AMNISTIALa vecchia questione è tornata sui giornali prima ancora che il principe, augurato nel lieto accordo di tutte le speranze, abbia, nascendo, risolto il problema del proprio titolo.Ma questo è davvero un problema? Coloro che pensano così s'accorgeranno presto, se il legittimo orgoglio della nazione sia frustrato, che l'istinto di patria è la guida più sicura in politica, e che male s'industria l'ingegno a divertirlo in espedienti abili soltanto di parola. E di parole scientifiche fanno oggi pompa tutti coloro, che risottomettono l'idea dell'amnistia all'esame teorico della scuola per discuterne il diritto e le forme, nell'intenzione palese di cancellare quello e queste.Come sempre, si finge di non sapere o di non ricordare che cosa sia sino dalle più remote origini tale idea di grazia e di pace, che l'umanità con ritmo continuo sentì salire dalla propria anima ad ogni evento che la scaldasse di gioia, mentre l'odio, indispensabile nella lotta per la vita, si quietava improvvisamente e un'onda di sorriso ammolliva tutte le fisonomie.Fu sempre così e così durerà forse sempre.La vita è troppo aspra, il diritto troppo formale, la giustizia troppo incerta nelle prove, insufficiente nei giudizi e tragica nei risultati, perchè ogni tanto gli spiriti non provino il bisogno di gettarla come un pesante fardello, che li curva dolorosamente versoterra: tutti soffrono del diritto stesso che li protegge, tutti soccombono alla giustizia che invocano. La verità, che sentiamo in noi stessi e negli altri, non possiamo esprimerla esteriormente nella sua interezza: qualche cosa di lei resta sempre sepolto nel cuore, qualche altra cosa le si agglutina al di fuori, strisciando sul fango degl'interessi, tra le immondizie delle passioni, nel rischio delle procedure, dentro i prunai delle teoriche: la gente lo sa, ne soffre, e sa pur troppo che la giustizia non potrà mai librarsi più alto, nella sfera pura delle idee, nel cielo trasparente dell'ideale.E allora ripara nel sogno.L'amnistia è un sogno di grazia; e la grazia ha questo di sublime, che alleggerisce del pari la coscienza del giudice e del condannato, dell'offensore e dell'offeso: essa è una rinuncia alla inevitabile verità convenzionale di tutte le leggi che rappresentano il nostro armamentario sociale, una negazione effimera e superba del nostro diritto e della nostra vendetta. È come un raggio di sole estivo, che sbuca fra le nebbie e le nubi autunnali della nostra vita quotidiana; un ritorno alla smemoratezza dell'infanzia, quando si battaglia, si ferisce, si è feriti e si dimentica; una gioia subitanea di affratellamento quasi in un ritorno da un lungo, faticoso pellegrinaggio; un impeto di poesia mette una parola musicale su tutte le labbra, una luce soccorrevole di faro in tutti gli occhi.L'amnistia era quindi un capriccio della gioia, una bontà della tirannide nei sovrani delle vecchie storie: non aveva altre leggi che l'impulso del momento, il fervore della festa, l'indulgenza e la prodigalità del padrone.Era un bene nei risultati? Come giudicarne? Forse la sua prova migliore è nella sua durata, poichè l'amnistia è giunta sino a noi, il che garantisce la profondità spirituale del suo bisogno.L'amnistia ha abitato tutti i luoghi e traversato tutti i tempi: è salita da tutte le piazze tumultuanti, è discesa da tutti i troni anche i più inaccessibili: popoli e re, dispotismi di rivoluzioni e di monarchie ne hanno usato ed abusato; nelle capanne e nelle regge, sulle navi erranti per l'oceano e negli accampamenti vigilati dalla morte o aperti dalla vittoria, essa ha sorriso e trincato spezzando le catene dei prigionieri, rovesciando i patiboli pei condannati, aprendo carceri e postriboli, tempii ed aule.Un grande poeta inglese nella inguaribile amarezza del proprio genio gridò un giorno al mondo questa parola anche più amara: poichè l'uomo è ragionevole, si ubbriachi dunque!E l'uomo amnistia forse per la stessa ragione: sa di non poter essere giusto, e ogni tanto grazia; sa che nella vita torto e ragione sono così strettamente avvinti che nessuna analisi di giudizio riesce a scinderli, quindi assolve senza giudizio; sa che la pena è fatalmente sproporzionata alla colpa, e cancella colpa e pena.La scienza se ne lagna.Nè il lamento è moderno.È altrettanto facile che inutile applicare alla amnistia i criterii e le norme della legislazione ordinaria: fatelo, e l'amnistia risulterà assurda, ma diventerete più assurdi voi stessi tentando di renderla ragionevole. Comunque vi muoviate guardinghi, quali si siano i vostri intendimenti e i vostri principii giuridici, discendendo coll'amnistia nell'intrico dei casiresterete nei lacci dell'ingiustizia. Chi scegliere? Chi escludere? valutando il peso della colpa, la qualità del reato, la quantità del danno sociale avvenuto o possibile, l'offesa allo stato o all'individuo?Scegliete liberamente, ed avrete scelto male: l'amnistia è un istinto capriccioso, col quale lo spirito integra e corregge la propria ragione: l'amnistia è irresponsabile, indefinibile come la grazia: pare una nemica della giustizia e ne è invece la poesia; si esprime come una prepotenza della forza, e la tempera di bontà; somiglia all'amore che scende su tutti, improvviso, irresistibile, e come il raggio del sole non si sporca toccando il fango più laido, penetrando nella stamberga più lurida.La scienza non vorrebbe l'amnistia: ed è giusto: la scienza ha bisogno di credere alla propria perfezione, all'assoluto dei propri principii, e invece non la verità è dentro la scienza, ma la scienza è dentro la verità.La scienza è una parentesi aperta nel mistero, e la verità è nel mistero: la legge è una parentesi, nella quale la ragione tenta di imprigionare la vita, ma la vita ha un'orbita infinita, nessuna sonda tocca le sue profondità, nessun occhio la segue per le altezze dei cieli.Se il neonato sarà un principe e prenderà il titolo da Roma, lasciate scendere dall'alto l'amnistia sui cacciati dalla vita, nelle carceri dove le anime si abbuiano e i cuori si gelano: il principe segnerà nascendo una grande data nella storia, darà il volo ad una grande speranza, significherà la vittoria del nostro più antico diritto.La gioia è contagiosa: il suo alito, la sua vibrazione vanno e debbono andare lontano: quale piùgrande lontananza dalla vita che l'esserne escluso, e pensarla, sentirla al di là di un muro, di una condanna, che diminuì nell'uomo la sua umana verità?Ed io non penso al come regoleranno anche questa volta l'amnistia; soltanto mi dorrebbe profondamente se il principe augurato non assumesse nella storia il titolo da Roma, rinunciando così alla unica, magnifica originalità del proprio grado, giacchè in questo caso il più amnistiato di tutti sarebbe il papa.Ebbene, no.15 settembre 1904.
La vecchia questione è tornata sui giornali prima ancora che il principe, augurato nel lieto accordo di tutte le speranze, abbia, nascendo, risolto il problema del proprio titolo.
Ma questo è davvero un problema? Coloro che pensano così s'accorgeranno presto, se il legittimo orgoglio della nazione sia frustrato, che l'istinto di patria è la guida più sicura in politica, e che male s'industria l'ingegno a divertirlo in espedienti abili soltanto di parola. E di parole scientifiche fanno oggi pompa tutti coloro, che risottomettono l'idea dell'amnistia all'esame teorico della scuola per discuterne il diritto e le forme, nell'intenzione palese di cancellare quello e queste.
Come sempre, si finge di non sapere o di non ricordare che cosa sia sino dalle più remote origini tale idea di grazia e di pace, che l'umanità con ritmo continuo sentì salire dalla propria anima ad ogni evento che la scaldasse di gioia, mentre l'odio, indispensabile nella lotta per la vita, si quietava improvvisamente e un'onda di sorriso ammolliva tutte le fisonomie.
Fu sempre così e così durerà forse sempre.
La vita è troppo aspra, il diritto troppo formale, la giustizia troppo incerta nelle prove, insufficiente nei giudizi e tragica nei risultati, perchè ogni tanto gli spiriti non provino il bisogno di gettarla come un pesante fardello, che li curva dolorosamente versoterra: tutti soffrono del diritto stesso che li protegge, tutti soccombono alla giustizia che invocano. La verità, che sentiamo in noi stessi e negli altri, non possiamo esprimerla esteriormente nella sua interezza: qualche cosa di lei resta sempre sepolto nel cuore, qualche altra cosa le si agglutina al di fuori, strisciando sul fango degl'interessi, tra le immondizie delle passioni, nel rischio delle procedure, dentro i prunai delle teoriche: la gente lo sa, ne soffre, e sa pur troppo che la giustizia non potrà mai librarsi più alto, nella sfera pura delle idee, nel cielo trasparente dell'ideale.
E allora ripara nel sogno.
L'amnistia è un sogno di grazia; e la grazia ha questo di sublime, che alleggerisce del pari la coscienza del giudice e del condannato, dell'offensore e dell'offeso: essa è una rinuncia alla inevitabile verità convenzionale di tutte le leggi che rappresentano il nostro armamentario sociale, una negazione effimera e superba del nostro diritto e della nostra vendetta. È come un raggio di sole estivo, che sbuca fra le nebbie e le nubi autunnali della nostra vita quotidiana; un ritorno alla smemoratezza dell'infanzia, quando si battaglia, si ferisce, si è feriti e si dimentica; una gioia subitanea di affratellamento quasi in un ritorno da un lungo, faticoso pellegrinaggio; un impeto di poesia mette una parola musicale su tutte le labbra, una luce soccorrevole di faro in tutti gli occhi.
L'amnistia era quindi un capriccio della gioia, una bontà della tirannide nei sovrani delle vecchie storie: non aveva altre leggi che l'impulso del momento, il fervore della festa, l'indulgenza e la prodigalità del padrone.
Era un bene nei risultati? Come giudicarne? Forse la sua prova migliore è nella sua durata, poichè l'amnistia è giunta sino a noi, il che garantisce la profondità spirituale del suo bisogno.
L'amnistia ha abitato tutti i luoghi e traversato tutti i tempi: è salita da tutte le piazze tumultuanti, è discesa da tutti i troni anche i più inaccessibili: popoli e re, dispotismi di rivoluzioni e di monarchie ne hanno usato ed abusato; nelle capanne e nelle regge, sulle navi erranti per l'oceano e negli accampamenti vigilati dalla morte o aperti dalla vittoria, essa ha sorriso e trincato spezzando le catene dei prigionieri, rovesciando i patiboli pei condannati, aprendo carceri e postriboli, tempii ed aule.
Un grande poeta inglese nella inguaribile amarezza del proprio genio gridò un giorno al mondo questa parola anche più amara: poichè l'uomo è ragionevole, si ubbriachi dunque!
E l'uomo amnistia forse per la stessa ragione: sa di non poter essere giusto, e ogni tanto grazia; sa che nella vita torto e ragione sono così strettamente avvinti che nessuna analisi di giudizio riesce a scinderli, quindi assolve senza giudizio; sa che la pena è fatalmente sproporzionata alla colpa, e cancella colpa e pena.
La scienza se ne lagna.
Nè il lamento è moderno.
È altrettanto facile che inutile applicare alla amnistia i criterii e le norme della legislazione ordinaria: fatelo, e l'amnistia risulterà assurda, ma diventerete più assurdi voi stessi tentando di renderla ragionevole. Comunque vi muoviate guardinghi, quali si siano i vostri intendimenti e i vostri principii giuridici, discendendo coll'amnistia nell'intrico dei casiresterete nei lacci dell'ingiustizia. Chi scegliere? Chi escludere? valutando il peso della colpa, la qualità del reato, la quantità del danno sociale avvenuto o possibile, l'offesa allo stato o all'individuo?
Scegliete liberamente, ed avrete scelto male: l'amnistia è un istinto capriccioso, col quale lo spirito integra e corregge la propria ragione: l'amnistia è irresponsabile, indefinibile come la grazia: pare una nemica della giustizia e ne è invece la poesia; si esprime come una prepotenza della forza, e la tempera di bontà; somiglia all'amore che scende su tutti, improvviso, irresistibile, e come il raggio del sole non si sporca toccando il fango più laido, penetrando nella stamberga più lurida.
La scienza non vorrebbe l'amnistia: ed è giusto: la scienza ha bisogno di credere alla propria perfezione, all'assoluto dei propri principii, e invece non la verità è dentro la scienza, ma la scienza è dentro la verità.
La scienza è una parentesi aperta nel mistero, e la verità è nel mistero: la legge è una parentesi, nella quale la ragione tenta di imprigionare la vita, ma la vita ha un'orbita infinita, nessuna sonda tocca le sue profondità, nessun occhio la segue per le altezze dei cieli.
Se il neonato sarà un principe e prenderà il titolo da Roma, lasciate scendere dall'alto l'amnistia sui cacciati dalla vita, nelle carceri dove le anime si abbuiano e i cuori si gelano: il principe segnerà nascendo una grande data nella storia, darà il volo ad una grande speranza, significherà la vittoria del nostro più antico diritto.
La gioia è contagiosa: il suo alito, la sua vibrazione vanno e debbono andare lontano: quale piùgrande lontananza dalla vita che l'esserne escluso, e pensarla, sentirla al di là di un muro, di una condanna, che diminuì nell'uomo la sua umana verità?
Ed io non penso al come regoleranno anche questa volta l'amnistia; soltanto mi dorrebbe profondamente se il principe augurato non assumesse nella storia il titolo da Roma, rinunciando così alla unica, magnifica originalità del proprio grado, giacchè in questo caso il più amnistiato di tutti sarebbe il papa.
Ebbene, no.
15 settembre 1904.