X.Preliminari d'una domanda di matrimonio.
Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei carpini.
«Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò nelle sue labbra.
Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori.
Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella scena l'immagine d'una fantastica apparizione.
Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla fanciulla.
Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di quella creatura di diciotto anni.
— Che cosa vuoi?
— È venuto — rispose Bice con impeto innocente.
— Chi?
— Lui!... —
Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fecepro forma, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.
Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza trovare nulla.
— Diamine!... diamine!... — mormorò alla fine; facendo violenza a sè stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di seguirlo.
Intantolui, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto invidiabile.
Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente almanaccato, gettando ogni tanto lo sguardo ad uno specchio che gli sta in faccia, per istudiare il contegno; ma l'impresa, che il giorno innanzi eragli sembrata facilissima, s'è confusa alquanto in quel mattino e scombuiata affatto per via, ed ora egli si sente meglio disposto ad improvvisareun'orazione sulle austere virtù del celibato, ricorrendo magari all'autorità di Sant'Origene, che a domandare la mano della sua Bice.
Un affanno che non può immaginare chi non l'ha provato s'impadronisce di lui; ogni minuto che passa cresce il suo imbarazzo.
Tende l'orecchio ad ogni rumore, e guarda con una specie di sbigottimento l'uscio che deve schiudersi innanzi ai passi temuti del signor van Leven.
Il quale, nella fantasia sconvolta dell'innamorato, piglia aspetti terribilmente imbarazzanti.
Ah! Riccardo non è per nessun verso contento dei fatti suoi, e mentre si bisticcia in cuore per questa debolezza invincibile, pensa con desiderio al ritrovo dove è solito passare le sere fra le matte risa ed il fumo dello zigaro, e giura che, non potendo esser colà, vorrebbe almeno essere agli antipodi.
Intanto il tempo passa, e nessuno viene. Un'immagine più dolce si fa strada attraverso il buio della sua intelligenza — Bice. — Eccola lì, sorridente, felice, orgogliosa d'essere amata e d'amare....
Questo pensiero ridona al nostro eroe un po' d'ardimento; rialza egli il capo come uomo che voglia sfidare il suo demonio, si guarda intorno, si rassetta il panciotto.... Ci siamo... si odono dei passi accompagnati da un fruscìo di vesti.... una maniglia gira con lieve rumore, una porta si apre a mezzo.... e comparisce sulla soglia lo spettro temuto del signor van Leven.