TRILOGIA POSTUMA

TRILOGIA POSTUMAMentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopoLe tre CittàeI quattro Evangeliun'altra trilogia gli urgesse il pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia; Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita, egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme, chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova, rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un pulviscolo fecondatore.Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia, nessun romanziere segnò orma piùprofonda ed originale; ma a lui troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita, il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di sangue.Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni: aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale. Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.Invece furono una requisitoria meravigliosa, chedai bassi fondi sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci; ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna, infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni, senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e odiato l'imperatore come un nemicopersonale, che gli avesse ucciso la repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava; era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti delle folle.Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e le insufficienze della propria opera.Il trionfatore si credette quasi un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.Era tardi, e fu indarno.Le tre Città e I quattro Evangelinon riconfermarono, nella prova stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome; il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a scrivere contro il secondo impero.Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che soltanto un poeta a luisimile poteva indovinare; Napoleone è un mondo in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora strappato il segreto.Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un genio come Dante, o come Shakespeare.Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente bastato.Zola non era un genio.20 maggio 1903.

Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopoLe tre CittàeI quattro Evangeliun'altra trilogia gli urgesse il pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia; Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita, egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme, chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova, rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un pulviscolo fecondatore.

Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?

Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia, nessun romanziere segnò orma piùprofonda ed originale; ma a lui troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita, il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di sangue.

Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni: aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale. Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.

Invece furono una requisitoria meravigliosa, chedai bassi fondi sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci; ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna, infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni, senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.

Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.

Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.

Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e odiato l'imperatore come un nemicopersonale, che gli avesse ucciso la repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.

Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?

E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava; era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti delle folle.

Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.

Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e le insufficienze della propria opera.Il trionfatore si credette quasi un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.

Era tardi, e fu indarno.

Le tre Città e I quattro Evangelinon riconfermarono, nella prova stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.

I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome; il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.

Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a scrivere contro il secondo impero.

Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.

La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che soltanto un poeta a luisimile poteva indovinare; Napoleone è un mondo in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora strappato il segreto.

Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un genio come Dante, o come Shakespeare.

Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente bastato.

Zola non era un genio.

20 maggio 1903.


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