V.

V.

Lasciato babbo Brighi, me ne andai alla casetta bianca, proponendomi di pigliare in disparte Orazio e di indurlo in tentazione; ancora non sapevo come sarei entrato in argomento, che linguaggio, e che tono, e che mimica avrei adoperato, e pure camminava frettoloso, come se avessi in tasca il mio specifico caldo caldo e mi si potesse raffreddare per via.

Feci la strada dalla cascina all’abitazione in dodici minuti, ma giunsi troppo tardi. Orazio da un quarto d’ora se n’era andato col suo bastone e col suo rotolo di carta sulla montagna; non rimanevanoin casa che Concettina e l’ombra sua, Toniotto.

Saputo che Orazio aveva preso un sentiero, il quale menava dritto alla primabaitadella Grigna, stetti un po’ perplesso, poi guardai Concettina, che mi leggeva in viso qualche cosa di straordinario: vidi uscire dal fondo minaccioso il signor Ambrogio Nespoli, e presi una deliberazione eroica, di cui mi sarà tenuto conto in una vita migliore.

— Signorina, dissi, mi vuol fare il piacere di mandare qualcuno a casa mia per avvertire Mariuccia e le bimbe che non mi aspettino a colazione, ma che sarò di ritorno a pranzo?

— Dove va? mi chiese.

— Mi proverò a raggiungere Orazio, ho bisogno di parlargli.

Dissi queste parole innocenti senza ombra di malizia, eppure Concettina si fece rossa. Toniotto, per punirla, dichiarò che aveva voglia di venire anche lui con me.

— Una passeggiata mi farà bene — asserì con sussiego — ma Concettina lo incoraggiò ad andare, ed egli rimase.

Mi avviai dunque solo, facendo i passi lunghi e cadenzati dei montanari, e accompagnandomi con una fanfara mentale per ingannare la fatica; dopo un quarto d’ora mi toccò arrestarmi perchè ansimavo come un mantice.

— Mi farà bene — pensavo per incoraggiarmi — da molto tempio nessuno si è ammalato alle baite, ed io impigrisco, e i miei polmoni si atrofizzano; a tavola farò stupire la mia Mariuccia coll’appetito che porterò dalla montagna.

Dicevo tanto per dire, ma se non fosse stata la speranza di vedere Orazio ad ogni svolta del sentiero, credo che non avrei fatto molto cammino. Più volte mi proposi di arrestarmi dopo dieci minuti, dopo un quarto d’ora, dopo mezz’ora, se Orazio non si vedeva, e di tornarmene poi tranquillamente a casa; ma i dieci minuti, il quarto d’ora, la mezz’ora passavano, ed io non sapeva rinunziare all’impresa.

Coraggio, e avanti! — Trovavo ogni tanto dei pastorelli che andavano su e giù rincorrendo i vitelli; essi avevano visto Orazio un momento prima, non poteva essere distante più diquattro passi, a sentir loro, ed io, tra credere e non credere, tiravo innanzi.

Un boscaiuolo mi assicurò che avrei trovato Orazio alla primabaita.

— Quanto è distante ancora la primabaita?

— Oh! quattro passi!

Coraggio, e avanti! Anche la primabaitafece come Orazio, continuando a precedermi di quattro passi, finchè ebbi perduta la speranza di raggiungerlo.

Quando meno me l’aspettavo, vidi la capannuccia. Allora mi arrestai ad asciugarmi il sudore, e mi volsi a guardare il panorama circostante. Era bello, ma me lo meritavo.

Trovandomi già abbastanza alto da lusingare quella specie di amor proprio misterioso che spinge l’uomo della pianura a farsi alpinista, incoraggiato ancora dall’ottica ingannatrice, si veniva formando nella mia testa un disprezzo sovrano di tutte le alture sottostanti; già non perdonavo ai colli perchè si danno le arie di montagne coi valligiani; ero invece indulgente colla pianura, perchè, se non altro, è pianura. Passata l’onda di questa compiacenza, incominciò l’ammirazione. Dal punto in cui mi trovavo, vedevo ai miei piedi un gran tratto della Valsassina, col verde dei suoi pascoli solcato qua e là da file di pioppi e di platani, poche case bianche sparse sui colli, poi Pasturo, colla sua chiesetta e il suo piccolo cimitero, e più giù la cascina di babbo Brighi che pareva un balocco.

Risalendo dalla parte opposta, non fermavo l’occhio sulle molte vette di poco conto che nella vallata hanno un nome; solo mi arrestavo a guardare da pari a pari le punte aspre del Resegone, incassate obliquamente nel mio orizzonte. Da un altro lato s’innalzava, superbo ancora nella sua bellezza selvaggia, il Monte Campione, che io chiamavavolentieri la Grignetta, per distinguerlo dalla mia Grigna vera e propria. Stavo là immobile da cinque minuti forse, ripetendo, sebbene nessuno mi potesse sentire, che lo spettacolo era bello, bello, bello, e ricercando come uno smemorato qualche cosa in fondo alla vallata, quando una voce prolungata e robusta mi chiamò dall’alto così:

— Dottore... e... e... e...!

— Orazio! — gridai voltandomi.

Egli era là, cento passi più su, ritto e superbo, (così mi pareva), in cima ad un macigno, ed io sentii subito tutta l’umiliazione di trovarmi più basso.

— Vengo! — gli annunziai, e mi diedi a correre come uno scolaro, per arrivare più presto.

— Come mai? — mi domandò appena gli fui al fianco.

L’ansia, mozzandomi il fiato, mi diede tempo a riflettere; non gli svelai subito la causa che mi aveva spinto sulla montagna; preferii circondarmi d’una specie di mistero che egli non fu punto avido di penetrare. Aveva altre cose per il capo: la sua musica, la sua natura armonica, il che so io; e me ne fece la minaccia subito: «Sentirà» mi disse; nient’altro, ma bastava e ce n’era d’avanzo.

— Aspetti — ribattei fiaccamente — mi lasci almeno respirare, mi lasci cercare una cosa...

— Che cosa?

— Laggiù... in Pasturo; non so trovare la mia casetta, vorrei vederla...

— Bisogna salire ancora — mi disse — si è nascosta dietro quel gruppo d’alberi; per farla venir fuori, bisogna salire... venga dottore, venga a sentire!

Egli andò innanzi colla testa alta, senza guardarsi mai intorno; ogni tanto si arrestava per tendere l’orecchio, poi tirava diritto, accennandomi colla mano di seguirlo sempre. Io, non gli badando, mi fermavo ad esaminare un curioso esemplare della flora alpina, o la bella macchietta d’una giovenca bianca che stava immobile a guardarci, e faceva suonare la campanella quando eravamo passati; davo anche qualche occhiata fuggitiva alle mie spalle e sotto di me, fino a Pasturo; e una volta mi arrestai risolutamente perchè avevo visto quello che cercavo.

— Si vede! gridai, e Orazio fu costretto a fermarsi. Egli sperava che mi bastasse di guardare la mia casetta cogli occhi; ma da lontano le cose che ci sono care, si guardano meglio col cuore, e Orazio comprese che se non si mostrava arrendevole un paio di minuti, non avrebbe poi il diritto di seccarmi colla sua musica, e mi venne al fianco.

— Ecco là — disse facendomi il cicerone — ecco là la sua casa... Guardi, dietro alla chiesa, un po’ amancina... si vedono anche le tre finestre; quella di mezzo pare aperta... se la signora Mariuccia fosse là si vedrebbe benissimo. Ecco il cimitero, ed ecco laggiù la nostra cascina; quei punti bianchi che si muovono sono le vacche che se ne vanno ai pascoli... la nostra casetta non si vede, è nascosta, ma nella discesa, all’uscire dal castagneto, la domineremo in modo da poter contare le galline nel cortile.

Credeva di togliermi più presto dalla mia contemplazione enumerando ad una ad una tutte le cose che potevamo scorgere da quell’altura, e rendendomene facile la ricerca; ma quand’egli ebbe taciuto, io guardai ancora.

— Non vi è altro da vedere — mi disse allora coll’ingenuità d’un cretino — che cosa cerca, dottore?

Non cercavo nulla; avevo trovato la mia casa, avevo trovato il mio cuore.

Mi provai a dirgli tutto questo, senza speranza di farmi intendere.

— È là, dissi, è là tutto il mio avvenire; se cancello da questo splendido verde la macchia bianca che vi fa la mia casetta, ho cancellato ogni cosa; o almeno la valle, i monti, l’universo, mi diventano indifferenti.

— È vero — disse Orazio — io lo guardai in faccia... Bugiardo! non capiva un’acca.

— Pensare in che piccolo spazio si contiene una grande felicità! veda, è un punto che biancheggia... ma vi sono tre cuori che mi vogliono bene, tre pensieri che m’accompagnano, tre vite, legate alla mia vita!

Orazio aspettava rassegnato, crollando il capo ad ogni mia parola: io, sebbene sapessi di buttare il fiato, proseguivo:

— È strano! guardandola da questa distanza, la mia felicità mi sembra una cosa nuova, la comprendo meglio...

Orazio m’interruppe.

— Veda, veda dottore.... è un nibbio che fa la ruota; forse ha visto il cadavere di qualche capretto in un burrone.

Io continuai:

— Se quel nibbio che fa la ruota mi potesse imprestare le sue ali per un minuto o due, ed io me ne sapessi servire, che cosa crede che ne vorrei fare?

Orazio non sapeva.

— Volerei laggiù, direttamente, come una freccia scoccata, ed andrei a picchiare ai vetri della prima finestra a mancina, dove stanno le mie creature, e direi loro: Bambine mie, andate a dire alla mamma che il babbo è felice.

— Invece — disse Orazio — se io potessi volare,andrei su, su, in alto, fino a non udire i rumori della terra; forse allora mi riuscirebbe di afferrare una nota, almeno una, dell’armonia dell’universo.

Quel suo desiderio sublime mi fece l’effetto d’una cosa volgare buttata in mezzo alla sorgente più pura della poesia. Era inutile aprire il mio cuore a quell’indegno, e pure non mi seppi trattenere ancora; solo abbassai la voce, come parlando a me medesimo, per umiliarlo:

— Qui, la mia felicità mi sembra più compiuta, più ridente; ha qualche cosa di nuovo, di festivo, di meno familiare, che mi solletica; appare così intera al mio cervello, che ho quasi paura che si stacchi dal mio cuore; parla a me come se fosse la felicità d’un altro.

Tacqui.

— Dottore — mi disse Orazio — quattro passi ancora e sentirà...

— Che cosa ho da sentire? — risposi voltandomi bruscamente.

— Venga, venga...

Egli si avviò, ed io dietro.

Camminavamo da un quarto d’ora, io spiando le bellezze della natura e fermandomi ogni tanto a far lunghe inspirazioni di quell’aria frizzante della montagna, Orazio colla testa alta, insensibile a tutto,salvo che ai rumori. A un certo punto sassoso della strada, si voltò per dirmi che il tacco d’un mio stivale dava un suono alquanto diverso da quello dell’altro tacco.

— È il tacco destro — mi assicurò — che cala d’un quarto di tono.

— Mi dispiace — dissi.

Egli sentì la corbellatura, e venne serio serio a schermirsene facendomi la rivelazione d’una sua scoperta recente sugli zoccoli delle donne e delle ragazze di Pasturo. Ogni donna o ragazza della vallata, a sentir lui, mandava un suono diverso cogli zoccoli, e mi confessò che gli era venuta l’idea di comporre una musica stranissima, e di farla eseguire a pedate e a calci dalla popolazione femminina di Pasturo. Lo guardai in faccia; fortunatamente rideva ancora.

— Quando dirà queste cose senza ridere — pensai, — bisognerà curarlo colla doccia fredda.

— Ci siamo — mi annunziò.

Eravamo giunti all’ingresso d’una rupe cava, in un luogo sassoso, in cui crescevano appena alcune ginestre nane.

Colla mano medesima con cui teneva il rotolo di carta, Orazio mi prese un dito, e m’introdusse nella caverna. Egli non disse nulla, ed io girai gli occhi a guardare la parete di macigno che si incurvavacome una nicchia enorme. Era così liscia, che pareva scavata dalla mano dell’uomo, e si adattava a ricevere nomi d’alpinisti di primo pelo, e date memorande consegnate al sasso colla matita. Vi erano iscrizioni di dieci anni prima rimaste così intatte sulla volta da parere fatte ieri. Provai a leggerne una forte: «Giovanni Anselmi e Virginia......» ma Orazio mi raccomandò solennemente di star zitto.

— L’ora non fa nulla, mi disse. Temevo che potesse variare secondo le ore del giorno, ma è sempre la stessa cosa.

— Che cosa?

— Il silenzio; cioè, quello che noi chiamiamo silenzio, ed è invece un suono. Quando tutte le voci della natura tacciono, proseguì, un orecchio avvezzo ne sente ancora una che mormora nell’infinito; è la voce sublime del silenzio. L’ho condotto quassù perchè da questo luogo il silenzio si sente meglio che altrove; sul Resegone, per esempio, vi sono troppe acque di sorgente; sarebbe bisognato salire fino alla vetta...

Io stetti un po’ zitto, poi dichiarai tranquillamente che non udivo niente. Ma egli non si scompose.

— In due è più difficile, disse; provi ancora, ma respiri meno che può, ed a bocca aperta; se respira col naso, non sente più nulla.

— Sì, perchè l’aria, passando per le fosse nasali....

— Zitto! non si muova, perchè il suo farsetto, ad ogni minimo movimento, fa rumore. Stia bene attento e sentirà.

Non mi era facile tenere la bocca aperta, come consigliava Orazio, senza ridere; mi provai due volte, e risi in modo da far risonare la rupe cava; alla terza mi riuscì. Stavo a bocca aperta, immobile, trattenendo quasi il respiro. Vere voci giungevano ancora al mio orecchio. Una montanara chiamò da lontano: «oooh! Adelina... a... a... a!» e Adelina rispose in falsetto da maggior distanza: «Mammaaaaa!»; mi parve anche di afferrare la voce di una campana, ma così sbiadita che non pareva più un suono, sibbene qualche cosa di disegnato appena nell’aria; poi, per un poco, non udii nulla.... cioè, no, qualche cosa mi parve di udire, e vedendo la faccia raggiante di Orazio, compresi che egli udiva la stessa cosa.

— Ebbene? — mi chiese poco dopo — ha udito una specie di ronzio sordo?

— L’ho udito.

— Avvezzando l’orecchio, mi assicurò, si riesce a penetrarne anche l’intima essenza. Perchè vede, dottore, mentre i suoni della natura hanno tutti un ritmo sicuro e un’intonazione mal determinata,a cui manca quasi sempre un certo numero di vibrazioni per essere suoni perfetti, in questa gran voce del silenzio invece, il ritmo non c’è o non si riesce ad afferrarlo, ma l’intonazione è perfetta. Non pare anche a lei?

— Non me ne intendo, dichiarai umilmente; ma che cosa crede che sia il suono che abbiamo udito?

— Entriamo nel gran campo delle ipotesi, cominciò Orazio solennemente, e bisogna procedere per via di esclusioni. Mi era venuto in mente che potesse essere il risultato dei diversi rumori e suoni della natura; ma rifiutai quest’idea, riconoscendo che il silenzio non varia d’intensità durante la notte, e non cresce o scema col variare delle distanze dai centri rumorosi. Sulla cima della Grigna, per esempio, questo suono, invece d’indebolirsi, si fa più distinto.

Mi faceva compassione e dispetto; dicevo a me stesso che sarebbe stata una bella e buona cosa pigliarlo per un orecchio e condurlo così fino a Pasturo, al cospetto di Concettina. Egli, vedendosi guardato in faccia, pigliava animo a snocciolarmi tutte le corbellerie che gli erano passate per la testa. Erano molte, e fra le altre vi era questa: — quel suono poteva essere un bisbiglio dei germi del mondo spirituale, piccole animuccie vaganti nell’aria. E ci era quest’altra: — quel suono potevaessere un’eco dell’armonia delle sfere. Ma il concerto planetario e il coro dei nascituri non lo avevano contentato; Orazio aveva meditato sul grandioso segreto, e credeva d’averci messo il dito sopra.

— Sentiamo!

— Questo suono, mi disse abbassando la voce, questo suono che è indubitabile, ne conviene anche lei, dottore, questo suono che si sente in ogni ora e da per tutto, questa voce misteriosa del silenzio, non può essere altro che la vibrazione dell’atmosfera nei due movimenti di rotazione e di traslazione dello sferoide terrestre.

Io ebbi la forza di star serio, e ciò mi permise di apprendere il resto, cioè che il nostro sferoide vibra press’a poco in la. Orazio era ancora nel primo stadio della sua scoperta, aveva bisogno d’incoraggiamento, anche dai profani, e mi chiese il mio parere.

Ed io glielo diedi il mio parere — senza preamboli, senza titubanze, netto, schietto, brutale.

— Provi a turarsi gli orecchi con due dita — gli dissi.

Mi guardò sbigottito.

— Provi, insistei — ed egli provò.

— Che cosa sente ora? continuai a dirgli, come se potesse udire le mie parole.

Orazio impallidì, staccò le dita dalle orecchie, le ricacciò dentro.

— È la circolazione, soggiunsi spietatamente quando mi potè intendere; è il sangue arterioso che, sotto la spinta del ventricolo sinistro del cuore, passa dalla carotide, e fa invasione nei vasi della testa; se lei chiude l’ingresso all’aria esterna, la sonorità è quasi opprimente.

— La circolazione! balbettò Orazio ricacciando le dita nelle orecchie.

— Già... la circolazione. Le sfere e i nascituri non ci entrano; me ne dispiace tanto, ma non è lo sferoide terrestre che vibra press’a poco inla: è il suo sangue... caro signore, cacci le dita in fondo, prema forte... così... bravo! è il sangue d’un imbecille.

Egli si sturò le orecchie in quel mentre, ed io tacqui, ma non forse in tempo da non lasciargli udire l’ultima parola, perchè subito uscì dalla caverna senza dirmi nulla, e stette a guardare la vallata come se volesse scolpirsela in mente, ma in realtà per aver agio a decidere se dovesse farmi il broncio.

— Bei luoghi! — esclamai per placarlo.

Mi strinse la mano e mi disse senza rancore:

— Andiamo a casa?

Gran buon ragazzo, in fondo!


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