V.Bice a Riccardo.

V.Bice a Riccardo.

«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po' curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.

«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero talvolta dopo di noi.

«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente. La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi, e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, cheviene a battermi sul viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.

«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.

«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo io. Sono otto giorni,otto giorni, che non ricevo tue lettere. Dirai che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima perchètoccavaa me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...

«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro. Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?

«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata...

«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimenoin questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo.

«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura.

«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.

«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.

«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»


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