VII.

Da un pezzo io mi chiedevo se il Rosetti parlava sul serio o ironicamente, tanto questi ragionamenti mi parevano strani, pur non potendo negare che fossero ingegnosi e ben legati. L’Alverighi invece ascoltava raccolto, attentissimo, impassibile, senza fare un gesto o un cenno. E a questo punto interruppe:

— Mi persuado, mi persuado: siamo interamente d’accordo: non occorre che continui. Lei completa,non contradice le cose che ho dette ieri sera. Perchè lei non vorrà, spero, ammettere che sia eterno e assoluto quel che è imposto da interessi mondani! Questi sono tutti momentanei e caduchi. E quindi non ripeterà che l’America è brutta e perciò barbara, perchè non piace agli esteti e ai critici dell’Europa.

— No, non lo ripeterò io — rispose il Rosetti. — Io sono un mezzo americano e ho vissuto venti anni in America; e all’America debbo questi ozi che tanto mi godo.... Io dunque ho interesse a difendere l’America. Ma quelli che vivono in Europa e non sono pensionati da uno Stato americano? Se tutti gli uomini sono spinti dall’interesse a imporre agli altri come bello quello che tale pare — ad essi, allora è chiaro: bello sarà per tutti quel che vorrà che sia bello il più forte: o il popolo, o la classe, o la fazione o la cricca mondana o la cabala di critici o l’interesse commerciale e via dicendo. Il bello ed il brutto insomma dipenderanno dalla forza. Orbene: se l’Europa e l’America vengono a disputare intorno al bello ed al brutto, è chiaro dunque che bello sarà ciò che è proclamato tale tra i due continenti da quello che può imporre all’altro la sua opinione.... Ora è possibile dubitare che l’Europa sia oggi armata meglio dell’America, in questo duello? Vorrei poter affermare l’opposto io, che tanto debbo all’America, ma.... ma.... Ma l’Europa ha tradizioni, scuole, musei, monumenti, filosofie.... Lei lo vede del resto: qui a bordo io e lei, che siamo nati e cresciuti in Europa, siamo quasi d’accordo; ma il Cavalcanti e l’ammiraglio, che pure sono americani, si scandalizzano addirittura a sentirci ragionare a questo modo. L’America dunque non si reputa neppur capace di imporre al mondo un suo qualunque criterio del bello: si sente obbligata ad accettar quello o quei criteri che l’Europa si degna somministrarle e di solito piuttosto sgarbatamente. E allora? Leiha dimostrato che tutti gli argomenti con cui si vuol giustificare questa sopraffazione sono dei sofismi: e lei ha ragione: ma che può questa sua critica, acuta sì e profonda, ma solitaria, contro il fascio di tanti interessi? Pensi che a mantenere in credito nei due mondi le diverse arti dell’Europa e i canoni che le informano, collaborano laggiù gli Stati, — ecco le baionette, Ferrero — le religioni, le scuole, i musei, la filosofia, i giornali, le riviste, la critica, un infinito esercito di artisti e di scrittori famelici, un altro esercito non meno sterminato di pubblici funzionari, nonchè non pochi industriali e mercanti, dagli editori ai fabbricanti di strumenti musicali e ai mercanti di quadri. Ed ecco, Ferrero, l’oro!... Presume lei, avvocato, ragionando a bordo del «Cordova» di poter distruggere questo formidabile potentato? Dunque zitto e creda a me: bisognerebbe che a sua volta l’America si muovesse un po’, prendesse animo, cercasse di imporre al mondo una nuova dottrina del bello: l’obbligasse a riconoscere che i «gratta-nuvole» sono più belli di Palazzo Vecchio....

— Questo poi! — esclamai io.

Ma il Rosetti si rivolse subito verso di me; e tranquillo, sorridendo:

— Tu credi dunque che gli uomini non potranno mai, proprio mai, ammirare i gratta-nuvole? Tu presumi allora assai del tuo gusto. Mio caro, non c’è cosa che gli uomini non siano capaci d’ammirare, quando vogliono, purchè vo-glia-no! (e scandì le sillabe). Il vecchio e il nuovo, la curva e la retta, l’arabesco e il geometrico, il grande e il piccolo, la regola e il mostro, la proporzione e la sproporzione, il flebile e l’enfatico, l’equilibrio e lo squilibrio, il classico e il rococò, l’attico e il barocco, la rosa e l’orchidea, il semplice ed il maestoso, la maiolica italiana e la ceramica cinese, la montagna selvatica e i giardini artifiziosi, la tradizione e il futurismo: tutto, tutto può sfiorar di piacere i nostrinervi, e questo piacevole soffio, se degli interessi se ne immischiano, essere per qualche tempo almeno imposto come misura assoluta del bello.... Senonchè rassicurati, tu che alla gloria del vecchio mondo ci tieni tanto; e rassicura l’ammiraglio, che ha paura dell’anarchia: ce ne vorrà del tempo, prima che New-York apparisca agli occhi degli uomini come una bella città! L’opinione che le arti dell’Europa sono i modelli della bellezza è imposta da una così forte alleanza di potentati diversi, che l’America sarà impari al cimento per secoli. L’Europa detta e per un pezzo detterà le leggi del bello; e l’America dovrà aspettarne, di là dall’Oceano, trepidante e un po’ vergognosa, l’arcigno e non sempre sincero giudizio! Lei, avvocato, ha torto di invocare, e l’ammiraglio di temere, la libertà. Sì, l’uomo moderno rivede i conti anche al Creatore, come lei dice: ma in arte, no; serve con voluttà; non vuol essere liberato, cerca un’autorità a cui piegare: i classici, le glorie canonizzate ufficialmente, i principii indiscussi; e se lei lo libera da questo giogo, lo vedrà correre a buttarsi ai piedi e tendere per un nuovo giogo il collo agli sfacciati e ai ciarlatani, ai critici e agli esteti, come dice lei, che gli dànno ad intendere di saper essi quel che è bello e quel che è brutto.... Ma un’autorità ed un padrone, li vuole a tutti i costi!

Il Rosetti tacque; l’Alverighi non rispose: e in silenzio, tutti e tre, percorremmo due volte innanzi e indietro il ponte di passeggiata. Si capiva che l’Alverighi era perplesso e impacciato. In quella suonò la campana che annunciava esser pronto il gelato offerto ai passeggeri ogni domenica sera.

— Andiamo a rinfrescarci? — proposi.

Ma il Rosetti disse di no e l’Alverighi dichiarò che voleva ritirarsi: li lasciai dunque, e mi recai nella sala da pranzo. Ne uscii mezz’ora dopo per andare a letto; ma ero appena uscito sul ponte, che mi sentii chiamare dal Cavalcanti.

— Senta, senta quel che succede — mi disse. — Che cantonata avevo presa!...

L’ammiraglio gli aveva raccontato, poco prima, come il marito della signora Feldmann fosse partito tre mesi prima per gli Stati Uniti chiamato — aveva detto — da urgenti faccende e con il proposito di restar assente circa quattro mesi; ed essa stava aspettandolo tranquilla in Rio di ritorno, quando ad un tratto, tre giorni prima della partenza del «Cordova», aveva ricevuto un telegramma del signor Löventhal, lo zio del marito, che la pregava di partire senza indugio per l’Europa e gli Stati Uniti, correndo a New-York la voce che suo marito intendesse avviare una procedura di divorzio. Fuori di sè, la signora era corsa a chieder consiglio a lui, l’ammiraglio, e l’ammiraglio, poichè fra tre giorni egli si imbarcava sul «Cordova», l’aveva persuasa a partire con lui, che potrebbe assisterla nel viaggio. Questa era la ragione per cui si trovava a bordo del «Cordova». Ma prima di partire essa aveva telegrafato allo zio, al suo avvocato e a parecchi amici di New-York di raccogliere e telegrafarle notizie, a Rio se potevano prima che essa partisse, se no alle Canarie, dove il vapore faceva scalo. Nessun dispaccio essendo giunto prima della partenza, essa non potrebbe ricevere notizie precise che alle Canarie, tra dieci giorni; il primo giorno era stata abbastanza tranquilla; ma il mio imprudente discorso sulla facilità dei divorzi in America l’avevano di nuovo sconvolta. Quella stanchezza che l’aveva vinta il sabato sera, non era, come noi avevamo creduto, noia della filosofia, ma prostrazione dell’ansia protratta.

Ne fui molto dolente; e pregai il Cavalcanti di dire all’ammiraglio che avevo esagerato. Mi rispose che già lo aveva fatto e che l’ammiraglio ne era stato contento. Gli feci allora un breve sunto della conversazione poco prima finita. Ci guardammo in faccia perplessi; e:

— L’arte, interessata? — esclamò dopo un momento. — Ma se la bellezza è il più disinteressato dei piaceri!

— A questo modo, però, — osservai, — New-York ridiventa brutta e le città dell’Europa belle. E l’Alverighi deve star zitto. È sempre un guadagno.

Pensò un momento; poi, scuotendo il capo:

— Purchè il prezzo non sia troppo caro....

Il seguente lunedì noi incominciammo ad accorgerci che in mezzo all’Oceano il sole mette i suoi cavalli al passo. A mano a mano che una nave si allontana dalla terra, allorchè la novità della compagnia e del luogo ha cessato di distrarre piacevolmente gli spiriti, come nei primi giorni, le ore si allungano, e alla lentezza dei giorni e delle notti i naviganti incominciano a misurare quell’immensità dell’Oceano, che il Cavalcanti non riusciva a vedere con gli occhi. Passano i giorni e le settimane; e il cammino percorso non si vede, ma si immagina appena, con una tal confusa idea, ripensando all’infaticato andare della piccola nave per l’acqua infinita; come se la nave si muova senza far cammino in una solitudine invalicabile, fuori del tempo e di ogni vista tranne che delle stelle. Poichè esse sole, le piccole stelle, tacite e vigili, seguono e segnano dall’alto ogni sera, sul quadrante dell’infinito, nel registro dell’eternità, anche l’impercettibile andare dell’arca minuscola per le vie dell’Immensità!

Il lunedì fu dunque il primo giorno in cui incominciammo a misurare con il tedio l’immensità dell’Oceano. Nella mattina non vidi l’Alverighi: e non potei nemmeno saziare di qualche nuova notizia intorno ai casi della signora Feldmann la curiosità solleticata dal racconto del Cavalcanti; perchè non reputai conveniente di muover io primo questo discorso con l’ammiraglio ed egli non ne parlò. Il «Cordova» parve giungere a fatica, a mezzogiorno, a 11 gradi e 6 minuti di latitudine, a 33 gradie 6 minuti di longitudine; e il pomeriggio fu, nel calore tropicale che prendeva forza, sonnolento, accidioso e «pieno di vuoto». La frase è strana; ma dipinge bene il tedio e l’ozio delle lunghe traversate. L’avremmo quindi dimenticato — anche nel pomeriggio l’Alverighi non si fece vedere — se in quel pomeriggio la moglie di Antonio, quell’antico portinaio che avevo riconosciuto il sabato, non avesse mandato un marinaio a dire alla Gina che desiderava di vederla; e la pregava, poichè essa non poteva salire alla prima classe, di voler scendere essa nella terza. La Gina era scesa; e non era ritornata che due ore dopo, perchè Maddalena — così si chiamava la donna — aveva voluto narrarle la loro storia. Arrivati in Argentina, avevano affittato per tre anni nella provincia di Santa Fè cento ettari di terreno, per coltivare il grano turco....

— Cento ettari! — interruppi trasecolato. — Quel poltrone ha affittato cento ettari? E come li ha coltivati?

— Avrà lavorato Maddalena — osservò la Gina.

E continuò a raccontare che, scaduto il contratto, Maddalena e Antonio erano accorsi tra i primi a popolare un nuovo pueblo o villaggio che gli eredi di Alessandro Roca, il fratello dell’ex-Presidente, fondavano sulla ferrovia che da Rio Quarto va a Villa Carlota, in una grande estancia di cui volevano dare all’aratro una parte. Dalla loro storia Maddalena era trapassata ai suoi malanni. Non stava bene; pregava la mia signora di visitarla, come altra volta aveva fatto a Torino; il dottor Montanari le aveva ordinato di stare seduta, il giorno, in una certa parte del ponte sola e senza muoversi. La Gina aveva subito capito che era ammalata di tubercolosi; e di fatti, dopo averla visitata, le aveva detto che le prescrizioni del commissario erano savie e promesso di raccomandarla al dottore. Ciò che di fatti di lì a poco facemmo insieme. Ma:

— Un bel tomo — ci disse subito — quel marito! Assolutamente non vuole che io curi sua moglie.

E ci raccontò che egli cercava di isolare i tubercolotici, assegnando loro un posto della coperta, sotto vento, durante il giorno e facendoli dormire nell’infermeria delle malattie infettive; che ordinava loro di sputare sempre in una pezzuola e di buttarla in mare; e prescriveva infine un nutrimento speciale: uova, latte, carne.... Ma Maddalena non obbediva, sebbene l’avesse minacciata di chiuderla anche il giorno nell’infermeria; e il marito — glielo avevano raccontato i marinai e parecchi emigranti — la sobillava a non dargli retta, strapazzandola se lo faceva.

— Ieri gli ho lavata la testa come si meritava — conchiuse. — Ma a che serve, con questa gente? Bisognerebbe star sempre lì, con il fucile spianato.

Tacque un momento, sopra di sè: poi, a un tratto, sbuffando e come chi si sfoga:

— Signor Ferrero, signor Ferrero — disse — vorrei che lei facesse per sei mesi il mio mestiere.... Allora, sì, che la conoscerebbe per davvero l’America! Altro che viaggi e conferenze! Quando sento parlare di emigranti e di emigrazione, mi vien voglia di ridere. Sa che cosa ci vorrebbe per quella gente? Non un semplice medico, come sono io; ma un alienista. Su cento emigranti, creda a me, non ce ne è uno che abbia il cervello a posto. Tutti pazzi sono, o sulla buona strada per ammattire....

Protestai, ridendo, che il dottore esagerava. Sì, certo: questa grande orda che ogni anno varcava l’Oceano, seminava di vittime il suo lungo cammino. Eppure.... Ma non mi lasciò finire.

— Se gli va bene, sono i denari — interruppe. — Se gli va male, i patimenti: in un caso e nell’altro l’emigrante perde quel po’ di giudizio — molto poco — che Dio gli aveva dato. Ma le pare che un uomo possa vivere con un piede in America e unpiede in Europa, a cavalcioni dell’Atlantico, e non perdere l’equilibrio? Conclusione: tutti isterici e mezzo matti, diventano. Il che sarebbe poco male: il peggio è che mi cascano qui tutti sulle braccia a me; ed io li dovrei curare....

Non insistei nel proposito di confutarlo; ricondussi il discorso ad Antonio, sinchè il dottore conchiuse:

— Lei che lo conosce, gli parli un po’ e gli dica di non far lo stupido a quel modo. Insomma, si tratta della pelle di sua moglie. Per poco che valga!...

— Proverò, — risposi, — ma son sicuro di fare un buco nell’acqua. Antonio è un balordo insolente. Bisognava sentire come rispondeva quando era al nostro servizio. Imaginarsi adesso!

Per il pranzo la signora Feldmann indossò il terzo abito della giornata; e pranzando ragionammo ancora un poco degli interessi nell’arte. Ma l’Alverighi — incredibile a dirsi — ascoltò senza parlare; il Rosetti chiarì con qualche nuovo esempio il suo pensiero; noi non movemmo obiezioni: cosicchè non ci fu disputa nè battaglia. La sera trascorse tranquilla, ma senza illuminarmi in alcun modo intorno ai casi della signora. Il Cavalcanti o non aveva voluto o non aveva potuto far parlare l’ammiraglio. Di nuovo, dopo il pranzo, l’Alverighi era sparito. Ragionai invece a lungo, quella sera, di Antonio e di Maddalena con la Gina, e concordi conchiudemmo che, a compenso della infingardaggine di lui, lei doveva aver lavorato troppo; non altrimenti poteva spiegarsi che ripatriassero, lei malata e lui rimpannucciato. A ogni modo per mantener la promessa scesi la mattina di poi — martedì — nella terza classe e fattomi sedere accanto Antonio sopra un mucchio di grosse corde, davanti alla dispensa della terza classe, poco distante dalla scala che saliva al ponte di passeggiata; tra il via vai degli emigranti e dei marinai, in vista dei cuochi biancovestiti che si affaccendavanoin fondo alla dispensa per allestire il desinare alla plebe numerosa di quel piccolo mondo, incominciai a ragionare della moglie. Ma non appena gli ebbi detto:

— Sai, Antonio, la signora Gina ha visitato ieri Maddalena, è seriamente malata....

Egli uscì subito in una delle sue sciocchissime risposte, sebbene con un fare insolitamente cortese.

— Lo so, lo so. E il signor commissario non me la vuole curare.... Ha sempre fretta, è sempre sulle furie, non gli si può mai parlare.... Sono stato io che ho detto a Maddalena di farsi visitare dalla signora Gina.

Un po’ sorpreso, così dalla strana uscita, come dal tono insolitamente gentile, con cui mi parlava, gli risposi che mi pareva che il commissario l’avesse visitata....

— Sì, un momento. Il giorno dopo l’imbarco e ci fece anche una sfuriata, non so perchè. Ma poi non l’ha più vista: le ha ordinato di star sola, sul ponte, laggiù seduta.... Tutta la sua medicina è quella. Come vuol che mi guarisca, una donna come Maddalena; lei la conosce; avvezza a non star mai un minuto senza far niente?

— No: l’America non l’ha fatto più intelligente, — pensai tra me.

E un po’ per non perder tempo in inutili ragionamenti, un po’ per fare impressione su lui, gli dissi con tono alquanto risentito di badar a non prender troppo le cose in ischerzo: Maddalena aveva bisogno di molte cure e sopratutto di riposo.

— Perchè — aggiunsi sorridendo, ma con intenzione — qualcuno mi ha detto in gran segreto all’orecchio che in America ha lavorato lei molto più di te....

Antonio non si scompose; e guardandomi in faccia, senza sorridere questa volta, serio, con fermezza e quasi con dignità, mi rispose:

— Ha lavorato lei, ed ho lavorato io, in America. Abbiamo lavorato tutti e due, come negri.

— Come un negro, tu? — risposi.

— Perfino di notte ho arato il campo, quando c’era la luna. Non è mica l’Italia, l’America.

— Lo so, lo so — dissi ironicamente. — In America tutto è più bello, più grande; laggiù vi degnate di lavorare!

— In America — rispose — val la pena di faticare. Ci si rischia la pelle: ma almeno in otto o dieci anni uno può mettere qualche cosa da parte.

— E perchè allora non sei rimasto in America la prima volta che c’eri andato?

— Perchè c’ero andato senza una donna. Maddalena aveva paura del mare. Un uomo solo, in America, guadagna molto, ma il denaro se ne va....

— Cosicchè eri solamente tornato a ripigliar Maddalena? — gli domandai.

Mi rispose senza parola, con un sorriso tra furbesco e soddisfatto.

— Noi dunque — incalzai, fermo ancora nel pensiero che Antonio fosse un balordo — ci siamo arrovellati tre anni per insegnarti il mestiere di fattorino e di portinaio, e tu intanto non pensavi che a persuader tua moglie a ritornare in America?

Di nuovo sorrise con quella sua ingenua malizia. E allora per la prima volta un dubbio mi balenò nella mente: se «Sua Eccellenza lo Zuccone» — come noi lo chiamavamo — non avesse invece fatto lo stolto per vivere tre anni a nostre spese con poca fatica. Ma no; il dubbio era assurdo; Antonio non era da tanto da gabbarci tutti. Spinto tuttavia da una nuova curiosità e poichè eravamo già nel discorso, lo interrogai intorno alle sue vicende. Mi raccontò che arrivato in America con un piccolo gruzzolo, aveva affittato nella provincia di Santa Fé cento ettari di terreno, in un sito che aveva già adocchiato durante il primo viaggio: avevaseminato il grano turco, era stato favorito da due annate straordinariamente buone su tre e aveva guadagnato circa trentamila lire; ma non aveva voluto tentare più la fortuna.

— La raccolta — diceva — dipende troppo in Argentina dalla pioggia e dalle cavallette: e ormai i peones pretendono troppo per la mietitura.

— Sono seguaci delle tue teorie — interruppi.

Ma Antonio non capì l’ironia. E continuò a raccontarmi che era andato al pueblo Alessandro a farsi, con quel capitale, albergatore e mercante: aveva comperato una mezza quadra, circa cinquemila metri quadrati: aveva costruito uno di quegli edifici rossi, a un solo piano, che chi viaggia la verde Argentina vede ogni tanto allinearsi contigui, otto o dieci, presso le stazioni della ferrovia; aveva aperto in quello un piccolo albergo e un almacen. Albergo e negozio avevano prosperato: ma qui pure non aveva voluto trattenersi più di cinque anni, perchè «i primi sono i più buoni» mi disse e i pueblos talora, dopo sette od otto anni, decadono, se i padroni riconducono sulle terre gli armenti. Non potei non ammirare in questo racconto una certa quale inconsapevole mischianza di accorgimento italiano e di ardimento americano; e:

— Hai fatto dunque fortuna? — chiesi a mo’ di conclusione.

La risposta fu che qualche cosa al sole ormai ce l’avrebbe: risposta abbastanza chiara in sè e chiarita ancor più dal sorriso che la sottolineò.... E allora, in un attimo, finalmente, dopo tanti anni, capii.... Capii che lo «zuccone» era un cervello fino e astuto, che aveva saputo seguir tenacemente per anni ed anni un suo secreto pensiero. Capii che ci aveva ingannati tutti, prevalendosi astutamente dell’obbligo in cui sapeva mio zio verso il suo protettore, che qualcuno diceva fosse suo padre: delle debolezze in cui così spesso incorrono le classi altenel trattare il popolo: la bontà capricciosa, le collere bisbetiche, i rimorsi delle sfuriate, la noia dell’insistere, la leggerezza con cui esse così spesso giudicando il popolo scambiano l’ignoranza per stupidità; onde al popolo riesce facile di rinvoltare e nascondere nella sua ignoranza le armi più insidiose dell’astuzia. Capii che ora, venuto meno il bisogno di ingannarmi, ripigliava forza il naturale rispetto del popolo per chi sa, può e possiede più di lui; che sentendosi libero dalla mia autorità smetteva la antica insolenza di servo insofferente e confessava di averci ingannati, senza reticenze e vergogna, ma non per sfacciata protervia, bonariamente e rispettosamente, per mettere in bella mostra quel po’ di intelletto che la natura gli aveva largito e per farmi ammirare la sua bella riuscita: affetti ambedue troppo umani, perchè non debbano agitare altri cuori che quelli degli scrittori e degli artisti. Un’ultima curiosità mi punse: sapere come avesse persuasa la moglie al gran viaggio. Rise di nuovo con intelligente malizia.

— L’ho minacciata, se non veniva, di pigliarmi un’altra donna in America e di non tornar più.

Nè disse altro: ma lo guardai in faccia: e un nuovo lampo mi traversò la mente. Non era questa la ragione ultima per cui egli aveva perdonato alla moglie il suo fallo? Per poter vincere in lei la paura dell’Oceano, che si interponeva tra il vivere antico e la fortuna sperata? Non le aveva detto: «Io perdono, ma tu verrai laggiù»?

Il caso era curioso e non potei a meno di parlarne con i miei compagni di viaggio. A colazione infatti raccontai al dottor Montanari la parte della nostra conversazione che lo riguardava....

— Benone! — disse. — La colpa è mia, se sua moglie se ne muore.. Tutti così, del resto; per sospettare, per incriminare, per calunniare l’autorità, che talento hanno tutti! O santo austriaco bastone!...

Ma la Gina spiegò altrimenti i lagni di Antonio: la cura ordinata dal dottore probabilmente contrariava qualche idea che Antonio già aveva nella mente e perciò egli arzigogolava delle ragioni per convincersi che era inutile. Il popolo è fatto così! Si discusse un po’, e alla fine io narrai tutta la storia di Antonio. Ma il dottore che m’aveva ascoltato attento attento:

— Capisco adesso — esclamò premendosi con l’indice della destra la fronte — perchè non vuole che io curi sua moglie. È la sua vendetta, questa. Prima si è servito del fallo della moglie per ricattarla, trascinarla a forza in America e lì farla sgobbare come una schiava: adesso che ha fatti i denari le dà il ben servito: la fa morire a fuoco lento!

Protestai che il dottore era troppo severo. Antonio era, come tanti uomini del popolo, un miscuglio di intelligenza greggia, di egoismo nativo, di astuzia e di ingenuità: aveva solamente messo a frutto il suo perdono....

— E le sembrerebbe poco, — ribattè il dottore, — anche se non avesse fatto altro?

— E che cosa doveva fare secondo lei? Scannarla? — intervenne a questo punto l’Alverighi, che era finalmente comparso, ma — cosa per lui insolitissima — solo all’ora della colazione. Nella mattinata nessuno lo aveva visto, e uno dei mercanti astigiani aveva raccontato di averlo veduto, la notte precedente, alle due e mezzo, passeggiar per il ponte superiore solo.

— Un galantuomo non batte mai moneta con la colpa altrui — rispose il dottore. — Il popolano che uccide la moglie adultera è certo meno corrotto di quello che ne fa mercato.

— Ma lei — interruppi io — mette Antonio a pari di un marito che venda la moglie: non mi par giusto, una differenza c’è, mi sembra....

— L’uomo — incalzò l’Alverighi — che sa cavareun bene da una disgrazia è un savio. Non mi meraviglio che Antonio abbia fatta fortuna in America....

— E neppur io! — rispose il dottore. — La disinvoltura con cui truffava i suoi padroni in Europa....

— Truffava! — interruppe brusco l’Alverighi. — Perchè pagato poco lavorava di mala voglia....

— Se a lei pare — replicò il dottore — che chi prende un impegno abbia poi il diritto di non mantenerlo, perchè giudica che i patti non sono equi....

— No, non ha il diritto, — rispose pronto l’Alverighi, — quando le due parti contraenti hanno eguale forza. Ma la truffa, come lei la chiama, è il supremo scampo, in Europa, del povero, quando il ricco lo incalza spietato. E per lui l’altare, che il supplice antico abbracciava disperato, invocando gli Dei....

— E quindi — ribattè sardonico il dottore — al povero proletario sono permessi il furto, la frode, la bugia, il «sabotage»....

— Niente affatto — rispose l’altro. — Ma la ragione, il sentimento, il buon senso e in caso disperato un lodevole spirito di rivolta riconosceranno sempre al povero il diritto di interpretare con una certa larghezza i patti impostigli con la forza dal ricco prepotente. Ai ricchi di Europa piacerebbe, lo so, di chiudere anche le porte di questo supremo asilo....

In odio all’Europa l’avvocato trascendeva sino ad anarchicheggiare.

— E perchè allora — domandò il dottore — quel galantuomo non venderebbe addirittura sua moglie, se si presenterà, una occasione? Ha fatto bene, lei dice, a passar la spugna sulla colpa della moglie, perchè ne ha ricavato un vantaggio. Perchè non la passerebbe, la spugna, una seconda, una terza, una quarta volta, se ci trova un vantaggio adeguato? Questione di misura e di compenso....

Questa incisiva risposta sconcertò alquanto l’Alverighi,il quale, dopo un momento di silenzio e di esitazione, invece di replicare, prese il largo.

— Ma crede lei proprio che in questioni di questo genere sia sempre facile o addirittura possibile giudicar così, alla spiccia come fa lei: tu hai torto e tu hai ragione? L’imperativo categorico di Kant è una bella cosa: ma è come i tartufi; non è una ghiottoneria da mangiar tutti i giorni. I casi spiccioli della vita sono tanti e così diversi!

— Io so — interruppe aspro il Montanari — che sono sempre capace di distinguere un briccone da un galantuomo....

— Lo crede lei? Proprio davvero? — domandò l’avvocato. — Beato lei, allora! Ma mi permetta di dubitarne.... Sinchè si tratta di azioni semplici, la coscienza parla chiaro: va per questa strada, lascia quell’altra. Nessuno esiterà a maledire chi uccide sua madre per rubarle gli averi. Ma quando le cose si complicano, per esempio se, quando, come, in che misura sia lecito mentire, corrompere, frodare in politica, violare le leggi scritte e i principii dell’onore per il bene pubblico, allora non abbiamo più nè guida nè filo.... Buone ragioni non mancano mai ad uno spirito sottile, e, quando si tratta di difendere il proprio interesse, anche gli spiriti massicci come una colonna del Pantheon diventano sottili come un ago, per giustificare il male e per incriminare il bene. I Gesuiti lo hanno provato e la vita lo prova ancora meglio che i reverendi padri. Dove è la lampada che ci illumini per discernere sicuramente il bene dal male? Io non la vedo.

— Io la vedo invece, — rispose tranquillo tranquillo il dottore. — Anzi è una lucerna: la lucerna del carabiniere. Quando questa lucerna spunta in fondo alla strada, gli uomini lo sanno distinguere, il bene dal male, non dubiti....

Ridemmo tutti, e il capitano ne approfittò per levarsi. Tronca su questa risata, la discussione terminavacon svantaggio dell’Alverighi. Ci recammo allora a tribordo; e sulla carta leggemmo che a mezzogiorno eravamo giunti al sesto grado e diciassettesimo minuto di latitudine, al trentaduesimo grado e trentacinquesimo minuto di longitudine. Il giorno dopo saremmo dunque giunti all’equatore. Ma la giornata era ardente, il cielo e il mare intensamente turchini, l’aria abbagliante di immense nubi bianche solitarie nell’azzurro: onde ci disperdemmo presto nelle cabine per la siesta. Nel pomeriggio nuove favole intorno alla signora Feldmann giunsero alle orecchie del Cavalcanti: che a Newport essa possedeva un castello incantato, ove sulle mense brillavano piatti d’oro, e si profondevano tanti fiori e così rari da spendere duemila lire ogni giorno. Di nuovo l’ammiraglio, interrogato da noi, scrollò le spalle, ridendo: e ci descrisse la villa di Newport quale era: piccola, elegante, ospitale; ma insomma a petto di tante antiche e sontuose ville di Europa, modesta! Donde scaturivano dunque tutte quelle favole? Del resto ormai i mercanti astigiani, il dottore di San Paolo e sua moglie, la bella genovese, il Levi e gli altri passeggeri della stessa qualità consideravano come un giusto privilegio della parte più colta e più ricca dei passeggeri — dell’ammiraglio, del Cavalcanti, dell’Alverighi, di noi — avvicinare la miliardaria: sebbene essa non praticasse che noi, per la sola ragione che noi soli conoscevamo le due lingue da essa parlate, il francese e l’inglese. Ma quelli invece erano contenti di poterla salutare con un timido cenno del capo e un sorriso ossequioso, e di aver per amica Lisetta, la sua cameriera: una nizzarda, che parlava l’italiano: una bella giovane bruna e alta, svelta e furba, che aveva acconsentito non senza sussiego a rappresentare la sua padrona e l’alta finanza dell’America presso i viaggiatori di minor conto....

Verso le cinque assistemmo alla «manovra del fuoco»:una commediola immaginata, pare, dai tedeschi per distrarre e rassicurare i viaggiatori. A un tratto la campana annunciò suonando a distesa un immaginario incendio a prua: e perfino i cuochi abbandonarono fuochi e forni, per correre alle pompe ed all’acqua. A pranzo; il dottor Montanari non comparve e quindi non ci fu combattimento: ma una nuova discussione, sì; a cui ci sospinse per caso la conversazione. L’ammiraglio aveva fatto un giro nel pomeriggio per le terze classi e parlato con parecchi emigranti; uno di costoro, un calabrese, gli aveva detto: «Noi dovremmo portare tutti al collo delle medaglie con l’immagine di San Cristoforo Colombo». A udir questa storiella, subito l’Alverighi:

— Ha ragione, ha ragione! — aveva esclamato. — Impari dal popolo, impari, la Chiesa!....

E spiegò poi l’oscura frase raccontandoci come circa mezzo secolo fa la Chiesa fosse stata in forse di santificare Cristoforo Colombo, e come favorita da Pio IX già la procedura fosse avviata.... Allorchè un certo abate Sanguinetti aveva provato, in un dotto libro, documenti alla mano, con il rigoroso metodo scientifico della critica moderna, che a Colombo negli ultimi anni era nato dalla signorina Beatrice Enriquez di Cordova un figlio illegittimo, Ferdinando; e allora il grande navigatore era stato abbandonato da tutti a mezza via sulla strada del paradiso, la procedura della canonizzazione sospesa.... D’accordo tutti biasimammo la piccola mente degli ecclesiastici; la signora Feldmann, che quella sera era molto pallida e portava al collo una nuova collana di perle, si dolse che gli uomini incrudelissero ancora contro la memoria di un grande uomo, già così sventurato da vivo; il Cavalcanti domandò se la scoperta dell’America non fosse di tal peso da bilanciare un concubinato anche sulle bilancie della giustizia divina; l’ammiraglio disse che insomma, e a dispetto di Beatrice, Colombo non avrebbe screditatoil Paradiso. Solo il Rosetti non disse nulla. A consolazione di tutti, l’Alverighi raccontò che nell’America del Nord si era formata l’associazione dei «Cavalieri di Colombo», la quale si proponeva di persuader Roma a collocare definitivamente in cielo lo scopritore dell’America. Il discorso divagò su Colombo: io riassunsi, dicendo quanto li ammiravo, i bellissimi studi di Henry Vignaud sulla scoperta dell’America: come cioè Colombo non mettesse la piccola vela al gran viaggio, da cui tanta alterazione doveva procedere nella storia del mondo, per trovare una nuova via alle Indie dalla parte di occidente, ma per rintracciare nello sterminato Oceano la ignota terra che un amico suo, trasportato dal caso sulle coste dell’America e ritornatone morente, gli aveva indicata nell’agonia. Si discusse un po’ se questa nuova versione — tanto più verisimile e umana dell’altra — oscurava o schiariva la gloria di Colombo: poi si parlò del grande monumento che gli Italiani erigono a lui in Buenos-Aires e chi lo trovò bello e chi no: dal monumento di Buenos-Aires si passò a parlar degli altri monumenti con cui l’America ha onorato il padre suo, convenendo però tutti che sono di regola piuttosto brutti.... Quando il Cavalcanti pronunciò una frase imprudente.

— Eppure oggi c’è lo scultore che potrebbe fare non «un» monumento, ma «il» monumento di Cristoforo Colombo. È Rodin!

Non l’avesse mai detto! L’Alverighi proruppe come se avesse ricevuto uno schiaffo:

— Rodin? Rodin? — gridò. — Quel troglodita? Lo scultore delle caverne preistoriche?

— Non le piace dunque, a lei, Rodin? — domandò il Cavalcanti.

— E vuol che mi piacciano quei mostri?

— Perché — rispose tranquillamente il Cavalcanti — i suoi occhi sono troppo avvezzi alle forme greche.Ma bisogna aver deinervi differentiper i diversi artisti e scrittori.... Rodin è lo scultore del trasformismo, che ha rivelato all’uomo l’animalità della sua natura. Dopo Lamarck, Darwin, Haeckel non si poteva più scolpire il corpo umano nella sua bellezza ideale al modo dei Greci; bisognava scolpirlo nella sua animalità truculenta e brutale, come ha fatto Rodin.

— Ecco un bel caso di rovesciamento! — dissi fra me.

Difatti:

— E perciò scolpisce degli antropoidi, dei trogloditi, dei mostri! — rispose subito l’Alverighi. — Come il «Penseur»! Raffigurare l’intelletto, la facoltà più alta dell’anima in un corpaccio di facchino delle Halles! Ma vada al Louvre a vedere il busto di Omero, se vuol vedere il pensiero risplendere in un pezzo di marmo....

— Ma nel «Penseur» — replicò il Cavalcanti — Rodin ha appunto voluto scolpire il Pensiero imprigionato nella materia, che vive e lotta di continuo con essa. La bellezza della statua nasce appunto dal contrasto tra l’espressione del volto e la greve materia del corpo.

A questo punto intervenne la signora Feldmann, che aveva seguiti tutti questi discorsi — fatti in italiano — ricorrendo ogni tanto all’ammiraglio per farsi tradurre qualche frase.

— Rodin — essa disse, in francese — è uno scultore interessante, perchè nelle sue opere c’è sempre una idea. E l’idea spiega quel che lì per lì appare strano o disarmonico nella statua....

— Le idee, io le cerco nei libri — replicò in francese l’Alverighi. — Nel marmo voglio forme belle o sentimenti espressi con forza.

— Capisco allora — rispose la signora — che certe statue di Rodin non le piacciano. Ma certe altre, le devono piacere. Ha veduto, per esempio, il VictorHugo che è nel giardino del Palais Royal? Che solennità spira dal volto meditabondo! E che bell’atteggiamento! Il braccio, ricorda il braccio teso (e fece il gesto, distendendo con energia il suo bel braccio nudo) come a tranquillare e a dominare? Quando guardo quel braccio, io vedo una folla immensa e agitata che a quel gesto si placa, fa silenzio, si appresta ad ascoltare il poeta.

Ma l’Alverighi non vide nemmeno quel meraviglioso braccio che si offriva bianco e vivo ai suoi sguardi: immaginarsi se si persuase di ammirare quello di marmo e lontano!

— Quel braccio enorme? — replicò. — Ma un braccio a quel modo lo tende chi vuol dare un pugno: non chi è immerso in profondi pensieri. La statua mi pare un braccio mostruoso, a cui è attaccato un corpo di uomo.... E non si sa perchè....

Si rovesciavano così l’un l’altro i propri ragionamenti, ma con impegno e sul serio, non per gioco, come l’Alverighi aveva fatto il sabato precedente, dissertando intorno ad «Amleto»: e chi sa quanto avrebbero durato al gioco, se il Cavalcanti non fosse intervenuto.

— Questa discussione — dicendo all’Alverighi — è una prova viva che i giudizi estetici sono rovesciabili. Ma a completare la dimostrazione lei mi dovrebbe spiegare ancora per quale interesse la signora, lei, ed io ci arrabbiamo tanto a disputare intorno alla scultura del Rodin. Lei e il signor Rosetti non pensano forse che in arte non ci sia odio o ammirazione che si voglia imporre altrui, senza un interesse?

L’Alverighi pensò un momento come esitando.

— Per la signora — rispose poi con un po’ di incertezza — è chiaro.... La signora è francese. Il patriotismo, dunque....

— E da che interesse sarei mosso, io? — chiese allora il Cavalcanti.

— Lei.... — rispose l’Alverighi. — Il suo caso è meno chiaro.... Probabilmente lei è mosso da quella specie di orgoglio che tutti proviamo nell’ammirare i tentativi nuovi e arditi.... O che paiono tali....

— E che interesse muove lei — chiese infine il Cavalcanti — a vilipendere l’arte del Rodin?

L’Alverighi tacque di nuovo un istante; e poi semplicemente e asciuttamente:

— Il Rodin mi è antipatico — disse.

Ma il Cavalcanti e la signora protestarono.

— E le par questo un motivo sufficiente? — interruppe il primo.

— «Mais c’est l’homme le plus charmant du monde! Je le connais très bien», — aggiunse l’altra, quasi nel tempo stesso.

Ma l’Alverighi non vacillò.

— Mi è antipatico, — disse con forza, — perchè ha avuto il coraggio di scrivere in una rivista francese, la «Revue», mi pare, che la bellezza è l’interesse supremo. Sicuro, l’interesse supremo, perfino nel costruire le città! Rodin sarebbe capace di mettere al bando dalla civiltà l’America del Nord, perchè New-York non gli piace!

— Non è inverisimile — rispose il Cavalcanti. — E sarebbe poi, in bocca ad un artista, un’eresia e una bestemmia? Una esagerazione, sì: ma una esagerazione che non mi offende nè sorprende, come non mi sorprende nè offende che lei, che è venuto in America per arricchire....

— Per arricchire? — fu la risposta brusca e inaspettata. — E chi glielo ha detto?

Di tutte le bizzarre cose che da parecchi giorni l’Alverighi ci veniva dicendo e raccontando, nessuna ci meravigliò più di questa: il Cavalcanti restò addirittura di sasso; tacque per un momento, poi quasi balbettando:

— E allora.... per qual ragione è andato in America, lei? — chiese.

Ma come godendosi la nostra sorpresa, l’Alverighi volle accrescerla divagando.

— Sono andato in America, per arricchire, io? Ma lo sanno loro, che a diciotto anni io avevo fatto voto di povertà, come un monaco antico? Ero spiritato dall’idea di diventare, non sapevo precisamente che cosa — andava a giornate — un grande poeta, un grande filosofo, un gran romanziere, una di queste cose, tutte queste cose insieme: un uomo unico insomma, come diceva lei, Cavalcanti, l’altra sera. Ero pazzo da legare, d’accordo: ma un posticino di professore in un ginnasio di Sicilia era tutto il mio regno terreno e mi bastava; ma un cento lirette al mese, nette di ricchezza mobile, mi parevano l’appannaggio sufficiente di un uomo di genio, gestante di capolavori immortali. Sono nato in una famiglia di asceti; io....

— Ma allora, perchè è andato in America? — chiese di nuovo il Cavalcanti.

— Perchè? Perchè ero pronto, sì, a faro voto perpetuo di povertà ma volevo diventare un gran savio.... E poichè tra i diciotto e i ventidue anni mi accorsi che l’Europa non voleva darmi la sapienza....

— Lei è andato a cercarla in America? — esclamò il Cavalcanti, alzando le braccia, trasecolato.

Ma l’Alverighi a sua volta incrociò le braccia senza fretta, si appoggiò al tavolo e piantandogli gli occhi in faccia, pacatamente, quasi scandendo le parole:

— Sicuro! — disse. — Sono andato in America a cercare la verità e non l’ho soltanto cercata.... L’ho anche trovata. Non mi crede? Le sembra strano? Anche lei dunque pensa che l’America non sia altro che terra da oro? Vergogna!

Il Cavalcanti restò un istante immoto e silenzioso, certo perchè non sapeva più, come tutti noi del resto, che giudizio fare di questi strani discorsi; poi:

— Ma sa che mi interesserebbe molto — disse scherzosamente e sorridendo — di saper come questo miracolo è avvenuto? Perchè proprio che l’America sapesse far di questi miracoli, non lo credevo!

— La storia però — rispose l’Alverighi seriamente — sarebbe un po’ lunga a raccontare....

— Il tempo non ci manca — replicò il Cavalcanti.

L’Alverighi parve riflettere un istante: poi serrando le spalle:

— Se lei vuole.... Quando vuole!

— Questa sera stessa!

L’Alverighi si volse allora al Rosetti; e:

— Venga anche lei, ingegnere — gli disse. — Spero di poterle annunciare che anche quest’ultima tirannide della vecchia Europa — l’arte — che lei crede imperitura o quasi, sta per cadere. È già quasi caduta, anzi: tempi nuovi sorgono; il mondo troverà finalmente la felicità nella ricchezza e nella libertà: l’ho scoperto stanotte! Appunto perchè l’interesse è il motivo delle nostre ammirazioni estetiche, il dominio intellettuale dell’Europa non può più durare!

Un’ora dopo, infatti, il Cavalcanti, il Rosetti ed io sedevamo a cerchio, sdraiati sui seggioloni, intorno a un piccolo tavolo, a due bottiglie di Champagne e a parecchie scatole di sigari, sul ponte di passeggiata, nel vano che a mezzo della nave faceva la parete di ferro, ripiegandosi dopo la porta delle cabine, per ascoltare le confidenza dell’Alverighi. La notte era senza luna e calda: sotto i nostri piedi la ferrea mole del «Cordova» fremeva sordamente: l’Oceano squarciato dalla nave scrosciava continuo nelle tenebre, come una cascata vicina einvisibile. L’Alverighi tracannò in fretta un bicchiere di vino; accese un grosso avana; appoggiò gli avambracci sui bracciuoli; si curvò un po’ come per avvicinarsi a noi; e senza badare ai passeggeri che, soli o a coppie, passeggiavano sul ponte:

— Già l’ho detto — incominciò. — Sono nato in una famiglia di asceti. Mio padre e mia madre — non ci posso pensare senza sentirmi una fitta al cuore, che essi sono morti ed io sono ricco — avevano ricevuti da Dio tutti i doni: la bellezza, la bontà, l’intelligenza: eppure che profitto ne ricavarono, nella vecchia Europa? Vissero nell’indigenza e nella servitù, lui insegnandorosa rosaeai ragazzi, lei educando con mille stenti parecchi figliuoli, senza lagnarsi mai, ma senza vantaggio di nessuno; perchè se almeno ci fosse, tra le migliaia di scolari che gli passarono per le mani, uno che sapesse ancora il latino! E io avrei dovuto continuare la tradizione!... A diciotto anni entravo studente in una facoltà di lettere e filosofia. Ero matto allora, l’ho già confessato: volevo imparare qualche cosa, studiando in una scuola dell’Europa: e quindi trovai subito gli infermieri pubblici che mi somministrarono la doccia, per guarirmi di questa follia. «Studi l’aoristo nei frammenti di Xenofane, se vuole un argomento serio», mi disse un giorno uno di questi professori, a cui avevo confidato di voler tentare per l’appunto uno studio sulla storia dell’idea del progresso. Che io mi fossi votato alla povertà no, non bastava: volevano anche a ogni costo ammazzare la mia intelligenza, ridurmi imbecille, quei miei dotti maestri: e perciò mi chiusero in una cantina; e lì si divertirono a sbriciolarmi davanti in minuzzoli i capolavori della letteratura e le grandi idee filosofiche; e mi obbligarono a raccattare da mattina a sera, ginocchioni, con il naso a terra, queste briciole impercettibili, oggi di qua, domani di là. Naturalmente sciupai quattro anni. Non che sia stato conle mani in mano: tutt’altro: in quei quattro anni abborracciai un romanzo, due drammi, un sistema di filosofia e non so quante altre corbellerie di questo genere; ma il bell’effetto di tutto questo scribacchiare e almanaccare fu che a diciotto anni mi credevo un genio e avevo torto; ma a ventidue, dopo quattro anni di studi, temevo di non essere buon’a nulla, e di nuovo pure avevo torto, perchè insomma, un certo ingegnaccio Domeneddio me l’aveva dato. Che ero capace di far qualche cosa, l’ho provato, mi sembra. Per fortuna, alla fine, mi ribellai e scappai in America. Si ricorda, Ferrero? A Rosario le raccontai di un certo mio professore.... Era il solo che mi volesse bene. Ma poveretto! era un po’ rimbambito: parlava dell’America come se ci stesse di casa e la conosceva quanto il pianeta Marte. Come mai s’era fitto in capo che l’America avesse proprio un così gran bisogno della filosofia dell’Europa? Fatto sta che mi ripeteva sempre che c’era troppa filosofia in Europa e troppo poca in America; che bisognava avviare una emigrazione di pensatori e di filosofi dal vecchio mondo verso il nuovo! Pazzie! Ma quanto le dovrei benedire, adesso, quelle pazzie! Perchè mi diedero la spinta di cui avevo bisogno.... E un bel giorno mi decisi e partii — non ridete — per l’America, con l’intenzione di insegnare, là, filosofia; sventatamente, così, sulla parola di quel mio maestro che mi ripeteva: «Va, va; un giovane d’ingegno come tu sei, troverà subito. Nei paesi giovani, sono i giovani che fanno fortuna....»

Tacque un istante, pensoso, come chi guarda a ritroso fatti e cose lontane. Noi pure tacemmo.... Indi ripigliò:

— Dunque quel che mi cacciò dall’Europa non fu la povertà: fu l’insufficienza di quella sua tanto vantata cultura, l’impotenza del suo sapere ufficiale.... Vi meravigliate? Eppure è così. Non vi meraviglierete, invece, credo, se io vi dirò che sulle porte dell’Americatrovai, ad accogliermi, la Fame! Per settimane intere ho pranzato e cenato con una tazza di latte. Ma insomma anche di pane solo si vive: e nei primi tempi l’appetito non fu il tormento peggiore.... Ricorda, Ferrero, la storia di quei tempi terribili? Gliela ho raccontata per disteso a Rosario!

Me ne ricordavo; non solo, ma aggiunsi che l’avevo già raccontata, in succinto, al Cavalcanti e al Rosetti.

— Benissimo! — continuò l’Alverighi. — Voi sapete quindi che dovetti a ventiquattro anni imparare una professione più seria che quella di filosofo; rifarmi da capo con gli studi, e che studi! E studiare la giurisprudenza non bastava: bisognava anche vivere. Ho fatto il contabile; ho scritto dei sonetti per nozze, ho compilato una guida di Buenos-Aires! Ma che strazio, ma che disperazione, ma che furori: io, io che laggiù avevo aspirato ad essere un uomo unico! Ora che la speranza era perduta, mi pareva che se fossi rimasto in Europa sarei diventato in pochi anni un grande scrittore: mi sentivo istupidire: per tre anni, si figurino, non osai tirar fuori dalla cassa i libri che erano stati la delizia della mia gioventù. Quante volte ho maledetta l’America! Un giorno pensavo di suicidarmi, un altro di imbarcarmi per l’Europa. Non potevo più guardare gli avvisi dei vapori che partivano, senza sentirmi bruciare gli occhi. Non ritornai, per orgoglio!

Fece una pausa; versò dello Champagne nei bicchieri; bevemmo tutti; mentre il Rosetti osservava che molti hanno trionfato in America, perchè al momento della disperazione non hanno potuto scappare. Il Cavalcanti aggiunse che in tutte le imprese la necessità fa più eroi che la natura. Mentre così parlavamo, vidi uscire dalla porta della cabina e passare innanzi a noi, quasi correndo, Lisetta, la cameriera della signora Feldmann.

— Alla fine — ripigliava intanto l’Alverighi — presiquella benedetta laurea di avvocato, entrai in uno studio di Rosario; e mi misi a questo ingrato mestiere. Ma chi me lo avesse detto, in Italia! E che tristezze ho provate! L’Europa mi stava proprio nel cuore; mi pareva di esser decaduto. Fu allora che incominciai a desiderare la ricchezza, ma per stordirmi, come un compenso, tanto per non camminare per il mondo senza una meta.... In Argentina, chi lavora, guadagna molto: io lavorai senza riposo: dopo due anni il mio avvocato si ritirò e mi cedette lo studio a buone condizioni: nel 1894 avevo risparmiato già trentamila piastre: e come fanno tutti, comprai un terreno, nella provincia di Buenos-Aires, che ne costava cinquantamila. Una banca mi prestò il denaro, che mi mancava. E allora, alla fine, un bel giorno, la Fortuna mi saltò improvvisamente al collo, quando meno me l’aspettavo. Fa sempre di questi scherzetti, in America, la Fortuna: la credete lontana mille miglia; e vi è alle spalle, che si avvicina in punta di piedi per non farsi sentire.... Proprio allora una pianticella dalle foglie d’oro invadeva le pianure argentine. Se li ricorda, Ferrero, quei campi sterminati di erba medica, i più belli del mondo, che abbiamo attraversati insieme in ferrovia? I Campi Elisi del mondo moderno, dove la vita rigermoglia dalla ferita stessa che l’ha troncata? dove seminata una volta l’alfalfa rivegeta indefinitamente dopo il taglio, sin tre volte all’anno e ad ogni anno nuovo? La pianta che cresce da sè, senza bisogno delle cure degli uomini, perchè da sè cerca con le lunghe radici l’acqua della terra sino a due metri sotto il suolo?... Seminato che sia una volta, non c’è più che da falciare....

In questo momento vidi ripassare frettolosi Lisetta e l’ammiraglio: ed ambedue entrare nella porta che conduce alle cabine.

— Una pianta che a coltivarla richiede così poche braccia, — continuava l’Alverighi — era un donodegli Dei all’Argentina: eppure l’Argentina per lunghi anni non se ne era accorta....

— Don Bernardo de Irigoyen però — interruppe il Rosetti — mi ha parecchie volte raccontato che tanti anni fa, sin dal 1860 se ricordo bene, aveva provato a seminare l’alfalfa, ma ci aveva rimesso non poco denaro.

— È vero, è vero — rispose l’Alverighi. — Ma allora l’erba non si esportava ancora in Europa e neppure la carne; l’Argentina non aveva stalle, i pascoli naturali bastavano. Il buon momento non era ancora venuto, insomma. Ma quando venne.... Vi racconterò solo il caso mio.... Uno dei tantissimi.... Perchè queste sono cose che in America capitano tutti i giorni e nessuno ci bada più.... Solo agli Europei, poveracci, sembrano miracolose. Dunque tre mesi dopo che avevo comperata la mia terra, scoprivo l’acqua a un metro di profondità, e un anno dopo la vendevo per duecentomila piastre. Ripagata la banca mi restavano più di centosettantamila piastre, quasi quattrocentomila lire, guadagnate in un anno: quanto bastava per ritornare in Italia a vivacchiare di rendita.... Confesso che, a sentirmi quel mezzo milioncino in tasca, un momento tentennai anche io, ma un momento solo!

Fece una pausa; tracannò un bicchiere di Champagne, e continuò con foga crescente:

— Sicuro, sono rimasto: e per diventare un savio! L’America e l’alfalfa e non l’Europa e le sue Università mi hanno fatto filosofo. Si ricorda, Ferrero, tutti quei banchieri, estancieri, chacareri, mercanti di grano, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, argentini, che lei ha intravisti a Rosario nei clubs, nei ricevimenti, nei banchetti, in quei tre giorni che è stato tra di noi? Lei li ha visti di volo: io invece, mi buttai a capo fitto negli affari, e dovetti viverci in mezzo: ma che meraviglia, a mano a mano che li conoscevo! Non potevo credere aimiei occhi; mi pareva di sognare; ero sbalordito. Ma come? Erano dunque venuti da ogni parte del mondo; si erano ritrovati per caso sulle sponde del Paranà; non tutti erano uomini di gran sapere e levatura; tutti vivevano nel basso mondo della materia, come si dice in Europa; per arricchire.... Eppure.... Lei se ne è persuaso, non è vero, Ferrero? Quelli, come gli uomini di affari delle due Americhe, sono uomini, non bestie feroci: si mordono, ma non si sbranano: ciascuno vuole il vantaggio suo e non il danno, l’umiliazione, la disperazione, la morte del rivale; non c’è sconfitta definitiva laggiù, per chi non si perde d’animo; sono tutti ottimisti e si vergognerebbero di non sperar bene dell’avvenire. L’ottimismo americano! Ma è una meravigliosa aurora boreale nella grigia storia del mondo, l’ottimismo americano! e l’Europa qualche volta osa perfino sorriderne, come di una fanciullaggine! Del resto ne abbiamo qui a bordo un campione: il Vazquez. C’è uomo più calmo, sereno, composto, misurato, preciso, sicuro di sè, ottimista? Ora supporreste voi che quell’omino così semplice e gentile, a misurar tutte le terre che ha, possiede qualche cosuccia grande come la Lombardia? Possedere la Lombardia! Sono cose che fanno venire le vertigini, in Europa.... In America invece chi se ne stupisce? Può capitare a tutti, un giorno o l’altro.... Dunque io mi vidi trasportato, come in sogno, in mezzo a persone alacri, svelte, destre, vigorose alla difesa del proprio interesse; ma non inacidite, nè maligne e perverse; esenti da quell’orribile gelosia per cui ogni bene altrui tormenta come un male proprio; consapevoli che i loro piccoli conflitti quotidiani si riconciliano nel progresso universale, da cui il paese è travolto; gente solida, insomma; uomini veri e non ombre;nice fellows, come dicono nel Nord, che valgono tanto oro quanto pesano! E profondamente stupefatto mi volsi allora verso l’Europa: e vidi gli uomini chevivono al di sopra dei sordidi interessi della ricchezza, nell’atmosfera olimpica delle idee e delle forme pure....

Fece una pausa.

— Li vidi rabbiosi, invidiosi, maligni, bugiardi, intolleranti, perversi, immondi! — esplose poi.

Sorridemmo: ma in quel momento un cameriere che passava, vedendo vuoti i nostri bicchieri, si avvicinò, riuscì, con il vino residuo, a ricolmarli ancora una volta. Interrompemmo la conversazione per bevere; e allora il Rosetti ci propose di levarci e di continuare il discorso passeggiando sul ponte. Il Rosetti e l’Alverighi nel mezzo, il Cavalcanti ed io ai loro fianchi, il Cavalcanti dalla parte della parete e dell’Alverighi, io a lato del Rosetti e dalla parte della ringhiera, incominciammo tutti e quattro a passeggiare su quello stretto margine illuminato della infinità tenebrosa, lunghesso lo scrosciar di cascata dell’Oceano squarciato dalla nave, voltando ora le spalle alla prua ora alla poppa, e ciascuno girando su sè medesimo, ogni volta che giungevamo all’uno dei due capi. Intanto l’Alverighi continuava:

— Lei, signor Cavalcanti, mi chiedeva l’altro giorno nel suo bellissimo discorso.... A proposito: c’erano delle idee in quel discorso: ah se lei non europeizzasse tanto!... Dicevo, dunque? Sì: lei mi chiedeva perchè in Europa ogni filosofo, ogni scrittore, ogni artista voglia essere solo; e se potesse sterminerebbe tutti i suoi rivali; e poichè non può nè avvelenarli, nè farli uccidere da dei sicari, nè deportarli con unalettre de cachetin qualche nuova Bastiglia o in lontane terre malariche....

— Ma io non ho accusato di tanti misfatti — interruppe ridendo il Cavalcanti — l’alta cultura dell’Europa. Ho lamentato solamente che sia così intollerante!

— Insomma, — ripigliò l’Alverighi — non potendotoglier di mezzo i propri rivali, cerca di screditarli con ogni mezzo. Perchè il maestro scomunica il discepolo se fa un passo solo fuori dei confini del suo sapere; e il discepolo si affretta a rinnegare il maestro appena si accorge che l’ha spremuto fino alla buccia? Perchè i vecchi fanno finta di non vedere i giovani, e i giovani gridano loro alle spalle: crepate al più presto? Perchè giovani e vecchi, grandi e mediocri, sono tutti cannibali?

Fece una pausa. Il Cavalcanti non mosse parola.

— Non se lo spiega, non è vero? — riprese. — Perchè lei è un americano. Ma io sono stato, pur troppo, europeo: e io, sì, me lo spiego. Quando ebbi finalmente la felice idea di voltar le spalle al vecchio mondo e di salpare per l’America, lo crederebbe lei? eppure io avevo già contratte tutte le febbri palustri del mondo mediterraneo. Tutte, a ventidue anni! La febbre filosofica, la febbre letteraria, la febbre politica, tutte le febbri malariche che fermentano nella vecchia palude greco-latina: la smania di eccellere, di gioire, di farsi grande, ricco, potente, celebre, unico per opposizione, in mezzo alle discordie, alle guerre, alle rovine, al disordine. A quella tenera età ero già stato verista e romantico, mistico e materialista, bacchettone ed ateo, monarchico e socialista; così, come si fa in Europa, non per amor di un principio ma per puntiglio, per vanità, per odio del principio opposto e delle persone che lo professano, per la smania di far carriera o di arraffare qualche impiego o di far parlare di sè.... La guerra è il principio di tutte le cose, come diceva Eraclito. Ma l’Argentina mi risanò. Quando, piccolo e inesperto, mi trovai di fronte quell’infinito e placido oceano di pianure che distendono da un orizzonte all’altro la divina loro tranquillità verde; e lì — altro che libri e chiacchiere! — dovetti seminare, mietere, vendemmiare, falciare, incominciai finalmente a ragionare. Rodersi, mentire, infliggerea sè ogni sorta di privazioni, commettere ogni sorta di perfidie, dilaniarsi, per contendersi il dominio di nomi, la proprietà di soffi di voce, il regno di parole che non hanno senso e di opinioni che mutano come le nuvole, quando c’erano ancora tante pianure intatte in cui affondare l’aratro? C’è forse nella vita impresa più nobile, più alta, più bella che il produrre ricchezza: dei beni, cioè cose che sono buone per definizione, che giovano a tutti, che a tutti dànno felicità, appagamento, comodo, piacere, sicurezza? Ma ditemi dunque: che cosa ha sognato l’uomo sin dalle origini del tempo se non il Paradiso Terrestre, la Terra Promessa, il Giardino delle Esperidi, l’Età dell’oro, l’Arabia Felice: una unica cosa, sotto nomi diversi, l’Impero della natura e l’Abbondanza? E il gran mito fantasticato per tanti secoli rabbiosamente, non si avvera forse alla fine, di là dall’Oceano, in quei paesi miracolosi dove una pianta sola, l’alfalfa, il grano, il lino, il cotone, il caffè, possono fare, in pochi anni come nella favola, di un pezzente come ero io un milionario, di un deserto e di un villaggio, uno Stato fiorente e una splendida città, come San Paolo del Brasile? E come è possibile che l’Europa non se ne dia per intesa; e continui a infuriare, odiare, scomunicare, maledire; e macchini tormenti e violenze; e storpi migliaia di giovinezze fiorenti, come storpiò la mia, per decidere se il mondo deve esser governato in nome di Dio o in nome del popolo, se l’arte classica è più bella della romantica, se una persona intelligente ha il diritto o non lo ha di mandare una buona volta a quel paese Omero e Cicerone; e qual paese valga più, o la Francia, o l’Inghilterra, o la Germania: tre pezzetti di terra che ci vuol la lente a scoprirli sul mappamondo a paragone dei nostri Stati! E da quel giorno, lentamente ma ininterrottamente, sino a questa mattina, ho ricuperata a poco a poco la vista, da cieco che ero; e ho incominciato a vedere,prima come in un barlume poi più chiaramente, il mondo in una parte gioire e risplendere come un’aurora; intristirsi e abbuiarsi nell’altra come un tramonto; quella profondere cantando le sue libere energie nella conquista dell’Abbondanza, l’altra giacer torpida e dolente sotto la tirannide di una oligarchia di giuristi, di filosofi, di letterati, di artisti, di teologi; e finalmente dopo infiniti sforzi, fatiche, esitazioni, questa notte, riflettendo ai suoi discorsi dell’altro giorno, ingegnere, ho capito.... sì ho capito.... Ho capito che la storia per un pezzo si era sbagliata....

Ma a questo punto mi sentii chiamare per nome: mi voltai e vidi pochi passi distante, l’ammiraglio che mi faceva cenno di andare a lui.

— Scusi se la disturbo, — mi disse, quando gli fui vicino — ma ho bisogno, proprio bisogno di lei. Cavalcanti l’ha informato, credo, delle peripezie della signora Feldmann.... Ebbene.... Lei non ne ha colpa; lei non sapeva; ma quelle benedette cose che lei ha dette sul divorzio negli Stati Uniti sono da due giorni una spina al cuore della povera signora. Anche adesso smania, piange, grida che il divorzio è già fatto, che essa non arriverà a tempo, che vuol suicidarsi. Io ho tentato di calmarla; ma non mi crede; dice che sono bugie pietose, le mie.... Mi faccia il favore, venga anche lei; e le ripeta quel che ha detto al Cavalcanti.

Sebbene mi spiacesse di lasciare la conversazione sul più bello, seguii l’ammiraglio, al ponte superiore, dove erano le cabine di lusso. Ancora vestita dello sfarzoso abito scollato di velo azzurro indossato per il pranzo, la signora giaceva prona sul letto, il braccio sinistro appoggiato ad arco sul cuscino, la fronte appoggiata sul braccio, e il volto nascosto in pieno, singhiozzando sommessamente; mentre accanto a lei Lisetta, la cameriera, stava in piedi, reggendo in mano un bicchiere ed un cucchiaino, con l’aria compunta di chi offre inutilmentea un malato una medicina già rifiutata. Dalla magnifica capigliatura che copriva mezzo il cuscino ai due piedini calzati nelle scarpette di raso che uscivano di sotto la veste in fondo al letto, il bel corpo giaceva in un atteggiamento di disperato abbandono; e sole le spalle nude sussultavan ogni tanto allo scoppiar dei singhiozzi, quasi balzando fuori dal busto. Non si mosse quando entrammo: noi pure tacemmo un istante sinchè l’ammiraglio disse:

— «Madame, voici monsieur Ferrero....»

A udire il nome, la signora subito si mosse; si levò rapida sul fianco; si mise a sedere, raccogliendosi intorno alle gambe la veste; e mentre cercava di riassettare alla meglio i suoi pettini e i suoi capelli e si asciugava gli occhi, mi domandò scusa di ricevermi a quel modo. Io risposi come si conveniva; e poi, mentre Lisetta si rincantucciava, incominciai un discorso di circostanza, par confutare quello che avevo detto sabato sera; cercando di persuaderla che una persona in vista non poteva far divorzio a quel modo: troppo grave scandalo ne sarebbe nato! Essa mi ascoltò per un certo tempo guardandomi immobile; poi a un tratto scosse la testa, e con aria sconfortata:

— Lo scandalo, lo scandalo! — disse. — E perchè dovrebbe averne paura mio marito? Gli altri hanno tutti bisogno di lui, e lui non ha bisogno di nessuno. È la forza della Banca, questa....

Tentai dimostrarle che nessuno, nemmeno il più potente dei banchieri, può oggi sfidare il pubblico e i suoi pregiudizi, oltre una certa misura: ma pronta essa ribatteva tutte le argomentazioni, obbligandomi a cercare nuove sottigliezze. Mentre discutevo così, con il disagio di chi sente che i propri argomenti scivolano invece di entrar nello spirito dell’interlocutore, i miei occhi si fermarono sopra un oggetto bianco, che stava in terra, vicino al letto,poco distante dai piedi della signora e che sino allora non avevo veduto.... Riconobbi il magnifico vezzo di perle, di cui la signora si era ornata quella sera, e che probabilmente era caduto nella prima confusione dei pianti e dei singhiozzi.

— Stai a vedere che qualcuno lo pesta — fu il pensiero che mi balenò nella mente. E al disagio dell’argomentare inefficace si aggiunse un nuovo malessere: chè pure parlando non potevo staccare gli occhi dalle perle; mi sentivo spinto ad alzarmi e a raccoglierle: guardavo ogni tanto Lisetta, come per domandarle se era cieca. Distratto da questa nuova preoccupazione risposi anche più debolmente alle argomentazioni avversarie; e a mano a mano che la signora trionfava, più si affannava...

— Una nuova crisi avvicina — pensai.

E difatti, a un tratto:

— Ma chi l’avrebbe detto, ancora una settimana fa! Io che l’aspettavo così tranquilla e contenta. E lui che mi scriveva delle lettere così affettuose! Mio Dio, mio Dio, che sorpresa! Mi par di sognare! Dopo ventidue anni di concordia e di amore senza un’ombra, senza un sospetto! Ma sono possibili, simili cose....

Si cacciò il fazzoletto in bocca, scoppiò in pianto, di nuovo nascose nel cuscino la faccia, singhiozzando, gridando che la sua vita era spezzata, che le avevano tirata via di sotto i piedi la tavola in mezzo al torrente, che i suoi amici, se ne aveva, avrebbero dovuto procurarle della stricnina. L’ammiraglio corse a lei, si avvicinò pure la cameriera coprendo con le sue gonne sul pavimento la collana; la scena era pietosa: ma debbo confessare che non ero tanto commosso dalle lagrime della signora, quanto oppresso dalla paura di sentir da un momento all’altro stridere le perle stritolate. Lisetta intanto di nuovo instava perchè la signora bevesse la medicina, e la signora rifiutava: tirandosi indietro un passofinalmente Lisetta vide le perle: e con la punta del piede le spinse sotto il letto. Respirai; ma non potei non pensare tra me che le cameriere delle miliardarie — o di chi passa per tale — trattano i gioielli con una singolare disinvoltura. Intanto, a poco a poco, la signora si tranquillò; e a mano a mano che si calmava, l’ammiraglio prese a confortarla con discorsi più efficaci dei miei. Le rammentò con dolcezza e con autorità quasi paterna la lunga concordia in cui avevano vissuto per tanti anni, la esortò a non disperarsi come se il divorzio fosse già fatto, quando non era neppur sicuro che il marito avesse proprio l’intenzione di ripudiarla: perchè il dispaccio parlava di una voce; e tante sono le dicerie false, ai nostri giorni! Anche se i ragionamenti non convinsero, i ricordi intenerirono la signora: si levò di nuovo a sedere: convenne con certe affermazioni dell’ammiraglio; e alla fine:

— Certo — disse — se ha fatto una cosa simile vuol dire che è impazzito. Bisognerebbe — aggiunse volgendosi a me — che fosse qui suo suocero. Potrebbe darmi un parere o un consiglio....

Libero dall’ansietà per le perle, io dissertai un poco, come potevo, intorno alla follia e alle sue forme.

— Se ne intende lei di queste cose? — mi domandò allora.

— Io no — risposi. — Ma mia moglie è medichessa: ne parli con lei....

E continuammo così a discorrere per un pezzo di varie cose, sempre più pacatamente; mentre io chiedevo a me stesso perchè quella donna che, come l’ammiraglio aveva provato ragionando a fil di logica, aveva così pochi motivi di temere, fosse invece così agitata ed inquieta; e se essa poi diceva il vero affermando che il divorzio interromperebbe all’improvviso una convivenza durata così a lungo, senza discordia o nuvola alcuna. Il caso sarebbe statoben singolare, allora! Alla fine, quando la signora ci parve interamente tranquillata, ci ritirammo.

Era quasi il tocco. Scesi sul ponte, per vedere se l’Alverighi, il Cavalcanti e il Rosetti c’erano ancora. Il ponte era deserto. Quasi due ore erano passate in quella conversazione e consolazione della signora Feldmann: e in due ore la discussione, o meglio la dissertazione dell’Alverighi, doveva essere terminata. Mi appoggiai un istante alla ringhiera e alzai lo sguardo alla volta stellata... Quando ad un tratto, per la prima volta, in fondo alla tenebra notturna, lucida e quasi silenziosamente sorridente come un vecchio amico che comparisce innanzi di sorpresa, vidi l’Orsa maggiore. Una improvvisa tenerezza mi vinse: quella grande costellazione dell’emisfero settentrionale, mi parve si mostrasse ad annunciare i parenti, gli amici, la patria che ormai avvicinavano; quel mare mediterraneo su cui essa brilla dall’eternità, e che il facondo Alverighi aveva paragonata a una antica palude, densa di miasmi e di febbri.


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