili, se quella furia di ambizioni e di voglie, e l’impeto divino delle macchine, non ci avessero trascinati in capo al mondo?
Il ragionamento mi parve facesse vacillare per un istante l’avversario che con un fare un po’ impacciato rispose:
— Ma per giudicare un’epoca non basta guardarne le opere.... Bisogna anche dimandarsi se le idee e i sentimenti che lo muovono.... sono nobili, alti, ragionevoli....
— E che cosa rimprovera lei al nostro secolo? — chiese subito l’Alverighi.
La Gina titubò un attimo: poi risolutamente:
— Che è un secoloparvenu, — rispose.
— Un secoloparvenu? — chiese l’Alverighi. — E perchè? perchè crede nel progresso?
— Sicuro. Questa famosa fisima del progresso è proprio lo specchio innanzi cui si pavoneggiano tutti iparvenus: uomini, popoli, civiltà. Quel che mi offende nel mondo moderno sono proprio i popoli, i paesi, le civiltà che si dicono giovani, progressive, nuove. Una volta, quando eran gli uomini che lavoravano e non le macchine, una civiltà era opera e gloria di secoli: secoli di educazione, lunghissimi sforzi, e che lavoro! In compenso; però, ogni civiltà maturava davvero, allora.... Oggi invece.... Grazie alla macchina e all’America e al progresso e a tante altre belle novità si improvvisano anche le civiltà, oggi. Basta scoprire delle miniere di carbone e di ferro, possedere un vasto territorio e un po’ di capitale: se la popolazione manca, si racimola nei paesi troppo popolati; si fabbrica prima il ferro, poi con il ferro ogni sorta di macchine, a cominciare dalle ferrovie; e poi con le macchine ogni sorta di roba e robaccia, in fretta e furia, a profusione; pochi inventori e capitalisti basteranno; dalla moltitudine che muoverà le macchine non si richiede nè educazione, nè cultura, e nemmeno che conosca la lingua del paese.... In pochi decenni quel paese rigurgiterà di ricchezze: e poichè oggi gli uomini hanno tanti bisogni e per soddisfarli, in questo lei, pur troppo,ha ragione, occorrono metalli, grano, panni, carne, macchine e non arte, letteratura, religione, giustizia, disciplina, morale, tutti ammireranno quel paese dell’abbondanza come il modello del progresso, l’esemplare della civiltà, al bel modo che la si intende adesso. E così un’accozzaglia rimescolata a casaccio dalla furia di far quattrini, si accorge un bel giorno di essere un gran popolo. C’è proprio da meravigliare allora se s’inebria, se si illude di poter rifare da capo l’universo, e insomma se si persuade che il mondo incomincia da lei? Ma il mondo invece è vecchio, molto vecchio, più vecchio, che non credano i popoli giovani: e non ha bisogno di esser rammodernato ogni trenta anni.... Lei ride? È vero che l’America del Nord è una creatura della macchina, e quindi....
Ma qui tacque, interdetta dal sorriso di trionfo che sfolgorava in volto all’Alverighi.
— Ecco! Finalmente! La verità ha parlato! — esclamò. — Ce n’è voluto, ma ha parlato: chiara ed ingenua per bocca sua, signora! Sicuro: perchè i tempi moderni favoriscono l’America più che l’Europa, l’Europa vorrebbe rimontare a ritroso la corrente dei tempi! Perchè l’America ripete all’Europa con le sue macchine più potenti quel tiro birbone che l’Europa già fece all’Oriente con le sue prime macchine, abbasso dunque le macchine! Perchè nella civiltà della macchina, la potenza di quella oligarchia intellettuale che dall’Europa inganna mezzo il globo decade, il mondo rimbarbarisce! Sicuro: sono le macchine, e tra queste, precipua, la ferrovia che han fatta l’America contemporanea. L’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti sarebbero oggi ancora deserti, senza le ferrovie e l’infinito numero delle macchine agricole e industriali, inventate negli ultimi cento anni! Proprio per questo noi Americani adoriamo la macchina, perchè per essa noi sfruttiamo in largo, in lungo e nel profondo i nostri sterminati territori: e possiamo trarne fuori ricchezze, ricchezze, ricchezze;un fiume, una piena, un Oceano che coprirà il mondo e seppellirà tutti i monumenti delle civiltà passate....
— Non ne dubitiamo — interruppe sospirando il Cavalcanti. — Ma intanto nel chiuso Mediterraneo, Atene, Costantinopoli, Efeso, Alessandria, Roma, Venezia, Firenze, le città madri e maestre, chinano il capo, invecchiano, cadono in rovina, si vuotano, si tramutano in bordelli ed osterie.... Al di là dell’Atlantico le città officine, i mostri enormi, Filadelfia, New-York, Chicago, ergono al cielo trionfando i grattanuvole e i camini fumanti....
— Aggiunga pure — rispose pronto e con ironico ossequio l’Alverighi — che l’Europa tutta si accinge a mettere all’incanto e in liquidazione quella sua vecchia civiltà di cui è tanto fiera, la parte almeno che vale ancora un po’... E per avere in cambio dall’America ferro, grano, cotone, petrolio, lana....
Ma la frase scatenò una piccola tempesta.
— Vede, vede dunque che ho ragione io, che la macchina rovina i paesi poveri, — disse la Gina.
— Gli uomini non abbisognano solo di balle di cotone e di carni agghiacciate — protestò il Cavalcanti.
— La gente crede — incalzò la Gina — che le macchine creino la ricchezza: ma le macchine invece la cavano da dove c’è: e con profitto solo da dove ce n’è molta, che la possano cavare rapidamente. Per questa ragione i paesi naturalmente poveri non possono più sfruttare le piccole loro risorse nè con la macchina, chè costerebbe troppo, nè a mano, perchè nessuno vuole o sa più lavorare colle mani, oggi, grazie al progresso; e tutti preferiscono andare a porre in opera le macchine dell’America. Un bel risultato!
— La cultura sarà un’illusione, — osservò il Cavalcanti — ma potrebbe l’uomo vivere disilluso eternamente? Non di solo pane vive una civiltà....
— Bella civiltà, — interruppe la Gina — in cui val più per un popolo possedere delle miniere di carbone, che una tradizione antica di cultura. Una volta almeno, quando l’intelligenza governava il mondo, delle splendide civiltà fiorirono anche in paesi poveri e sterili.
Si rincorrevano le obiezioni e si accavallavano, come le onde sul mare; e l’Alverighi non poteva rispondere ad alcuna.... Ma a questo punto di nuovo intervenne il Rosetti.
— Scusatemi se vi interrompo un’altra volta: ma a me pare che in tutta questa vostra disputa, come del resto in quasi tutte le dispute, sia sottinteso un malinteso. Voi credete di discutere delle macchine, ma in realtà discutete di nuovo del progresso. Già una volta eravate cascati, senza accorgervene, in questo argomento piuttosto spinoso.... E ci siete ricascati adesso, perchè ciascuno di voi parla delle macchine e degli effetti che fanno nel mondo, muovendo da una diversa definizione sottintesa del progresso. La signora Ferrero accusa la macchina di peggiorare invece di migliorare il mondo, perchè estirpa da quello certe virtù e coltiva in loro vece certi vizi come la prodigalità, l’intemperanza, l’egoismo: in altre parole essa giudica il progresso secondo un criterio morale. Il Cavalcanti pensa invece che il mondo, progredendo, dovrebbe diventare anche più bello: giudica dunque il progresso anche secondo un criterio estetico; quindi la macchina in parte almeno rimbarbarisce il mondo.... Lei invece, avvocato, mi pare ammettere che l’accrescimento della potenza e della ricchezza è da solo progresso: quindi le macchine sono la provvidenza degli uomini. Come volete intendervi se ciascuno parla una lingua diversa? Voi fate un duello alla spada, a venti passi di distanza. Se crediamo venire a una conclusione, bisogna che discutiamo questa altra questione: che cosa è il progresso?
— Ma è chiaro, — rispose pronto l’Alverighi. — Il progresso è la conquista della terra.
— La conquista della terra? come fine a sè medesima? Ma no: io non accetto questa definizione.... — disse il Cavalcanti. — Se la bellezza è un bene, il progresso deve accrescerlo, anche questo come gli altri beni; e non si potrà dire che progrediscano in ogni parte dei tempi da cui la bellezza è scacciata come una vergogna....
— Ma chi le permette di dire — chiese di nuovo pronto l’Alverighi tagliando la parola alla Gina che accennava a parlare — che il mondo d’oggi sia più brutto del mondo di ieri?...
Il Cavalcanti tacque un istante, come sorpreso; poi scrollando le spalle, tra stupito e sardonico:
— Lei si sentirebbe allora l’animo di sostenere, per esempio, che questi nostri abiti fatti a macchina, non sono più brutti di quelli che portavan gli uomini del settecento?
Come sarebbe terminata questa strana discussione, non so: ma ecco in quel momento sopraggiungere, placido, attillato, dignitoso, fumando un avana grosso come le dita grassoccie tra cui lo stringeva, il signor Vazquez. Ci salutò, si sedè in un seggiolone che era rimasto vuoto tra noi e:
— Sempre filosofia — disse ridendo. — Il «Cordova» sarà chiamato «el buque de los savios». Il guaio è che quel signore — e minacciò l’avvocato con il dito — si è dato all’ozio. Aveva promesso di scrivere, qui sul battello, il rapporto che io debbo presentare ai banchieri di Parigi per un certo nostro affare della provincia di Mendoza.... Ma sì! Non fa che leggere, pensare, discorrere....
Scherzosamente, il Cavalcanti gli disse che l’Alverighi ci stava rivelando proprio allora cose più gravi e più grandi, che i più grandi e gravi affari della terra. Ma il Vazquez non si commosse.
— Gli do vacanza — disse — sino a Gibilterra.Ma da Gibilterra in poi lo richiamerò alle cose serie. Avrà tempo, del resto, per discorrere. Con questa tartaruga! Venti giorni per andare da Buenos-Aires a Genova! «Es una enormidad».
Gli obiettammo che sulle vie del Sud il carbone è più caro che su quelle del Settentrione. Ma non vacillò.
— No, no: io andrò in dieci giorni da Buenos-Aires a Genova, ne sono sicuro: se non sarà il carbone, sarà il petrolio, o l’elettricità, o l’idro-aereoplano: o qualche altro portento. Ma qualche cosa sarà. Io credo nel progresso.
— Come tutti gli Americani — osservai.
Assentì con il capo; trasse due lunghe boccate di fumo, facendo rosseggiare la brace del sigaro; e poi:
— Dieci anni fa, andando in Europa facemmo scalo a Bahia, e lì vidi il primo tranvai elettrico. Come rimasi, loro se lo figurano! Pensino che a Buenos-Aires tutti i tranvai erano a cavalli, ancora! Adesso hanno visto, in dieci anni, che cosa siamo stati capaci di fare! Abbiamo la prima rete elettrica del mondo; anche Parigi ce la invidia, con quei suoi vecchi omnibus a cavalli.
Tacque un momento, come pensando; poi volgendosi a guardare me e sorridendo:
— Non è una cosa curiosa? — mi disse. — Aver fatta la Rivoluzione Francese e aver ancora dei tranvai a cavalli?
Alquanto sorpreso da questa osservazione, gli chiesi se Parigi, ingombra di fili e di pali, sarebbe stata più bella agli occhi suoi: ma invece di rispondermi, seguì il filo del suo pensiero.
— L’Argentina è così prospera, perchè noi, tutto quello che si fa di nuovo nel mondo, subito l’adottiamo. Siamo un popoloadelantado, noi!
Poi trasse l’orologio.
— Sono le cinque e mezzo — disse. — Abbiamo tempo, avvocato, di fare una partita, prima di pranzo.Se ne ha voglia, venga. Se no, questo passaggio dell’equatore sarà davvero troppo noioso.
L’Alverighi non seppe rifiutare questo piccolo piacere al suo cortese e ricco amico: e così la compagnia si disperse. Io me ne andai pensando che senza tanto discutere il Vazquez aveva giudicata in ultima istanza la questione del progresso. Come tanti altri americani, del resto!
Ma l’equatore era cagione in tutta la nave di una insolita agitazione. I passeggieri ritornavano assiduamente ogni tanto a studiare la carta; si richiedevano a vicenda a quale ora si passerebbe; interrogavano gli ufficiali, i camerieri, i cuochi, gli sguatteri, sebbene tutti costoro avessero già ripetuto dieci volte all’uno o all’altro «verso sera»; osservavano il cielo e il mare, come aspettando in quello un qualche annuncio o mutamento improvviso. Ma inutilmente: chè il «Cordova» traeva per l’Oceano deserto con quella sua posata e sempre eguale andatura.... Per ingannare il tempo, intanto, uno dei mercanti astigiani tendeva insidie alla moglie del dottore di San Paolo, cercando di persuaderla che, se guardasse attentamente il mare con certo cannocchiale, avrebbe veduta la «linea»; tutti si recavano ogni tanto a dare una occhiata, nella sala da pranzo, ai preparativi per la festa della sera, confidandosi a vicenda le dicerie che correvano. Tra le quali che la signora Feldmann si sarebbe alla sera ornata di un famoso diadema che costava due milioni! Avendo incontrato l’ammiraglio solo, gli chiesi — poichè egli conosceva i Feldmann da tempo — se credeva proprio che quel divorzio capitasse tra capo e collo alla signora, così di sorpresa, come essa diceva. Mi rispose che, a sua saputa, marito e moglie vivevano in buon accordo; tutti consideravano e non pochi invidiavano la famiglia come felice: egli inclinava perciò a giudicare falsa la diceria del divorzio, sebbene non sapesse spiegare come fosse nata. Ma non so perchè — forseperchè ero in sospetto — mi parve di osservare nei discorsi dell’ammiraglio una dissimulata reticenza. A poco a poco il giorno discolorato e caldo si spense sul mare deserto: ma l’ora del pranzo giunse prima dell’equatore: e ci recammo tutti, in abiti da festa, alle mense, un po’ delusi e quasi irritati contro l’irraggiungibile linea. In compenso la sala era piena, tutti avendo fatto uno sforzo per assistere al pranzo dell’equatore. Ultima arrivò la signora Feldmann, che non avevo ancor veduta nella giornata, fresca e allegra come al solito, ornata non del famoso diadema, ma del vezzo di perle miracolosamente scampato la sera prima al piede imprudente di Lisetta. E mi guardò, mi salutò, parlò meco e con gli altri con tanta disinvoltura e allegria che, sebbene al primo incrociarsi dei nostri sguardi io mi fossi sentito un poco impacciato, pochi minuti dopo non pensavo più neppure io ai pianti e ai lamenti della sera precedente. Restammo tutti un po’ male quando il capitano ci annunciò sorridendo che prima delle dieci non si passerebbe l’equatore: ma presto dimenticammo la linea, non appena, dopo la seconda portata, il Cavalcanti pregò l’Alverighi di continuare il discorso interrotto poco prima e di dimostrargli come non si potesse affermare che la macchina abbia imbruttito il mondo.
— Ma è l’uovo di Colombo, — rispose pronto e allegro l’Alverighi. — Osserviamo gli abiti, poichè lei ha scelto questo esempio.... Negherebbe lei che l’arte della seta fabbrica oggi delle stoffe che sono una gioia degli occhi, dei portenti di bellezza, opere d’arte vere e proprie? Oppure che tutte le altre stoffe di lana o di lino o di cotone e via dicendo, di cui si vestono le signore, siano prive di bellezza? Che non sia un’arte bella quella che veste le signore, con quanta disperazione e rovina di noi sventurati mariti, lo sappiamo tutti? Accetto sino da ora la signora Feldmann come arbitra, se delle contestazioninasceranno. Ma su questo punto non possono nascerne: piuttosto lei potrebbe dire che nell’abito mascolino la ragione della comodità è sempre anteposta alla ragione del bello. Ma non è vero: anche nei panni che noi vestiamo l’industria moderna cerca di infondere una favilla di bellezza, per attirare i compratori: disegni e colori piacenti; tagli eleganti; forme che convengono alla persona che li indossa: effetti di bellezza, insomma, come nell’abito del settecento tutto sbuffi, pizzi, risvolti....
— Ma — interruppe il Cavalcanti scrollando le spalle — le stoffe d’oggi sono robaccia dozzinale; e quelle altre erano monumenti d’arte quasi eterni.
— Robaccia dozzinale! Monumenti d’arte! — rispose l’Alverighi. — Parole sonore, non c’è che dire. Ma di grazia; e la discussione dell’altra sera, non se ne ricorda già più, lei? Le è uscita tutta di mente? Ho sprecato con un bel profitto il mio fiato, allora! Ma già le discussioni sono inutili: discutiamo, litighiamo, andiamo sulle furie, uno sembra vincere e convincere, l’altro sembra vinto e convinto, pare che le idee si siano mosse, schiarite, scambiate da una testa all’altra.... E mezz’ora dopo, ciascuno ricasca nelle sue vecchie opinioni, come uno che si è mezzo svegliato a mezza notte e si riaddormenta dopo pochi minuti. Ma questo è il momento di trarre partito, per un caso pratico, delle nostre discussioni precedenti.... E perciò le chiedo: con quale metro o bilancia mi vuol lei pesare e misurare la bellezza delle mode presenti e quella delle antiche, per scoprire che nelle presenti ce ne è meno che nelle antiche! Come farebbe lei a dimostrarmi che le mode antiche erano più belle, se io le dicessi — come le dico — che a me piacciono più le nuove e presenti? No, lei, come tanti altri, scambia per decadenza dell’arte quella che è invece la sua purificazione dagli interessi, effettuata appunto dalle macchine. Sinchè gli uomini e le donne si vestivanodi stoffe che, per fabbricarne con le mani un metro, occorrevano dei mesi, era naturale che la Chiesa, lo Stato, la Monarchia, l’Aristocrazia, tutti i potentati del tempo si sforzassero di imporre quei pochi modelli, di impedire mutamenti troppo frequenti nel gusto e invasioni di modelli forestieri. Non c’era altro modo per assicurar pane e lavoro alle corporazioni d’arte e ai conventi: e come potevano imporli, quei modelli, se non persuadendo gli uomini che erano belli, arcibelli, bellissimi? Ma anche questa non era che una opinione rovesciabile, come dice lei, ingegnere. E difatti nessuno la professa più ora che la macchina fabbrica rapidamente e varia con facilità; quindi a mano a mano che la macchina trionfò, tutti i potentati del mondo sidisinteressarono(e calcò sulla parola) delle arti tessili: il pubblico non ha più sul collo tutte le autorità della terra e del cielo, quando si veste: oggi a chi piace una stoffa e a chi un’altra; i giudizi dissentono, ma noi non litighiamo e non fondiamo delle cattedre di estetica, per saper chi ha ragione e chi ha torto: ciascuno compra e si gode quella stoffa che più gli piace: la adopera, la logora, la smette e dimentica....
Tacque un istante aspettando. E il Cavalcanti:
— Tuttavia — osservò — il patriottismo qualche volta fa ammirar a certuni le stoffe del paese: e lo snobismo ad altri quelle inglesi o francesi....
— Sì — rispose l’Alverighi. — Ma i mercanti di solito ci pongono rimedio, imbrogliando gli uni e gli altri. Vendono ai patriotti come paesane le stoffe forestiere: e aglisnobscome forestiere le stoffe del paese....
— Vada per le stoffe gli abiti e i mobili, — disse il Cavalcanti, dopo un attimo di esitazione. — Ma le grandi arti, l’Aristocrazia del bello....
L’Alverighi non gli diè tempo di continuare.
— Anche nelle grandi arti — lo interruppe avolo, — quella che gli sciocchi chiamano la decadenza dell’arte, non è che la sua liberazione dagli interessi mondani, opera del progresso. Vuol convincersene? Volga gli occhi verso l’America, per un minuto. Gli Europei amano ripetere che gli Americani sono degli asini con il basto d’oro: sarà, ma intanto lei, signor Cavalcanti, l’altra sera, disputando con me, quando io conciavo a quel modo l’«Amleto», lei disse che gli Americani sanno ammirare il bello più degli Europei. Quella volta, Cavalcanti, lei ha parlato da vero americano.
Il Cavalcanti fece un saluto ironico di ringraziamento: e l’ammiraglio:
— Meno male — disse volgendosi verso di lui — che questo capiti qualche volta anche a chi nasce da una famiglia stabilita da due secoli in America.
— Da troppo tempo! — ribattè subito l’Alverighi.
Il Cavalcanti e l’ammiraglio sgranarono gli occhi: ma l’altro proseguì lesto:
— Due o tre generazioni dopo che si sono arricchite, le famiglie americane ricominciano a europeizzare, smarriscono quello che io chiamerei il senso del continente....
— Ho capito — conchiuse il Cavalcanti. — In America, di veri Americani non ci sono che gli Europei!
Ridemmo tutti: anche l’Alverighi che di lì a un momento riprese:
— A ogni modo l’America, come lei diceva, è aperta a tutte le arti, a tutte le scuole, a tutte le idee, senza preferenza, equamente. Non è forse vero che noi rimpinziamo di fogli da mille i conferenzieri, i musicisti, gli autori ed attori, i cantanti, i pittori e scultori di ogni paese e scuola? Quale è la città d’Europa che rappresenta tante opere di tutto il repertorio e così bene come Buenos-Aires e New-York? È vero sì o no, che chi voglia riudire i dolci concenti dell’antica opera italiana, deve andarenon a Roma o a Milano, ma in Argentina o negli Stati Uniti? E a lei, Ferrero, chi ha somministrati i mezzi di continuare l’opera sua: l’Europa o l’America? E come si spiega questo fenomeno, se l’America fosse la Tebaide dell’Intelligenza, il Sahara della coltura? Ma che Tebaide; ma che Sahara! l’America è disinteressata dell’arte: perchè grazie al cielo e grazie al progresso, ha del grano, del ferro, del carbone, del petrolio e ogni altro ben di Dio da vendere in quantità e non delle arti da imporre a nessuno, nè dentro nè fuori. Depurate l’arte da ogni interesse: che resta? Quel piacere incerto e vago se si vuole, ma delizioso e inebriante che dà la bellezza, quando e a chi lo dà, come diceva lei, Cavalcanti, l’altro giorno. Non beviamo, noi Americani, gli Champagne più famosi: non fumiamo gli Avana più cari: non ci facciamo vestire dai sarti in voga di Londra e di Parigi? E per qual ragione non godremmo anche, quando ci piacciono, i bei quadri, i bei libri, la bella musica, i bei giardini? Ma intendiamoci bene: senza credere che il piacere nostro sia universale, e senza volere o permettere che diventi obbligatorio.... Di tutte le cose che mi danno fastidio, la più fastidiosa per me è la boria estetica degli Europei. Ci trattano di barbari, noi Americani, perchè essi soli saprebbero fare e giudicare le cose belle. Ma queste fanfaluche le vadano a raccontare ai gonzi, i signori critici ed esteti di Europa. L’estetica è l’ultima tirannide che l’Europa vuol imporre al mondo: ma, creda a me, ingegnere, l’America la manderà in frantumi anche questa, ha già incominciata anzi questa gloriosa fatica — e con quanto successo! Noi daremo a ogni uomo il diritto di ammirare a dispetto di tutti quel che egli sente bello: la scultura greca, la pittura giapponese, l’architettura gotica, i gratta-nuvole di New-York o la musica futuristica degli amici di Marinetti, se gli garba. Non più critica dunque, non più teorie estetiche,non più tradizioni, scuole, pregiudizi o partiti presi: ma libertà, libertà, libertà.... Questo è il solo modo sicuro di sciogliere le interminabili dispute intorno al bello che hanno agitato gli uomini per tutti i secoli.... Libertà!
A queste parole un lampo mi attraversò lo spirito. La ragione per cui quel mercante di Rosario, evaso dalle scuole europee, aveva scoperto che l’arte è un piacere senza bisogno, vago e incerto; quella ragione invano cercata per parecchi giorni era chiara adesso; era quella! Scuoter l’autorità dell’Europa, che al Rosetti pareva così salda. Mi ricordai quanto facilmente in America trovan favore, sotto pretesto di modernità, le novità più rivoluzionarie dell’arte, della letteratura e dell’estetica, che l’Europa inventa; e anche in questo favore, di cui non avevo mai capita la ragione, mi parve di scoprire, alla luce di quelle parole, un’oscura e inconsapevole aspirazione del nuovo mondo a quell’indipendenza spirituale dal vecchio, che l’Alverighi, andando per le spiccie come al solito, annunciava imminente. Ma intanto il Cavalcanti aveva preso a rispondere:
— Che in questo che lei dice ci sia del vero — dicendo — per l’America almeno, lo ammetto. Ma in Europa....
— Anche in Europa — interruppe l’Alverighi. — Anche in Europa la moltitudine si è fatta smaniosa di progresso e cioè di lusso, di comodi, di agiatezza, di istruzione. Quanto pane e quanto companatico possono ancora largire sulla moltitudine del vecchio mondo le arti, le lettere e le scienze che non servono all’industria, a paragone delle terre, delle miniere, delle macchine? La pittura, per esempio, o la scultura o la musica: quanti milioni di operai potrebbero nutrire queste arti in Europa, anche se un popolo riuscisse a monopolizzarle, supponendo pure che riunisse le nove Muse in un sindacato? Sogni, chimere, fantasie d’altri tempi, credanoa me: macchine e non penne, miei signori, vuole oggi il mondo, per sfamare i suoi popoli: l’arte sarà la magra risorsa dei popoli poveri, che non hanno vasti territori, e miniere di carbone....
E senza badare alla meraviglia che traspariva a queste parole dalle nostre faccie:
— A una condizione però, intendiamoci bene, — soggiunse riscaldandosi ancora: — che gli artisti sian contenti di essere quali sono e non altri o di più: artigiani del piacere, eletti, ben pagati, ma artigiani: non semidei! Libertà nel pubblico, modestia negli artisti: ecco i due principî dell’arte futura. Saprebbe lei, signora — e si volse alla signora Feldmann, — dirmi il nome dell’artista che ha disegnata codesta bellissima stoffa? No. Si è mai curata di conoscerlo? Neppure. Ha pagata e ammirata l’opera; e basta. Così saranno nell’avvenire trattati tutti gli artisti: e saranno più seri e felici. Mutano i tempi, signori miei: guai ai popoli che non se ne avvedono: per secoli gli uomini invece di dilagare come una piena sull’universo, si son raggomitolati su pochi punti del globo e non volevano uscirne; in poche forze d’arte e non avevano occhi e nervi e orecchi che per quelle: in una sola dottrina filosofica, e in una sola credenza religiosa, e guai a chi osasse varcarne il confine! Oggi, non più, non più, non più.... L’uomo ha spalancate le porte dell’universo: il progresso ha vinto: l’America è maestra. Noi vogliamo tutta la terra, tutta la bellezza, tutti i piaceri, tutte le verità....
— Insomma — disse a questo punto il Rosetti — l’arte sarebbe, secondo lei, un puro e semplice divertimento, posto fuori di quel gran movimento delle cose umane, che si chiama il progresso.
— Naturalmente — rispose l’Alverighi. — E del resto è chiaro: progredire significa imparare a far meglio o a far di più. Ora chi non sa che in arte molti pensano che noi siamo da meno dei nostri antenatie quindi avremmo disimparato invece di imparare? Altri — è vero — pensa l’opposto: ma chi abbia torto e chi ragione, non c’è verso di saperlo: dunque la verità è che l’arte non progredisce: muta e varia, solamente....
— E lo stesso — soggiunse il Rosetti — ho paura potrebbe dirsi della morale, allora. Come si fa a sapere se una generazione è più buona o cattiva di un’altra?
Ma non potè continuare.
Già i camerieri avevano incominciato a mescere lo Champagne offerto dalla nave per festeggiare il passaggio dell’equatore: onde i nostri discorsi furono a questo punto interrotti dai brindisi e dalla cerimonia del battesimo. Il capitano versò alcune goccie di Champagne sul capo di quanti varcavano per la prima volta il confine ideale dei due emisferi. Ma il rito era appena terminato che i camerieri ricomparvero, reggendo altre bottiglie in grande numero; e incominciarono a propinare a tutti, a profusione, il vino prezioso. Il signor Vazquez offriva. Nella sala riscaldata dall’equatore e dai fumi del vino già bevuto, l’entusiasmo divampò: tutti si alzarono brindando al signor Vazquez e all’Argentina: anche la signora Feldmann gli fece un sorrisetto, prima di tuffare le piccole labbra rosse nell’oro liquido: il signor Vazquez, composto, tranquillo, dignitoso, ma soddisfatto rispondeva a tutti, sorridendo cortese. Osservai però che il dottor Montanari, il quale quella sera pareva anche più imbronciato e stizzoso del solito, aveva rifiutato il vino. Pure in quel momento, volgendo gli occhi intorno, mi accorsi che non erano presenti nè il giovane di Tucuman nè sua moglie.
— Non ameranno le feste — pensai.
Ci furono poi dei discorsi e molto chiasso; e insomma non potemmo ripigliare il nostro ragionamento: cosicchè il pranzo terminò allegramente,ma con frivoli discorsi, e ancora nell’emisfero australe. Uno dopo l’altro ci stancammo tutti di aspettare seduti a mensa questo equatore, che «faceva un po’ troppo il suo comodo» come disse l’Alverighi: e ci disperdemmo per la nave. Io uscii con la Gina e il Cavalcanti, dietro la signora Feldmann che se ne andava al braccio dell’ammiraglio: onde nel vestibolo, mentre il Cavalcanti mi mormorava all’orecchio alludendo all’Alverighi: «Lei ha ragione, Ferrero: è proprio un genio rinselvatichito nella Pampa» potei vedere la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, due o tre altre signore, il gioielliere che stavano lì in piedi, come aspettando qualcuno: la miliardaria, era chiaro. Fecero infatti silenzio e un piccolo inchino quando essa comparve dal refettorio nel vestibolo: poi le misero gli occhi addosso, mentre si avviava verso la porta che dava sul ponte, quasi direi avidamente, come volessero stamparsi nella memoria tutte quelle meraviglie, vive e morte, della natura e dell’arte. Curioso di sentire che cosa direbbero, lei uscita, rimasi nel vestibolo, facendo vista di nulla.
— Quanto è bella! — sospirò prima la genovese, non so se alludendo alla persona o alla veste, forse a tutte e due: perchè la signora Feldmann era posta dalle sue ricchezze, come una regina, al di sopra della naturale gelosia femminina. Un’altra signora incominciò un elogio dell’acconciamento, diffondendosi in minuti particolari, forse per mostrare quanto essa si intendesse di vesti di pregio e di prezzo. Ma il gioielliere intervenne:
— L’abito è niente! le perle invece.... Quelle perle, quelle perle! Appartenevano a qualche rayah indiano: ci scommetterei! Delle perle come quelle, non le avevano una volta che i sovrani dell’India!
Uscii sul ponte. Di rimpetto alla porta, appoggiato alla balaustra, le spalle al mare, solo e immoto, stava il dottore. Mi fermai e lo salutai.
— Buona sera, dottore, come va?
— Si campa — mi rispose asciutto asciutto, come chi vuol far intendere di non gradir compagnia.
Per non usargli lo sgarbo di accontentarlo subito, gli chiesi, un po’ scherzosamente, se i suoi «matti» gli davano molto da fare.
— Abbastanza — rispose. — Ma non è la quantità del lavoro che mi pesa! È la qualità. A proposito, — aggiunse, — con quel suo Antonio si va di male in peggio....
Aveva detto «quel suo Antonio» come intendesse farmi responsabile della sua cattiva condotta: non ci badai: gli domandai che cosa aveva fatto.
— Vuole ammazzarla, sua moglie, vuole.... — mi disse. — Adesso si è messo a far la corte a una vedova, una veneta, certa Maria che ritorna dal Brasile, pare, con dei quattrini! Cose da pazzi! Intanto oggi, dopo colazione, hanno fatto una festicciuola ballando e suonando, giù, nelle terze classi: e lui l’ha costretta a ballare. In quello stato, che quasi non si regge in piedi! È caduta in deliquio: ho dovuto correre: ho fatta una scenata terribile: ma sì, con quella gente! Se ne scuopre una nuova, tutti i giorni!
E raccontò di aver quel giorno conosciuta la storia di una famiglia di siciliani — marito, moglie, due figli — che ritornavano dallo Stato di San Paolo. Avevano lavorato per tre anni in una delle piùlontane fazende del signor X...., un ricco brasiliano che io avevo conosciuto. Ma l’intendente della fazenda era un prepotentaccio, che aveva tentato sedurre lei, donna piuttosto piacente: respinto, per vendicarsi e per far capitolare la virtù della bella restìa, non li aveva più pagati: aveva posto delle guardie intorno alla fazenda e aveva minacciato di farli prendere a schioppettate se tentassero di fuggire.... Imaginarsi le loro tribolazioni! Avevano venduti e impegnati i quattro cenci che possedevano per non morire di fame: e alla fine solo per un caso erano riusciti una notte a sfuggire alle amorose furie dell’intendente, facendo a piedi non so quante miglia per raggiungere una stazione di ferrovia, che fosse per essi sicura.
— Non hanno più che gli occhi per piangere, quegli sciagurati. Ben gli sta, del resto: impareranno a lasciare il loro paese — conchiuse il dottore.
Questo racconto però aveva fatto nascere in me qualche dubbio, che con molta prudenza esposi al dottore. Gli dissi che il signor X.... era una persona ricca, colta, rispettata, dabbene: sembrarmi poco probabile che in una delle sue fazende potesse essere intendente un simile manigoldo: del resto non credevo, dopo aver visitato lo Stato di San Paolo, che simili soperchierie fossero facili e frequenti neppure in fazende lontane e possedute da cattivi padroni. Esserci padroni di ogni qualità, buoni, mediocri e cattivi: ma neppure i cattivi poter poi oltrepassare nelle loro nequizie un certo segno, tracciato dalla civiltà moderna, tra gli avanzi della foresta primigenia non ancora arsa e le piantagioni del caffè, anche sull’altipiano montuoso di San Paolo. Lo Stato di San Paolo era stato messo dal rinvilio del caffè, per alcuni anni, a una prova dura assai: non era però giusto — come troppo spesso si faceva in Italia — imputare tutti i guai di questa crisi ai padroni, accusandoli d’essere dei barbarischiavisti, quando tanti erano tra essi i gentiluomini e dopochè tanto oro gli italiani d’Italia e d’America avevano raccolto tra gli arbusti del caffè. Gli dissi infine che occorreva esser guardinghi con gli emigranti. Non aveva egli stesso detto che diventavano tutti isterici e mezzo matti? Questo era il momento di ricordarsene, anche se aveva esagerato, dicendolo: perchè, inaspriti dalla solitudine, dalla lontananza, dal clima e dal vivere così diversi, dalle difficoltà delle crisi, molti emigranti imputavano ai padroni anche quelli tra i loro guai, che erano invece da attribuirsi alla fortuna e alle contingenze.
Ma parlavo ad un soldo. Non rispose; mi guardò invece con occhi diffidenti, quasi ostili, come avesse dinanzi un agente di emigrazione.
— Del resto — aggiunsi per rompere quel fastidioso silenzio — se lei crede possa giovare, io sono pronto a scrivere al signor X.... Se le cose raccontate sono vere, stia sicuro che indennizzerà la famiglia. Solo vorrei prima poter parlare con quell’uomo....
Si rasserenò alquanto, e:
— Il marito — mi disse — è una bestia. La farò parlar con la moglie. Proprio se può fare qualche cosa sarà una carità. E poi mi faccia un altro piacere: preghi la sua signora di ripetere a Maddalena di dare un po’ più retta a me e un po’ meno a suo marito. Se vuol suicidarsi, padrona: ma aspetti di essere arrivata. Vorrei almeno che non mi morisse a bordo e che non mi infettasse qualche altro!
Sopraggiunse in quel momento la bella genovese: e mi pregò di pregare la signora Feldmann che volesse suonare qualche ballo.
— Volentieri, — risposi — ma dov’è?
— Su, nel salone, che suona. Non sente?
Dal salone giungeva infatti a piccole ondate intermittenti una melodia. Lasciai il dottore: salii con la genovese: e comunicai all’augusta dama l’umile richiesta delle sue ammiratrici e dei suoi ammiratori.Subito parecchie coppie incominciarono alla cadenza di un valzer i loro giri; mentre io raggiungevo in un cantuccio l’ammiraglio.