IL MINISTROÈ rude, forte, alto, non grande.Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.Egli stesso non ne ebbe mai uno.Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto perchè nessuno oramai credeva più a nulla.In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo gettò nellavoragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale onestà.E questa potenza lo sorregge ancora.Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è presidente dei ministri per la seconda volta.Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione, un baratro. Pelloux, non uso come generalealle vittorie cruente, come ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino, che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito scoppiando più furiosa sopra di lui.Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane, fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di credere al popolo e di essere da lui creduto.Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un compare.Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condottocon sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero: Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del grande, invocato poema moderno?Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari; ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del popolo, il consenso dei partiti radicali.E potrebbe anche essere vero.Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora più insufficiente che indispensabile.Egli invece non ne ha altra.Manca a lui la severità nel pensiero, l'orgoglio nel carattere, la potenza nel sangue: può girare un ostacolo, non rovesciarlo, discendere a tutte le compromissioni per vivere un giorno di più senza diventare prigioniero dei propri alleati, ma probabilmente non li dominerà mai abbastanza per servirsene come di strumenti. La sua parola abile, breve, spesso precisa, non ha l'accento che esalta, il giro che allaccia, la sonorità che soggioga; nessuno gli crede, benchè tutti lo accettino: è un furbo, e i soltanto furbi sono piccoli; governa, e oggi i grandi ministri regnano: ricordate Waldek-Rousseau e Chamberlain: vedete Bülow. Crispi è ancora odiato; Giolitti non lo sarà mai: tanto peggio per lui.Non si stringe nel pugno tutto un popolo senza farlo gridare, e spesso nella politica, come fra amanti, il grido dell'odio non è che uno spasimo d'amore.17 gennaio 1904.
È rude, forte, alto, non grande.
Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.
Egli stesso non ne ebbe mai uno.
Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto perchè nessuno oramai credeva più a nulla.
In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo gettò nellavoragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale onestà.
E questa potenza lo sorregge ancora.
Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è presidente dei ministri per la seconda volta.
Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.
Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione, un baratro. Pelloux, non uso come generalealle vittorie cruente, come ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino, che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito scoppiando più furiosa sopra di lui.
Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.
Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.
La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane, fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di credere al popolo e di essere da lui creduto.
Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.
Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un compare.
Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condottocon sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero: Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.
L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del grande, invocato poema moderno?
Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari; ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del popolo, il consenso dei partiti radicali.
E potrebbe anche essere vero.
Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora più insufficiente che indispensabile.
Egli invece non ne ha altra.
Manca a lui la severità nel pensiero, l'orgoglio nel carattere, la potenza nel sangue: può girare un ostacolo, non rovesciarlo, discendere a tutte le compromissioni per vivere un giorno di più senza diventare prigioniero dei propri alleati, ma probabilmente non li dominerà mai abbastanza per servirsene come di strumenti. La sua parola abile, breve, spesso precisa, non ha l'accento che esalta, il giro che allaccia, la sonorità che soggioga; nessuno gli crede, benchè tutti lo accettino: è un furbo, e i soltanto furbi sono piccoli; governa, e oggi i grandi ministri regnano: ricordate Waldek-Rousseau e Chamberlain: vedete Bülow. Crispi è ancora odiato; Giolitti non lo sarà mai: tanto peggio per lui.
Non si stringe nel pugno tutto un popolo senza farlo gridare, e spesso nella politica, come fra amanti, il grido dell'odio non è che uno spasimo d'amore.
17 gennaio 1904.