I CATTOLICI ALLA CAMERA

I CATTOLICI ALLA CAMERAPochi forse concorderanno in questo mio giudizio storico.Appena la camera si riaperse nella novità della vittoria popolare, che sembrava avere mirabilmente aumentata la forza e il numero della falange democratica, una collera ardente fra ringhii ed urla investi il manipolo cattolico, tentando di imporgli l'anatema del libero pensiero e la suprema condanna della patria oramai sicura di sè medesima sopra Roma capitale d'Italia. I modi violenti dell'estrema sinistra non erano più da gran tempo una novità parlamentare nè in Italia, nè all'estero: il suo programma, la sua origine, la dottrina plebea, l'inevitabile sofisma di credersi e di doversi credere unica rappresentante del popolo come classe la più numerosa e la più vera, la volgarità nativa e spirituale della maggior parte dei suoi membri, e sopra tutto il bisogno inconfessabile ma evidente di parlare alla camera per provocare lontani echi di piazza, spiegavano fin troppo questo primo scontro.Il manipolo resistette, qualcuno ribattè l'ingiuria colla ingiuria, uno solo si levò alteramente ed affermò fra lo stupore contenuto di tutti, che i cattolici accettavano anch'essi Roma capitale d'Italia.La risposta era decisiva e superava come un razzo luminoso il chiasso e l'ombra ondeggiante nella sala; si tentarono ancora dai più clamorosi fra i nemicirepliche e smentite personali: i ricordi remoti della nostra bella rivoluzione, così bassamente ed invano combattuta su tutti i punti dal clero, aiutavano; i superstiti del primo giacobismo nella vecchia destra sentivano ancora qualche ripugnanza; la maggior parte dei liberali, quasi sorpresa nell'importanza del fatto nuovo, accettava diffidando; il ministero taceva.L'indomani il giornale officiale o officioso della curia smentiva il deputato Cameroni, gettando sulla sua imprudenza di gregario senza comando e senza mandato la responsabilità di una affermazione così politicamente dommatica, mentre dall'alto nessuna voce veramente autorevole aveva ancora parlato.E al solito il paese parve dimenticare.Ma qualcuno si ricordò un'altra smentita dello stesso giornale all'indomani dei funerali di Umberto I, il re assassinato e seppellito al Pantheon con tutti gli onori ecclesiastici: il cardinale di Genova aveva accompagnato la salma insino a Roma, e ciò poteva ancora spiegarsi coll'abile casuistica della Chiesa, perchè Genova apparteneva da un secolo al Piemonte e non aveva mai appartenuto al papa. Ma il parroco del Quirinale (già palazzo estivo del pontefice poi consacrato a reggia d'Italia) era andato alla stazione per ricevere il cadavere del suo parrocchiano, l'usurpatore, che occupava la residenza pontificale. Evidentemente quel piccolo curato non poteva avere agito di testa propria: aveva invece chiesto ordini e si era devotamente affrettato nell'ubbidienza. Leone XIII dunque consacrava la vittima regale nel Pantheon mutato in sepolcro dei nuovi re d'Italia: ogni smentita era inutile, il fatto al solito sopraffaceva la parola.E così ieri.Comunque si sia svolto l'equivoco furbesco dell'expedito delnon expedit, forma e sostanza non mutavano nel gioco: elettori ed eletti operavano col supremo assenso del papa, i deputati avrebbero giurato fedeltà al re, e il re era l'Italia, e l'Italia era Roma libera, sovrana, così grande da contenere senza pericolo il proprio re e il proprio pontefice dentro la modernità di un diritto che li supera entrambi, nella cornice di una gloria più antica di loro e che durerà oltre il loro nome. Ma la politica e la diplomazia vaticana operò sempre così: accettò i fatti nuovi, vittoriosi, ma senza disdirsi, lasciando cadere lentamente nell'oblio le proprie formule: non rinunciò mai formalmente ad alcun diritto, non abdicò ad alcuna potestà. Era inevitabile, e quindi fu vero: un istituto divino, e quindi apparentemente immobile, nel mareggiare instancabile della vita non può avere il linguaggio e l'andatura di ogni altro governo: ad intenderne lo spirito e a penetrarne la storia è mestieri di un metodo e di un principio superiori.I pontefici hanno da tempo e sinceramente nella propria politica rinunciato al sogno di riconquistare Roma. La magnifica urbe non somiglia più a quella di Pio IX, che io studente conobbi: una città di preti e di monaci, albergo di forestieri nell'inverno, con una aristocrazia soltanto mondana, una borghesia professionale e quindi legata alla curia, un popolo bello, ozioso, parassita di tutto e di tutti, senza passione, senza patria, con una poesia di superstizione, dimentico di ogni guerra, incapace di ogni responsabilità, felice, ebbro di vivere, in questa gioia della vita dissolvendo passato, presente, futuro.Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme indifferenti nell'arbitrio: il restodell'esercito era una comparsa teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore garanzie di vigilanza militare.Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i giorni.Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa, questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico? Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile, trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee, ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la monarchia, perchè nella buferadelle incredulità che sale mugghiando dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli, un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro deputati.Fu bene?Credo.Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi, nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni. Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì, non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso, banche, sodalizi, instituti:si disciplinava, si preparava. Pochi avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero. Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un programma.Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali, anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio nel municipio e nel parlamento.Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto. Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove correnti plebee?La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche, meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti, dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che si affermavanoe sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai socialisti e più spesso non lo davano loro?La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai stendardo di guerra nazionale e ideale.La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti, abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile come la vita.Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi cattolici.— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei primi.I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima della battaglia, a Fontenoy?18 aprile 1909.

Pochi forse concorderanno in questo mio giudizio storico.

Appena la camera si riaperse nella novità della vittoria popolare, che sembrava avere mirabilmente aumentata la forza e il numero della falange democratica, una collera ardente fra ringhii ed urla investi il manipolo cattolico, tentando di imporgli l'anatema del libero pensiero e la suprema condanna della patria oramai sicura di sè medesima sopra Roma capitale d'Italia. I modi violenti dell'estrema sinistra non erano più da gran tempo una novità parlamentare nè in Italia, nè all'estero: il suo programma, la sua origine, la dottrina plebea, l'inevitabile sofisma di credersi e di doversi credere unica rappresentante del popolo come classe la più numerosa e la più vera, la volgarità nativa e spirituale della maggior parte dei suoi membri, e sopra tutto il bisogno inconfessabile ma evidente di parlare alla camera per provocare lontani echi di piazza, spiegavano fin troppo questo primo scontro.

Il manipolo resistette, qualcuno ribattè l'ingiuria colla ingiuria, uno solo si levò alteramente ed affermò fra lo stupore contenuto di tutti, che i cattolici accettavano anch'essi Roma capitale d'Italia.

La risposta era decisiva e superava come un razzo luminoso il chiasso e l'ombra ondeggiante nella sala; si tentarono ancora dai più clamorosi fra i nemicirepliche e smentite personali: i ricordi remoti della nostra bella rivoluzione, così bassamente ed invano combattuta su tutti i punti dal clero, aiutavano; i superstiti del primo giacobismo nella vecchia destra sentivano ancora qualche ripugnanza; la maggior parte dei liberali, quasi sorpresa nell'importanza del fatto nuovo, accettava diffidando; il ministero taceva.

L'indomani il giornale officiale o officioso della curia smentiva il deputato Cameroni, gettando sulla sua imprudenza di gregario senza comando e senza mandato la responsabilità di una affermazione così politicamente dommatica, mentre dall'alto nessuna voce veramente autorevole aveva ancora parlato.

E al solito il paese parve dimenticare.

Ma qualcuno si ricordò un'altra smentita dello stesso giornale all'indomani dei funerali di Umberto I, il re assassinato e seppellito al Pantheon con tutti gli onori ecclesiastici: il cardinale di Genova aveva accompagnato la salma insino a Roma, e ciò poteva ancora spiegarsi coll'abile casuistica della Chiesa, perchè Genova apparteneva da un secolo al Piemonte e non aveva mai appartenuto al papa. Ma il parroco del Quirinale (già palazzo estivo del pontefice poi consacrato a reggia d'Italia) era andato alla stazione per ricevere il cadavere del suo parrocchiano, l'usurpatore, che occupava la residenza pontificale. Evidentemente quel piccolo curato non poteva avere agito di testa propria: aveva invece chiesto ordini e si era devotamente affrettato nell'ubbidienza. Leone XIII dunque consacrava la vittima regale nel Pantheon mutato in sepolcro dei nuovi re d'Italia: ogni smentita era inutile, il fatto al solito sopraffaceva la parola.

E così ieri.

Comunque si sia svolto l'equivoco furbesco dell'expedito delnon expedit, forma e sostanza non mutavano nel gioco: elettori ed eletti operavano col supremo assenso del papa, i deputati avrebbero giurato fedeltà al re, e il re era l'Italia, e l'Italia era Roma libera, sovrana, così grande da contenere senza pericolo il proprio re e il proprio pontefice dentro la modernità di un diritto che li supera entrambi, nella cornice di una gloria più antica di loro e che durerà oltre il loro nome. Ma la politica e la diplomazia vaticana operò sempre così: accettò i fatti nuovi, vittoriosi, ma senza disdirsi, lasciando cadere lentamente nell'oblio le proprie formule: non rinunciò mai formalmente ad alcun diritto, non abdicò ad alcuna potestà. Era inevitabile, e quindi fu vero: un istituto divino, e quindi apparentemente immobile, nel mareggiare instancabile della vita non può avere il linguaggio e l'andatura di ogni altro governo: ad intenderne lo spirito e a penetrarne la storia è mestieri di un metodo e di un principio superiori.

I pontefici hanno da tempo e sinceramente nella propria politica rinunciato al sogno di riconquistare Roma. La magnifica urbe non somiglia più a quella di Pio IX, che io studente conobbi: una città di preti e di monaci, albergo di forestieri nell'inverno, con una aristocrazia soltanto mondana, una borghesia professionale e quindi legata alla curia, un popolo bello, ozioso, parassita di tutto e di tutti, senza passione, senza patria, con una poesia di superstizione, dimentico di ogni guerra, incapace di ogni responsabilità, felice, ebbro di vivere, in questa gioia della vita dissolvendo passato, presente, futuro.

Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme indifferenti nell'arbitrio: il restodell'esercito era una comparsa teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.

Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore garanzie di vigilanza militare.

Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.

D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i giorni.

Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa, questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico? Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile, trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee, ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?

Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.

Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la monarchia, perchè nella buferadelle incredulità che sale mugghiando dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli, un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.

E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro deputati.

Fu bene?

Credo.

Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi, nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni. Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì, non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.

Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso, banche, sodalizi, instituti:si disciplinava, si preparava. Pochi avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero. Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un programma.

Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali, anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio nel municipio e nel parlamento.

Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto. Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove correnti plebee?

La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche, meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti, dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che si affermavanoe sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai socialisti e più spesso non lo davano loro?

La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai stendardo di guerra nazionale e ideale.

La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti, abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile come la vita.

Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi cattolici.

— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei primi.

I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima della battaglia, a Fontenoy?

18 aprile 1909.


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