PREFAZIONE.
Emilio Mitre, il Barone di Rio Branco, Teodoro Roosevelt: questi tre nomi ho il dovere di scrivere sulla prima pagina del volume. E su tre ricordi indelebili il memore pensiero indugia con una dolcezza non scevra di melanconia, nel momento in cui anche questo libro sta per affrontare il destino. Il primo, Parigi e la vigilia del giorno in cui dovevo terminare al Collège de France il Corso della Fondazione Michonnis — la sera del 29 novembre 1906: quando Emilio Mitre d’improvviso venne a trovarmi, e con amabile semplicità m’invitò a fare il lungo viaggio dell’Argentina, a nome suo e della «Nación», il grande giornale di Buenos-Aires. Poi la sera del 24 giugno 1907: quando il Barone di Rio Branco, ministro degli Esteri della Confederazione del Brasile, spedì incontro alla mia signora ed a me, nella meravigliosa baia di Rio de Janeiro, ove il «Cordova» faceva scalo, una eletta rappresentanza della Accademia brasiliana, guidata da Giuseppe Graça Aranha, a farci gli onori della città e ad invitarci a visitare il Brasile al ritorno. Infine il giorno del febbraio 1908 in cui — terza sorpresa del nuovo mondo, non meno gradita delle prime due — mi giunse, trasmesso con nobili parole dal barone Mayor des Planches, l’invito di Teodoro Roosevelt.
Molto dovrei a queste tre persone — a Emilio Mitre sopra tutti, perchè fu il primo — anche se essi mi avessero procurata soltanto la facilità di due lunghi viaggi, confortati da tutte le cortesie di una magnifica ospitalità. Ma essi mi hanno reso un ben maggiore servigio. Mi hanno strappato con gentile violenza a quell’antico mondo, in cui mi ero chiusoda dieci anni; e mi hanno buttato all’improvviso in mezzo all’immane tumulto delle due Americhe. Se la vita è la scuola che non chiude mai le sue porte e non sospende mai i suoi corsi, per chi sente l’ambizione di imparare senza tregua e di sempre far meglio, questa gran lezione capitò per me al buon momento, e fu forse la più proficua di tutte. Non mi raccapezzai da prima. Poi, a poco a poco, volgendomi indietro, dal fondo della Pampa argentina, dal montuoso altipiano di San Paolo, dalle immani città industriali dell’America del Nord, a riguardare la Roma di Cesare e di Augusto, misurai l’immenso cammino percorso dall’uomo in mezzo a questa gran valle di venti secoli. Quanto è vasta oggi la terra a paragone di quel piccolo bacino mediterraneo, intorno alle cui sponde per tanto tempo la civiltà si raccolse! Come deboli e pavidi appariscono gli uomini, anche nelle più gloriose età del passato, a petto della formidabile potenza di cui noi disponiamo! Eppure.... Eppure.... Per quale ragione, al sommo della potenza, l’uomo non è contento; non trova pace; spesso quasi fa mostra di voler sprezzare le prodigiose ricchezze, di cui è pur così avido e fiero; ed ogni tanto è preso dalla smania di ammirare e invidiare quelle antiche civiltà, che pur quasi più nemmeno capisce? Perchè ogni oggetto, sul quale si sia posata la polvere di un secolo o due, è venerato ormai come una reliquia? Perchè mentre gli Europei, affamati di oro, voltano le spalle al vecchio mondo maledicendolo, gli Americani, sazi d’oro, volgono verso quello la prua, come a cercare qualche cosa, che manca in mezzo alle loro immense ricchezze? Che è questo strano e incessante via vai dell’Oceano; questo inquieto cercarsi dei due continenti, nessun dei quali sembra più poter vivere da solo nè trasfondersi interamente nell’altro?
Quante volte, viaggiando le due Americhe, il mio pensiero ritornò a quell’antica civiltà, che era statatanti anni l’oggetto delle mie ricerche e dei miei studi! Sinchè alla fine, viaggiando con la mente tra un mondo e l’altro, mi parve di capire: di capire quale grandioso perturbamento l’America ha arrecato nella vecchia storia del mondo, comparendo ad un tratto nell’Oceano innanzi agli occhi dell’inquieto genovese, che l’andava cercando. Turbamento piccolo da principio e che crebbe poi, a poco a poco, nei secoli, con le scoperte delle scienze, con le invenzioni, con il trionfo della libertà e con le accumulate ricchezze: fervida lotta tra la quantità e la qualità, tra la forza che spinge gli uomini a rovesciare tutti i limiti per dilagare sul mondo e conquistarne i tesori, e il natural bisogno dell’uomo di appoggiarsi a dei limiti per riconoscere sicuramente il Bene, la Verità e la Bellezza: vertiginoso accumular di tesori, nel tempo stesso in cui si confondono e annebbiano nella mente le credenze, i gusti, i sentimenti, che gli antichi avevano cercato, con diuturna opera, di chiarire, affinare e precisare: rapido grandeggiare di un mondo senza limiti e quindi senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla ad ogni passo!
E così finalmente venni nell’idea di raffigurare questo conflitto dei due mondi — non dell’America e dell’Europa soltanto, ma delle antiche civiltà limitate ancora vive in tante tradizioni con le aspirazioni le ambizioni e passioni di questa civiltà nuova, che tutti i limiti vuol rovesciare — rinnovando una antica forma letteraria. Che cosa è questo libro? Un romanzo? Un racconto di viaggio? Un dramma? Un trattato di filosofia o di sociologia? No: è un dialogo. Cara agli antichi, strumento prediletto di Platone e di Galileo, questa forma letteraria, ha detto Ernesto Renan, è fatta apposta per trattare le questioni che la mente umana, ripiglia sempre a discutere, perchè non può scioglierle mai definitivamente. Ma anche il dialogo, insieme con tante altre cose belle, è oggi come una pianta assiderata dal crudoinverno. Fu temerario il pensare che potesse ridar qualche fiore?
Mi conforterà in tal caso il pensiero di aver potuto almeno dipingere in questo quadro antico la figura di uno degli uomini che ho più amato e ammirato. Tra i personaggi fantastici di questo dialogo, Emilio Rosetti è vero. Veri ne sono il nome e il cognome: vera la storia che di lui è raccontata: veri storicamente una parte dei discorsi, idealmente tutti. Uomo raro per ingegno, per dottrina, per disinteressata brama di sapere e nobiltà di sensi, egli avrebbe potuto oscurare molti i cui nomi risplendono di maggior lustro, se non avesse incessantemente praticata quella gran regola del senno antico, che ogni uomo deve desiderare e tentare meno di quanto può fare ed avere. Onde nessun altri avrebbe potuto intendere ed esporre meglio di lui quella filosofia dei limiti, a cui la lunga disputa mette capo.
E così si chiude nella mia vita e nei miei studi la lunga parentesi aperta da Emilio Mitre, con il suo invito, la sera del 29 novembre 1906. Pur troppo la gioia di aver terminata una lunga ed aspra fatica mi è ora amareggiata dal pensiero che nè ad Emilio Mitre nè al Barone di Rio Branco io potrò mandare — piccolo omaggio della mia, gratitudine — questo volume. Grazie al cielo però Teodoro Roosevelt è vivo e vegeto non solo, ma ammirabile esempio di quella alacrità infaticabile, di quella fiducia in sè e nelle cose che sono tra le più belle virtù dell’America. A lui almeno giunga questo libro e gli dica la imperitura riconoscenza che sento per lui; per le Due Americhe generose e ospitali; per le molte cose che vi ho imparate; per gli aiuti e le cortesie senza numero che ne ho ricevuti.
Marzo 1913.
Guglielmo Ferrero.