IIIAD LIMINA MORTIS

IIIAD LIMINA MORTIS

SOGGEZIONENon è un poeta.Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia:Moriturus cithara tradit.Il bianco vegliardo mandando a Teodoro Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite. E poeti come Gabriele D'Annunzio sognanodi lui davanti alla immensa mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa, che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli, dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella propriaincapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi, nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli; nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre, moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale, gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza. Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano control'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel regno, avevano bandito le crociate.Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il proclama e non anco consegnò le bandiere.Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado, il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore, splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero, intrattabile, non vinto.Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto senza combattere colla più umiliante preterizione.Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di Leone XIIIalta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet, non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero, una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri, che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra essi riprenda la cetra di Leone XIII.Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale, perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per solito è già morta dietro le labbra aride.Verdi è stato creduto un genio dopo l'Otelloed ilFalstaff, così men belli delRigoletto, solamente perchè seguitava a scrivere quando i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimessoil pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di Leone XIII.Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non sanno oramai a che rattenersi:— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.10 gennaio 1899.

Non è un poeta.

Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia:Moriturus cithara tradit.Il bianco vegliardo mandando a Teodoro Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite. E poeti come Gabriele D'Annunzio sognanodi lui davanti alla immensa mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa, che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli, dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.

Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella propriaincapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.

Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi, nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli; nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre, moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale, gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza. Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano control'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel regno, avevano bandito le crociate.

Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il proclama e non anco consegnò le bandiere.

Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado, il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore, splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero, intrattabile, non vinto.

Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto senza combattere colla più umiliante preterizione.

Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di Leone XIIIalta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet, non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero, una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri, che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra essi riprenda la cetra di Leone XIII.

Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale, perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per solito è già morta dietro le labbra aride.

Verdi è stato creduto un genio dopo l'Otelloed ilFalstaff, così men belli delRigoletto, solamente perchè seguitava a scrivere quando i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.

Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimessoil pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di Leone XIII.

Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non sanno oramai a che rattenersi:

— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.

10 gennaio 1899.


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