HONOR ONUSLa vecchia Legione d'onore (chiamiamola così, perchè un secolo di gloria è già passato sopra di essa) radiò dai propri quadri il comandante Renancour accusato e convinto quale autore delle tabelle delatrici contro gli ufficiali. L'atto nobile avrà forse gravi conseguenze politiche.Che cosa è ancora, in tanta tormenta di ragione e di follia democratica, che sommuove l'assisa di ogni classe e ne confonde i costumi urtandone gli ideali e togliendo la precisione dell'antico significato a quasi tutte le parole, questa invisibile legione non mai allineata in alcun giorno, e composta di soldati che s'ignorano l'un l'altro, senza generale veramente degno di tal grado, senza gloria di battaglie, giacchè ogni sua vittoria grida il nome di un solo vincitore? E nemmeno sono tutti francesi coloro che portano all'occhiello l'emblema della sua croce. Da gran tempo il suo reclutamento varcò i confini della patria, quasi cedendo all'impulso degli ultimi impeti napoleonici, che straripavano da tutti gli argini e sorvolavano ogni barriera montana.Honorera la sua divisa, una sola parola, che esprimeva lo sforzo della battaglia e la gloria del trionfo: ma un onore, al quale ogni uomo comunque nato, per qualunque strada procedesse, poteva giungere armato od inerme, nella conquista dell'ingegno nell'affermazione del carattere, soldato diun'idea o milite di un reggimento, eroe di una passione martire di un dovere.E naturalmente anche questa legione, vivendo, assorbì dalla vita i veleni che guastano il sangue, le malattie che deformano il corpo: il suo numero crebbe e il suo valore diminuì: rimasta sola depositaria dell'aristocrazia cavalleresca non fu abbastanza aristocratica per accettare tutte le belle originalità della crescente democrazia, respingendo le false grandezze del patriziato decadente: i soldati vi si mantennero in maggioranza senza sufficienti giustificazioni di vittorie, i borghesi ne forzarono spesso le porte col danaro, questa suprema forza moderna, alla quale si attaccano tutti gli inferiori, che può simulare tutte le grandezze, meno quelle del genio e della santità.E oggi coloro, che a Parigi hanno la nobile e pericolosa responsabilità di questa legione, nella quale Napoleone con lucida intuizione d'imperatore voleva adunare tutte le forze creatrici dello spirito dentro l'ordine di un nuovo patriziato perennemente sicuro, hanno sentito che una minaccia, quale non mai era stata tentata da altra insidia, comprometteva la vita e l'onore di questa estrema cavalleria nazionale. Dietro un ordine, che soltanto l'esagerazione di una collera politica può politicamente spiegare, si voleva, nell'esercito, soldato contro soldato, ufficiale contro ufficiale, uno spionaggio continuo, minuto, irresponsabile nel segreto delle denunzie, vile nella facilità dei mezzi, decente nel nome della repubblica, falso perchè ordinato da un ministero, che nella vita della repubblica non può esprimere più di un momento significando l'effimera presenza? di un partito; si voleva rotta la fede della bandiera, l'ordine della gerarchia,la nobiltà del carattere, che per affrontare la morte sul campo di battaglia ha bisogno di sentire nel compagno vicino un fratello d'armi pronto a morire per ogni altro fratello prima ancora che per la patria.Perchè tale spionaggio? La scusa era quella eterna di tutti coloro che governano e identificano sè stessi col governo e questo colla patria. Qualunque sia il giudizio che la storia darà un giorno del ministro e del ministero Combes, questo è almeno certo fin d'oggi: che nella difesa della repubblica, così poco minacciata che non un atto di ribellione scoppiò da una città o da una campagna, una politica unilaterale, vigorosa ma violenta, sicura ma soltanto di una rigidezza personale, oltrepassò i confini di ogni libertà, determinando la coalizione di tutti coloro che per ragioni residuali di vita e di storia non avevano ancora accettato sinceramente il regime repubblicano.Eppure sarebbe stato facile pensare e sentire come nel paese di Francia, saturo ancora di tradizioni regie, malgrado i due enormi sommovimenti della rivoluzione e dell'impero, che scoprirono al sole con nuovi incolmabili solchi più vecchi strati di terreno, non era questo nè il tempo, nè il modo per conciliare animi e interessi diffidenti alla repubblica. L'esercito francese, ancora sotto la vergogna dell'ultima sconfitta tedesca, mentre il suo avversario grandeggiava, aveva bisogno di rifarsi una fede e di preparare una gloria: la Francia e la bandiera bastavano a tutti i cuori: nessuno pensava a pronunciamenti: non v'erano eredi regali, non pretendenti venturieri.Monarchia e impero, morti nel disonore, non potevanopiù risorgere, e soltanto la cecità dell'odio politico era capace di sognare così stupefacente miracolo.Invece si volle che la repubblica fosse il ministero Combes e chiunque per sentimenti o convinzione dissentisse dalla politica attuale, malgrado gli errori e le insufficienze di ogni politica ministeriale, fosse nemico della patria, pronto ad insorgere per gittarla vinta, disonorata, legata ai piedi di un re. Quale? Ma se i monarchici stessi non lo sanno! Dalle rovine dell'impero la figura sola di Napoleone I sale e sbarra l'orizzonte: egli è là da un secolo, solitario come uno scoglio, sotto il quale si rompono indarno le ondate della nostra democrazia: solitario, pallido, enorme, muto.Gli storici non hanno ancora decifrato il suo enigma, i popoli lo guardano e lo guarderanno lungamente con un senso involontario di ammirazione e di sommissione.E dall'altre rovine monarchiche? Sono rovine? Appena un fumo grasso, sottile evapora, a provare che la terra non ha ancora digerito tutto il concime del loro piccolo cumulo: non una linea di architettura vi rimane ad accennare una bellezza, non un frammento di statua a testimoniare, se non di un re, almeno di un uomo.Honor, onus; la vecchia Legione francese ha sentito nel proprio onore il peso di quell'altro, l'onore dell'esercito, l'onore della Francia. Un soldato non può fare la spia che in avanscoperta contro il nemico, arrischiando la propria vita per strappargli il segreto della imminente battaglia: politicamente lo spionaggio è necessario come la menzogna e magari il tradimento, ma nessuna politica difettò maidi spie, nessuna ancora, per l'onore della storia, ne cercò nell'esercito.Vi è una poesia indispensabile alla vita, una nobiltà senza la quale nessuna democrazia può crescere.Se domandate ad un soldato: dimmi quali sono i sogni politici del tuo compagno, dimmi la sua opinione segreta sopra i superiori, affinchè possa cacciarlo dalle file; e quel soldato risponde; ebbene, egli primo deve uscire, egli certamente è indegno di appartenere all'esercito, non ha carattere repubblicano, non ha pensiero politico.Ricordate Turenna? Il vecchio maresciallo, uscito dalla tenda, si era sdraiato entro un fosso in una radura del campo. Era d'estate, una notte serena, senza luna, nè stelle: un gruppo di giovani ufficiali sopravvenne ciarlando, dicendo al solito malissimo del maresciallo e degli altri generali. La conversazione s'accalorava, s'inveleniva.Allora il vecchio si levò:— Andate più lungi, miei signori, il maresciallo potrebbe udirvi.Turenna non era che un eroe: i grandi politici invece sanno interrogare il silenzio e hanno poco bisogno di spie.17 gennaio 1905.
La vecchia Legione d'onore (chiamiamola così, perchè un secolo di gloria è già passato sopra di essa) radiò dai propri quadri il comandante Renancour accusato e convinto quale autore delle tabelle delatrici contro gli ufficiali. L'atto nobile avrà forse gravi conseguenze politiche.
Che cosa è ancora, in tanta tormenta di ragione e di follia democratica, che sommuove l'assisa di ogni classe e ne confonde i costumi urtandone gli ideali e togliendo la precisione dell'antico significato a quasi tutte le parole, questa invisibile legione non mai allineata in alcun giorno, e composta di soldati che s'ignorano l'un l'altro, senza generale veramente degno di tal grado, senza gloria di battaglie, giacchè ogni sua vittoria grida il nome di un solo vincitore? E nemmeno sono tutti francesi coloro che portano all'occhiello l'emblema della sua croce. Da gran tempo il suo reclutamento varcò i confini della patria, quasi cedendo all'impulso degli ultimi impeti napoleonici, che straripavano da tutti gli argini e sorvolavano ogni barriera montana.
Honorera la sua divisa, una sola parola, che esprimeva lo sforzo della battaglia e la gloria del trionfo: ma un onore, al quale ogni uomo comunque nato, per qualunque strada procedesse, poteva giungere armato od inerme, nella conquista dell'ingegno nell'affermazione del carattere, soldato diun'idea o milite di un reggimento, eroe di una passione martire di un dovere.
E naturalmente anche questa legione, vivendo, assorbì dalla vita i veleni che guastano il sangue, le malattie che deformano il corpo: il suo numero crebbe e il suo valore diminuì: rimasta sola depositaria dell'aristocrazia cavalleresca non fu abbastanza aristocratica per accettare tutte le belle originalità della crescente democrazia, respingendo le false grandezze del patriziato decadente: i soldati vi si mantennero in maggioranza senza sufficienti giustificazioni di vittorie, i borghesi ne forzarono spesso le porte col danaro, questa suprema forza moderna, alla quale si attaccano tutti gli inferiori, che può simulare tutte le grandezze, meno quelle del genio e della santità.
E oggi coloro, che a Parigi hanno la nobile e pericolosa responsabilità di questa legione, nella quale Napoleone con lucida intuizione d'imperatore voleva adunare tutte le forze creatrici dello spirito dentro l'ordine di un nuovo patriziato perennemente sicuro, hanno sentito che una minaccia, quale non mai era stata tentata da altra insidia, comprometteva la vita e l'onore di questa estrema cavalleria nazionale. Dietro un ordine, che soltanto l'esagerazione di una collera politica può politicamente spiegare, si voleva, nell'esercito, soldato contro soldato, ufficiale contro ufficiale, uno spionaggio continuo, minuto, irresponsabile nel segreto delle denunzie, vile nella facilità dei mezzi, decente nel nome della repubblica, falso perchè ordinato da un ministero, che nella vita della repubblica non può esprimere più di un momento significando l'effimera presenza? di un partito; si voleva rotta la fede della bandiera, l'ordine della gerarchia,la nobiltà del carattere, che per affrontare la morte sul campo di battaglia ha bisogno di sentire nel compagno vicino un fratello d'armi pronto a morire per ogni altro fratello prima ancora che per la patria.
Perchè tale spionaggio? La scusa era quella eterna di tutti coloro che governano e identificano sè stessi col governo e questo colla patria. Qualunque sia il giudizio che la storia darà un giorno del ministro e del ministero Combes, questo è almeno certo fin d'oggi: che nella difesa della repubblica, così poco minacciata che non un atto di ribellione scoppiò da una città o da una campagna, una politica unilaterale, vigorosa ma violenta, sicura ma soltanto di una rigidezza personale, oltrepassò i confini di ogni libertà, determinando la coalizione di tutti coloro che per ragioni residuali di vita e di storia non avevano ancora accettato sinceramente il regime repubblicano.
Eppure sarebbe stato facile pensare e sentire come nel paese di Francia, saturo ancora di tradizioni regie, malgrado i due enormi sommovimenti della rivoluzione e dell'impero, che scoprirono al sole con nuovi incolmabili solchi più vecchi strati di terreno, non era questo nè il tempo, nè il modo per conciliare animi e interessi diffidenti alla repubblica. L'esercito francese, ancora sotto la vergogna dell'ultima sconfitta tedesca, mentre il suo avversario grandeggiava, aveva bisogno di rifarsi una fede e di preparare una gloria: la Francia e la bandiera bastavano a tutti i cuori: nessuno pensava a pronunciamenti: non v'erano eredi regali, non pretendenti venturieri.
Monarchia e impero, morti nel disonore, non potevanopiù risorgere, e soltanto la cecità dell'odio politico era capace di sognare così stupefacente miracolo.
Invece si volle che la repubblica fosse il ministero Combes e chiunque per sentimenti o convinzione dissentisse dalla politica attuale, malgrado gli errori e le insufficienze di ogni politica ministeriale, fosse nemico della patria, pronto ad insorgere per gittarla vinta, disonorata, legata ai piedi di un re. Quale? Ma se i monarchici stessi non lo sanno! Dalle rovine dell'impero la figura sola di Napoleone I sale e sbarra l'orizzonte: egli è là da un secolo, solitario come uno scoglio, sotto il quale si rompono indarno le ondate della nostra democrazia: solitario, pallido, enorme, muto.
Gli storici non hanno ancora decifrato il suo enigma, i popoli lo guardano e lo guarderanno lungamente con un senso involontario di ammirazione e di sommissione.
E dall'altre rovine monarchiche? Sono rovine? Appena un fumo grasso, sottile evapora, a provare che la terra non ha ancora digerito tutto il concime del loro piccolo cumulo: non una linea di architettura vi rimane ad accennare una bellezza, non un frammento di statua a testimoniare, se non di un re, almeno di un uomo.
Honor, onus; la vecchia Legione francese ha sentito nel proprio onore il peso di quell'altro, l'onore dell'esercito, l'onore della Francia. Un soldato non può fare la spia che in avanscoperta contro il nemico, arrischiando la propria vita per strappargli il segreto della imminente battaglia: politicamente lo spionaggio è necessario come la menzogna e magari il tradimento, ma nessuna politica difettò maidi spie, nessuna ancora, per l'onore della storia, ne cercò nell'esercito.
Vi è una poesia indispensabile alla vita, una nobiltà senza la quale nessuna democrazia può crescere.
Se domandate ad un soldato: dimmi quali sono i sogni politici del tuo compagno, dimmi la sua opinione segreta sopra i superiori, affinchè possa cacciarlo dalle file; e quel soldato risponde; ebbene, egli primo deve uscire, egli certamente è indegno di appartenere all'esercito, non ha carattere repubblicano, non ha pensiero politico.
Ricordate Turenna? Il vecchio maresciallo, uscito dalla tenda, si era sdraiato entro un fosso in una radura del campo. Era d'estate, una notte serena, senza luna, nè stelle: un gruppo di giovani ufficiali sopravvenne ciarlando, dicendo al solito malissimo del maresciallo e degli altri generali. La conversazione s'accalorava, s'inveleniva.
Allora il vecchio si levò:
— Andate più lungi, miei signori, il maresciallo potrebbe udirvi.
Turenna non era che un eroe: i grandi politici invece sanno interrogare il silenzio e hanno poco bisogno di spie.
17 gennaio 1905.