IL PRIGIONIERO

IL PRIGIONIEROMentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola, fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal grande scultore, agli occhi disattenti della folla.Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità, è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella vita.Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese, gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore; proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimentodel '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico; e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole, sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone, indietreggiarono e tacquero.Forse fu bene.Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti forme di grandezzanella nazione, è diventato da tempo motivo di storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie, cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande, prigioniero, morente a Sant'Elena.Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta, i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano: Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero, non crede alla carta, sorride sarcasticamentedella aristocrazia alla quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore, al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna e non governa.Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione, non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese, che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza, è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.L'imperatore è anche più contraddittorio.Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta lo zar Niccolò sullavia di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa. Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega: così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un altro imperatore.Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non erano esaurite?Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano, e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode cacciandoli.Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero, mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori, e quando si rivela con essi non è tutta in essi.Napoleone III, che entra a Milano, è la Franciarivoluzionaria ed imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata la coscienza della propria storia.Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.31 ottobre 1908.

Mentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola, fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal grande scultore, agli occhi disattenti della folla.

Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità, è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella vita.

Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese, gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore; proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimentodel '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico; e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole, sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.

Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.

I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone, indietreggiarono e tacquero.

Forse fu bene.

Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.

La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti forme di grandezzanella nazione, è diventato da tempo motivo di storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.

Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie, cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande, prigioniero, morente a Sant'Elena.

Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta, i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano: Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero, non crede alla carta, sorride sarcasticamentedella aristocrazia alla quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore, al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna e non governa.

Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione, non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese, che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza, è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.

L'imperatore è anche più contraddittorio.

Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta lo zar Niccolò sullavia di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa. Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega: così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un altro imperatore.

Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non erano esaurite?

Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano, e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode cacciandoli.

Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero, mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.

La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori, e quando si rivela con essi non è tutta in essi.

Napoleone III, che entra a Milano, è la Franciarivoluzionaria ed imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata la coscienza della propria storia.

Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.

31 ottobre 1908.


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