XLIV.Camilla a Riccardo.

XLIV.Camilla a Riccardo.

«Vi credo, ho bisogno di credervi. Non parliamone più, sono una sconsigliata; ho l'anima piena di dolcezza, e non so più che cosa farneticare per amareggiarmi.

«Mio marito ci ha lasciato ieri, è ritornato costì ai suoi negozî. L'avete veduto? Egli è proprio ristabilito in salute; anche da questo lato i miei timori sono svaniti. Non voglio più pensare a nulla, tranne che ad amarvi.

«Domenica sarà un bel giorno per me. Ci hanno invitate a recarci ad una villa vicina alla nostra; vi si danzerà, vi si farà una di quelle feste autunnali che sono la delizia delle nostre campagne. La zia Angelica ha accettato l'invito per condurvi Bice; io mi sono schermita. Per poco il mio rifiuto non ha mandato a monte ogni cosa. Non si voleva lasciarmi sola. Figuratevi! Sono forse una bambina io? E poi la villa non è che a pochi passi dalla nostra... — Ho detto questo ed altro. E l'ho vinta. Bice e la zia Angelica andranno; io rimarrò.

«Quale piacere! sarò tutta sola, il fittaiuolo e la sua famiglia andranno di buon'ora a Lavenoper la messa, si fermeranno probabilmente a santificare la festa alla bettola, e non ritorneranno che sull'imbrunire. Sarò libera tutto il giorno; non rimarrà meco che la figlia maggiore del fittaiuolo, una fanciulletta di quattordici anni, per prepararmi il desinare.

«Non potete credere come questo pensiero mi renda felice; ho già formato il mio disegno; mi leverò all'alba ed andrò a fare un mazzolino; poi beverò una ciotola di latte fresco, poi me ne andrò al padiglione, all'ombra, a rileggere le vostre ultime lettere... e poi...

«Direte che sono la gran pazzerella a intrattenervi di queste inezie. Ditelo pure. A me scrivendovi pare di parlarvi, d'esservi vicina, d'amarvi di più... Questo poi non è vero; amarvi di più, no, perchè non è possibile.»


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