XXI.Convalescenza.
L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in punta di piedi.
Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia.... se la noia non uccidesse più presto.
Ciò non vuol dire neppure che Bice non abbia per il signor Pool una specie di riconoscenza mista a rispetto ed una stima profonda non scompagnata da un certo affetto filiale, che deriva dall'averlo visto fin dall'infanzia come lo vede ora — amorevole e solenne. Questo garbuglio di sensazioni, incominciato negli anni della bambola, aveva sopravvissuto ai vecchi amori e resistito ai nuovi, arruffandosi sempre più, e quando l'ingenua fanciulla s'era voluta dare ragione dei propri sentimenti, non aveva trovato di meglio che la parolazio Emanuele, con cui un tempo chiamava scherzosamente il signor Pool.
— Volete essere sempre lozio Emanuele? gli domandò una volta.
— Finchè vi piaccia.
— Mi piacerà sempre. —
Ma la risposta aveva dato da pensare a Bice, e siccome a dodici anni si vuol veder chiaro nelle proprie faccende più che a trenta, così ilgiorno dopo tornò all'assalto e ripetè con accento petulantello la sua dimanda:
— Volete essere sempre lozio Emanuele?
— Finchè vi piaccia.
— E perchè finchè mi piaccia? —
Il signor Pool sorrise e invece di rispondere direttamente, domandò:
— Come si chiama la vostra bambola?
— Angiola.
— La chiamerete sempre Angiola?
— Sempre.
— Quand'è così chiamatemi sempre lozio Emanuele. —
La conclusione, contro quel che dovrebbe sembrare, fu che Bice non si lasciò sfuggire di bocca nessun'altrozio Emanuele.
Durante la sua malattia l'antico parentado era tornato in onore ed aveva fatto le spese dell'ilarità delle due cognate: in una delle ultime visite inevitabili del signor Pool, Bice, oramai disposta ad entrare in convalescenza, gli disse scherzando alla presenza di Camilla:
— Ho sognato che io era ancora bambina e che vi chiamavozio Emanuele. Ora non ho più la bambola e non oserei farlo.
— Perchè?
— Temerei di offendervi.
— E perchè dovrei offendermi?
— Non lo so.... Ma se mi piacesse proprio di ricominciare?
— Vi diverte? fatelo. —
Sorrise. Ora il sorriso del signor Pool faceval'effetto d'un'apparizione melanconica, e rompeva lo scherzo sulle labbra. Cosicchè quando allo spirare dei cinque minuti, loziolasciò la nipotina, Camilla risparmiò la docile arguzia, sapendo che l'avrebbe spesa inutilmente, e il melanconico visitatore, invece di tirarsi dietro le baie gioconde delle giovani donne, se la cavò con una smorfietta di Camilla, a cui Bice rispose seria seria: «è un buon diavolaccio.»
L'ingenua fanciulla non sapeva esser questo un elogio che qualche volta si può spendere per un'epigramma. Una creatura, la quale non sappia essere nè giovane, nè spiritosa, nè maligna, è quasi sempre un «buon diavolaccio,» vale a dire un fenomeno che ha screditato l'inferno e screditerebbe il paradiso.
Nulla sapeva Bice di tutto ciò, ma sapeva benissimo che il suo Riccardo non era un buon diavolaccio; glielo diceva l'istinto, che è nelle fanciulle un ragionatore sottile!...
— Oh! perchè Riccardo non correva sapendola malata? Quali barbare formule legali potevano incatenarlo a Padova? Apprendendo che egli era in litigio per un suo credito, era giunta fino a domandare se vi fosse una legge, la quale tenesse in prigione i creditori che vogliono farsi pagare, e le fu risposto che molti legislatori indebitati vi avevano pensato, ma non se ne era fatto nulla. Dunque?... Dunque Riccardo non era un «buon diavolaccio.»
La conclusione ultima fu che la povera creatura si rassegnò a entrare in convalescenza prima che il suo innamorato fosse di ritorno.
Finalmente il giorno sospirato venne.
Riccardo rivide Bice (a cui la malattia aveva prestato un nuovo languore pieno di vezzo), con la compiacenza che gli innamorati molto sentimentali sogliono attribuire a tutto, fuorchè allanovità; e Bice rivide Riccardo col cuore negli occhi.
Quel giorno il signor Pool non venne a domandare conto della salute della nipotina, perchè evidentemente doveva intendersi che ogni ricaduta era impossibile.
Ma appunto quel giorno la vezzosa signora van Leven rimase a letto con l'emicrania.