Uscito dalla cabina, il venerdì mattina, e passeggiando per il ponte, vidi nella terza classe Orsola, che sola, rannuvolata e arcigna sedeva sopra un fascio di cordami facendo la calza. Mi rammentai della zuffa; e la curiosità mi spinse ad interrogarla. Ma quasi non mi diè il tempo di muoverle una domanda; chè subito aggredì:
— Maria! Quella vipera! Va dicendo a tutti che sono una ladra, per quei pochi debitucci che ho lasciati in America, come se fosse colpa mia! Lei si dà tanta aria perchè quattrini ne ha: ma come ha fatto a farli lo sappiamo tutti. Se avessi voluto far come lei, crede che mi troverei in questi guai? Ma di quel pane io non ne mangio; io non ho il pelo sul cuore come quella gentaglia. Lo domandi a quelli che sono stati in fazenda con noi, se hanno mai aiutato un poveretto, neanche con un bicchier d’acqua! Ogni povero italiano che doveva ricorrere a loro, sin la camicia era sicuro che gli levavano. Bella fatica, a far denari a quel modo!
Chiesi se prestavano denari: mi rispose di sì; ricominciò un lungo discorso: sinchè io le dissi che insomma da parecchie parti era giunta al mio orecchio la voce che la sua famiglia si era rovinata, perchè essa non aveva troppa voglia di lavorare. Mi guardò con occhi quasi spauriti.
— Lavorare? Lo chiama lavorare lei, quello della fazenda? Alla grazia! Lo domandi alla gente del mio paese, se mi piace lavorare. Ma come un cristiano, non come una bestia!
Le chiesi infine come era nata la zuffa; e chi aveva cominciato. Ma non rispose a tono: fece dei lunghi racconti confusi, divagando tutti i momenti.
Cercai allora Maria: la trovai a poppa, che cuciva. Era una donna più che quarantenne, ancora piacente e fresca, vestita con semplicità non scevra di eleganza, e con quel fare dell’emigrante cui l’è andata bene; che è ancora popolo, ma popolo greggio e rude non più. Tanto per avviare il discorso le chiesi se veniva dal Brasile e in qual parte e fazenda aveva lavorato.
— Dal signor X...? L’ho conosciuto, il suo padrone, — dissi. — Un gran galantuomo.... Si è trovata bene?
Mi rispose di sì; mi disse — quando glielo chiesi — che si recava in Italia perchè suo marito era morto e perchè il primo dei due figli doveva fare il soldato; che non sapeva se sarebbe tornata in Brasile o no. Mi fu facile di condurre il discorso su Orsola. Ma a sentir questo nome ammutolì, abbassò gli occhi sul lavoro, riprese a cucire: poi lentamente, mentre tirava il filo:
— Chi non ha voglia di lavorare farebbe meglio a non andare in America, — sentenziò genericamente con tono asciutto e severo.
Ma l’allusione era chiara. La sollecitai a spiegarla con qualche domanda. Chiarì infatti questo punto, restato sino allora nel vago, dicendomi che nellafazenda si sta bene e si guadagna: ma bisogna che anche la donna e i figli lavorino. Se la donna passa la giornata sulla porta della casa, a ricamare, a cantare e a chiacchierare con le vicine, come faceva Orsola, e se i figli sono piccoli, la famiglia non può prendere in affitto molti piedi di caffè e si indebita.
— E parecchie volte l’abbiamo aiutata anche noi: ma sì, era un pozzo senza fondo: sempre in bisogno.... Lei capisce, noi non siamo ricchi, per quanto qualche cosa l’abbiamo messa da parte. Chi si cava il pane di bocca per i propri figliuoli, non vuol mica spendere per mantenere gli oziosi.
Condussi il discorso sull’intendente: era un italiano buonissimo e a modo — essa mi disse; e quando io allusi alle sue amorose persecuzioni, sorrise.
— Le domandi — aggiunse — dove è adesso l’intendente.... È in Italia da sei mesi. Ci è andato a sposarsi.
La rivelazione, se vera, era grave. Volli alla fine cercar di indagare se ci fosse del vero nelle cose dette da Orsola su Maria ed Antonio: e un po’ maliziosamente:
— Perchè anche Antonio e l’abruzzese si sono picchiati?
Arrossì leggermente; e poi:
— Quel povero abruzzese, lei gli ha fatto girare la testa. Quando Orsola mi aggredì ingiustamente, perchè io non le avevo detto nulla, Antonio è corso in mio aiuto; e allora l’abruzzese gli si è buttato addosso....
Maria mi pareva donna assennata, ragionevole, dabbene, se pure interessata come è la plebe laboriosa e parsimoniosa. Pure aveva arrossito al nome di Antonio. Cercai Antonio e trovatolo nel refettorio che aveva ancora la faccia fasciata:
— Bravo, — dissi, — te ne succedono delle belle!
Sorrise freddo e amaro come al solito; e:
— Quell’imbecille! — disse. — Mi raccontò cheOrsola gli aveva fatto girar la testa; e quindi l’aveva messo su contro di lui....
— Ma tu perchè ti sei messo a difenderle Maria? — chiesi.
— Perchè — mi rispose placido — è una buona e brava donna.
— Sei diventato il difensore della vedova e dell’orfanello adesso?
E insistei con domande insidiose e allusioni ironiche: ma invano. Mi rispose rispettosamente, ma come non capisse nè le insidie, nè le allusioni. Di nuovo faceva l’imbecille; e con tanta naturalezza, che mi pareva di vedermi dinanzi, un’altra volta, Sua Eccellenza lo Zuccone, in persona!
Per non far nascere dei pettegolezzi non insistei troppo; e preferii fare discretamente una inchiesta tra i marinai e gli emigranti. E chiacchierando un po’ con l’uno e un po’ con l’altro venni a sapere che la voce del popolo o il giudizio pubblico o il coro della commedia — chi fungeva da popolo e da pubblico e da cero questa volta era la terza classe tutta quanta — diffidava di Orsola come di donna irrequieta e intrigante e l’accusava di aver messo male tra l’abruzzese ed Antonio, si pigliava gioco dell’abruzzese che aveva in conto di imbecille e detestava Antonio cui rinfacciava il figlio altrui accettato come proprio e che accusava di far la corte a Maria, per sposarla quando Maddalena sarebbe morta! L’accusa era così grave e odiosa, che ne diffidai; sebbene anche l’abruzzese la ribadisse. Questo abruzzese mi parve più che un imbecille, un esaltato: mi disse che era stato amico di Antonio: ma l’aveva preso in odio, quando gli aveva confidato le sue viste su Maria.
— Sua moglie sta morendo, — mi disse — e lui già pensa a sposar Maria che ha dei denari, e a comprar con i denari suoi e quelli di lei delle terre e un negozio.... Perchè dice che vuol passare il resto dei suoi giorni fumando: e perciò ha bisogno diuna moglie che lavori in vece sua. È avvezzo da un pezzo a vivere alle spalle delle donne, quel birbante!
Tra questi discorsi venni a scoprire che chi aveva propalata la storiella del figlio, ero stato proprio io. L’avevo tanti giorni prima raccontata a pranzo e i camerieri l’avevano raccolta e trasportata dal primo piano, dove viaggiava comoda la borghesia, la aristocrazia e la finanza, nel piano terreno, dove si stipava la plebe. Ripensai a Lisetta e alle sue parole: e mi dissi che i camerieri sono proprio un veicolo di notizie e una fonte di informazioni — vere o false — più importante che molti storici non credano. Che cosa è la storia dei Cesari, quale ancora si racconta, se non una sdrucita trama di pettegolezzi di servi, raccolti o da nemici senza scrupoli o da dilettanti senza discernimento? Lasciato l’abruzzese andai di nuovo da Orsola; e guardandola in faccia:
— Ditemi, Orsola — dissi. — Dove è ora l’intendente che vi avrebbe perseguitata?
Mi guardò, fece una smorfia come di desolazione:
— È in Italia, in Italia, — rispose. E con una prontezza singolare ribattè anticipatamente, prima che le contestassi, le mie obiezioni. — Ma aveva lasciate le guardie.... E poi deve tornare. E io ho voluto scappare perchè mi aveva scritto delle lettere e mi minacciava di farmi mettere in prigione, quando tornava....
— Delle lettere? Che storia è questa? Ma non siete analfabeta?
— Una mia amica fidata me le leggeva. Del resto ce le ho, sa, quelle lettere — aggiunse, leggendo di nuovo nei miei occhi questa domanda.
— Ah sì? Ebbene mostratemele.
— Le ho nel baule, nascoste; perchè mio marito non le trovi. Le cercherò e gliele darò.
Mi venne allora il pensiero di chiederle dell’abruzzese.
— L’abruzzese vi fa la corte, però.... Me lo hanno detto parecchi.
Mi guardò come sbigottita.
— Ma che dice! Quel poverino! Buono come un angelo! Se sapesse quel che gli capita.... Un’altra donnaccia....
E mi raccontò che l’abruzzese era ammogliato, e aveva lasciata la moglie, come tanti emigranti fanno, nel suo villaggio nell’Abruzzo: ma in America qualcuno l’aveva avvertito che sua moglie se la intendeva con un altro....
— E ritorna per ammazzarla? — non potei a meno di dire.
— Ma che! — rispose. — Lui le vuol bene, Antonio l’aveva già quasi persuaso a perdonarle, a far come lui. Per fortuna io l’ho persuaso a tempo a non far la figura del babbeo....
— Voi vi siete presa questa responsabilità? Ma vi riguardano forse le faccende di quell’abruzzese?
Mi guardò impavida e ferma; e:
— L’uomo innamorato — disse — non ragiona più. Ma una donnaccia è sempre una donnaccia.
— Che pasticcio! — pensavo risalendo. — Non ha poi tutti i torti, il dottore, di dire che gli emigranti sono tutti un po’ matti. Questi per lo meno....
Ma riflettendo poi a quel che mi avevano detto Maria ed Orsola, sentii a un tratto come accendersi una grande luce nella mia mente. In quell’odio e in quella baruffa di due popolane non vedevo io, come dentro una lente, nitida e piccola, la ragione del grande conflitto intorno all’interesse del denaro, che divide oggi l’Islam dall’Europa, che ha per tanto tempo armata la Chiesa cattolica di folgori spirituali contro il mondo moderno? «Chi si cava il pane di bocca per risparmiare, ha pur diritto che il suo denaro gli frutti» — aveva lasciato intendere Maria. «Gente senza cuore e senza carità, — rispondeva Orsola — per nulla non avrebbero aiutato nessuno».Non son questi gli scheletri dei due argomenti rovesciabili con cui si può a piacere sostenere o oppugnare che l’interesse del denaro è legittimo? L’interesse fa l’uomo avido e spegne la carità; sì, è vero, ma lo fa anche parsimonioso, lo avvezza a frenare le voglie presenti in vista del futuro; incoraggia l’iniziativa e l’alacrità; solleva la dignità. L’uomo che paga le usure, non mendica: può chiedere e ricevere il denaro a fronte alta e a mano aperta, da pari. Tutte cose che sono vere: ma pur vero è che solo il non poter lucrare sulle usure fa il ricco veramente caritatevole, generoso e munifico. Avrebbero le ricche famiglie italiane del Medio Evo edificati tanti meravigliosi palazzi, se non fossero state costrette a spendere in opere d’arte quella parte delle loro ricchezze, che non trovavano impiego fruttifero per gli intoppi che inframmetteva la Chiesa? No, non è dubbio: ma è certo pure — i paesi mussulmani ne somministrano la prova — che le classi ricche si avvezzano alla prodigalità e all’ozio, il popolo all’ozio e alla mendicità. Erano dunque tutti nel vero — l’Islam e l’Europa, la Chiesa e il mondo moderno, Orsola e Maria; e tutti pure avevano torto: la ragione non poteva sciogliere il nodo e decidere se l’usuraio sia una provvidenza o un vampiro: occorreva dunque tagliarlo, ma con quale lama? Era chiaro: in questa parte del suo discorso il Rosetti aveva ragione: un atto di volontà doveva tagliare il nodo, imponendo l’uno o l’altro dei due principii, obbligando la ragione a limitarsi, a svolgere soltanto gli argomenti favorevoli a quello. La Chiesa cattolica era stata nel Medio Evo, l’Islam è anche oggi l’organo di quell’atto di volontà grande, che impose a milioni di uomini il principio di Orsola: «no, non presterai denaro ad interesse»; deducendone un codice preciso e coerente di regole. Lo Stato moderno, le Banche, le Borse, l’Industria, l’Economia politica sono nei nostri tempi gli organi di quell’altro atto di volontàgrande, che dopo la scoperta dell’America impose a poco a poco ai due mondi il principio di Maria: «Tu hai diritto che il tuo denaro prolifichi e hai dovere di risparmiarlo per metterlo a frutto». Principii veri ambedue, benchè opposti, perchè l’uno e l’altro limitatamente veri: il che mi spiegava per quale ragione ambedue avessero potuto esser giudicati a volta a volta veri e falsi, valere e cadere; e come si fossero fatta guerra nei secoli, aizzando non solo alla baruffa Orsola e Maria, ma le classi, i popoli, le civiltà l’una contro l’altra, ognuna persuasa di esser nel vero; e come dopo la scoperta dell’America il principio di Maria avesse trionfato.... Perchè il divieto dell’usura era stato anche quello, come l’Atlantico, per lunghi secoli, un limite che aveva impedito all’uomo di uscire armato di fuoco alla conquista della terra e dei suoi tesori.
Mi godei a lungo, passeggiando per il ponte, questa vasta visione di secoli e civiltà, in cui sopra due teste di povere popolane vedevo giganteggiare, in quella mattina di autunno, sul mare scintillante e celeste ma freddo, uno dei più tragici e grandiosi conflitti della storia. Quando, ad un tratto, l’idea che mi era balenata la sera prima, al partir del Rosetti, mi si ripresentò alla mente sotto altra forma. Sì: Orsola e Maria avevano ambedue ragione e torto, alla stregua dell’eterno, sul fondo dei secoli: ma nel minuto presente? Poichè esse erano nemiche, e noi volevamo giudicare la loro baruffa, a chi dovevo dare io torto e a chi ragione? A Maria? Ma il signor Rosetti non ci aveva mostrati tutti i pericoli e i guai di quella civiltà illimitata, che era germogliata dal seme del principio dietro cui quella donna, ignara si riparava? A Orsola? Ma non avevamo considerate a lungo tutte le grandezze e i meriti di quella civiltà che aveva potuto grandeggiare alla fine, rovesciando uno dopo l’altro tanti limiti e tra questi il principio caro ad Orsola? Il pensierosi allargò in considerazioni più vaste; sì: il signor Rosetti ci aveva mostrati accanto i due mondi — la civiltà limitata e l’illimitata — paragonando i loro beni e i loro mali: ma non ci aveva lasciati tra l’uno e l’altro in uno stato di indecisione, simile a quello del famoso asino di Buridano? In tutti i conflitti in cui i due mondi sono alle prese, per chi dobbiamo noi parteggiare? Questo dubbio generò con la riflessione un principio d’inquietudine.... Suonò l’ora della colazione; e a colazione esposi ai miei compagni di mensa, arruffato come era, tutto quell’imbroglio di accuse incrociate che non mi era riuscito di dipanare. Ma ci si buttarono tutti sopra, ciascuno cercando, per dipanarlo, un filo. Antonio fu spacciato in poche parole: tutti furon d’accordo, anche l’Alverighi, che dopo aver sfruttata la moglie voleva ora sbarazzarsene. Solo il Cavalcanti osservò titubando che tutte le dicerie intorno alle viste di Antonio su Maria partivano da Orsola o dall’abruzzese, che era uno zimbello di Orsola: ma Orsola odiava Maria: anzi l’odio di Orsola era stata la radice di tutto l’imbroglio.... Più vivi furono i dispareri intorno ad Orsola. Il Cavalcanti e l’ammiraglio dissero di credere a Maria, che essa era fuggita per debiti, che la storia dell’intendente doveva essere stata inventata o per lo meno molto esagerata a coprire la vera ragione della fuga. Ma il dottore protestò che una donna onesta non può nemmeno immaginare, non che raccontar per veri, simili romanzi; inveì poi contro Maria, e lamentò la durezza con cui gli italiani più svelti e fortunati sfruttano in America i loro connazionali più poveri. Al che io risposi, raccontando come alla mattina avessi visto l’Islam e l’Europa, il Medio Evo e l’Età moderna alle prese nella baruffa di Orsola e Maria. Aggiunsi poi che le donne un po’ isteriche sono facilmente portate dalla loro immaginazione a inventare di queste favole amorose: molte leggende essere nate intorno agli orroridel Brasile dalle favole che i giornalisti avevan raccolte senza discernimento sulle labbra degli emigranti e che tanti italiani avevano poi credute per quel bisogno che abbiamo un po’ tutti di veder nero nel mondo e di far la morale all’universo: occorre ricordarsi conversando con emigranti disgraziati che spesso essi sono un po’ fuori di sè, come egli stesso, il dottore, aveva detto. Ma il dottore non fu punto soddisfatto di questo piccolo trionfo della sua teoria; e sardonico mi disse che forse l’intendente era fuggito in Italia, perchè Orsola lo voleva sedurre: pronunciò poi una invettiva contro il Brasile senza badare al Cavalcanti e all’ammiraglio; io gli risposi e si accese fra di noi una disputa....
— Ma insomma — dissi alla fine — gli emigranti non diventano savi per lei che quando parlan male dell’America dove i più di loro trovan da campare? Io non so perchè tanti in Italia ce l’hanno a questo modo contro lo Stato di San Paolo.... In che cosa differisce dagli altri Stati dell’America — del Nord e del Sud? Ci son lì gli stessi vantaggi e gli stessi guai: annate buone e annate cattive; salari maggiori che in Europa, nelle annate buone specialmente; vita più solitaria, più rude, più esposta alle malattie; garanzie giuridiche meno precise che in Europa, ma in compenso una continua scarsità di braccia.... Farsi valere, a chi non ha che le braccia, è più facile che in Europa. Ma nello Stato di San Paolo in cambio c’è quel che forse non c’è in nessuna altra parte dell’America: c’è la possibilità di creare un centro di cultura, di lingua e di vita italiana: perchè gli Italiani ci sono più raccolti, meno dispersi che altrove; perchè ci si sono trovati già numerosi al momento buono, quando lo sviluppo incominciava.... È forse questa la ragione per cui San Paolo ha tanti nemici in Italia? Si informi da chi sa: quale è nell’America meridionale il mercato più facile e più largo per i nostri manufatti? Lo Stato di San Paolo.Quando il governo o la «Dante Alighieri» si decideranno a fondar nell’America qualche collegio italiano in cui i figli degli Italiani arricchiti possano essere educati, da dove dovranno cominciare? Da San Paolo! In qual punto dell’America le nostre banche hanno cercato di prender piede, tanto per cominciare? A San Paolo. Quale è lo Stato dell’America più aperto ai professionisti: medici, avvocati, professori, legisti? San Paolo: sempre San Paolo! Ma noi siamo un curioso popolo: ci lamentiamo sempre che tutto il mondo ci è chiuso; e poi, appena uno spiraglio si apre, voltiamo le spalle. Tutte queste cose, quanti le sanno in Italia? E tra quelli che le sanno quanti osano dirle? Tutti preferiscono di dar retta alle storie e alle storielle di Orsola, che ragiona come una donna del Medio Evo, perchè in America è capitata male. Ma il giorno in cui noi fossimo riusciti a rovinare lo Stato di San Paolo, anche l’Italia ci scapiterebbe — e parecchio! È questo che lei vuole?
— Io voglio — mi rispose secco, secco — che gli Italiani non vadano a prendere nelle fazende il posto degli schiavi....
— Se le dicesse un socialista, queste cose, le capirei. Ma lei? E non lavoran in tutto il mondo gli uomini sotto dei padroni? Vuol dire per questo che siano degli schiavi? Se gli emigranti italiani trovano più conveniente di andar altrove, padronissimi: ma scrivere e ripetere in tutta Italia che lo Stato di San Paolo è un inferno, o un pezzo di Medio Evo, solo perchè lì come dappertutto il popolo è sottoposto ad una disciplina che ha le sue asprezze, mi par troppo. E credo si farebbe bene a riflettere un po’ più, su queste cose, in Italia.... Adesso che tutti dicono di voler far sul serio e badare al sodo....
La disputa si riscaldava; e con molto tatto e abilità la mia signora intervenne a sviarla. Ricordò che Orsola era meridionale: poteva perciò parere unadonna strana ed esser sospettata peggiore che non fosse, da chi non conosceva l’Italia del sud e il profondo perturbamento arrecato in quella dalla macchina. E ci raccontò che nel mezzogiorno, per secoli, le donne avevano seduto al telaio, acquistando in certe regioni grande riputazione, specialmente per i pannilana. Ma quando le fabbriche meccaniche straniere o del settentrione offrirono i panni poco costosi e dozzinali, e l’Italia meridionale ebbe ceduto troppo facilmente alla tentazione delle nuove foggie forestiere e alla attrattiva del falso buon mercato, le donne smisero di far battere il telaio casalingo e non poterono passare, come nell’Italia del nord, nella grande fabbrica. Furono quindi, là dove una certa antica fierezza di costumi non consentiva loro — e si può muoverne rimprovero a quelle popolazioni? — di sobbarcarsi ai pesanti lavori dei campi, condannate ad un ozio, che non è ultima cagione della profonda crisi che travaglia l’Italia meridionale.
— La donna del mezzogiorno — conchiuse — non è preparata all’emigrazione come quella del settentrione; in America spesso è di impiccio più che di aiuto al marito, perchè sa adattarsi meno al regime delle macchine, non èdébrouillardeabbastanza....
— Restino a casa, allora, e facciano partire i mariti: l’America non è fatta per gli oziosi — sentenziò asciutto l’Alverighi.
— Sicuro: — replicò pronto il dottore — perchè in America i mariti si piglino una nuova moglie e le loro mogli nel frattempo si tengano in esercizio, nel villaggio, con dei rimpiazzi! E poi il marito accorra dall’America e la scanni, o la moglie, non potendo più vivere con il marito quando torna pieno di vizi, gli somministri l’arsenico! Perchè quella bella malattia che lei sa, l’hanno portata nei villaggi dell’Italia meridionale gli emigranti, insieme con i pesos e i dollari....
— Ma insomma, — disse l’Alverighi — bisognerà pure che le donne si decidano: o ad accompagnare il marito in America o a restare a casa. Se non vogliono restare a casa, imparino a lavorare.
— Ma anche questo partito ha i suoi pericoli — intervenne la Gina. — Si rimprovera spesso alla donna del mezzogiorno la sua poca iniziativa e la sua inerzia. Ma la donna del settentrione che va nelle officine, che emigra, che sa adattarsi alla civiltà moderna, spesso ammala e muore. Come Maddalena e come le donne del mezzogiorno che seguono l’esempio del settentrione.... Quante ne ho viste, in Europa e in America! La donna è la principal vittima della civiltà meccanica!
— Come di tutte le civiltà, — disse il Rosetti. — E non è la vittima soltanto, ma anche il maggiore grattacapo. Perchè uno dei più spinosi problemi che ogni civiltà ha dovuto sciogliere, è proprio questo. Che cosa far fare alle donne oltre i figlioli? Niente? È troppo poco. Le stesse cose che fanno gli uomini? Ci sono altri inconvenienti.
— Sì, ma la macchina — osservò la mia signora — ha anche fatto più difficile il problema.
— Senza dubbio — assentì il Rosetti. — Nella furia di far quattrini e di conquistar la terra, la nostra civiltà dimentica forse un po’ troppo che il mondo si compone di uomini e donne.... E un’altra cosa, anche: che uomini e donne, dopo aver vissuto, devono morire.... Un passo, qualche volta, un po’ scabroso.... Un po’ di preparazione non sarebbe forse sempre inutile!
Ragionammo un po’ su questo punto; e un po’ scherzosamente si conchiuse che se non ci fossero le donne, gli uomini da soli potrebbero vivere tra i due mondi più comodamente e senza tanti guai! A mezzogiorno toccammo il 37º grado e il secondo minuto di latitudine, il primo grado e il 37º minuto di longitudine; e nel pomeriggio, mentre navigavamoin vista delle coste montuose e deserte della Spagna, la piccola società raccogliticcia, che si era formata in mezzo all’Oceano entro il «Cordova», incominciò a sciogliersi. Le amicizie strette in quelle due settimane si allentavano; i crocchi diradavano; ciascuno ricominciava a pensare ai bagagli, alla terra, alle sue faccende; al vasto mondo in cui ci disperderemmo tutti di nuovo tra due giorni per non ritrovarci forse mai più. L’ammiraglio non si fece vedere: incontrai solo per un momento l’Alverighi che con un fascio di carte in mano si recava dal Vazquez: il Rosetti stette nella cabina a scrivere: vidi invece il Cavalcanti, che solo non pensava alla terra e all’arrivo e ai bagagli, ma al discorso udito la sera prima. Ne parlammo a lungo, in faccia al mare azzurro e un po’ agitato: nella giornata piena di luce, ma velata all’orizzonte di freddi vapori; e ci confidammo, disordinatamente e vivacemente, i pensieri che erano nati in noi da quei ragionamenti.
— Ho capito finalmente — diceva il Cavalcanti — perchè l’Olimpo è un inferno! Perchè gli artisti, i letterati, i sapienti dell’Europa sono così nemici tra di loro, e ciascuno vorrebbe essere solo, anzi l’unico. Sono cose che in America — dove si vive nell’illimitato, solo per sfruttare una terra che è ancora più vasta e ricca delle nostre cupidigie — non si capiscono. La Bellezza e la Verità sono, sì, cose infinite: ma il numero di Bellezze e di Verità che riescono a farsi ammirare da una generazione o a convincerla, è limitato. Ogni Verità che riluce ne oscura mille altre che avrebbero potuto risplendere: ogni Bellezza che trionfa ne esclude dalla scena mille altre, che altrimenti avrebbero forse trionfato. Quindi l’arte la scienza la filosofia non possono essere che il campo chiuso di una guerra continua e feroce, in cui uno vive della morte di mille.... L’Alverighi ha ragione: chi vuol vivere in pace, vada a Rosario tra quei mercanti di grano! La cultura di un popolonon trionfa che difendendosi ed attaccando quella degli altri popoli....
— Le dica queste cose, a Roma, quando ci sarà.... Se almeno riescisse lei a farle capire!
— Pur troppo, non c’è gloria o grandezza che sia al sicuro da un assalto improvviso. Quanti secoli erano che gli uomini veneravano la letteratura greca e latina? Ora la cultura classica decade: e perchè? Perchè la letteratura greca e la latina non sono più i modelli ufficiali del gusto: perchè i tempi e gli Stati hanno riconosciuto a ciascuno il diritto di scegliersi il modello che gli piace — nella letteratura antica o nelle moderne — in Europa o in America — e magari anche nel futurismo.... E allora perchè dovremmo noi studiare la letteratura greca o latina più che la francese o l’inglese o la russa? Se domani scoprissero in Egitto le commedie di Menandro o tutte le tragedie di Sofocle, in nome di quale autorità potremmo impedire all’Alverighi di dire che a lui avrebbe fatto più piacere se Gorki avesse scritto un altro di quei suoi drammacci così brutti? La lotta è perenne....
Tacemmo, guardando il mare. I nostri pensieri vagabondavano per un mare anche più vasto di idee. Il Cavalcanti riprese, dopo un po’:
— Però, però.... Quanto è straordinario, prodigioso, unico addirittura il tempo in cui ci è capitato di vivere, però! Pochi se ne accorgono ma non importa.... L’uomo che per la prima volta tenta di vivere fuori dei limiti, non tenta forse addirittura di acclimatarsi nell’infinito? E se riuscisse in questa temerità sublime, come è riuscito in tante cose? La pace potrebbe regnare sulla terra e anche nell’Olimpo della Verità e della Bellezza.... Le Bellezze e le Verità si escluderebbero meno ferocemente.... La terra diventerebbe un Eden; e anche l’Alverighi potrebbe amarla tutta, come ama la sua Rosario. Un Dioche guidasse senza comandare, si chiami Dio, Ragione, Scienza....
— Dio non è Dio, che se comanda — interruppi brusco.
— E allora? L’anarchia ci aspetta, vortice inevitabile?
— Resta però lo Stato — risposi. — Si ha un bel ripetere che i principii liberali, lo spirito critico, le idee sovversive minano da tutte le parti lo Stato, fondato dalla Rivoluzione.... Ma paragoni lo Stato europeo ai grandi Stati mussulmani — la Turchia, per esempio — che pure posano sulla idea religiosa dell’autorità, e poi mi dica quale è lo Stato che può comandare e che sa farsi obbedire.... E questa potenza — ci pensavo proprio stamane — è l’effetto di una limitazione. Il signor Rosetti ci ha detto — ed è vero — che i limiti che l’uomo si è tolti dattorno, li ha piantati intorno allo Stato — alla autorità dei sovrani, dei ministri, dei funzionari.... L’ha limitata, questa autorità, un po’ con le leggi e le istituzioni e i principii di diritto pubblico, inventati per impedire allo Stato di maltrattare i cittadini: un po’ anche specializzando, moltiplicando nelle mani dello Stato gli uffici cioè gli strumenti di cui può servirsi. Uno strumento è anche un limite, tanto più preciso, quanto più lo strumento è perfetto: perchè il martello e la sega mi servono, sì, ma solo a picchiare e a segare; e non potrei con una sega picchiare e con un martello segare.... Insomma la autorità dello Stato non fu mai così limitata come oggi, in Europa e in America: e l’effetto è che lo Stato non fu mai così potente. L’autorità è oggi spezzettata tra un grande numero di persone; ciascuno ha il suo briciolo di potere e il suo ufficio delimitato; e questi limiti gl’impediscono così di troppo mal fare come gli dànno un appoggio a fare con risolutezza il suo ristretto còmpito: cosicchè i governi che si servono di questi strumenti nei limiti del loroufficio, possono generare effetti stupendi! Abbracciare, muovere, dirigere uomini e cose, in tal volume e con tale forza, come non si vide mai. Guardi invece la Turchia.... Poche persone dispongono in alto di un potere illimitato, non solo perchè non ci sono principii di diritto pubblico che lo limitano, ma anche perchè gli organi dello Stato sono poco specializzati e di moltissimi il governo può servirsi a piacere. E quelle poche persone si trovano in un vuoto senza appoggi, quando c’è qualche opera importante da compiere: proprio come in Europa, ora, quando giudichiamo le opere d’arte.... Ha letto gli «Elementi di scienza politica» di Gaetano Mosca? Li legga: vedrà queste cose spiegate con singolare chiarezza, acume e profondità....
— Sì ma da dove viene la spinta che muove lo Stato moderno? Dal popolo, dalla nazione. Quindi lo Stato non può che restituire alla nazione la forza che questa gli dà. E come potrebbe dominarla, se questa si vuol ribellare? Quando lo Stato posava sulla tradizione, poteva trasfondere in una generazione una forza, poca o molta, che non riceveva da quella, ma dai secoli precedenti.
L’obiezione era decisiva. Essa accrebbe in me l’inquietudine che mi angustiava dalla sera precedente. Anche il Cavalcanti dunque esitava indeciso sul margine dei due mondi? Si poteva viver così? A chi si doveva dar ragione e a chi torto nei singoli casi? Oh poter sentire e volere, amare ed odiare ciecamente! Decidere senza dubbio! Tra questi discorsi, la zuffa, i ragionamenti del giorno prima avevo quasi dimenticata la signora Feldmann: quando la sera, pochi minuti prima del pranzo, me la vidi comparire all’improvviso nella sala di aspetto, elegante e ingemmata come di solito. Alla domanda che, un po’ impacciato, le feci: — Come sta? — alzò verso di me il volto affaticato; sorrise; e, tendendomi la mano carica di anelli:
— «Aussi mal que possible, — rispose con la consueta vivacità ed energia: — mais il a bien fallu m’arracher à ma cabine et descendre; je dois moi aussi penser à mes bagages».
Poi mi domandò quando arriveremmo.
— Dopo domani, domenica, — risposi — prima di mezzogiorno, se il Golfo del Leone non ci fa qualche brutto scherzo.
Ma non sapevo se parlarle dei suoi guai e come incominciare: per fortuna sopraggiunse l’ammiraglio; e ragionammo del tempo e del viaggio con l’impaccio proprio delle persone che parlano di cose a cui non pensano e pensano alla stessa cosa di cui non parlano. La campana suonò; entrammo insieme nella sala da pranzo: vidi di nuovo, in tutti i tavoli, delle gomitate, dei cenni, delle occhiate, un volger frettoloso d’occhi e di teste come quella sera, in cui la signora era entrata irraggiando nel modesto refettorio del «Cordova» la gloria della favolosa stirpe dell’oro onde usciva: ma con diversa intenzione, questa volta, mi parve. «Ne devi aver fatte delle belle, se ti è capitato quel che ti è capitato!» dicevano quei gesti e quelle occhiate. La nostra mensa fu quella sera piuttosto fredda e silenziosa, per la prima volta; perchè tutti pensavano a quella cosa medesima, di cui nessuno osava muover discorso. Terminato il pranzo, uscimmo insieme: come fummo nel vestibolo, la signora indossò un mantello che aveva lasciato sul divano, e volgendosi a me:
— Vuol farmi compagnia — mi disse — fuori sul ponte? Ho bisogno di prendere aria.
— Ci siamo! — pensai, seguendola di mala voglia e un po’ infastidito.
Ma appena fuori, sentii che l’aria era fredda; e, lasciatala un istante, rientrai per prendere il cappotto nel vestibolo; dove la bella genovese, il dottore di San Paolo, sua moglie, il gioielliere, in crocchio, animatamente parlavano.
— Ci vuole una bella sfacciataggine! — diceva inviperita la genovese. — Dopo quel che le è successo! Venir vestita a quel modo, come a una festa. Per me questo fatto mi basta.... Il marito ha ragione di piantarla.
— E mettersi poi delle perle, che a un miglio di distanza si vede che sono false — aggiunse il gioielliere. — Ma per chi ci piglia dunque? Crede che siamo ciechi o imbecilli?
Uscii di nuovo; la raggiunsi sul ponte, verso il mezzo della nave dove si era seduta; mi sedetti accanto a lei, molto impacciato, pensando al modo di incominciare il discorso.... Ma essa mi prevenne.
— Ho scoperto, sa, — mi disse. — Sono ingenua e sciocca, sì: ma non come credono. Se mi ci metto! «J’ai creusé ma petite cervelle» per due giorni. Giudichi lei che è uno scienziato. Lui credeva che io lo sospettassi....
Così spiegava molti fatti di cui lì per lì non si era resa conto. Come, per esempio, un giorno il marito avesse fatta una sfuriata tremenda, perchè avendo visto nella sua valigia profumi, spazzole, pettini e simili oggetti a profusione, essa gli aveva chiesto ridendo se partiva in cerca di avventure. Che un altro giorno, che per errore essa aveva aperta una lettera diretta a lui, per poco non aveva minacciato di far divorzio, se il caso si ripetesse. E furie e smanie tremende, pure un’altra volta che essa, irritata da un breve litigio, gli aveva detto che non era fatto per aver moglie e famiglia: ma un’amante da cambiare ogni paio d’anni!
— E pensare che io non ho mai sospettato niente. Il disgraziato non mi ha capita mai: lui diffida sempre, ed io invece mi fido. A occhi chiusi. Che ci vuol fare? Sono fatta così....
Avevo ascoltato questo lungo discorso impassibile, quasi severo, guardandola e scrutandola negli occhi. Alla fine, rammentando le confidenze dell’ammiraglio,le dissi che quel che lei raccontava non era inverosimile e poi maliziosamente, per indagare:
— E per questo — dissi fissandola — non voleva prendere il caffè con lei, la mattina....
Mi guardò sorpresa.
— Che cosa vuol dire? A che allude?
Le raccontai allora quel che l’ammiraglio mi aveva detto. Ma prima che io giungessi a mezzo del discorso:
— Mio Dio, mio Dio! — gemè dolorosamente, giungendo le mani. — A tal punto quel pazzo è arrivato! Ma questa infamia è la contessa che glie l’ha messa nella testa, ne sono sicura! La scellerata vecchia! Adesso capisco! Lo aveva ipnotizzato!
Impazientito dal mio sbaglio, tanto per sviare il discorso, apersi le cateratte della saggezza, ma con poco garbo, anzi piuttosto brusco: le dissi che occorreva prender tutto sul serio, ma niente sul tragico: che le disgrazie si voltano spesso in fortune; che essa era ancora ricca, giovane, bella...
— «Vous me flattez», — disse con modesta compiacenza. — Certo accanto a miss Bobbins faccio ancora la mia figura. Se vedesse che tipo volgare!
Ma quando incominciai a dirle che la libertà non era poi la peggiore dello disgrazie che potesse capitarle; fosse dunque ragionevole, non si lagnasse più del giusto, chè nella disgrazia forse poteva esser capitata bene, la vidi raccogliersi, accigliarsi, rannuvolarsi; poi a un tratto:
— Stabilirmi a Parigi — mi interruppe come spaventata — «en femme divorcée», io? Perchè tutta la gente creda che ho tradito mio marito? Mai!
— Non esageri, signora, ce ne sono tante di donne divorziate oggi nel mondo; e i tempi non sono più quelli di una volta!
— Una donna divorziata è sempre colpevole agli occhi della gente. E tutti gli uomini credono di poterle fare la corte....
— Quale disgrazia!
Ma non mi diè tempo di dirle le barzellette un po’ volgari, che mi erano venute alle labbra; che:
— Vivere sola, io! — continuò. — E come potrei? e che cosa farei? Non aver più nessun appoggio? Ma crede lei che alla mia età una donna possa, da un giorno all’altro, ricuperare quella che lei chiama la libertà....
— Si rimariti, allora, se non vuol la libertà! — ribattei senza tanti complimenti.
Ma fu peggio.
— Rimaritarmi io? Andare in giro con un altro uomo, quando mio marito è ancora vivo? Mai! Mi parrebbe di andar in giro con un amante. Sono una donna «vieux jeu», io, come dice mia figlia.
La faretra dei consigli era vuota.
— Ma che cosa vuol dunque allora, signora? — le chiesi duramente, un po’ impazientito e con un tono piuttosto canzonatorio.
Alzò gli occhi nei miei, e sentitamente, con dignitosa sicurezza:
— Voglio restare — disse — la moglie di mio marito, la signora Feldmann.... Come son stata per ventidue anni. Le pare eccessivo?
Non ci avevo pensato. La risposta mi tappò la bocca. Tacqui un istante, confuso: poi, con un modo più gentile e un po’ titubante, le chiesi che cosa intendesse di fare. Prendere, appena sbarcata a Genova, il diretto per Parigi e Cherbourg o l’Havre; e imbarcarsi nel primo piroscafo che salpasse alla volta di New-York — mi rispose.
— Quando mio marito mi rivedrà, si ravvederà; ne sono certa. Mio marito mi ama — conchiuse con fare sicuro e sottolineando la frase con quello stesso sorriso enigmatico che altra volta le avevo visto sulla faccia al ripetere quella medesima frase. — Lei ne dubita?
Ne dubitavo così fortemente che essa aveva potutoleggermi il dubbio negli occhi: ma le risposi chiedendole solamente per qual ragione il marito volesse allora fare divorzio, mentre a me stesso chiedevo per qual ragione essa sorrideva a quel modo.
— Ha dovuto — mi rispose — tornare a New-York per affari: non voleva partire: e a New-York miss Bobbins l’ha accalappiato di nuovo. Capisco adesso perchè abbiamo fatto questo lungo viaggio nell’America del Sud. Lo scandalo del «Great Continental» fu un pretesto. Voleva sfuggire a miss Robbins. Ne sono sicura. Anche Lisetta lo dice.
Tacqui, intimidito dalla autorità di Lisetta e ripugnandomi così di deludere come di illudere la signora; di nuovo essa lesse chiaro nel mio silenzio: e con una certa ansia mi chiese:
— Non le pare? Crede che mi inganni?
Ma già sentivo nascere in me un principio di pietà; volli nascondere i miei dubbi; cercai di confortarla ma fui maldestro; perchè le ripetei che essa aveva cultura, intelligenza, amicizie, ricchezze....
— Anche lei, anche lei? — mi interruppe aspra e agitata. — La ricchezza, la ricchezza! Hai dei milioni: dunque che cosa chiedi ancora? Se mio marito mi inganna, mi abbandona, mi getta in mezzo alla via, quando il capriccio gli piglia, io non debbo lagnarmene: ho dei milioni e potrò sempre abitare in un bel palazzo, comperare un’automobile e portar delle perle come queste. Perchè queste sono le sole perle vere che ho portato nel viaggio. — Fece una pausa. — Non ho io forse mantenuto i miei impegni? — proseguì con voce affannosa. — Ho forse avuto degli amanti? Non sono stata fedele? docile? sottomessa? Non l’ho amato e non lo amo? Se io dicessi che adesso mi piace un altro uomo, non direbbero tutti che sono una sgualdrina? No: sarebbe infame se ci fosse un tribunale che concedesse questo divorzio. E non è possibile, non ci posso credere! E che cosa farei io dopo? Dove andrei?Sola, senza famiglia, senza casa, sospettata e infamata? Che cosa penserà il mondo di me? E poi quando uno ha vissuto una parte della sua vita in America, come ho fatto io, crede lei che possa di nuovo vivere solamente in Europa? È un mondo troppo chiuso, troppo piccolo, troppo pieno di angustie. No: la fortuna l’abbiamo fatta insieme; una parte è mia; mio marito non ha il diritto di rubarmela per darla a una cameriera: un posto me lo son fatto nella società, in Europa e in America, e non voglio perderlo, perchè lui ha dei capricci.... Ma sa che tra qualche anno io potrei diventar moglie di un ministro o di un ambasciatore? Perchè pare che lo nomineranno, se alle prossime elezioni.... Purchè arrivi a tempo, però. Mio Dio, mio Dio!... Ma perchè è così lontana l’America!...
Singhiozzò, scoppiò in lagrime, senza badare ai passeggeri che giravano sul ponte e che si fermavano a guardarla. Tacqui un momento, molto turbato.
— Le ricchezze dell’America e gli splendori della vita mondana, li disprezzavi sinchè eri sicura di possederli. Ora che temi di perderli, invece.... È dunque vero che i beni della terra sono insipidi quando si hanno; ma non si può fame senza? — pensai tra me, un po’ triste.
Poi tentai altri conforti: le dissi che se suo marito venisse a morire, essa si troverebbe pure sola e senza famiglia nel mondo: supponesse dunque, se la peggiore delle ipotesi si verificasse, di rimaner vedova.
— Ma morto non è, pur troppo! Chè almeno mi consolerei! — rispose essa tra le lagrime e i singhiozzi, vivacemente, tappandomi di nuovo la bocca.
In quella sopraggiunse l’ammiraglio e prese a confortarla, con un tatto e una delicatezza che questa volta ammirai anche maggiormente al paragone della mia inettitudine. Quando si fu un po’ tranquillata, si ritirò accompagnata dall’ammiraglio. Io me ne andai,ripensando i discorsi del giorno prima sulla lealtà. Ma sempre incerto davanti al dilemma: vittima o commediante? Poichè quelle lagrime mi avevan conturbato ma non mi avevano ancora convinto! Mi avevano invece distratto un po’ dalle mie inquietudini filosofiche.
Il giorno seguente — era sabato e la vigilia dell’arrivo — scesi verso le otto e mezzo nella terza classe, per saper se Orsola aveva trovate le famose lettere. Ma Orsola si scusò, borbottò, sospirò: non le aveva trovate, perchè — se lo era rammentato poi — le aveva nascoste in una valigia che era stata messa nella stiva. Il giorno dopo, allo sbarco, essa me le darebbe. Incontrai di lì a poco l’ammiraglio: gli raccontai quel che la signora mi aveva detto la sera prima, non nascondendogli che la sua ferma fiducia nel ravvedimento del marito mi pareva chimerica assai. Ma l’ammiraglio non disperava: disse che il cuore umano è pieno di misteri; divagò in altre frasi generiche, che mi insospettirono di nuovo egli sapesse più che non diceva: insistetti, si lasciò sfuggire qualche frase; feci leva su queste; e a poco a poco, cavai da lui quanto sapeva. Incoraggiata forse dalla lunga amicizia e dalla sua età quasi paterna, la signora gli aveva fatto il giorno precedente delle strane confidenze! Gli aveva detto di essere stata educata un po’ romanticamente «tra i fiori e la musica», in una ignoranza beata perchè scevra di curiosità, imaginandosi l’amore nella vita dai melodrammi uditi in teatro; anche perchè — non sapeva per qual ragione — tra signorine le sue amiche si erano sempre trattenute dal parlar di queste cose in sua presenza. Quante volte le sue amiche di giovinezza, quando si eran riviste maritate, le avevan detto: In tua presenza nessuna di noi osava dir niente! Ma maritatasi, essa aveva dovuto convincersi che gli uomini intendono l’amore in una maniera alquanto diversa dagli eroi dei drammi lirici. Da principio essa un po’ avevaavuto voglia di ridere di questa scoperta, un po’ ne era stata infastidita e un po’ inquietata: ma poi si era lasciata travolgere da questo torrente di passione, e insomma senza rammarico ed infelicità.... E doveva confessare che, ammesso che quel che piaceva agli uomini fosse il vero amore, essa era stata addirittura adorata, dalla mattina alla sera e sopratutto dalla sera alla mattina! Si ricordava però che tre o quattro volte il vulcano pareva essersi spento, anzi coperto di neve all’improvviso — l’ultima volta durante la crisi del Great Continental: e ogni volta il marito aveva mostrata una gran premura di scusarsene, sebbene essa non pensasse a fargliene una colpa, allegando le preoccupazioni, il lavoro. Essa ci aveva creduto — perchè era sciocca: ma ora incominciava a chiedersi se la causa di quel gelo improvviso non fosse miss Robbins invece del Great Continental; e se le volte precedenti non ci fosse stata di mezzo qualche altra donna! Il vulcano però si era sempre riacceso; anche dopo la crisi del Great Continental; e proprio a Rio, chè non era mai stato così ardente di passione come negli ultimi mesi prima di partire da Rio per New-York. Durante questi mesi era arrivato perfino.... perfino — la signora era diventata di bracia raccontandolo — a «demander des rendez-vous pendant la journée». E perciò essa faceva per convertirlo assegnamento sulla propria bellezza: apparirebbe a lui vestita e adorna in un certo modo che lo stuzzicava assai: scoppierebbero ambedue in lagrime, e....
— Ora capisco! — esclamai ridendo.
Quel che avevo capito, in quel momento, era lo strano sorriso della signora, ogni qual volta essa aveva parlato del marito e dei suoi sentimenti. Ma a mezzo il riso, improvvisamente, uno scrupolo mi agghiacciò. Poteva dunque accadere perfino che una donna virtuosa, a quarantacinque anni, sforzasse l’inesperta fantasia a imaginar lascivie di cortigiana, per sedurre il marito?Gli orrori più tragici della vita sono, ahimè, proprio quelli che invogliano al riso gli uomini stolti e leggeri, il maggior numero cioè: e di che ridevo io, se non di uno di questi orrendi segreti di cui il mondo è zeppo? Non risi più allora: ma quando a colazione vidi per la prima volta sul volto di lei tante traccie di vecchiaia che forse il dolore aveva seminate in quei pochi giorni, o che prima non avevo avvertite; quando, e per la prima volta, mi accorsi che la donna che si aggrappava alla sua bellezza come un naufrago all’ultima tavola di salvezza, stava per diventare una vecchia, la pietà mi vinse: e mi strinse il cuore un rimorso! Anche io dunque avevo ceduto a quella viltà che tanto spesso, innanzi ad una sopraffazione, ci inferocisce contro la vittima? Anche io avevo cercato dì persuadermi che la vittima aveva meritata la sua disgrazia, come tanti uomini fanno, per risparmiarsi il dolore dell’ingiustizia impunita e la fatica di aiutare l’oppresso? E dichiaratomi in cuor mio a favore di lei, conchiusi risolutamente che il marito doveva essere un pazzo o un malvagio. Durante la colazione si ragionò confusamente: l’ammiraglio di cannoni e corazze; l’Alverighi di Parigi e dei banchieri; il Rosetti di certi lavori che intendeva far fare subito a Bellaria. Solo il Cavalcanti stette zitto, il solo tra tutti che non pensasse alle faccende terrene ma all’antico mondo mediterraneo semivivo o perito. A mezzodì giungemmo a 41 gradi e 22 minuti di latitudine e a 4 gradi e 2 minuti di longitudine orientale; e prima della siesta, trattolo in disparte, raccontai in confidenza al Rosetti, sospinto anche un po’ dall’intima pena, le strane cose che l’ammiraglio mi aveva confidato. Ascoltò il Rosetti; e:
— Miserie della vita! — esclamò. Pensò un momento; e poi sorridendo e scuotendo il capo: — Limiti, termini, segni — soggiunse. — L’uomo può rovesciare tutti gli altri limiti, anche Dio: uno resteràsempre, indelebile: il sesso. Un uomo non può diventare una donna nè una donna un uomo; gli uomini non possono vivere senza le donne nè le donne senza gli uomini. E allora? Non è chiaro che all’obbligo almeno di delimitare il còmpito dell’uomo e il còmpito della donna, nonchè i rispettivi diritti e doveri, non potremo sfuggire? Chiedi un po’ all’Alverighi, se se la sente di dare a ciascuno, anche nell’amore, come nell’Estetica, il diritto di farsi da sè la sua legge e la sua misura di quel che si può e non si può....
Esposi allora al Rosetti i dubbi che andavo ruminando: ma insomma dovevamo o non dovevamo combattere i principii di questa civiltà illimitata? A chi occorreva dar ragione — a Orsola o a Maria? Ma non ricordo più qual pretesto prese il Rosetti per non rispondermi. Ci separammo. Uscii di nuovo dalla cabina verso le quattro, mentre navigavamo in pieno Golfo del Leone — un Leone ammansato in quel giorno — senza vedere le coste; e girando per il ponte di passeggiata, a babordo, vidi ad un tratto il Rosetti appoggiato alla ringhiera e impegnato in una discussione con il dottore e l’Alverighi, che gli stavano in piedi dinanzi. Il che non mi avrebbe sorpreso: quel che mi stupì fu di capire alla prima occhiata che tutti e tre, anche il Rosetti di solito così calmo, erano molto eccitati. Nessuno dei tre infatti rispose al mio saluto; e:
— Sì, sì — diceva intanto concitato il Rosetti al dottore. — Ma l’uomo oggi lavora, lavora, lavora. Ha vinto perfino la sua invincibile pigrizia. E come vuole che il nostro tempo non sia poi indulgente per il resto?
L’Alverighi faceva di gran cenni d’assenso: ma il dottore:
— Benone! — diceva. — Quindi quando tua moglie invecchia o non ti piace più, il signor Feldmann ti insegna come devi fare. Evviva l’America!
— Un uomo — replicò rapido e vivace il Rosetti — può essere un marito mediocre o anche un marito cattivo e rendere dei grandi servigi al suo paese. Toglierebbe lei, se fosse ministro, il comando di una guerra a un generale capace di vincere, solo perchè avesse tradito sua moglie?
— Ho capito — replicò beffardo il dottore. — Qui non c’è che una colpevole: Orsola. Quella non è che una donna onesta.
— È una donna pigra e poco destra — intervenne l’Alverighi. — La signora Ferrero ha ragione.
— Orsola — aggiunse il Rosetti — è una donna onesta, lo credo anche io. Ma Dio mi scampi dalle donne oneste se tutte rassomigliano a quella. Perchè non ha tradito suo marito e sa di possedere una virtù piuttosto raruccia ai tempi che corrono, Orsola crede di aver diritto di rovinare la sua famiglia con la sua inettitudine e di non pagare i debiti.
— Cioè probabilmente degli usurai esosi e rapaci.... — replicò il dottore.
— Anche il più esoso usuraio — ribattè il Rosetti — è un benefattore a modo suo, se vuole. Perchè quando uno è in bisogno di denaro....
— Preferisco chi me lo presta al cinquanta per cento a chi non me lo presta al cinque — conchiuse pronto l’Alverighi.
— Che diavolo succede? — mi domandavo frattanto, un po’ stupito dal vivo trasporto del Rosetti e più dalle cose che diceva, troppo aliene dalla austerità dei suoi principii. Ma a questo punto il diverbio fu interrotto da una mossa repentina del dottore che volgendosi verso di me:
— Giusto lei — disse. — La cercavo....
E mi raccontò ch’era stato chiamato poco prima al capezzale di Maddalena e che Maddalena desiderava vedere la mia signora. Gli risposi che se voleva andavo a farle l’ambasciata: essa era nella cabina.
— No, no, vado io — disse.
E fatto un piccolo saluto, si partì con quella sua andatura impettita e soldatesca, troncando sdegnato quella discussione.
Ma appena fu partito:
— Ma che cosa è successo? — dissi sorridendo e guardandoli tutti e due. — Quel benedetto dottore ha fatto perdere la pazienza anche a lei, ingegnere?
— È un brav’uomo, — disse il Rosetti scrollando le spalle e ricomponendosi. — Ma qualche volta anche i brav’uomini....
E l’Alverighi mi raccontò che il dottore incontratili poco prima li aveva fermati per chieder loro se sapevano dove io fossi perchè voleva farmi l’ambasciata di Maddalena; il discorso era così caduto sulle storie degli emigranti da me raccontate il giorno prima; di chiacchiera in chiacchiera avevan ragionato anche della signora Feldmann; una prima discussione era nata, e alla fine il dottore era scoppiato in una furibonda invettiva contro l’America, la Rivoluzione Francese, la democrazia, l’emigrazione e la civiltà moderna tutta quanta, che egli aveva definita nientemeno che l’immondezzaio dell’universo! Il Rosetti alla fine aveva persa la pazienza; e n’era nato il diverbio di cui avevo ascoltato le ultime battute.
— Lei però — dissi io sorridendo al Rosetti — parlava un po’ per ironia, credo.... L’ironia è un dono di Dio.... Perchè se no, addio limite. Anche lei parteggia per la civiltà illimitata....
In quella sopraggiunse il Vazquez e condusse via, ai consueti affari, l’Alverighi; restammo soli io e il Rosetti che mi prese a braccetto e incominciò a passeggiar lentamente per il ponte, in silenzio, con un’andatura un po’ stanca, appoggiandosi a me.
— No no — disse dopo qualche istante. — Non ho parlato per ironia. Parlavo sul serio. Ho esagerato forse: ma che vuoi? Non posso sentir brontolarea quel modo contro i vizi, la corruzione, la depravazione dei nostri tempi.
— Eppure, ingegnere.... — gli dissi. — Quasi direi che capisco più lo sdegno del dottore che il suo. In questo momento, mi sento anche io nemico della civiltà moderna.... Pensi un po’: il caso ci ha aperto un piccolo spiraglio per il quale abbiam potuto guardare entro una grande famiglia. Un altro caso ci ha fatto conoscere la storia di alcuni emigranti. E in basso come in alto, nella terza classe come nella prima, che cosa abbiamo visto? Degli orrori!...
— Se tu potessi scoperchiare le case di una città, tu non scopriresti forse quasi altro che orrori simili o peggiori di questi — rispose il Rosetti. — Scomponi la civiltà nostra nelle singole esistenze che la compongono e non troverai, tranne poche eccezioni, che invidia, odio, cupidigia, vanità, egoismo, brutalità, rozzezza, sfrenata avidità di godimenti sensuali, se non addirittura vizio e depravazione.... I nostri tempi sono grossolani: è vero; hai ragione; non te lo nego. Ma nell’insieme, no. Lo spirito che anima il mondo moderno all’aspra fatica quotidiana è nobile: è un gran soffio in cui si mescolano l’odio dell’ozio, un gran desiderio di far bene e di far meglio, un vivo sentimento di solidarietà e di giustizia, una umanità, una serietà, uno scrupolo del dovere, una dignità e fierezza che gli antichi non conoscevano. Aggiungi al conto che noi abbiamo quasi vinta quella fiera belva, che per tanti secoli il diritto, lo Stato, la religione avevano inutilmente minacciata, percossa, tentato di legare o di addomesticare: la prepotenza! Come la spieghi tu questa contraddizione? Io mi chiedo ogni tanto se la ragione non potrebbe esser questa: che una volta, ai tempi in cui la storia si stava sbagliando — e sorrise dicendo queste parole — la religione e un pochino anche certe filosofie cercavano di imporre alcuni modelli e regole di morale personale, d’insegnare ad ogni uomoe a ogni donna, in tutte le classi, sebbene com’è naturale in misura diversa, a confrontare ogni tanto sè stesso con quei modelli e ritratti di perfezione, a frugare nella propria coscienza, a riconoscere i propri vizi e difetti.... Oggi manca il tempo: l’uomo si butta con troppa furia sulla terra per depredarla o in mezzo agli altri uomini per divertirli o dominarli; e anche avesse il tempo di raccogliersi, quale è oggi l’autorità che potrebbe imporgli il modello? Quindi oggi ogni singola coscienza è sovrana, è autonoma, è regina di sè medesima: pone da sè il ritratto in cui specchiarsi; e quindi si vede bello e perfetto come un Adone. Se noi potessimo discendere in fondo all’anima di ogni uomo, noi vedremmo oggi uno spettacolo singolare; che ognuno si crede sinceramente un modello impareggiabile, un vero «vas electionis», un angelo a cui non mancano che le ali sulle spalle.... Ti ricordi come cominciano le «Confessioni» di Rousseau? Quando si rivolge a Dio, e gli dice di convocare intorno a lui tutto il genere umano, e che ciascuno vuoti ai suoi piedi il sacco delle proprie colpe e dei propri meriti; «et puis qu’un seul te dise, s’il l’ose: Je fus meilleur que cet homme-là»? Rousseau è proprio il maestro dei tempi moderni. Ognuno di noi sarebbe pronto a ripetere dinanzi all’Eterno questa poco modesta apostrofe, anche i tuoi amici della terza classe, anche il signor Feldmann. Già l’ho detto. Orsola, perchè non ha tradito suo marito, si crede una donna così perfetta da aver diritto di non pagare i debiti. Antonio cascherebbe dalle nuvole, se sapesse quel che noi pensiamo di lui. Sua moglie gli ha fatto un torto: è giusto dunque che lo risarcisca: e stai pur sicuro che sinceramente si reputerà in credito, sinchè Maddalena vivrà. Quanto al signor Feldmann, non dubitare: anche quello è sinceramente, profondamente, incrollabilmente persuaso che se si è presa un’amante, e vuol piantarein asso la moglie, la colpa è della moglie, tutta di lei, di lei soltanto che avrà fatte o non avrà fatte chissà quali cose. Per esempio: tentato di avvelenarlo! Ognuno si crede perfetto oggi: e quindi di tutto il male che gli capita o che fa, la colpa è sempre degli altri, mai sua: ognuno si sente vittima sempre, colpevole mai, e quindi non c’è orrore di cui non sia pronto ad accusare chi l’offende o molesta; e come potrebbe non essere, nonostante le migliori intenzioni, uno spietato tormentatore dei suoi simili prima e di sè medesimo poi, nella misura delle sue forze? Accoppia due esseri umani: un uomo debole, orgoglioso, avido, egoista, sgobbone, pedante e sensuale: una donna bella, intelligente, artista, buona, virtuosa ma ingenua, sincera, impetuosa, ostinata, poco paziente e poco abile a dissimulare. Aggiungi loro una di quelle grandi fortune moderne che fanno gli uomini così esigenti e prepotenti: e Dio solo sa quel che potrà succedere in tempi come i nostri. Si ameranno con trasporto, sì, sinchè la bellezza di lei solleticherà in lui quell’istinto oscuro e potente di cui la natura ha dotata la povera specie mortale: ma anche in mezzo a questi trasporti quanti mali pensieri, e sospetti, e litigi, e reciproche accuse — perfino di codardia e di veleno — nasceranno ogni giorno: per motivi futili, tu dici: a proposito di quadri, di mobili e di cerimoniale. Ma chi può misurare l’effetto che l’atto, il gesto, il detto più innocente e spontaneo possono fare sopra un uomo o una donna che abbia redatta da sè, per la propria sensibilità e vanità, una fantasticaMagna Chartadi diritti inviolabili? Senza dubbio molto tempo potrà passare, prima che l’uno e l’altra si accorgano che essi si odiano assai più che non si amino; e ciascuno imputerà all’altro i dissapori e le discordie: sinchè un bel giorno o un brutto giorno un altro uomo o un’altra donna comparisce; e allora.... Catastrofe! La luce si fa nelle anime: il coniuge chevuole mutar compagnia scopre mille ragioni per le quali non può più amare e deve lasciare il marito o la moglie. Quanti matrimoni vanno male, per questa ragione, e non c’è mezzo di decidere chi ha ragione e chi ha torto, se il marito o la moglie: perchè nessuno saprebbe più oggi dire quali siano rispettivamente i diritti e i doveri dell’uno e dell’altra?
— Ma, ingegnere, — interruppi, — lei dà ragione al dottore.... La terra è un immondezzaio e ci vorrebbe una granata michelangiolesca per ripulirla.... Limiti ci vogliono, dunque: anche a costo di distruggere le macchine....
Il Rosetti pensò un poco, continuando a passeggiare: poi a un tratto e vivacemente:
— No, no — disse. — Sono vecchio ormai; e questo è l’ultimo viaggio che fo tra i due mondi....
Feci un gesto di protesta. Ma egli subito lo represse:
— Sono vecchio; e questo è l’ultimo viaggio. Ma sono stato anch’io giovane.... E da due giorni, sul finire dell’ultimo viaggio, ora che ho detto il mio supremo addio al nuovo mondo dove feci fortuna tanti anni fa, penso sempre a quel mio primo viaggio del 1865. In un vapore a ruote, l’ho fatto — vera tartaruga del mare — che partiva dall’Havre, mi ricordo: se il signor Vazquez lo sapesse! E una vertigine mi piglia: mio Dio, quanto è mutato il mondo! È proprio passato solamente quanto tempo basta ad invecchiare una generazione? O non ho io vissuta la vita di due o tre generazioni? Ma no: ho vissuto tra i due mondi, anche io, senza diventar matto, lo spero almeno: e di viaggio in viaggio ho visto il mondo ingrandire, i deserti dell’America popolarsi, le città pullulare, e la smania eroica dell’illimitato invader le menti. Sì, la smania eroica di rovesciare e varcare i limiti: perchè dimmi un po’: se l’uomo non avesse osato varcar tutti i limiti in cui le antiche civiltà lo tenevano prigioniero; se nonavesse avuto il coraggio d’imbruttire il mondo pur di ingrandirlo, di esporre la natura umana al pericolo di cento corruzioni antiche e nuove pur di infonderle questo slancio tenace e questa infaticata alacrità, viaggeremmo noi così speditamente, comodamente e sicuramente in questo vapore; avremmo noi conquistata la terra con le ferrovie e l’aria con gli areoplani; saremmo noi così potenti, così sapienti, così giusti e umani, così sicuri di noi e del nostro avvenire? Ci son gioie più profonde ed intense di quelle che noi proviamo varcando o rovesciando dei limiti? della gioia del ragazzo che diventa uomo? del collegiale che esce dalla sua prigione? dell’Amore che vince il Pudore? del mistico che s’illude di entrare in contatto diretto con Dio? del popolo tripudiante nei primi giorni che seguono una rivoluzione vittoriosa? E il Genio che noi adoriamo ormai sugli altari nelle nicchie dei santi; e la Guerra, l’arte che tra tutte l’uomo si è studiato di far la più perfetta; la Rivoluzione; e l’Eroismo: che cosa sono se non forze che rovesciano e spostano i limiti? E anche io ho preso parte a questa gran gesta nuova del mondo, come la chiama l’avvocato. Ho costruite ferrovie, ho dissodati terreni, ho educati ingegneri, laggiù. E quante volte anch’io, ultimo fantaccino dell’esercito immenso che assalta, rovescia, sorpassa tutti i limiti più antichi e rispettati per conquistare la terra, ho emesso anch’io il mio grido di trionfo sulle rovine dei limiti devastati e crollanti che ingombrano il mondo! Ma gli anni passarono; i capelli incanutirono; gli ardenti desideri della giovinezza si appagarono. E a poco a poco, invecchiando e meditando, ho veduta anche l’altra faccia delle cose.... La bellezza, la verità, la virtù non nascono forse da una limitazione? Che cosa è uno stato se non un sistema di leggi — una religione se non un sistema di precetti — cioè l’uno e l’altra di limiti? E Dio non è il più augusto e il più antico dei limiti?E non sono forse limiti anche il Dolore, il Pudore, l’Onore, la Metrica, la Grammatica? Il Genio, la Guerra, la Rivoluzione, l’Eroismo sono forze che rovesciano e oltrepassano i limiti: sta bene, ma tali sono anche la Pazzia, il Delitto, la Rivolta, la Ebbrezza: Lieo è il Dio che scioglie dai vincoli e dai limiti! E che altro è se non un limite la patria, un limite ideale e un limite tangibile tracciato da un confine? E l’amore, infine.... Ma mi sapresti tu dire se l’amore è la più tragica o la più frivola tra le passioni umane? Dipende dai limiti: perchè di nessuna passione umana è più facile rovesciare il giudizio. Stringilo in limiti rigidi e quasi sacri — il limite dell’onore, il limite del peccato, il limite del dovere — e si riempie di scrupoli, s’infiamma, talora si trasfigura e si inciela, si insospettisce e inferocisce. Rimuovi questi limiti: e che cosa è l’amore se non un piacere intenso ma breve, che bisogna affrettarsi a godere? E perchè, quando la natura ci ha largito questa fontana di voluttà, mutarla noi stessi in un tormento? Il peccato di un uomo e di una donna fa forse vacillare l’universo sulle sue fondamenta? L’uomo che oggi si dispera e vuol morire, perchè la donna amata non lo riama, non riderà di sè stesso e delle sue smanie, di qui a sei mesi, quando un’altra gli piacerà? E perciò abolite sulla terra tutti i limiti, e l’uomo non riesce più a capire se l’Amore è un dovere o un capriccio. Le disgrazie della signora Feldmann e l’imbroglio dei tuoi passeggieri di terza classe son capitati forse in buon punto, non per dimostrarci che il mondo è depravato e corrotto, ma per ricordarci — l’avevamo un po’ dimenticato in tutti i nostri discorsi — che ai tempi moderni non manca solo una legge di osservanza interna — come l’onore e il giuramento — manca pure una morale sessuale — perchè tutte le regole che governano ancora un po’ i nostri costumi ci furono trasmesse dai tempi della civiltà limitata, e perdonoforza con il perdersi dello spirito di limitazione. La signora Feldmann protesta che il marito non ha diritto di scacciarla dalla casa perchè essa non l’ha tradito, e il pubblico che Antonio non ha il diritto di sfruttare a quel modo la colpa della moglie: ma quale è la sanzione, poichè l’uno e l’altro sono persuasi di averlo, e sacrosanto, questo diritto? Tutti ci aggiriamo, cercandoli, sul luogo dove ci pare ci dovrebbero essere dei limiti: ma invano! Il segno non c’è.... No: una epoca che non sa rispondere risolutamente alla questione se New-York è bella o brutta, perchè non riconosce nè autorità nè criterio per decidere, non capisco in nome di quale autorità potrebbe dire a un uomo e a una donna: «Andate d’accordo, non fatevi dei torti, sopportatevi a vicenda, e generate dei figli». Lo Stato con la forza può imporre istituzioni e leggi: ma la sua potenza vien meno sulle soglie di Citera.... Non mi riesce di imaginare come lo Stato potrebbe costringere gli uomini e le donne ad amarsi e a generare.... Questo è uno dei limiti insuperabili della sua potenza....
In quel momento comparve la mia signora con dipinta sul volto una viva commozione: aveva visitata Maddalena, che le era parsa quasi morente, eppure non si era in nessun modo lagnata del marito, ma aveva espressa la sua gioia di riveder le bambine e le aveva chiesto quando sarebbe guarita in modo da poter ripigliare il lavoro.
— Maddalena — essa conchiuse — mi ha detto che Antonio non vuol più lavorare; e che fa assegnamento su lei per far fruttare il capitale che portano a casa. Ora capisco perchè Antonio non voleva saperne delle sue diagnosi e delle cure del dottore! Aveva paura di riconoscerle un pretesto o una ragione di non lavorare! Ora invece che spera di sostituire Maria a Maddalena....
L’accusa dell’abruzzese era dunque vera? Mi sentii commosso da pietà per la sventurata; e:
— Ecco una donna — non potei a meno di osservare — che non rovescia sugli altri la propria colpa. Ha trasgredito un segno una volta e si riconosce colpevole.
— Mentre avrebbe così facilmente potuto imputarne il marito... La sua lunga assenza... la sua cupidigia.... la sua brutalità. È dunque una donna virtuosa, davvero: più virtuosa di Orsola. Poichè la virtù consiste non già nel non peccare mai, il che è impossibile, ma nel pentirsi davvero quando si è trasgredito un segno. È la dottrina cristiana della contrizione; così profonda!
Frattanto io avevo ripensato alle cose dette dal Rosetti. Era vero: lo Stato moderno, pur essendo così potente, non poteva imporre la fecondità. Dunque bisogna ottenerla, per mezzo di un’autorità spirituale; e quest’autorità come costituirla in una società insofferente di limiti, senza sconvolgerla? E glielo dissi, conchiudendo che la sterilità era la malattia mortale della nostra società....
Ma il Rosetti non ebbe tempo di rispondermi. Proprio allora un cameriere venne a chiamar la mia signora e me per certe faccende che concernevano i bagagli.
— Per l’appunto — disse il Rosetti. — Bisogna che pensi anche io un po’ ai miei.
Ci salutammo, ma al momento di lasciarci:
— Vedi dunque — disse il Rosetti all’improvviso — che non ha poi tutti i torti la Chiesa se non vuol mettere in cielo Colombo, perchè ha commesso un adulterio. I nostri tempi son facili a annullare i vizi personali con i meriti estrinseci; ed hanno le loro buone ragioni. Ma anche chi sostiene il principio opposto ha le sue.... Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, sì; ha oltrepassato un termine: ma ritornato, ne ha voluto oltrepassare un altro, con quella signorina.... come si chiamava....
— Beatrice Henriquez.
— Dopo l’America, la signorina Henriquez.... Due limiti, andiamo, non è un po’ troppo: anche per Colombo?
Da quel momento la dissoluzione della piccola società natante precipitò. Ritrovi, crocchi, relazioni, tutto fu messo sossopra dall’agitazione dell’arrivo: tutti andavano e venivano frettolosi ed inquieti; febbrile addirittura la signora Feldmann che, aiutata da Lisetta, preparava i suoi numerosi bagagli, in modo da poter correre senza indugio al treno di Parigi.
Pranzammo in fretta, tutti distratti, con la testa al domani e alla terra: dopo il pranzo ricominciò l’agitazione ed il via vai.... Ci fu molto sussurro, tra i viaggiatori meno letterati, verso le nove, quando dal ponte, attraverso le finestre, la signora Feldmann fu vista nel refettorio confabulare con il capo dei camerieri e pagare il suo conto.
— Quanto gli darà di mancia?
— Mille lire?
— Ora che i miliardi sono sfumati?
— E il regalo, ce lo fa poi, sì o no? — aggiunse a un tratto la moglie del dottore di San Paolo.
— Campa cavallo, che l’erba cresce — disse la bella genovese, ironica.
— Eppure — replicò l’altra — Lisetta mi ha detto di sì: che ce lo farà....
— Lisetta è una bugiarda, che si burla di noi, d’accordo con la sua padrona. Ma quanto gli ha dato di mancia? sarei curiosa di saperlo — replicò l’altra.
In quel momento il cameriere faceva un profondo inchino alla signora, che usciva: a guardarlo in faccia mi sembrò soddisfatto: ma non così alla genovese.
— Guardi che faccia fa.... Ci si legge che è malcontento....