IL GIGANTE PLEBEOLa Francia lo festeggia dopo un secolo.Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la propria stretta nelle carni e nell'anima.Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice soltanto: — Proudhon! — e basta.Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia:destruam et aedificabo; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.Pareva un idillio e invece non era che un affare.Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro; la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia politica la propria religionee la propria scienza, l'una più falsa dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità nè del capitale nè del lavoro.La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale, sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale, dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti, meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza comune, l'altro la spezzò.In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica e al diritto democratico il problemadella miseria era insolubile: ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la miseria resterebbe.Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia, un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più triviali.Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come, combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì come tutti i grandi,che si affrontano colla sfinge della vita, vinto, disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e che la democrazia non può avere.Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità: la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta, multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue stravaganze intellettuali.Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più necessario ancora un consenso di popolo.Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese, Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve, il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna di entrambi, quantunque insufficiente.Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè l'economia politica affermare ancora: egli aveva nelSistema delle contraddizionidistrutta la loro fede e segnati i limiti della loro potenza. Se ilCapitaledi Carlo Marx parve subitamente ed irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie: l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per ordine.Ma il grosso e vasto edificio delCapitaledi Marx non valeva l'opera di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto, prostrandosi finalmente nella sconfitta.Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città. Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo: come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito superava?Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la loro vita di uomini smente!Proudhon oggi rimonta.La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento: troppo poco per entrambi.Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè dell'individuo.Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e la decenza dell'altro!30 aprile 1909.
La Francia lo festeggia dopo un secolo.
Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la propria stretta nelle carni e nell'anima.
Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice soltanto: — Proudhon! — e basta.
Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia:destruam et aedificabo; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.
Pareva un idillio e invece non era che un affare.
Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro; la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia politica la propria religionee la propria scienza, l'una più falsa dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità nè del capitale nè del lavoro.
La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.
L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale, sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale, dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.
Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti, meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza comune, l'altro la spezzò.
In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica e al diritto democratico il problemadella miseria era insolubile: ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la miseria resterebbe.
Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia, un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più triviali.
Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come, combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì come tutti i grandi,che si affrontano colla sfinge della vita, vinto, disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e che la democrazia non può avere.
Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità: la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta, multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue stravaganze intellettuali.
Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più necessario ancora un consenso di popolo.
Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.
Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese, Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.
Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve, il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna di entrambi, quantunque insufficiente.
Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè l'economia politica affermare ancora: egli aveva nelSistema delle contraddizionidistrutta la loro fede e segnati i limiti della loro potenza. Se ilCapitaledi Carlo Marx parve subitamente ed irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie: l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per ordine.
Ma il grosso e vasto edificio delCapitaledi Marx non valeva l'opera di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto, prostrandosi finalmente nella sconfitta.
Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città. Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo: come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito superava?
Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la loro vita di uomini smente!
Proudhon oggi rimonta.
La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento: troppo poco per entrambi.
Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè dell'individuo.
Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?
Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e la decenza dell'altro!
30 aprile 1909.