GALLIA VICTABalzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola, riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande figura, pochi medaglioni di David d'Augers.L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia, pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più illustri di Francia.Era vero e fu indarno.Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice grottescamentegrande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera. Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau, questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?L'ignoro.Meglio così.La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo. Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante, e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento, prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci, e rimanesti invincibile sinoa me. Io sono la modernità, che ha compìto l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo novatore, il genio d'avanguardia nella vita».Balzac fu così.La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui, che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese, l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva,le città chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo, plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la morte può rivelare.Balzac era così.Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero, il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna apparenza illude.Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito, fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione, facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di speranze infantili.Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia; gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova rivelazione. L'ultimadonna, che egli credette di amare, la russa signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria: Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.Meglio così.L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che immortalità nella memoria dello spirito.Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura, la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla piazzae dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più celebri crescono e crebbero nella sua servilità.Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a Balzac? Un verro davanti ad un leone.Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?8 maggio 1909.
Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.
Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola, riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande figura, pochi medaglioni di David d'Augers.
L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia, pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più illustri di Francia.
Era vero e fu indarno.
Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice grottescamentegrande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera. Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau, questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?
L'ignoro.
Meglio così.
La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo. Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante, e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento, prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci, e rimanesti invincibile sinoa me. Io sono la modernità, che ha compìto l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo novatore, il genio d'avanguardia nella vita».
Balzac fu così.
La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui, che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese, l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva,le città chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo, plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la morte può rivelare.
Balzac era così.
Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.
Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero, il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna apparenza illude.
Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito, fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.
La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione, facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di speranze infantili.
Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia; gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova rivelazione. L'ultimadonna, che egli credette di amare, la russa signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.
Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria: Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.
Meglio così.
L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che immortalità nella memoria dello spirito.
Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura, la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla piazzae dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più celebri crescono e crebbero nella sua servilità.
Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.
Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a Balzac? Un verro davanti ad un leone.
Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?
8 maggio 1909.