FINALMENTE

FINALMENTEIl principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli, a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti. Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri, producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere, conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale, che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio, si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza del partito conservatore, perchè iministri di Francia e d'Inghilterra con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari, sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto questo stato e questa patria.Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.Invece egli solo dei tre ministri è caduto.Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, neiquali un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George: la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica contro tutte le evidenze della realtà.In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia. Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero, mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo imperialismo, così saturo digine di sangue, ha lanciato un'ode contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla schiena e il piffero stonato nelle mani.Adesso intorno al principe di Bülow gli odii siacquetano rapidamente e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella politica è spesso una forza suprema.Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente, giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo arrischiato nell'opera.L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale, ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere tutte le differenze e unificarela patria da lui stesso coagulata stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore; voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia, allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia, la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto nella vittoria, la sua fede in Dio.Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre dicendo la verità.Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola, inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante, sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.Ho detto volontariamente italiano.Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato, sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.È davvero caduto?Chi dunque l'ha vinto? La sua opera è finita.Tornerà al potere? Ne dubito.Tornate piuttosto a Roma, principe: dallo scoglio così incantevole della vostra villa cittadina le rose vi chiamano accennando da lungi e gettando sul vento il messaggio dei loro profumi; forse a Roma vi sentirete ancora in patria.9 luglio 1909.

Il principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli, a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti. Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.

Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri, producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere, conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale, che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio, si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.

Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza del partito conservatore, perchè iministri di Francia e d'Inghilterra con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari, sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto questo stato e questa patria.

Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.

Invece egli solo dei tre ministri è caduto.

Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, neiquali un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George: la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica contro tutte le evidenze della realtà.

In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia. Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero, mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo imperialismo, così saturo digine di sangue, ha lanciato un'ode contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla schiena e il piffero stonato nelle mani.

Adesso intorno al principe di Bülow gli odii siacquetano rapidamente e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella politica è spesso una forza suprema.

Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente, giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo arrischiato nell'opera.

L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.

Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale, ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere tutte le differenze e unificarela patria da lui stesso coagulata stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore; voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia, allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia, la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto nella vittoria, la sua fede in Dio.

Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.

Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre dicendo la verità.

Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.

Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola, inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante, sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.

Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.

Ho detto volontariamente italiano.

Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato, sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.

È davvero caduto?

Chi dunque l'ha vinto? La sua opera è finita.

Tornerà al potere? Ne dubito.

Tornate piuttosto a Roma, principe: dallo scoglio così incantevole della vostra villa cittadina le rose vi chiamano accennando da lungi e gettando sul vento il messaggio dei loro profumi; forse a Roma vi sentirete ancora in patria.

9 luglio 1909.


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