IL DUELLOCorti o cortili?La domanda è lecita nell'ironia dell'equivoco.Presto la Camera dovrà discutere il nuovo progetto di legge sulle corti d'onore ideato dal ministro Orlando per sopprimere almeno virtualmente il duello. Inutile chiedersi se il progetto sarà approvato, più inutile ancora studiarlo nelle sue disposizioni, mentre l'idea, se pure può chiamarsi così, appare falsa al solo annunzio. Perchè questa nuova legge? A quale bisogno della coscienza moderna risponde realmente? I duelli sono negli ultimi tempi cresciuti così di numero che la loro strage faccia gridare d'orrore l'anima nazionale?Come di tutte le costumanze, negli ultimi secoli si è abusato anche del duello, e la sua estrema degradazione avvenne nella stampa e per la stampa, quando i giornali, più piccoli e peggiori di quelli di adesso, esercitati da venturieri di tutte le classi, colpivano assassinando in alto ed in basso fra il terrore del pubblico, che l'enorme ed improvvisa dilatazione dello scandalo abbacinava, e le tragedie degli individui, trascinati così alla gogna e che sulla porta di ogni giornale trovavano sempre uno spadaccino del mestiere pronto ad assumersi la responsabilità dell'articolo. Poche classi furono allora spregiate come quella dei giornalisti, ma poichè il giornale era il più vario ed il più rapido veicolo delle idee, un focolare ed un faro mobile per illuminare e riscaldare l'ombra dellatroppo lunga notte popolare, crebbe, si dilatò, mutò, salì, talvolta raggiunse il valore del libro, rarissimamente lo superò; diede battaglie alle idee e agli uomini, puntellò e rovesciò governi e dinastie, torrente che feconda e cloaca che ammorba, manipolo di eroi all'avanguardia o di banditi coperti di tutte le assise, armati di tutte le armi, vangelo di apostoli senza chiesa, cattedra di maestri senza scuola, libello per lordare le coscienze e grimaldello per forzare le casse: rivelazione locale ed universale, pei piccoli e pei grandi, più falso del commercio e più vivo dell'arte, necessario alla menzogna, più necessario alla verità.Il duello giornalistico degradò l'antico duello dei gentiluomini: in questi era rimasto come uso di guerra, costumanza di galanteria e di corte, facile eroismo di giovinezza e d'irresponsabilità, malgrado le pene che tratto tratto sembravano volerlo colpire. In quelli era quasi sempre una maschera nobilmente guerriera sopra una fisonomia ignobilmente mercantile: lo si accettava e lo si eseguiva come un rischio del mestiere, così che il vecchio bravo riviveva nel giovane giornalista. Necessariamente l'abuso e la falsità suggerirono tentativi di rimedi: bisognava evitare il ricatto, riparare l'agguato: il duello nobilitava col pericolo, purificava col sangue, e vennero i codici così detti cavallereschi, dettati da giuristi anonimi, prescrivendo norme, elencando obbiezioni, aprendo ai padrini una casuistica da avvocati, aggiungendo così alla improbità delle armi guerriere la viltà delle armi curiali.E il duello decadde lentamente ma sicuramente nella pubblica estimazione; oggi è poco praticato, appena avvertito dai giornali, se il morto non sia un illustre; non ha più fascino per le donne, presasui giovani, obbiezioni serie nella coscienza di tutti. Si sa, e nessuno può non saperlo, che la commedia e il dramma della vita sono così profondi e dispari che nessuna legge può contenerli, nessuna procedura disciplinarli: quindi il duello è spesso la migliore stroncatura di una questione, alla quale si cercherebbe indarno una soluzione: lo si accetta e lo si pratica così, come una rissa inevitabile ma attenuata dalla presenza dei padrini, e se per caso vi è un morto, il pubblico si stringe bonariamente nelle spalle, perchè non vi sono corse senza cadute e senza guai, e non feste senza malattie e malati all'indomani.Ma v'è un altro duello di tragedia.Qualche volta fra due uomini l'offesa rende impossibile la vita: la morte è già passata in mezzo a loro, e il duello esaurisce soltanto l'epilogo. Se voi avete violata mia figlia, disonorata mia madre; se alla donna che amo voi spezzate il cuore, e può a questo bastare una parola; se avete compìto la rovina di mio figlio, gettato mio fratello nel disonore, preparato a me stesso una di quelle insidie nelle quali l'anima soccombe: probabilmente, molto probabilmente io non potrò citarvi ad alcun tribunale. Tutte le mie prove sono morali, di una evidenza assoluta, ma la vostra colpa non ha i contorni giuridici del delitto; i giudici non potrebbero afferrarla e vi assolverebbero. Peggio, nell'equivoco inevitabile della discussione, fra le maglie duttili degli articoli, colle ambagi delle parole, dietro l'impunità dell'avvocato, voi potete raddoppiare lo scandalo, cacciare le dita nelle mie piaghe e stracciarle, coprirmi di ingiurie magari coi complimenti, far ridere mentre io non posso nemmeno piangere, mutare inun carnevale pubblico la mia tragedia privata, essere il mio carnefice e il mio buffone, come quel piccolo buffone di Poe, che ammazzò il re e si arrampicò fuggendo pel lampadario della sala.Allora nella mia anima scoppia il problema: o battermi o assassinare: perdonare non so. Certo la più vera, la più alta soluzione è il perdono: così, solamente così, si supera l'offensore; ma la soluzione è troppo vera per essere accettabile, troppo alta perchè le piccole anime possano attingerla. Io non so più vivere di fronte al trionfo di quell'uomo, e non saprei assassinarlo; e la legge non mi aiuta, e il mondo nella scettica ironia della sua millenaria esperienza sorride e sberta; gli amici distillano il veleno a gocce nelle conversazioni ad ogni incontro, la mia casa è squallida, più squallida la mia anima e la mia volontà. Tutta la mia fede sociale è crollata: la legge non può giovarmi e non è colpa della legge se la vita la soverchia.Ecco il duello tragico, eterno: il duello fra l'assassinio istintivo, impetuoso, logico del popolo, e l'impotenza giuridica del codice nella tutela del diritto individuale. Meglio dunque il duello che l'assassinio, meglio il duello che la quiete vile sotto l'offesa. Davanti all'offeso mortalmente che sa perdonare, bisogna inchinarsi come dinanzi al più puro degli eroismi umani; ma di fronte all'offeso che, dopo avere indietreggiato per la paura legittima del maggior scandalo in tribunale, indietreggia per lo spavento dell'offensore, e sopporta il suo ghigno, il pianto della figlia, l'agonia pallida e muta della madre, bisogna alzare sprezzantemente le spalle e voltarle subito, per non cedere alla tentazione di alzare su lui una mano.A che dunque le corti di onore? Per i piccoli diverbi e per i più piccoli duelli sono troppo, per i duelli tragici, nei quali la morte è l'estrema necessità della vita, sono troppo poco.Poi l'onore è un sentimento, che non discute e non si discute: è inutile, ridicolo dargli torto. Nell'Inghilterra un marito che la moglie tradisce, caccia la moglie e cita l'amante per i danni, e si fa pagare così l'ultima corona nuziale: in Italia, nel nostro popolo, specialmente nelle campagne dove è più puro, il marito davanti al tradimento si leva, colpisce, carnefice e vittima nel medesimo tempo. Siete ben sicuri che in questo caso l'anima inglese sia superiore all'anima italiana? Che un marito riscuotendo giudiziariamente il prezzo dell'adulterio diventi migliore del marito, al quale il tradimento della moglie spezza la vita di uomo e di padre?Ebbene no: gentiluomo di piccola ma vecchia razza, oramai divenuto un contadino dopo tanti anni di solitudine rusticana, io eviterò di salutare quello e stringerò cordialmente la mano a questo.Non è vero che la onestà, specialmente la grande, sia tutta nella legge e nella passiva obbedienza alle sue disposizioni: la legge fu e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza, alla quale il costume ripara e deve riparare: bisogna talvolta violare la legge scritta, più spesso prescindere da essa, perchè la verità della vita è una legge anch'essa, la prima e l'ultima.Le corti d'onore del ministro Orlando non risolveranno nemmeno virtualmente il problema del duello, che è insolubile: aggiungeranno indarno tribunali a tribunali, procedura a procedura, cabala a cabala, e l'anima umana come sempre ne balzerà fuori sanguinando.Il duello fa ed è ancora una necessità del costume: il costume solo può purificarlo: la legge si contenti quindi di constatarlo e non si degradi nel sofisma di volervi vedere un assassinio.Adesso i socialisti hanno fra loro proclamata l'abolizione del duello come di un avanzo di barbarie, e questo grido giovanile nella sua sincerità poteva e doveva esercitare un grande fascino sulla pubblica opinione. Il bel giorno si vede all'alba: la verità bella sorride e parla dalla bocca dei giovani.Sciaguratamente il contegno della stampa e delle assemblee socialiste ha tolto a quel grido tutta la sua efficacia: le offese fioccano, grandinano fra loro, contro gli avversari, si avventano dall'alto e dal basso, villane, turpi, micidiali: capi e gregari, uomini e donne, ne sono contusi quotidianamente: l'offesa è diventata più facile, quindi più vile nella irresponsabilità e nell'impunità dell'offensore.E allora è lecito chiedere: l'abolizione del duello ha davvero giovato all'educazione delle masse? La coscienza plebea si è nobilitata? L'offeso, che non si batte, può essere un eroe, ma l'offensore che ricusa di battersi non sarà che un miserabile.È triste il doverlo confessare, ma in questa nuova campagna contro il duello par di sentire negli apostoli una più viva paura della morte e una idolatria più bassa della vita: vivere, non più che vivere, e per vivere null'altro che durare.Sarebbero mai soltanto igienisti della pelle?9 giugno 1909.
Corti o cortili?
La domanda è lecita nell'ironia dell'equivoco.
Presto la Camera dovrà discutere il nuovo progetto di legge sulle corti d'onore ideato dal ministro Orlando per sopprimere almeno virtualmente il duello. Inutile chiedersi se il progetto sarà approvato, più inutile ancora studiarlo nelle sue disposizioni, mentre l'idea, se pure può chiamarsi così, appare falsa al solo annunzio. Perchè questa nuova legge? A quale bisogno della coscienza moderna risponde realmente? I duelli sono negli ultimi tempi cresciuti così di numero che la loro strage faccia gridare d'orrore l'anima nazionale?
Come di tutte le costumanze, negli ultimi secoli si è abusato anche del duello, e la sua estrema degradazione avvenne nella stampa e per la stampa, quando i giornali, più piccoli e peggiori di quelli di adesso, esercitati da venturieri di tutte le classi, colpivano assassinando in alto ed in basso fra il terrore del pubblico, che l'enorme ed improvvisa dilatazione dello scandalo abbacinava, e le tragedie degli individui, trascinati così alla gogna e che sulla porta di ogni giornale trovavano sempre uno spadaccino del mestiere pronto ad assumersi la responsabilità dell'articolo. Poche classi furono allora spregiate come quella dei giornalisti, ma poichè il giornale era il più vario ed il più rapido veicolo delle idee, un focolare ed un faro mobile per illuminare e riscaldare l'ombra dellatroppo lunga notte popolare, crebbe, si dilatò, mutò, salì, talvolta raggiunse il valore del libro, rarissimamente lo superò; diede battaglie alle idee e agli uomini, puntellò e rovesciò governi e dinastie, torrente che feconda e cloaca che ammorba, manipolo di eroi all'avanguardia o di banditi coperti di tutte le assise, armati di tutte le armi, vangelo di apostoli senza chiesa, cattedra di maestri senza scuola, libello per lordare le coscienze e grimaldello per forzare le casse: rivelazione locale ed universale, pei piccoli e pei grandi, più falso del commercio e più vivo dell'arte, necessario alla menzogna, più necessario alla verità.
Il duello giornalistico degradò l'antico duello dei gentiluomini: in questi era rimasto come uso di guerra, costumanza di galanteria e di corte, facile eroismo di giovinezza e d'irresponsabilità, malgrado le pene che tratto tratto sembravano volerlo colpire. In quelli era quasi sempre una maschera nobilmente guerriera sopra una fisonomia ignobilmente mercantile: lo si accettava e lo si eseguiva come un rischio del mestiere, così che il vecchio bravo riviveva nel giovane giornalista. Necessariamente l'abuso e la falsità suggerirono tentativi di rimedi: bisognava evitare il ricatto, riparare l'agguato: il duello nobilitava col pericolo, purificava col sangue, e vennero i codici così detti cavallereschi, dettati da giuristi anonimi, prescrivendo norme, elencando obbiezioni, aprendo ai padrini una casuistica da avvocati, aggiungendo così alla improbità delle armi guerriere la viltà delle armi curiali.
E il duello decadde lentamente ma sicuramente nella pubblica estimazione; oggi è poco praticato, appena avvertito dai giornali, se il morto non sia un illustre; non ha più fascino per le donne, presasui giovani, obbiezioni serie nella coscienza di tutti. Si sa, e nessuno può non saperlo, che la commedia e il dramma della vita sono così profondi e dispari che nessuna legge può contenerli, nessuna procedura disciplinarli: quindi il duello è spesso la migliore stroncatura di una questione, alla quale si cercherebbe indarno una soluzione: lo si accetta e lo si pratica così, come una rissa inevitabile ma attenuata dalla presenza dei padrini, e se per caso vi è un morto, il pubblico si stringe bonariamente nelle spalle, perchè non vi sono corse senza cadute e senza guai, e non feste senza malattie e malati all'indomani.
Ma v'è un altro duello di tragedia.
Qualche volta fra due uomini l'offesa rende impossibile la vita: la morte è già passata in mezzo a loro, e il duello esaurisce soltanto l'epilogo. Se voi avete violata mia figlia, disonorata mia madre; se alla donna che amo voi spezzate il cuore, e può a questo bastare una parola; se avete compìto la rovina di mio figlio, gettato mio fratello nel disonore, preparato a me stesso una di quelle insidie nelle quali l'anima soccombe: probabilmente, molto probabilmente io non potrò citarvi ad alcun tribunale. Tutte le mie prove sono morali, di una evidenza assoluta, ma la vostra colpa non ha i contorni giuridici del delitto; i giudici non potrebbero afferrarla e vi assolverebbero. Peggio, nell'equivoco inevitabile della discussione, fra le maglie duttili degli articoli, colle ambagi delle parole, dietro l'impunità dell'avvocato, voi potete raddoppiare lo scandalo, cacciare le dita nelle mie piaghe e stracciarle, coprirmi di ingiurie magari coi complimenti, far ridere mentre io non posso nemmeno piangere, mutare inun carnevale pubblico la mia tragedia privata, essere il mio carnefice e il mio buffone, come quel piccolo buffone di Poe, che ammazzò il re e si arrampicò fuggendo pel lampadario della sala.
Allora nella mia anima scoppia il problema: o battermi o assassinare: perdonare non so. Certo la più vera, la più alta soluzione è il perdono: così, solamente così, si supera l'offensore; ma la soluzione è troppo vera per essere accettabile, troppo alta perchè le piccole anime possano attingerla. Io non so più vivere di fronte al trionfo di quell'uomo, e non saprei assassinarlo; e la legge non mi aiuta, e il mondo nella scettica ironia della sua millenaria esperienza sorride e sberta; gli amici distillano il veleno a gocce nelle conversazioni ad ogni incontro, la mia casa è squallida, più squallida la mia anima e la mia volontà. Tutta la mia fede sociale è crollata: la legge non può giovarmi e non è colpa della legge se la vita la soverchia.
Ecco il duello tragico, eterno: il duello fra l'assassinio istintivo, impetuoso, logico del popolo, e l'impotenza giuridica del codice nella tutela del diritto individuale. Meglio dunque il duello che l'assassinio, meglio il duello che la quiete vile sotto l'offesa. Davanti all'offeso mortalmente che sa perdonare, bisogna inchinarsi come dinanzi al più puro degli eroismi umani; ma di fronte all'offeso che, dopo avere indietreggiato per la paura legittima del maggior scandalo in tribunale, indietreggia per lo spavento dell'offensore, e sopporta il suo ghigno, il pianto della figlia, l'agonia pallida e muta della madre, bisogna alzare sprezzantemente le spalle e voltarle subito, per non cedere alla tentazione di alzare su lui una mano.
A che dunque le corti di onore? Per i piccoli diverbi e per i più piccoli duelli sono troppo, per i duelli tragici, nei quali la morte è l'estrema necessità della vita, sono troppo poco.
Poi l'onore è un sentimento, che non discute e non si discute: è inutile, ridicolo dargli torto. Nell'Inghilterra un marito che la moglie tradisce, caccia la moglie e cita l'amante per i danni, e si fa pagare così l'ultima corona nuziale: in Italia, nel nostro popolo, specialmente nelle campagne dove è più puro, il marito davanti al tradimento si leva, colpisce, carnefice e vittima nel medesimo tempo. Siete ben sicuri che in questo caso l'anima inglese sia superiore all'anima italiana? Che un marito riscuotendo giudiziariamente il prezzo dell'adulterio diventi migliore del marito, al quale il tradimento della moglie spezza la vita di uomo e di padre?
Ebbene no: gentiluomo di piccola ma vecchia razza, oramai divenuto un contadino dopo tanti anni di solitudine rusticana, io eviterò di salutare quello e stringerò cordialmente la mano a questo.
Non è vero che la onestà, specialmente la grande, sia tutta nella legge e nella passiva obbedienza alle sue disposizioni: la legge fu e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza, alla quale il costume ripara e deve riparare: bisogna talvolta violare la legge scritta, più spesso prescindere da essa, perchè la verità della vita è una legge anch'essa, la prima e l'ultima.
Le corti d'onore del ministro Orlando non risolveranno nemmeno virtualmente il problema del duello, che è insolubile: aggiungeranno indarno tribunali a tribunali, procedura a procedura, cabala a cabala, e l'anima umana come sempre ne balzerà fuori sanguinando.
Il duello fa ed è ancora una necessità del costume: il costume solo può purificarlo: la legge si contenti quindi di constatarlo e non si degradi nel sofisma di volervi vedere un assassinio.
Adesso i socialisti hanno fra loro proclamata l'abolizione del duello come di un avanzo di barbarie, e questo grido giovanile nella sua sincerità poteva e doveva esercitare un grande fascino sulla pubblica opinione. Il bel giorno si vede all'alba: la verità bella sorride e parla dalla bocca dei giovani.
Sciaguratamente il contegno della stampa e delle assemblee socialiste ha tolto a quel grido tutta la sua efficacia: le offese fioccano, grandinano fra loro, contro gli avversari, si avventano dall'alto e dal basso, villane, turpi, micidiali: capi e gregari, uomini e donne, ne sono contusi quotidianamente: l'offesa è diventata più facile, quindi più vile nella irresponsabilità e nell'impunità dell'offensore.
E allora è lecito chiedere: l'abolizione del duello ha davvero giovato all'educazione delle masse? La coscienza plebea si è nobilitata? L'offeso, che non si batte, può essere un eroe, ma l'offensore che ricusa di battersi non sarà che un miserabile.
È triste il doverlo confessare, ma in questa nuova campagna contro il duello par di sentire negli apostoli una più viva paura della morte e una idolatria più bassa della vita: vivere, non più che vivere, e per vivere null'altro che durare.
Sarebbero mai soltanto igienisti della pelle?
9 giugno 1909.