I PENSIERI.

I PENSIERI.

PENSIERI SULLA SCIENZA.I. — LA TEORIA E LA PRATICA.

Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica.

Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada.

Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della quale laProspettivaè guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa bene ne’ casi di pittura.

Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione, è come lo specchio,che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose, sanza cognizione d’esse.

La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.

Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza.

E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere, che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona, l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità.

Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio, sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemicadegli Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni.

La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto[il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali[il petto].

Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica.

La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte, essa[Sott.: pratica]non s’accorda con essa scienza, nè è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie, mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica, e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie,insieme colli pesi[Sott.: che]sopra di lor si giudicano.

Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi, e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali, overo incorporei.[122]

Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte, come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte meccanica.

Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme coll’operante d’essa.

Quando tu metti insieme laScienza de’ moti dell’acqua, ricordati di mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che tale scienza non sia inutile.

Da profondare un canale: fa questo nel libroDe’ giovamenti, e, nel provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine, perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe cosa confusa e interrotta.

L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto, perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone. Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha cognizion di quella.

Naturalmente li omini boni desiderano sapere.

Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita, nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del mondo.

So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli, de’ quali Deometro[Demetrio]disse, non faceva conto più del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento, ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze dell’anima, che del corpo.

E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano, dubito non sì,come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi s’è cosa mangiativa.

Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre, ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e l’altra eran di pari valimento e sustanzia.

Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il resto è assai manco che bestia.

Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di sterco e riempitori di destri[latrine]chiamarsi debbono; perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta.

La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e cibo delle menti umane.

Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro, così la sapienzaè dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e niuna altra cosa è da a questa comparare.»

Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.

.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori.

Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama di loro.

Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza.

Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la sua vita, come fala scienza? la quale sempre è testimonia e tromba del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non figliastra, come la pecunia.

Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu trovi dove imitare.

Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà, e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta.

Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento, così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere cosa, ch’ella pigli.

Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo studio sanza desiderioguasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella pigli.

Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura.

La verità sola fu figliola del tempo.

Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di Dio, ella to’[toglie]di grazia a sua deità; ed è di tanta eccellenzala verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno nobili.

Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia, che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e barerie de’ palari[frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta altura!

L’impedimenti della verità si convertono in penitenza.

Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi ultimi principii,(oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua, cioè la scienza diGeometria, la quale, cominciando dalla superfizie de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale null’altra cosa può essere minore.

Dunque il punto è il primo principio diGeometria, e niuna altra cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo,[Sott.: che]sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti immaginassi, un tutto esserecomposto da mille punti, qui dividendo alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver nulla, cioè la decima figura de laAritmetica, per la quale si figura un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci, e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine.

Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure: imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori, riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione nelle tue opere.

Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio; imperochè ’l bonogiudizio nasce dal bene intendere, e il bene intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e arti.

Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai, solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose.

Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i pittori non hanno per autore, che la fatta pittura.

Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare super li sassi li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo, dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando, insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano.

Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura, lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura!

Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza, presso de’ loro inesperti judizî:non considerando le mie cose essere nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.

Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati.

È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e ’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno per sè è qualche cosa,e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla natura, perchè sono sol d’accidental[della parte caduca dell’uomo, la figura esteriore]vestiti, e sanza il quale potrei accompagnarli in fra li armenti delle bestie!

So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: — quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliano concedere?

Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i casi allegherò.

De’ cinque corpi regolari.[125]Contro alcuni commentatori, che biasimano li antichi inventori,donde nasceron le grammatiche e le scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’ libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor maestri.

Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto la memoria.

Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza lettere, che un bon litterato sanza naturale.

L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne.

Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni.

E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni, e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la quale nulla dà di sè certezza.

La sapienza è figliola della sperienza.

A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza, la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde dimostrazioni.

La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi, promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già detto principio.

Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione, e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze, colle quali s’impara uno eterno gridore.

La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma etiam nellisuoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia.

Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze matematiche, over che non sono unite con esse matematiche.

Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî.

LaMeccanicaè il paradiso delle scienze matematiche, perchè con quella si viene al frutto matematico.

A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza.

La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone, oprare le ’nsegni.

Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione.

Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l vento.

Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti bisogna sperienza.

Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi la ragione.

Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe troppo semplice; e dirai così: sperienza.

Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare.

E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella investigare la ragione.

Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti.

Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno infra loro eguali.[126]

La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.

Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più, proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre acquistando velocità di moto.[127]

E’ seguiterebbe che un atomo sarebbequasi veloce come la immaginazione o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce, e infinito cammin si moverebbe (perchèogni quantità continua è divisibile in infinito). La qual opinione è dannata dalla ragione e per conseguente dalla sperienza.

Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’ l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà, come qui si dimostra.

Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti; perchè ha così licenza tal particulad’acqua a levarsi in tanta altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione[raccolta, somma]insieme col capitale del frutto, che tu possiedi.[128]

Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti.

LaProspettivaadunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto dellaMatematica, quanto dellaFisica, ornata co’ fiori dell’una e dell’altra.

Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione[analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo, secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni, alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna, che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della luce.

Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti.

Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato.

E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano[s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo, e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi!

Dicono quella cognizione essermeccanica, la quale è partorita dall’esperienza, e quella esserscientifica, che nasce e finisce nella mente, e quella essersemimeccanica, che nasce dalla scienza e finisce nella operazione manuale.

Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine non passa per nessuno de’ cinque sensi.

E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi, come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe. Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio resta in eterno distrutto, e s’esso litigiorisurge, è bugiarda e confusa scienza e non certezza rinata.

Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura, detteAritmeticaeGeometria, che trattano con somma verità della quantità discontinua e continua.

Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali.

E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche, imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’Astrologiae le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali, com’èlaPittura, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione.

Della qualPittura, li sua scientifici e veri principî prima ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore, corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia laScienza della Pittura, che resta nella mente de’ suoi contemplanti, della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta contemplazione o scienza.

Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio.

Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni.

Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son confermate dalla isperienza.

L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola certezza, che la gran bugia.

Sillogismo:parlar dubbioso.Sofismo:parlare confuso, il falso per lo vero.Teorica:scienza sanza pratica.

LaPitturas’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque cosa creata dalla natura, e laFilosofiapenetra dentro alli medesimi corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna.

Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli elementi non è inpodestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son noti.[130]

Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131]Ma di questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire, come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura.

Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in atto.

Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito, perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha termini.

De anima.Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella, poco si move la parte percossa.

L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso;

Per lunga distanza la voce in fra l’aria;

Più lunga in fra ’l foco;

Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in fra lo ’nfinito.

O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente conduce; ma rallegrati di conoscereil fine di quelle cose, che son disegnate dalla mente tua!

Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro.

Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi, quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi mette dentro l’anima d’esso corpo componitore.

Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno tutti li segreti.

Lascio star le lettere incoronate[i libri ecclesiastici e i dogmi], perchè son somma verità.

Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa cognizione.

L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che debbono essere amate.

Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la maggior parte delle cose, di che il tutto è composto?

Gli è vero che la impazienza, madre dellastoltizia, è quella che lauda la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella quale s’include l’universo, caratando[pesandola a carati]e minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare.

O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi, cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi, ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono; e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi, che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi fiori e frutti.

Come fece Giustino, abbreviatore delleStoriescritto da Trogo Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti; — e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato utilmente, cioè nelli studi delleopere di naturae dellecose umane.

Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani, sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti limosina, come a lor tutore!

Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene riservate.

E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un solo compagnosarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo, io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti fare, ch’assa’[assai]spesso non prestassi orecchi alle loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu saresti pur solo?

Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio, il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li sono contrapposte.

Adunque conoscendo tu, pittore, non poteressere bono se non se’ universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e scelte in fra le men bone.

E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia, dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo, riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria.

Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quellidelle cose, che se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura.

La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi, quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre.

Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li oppongono, e remoto da altre cure.

E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro.

E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la quale si trasmutain tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî, e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che infine non troverà più utile compagnia.

Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora, se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza.

E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di quelle, e non andare alla seconda,se prima non hai bene nella memoria e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza, che la prestezza.

Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133]addì 22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare, perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: — questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di tempo allo scrivere da una volta all’altra.

Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento[il foco], spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, — piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spessopiegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro fussi alcuna miracolosa cosa.


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