L'ORRORE DEL VUOTOPochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono in un silenzio meditato.L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer, semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza; appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile, quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle frontiche dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino; eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda d'entusiasmo.Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche in questo caso.Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima, filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune, evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza nella semplicità dell'argomentazione,la sua dignità nella coscienza dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti. È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei, governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta ed il problema della morte non può entrarvi.Indarno sul forno crematorio, che arse la suasalma, è incisa l'iscrizione:Mors janua vitae; giacchè queste bibliche parole sono più profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità, si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo come il suo commercio e la sua industria.Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco avrebbe risposto.L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba? Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dalmistero discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede, urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.Mors janua vitae: gl'industriali del forno crematorio avevano pur trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un cappello a cilindro.Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.Spencer è passato così.21 dicembre 1903.
Pochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono in un silenzio meditato.
L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer, semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza; appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.
Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.
Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile, quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle frontiche dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino; eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda d'entusiasmo.
Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche in questo caso.
Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima, filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.
Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune, evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza nella semplicità dell'argomentazione,la sua dignità nella coscienza dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti. È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.
Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.
Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei, governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta ed il problema della morte non può entrarvi.
Indarno sul forno crematorio, che arse la suasalma, è incisa l'iscrizione:Mors janua vitae; giacchè queste bibliche parole sono più profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.
L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità, si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo come il suo commercio e la sua industria.
Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.
Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco avrebbe risposto.
L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.
Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?
Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba? Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dalmistero discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede, urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.
Mors janua vitae: gl'industriali del forno crematorio avevano pur trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un cappello a cilindro.
Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.
Spencer è passato così.
21 dicembre 1903.